Archivio | giugno 23, 2008

Giappone, Norvegia e Islanda: «Le balene affamano i poveri»

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ROMA (22 giugno) – Balene sotto processo al 60esimo meeting della Commisione baleniera internazionale (Iwc) che si aprirà lunedì in Cile, a Santiago. I giganti buoni sono accusati da Giappone, Norvegia e Islanda di rubare cibo ai paesi poveri. Per Massimiliano Rocco, responsabile del programma Traffic e specie del Wwf Italia, le accuse dei tre paesi sono un’assurdità usata per «giustificare la loro caccia alle balene e per sviare l’attenzione dal vero problema, quello della pesca che sta letteralmente ripulendo i mari, provocando un calo preoccupante di specie come tonni, merluzzi e salmoni». Per smenitre le accuse secondo le quali le balene sono responsabili del calo delle risorse ittiche nei mari la “difesa” presentrà lo studio scientifico Who’s eating all the fish? (Chi sta mangiando tutto il pesce?) «dimostrando – spiega Rocco – come oltre il 60% del pesce pescato nei paesi poveri non rimanga nei mercati locali ma finisca in quelli europei, giapponesi, nord-americani e cinesi». La vera causa della scarsità delle risorse ittiche è «l’overfishing, cioè l’eccessivo sfruttamento delle risorse attraverso la pesca». Wwf, Lenfest Ocean Programme e Humane Society International presenteranno i dati preliminari di uno studio sull’interazione tra le balene e la pesca commerciale lungo le coste nord-occidentali dell’Africa, a dimostrazione di come non ci sia alcuna competizione tra uomini e cetacei.

L’Italia nel summit al quale partecipano 80 paesi sarà rappresentata da una delegazione mista costituita da esperti dell‘Icram (l’istituto per la ricerca sul mare), del ministero dell’Ambiente e delle Politiche agricole. «Ci auguriamo – conclude Rocco – che i nostri rappresentanti si schierino in maniera decisa per imporre la linea di conservazione in difesa delle balene, che soffrono sia per la carenza di pesce che per la caccia intensiva che hanno subito negli anni passati. E in particolare che facciano ragionare i delegati giapponesi, che da anni giustificano la loro caccia alle balene con presunti scopi scientifici».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=26397&sez=HOME_PIACERI

PIU’ PICCOLO, PIU’ PRODUTTIVO

DI GEORGE MONBIOT
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I semplici contadini ci offrono l’occasione migliore per sfamare il mondo. Perché non considerarli dunque?

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Vi invito a sedervi prima di cominciare a leggere. Robert Mugabe ha ragione. Al vertice mondiale della FAO sull’alimentazione della scorsa settimana era stato l’unico leader a parlare dell’importanza…della terra nella produzione agricola e nel controllo dell’alimentazione. “Gli altri Paesi dovrebbero seguire la direzione dello Zimbabwe verso la democratizzazione della proprietà.”, ha affermato.

Ovviamente il vecchio disgraziato ha fatto esattamente il contrario. Ha spodestato i suoi avversari e dato terre ai suoi sostenitori. Non è riuscito a mantenere i nuovi accordi né con finanziamenti né con conoscenze tecniche, portando al crollo dell’agricoltura nello Zimbabwe. Il Paese aveva un disperato bisogno di una riforma agricola quando Mugabe divenne presidente. E ancora oggi si trova nella stessa situazione.

Nella teoria il presidente non sbaglia. Sebbene i governi del mondo benestante non vi presteranno ascolto, la questione se il mondo verrà sfamato o meno dipende in parte dalla funzione della proprietà. Questo riflette una scoperta inaspettata. Dapprima, nel 1962, ad opera dell’economista premio Nobel Amartya Sen; successivamente confermata da dozzine di ulteriori studi. Esiste una relazione inversamente proporzionale tra la grandezza del podere e la quantità di raccolto prodotta per ettaro. Più piccola è l’azienda maggiore è il prodotto.

In alcuni casi la differenza è enorme. Un recente studio sull’agricoltura in Turchia, per esempio, ha portato alla scoperta che aziende più piccole di un ettaro sono venti volte più produttive di aziende grandi più di dieci ettari. L’osservazione di Sen è stata verificata in India, Pakistan, Malesia, Tailandia, a Java, nelle Filippine, in Brasile, Colombia e Paraguay. Ciò sembra essere valido quasi ovunque.

Queste scoperte sarebbero sorprendenti in ogni industria qualora si decidesse di associare il rendimento al salario. In agricoltura ciò sembra particolarmente anomalo perché i piccoli produttori sono meno propensi a possedere macchinari, ad avere capitale o accesso al credito e ancor meno a conoscere le ultime tecniche produttive.

Le polemiche sul perché dell’esistenza di questo tipo di relazione sono numerose. Alcuni ricercatori sostengono che si tratti del risultato di un artificio statistico: terreni fertili sostentano popolazioni più ampie rispetto a terre aride, perciò le dimensioni dell’azienda agricola potrebbero essere il risultato della produttività, piuttosto che il contrario. Successivi studi, però, hanno mostrato come la relazione inversamente proporzionale permanga in un’area di terra fertile. Inoltre, funziona anche in Paesi come il Brasile dove le aziende più grandi si sono impadronite delle terre migliori.

