Archivio | giugno 21, 2008

ECOFEST – l’impresa può essere ecologica

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Il percorso verso una produzione industriale più ecocompatibile è stato tracciato nel corso del workshop svoltosi a Roma, nell’ambito della festa dell’ambiente della Regione Lazio e di Sviluppo Lazio

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L’iniziativa in programma fino a domani a Villa Borghese

Una panoramica del workshop 'L'impresa può essere ecologica'

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Roma, 21 giu. (Adnkronos/Ign) – Processi di produzione più efficienti sul fronte del risparmio energetico e di acqua, utilizzo di materiali e prodotti meno inquinanti, nuove tecnologie amiche dell’ambiente. Così anche le imprese italiane possono essere più ecologiche. E molte ci stanno già provando. Dalle aziende che realizzano pannelli fotovoltaici e che hanno inciso sulla loro catena di produzione all’industria chimica che utilizza biopolimeri per ridurre l’impatto ambientale.

Il percorso verso una produzione industriale più ecocompatibile è dunque possibile ed è stato tracciato nel corso del workshop ‘L’impresa può essere ecologica. Il Mondo delle aziende davanti alle sfide ambientali e all’innovazione’ svoltosi a Roma, nell’ambito di Ecofest, la festa dell’ambiente della Regione Lazio e di Sviluppo Lazio. Al confronto hanno preso parte gli assessori regionali all’Ambiente e Cooperazione tra i popoli, Filiberto Zaratti, e alla Casa, Mario Di Carlo, e l’assessore all’Ambiente della Provincia di Frosinone, Antimo Simoncelli.

A fare il punto sul fronte delle imprese sono stati invece il responsabile relazioni istituzionali di Novamont, Andrea Di Stefano, il responsabile comunicazione di Helios Tchnology, Fabio Patti, e l’esponente della Robur spa, Marco Roselli. Ma l’ecocompatibilità non si raggiunge senza nuove tecnologie e, quindi, senza ricerca. E a portare le ragioni di chi porta innovazione partendo dal lavoro di laboratorio sono stati il co-direttore del Polo Solare Organico dell’Università di Roma Tor Vergata, Aldo Di Carlo, e l’esponente del cda dell’Enea, Claudia Bettiol.

“Ecofest – ha detto l’assessore Zaratti – dimostra, con i suoi stand delle aziende presenti, che un’impresa può essere ecologica. E che la ricerca è un punto di forza per raggiungere ecocompatibilità. Basti pensare al progetto delle celle fotovoltaiche organiche soprannominate ‘ai mirtilli’, un progetto in cui la Regione ha creduto molto, investito altrettanto e ora abbiamo la leadership internazionalmente riconosciuta anche dal Giappone”.

“Il nostro sostegno alla ricerca – ha sottolineato Zaratti – è molto forte, pari a 25 milioni di euro in tre anni distribuiti sui tre Poli della mobilità sostenibile a Latina, dell’idrogeno a Civitavecchia e del fotovoltaico all’Università di Roma. Sui pannelli fotovoltaici organici progettati nel Polo Solare Organico di Tor Vergata come Regione siamo a un livello di investimento forte, basti pensare che la Germania su questo fronte investe 60 milioni di euro e che il ministro dell’Ambiente canadese investe 40 milioni di euro per la ricerca in campo ambientale”.

“Anche le imprese devono investire di più e – ha aggiunto – bisogna spingerle ad attivare politiche virtuose di produzione, penso a Electrolux che ha ridotto del 40% il consumo di energia e del 20% quello di acqua”.

E sul fronte dell’edilizia
e quindi di case più ecocompatibili punta il dito il neo assessore alla Casa della Regione Lazio, Mario Di Carlo: “Non va sottovalutato il risparmio energetico che si può ottenere in casa. E neanche l’importanza di un’edilizia più ecocompatibile. Oggi il 75-80% delle case è di proprietà, si costruisce molto e spesso troppo in fretta mentre un’attenzione complessiva dell’imprenditore edile alle ragioni legate all’ambiente e ai consumi energetici potrebbe segnare una svolta importante”.

“Penso – ha detto ancora – ai consumi idrici dello sciacquone dei bagni. Ma non solo. Nella prossima settimana andrò a L’Aquila per visitare il quartiere Ater interamente realizzato con soluzioni tecnologiche ecocompatibili. In questo campo le imprese possono giocare un ruolo forte”.

A sottolineare, infine,
l’impegno della Provincia di Forsinone nel settore ambientale è stato l’assessore all’Ambiente Antimo Simoncelli che ha affermato: “Siamo una delle poche province ad avere un piano provinciale per i rifiuti e nell’ultimo bilancio sono stati previsti investimenti per produrre energia da rinnovabili”.

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fonte: http://www.adnkronos.com/IGN/Regioni/Lazio.php?id=1.0.2275126361

Blocca-processi incostituzionale: Il Csm contro il salva-Berlusconi

I magistrati: il premier faccia dei nomi

Romano Prodi Mancino ANSA 220

Mancino con Prodi
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Può essere incostituzionale la norma che sospende i processi puniti con la reclusione fino a dieci anni. A sostenerlo è il Csm nella bozza del parere che sta mettendo a punto la Sesta Commissione di Palazzo dei Marescialli.Il testo, che sarà discusso lunedì dalla Commissione, sottolinea la «potenziale incompatibilità» della norma con l’art.111 della Costituzione, e cioè con la ragionevole durata del processo, e con l’art.3, e cioè con il principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Ma non è questo il solo problema di ordine costituzionale: una materia così importante – avvertono i relatori Fabio Roia e Livio Pepino – non può essere affrontata con lo strumento del decreto legge; e oltretutto è completamente estranea al tema del provvedimento, che è tutto dedicato alla sicurezza.

Le critiche di Palazzo dei Marescialli non si fermano qui: il riferimento temporale scelto per la sospensione dei processi (relativi ai reati commessi fino a giugno del 2002) «non ha alcun appiglio logico». Avrebbe avuto invece un senso – suggeriscono i consiglieri – sospendere i processi coperti dall’indulto e perciò destinati ad essere inutilmente celebrati.

Non è ancora tutto: l’Europa, che ha già messo sotto accusa la giustizia italiana per la sua lentezza, non capirebbe – sottolinea ancora Palazzo dei Marescialli – le ragioni di questa scelta, destinata ad allungare ancora i tempi dei processi.

Mancino: politici non eludano legge «Fino a quando l’azione penale è obbligatoria alle toghe non si può chiedere di non fare i processi; ai politici si può, invece, chiedere di saper scegliere natura, limiti, tempi ed efficacia delle leggi, non espedienti per eluderle». Lo ha detto il Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino.  «Il Paese non riesce a vivere senza polemiche? Vorrei non crederlo. Sono, semmai, – ha aggiunto Mancino parlando ad Avellino ad un convegno su etica e medicina – le polemiche occasionali comode per nascondere i problemi e per dividere il Paese. Chi le innesca deve tener conto che un ritorno di tutti alle responsabilità non può che far bene all’ Italia».

