Archivio | giugno 27, 2008

Stampa, ché m’hanno squarciato una gamba

Missing Limb: Photo by Brendan Smialowski/Getty Images

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venerdì 27 giugno 2008

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Roma – L’Istituto per la Medicina Rigenerativa delle Forze Armate statunitensi ha ufficialmente investito 250 milioni di dollari in un arco di cinque anni. La mira? La più eclatante è una particolare pistola che spari speciali cellule staminali su una ferita e la faccia guarire nell’arco di poche ore. Intuitivo che, estendendo il concetto, a questa possibilità se ne aggiungono infinite altre.

L’interesse dei militari su tali tecnologie – reso pubblico già da qualche mese – è lapalissiano: fare in modo che un militare, ferito in modo anche serio ma non troppo invalidante, possa guarire il prima possibile, quasi da solo, possibilmente senza alcun intervento medico e in totale sicurezza. Una mira piuttosto ardimentosa, ma comprensibile se si pensa alle menti che la concepiscono: essendo una tecnica in grado di far risparmiare vite umane, tempo e denaro, si farebbe – e si fa – di tutto per cercare di perfezionarla e renderla usabile sul campo.

Idee come questa possono suonare un po’ trekkiane e suscitare ilare scetticismo, ma si tratta di pura realtà: 30 istituti di ricerca consorziati collaborano per far divenire tangibile questo proposito, con un complesso di attività e un lavorìo che spaziano da una disciplina all’altra e fanno tesoro delle esperienze di tutti.

Non c’è nessuna intenzione di fermarsi alla “riparazione di ferite”. Per le lesioni agli organi, Anthony Atala – ingegnere dell’istituto di ricerca militare e della Wake Forest University – sta migliorando una stampante inkjet già capace di ricreare un organo rudimentale on demand. L’apparecchio impiegherà cartucce riempite con cellule di vario genere di tessuti, un mix di sostanze attivatrici di crescita e speciali elementi nutrienti, per “stampare” gli organi livello su livello. Al momento, la stampante sarebbe riuscita a riprodurre in modo rudimentale strutture anche complesse, come il cuore di un ratto.

Nell’arco dei prossimi cinque anni – la durata del finanziamento del Pentagono – Atala spera di poter stampare direttamente su una ferita aperta, anche profonda, il tessuto necessario a farla guarire. Queste cellule, chiamate cheratinociti, vengono estratte dal paziente stesso e stimolano naturalmente la guarigione.

Innegabili i risvolti
che questa tecnica porterebbe in molti altri campi: c’è chi l’ha già battezzata Pelle Spray da comprare in drogheria, ma sarebbe una benedizione anche per discipline come la chirurgia estetica, per la ricostruzione di parti del corpo amputate, per la “sostituzione” di tessuti affetti da qualche patologia seria e, a questo punto, chi più ne ha più ne metta. Insomma, tutto lascia pensare che la molteplicità di interessi in orbita intorno al progetto sospinga, sfruttando la forza trainante dell’interesse militare, l’evoluzione di questa disciplina a vantaggio dell’intera comunità umana.

Marco Valerio Principato

(fonte immagini)

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fonte: http://punto-informatico.it/2334642/PI/News/Stampa–ch-eacute–m-hanno-squarciato-una-gamba/p.aspx

IMMIGRATI – Le nostre paure. E le loro

Dopo la vittoria leghista e i primi provvedimenti del governo, le reazioni e i sentimenti degli immigrati. Paura, insicurezza, rassegnazione. Rabbia no. Almeno per ora.

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di Antonio Rapanà

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Il binomio insicurezza-immigrazione è stato indubbiamente uno dei temi decisivi del risultato della recente vicenda elettorale e continua a giocare un ruolo centrale nell’orientare il dibattito politico, le scelte del governo nazionale e locale, gli umori e gli atteggiamenti di parti consistenti della comunità.

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Le immagini di queste pagine sono state colte durante la “Festa dei popoli” svoltasi a Trento domenica 25 maggio (Foto Marco Parisi).

L’inquietudine per l’insicurezza sociale ed urbana trova un facile capro espiatorio negli immigrati, vissuti indistintamente come un’orda minacciosa per le comunità locali. E serve poco opporre qualche argomento razionale a questo senso comune impaurito ed irrigidito: ad esempio, che quest’orda è composta in realtà da una schiacciante maggioranza di lavoratori stranieri di cui tutti, ormai, riconoscono l’insostituibilità per lo sviluppo dell’intera comunità trentina; o ancora che, dati alla mano, non c’è rapporto diretto tra andamento dei reati e crescita dell’allarme sociale, perché i sentimenti di insicurezza sono cresciuti in un periodo che ha registrato una costante diminuzione dei fenomeni di devianza: ovunque, in Italia come in Trentino. E che, infine, le statistiche dei centri studi e dello stesso Ministero dell’Interno provano che i cittadini stranieri regolari delinquono meno dei cittadini italiani.