La spiegazione più plausibile è che le piccole aziende usino meno manodopera per ettaro rispetto alle grandi aziende agricole. La loro forza lavoro è costituita in prevalenza da membri delle stesse famiglie, ciò significa che il costo del lavoro risulta molto più basso delle grandi aziende, non dovendo spendere soldi per assumere e dirigere i lavoratori, mentre la qualità del lavoro è più alta. Con più lavoro gli agricoltori possono coltivare il loro terreno in modo più intensivo: spendono più tempo a terrazzare e costruire sistemi di irrigazione; seminano nuovamente subito dopo il raccolto; possono coltivare diversi tipi di piantagione nello stesso campo.

Nei primi giorni della Rivoluzione Verde, questa relazione sembrava andare in senso opposto: le aziende più grandi, con accesso al credito, potevano investire in nuove varietà e incrementare la produzione. Nel momento in cui queste nuove varietà si sono diffuse tra le aziende più piccole, la relazione indiretta si è imposta nuovamente. Se i governi mostrassero serietà nei confronti della questione della fame nel mondo, dovrebbero dividere i grandi possedimenti terrieri, ridistribuirli ai poveri e concentrare le loro ricerche e finanziamenti in favore delle piccole aziende.

Ci sono mille altre ragioni per difendere i piccoli coltivatori nei paesi poveri. I miracoli economici nella Corea del Sud, in Taiwan e Giappone nascono proprio dai programmi di riforma agricola. I contadini utilizzarono il denaro guadagnato per metter su piccole aziende. La stessa cosa sembra essere accaduta in Cina, anche se ritardata per 40 anni dalla collettivizzazione e dal Great Leap Backwards (Grande Salto all’Indietro): i benefici economici della re-distribuzione che iniziò nel 1949 non si avvertirono fino all’inizio degli anni ‘80. Lo sviluppo basato su piccole aziende tende ad essere più equo della crescita ad opera di industrie a capitale intensivo. Sebbene la loro terra venga usata in modo intensivo, l’impatto ecologico mondiale delle piccole fattorie di campagna è inferiore. Quando le piccole aziende vengono acquisite dalle grandi, i lavoratori rimpiazzati si spostano in terre nuove per cercare di sbarcare il lunario. Una volta ho seguito personalmente dei contadini spossessati dallo stato brasiliano di Maranhao per 2000 miglia attraverso il Rio delle Amazzoni fino alla terra degli indiani Yanomami e poi li ho visti fare a pezzi tutto.

Il pregiudizio contro i piccoli coltivatori è fortemente ancorato e dà origine al più bizzarro insulto della lingua inglese: se si definisce qualcuno “peasant” (contadino/zoticone), lo si accusa di essere autonomo e produttivo. I contadini sono detestati tanto dai capitalisti quanto dai comunisti. Entrambi hanno tentato di impadronirsi delle loro terre e hanno grandi interessi in gioco ad avvilirli e demonizzarli. Nel suo rapporto sulla Turchia, Paese le cui piccole aziende agricole sono 20 volte più produttive delle grandi, L’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura dell’ONU dichiara che per effetto delle piccole proprietà terriere, “il prodotto dell’azienda agricola…rimane basso”. L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) afferma che “porre fine alla suddivisione delle terre” in Turchia “e unificare le terre ad alta frammentazione è indispensabile per aumentare la produttività agricola”. Nessuna delle due organizzazioni fornisce prove a sostegno. Una classe operaia mezza affamata e senza radici si adatta molto bene alle esigenze di capitale.

Al pari di Mugabe, i Paesi donatori e le grandi istituzioni internazionali richiedono ad alta voce che le piccole aziende agricole vengano sostenute, mentre tranquillamente le fregano a poco a poco. Il summit sull’alimentazione della scorsa settimana è stato concorde nel dichiarare di voler “aiutare i contadini, soprattutto i produttori su piccola scala, ad aumentare la produzione e integrarsi nei mercati locali, regionali e internazionali”. Ma quando, in precedenza quest’anno, l’International Assessment of Agricultural Knowledge propose risorse finanziarie per attuare proprio questo, gli Stati Uniti, l’Australia e il Canada rifiutarono di approvarle ritenendole un reato per la grande industria, mentre il Regno Unito resta l’unico Paese che non rivelerà se appoggia lo studio o meno.

La grande industria sta uccidendo
le piccole aziende agricole. Estendendo i diritti di proprietà intellettuale a tutti gli aspetti della produzione; sviluppando piante che o non si producono in modo genuino o addirittura non si riproducono del tutto, la grande industria si assicura che solo coloro che hanno accesso al capitale possano coltivare. Nel momento in cui la stessa conquista entrambi i mercati, all’ingrosso e al minuto, cerca di ridurre i propri costi di transazione entrando in contatto solo coi maggiori venditori. Se pensate che nel Regno Unito i supermercati stiano dando filo da torcere, dovreste vedere cosa stanno facendo ai coltivatori nel mondo povero. Nel momento in cui i Paesi industrializzati spazzano via i mercati cittadini e le bancarelle dei venditori ambulanti e li rimpiazzano con grandi magazzini e luccicanti centri commerciali, gli agricoltori più produttivi perdono i loro clienti e sono costretti alla svendita. Le nazioni ricche sostengono questo processo chiedendo accesso alle loro imprese. I sussidi all’agricoltura aiutano ancora le loro grandi aziende agricole a competere ingiustamente con i piccoli produttori del mondo povero.