Il relatore Vizzini: andiamo avanti Ma l’autore dell’emendamento, il senatore Pdl ed ex ministro socialdemocratico Carlo Vizzini annuncia che andrà avanti. «Sono convinto – continua Vizzini – che un disegno di legge che regoli la vicenda delle cariche più alte dello Stato, così come in Francia dove Chirac dopo 14 anni di Eliseo è andato a farsi il suo processo senza che nessuno si indignasse, sarebbe una bella risposta per consentire a chi ha il consenso della stragrande maggioranza degli italiani di governare senza svegliarsi con l’angoscia di essere chiamato in causa, soprattutto come in questo caso dove Berlusconi, con rabbia, rivendica la propria estraneità».

«Sono un palermitano impegnato nella lotta alla mafia, non ho mai commentato una sentenza dei giudici, non ho mai solidarizzato con nessun collega di partito che sia finito nelle maglie della giustizia per fatti di mafia. Non conosco i giudici di Milano e non mi voglio pronunciare, conosco però la storia giudiziaria di Silvio Berlusconi, e se c’è qualcuno che si sente di affermare che nei suoi confronti, taluni giudici italiani abbiano sempre dimostrato terzietà, io allora vivo in un altro Paese e non mi sono accorto di quello che succede in Italia». Così Vizzini, relatore dell’emendamento “sospendi-processi”, in una intervista a Ecoradio, commenta le recenti polemiche tra il premier Berlusconi e la magistratura.

I pm: Berlusconi faccia dei nomi Intanto fra i magistrati si continua a chiedere a Silvio Berlusconi di non generalizzare e di fare i nomi dei pm sovversivi. Il presidente del Consiglio presenti «denunce circostanziate e nominative su fatti specifici, che non riguardino, come accaduto in passato, il semplice esercizio giurisdizionale». Altrimenti dimostrerebbe una «scarsa attenzione per gli equilibri costituzionali». La richiesta viene dal consigliere del Csm Fabio Roia, togato da Unicos, dopo le affermazioni fatte ieri da Silvio Berlusconi sui pm sovversivi.

E nel chiedere al presidente del Consiglio di formulare denunce precise, Roia ricorda che «questo Csm ha punito alcuni magistrati, responsabili di violazione di regole deontologiche o di natura processuale realmente accertate».

Pubblicato il: 21.06.08
Modificato il: 21.06.08 alle ore 20.32

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76493

Vaticano: “Bandiere arcobaleno via dalle chiese”

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QUALCUNO VUOL REPLICARE A QUESTI BEI TOMI?

di Andrea Tornielli

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Roma – Perché preti e laici cattolici usano la bandiera arcobaleno come simbolo di pace invece della croce? Non sanno che quella bandiera è collegata alla teosofia e al New Age? È netto e documentato il giudizio contenuto in un articolo pubblicato da «Fides», l’agenzia della Congregazione vaticana per l’evangelizzazione dei popoli diretta da Luca De Mata, nei confronti del vessillo, simbolo del movimento pacifista, appeso anche nelle chiese e da qualche prete pure sull’altare.

«Come mai uomini di Chiesa, laici o chierici che siano – si chiede “Fides” – hanno per tutti questi anni ostentato la bandiera arcobaleno e non la croce, come simbolo di pace? Sarebbe interessante interrogare uno per uno coloro che hanno affisso sugli altari, ingressi e campanili delle chiese lo stendardo arcobaleno». L’agenzia vaticana ipotizza qualche risposta in proposito, vale a dire «la lunga litania degli eventi in cui la Chiesa avrebbe brandito la croce come simbolo di sopraffazione», dalle Crociate alla caccia alle streghe ai roghi di eretici. «Fides» a questo proposito ricorda però che non è il simbolo della croce in quanto tale «ad aver bisogno di essere emendato», quanto piuttosto «gli atteggiamenti degli uomini che, guardando a tale segno, possono ritrovare motivo di conversione». Poi rilancia: «Questi uomini e donne di chiesa sanno qual è l’origine della bandiera della pace? Molti probabilmente no. Altri, pur sapendo, non se ne preoccupano più di tanto».

Le origini della bandiera della pace vanno ricercate, spiega l’agenzia, «nelle teorie teosofiche nate alla fine dell’800. La teosofia (letteralmente “Conoscenza di Dio”) è quel sistema di pensiero che tende alla conoscenza intuitiva del divino». Da sempre presente nella cultura indiana, ha preso la sua moderna versione dalla Società Teosofica, «un movimento mistico, esoterico, spirituale e gnostico fondato nel 1875 da Helena Petrovna Blavatsky, più nota come Madame Blavatsky». Il pensiero della corrente rappresentata dalla bandiera arcobaleno si basa sullo «gnosticismo», sulla «reincarnazione e trasmigrazione dell’anima», sull’esistenza di «maestri segreti» e riconduce al New Age, mentalità che predica la libertà più assoluta e il relativismo, l’idea dell’«uomo divino», il rifiuto della nozione di peccato.

«Fides» spiega che esistono diverse versioni di questa bandiera, una delle quali è riconosciuta ad Aldo Capitini, fondatore del Movimento nonviolento, «che nel 1961 la usò per aprire la prima marcia per la pace Perugia-Assisi», mentre un’altra «segnala che la sua origine risale al racconto biblico dell’Arca di Noè» e dunque sarebbe un simbolo cristiano a tutti gli effetti. In realtà – scrive l’agenzia dopo aver ricordato che è anche il simbolo dei movimenti di liberazione omosessuali – la bandiera rappresenta un’idea secondo la quale «per esempio è possibile mettere sullo stesso piano partiti politici o gruppi culturali che rivendicano, legittimamente, la difesa della dignità della donna, e gruppi, come è accaduto recentemente in Europa, che rivendicano la depenalizzazione dei reati di pedofilia. Si tratta ovviamente di aberrazioni possibili, solo all’interno di una mentalità relativistica come quella che caratterizza le nostre società occidentali».

La bandiera, conclude «Fides», è un simbolo sincretistico, che propone l’unità New Age nella sintesi delle religioni. Introdurla nelle chiese e nelle celebrazioni è da considerarsi «un abuso».

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fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=270591

Iran, in carcere la femminista: “Complotta contro lo Stato”

La ragazza, 21 anni, è stata arrestata in ottobre. E’ una leader della campagna “Un milione di firme” per i diritti delle donne.

Molti arresti e fermi negli ultimi mesi

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Iran, in carcere la femminista

Sempre più dura la condizione delle donne in Iran. Crescono arresti e fermi di leader femministe

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TEHERAN – Organizzare cortei, incontri, anche volantinare in nome dei diritti delle donne significa “complottare contro la sicurezza dello Stato”. In termini di pena significa anni di carcere. Avviene in Iran, a Teheran, oggi ma anche altre tre volte nell’ultimo mese e sempre più spesso nell’ultimo anno.