Tutto ciò porta ad un’interessante conclusione. Per molti anni, liberali ben intenzionati hanno sostenuto il movimento per il commercio equo e solidale per i benefici che apporta direttamente a chi vende. La struttura del mercato alimentare mondiale, però, sta cambiando in modo così rapido che il commercio equo e solidale sta diventando uno dei pochi mezzi attraverso il quale le piccole aziende agricole di nazioni povere riescono a sopravvivere. Il passaggio dalle piccole alle grandi aziende causerà una diminuzione nella produzione mondiale, proprio quando le provviste alimentari si fanno scarse. Attualmente il commercio equo e solidale potrebbe essere necessario non solo come mezzo di re-distribuzione delle entrate ma anche per sfamare il mondo intero.

George Monbiot

Fonte: /www.monbiot.com
Link: http://www.monbiot.com/archives/2008/06/10/small-is-bountiful/
10.06.08

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di MARI

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fonte: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=4752

VALANGA RIFIUTI: non solo Campania..

Non solo Napoli e la Campania. L’emergenza spazzatura ormai travolge anche Sicilia e Calabria. Le aziende incaricate dello smaltimento finiscono sotto accusa. Mentre cresce l’allarme per le infiltrazioni mafiose

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di Giuseppe Lo Bianco

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La discarica di Bellolampo a Palermo
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L’onda della spazzatura non si ferma a Eboli. In Campania la crisi prosegue ininterrotta da Natale e solo il maltempo impedisce che si trasformi in dramma. Il caos però si insinua più in giù lungo la Penisola, verso la Calabria e la Sicilia. Una piena di sacchetti che rischia di fare breccia nella stessa falla: i consorzi incaricati della raccolta. Nelle due regioni non ci sono problemi di discariche ma tanti guai nelle società che devono gestire lo smaltimento e che rischiano di trasformarsi in una catastrofe per i bilanci dei comuni, chiamati ad accollarsi debiti e crisi. La Corte dei Conti ha appena definito gli enti siciliani strumenti di “governance di scelte politiche” che “sommano sia i difetti del pubblico sia i difetti del privato”. Nel mirino la gestione clientelare dei partiti. E l’infiltrazione mafiosa diventa concreta nelle indagini condotte in Calabria.

Abisso Campania Nonostante gli annunci la situazione peggiora sempre più a Napoli e, soprattutto, in provincia. Non si contano più le tonnellate di rifiuti, ma i metri lineari che invadono le strade o quelli che si inerpicano fin sotto i balconi dei palazzoni di periferia. Lungo via Nazionale delle Puglie, che da Poggioreale alla periferia di Napoli attraversa una decina di comuni fino a Nola, lo spartitraffico tra le due corsie di marcia è ormai fatto di sacchetti. A Ercolano, il sindaco Nino Daniele ha chiesto l’aiuto del capo dello Stato: “Il Parco del Vesuvio rischia il collasso e le presenze dei turisti negli scavi archeologici sono crollate”. E anche con l’apertura delle discariche sono in molti a temere che non tornerà l’ordine. Perché il vero problema è la raccolta straordinaria. Gli uomini e i mezzi dell’esercito da soli non bastano a ripulire le città dalla monnezza ammassata, almeno prima che il caldo renda l’aria irrespirabile. Servirebbero rinforzi per svuotare gli stoccaggi temporanei e azzerare la marea nera. Per ora, l’unica certezza è che a Napoli arriveranno nei prossimi giorni un migliaio di volontari della Protezione civile per avviare il porta a porta della raccolta differenziata. Mentre sono già sbarcati squadre speciali di vigili del fuoco per rafforzare le misure di controllo sui rifiuti che vanno in discarica. Ora è lo Iodio 131 il nemico da battere. È saltato fuori tre volte in una settimana. Prima ad Amburgo, dove finiscono i treni che portano i rifiuti nel cuore d’Europa. Poi a Marcianise, su un treno in partenza. Infine a Savignano Irpino, proprio nella prima delle discariche inaugurate dopo mesi e che dovrebbe contribuire a portare la Campania fuori dall’emergenza.

In attesa che si avvii anche quella di Sant’Arcangelo a Trimonte, nel Beneventano, resta solo da annunciare formalmente il via libera per Chiaiano. Aprirà, perché ormai è un simbolo, anche se funzionerà a scartamento ridotto. Non sembrano esserci problemi eccessivi, tranne i costi per la messa a norma di un sito ‘osservato speciale’ da gestire con oculatezza. L’imperativo è: avanti adagio. Così, rispetto al progetto originario, a Chiaiano finirà poco più della metà dei rifiuti previsti: 400 delle 700 tonnellate annunciate. Ma è il ritrovamento di quei rifiuti speciali ospedalieri a preoccupare. C’è chi grida addirittura al complotto o alla messinscena. I meno preoccupati sembrano gli esperti di Bertolaso. A segnalare la presenza di quei rifiuti provenienti da qualche laboratorio di radiologia, infatti, erano stati proprio gli uomini della task force del generale Giannini. Segno, è il ragionamento, che ora c’è chi controlla e i cittadini possono fidarsi.