Una femminista iraniana di 21 anni, Hana Abdi, è stata condannata a cinque anni di reclusione da scontare in una sperduta località di frontiera, Gharmeh,
provincia dell’Azerbadjan orientale. La sua colpa, secondo il Tribunale rivoluzionario iraniano, è appunto quella di aver organizzato raduni e incontri per riformare le leggi islamiche che limitano fortemente i diritti delle donne.

La notizia è stata data oggi dal quotidiano di area moderata Kargozaran. La Abdi, ha raccontato il suo avvocato Mohammad Sharif, è stata riconosciuta colpevole di “complotto contro la sicurezza dello Stato”. Ci sarà il ricorso in appello. Ma con poche speranze di veder corretta la pena. A meno che la pressione dell’opinione pubblica internazionale…

Hana Abdi era stata arrestata nell’ottobre dell’anno scorso a Sanandaj, nel Kurdistan iraniano, per aver preso parte a partire dal 2006 alla campagna “un milione di firme”, le adesioni che le femministe iraniane intendono raccogliere per chiedere l’abolizione delle norme di legge discriminatorie contro le donne e avere gli stessi diritti degli uomini per quello che riguarda il matrimonio, il divorzio, l’eredità e la custodia dei figli.

Tempi durissimi in Iran per chi combatte in nome dei diritti civili. Nel 2002 Teheran aveva ufficilamente annunciato la moratoria per sette donne condannate a morte tramite lapidazione per adulterio. Ma i dossier di Amnesty raccontano un’altra verità e due donne sarebbero state lapidate nel maggio 2006. Per la sharia (legge islamica), il prigioniero viene sotterrato fino al petto, le mani bloccate. La legge specifica persino la dimensione delle pietre da lanciare, così che la morte sia dolorosa e più lenta. Possono essere condannati alla lapidazione sia le donne che gli uomini ma, in pratica, sono soprattutto le donne a scontare questa pena.

In questa situazione è molto difficile far filtrare notizie e avere informazioni. Negli ultimi mesi quattro militanti femministe – Rezvan Moghadam, Nahid Jafari, Nasrin Afzali e Marzieh Mortazi Langueroudi – sono state condannate a pene di sei mesi di prigione e dieci frustate per aver recato disturbo all’ordine pubblico. Un uomo, Amir Yaqoubali, anche lui impegnato per la difesa dei diritti femminili è stato condannato in maggio a un anno di reclusione. Molte altre militanti femministe coinvolte nella campagna “Un milione di firme” sono state arrestate negli ultimi due anni e condannate a periodi di reclusione e frustate, con la sospensione condizionale della pena. Abdi è una leader. Per lei non è stata prevista alcuna sospensione.

21 giugno 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/esteri/iran-laureate/femminista-condannata/femminista-condannata.html

La maxi truffa del killer pentito

Su segnalazione di una consulente informatica, la signora Barbara F., abbiamo modificato l’articolo omettendo il nome per esteso di una persona citata nell’articolo, la quale, peraltro, è  risultata del tutto estranea  alla vicenda (cosa debitamente documentata). Questo per non arrecare ulteriore danno e per renderle giustizia, cosa, quest’ultima, che facciamo molto volentieri.

solleviamoci

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Tre omicidi, fiumi di cocaina poi l’arresto e la collaborazione. Ma sotto protezione, Gagliandro alias Danieli, ha creato a Bologna un gruppo imprenditoriale, corrompendo carabinieri, manager e professori.

E con forti relazioni a Palazzo Chigi

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di Gianluca Di Feo

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Giuseppe Gagliandro, alias Giuseppe Danieli
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Nella sua prima vita è stato un killer di mafia: ha ucciso tre persone. Ha smerciato carichi di cocaina e riciclato i guadagni per conto di una cosca calabrese. Nella sua seconda vita è diventato un pentito: ha fatto arrestare decine di boss e recuperare cinque tonnellate di droga. Ma è nella terza vita che si è dimostrato un genio del crimine: ha trasformato i carabinieri che dovevano sorvegliarlo nella sua banda e si è messo in affari. Ha creato un gruppo imprenditoriale che macinava contratti pubblici fatturando più di 10 milioni: finivano nelle sue mani tutti i bagagli di chi atterrava e decollava dai principali scali del Veneto e dell’Emilia Romagna. E sarebbe andato ancora oltre: studiava accordi con le Ferrovie, con una compagnia aerea, persino con l’ente che doveva lanciare il programma spaziale più importante d’Europa. La sua holding non conosceva ostacoli: per ogni problema si rivolgeva agli uffici della presidenza del Consiglio.

Sì, avete letto bene. Reo confesso di tre omicidi e di un colossale narcotraffico usava le amicizie a Palazzo Chigi per allargare la sua azienda criminale e scavalcare qualunque ostacolo. C’è una nuova occasione di business? Faceva intervenire il professor Alfredo Roma, chiamato nelle stanze del governo da Silvio Berlusconi e poi confermato da Romano Prodi. C’è qualche difficoltà con i fidi in banca? Ecco entrare in azione un altro consigliere del premier di centrosinistra, Danilo Rocca Bonini. Incredibile? All’inizio neanche gli investigatori che hanno svelato la trama riuscivano a crederci. E oggi, dopo un anno di indagini e 12 arresti, sono convinti che le rivelazioni su questa connection siano soltanto all’inizio: cinque squadre specializzate di finanzieri e carabinieri coordinate dal pm Antonello Gustapane vanno avanti negli accertamenti, scoprendo sempre nuovi scenari. Tesori nascosti in Ungheria, traffici negli aeroporti, trattative miliardarie con la famiglia Gheddafi.

Lui, l’uomo che ha già vissuto tre volte, adesso è in cella. Ha perso il nome di copertura che lo Stato gli aveva assegnato dopo la collaborazione. Non è più Andrea Danieli, con quella nascita a Ginevra da esibire come credenziale di affidabilità: è tornato a essere Giuseppe Gagliandro da Grottaglie (Bari), 48 anni e un bel po’ di processi davanti.

La sua saga comincia in Piemonte nei primi anni ’80, quando Gagliandro entra in una delle famiglie mafiose più potenti: il clan calabrese dei Molè-Belfiore, che tratta stock di cocaina direttamente con i Cuntrera-Caruana, i primi padrini della mafia globalizzata. Con i soldi di quelle transazioni apre una serie di negozi. Roba del clan, che lui doveva solo gestire. Ma con i soldi ci sapeva fare. E anche con i revolver. Ha ammesso di avere assassinato tre rivali, in un caso si è occupato pure di far sparire il cadavere. Regolamenti di conti calibro nove, rimasti impuniti per anni. Poi nel 1994 finisce in trappola e capisce che l’unica strada è cambiare vita. Lo catturano i carabinieri del Ros e lui collabora, permettendo alla Procura di Torino di mettere a segno ‘l’operazione Cartagine’: decine di arresti, tonnellate di coca recuperata, un successo sbandierato anche nelle relazioni parlamentari. Il ruolo esatto del pentito resta nell’ombra. Chiude il bilancio della sua prima vita con una condanna molto ridotta – otto anni e mezzo – e assieme a un pugno di familiari finisce sotto protezione a Bologna.