Sos Sicilia A Enna è allarme sanitario, certificato dal dipartimento di igiene in una nota inviata al sindaco Rino Agnello: i netturbini sono senza stipendio da tre mesi e molti cucinano con un fornellino da campeggio, visto che l’azienda del gas ha tagliato la fornitura della mensa per morosità. Così, aggrediti dal caldo e ormai in putrefazione i sacchetti ricolmi di immondizia stazionano ovunque, ai bordi delle strade di Enna bassa, in mezzo alle viuzze del centro storico, a tracimare dai cassonetti strapieni per 11 giorni. A Palermo la Procura ha dovuto aprire un’inchiesta, l’ennesima, sull’azienda di raccolta dei rifiuti: gli ‘operatori ecologici’ hanno incrociato le braccia nelle ore di straordinario, ma il risultato è stato lo stesso: in una notte sono stati incendiati venti cassonetti e l’immondizia circonda il Palazzo di giustizia, l’ospedale Civico, le strade a ridosso via Libertà, il salotto del capoluogo siciliano. “Vogliamo chiarire come sia possibile che sottraendo solo il tempo degli straordinari la situazione possa degenerare in modo così imponente”, ha detto il procuratore Francesco Messineo .

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Manifestazione di protesta a Chiaiano

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Enna e la sua provincia, da Piazza Armerina ad Assoro, sono diventati il simbolo dell’emergenza rifiuti, prevedibile fin dall’inverno scorso per il caos gestionale in cui navigano gli Ato, i consorzi per la raccolta e lo smaltimento ormai alla bancarotta, certificata anche dal ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo: “La questione rifiuti ad Enna ha assunto contorni preoccupanti. Gli Ato si sono rivelati una fabbrica di poltrone e di posti assolutamente inadeguati sul piano gestionale”. I comuni non pagano il servizio e a Enna operai e amministrativi sono senza stipendio da tre mesi. Qui, dove la raccolta differenziata raggiunge percentuali infinitesimali, il primo Ato sorto in Sicilia conta ben 660 dipendenti, dei quali 120 amministrativi, e ha fatto lievitare le bollette del 300 per cento per le utenze domestiche e fino al 500-600 per quelle industriali. Risultato: nessuno paga più, e il contenzioso ha dato ragione ai cittadini inferociti, che in larga parte non versano più la tassa dal 2003.

Il buco nero Sotto accusa il primo consiglio di amministrazione dell’Ato, che con i suoi 70 milioni di debiti assorbe un quarto del buco di tutti e 27 gli Ambiti Territoriali preposti alla raccolta in Sicilia, sette membri indagati per 101 assunzioni ritenute di favore, per reati societari e contabili nella costituzione del rapporto con i comuni. A presiederlo Serafino Cucuzza, vicino al Pd, “adesso premiato con la presidenza dell’Ato idrico”, dice ironicamente Ilaria De Simone, animatrice di Assoutenti. Anche la Corte dei conti ha condannato gli Ato senza appello: i camion e i mezzi sono vecchi e insufficienti, le discariche poche e non autorizzate, la prestazione massima di spazzamento dei netturbini (2,5 km lineari), appare “decisamente bassa”. Sarà per questo che il neo governatore siciliano Raffaele Lombardo tra i suoi primi atti di governo ha firmato il decreto che prevede la riduzione degli Ato da 27 a 10, ovvero uno per provincia con l’aggiunta di un decimo per le isole minori. Entro ottobre dovranno costituirsi i nuovi consorzi ed entro il 31 dicembre le 27 attuali società dovranno essere liquidate e i debiti accollati dai Comuni. Una mazzata per le amministrazioni, costrette ad assorbire i buchi di bilancio che pregiudicano il pagamento delle buste paga.

Raccolta al rallentatore Senza stipendi sono infatti da mesi anche i dipendenti di MessinaAmbiente, la società su cui indaga la Procura per i suoi rapporti con l’Ato3 dopo gli episodi di guerriglia urbana delle scorse settimane, quando vennero bruciate decine di cassonetti. E scioperi all’orizzonte si profilano anche a Ragusa, dove gli operai della Icom di Vittoria da un mese senza stipendio hanno scelto per ora il ‘lavoro al rallentatore’. Ma la magistratura contabile va oltre e si chiede perché esistano Ato come quello di Palermo “atteso che il servizio continua ad essere organizzato e svolto dalla precedente azienda municipalizzata Amia”, anch’essa sull’orlo della bancarotta, con un buco che sfiora i 95 milioni e che cresce, secondo i contabili del Comune, di 3 milioni al mese. Voragine che non ha impedito al presidente Enzo Galioto, coordinatore provinciale di Forza Italia di riconoscere un premio di 356 mila euro diviso tra 28 dirigenti dell’Amia per aver raggiunto non meglio precisati ‘obiettivi qualitativi’ nella gestione dell’azienda.

Bidoni calibro nove Dieci anni di commissariamento e oltre mezzo miliardo di euro in investimenti: ma ora la gestione dei rifiuti in Calabria, almeno dal punto di vista amministrativo, sta uscendo dall’emergenza. Il rapporto Ecomafia di Legambiente mostra una situazione pericolosa: è al secondo posto nella classifica di reati ambientali, subito dopo la Campania. Il poco invidiabile primato è dovuto a 4.141 infrazioni accertate, 816 sequestri, pari al 13,7 per cento dei delitti ambientali commessi in Italia. La fine dell’era commissariale riapre il nodo irrisolto dell’affaire rifiuti in Calabria: le società miste della raccolta, che anche qui hanno generato debiti su debiti. Anche perché non è mai stata convocata la commissione tecnica regionale che avrebbe dovuto monitorare il loro operato. Con il risultato che la maggioranza societaria detenuta dai comuni è diventata pressoché inutile, lasciando mano libera ai privati. L’elenco delle società miste finite sul lastrico e mandate in liquidazione è già lungo.

La regione è divisa in due macrosistemi, ma da Reggio a Catanzaro, il problema è sempre lo stesso: le società miste. Parecchie zone d’ombra, poi, si addensano sulle possibili infiltrazioni mafiose. Nella mani degli inquirenti le tracce, più o meno evidenti, degli interessi mafiosi nella gestione del business spazzatura. Le inchieste, sia a Catanzaro che a Reggio, vanno avanti da un paio d’anni, ma hanno subito una rapida accelerazione con la cattura di Pasquale Condello, superlatitante della ‘ndrangheta preso lo scorso febbraio dagli uomini del Ros. I ‘pizzini’ di Condello offrono uno spaccato dell’infiltrazione della mafia nella pubblica amministrazione. E dell’interesse delle cosche calabresi per il ciclo dei rifiuti. Raccomandazioni, consigli e indicazioni riferibili alla Leonia, la società pubblico privata che gestisce la raccolta a Reggio, sono ora nelle mani della Dda. Proprio la Leonia era finita nel mirino degli investigatori già lo scorso anno, nella maxi-inchiesta contro le cosche del reggino, che portò a un mandato di cattura, con l’accusa di concorso esterno per associazione mafiosa, per un consigliere comunale di An, l’ex poliziotto Massimo Labate.

Il politico ricopriva anche l’incarico di presidente della commissione tecnica di controllo della Leonia per conto dell’amministrazione comunale. Più che di conflitto d’interessi, una convergenza vera e propria. Tanto che nell’ordinanza di custodia cautelare, il gip Concettina Garraffa sottolineava il possibile interesse di Labate per favorire l’assunzione di alcune persone segnalate dalla cosca Libri. Sempre la Leonia è al centro di episodi di cronaca avvolti nel più totale mistero. “Qui succedono cose che non ho visto neanche a Palermo, con assalti armati ai camion dei rifiuti”, sottolinea il capo della squadra mobile di Reggio, Renato Cortese. L’uomo che catturò Bernardo Provenzano: “Aspettiamo i risultati delle indagini in corso, ma qui per il controllo dei rifiuti si spara”. E chi muore spesso viene dimenticato. Come Alessandro Abruzzese. Con i colleghi della cooperativa Rom 95 si occupava della raccolta differenziata porta a porta. Il loro lavoro dava fastidio: erano riusciti a ottenere immobili requisiti alle cosche. Abruzzese è stato ucciso a colpi di pistola mentre si recava al lavoro. Dimenticato in un silenzio assordante.

ha collaborato Claudio Pappaianni

23 giugno 2008

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Aspettando il commissario

In Calabria potrebbero essere commissariate sei aziende miste, metà pubbliche e metà private, impegnate nella raccolta e nello smaltimento a Cosenza, Catanzaro, Crotone e in oltre cento comuni. Sei società per azioni (Akros, Ambiente & Servizi, Sibaritide, Alto Tirreno Cosentino, Appennino Paolano, Schillacium) in cui la parte privata è, in larga misura, rappresentata da due società dei fratelli Raffaele e …

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Emergenza Toscana

Il conto alla rovescia per la Toscana è già cominciato: entro tre anni la capacità delle discariche comincerà a segnare il limite. E di termovalorizzatori ancora non si vede traccia: si prevede che il primo apra dopo il 2012. Il che delinea scenari di crisi all’orizzonte. La scadenza può apparire lontana, ma in realtà i problemi possono materializzarsi anche prima. …

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Arriva il caldo e la munnezza comincia a fare paura

https://i2.wp.com/www.repubblica.it/2007/05/sezioni/cronaca/rifiuti/allarme-confindustria-sicilia/sian_10649648_15010.jpg

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Eppure il problema dello smaltimento dei rifiuti urbani di Napoli è solo il sintomo di una malattia ben più grave, che uccide le persone e distrugge l’economia della Regione. Insomma, se la spazzatura resta in strada, non sarà perché le discariche sono piene di rifiuti tossici? L’abbiamo chiesto a Gianfranco Amendola