Dovrebbe stare agli arresti domiciliari, stipendiato dallo Stato, ma non è tipo abituato a perdere tempo. Ha una riserva di quattrini e si mette subito in attività. Secondo gli inquirenti, compra la complicità di tutti i carabinieri bolognesi che sorvegliano i pentiti. Poi intorno al 2001 riparte vendendo mobili antichi e viaggiando spesso nei paesi dell’Est. Così riesce a convincere un commercialista ad affidargli 200 mila euro per investirli in Ungheria. Ovviamente, gran parte del denaro sparisce e la vittima del raggiro fa una denuncia. Ma dell’uomo d’affari che si presentava agli appuntamenti scortato dai carabinieri non c’è traccia. L’epilogo è drammatico: il commercialista sommerso dai debiti avrebbe poi strangolato una sua facoltosa cliente. Si chiama Andrea Rossi, è sotto processo ma si dichiara innocente: un caso che ha riempito le pagine delle cronache bolognesi. Quelle che il pentito leggeva al tavolino nei bar sotto le Torri, facendosi vedere in compagnia dei suoi nuovi amici. Primo fra tutti un tenente colonnello dei carabinieri, Mario Paschetta, che comandava il reparto operativo: ossia l’unità più importante di Bologna. Una coppia rimasta unita dal 1995 fino all’ultimo. Cosa lega un ufficiale e un pluriomicida? Soldi, soprattutto. Si scopre che il colonnello chiede ‘prestiti’ al pentito: la questione fa muovere anche la Procura. Paschetta viene cacciato dall’Arma mentre l’indagine finisce archiviata: non ci sono reati. Ancora una volta l’ha fatta franca.

Il salone della villa di Imola del pentito

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Intanto Gagliandro-Danieli perfeziona la sua nuova vita. Viene a sapere che i titolari della ditta che ha l’appalto delle Poste per i pacchi aerei hanno problemi con la legge. Si presenta con un codazzo di marescialli e si spaccia per funzionario del ministero della Giustizia: ‘Pino’ promette di risolvere tutto, ma chiede di intestare la ditta a un uomo di sua fiducia. I due obbediscono. E quando si accorgono di essere finiti lo stesso sotto processo, vanno a denunciare il truffatore.

In Procura gli investigatori questa volta individuano ‘Pino’: nel marzo 2005 la polizia giudiziaria lo convoca, l’imprenditore del mistero rischia di venire smascherato. Ed ecco che fanno irruzione i ‘suoi’ carabinieri. Con un blitz entrano nell’ufficio del Palazzo di giustizia. Urlano, usano modi bruschi: “Quello è un pentito: volete farlo ammazzare? Anche noi ci giochiamo la pelle e voi ci esponete!”. Le grida risuonano nei corridoi: accorre un colonnello della Finanza. Al che gli ‘sceriffi’ abbassano i toni e sfoderano motivazioni tecniche sulla copertura. Alla fine, riescono a guadagnare tempo.

Prezioso. Perché usando come trampolino i pacchi postali – con cui guadagna un milione in un anno -, Gagliandro-Danieli si è già tuffato nel nuovo aeroporto di Bologna: il Marconi appena ristrutturato. Il servizio di handling, ossia la gestione dei bagagli, costa troppo. Ci sono poi i lavoratori di una coop da assorbire. L’ex killer fa un’offerta che non si può rifiutare: prezzi bassi e assunzioni per tutti. In più aggiunge regali ghiotti. Sante Cordeschi, top manager del Marconi, si affida a lui. In cambio ottiene – secondo l’atto d’accusa – un’utilitaria Ford, quattro telefonini, mobili antichi, Ferrari con il pieno in prestito per i suoi viaggi, 15 mila euro per un discutibile corso e una paghetta mensile da 5 mila euro cash. Niente male. È Cordeschi che convince Alberto Clò, l’ex ministro e numero uno dello scalo emiliano, a firmare l’appalto: “Mi garantì che si trattava di gente seria”.

Il pentito imprenditore fa le cose alla grande. Crea il Doro Group, battezzato in omaggio alla sua fidanzata magiara dalla bellezza fulminante, Doro Eniko Katalin: una sede di prestigio a Bologna, una villa in collina a Imola dove organizza feste pullulanti di fanciulle. Gira in Bentley con autista, spesso preceduto dalla vettura dei soliti carabinieri che gli apre la strada a tutta sirena. Nessuno sa che in realtà dovrebbe trovarsi agli arresti, nessuno sa che è un mafioso. A Bologna e in tutta l’Emilia Romagna per lui le porte sono aperte.

Ma chi lavora negli aeroporti ha bisogno di un nulla osta di sicurezza. Ed è impensabile che nella severità del post 11 settembre la holding del pentito possa ottenerlo. Assieme all’ormai ex colonnello Paschetta, assunto dalla Doro, inventa alcuni escamotage,finché non trova l’aggancio giusto. È Alfredo Roma, 70 anni, professore modenese celebre come amministratore della Panini e dell’Ansa. Ha diretto l’Enac, l’ente dell’aviazione civile, poi Berlusconi lo ha chiamato a Palazzo Chigi come consigliere. C’è rimasto anche con Prodi e nel 2006 è stato insediato al vertice di Galileo, il programma di navigazione satellitare da 3 miliardi di euro: guida una struttura speciale della presidenza del Consiglio. Dicono che tra il grand commis e il pentito sia stato colpo di fulmine subito.

Il satellite del programma spaziale Galileo
il pentito voleva inserirsi nei contratti per le sedi

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Il professore, che ha mantenuto relazioni solide negli aeroporti, offre la chiave. Fa scrivere un parere tecnico da A.M., docente e consulente dell’Enac, per risolvere la questione del nulla osta. Per convincere i dirigenti Enac di Bologna organizza un summit: c’è Roma, c’è la M. e c’è l’ex mafioso. Che da quel momento trova tutte le piste sgombre. Grazie alle nuove amicizie prende il servizio bagagli degli scali di Forlì, Rimini, Venezia e poi punta a quelli di Milano Linate, Verona e Treviso. Il consulente di Palazzo Chigi diventa l’ambasciatore del Doro Group, un super-procacciatore d’affari. Li fa incontrare con i manager di Mistral Air, la compagnia delle Poste; con quelli della divisione Cargo di Trenitalia, con l’ingegner Rocca Bonino, consigliere di sottosegretari e premier nonché nel cda di alcune banche. Arriva al punto di mettersi personalmente a cercare la sede della holding nella capitale. Perché lo fa? Il pentito gli ha promesso la poltrona di presidente, ma è poca cosa rispetto a Galileo. I magistrati gli contestano una lunga lista di regali: una Bmw, una Ford, due palmari, due pc portatili, mobili antichi.

Gagliandro-Danieli era prodigo di doni con i colletti bianchi, ma si dimenticava di pagare le sue tute blu: non ha mai versato i contributi. A Bologna gli stipendi si vedevano a singhiozzo e dopo le proteste gli operai sono passati ai fatti: bagagli bloccati, piccoli sabotaggi. Infine, nel maggio 2007, un carrello delle valigie va a sbattere contro il jet di Stato di Prodi. Quando la denuncia dei disservizi arriva sul tavolo del pm Gustapane, poco alla volta il mosaico viene ricomposto. Nessuno parla, ma il pubblico ministero trova il bandolo della matassa nel garage della Doro Group. I finanzieri seguono le auto acquistate e regalate. E così vengono incastrati otto marescialli dell’Arma e finiscono sotto inchiesta tre poliziotti. Il professore Roma – secondo l’accusa – tenta di falsificare i documenti sui doni facendo scattare gli arresti domiciliari per corruzione.

Difficile che dietro questa storia non ci sia altro. Il pm Gustapane si è limitato a contestare le prove oggettive. Gli avvocati promettono battaglia: c’è persino Libero Mancuso, ex procuratore e attuale assessore alla Sicurezza. I legali di Roma contestano la posizione giuridica: secondo loro non è pubblico ufficiale e quindi non c’è corruzione. Ma l’inchiesta è solo all’inizio. I carabinieri, che hanno arrestato i colleghi coinvolti, seguono la pista dei mobili antichi e dei reperti archeologici accumulati dal pentito. Il Gico delle Fiamme Gialle vuole capire cosa combinasse negli aeroporti, visto che la gestione gli faceva perdere milioni. E cercano di ricostruire la sua rete estera: in Ungheria ha almeno due società, una villa, investimenti immobiliari. Visitava spesso Budapest, fregandosene degli arresti domiciliari: “Ogni volta trasferiva del denaro contante, almeno 15 mila euro a viaggio”, ha raccontato il suo autista. Da laggiù voleva sbarcare alla corte di Gheddafi: l’hanno ammanettato a gennaio, mentre stava partendo.

E poi c’è il filone bolognese.
Il nucleo di polizia tributaria indaga sulle entrature nelle banche e negli uffici pubblici. E sono in tanti a preoccuparsi, tra professionisti e docenti. Clò e Rocca Bonini sono rimasti testimoni, la A.M. è indagata e Roma agli arresti. Altri nomi potrebbero aggiungersi ai 30 sotto inchiesta. Perché, come aveva profetizzato la professoressa A.M., “scavando a fondo ci saranno schizzi di merda per tutti”.

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20 giugno 2008

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Musei della Coscienza : Ricordare vuol dire imparare

Intervista con Liz Sevcenko, Coalizione internazionale dei Musei della Coscienza

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ROMA, 19 giugno 2008 (IPS) – I luoghi che richiamano alla memoria i Gulag sparsi in tutta la Russia, e quelli che ricordano il terrorismo di Stato in America Latina non sono poi molto diversi tra loro. Le loro storie sembrano parallele, e simile il loro compito nel presente.

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Oltre a preservare la memoria, questi “siti della coscienza cercano di creare dei laboratori per l’impegno democratico in ciascuno dei diversi contesti che rappresentano, per capire come poter costruire e preservare la cultura dei diritti umani”, ha spiegato Liz Sevcenko alla corrispondente dell’IPS Sabina Zaccaro.

Sevcenko è direttrice della Coalizione internazionale dei Musei della Coscienza, con sede a New York. La Coalizione riunisce diversi siti storici che sono stati teatro di crimini di massa, o di battaglie per la giustizia e i diritti umani.

Fu il Lower East Side Tenement Museum di New York a lanciare, circa dieci anni fa, un appello ai responsabili dei siti storici di tutto il mondo sul loro possibile ruolo nel promuovere un impegno democratico su diversi temi sociali.

Risposero in otto, inizialmente. Tra questi, il District Six Museum in Sud Africa, che ricorda i trasferimenti forzati durante l’apartheid; il Museo del Gulag, l’unico campo di lavoro stalinista ancora conservato in Russia; il Museo della guerra di Liberazione in Bangladesh, in memoria del genocidio contro il popolo del Bangladesh durante la guerra di liberazione del 1971; e la senegalese Maison Des Esclaves, una stazione di passaggio degli schiavi del diciottesimo secolo.

Altri sono arrivati in seguito, dall’Argentina alla Repubblica Ceca, compresa la Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole in Italia. Oggi, la Coalizione internazionale è guidata da 17 “Siti della Coscienza” e comprende oltre 150 membri e 1.800 sostenitori in 90 paesi.

L’Italia ospita il summit della Coalizione di quest’anno (16-20 giugno).

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IPS: Perché la Coalizione ha deciso di organizzare il suo incontro annuale in Italia?

LS: La Coalizione internazionale è venuta in Italia per imparare dal modello della Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole, uno dei Siti della Coscienza accreditati della Coalizione.

Monte Sole fu il teatro di un massacro nazista nel 1944, compiuto con la collaborazione dei fascisti italiani. Più di 700 persone rimasero uccise, e diversi villaggi dell’area vennero distrutti.

La Scuola di Pace ha sviluppato programmi innovativi che si avvalgono della difficile storia di questo posto per promuovere il dialogo, in particolare tra i giovani, sulle sfide attuali della violenza, il razzismo e la xenofobia.

IPS: Qual è il ruolo di questi siti storici nella costruzione di una cultura dei diritti umani oggi?

LS: I siti storici ci aiutano a ricordare sia gli eventi dolorosi che quelli positivi, e le esperienze che hanno plasmato la storia dei diritti umani nelle nostre società odierne. Come nel caso del Memorial Terezin nella Repubblica Ceca, un carcere della Gestapo durante l’occupazione nazista della zona Ceca della Cecoslovacchia, durante la seconda guerra mondiale. Ma sono i siti storici a costruire di per sé una cultura dei diritti umani. Dobbiamo essere noi a compiere uno sforzo deliberato e consapevole per far rivivere i siti storici, attraverso dei programmi innovativi che uniscano le persone al di là delle differenze, per riflettere sul passato, e per capire come potersi confrontare con i suoi retaggi contemporanei.

IPS: Come si realizza concretamente questo nel caso del Memorial Terezin? LS: Il Memorial Terezin accoglie studenti e insegnanti provenienti da tutta la Repubblica Ceca, per riflettere sulle storie individuali di questo ghetto dell’olocausto, e concentrarsi sulle responsabilità personali che queste evocano. Ma non è tutto. Si lavora con studenti e insegnanti per individuare dei temi specifici legati al razzismo o alla violenza che emergono nelle loro scuole e comunità oggi, e capire cosa i giovani possono fare a questo riguardo.

E’ per via di programmi come questo che gli stessi membri della Coalizione si autodefiniscono non solo siti della memoria, ma Siti della Coscienza.

IPS: Cosa possono imparare le persone – e in particolare i giovani – visitano questi luoghi? LS: I giovani, e in realtà tutti gli individui, si trovano davanti a diversi attacchi ai diritti umani, che si tratti di violazioni più palesi e visibili, o di minacce più crescenti e insidiose.