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Non c’è dubbio. Il vero problema non è quello dei rifiuti urbani quanto il fatto che devono essere inseriti in un contesto già saturo di rifiuti industriali in buona parte pericolosi e messi lì illegalmente. Il vero pericolo, come ben sa la popolazione che protesta, è dovuto al precedente interramento di tutti questi rifiuti, non a quello che sta succedendo adesso. Quindi, oggettivamente, la responsabilità è di tutti coloro che in questi anni hanno permesso che rifiuti pericolosi provenienti in buona parte dal Nord fossero interrati in questi territori. Come è stato possibile? Prima di tutto, più vai verso Sud e meno controlli ci sono. E non si tratta solo di controlli di polizia ma soprattutto di controlli tecnici. Il traffico si basa sulla falsificazione delle bolle di accompagno: i rifiuti industriali vengono declassati da pericolosi a non pericolosi, poi assimilati agli urbani e alla fine addirittura cancellati.

Non basterebbe controllare che la fabbrica abbia sistemi di smaltimento?

La maggior parte degli impianti affida i residui industriali ad altre imprese che dovrebbero prelevarli e portarli in un luogo autorizzato. La verità è che proprio in questo tragitto, dalla fabbrica fino al luogo di smaltimento, questi rifiuti cambiano faccia, cambiano colore e si perdono. Secondo la Commissione parlamentare sull’ecomafia almeno il 30% dei rifiuti industriali prodotti sparisce nel nulla. C’è una responsabilità oggettiva legata alla debolezza delle istituzioni deputate alle analisi, mi riferisco in particolare alle Agenzie regionali per l’ambiente che sono quasi sempre talmente sguarnite di personale e di fondi – a volte non ci sono nemmeno i soldi per comprare i reagenti – che alla fine di analisi ne vengono fatte poche. Allora bisogna fidarsi delle analisi che portano i diretti interessati, e senza nemmeno la possibilità di verificarle.

La rete dei controlli dunque è estremamente debole, cosa che inevitabilmente rimanda alla politica…

Da vent’anni l’Italia si distingue per i tentativi di sottrarre i rifiuti industriali dalla normativa europea sui rifiuti cambiandogli semplicemente nome. Per l’Unione Europea il rifiuto è qualunque sostanza o oggetto di cui il detentore si disfi, abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi. L’Italia però ha sempre interpretato questo nel senso che, se un rifiuto può essere in qualche modo riutilizzato, non è un rifiuto. Ed è proprio perseguendo questa strategia che ci siamo guadagnati il primato europeo delle condanne in questo settore.

Vuol dire che si è cercato di risolvere il problema degli scarti di derivazione industriale semplicemente cambiandogli nome?

Esatto. Il governo Ciampi fece passare due decreti legge con i quali, per incentivare l’economia nazionale, ribattezzò come “residui” i rifiuti recuperabili, e stabilì che se erano quotati in borsa – in qualunque borsa – non erano più rifiuti. Con questa mossa buona parte dei rifiuti venne esentata dal rispetto della normativa. Per anni questi rifiuti hanno viaggiato come volevano e senza alcuna possibilità di monitorarne la destinazione, fino alla condanna della Corte di giustizia europea. Nel ’97, con il decreto Ronchi, ci stavamo mettendo in regola ma nel 2000 i Ds hanno proposto il “Ronchi quater” che è stato sottoscritto da tutti i partiti, tranne Rifondazione e i verdi. Il Ronchi quater venne bloccato appena la Corte di Giustizia decretò che gli stati membri non possono modificare la nozione di rifiuto come si proponeva il disegno di legge che si prefiggeva, già nel titolo, di adottare “un’interpretazione autentica della definizione di rifiuto”. L’obiettivo era sempre lo stesso: modificare la definizione in modo che tutta una serie di rifiuti non fossero destinati alle operazioni codificate di smaltimento o di recupero stabilite dalla legge comunitaria. La sentenza della Corte di giustizia bloccò il disegno fino al 2002 quando, con il primo governo Berlusconi, viene riproposto con un decreto che, fra l’altro, metteva nella categoria dei “non-rifiuti” anche i rottami ferrosi.

Per quale motivo?

C’era il problema dei carri ferroviari dell’Est da smaltire nelle acciaierie del Nord-Est italiano, che ovviamente erano rifiuti a tutti gli effetti. Ma se sono rifiuti devono essere smaltiti dalle acciaierie come rifiuti, rispettando cioè, per le emissioni, i valori previsti per gli inceneritori. Nulla vieta di recuperare un rottame ferroso in acciaieria, però a quel punto l’acciaieria non può attenersi ai valori previsti per l’utilizzo della materia prima vergine ma deve rispettare valori più stringenti con una spesa molto maggiore. Il problema, come venne scritto allora, erano i soliti cattivi magistrati che stavano creando un grave problema all’economia italiana perché si ostinavano a considerare rifiuti dei rottami ferrosi, creando oneri eccessivi per la nostra industria. Così Berlusconi riprese il disegno di legge bocciato dalla Corte europea e lo trasformò in legge mettendoci anche i rottami ferrosi e ottenendo così una nuova condanna. Nel 2008 il governo uscente è riuscito a fare approvare un decreto correttivo ma siamo ancora in una situazione di stallo. Vorrei mettere in evidenza l’aspetto paradossale della situazione: negli ultimi anni siamo andati avanti coniando nuove definizioni – “interpretazione autentica”, “materie prime secondarie” o “sottoprodotti” – consentendo che molti rifiuti che per l’Europa sono rifiuti industriali veri e propri, a volte anche pericolosi, viaggiassero per l’Italia senza alcun controllo.