Esaminando gli esempi del passato, i Siti della Coscienza ci propongono dei modi per capire il cammino e le decisioni individuali che hanno portato a sviluppare una cultura di tolleranza o di intolleranza. Inoltre, mettono in relazione le questioni sociali più importanti con le responsabilità e il potere individuale di ogni persona.

Su questa base, aiutiamo i giovani a individuare i ruoli che possono svolgere come individui di fronte alle difficili questioni che abbiamo davanti a noi oggi.

Per esempio, il campo estivo della Scuola di Pace di Monte Sole, “Pace a quattro voci”, riunisce 40 giovani provenienti da zone attualmente in conflitto o che lo sono state in passato – come Germania, Italia, Israele, e Palestina – e che a partire dalla storia del violento conflitto a Monte Sole cercano di leggere le proprie esperienze personali.

IPS: Qual è il legame tra le vecchie battaglie e le sfide attuali come il razzismo e la xenofobia crescente, e cosa rimane oggi delle lotte del passato?

LS: Alcuni Siti della Coscienza si rivolgono al tempo stesso a temi che sono direttamente, o letteralmente, legati ai fatti del passato.

Il Lower East Side Tenement Museum conserva ancora gli appartamenti degli immigranti del diciannovesimo e ventesimo secolo a New York, e utilizza le loro storie quotidiane come catalizzatore per le “conversazioni informali”, dialoghi pubblici su come le esperienze dell’immigrazione possano essere più o meno simili tra il passato e il presente, e come poterle migliorare.

Altri siti affrontano temi che hanno assunto una forma completamente diversa. Ad esempio, la Scuola di Pace di Monte Sole non dà informazioni sugli eventi della Seconda guerra mondiale, ma aiuta ad analizzare i sistemi o le culture di fondo che hanno portato alle violenze perpetrate. Anche se è improbabile oggi in Italia la minaccia imminente di un massacro da parte di un qualche esercito d’occupazione, la Scuola di Pace utilizza la storia di Monte Sole per esaminare le culture di violenza o di intolleranza che si stanno sviluppando oggi e che potrebbero provocare episodi di violenza, o che li hanno già provocati, contro alcuni gruppi in particolare.

In entrambi questi contesti, il risentimento contro gli immigrati è in aumento. I siti offrono diversi modi per tracciare una connessione tra le lotte del passato e i problemi attuali; e poi ci poniamo continuamente delle sfide per capire dove questi problemi stanno assumendo nuove forme, e come possiamo risolverli. IPS: Quali sono le sfide che devono affrontare i Siti della Coscienza oggi?

LS: In alcuni contesti, la lotta specifica che un sito richiama alla memoria potrebbe sembrare risolta. Di fatto, molti governi e società decidono di commemorare la storia attraverso i siti proprio per suggerire che un certo problema è stato risolto e che non ha più bisogno di essere ricordato.

Per esempio, un visitatore di Villa Grimaldi – un ex centro di tortura e detenzione clandestino in Cile – potrebbe pensare che essendo oggi il Cile una democrazia, quel metodo ufficiale di repressione sia stato sradicato, e il problema dei diritti umani nel paese sia stato risolto.

Invece, la Corporacion Parque por la Paz Villa Grimaldi in Cile si serve della storia di questo sito per aiutare i giovani a capire meglio i diversi temi sui diritti umani che loro stessi devono affrontare oggi nelle scuole – come la xenofobia e il bullismo – e in che modo la cultura della violenza e della repressione possa svilupparsi.

Così, il sito aiuta i giovani a stabilire una connessione tra l’autoritarismo di stato, la repressione dei diritti umani, e il conflitto dei giorni nostri.

IPS:
Questa connessione è comunemente accettata?

LS: Anche se i siti ricevono spesso degli aiuti per preservare i loro edifici, o per raccontare le storie del passato, talvolta devono affrontare qualche opposizione al lavoro molto più difficile di aprire un dialogo sulle complessità e le contraddizioni della storia, e per aver rifiutato di relegare al passato i temi sui diritti umani, rifiutando di etichettarli come definitivamente risolti.

Invece, i Siti della Coscienza cercano di ispirare le nuove generazioni perché possano identificare i problemi della propria generazione e avere gli strumenti per affrontarli. IPS: Esiste una qualche forma di cooperazione tra i siti della memoria in Europa, o ci state lavorando?

LS: Siamo molto entusiasti che il nostro vertice internazionale di quest’anno metta insieme diversi luoghi della memoria in Europa.

La nostra speranza è che alla chiusura del summit, sotto la guida di Monte Sole, lanceremo il nostro primo progetto dei Siti della Coscienza europei. In questi giorni, i siti di tutta Europa stanno cercando di capire come intraprendere delle iniziative efficaci per risolvere le sfide specifiche e più urgenti dell’Europa oggi; come potersi sostenere l’uno con l’altro lavorando insieme di fronte a questi sfide, e come la Coalizione internazionale può sostenerli.

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fonte: http://ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1223

Cassandra Crossing/ La Rete non è gratis

Marco Calamari
Commenti

venerdì 20 giugno 2008

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Roma – No, tranquilli, non si tratta dell’ennesima spiegazione della differenza tra “Free as a beer” and “Free as in Freedom”, tanto cara al mai abbastanza lodato RMS ma di alcune considerazioni sugli effetti che la gratuità d’uso della Rete ha avuto e potrà probabilmente avere in futuro sull’evoluzione della Rete stessa.

Ai tempi di Milnet, Arpanet e NsfNet non esisteva il concetto di “uso” o di “accesso” della Rete; o si era dentro o si era fuori. Eri “dentro” se avevi la fortuna di lavorare in un’università o in un’azienda che aveva l’accesso.
Il “costo” della Rete veniva calcolato sulla base del costo dell’infrastruttura backbone, e ci si meravigliava che le aziende fossero disposte a regalare computer e banda a tutti, trovandone giustificazione nella creazione di un circolo virtuoso altrimenti irrealizzabile di cui tutti beneficiavano, e che era possibile solo perché sfuggiva ai controlli budgetari e dirigenziali.
https://i0.wp.com/museum.dyne.org/wp-content/uploads/2007/06/libreria1.jpg
In Italia nei primi anni 80 solo Olivetti, che metteva a disposizione Olivea (uno dei 12 host backbone di NsfNet), aveva un accesso per i suoi dipendenti; per quello che puo’ interessare ai miei 4 lettori essere in Rete nell’86 mi ha cambiato la vita molto più di una laurea, di un master o di una importante esperienza lavorativa.

Ma torniamo al tema di oggi. Il concetto di costo per l’accesso o l’uso della Rete inizia a formarsi, almeno in Italia, dagli anni 90, quando i primi venditori di accesso via modem (che poi hanno assunto la più roboante denominazione di Internet Service Provider) iniziarono a vendere costosi ma non troppo kit di accesso via modem e linea commutata. Molti abitanti della piccola Rete di allora (meno di 200.000 persone nel mondo, meno di 10.000 in Italia) si precipitarono a comprarne uno per soddisfare la propria “fame” di accesso privato e liberamente usabile alla Rete senza dover giocare a rimpiattino o comprare la benevolenza e la complicità degli amministratori di sistema. Io ero allora l’utente numero 8 del mitico provider fiorentino Dadanet.