Praticamente sono state costruite delle autostrade normative per facilitare il traffico…

Esatto. Nel nostro paese non sono considerate rifiuti nemmeno le ceneri di ipirite o le terre da scavo, anche contaminate, probabilmente per salvare quelli che hanno fatto l’alta velocità. In pratica sono state escluse dalla disciplina anche alcune tipologie di rifiuti considerate pericolose, cosa che ha comportato nuove condanne della Corte europea. Ma come si fa ad avere una rete di controlli efficiente se ogni giorno cambia la normativa?

Come se ne esce?

Prima di tutto dovremmo rientrare nei parametri europei ma, sia il governo che il Partito democratico, sembrano puntare in tutt’altra direzione. Si sostiene che la gerarchia dei rifiuti proposta a livello europeo non è più valida e che ormai il recupero come materia, ovvero il riciclaggio, è da equiparare al recupero energetico, cioè ai termovalorizzatori. Non è affatto vero. L’8 aprile in Commissione ambiente il Parlamento europeo ha ribadito la sua gerarchia: prima di fare i termovalorizzatori bisogna fare il recupero come materia, cioè il riciclaggio. Invece, grazie anche all’emergenza di Napoli, si continua a impostare la politica sui rifiuti soltanto su discariche e inceneritori saltando i primi due gradini che sono i più importanti cioè la riduzione dei rifiuti alla fonte e il riciclaggio.

Riduzione ovvero blocco degli imballaggi…

Certo, come hanno fatto in Germania. E bloccare subito la vendita dei vuoti a perdere vista l’emergenza. Ma chi ha la forza di proporre una cosa del genere? Da anni buona parte della nostra classe politica si batte trasversalmente per sottrarsi agli obblighi della normativa europea, senza rendersi conto – almeno lo spero – che così facendo hanno consentito che moltissimi rifiuti industriali fossero illecitamente smaltiti come non-rifiuti in varie parti d’Italia. E’ questa la vera emergenza.

Sabina Morandi
Fonte: http://www.liberazione.it/
28.05.08

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fonte: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=10475

Caldo: allarme rosso da domani in otto città

Roma | 23 giugno 2008

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Bere piu' di due litri d'acqua

Bere piu’ di due litri d’acqua
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Il caldo continua a non dar tregua e per otto città italiane scatta l’allarme rosso di “livello 3”. Da domani a Bolzano, Verona e Brescia e da dopodomani a Bologna, Firenze, Perugia, Rieti e Roma, la protezione civile prevede una “ondata di calore” con condizioni meteorologiche a rischio che persisteranno per tre o più giorni consecutivi. Le temperature massime percepite arriveranno a 37 gradi.

Le raccomandazioni sono le solite: evitare di uscire nelle ore più calde della giornata e bere molta acqua, almeno due litri al giorno, mangiare molta frutta fresca (sono consigliati agrumi, fragole, meloni) e verdure colorate come peperoni e pomodori. Sconsigliate le abbuffate: molto meglio pasti leggeri e frequenti. Soprattutto gli anziani, avverte il Ministero della Salute, dovrebbero bere anche se non ne sentono il bisogno, previlegiando l’acqua del rubinetto, che ha le caratteristiche chimico-fisiche ideali per compensare le perdite dovute al sudore.

Quanto all’abbigliamento, è bene evitare  fibre sintetiche e tessuti aderenti, l’ideale sono abiti leggeri di cotone o lino.

Se l’ondata di caldo sottopone tutti al rischio di crampi, svenimenti, gonfiori, colpi di calore, meritano però particolare attenzione le categorie a rischio: gli anziani, i bambini e le persone che soffrono di determinate patologie. Agli anziani si raccomanda di tenere a portata di mano una lista di numeri di persone da chiamare in caso di necessità; per i bambini, il consiglio è di limitare l’attività fisica ed evitare dalle 11 alle 18 le aree verdi, dove si registrano alti valori di ozono; ipertesi e cardiopatici devono evitare di passare da sdraiati a seduti o in piedi troppo rapidamente, perchè il passaggio brusco potrebbe causare perdita di coscienza; i diabetici, a rischio disidratazione, devono bere bevande zuccherate e succhi di frutta. Attenzione anche ai pazienti con insufficienza renale e ai dializzati.

I sintomi da tenere d’occhio sono gli stessi per tutti: mal di testa, vertigini, nausea e vomito, debolezza, cute pallida, polso debole, temperatura elevata. In questo caso, occorre far stendere la persona con le gambe sollevate, rinfrescarla con un accappatoio umido, arieggiare i locali, far bere acqua, evitare aspirina, che favorisce la vasodilatazione. Se la situazione appare particolarmente grave, chiamare il 118.