Nasce così la categoria commerciale ed economica di “costo dell’accesso” alla Rete. Fu un momento di transizione che riuniva il meglio di due epoche; l’antica Rete di amici fidati sempre disposti ad aiutarsi uno con l’altro, amici solo per il fatto di essere in Rete, con la disponibilità di accessi privati, liberi da vincoli aziendali od universitari e relativamente economici.
Dopo poco da questa nuova via di accesso alla Rete, sono arrivate orde di troll, criminali, truffatori, psicopatici od ancora peggio semplici idioti, ma questa è un’altra storia… Non esistevano pero’ ancora “servizi” erogati tramite la Rete che avessero un valore d’uso identificabile e separabile dal resto; in Rete si cercavano e si scambiavano informazioni, senza il “pons asinorum” rappresentato dagli allora inesistenti motori di ricerca. Le informazioni venivano messe in Rete prevalentemente come attività volontaria, e con le stesse finalità virtuose venivano scambiate.

Poi sono nati i primi servizi commerciali in Rete. Appare la pubblicità che in presenza di un grande numero di utenti (ma forse ormai è meglio chiamarlo pubblico), diventa un business profittevole. Con il concetto di servizio erogato tramite la Rete appare il valore d’uso del servizio, che genera non un semplice e-commerce di beni materiali ma un ciclo economico fatto solo di bit e completamente contenuto e scambiato nella Rete stessa.

Accadono poi contemporaneamente due fatti apparentemente contraddittori. Da una parte la gente comincia ad essere disposta a pagare per avere accesso o per usare un servizio, una parte della Rete. Dall’altra alcuni ISP iniziano a distribuire accessi gratuiti, seppur inizialmente limitati, ed alcuni fornitori di servizi cominciano a regalarli sistematicamente.
Sono tutti impazziti? Ovviamente no. La pubblicità basta a pagare tutto? Non proprio; la faccenda non è così semplice, perché la Rete non è solo una televisione con più pulsanti.

Il motivo vero, noto ai più
ma spesso relegato in un angolo della coscienza, è che gli utenti di accessi e servizi gratuiti in realtà usano servizi a pagamento che non richiedono denaro ma un altro tipo di moneta di scambio fatta di informazioni personali.
Informazioni che sono ben più importanti e di valore del semplice “contatto” pubblicitario.
Informazioni che sono ben più importanti e pericolose perché permettono, una volta opportunamente distillate, di rivelare comportamenti ed abitudini ben più profondi ed intimi degli utenti di questo moderno Paese dei Balocchi di Pinocchio.
https://i1.wp.com/www2.warwick.ac.uk/fac/sci/psych/people/postgraduates/postgrads/cungemach/experiments/homer_computer.gif
Pinocchio, come è ben noto, dopo quella esperienza si trasformo’ in un asino ed ebbe seri problemi. Questo parallelo puo’ essere facilmente esteso alla maggioranza degli attuali utenti della Rete, che in un orgia di gratuiti divertimenti si sono trasformati da attori e creatori di valore in autentici asini capaci solo di ragliare e consumare prodotti commercialmente preconfezionati.

“I soliti discorsi retro’ di un vecchio brontolone” dirà certamente qualcuno dei miei affezionati critici sui Forum di PI. È certamente vero, ma questo non impedisce che contengano un’alta percentuale di verità.

C’è un’alternativa? Si, ma è difficile, l’opposto dell’andazzo appena descritto. È fatta ancora di persone che offrono informazioni e servizi a gratis e su base volontaria.
C’è pero’ una differenza importante; non ci sono più le aziende e le università che coprano i costi reali di infrastruttura e del tempo delle persone. È pur vero che questi costi si sono molto abbassati, ma continuano ad esistere e sono di ostacolo a chi magari il tempo sarebbe ben disposto a regalarlo ma con i pochi soldi deve “campare la famiglia”.

La morale? Semplicissima: la Rete non è gratis. Va pagata.

Si paga molto salata quando lo si fa con informazioni personali. Si paga vendendo la propria ed altrui privacy a prezzi stracciati, come dimostra il valore crescenti di aziende come Google o Acxis.
Si puo’ pero’ efficacemente pagarla anche sostenendo chi sulla Rete opera alla vecchia e cavalleresca maniera, e si contenta di pochi spiccioli per coprire le spese.
Percio’ affilate il vostro senso critico, od almeno i vostri sensi di colpa, e quando vedete quei piccoli form paypal, quei numeri di conti correnti o quegli indirizzi di casella postale che vi richiedono qualche soldo, utilizzateli.
Fatevene un punto d’onore, un’abitudine.
Sentitevi squallide merdacce profittatrici quando non lo fate.

Quando arrivate alla fine di una sessione proficua e soddisfacente di uso della Rete pensate se l’avete pagata, e come.
Sta anche a voi scegliere. Se vi contentate, continuate pure a bazzicare esclusivamente comunità digitali, oroscopi e Sudoku ed a pagare con pezzi del vostro Io digitale più intimo.
Altrimenti, se usate servizi diversi e più specializzati, guardatevi in fondo alle tasche e tirate fuori qualche spicciolo per dare il vostro contributo alla baracca. Possono essere informazioni o servizi se ne avete di valore, possono essere semplicemente i soldi di una suoneria o di una pizza se non siete particolarmente creativi od ispirati.

Non esistono cose come un pranzo gratuito. Non esiste una Fata Turchina che possa redimere gli asinelli anche se pentiti.
Ascoltate per una volta il grillo saggio, invece di prenderlo a martellate.

La Rete non è gratis, ed un un modo o nell’altro l’avete sempre pagata e continuerete a pagarla. Il modo che sceglierete in futuro potrà in parte guidarne l’evoluzione, e farla forse diventare qualcosa di migliore e di diverso rispetto al Paese dei Balocchi elettronico verso cui oggi sembra essere diretta.

Marco Calamari

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Tutte le release di Cassandra Crossing sono disponibili a questo indirizzo

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fonte: http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2327275

Le magie di Tremonti: inflazione programmata all’1,7%

m.fr.

Giulio Tremonti si dimostra una vecchia volpe. Dopo essersi paragonato a Robin Hood e aver spacciato come grande novità l’elemosina elargita ai pensionati tramite “Carta della povertà”, nel testo del Documento di programmazione economica e finanziaria (Dfef) ha inserito un dato palesemente irreale.Alla voce inflazione programmata infatti si legge: per l’anno in corso 1,7%. E addirittura si scande all’1,5% negli anni seguenti. Perché un così abnorme taglio rispetto al dato reale che ora viaggia oltre il 3%?