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fonte: http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsID=83074

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COLPO DI CALORE

Il colpo di calore è il severo disturbo causato da una temperatura troppo alta, associata a un elevato tasso di umidità e alla mancanza di ventilazione, a cui l’organismo non riesce ad adattarsi. Può manifestarsi anche in un ambiente chiuso come una palestra oppure in un luogo in cui non batte direttamente il sole. Inizia con un senso di irrequietezza, mal di testa, ronzii agli orecchi. In breve tempo la temperatura del corpo raggiunge e supera i 38,5 gradi. La pelle è calda al tatto e appare congestionata. Il viso diventa bluastro, il respiro è accelerato, il cuore batte disordinatamente e la pupilla appare dilatata. Non cè sudorazione e la pressione si abbassa al punto da portare allo svenimento.E’ necessario trasportare subito la persona in un luogo fresco, ombroso e possibilmente ventilato. Va quindi sdraiata sulla schiena con le gambe sollevate e svestita completamente. Con un asciugamano o un panno imbevuti di acqua fredda è necessario tamponare più volte il corpo dell’atleta allo scopo di far scendere la temperatura. Ogni volta che l’asciugamano diventa tiepido va nuovamente immerso in acqua fredda. Se possibile, è bene anche porre una borsa di ghiaccio sulla testa della persona, La temperatura corporea va tenuta costantemente sotto controllo: se scende al di sotto dei 38 gradi è bene sospendere gli impacchi e asciugare la persona. Se la temperatura risale è invece necessario riprendere l’operazione di raffreddamento. Al più presto possibile si deve chiamare un ambulanza: il trasporto in ospedale ed il ricovero sono indispensabili.

fonte:

Rifiuti, esposto alla procura contro la discarica di Chiaiano

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È la nuova iniziativa dei comitati del no mentre resta critica la situazione rifiuti in provincia di Napoli, in particolare nell’area flegrea e vesuviana. Secondo una stima della struttura del sottosegretario ai Rifiuti, sono circa 15mila le tonnellate giacenti in quelle aree. Oltre cinquanta, la scorsa notte, gli interventi dei Vigili del Fuoco. La maggior parte dei roghi si sono verificati a Marano, Pozzuoli, Afragola, Melito.

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L’esposto sarà illustrato domani alle 11, nella sala multimediale del Palazzo del Consiglio Comunale di Napoli, da Carlo Migliaccio presidente della Commissione Ambiente del Comune di Napoli, che ieri aveva annunciato il ricorso alla magistratura. Con lui al tavolo anche i sindaci di Marano, Salvatore Perrotta, e di Mugnano, Daniele Palumbo: i tre firmeranno l’esposto, insieme ai cittadini, che sarà affidato a un penalista con esperienza in campo ambientale. Domani saranno presentati i motivi dell’esposto che sarà fondato sulle relazioni tecniche dei periti di parte, secondo cui la cava di Chiaiano non è idonea per la discarica, ma anche sulla “normativa europea, che dovrebbe portare alla bocciatura da parte di Bruxelles del decreto legge sui rifiuti”, spiega Migliaccio. “Le norme Ue affermano che nei centri urbani non si possono allocare discariche”, conclude Migliaccio, che si è sempre schierato contro la discarica. Alla conferenza stampa parteciperanno anche gli esperti di parte nominati dagli enti locali.

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fonte: http://unionesarda.ilsole24ore.com/mondo/?contentId=29739

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RIFIUTI: DISCARICA CHIAIANO FRA 3 MESI MA A CAPIENZA RIDOTTA

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(ASCA) – Napoli, 23 giu – Sara’ operativa fra tre mesi la discarica di Chiaiano (quartiere a nord di Napoli confinante con il Comune di Marano) dove saranno sversate ‘solo’ 1.000 tonnellate di rifiuti. Settecento in meno di quanto previsto in un primo momento. La decisione, annunciata ieri dal sottosegretario Bertolaso al termine di un incontro con i rappresentanti degli enti locali, si basa su uno dei punti sostanziali del piano varato dal governo: l’incremento fortissimo della raccolta differenziata che entro il 2008 dovra’ raggiungere il 25% del totale. L’impegno di Bertolaso e di tutto il Commissariato e’ di proseguire sulla strada del dialogo e della collaborazione con sindaci, ammionistratori locali e comitati. Resta attivo, dunque, il tavolo tecnico.

Il che, in termini concreti, vuol dire tenere nella giusta considerazione le criticita’ rilevate dai tecnici che hanno operato le verifiche su richiesta degli stessi enti locali.

In primis saranno valutate le questioni relative ai disagi della viabilita’ e della bonifica del sito. Una volta compiute tutte le operazioni per allestire la discarica, saranno conferiti a Chiaiano rifiuti talquale solo per un limitato periodo di tempo.

Quello necessario (come anticipato da Berlusconi nella sua ultima visita a Napoli, ”prima dell’esodo estivo”, ergo, a fine luglio”) per avviare la differenziata anche con la consegna ‘porta a porta’ cui parteciperanno volontari venuti da tutta Italia.

dqu/mcc/bra

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fonte: http://www.asca.it/moddettnews.php?idnews=763602&canale=ORA&articolo=RIFIUTI:%20DISCARICA%20CHIAIANO%20FRA%203%20MESI%20MA%20A%20CAPIENZA%20RIDOTTA