La risposta è semplice: è su quella cifra che dal 1993 (accordo sulla concertazione Ciampi-sindacati) che si basano gli aumenti salariali nei contratti di lavoro.

In un solo colpo dunque Tremonti risparmia soldi per il prossimo rinnovo del contratto degli Statali (la disponibilità a rinnovarli aveva già sorpreso i sindacati, ora se ne capisce il motivo) e ne fa risparmiare alle aziende. In più segue alla lettera i dettami della Banca centrale europea che chiede di evitare una spirale aumenti salariali- aumenti dell’inflazione.

I sindacati hanno già denunciato il trucco. Per Agostino Megale, neo segretario confederale della Cgil «il dato è inaccettabile, si tratta di un trucco per controllare la spesa sociale».

Mannaia sulla scuola Nel decreto legge che accompagna la manovra triennale di bilancio arrivano notizie nefaste per gli insegnanti, soprattutto per i precari. Vi si legge che entro il 2011 ci sarà un taglio di 100 mila insegnanti tra docenti di ruolo e supplenti. In più si prevede una riduzione di ben il 17% del personale tecnico ausiliario Ata (ovvero bidelli e amministrativi).

Si tratta di numeri da brividi soprattutto per chi era in attesa di essere assunto, come i 150 mila precari storici (fra insegnanti e Ata) che l’ex ministro della Pubblica istruzione Fioroni aveva deciso di stabilizzare.

Pubblicato il: 21.06.08
Modificato il: 21.06.08 alle ore 10.36

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76489

Rebecca, aggredita a Milano

Gruppo EveryOne: “Episodio di gravità inaudita. Necessaria condanna unanime di Istituzioni Nazionali ed Europee e seri provvedimenti contro la deriva razzista e xenofoba in Italia”

E´accaduto ieri mattina, 17 giugno, alle 8 a Milano. La famiglia Covaciu, romena di etnia Rom, già oggetto di continue peregrinazioni per l’Italia a seguito di vessazioni, minacce e sgomberi, stava uscendo dalla tenda in cui da diversi giorni si era stabilita, in un microinsediamento nella zona di Giambellino, quando è stata brutalmente aggredita da due italiani di età compresa fra i 35 e i 40 anni. Rebecca,12 anni, nota per essersi aggiudicata in Italia il Premio Unicef-Caffè Shakerato 2008 per le sue doti artistiche applicate all’intercultura, e il fratellino Ioni, 14 anni, sono stati prima spintonati e poi picchiati. I genitori, uno dei quali è Stelian Covaciu, pastore della Chiesa Pentecostale, che assieme al fratello maggiore di Rebecca erano accorsi per difendere i figli, sono stati ricoperti di insulti razzisti, minacciati, indotti a lasciare immediatamente l’Italia e subito dopo percossi. I Covaciu a quel punto sono fuggiti verso la stazione di San Cristoforo, in piazza Tirana, e accorgendosi di essere ancora seguiti hanno chiesto aiuto ai passanti. Nessuno è intervenuto. Mentre la famiglia si stava avviando verso il parco antistante la stazione, la signora Covaciu, cardiopatica,  è stata colta da un malore. Stellian Covaciu ha a quel punto contattato telefonicamente Roberto Malini del Gruppo EveryOne, che ha dato l’allarme facendo inviare sul posto una volante della Squadra Mobile di Milano e un’ambulanza. All’arrivo della Polizia, gli aggressori si sono dileguati. Prima ancora dell’aggressione, l´Unicef aveva manifestato indignazione per la vicenda della piccola Rebecca,simbolo di un’infanzia senza diritti.

Il Gruppo EveryOne era in procinto di organizzare il ritorno della famiglia in Romania per sottrarla all’ostilità che colpisce i Roma Milano.

“Questa nuova violenza contro le famiglie Rom è spaventosa e deve sollevare la protesta della società civile” commentano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. “Quello che è avvenuto a Rebecca e alla sua famiglia è sintomatico del clima, ormai fuori controllo nel nostro Paese, di odio e intolleranza nei confronti del popolo Rom. Purtroppo non si tratta affatto di un caso isolato, ma dell’ennesimo gravissimo episodio di violenza, ai danni di una famiglia innocente, che rimarrà impunito e annuncia tempi davvero oscuri per l´Italia.” Il Gruppo EveryOne ha recentemente denunciato l’aggressione a Rimini, avvenuta nell’indifferenza generale, di una ragazzina Rom incinta, presa a calci da un italiano mentre chiedeva l´elemosina. A Pesaro, qualche giorno fa, Thoma, il membro più anziano della locale comunità Rom, sofferente di un handicap a una gamba e  cardiopatico, è stato colpito al capo e umiliato in pieno centro storico. Nella stessa città, i parroci hanno recentemente vietato ai Rom di chiedere l’elemosina davanti alle chiese. Nei giorni precedenti all’aggressione della famiglia Covaciu, EveryOne ha ricevuto segnalazioni di numerosi episodi di violenza da parte di italiani nei confronti di persone di etnia Rom, soprattutto dei più deboli: bambini e donne. “L’attuale clima di discriminazione generale e l’atteggiamento ostile delle autorità,” continuano Malini, Pegoraro e Picciau “fanno sì che le persone aggredite non trovino più il coraggio di denunciare i loro aggressori. Inoltre, dichiarazioni come quelle del ministro dell´Interno Roberto Maroni, che predica la tolleranza zero contro i Rom,  la loro schedatura con foto segnaletiche e addirittura il prelievo del DNA, lo sgombero indiscriminato e senza alternative di campi di fortuna e insediamenti regolari, la sottrazione dei bambini Rom alle famiglie senza mezzi di sostentamento – proclami che sconcerterebbero qualunque esponente democratico di un Paese civile – finiscono per fomentare violenze e soprusi ai danni dei più indifesi”.

Insieme a EveryOne, anche Santino Spinelli, dell’Associazione Thèm Romano onlus, e il gruppo “Caffè Shakerato” di Genova, organizzazione per l’intercultura e il rispetto dei diritti dei bambini, esprimono la più viva preoccupazione per l’episodio, effetto ancora una volta dell’odio razziale che imperversa in Italia.

“E´necessaria una condanna unanime del mondo politico italiano e delle Istituzioni europee” concludono i leader del Gruppo “e sono ormai indispensabili provvedimenti seri contro chi viola i diritti umani e si fa portatore di violenze e discriminazioni di matrice xenofoba e razzista”.

Per ulteriori informazioni:

Gruppo EveryOne

Tel: (+ 39) 334-8429527 – (+ 39) 331-3585406

www.everyonegroup.com :: info@everyonegroup.com

Per saperne di più su Rebecca vi segnalo http://riconciliazione.wordpress.com/2008/06/20/cara-europa-appello-di-rebecca-covaciu-contro-la-persecuzione-dei-rom-in-italia/

da cui ho tratto le immagini (a parte la vignetta di Mauro Biani, che ovviamente è sua).

Interessanti anche http://afroitaliani.splinder.com/tag/roma

e http://coopofficina.splinder.com/post/16942470