Certo, non deve essere sottovalutato il sacrosanto bisogno di sicurezza della popolazione, che costituisce la condizione fondamentale per una vita serena e dignitosa, soprattutto per chi oggi vive situazioni sociali di disagio, bisogno che ha molte e complesse ragioni. Ma per realizzare l’obiettivo strategico della “città sicura” sarebbero necessarie analisi rigorose e politiche competenti ed articolate, per le quali pare non esserci spazio. Prevale, invece, un clima incattivito di allarme sociale, che nei confronti delle persone straniere in quanto tali tende istericamente a parlare solo il linguaggio dell’esclusione, dell’espulsione, della repressione.

Si promuovono raccolte di firme e cortei per negare il diritto costituzionale a praticare il proprio culto, si invoca il controllo militare del territorio, si inquadrano i militanti dell’intolleranza e della vera insicurezza nelle “ronde padane”, si organizzano criminali spedizioni contro rom e stranieri, si propongono disegni di legge di dubbia costituzionalità ispirati dal principio “galera ed espulsioni di massa”. In un contesto diverso, in Trentino, poi, sempre in nome di questi sentimenti popolari, la giunta provinciale ha deciso di rendere ancora più difficile l’accesso dei cittadini stranieri agli alloggi Itea e al contributo di integrazione, già limitati dall’esistenza di una specifica graduatoria separata e dal requisito della residenza triennale.

Contro un nemico che non c’è si mettono in campo culture e misure che non aumenteranno la capacità dello Stato di punire i comportamenti illegali, ma che sicuramente inaspriscono l’ostilità contro tutti i cittadini stranieri, alimentando il rischio di una convivenza interetnica caotica, separata e conflittuale.

Intanto questo clima di intolleranza e di ostilità suscita inquietudini e paure nelle persone immigrate, che sentono umiliate le loro fatiche ed aspirazioni ad appartenere con dignità e pienezza alla comunità dei cittadini.

Sul clima di intolleranza e sulle difficili prospettive della convivenza interculturale in Italia e in Trentino abbiamo ritenuto importante ascoltare le emozioni e le riflessioni di donne e di uomini dell’immigrazione che vivono nella nostra comunità.

Con parole dignitose e prive di toni vittimistici esprime la sua amarezza Z., cittadina serba, in Italia da nove anni, con marito e due figli ormai grandi: “Sono delusa, arrabbiata da morire: non mi sono mai sentita straniera come in questo periodo. In questi anni ho lavorato duro e ho subito di tutto: la mia famiglia è fuggita in Italia perché la guerra ed i conflitti etnici avevano distrutto ogni speranza. Abbiamo vissuto per sei anni a Caserta in condizioni disumane: avevamo il permesso di soggiorno, ma abbiamo sempre lavorato in nero. Qualche mese in una pasticceria, 14 ore al giorno per 150.000 lire alla settimana. Sfruttati ed umiliati, piangevo tutto il giorno, ma lottavamo per sopravvivere, per la nostra famiglia…. E poi altri anni di lavoro sempre in nero in agricoltura, a zappare. Non era certo il mio lavoro, ma non ho mai ceduto, non potevo per i miei figli, per la famiglia. Poi siamo venuti in Trentino, dove già vivevano dei nostri connazionali: qui la situazione, quella economica almeno, è migliorata”.

Nel racconto di Z. rivivo la storia faticosa dei tanti cittadini stranieri che ho conosciuto in questi anni. Hanno lasciato i loro paesi spinti da ingiustizie e povertà provocate dall’inasprirsi degli squilibri economici internazionali, dalla dissoluzione di sistemi politici ed economici, dalla violenza terribile delle pulizie etniche e delle guerre “umanitarie”, dalla repressione di regimi dittatoriali. Sopportano il dolore delle separazioni e le fatiche, non solo materiali, di un inserimento sempre ad ostacoli nella speranza di costruire nel loro nuovo Paese una vita serena, fatta di benessere materiale, certo, ma anche di dignità, di libertà, di democrazia. Ma della durezza dell’immigrazione, che pure hanno a lungo sperimentato, gli italiani si sono completamente dimenticati.

“Non dovrebbe essere difficile – continua Z. – capire cosa significa per una persona emigrare. Prima della guerra vivevamo bene nel nostro Paese: io gestivo tre negozi, mio marito era ingegnere meccanico. Ora lavoriamo tutti e due per un’impresa di pulizie: non è il massimo, ma ci consente di vivere, con molti sacrifici ma dignitosamente, anche perché ora lavorano anche i nostri figli. Certo pesa sempre la sensazione che lasciando il tuo Paese vieni quasi negato come persona che alle spalle ha una storia, una cultura, delle capacità, quasi che il tuo cammino ricominci da zero, dal momento in cui inizia la tua vita di straniero immigrato. Ti senti svalutato come persona, imprigionato in una categoria, quella dell’immigrato, buono solo per i lavori più umili, quelli che gli italiani non vogliono fare, come si dice sempre”.

“Non meritiamo di subire questo odio”, commenta Miriam, cittadina ecuadoregna che vive in Italia con il marito da sette anni: nel suo Paese era insegnante di lingua inglese e collaborava anche con l’università, mentre qui lavora in una ditta di pulizie. “Tanto lavoro e pochi diritti: cantieri, cave, ristoranti e alberghi, pulizie, raccolta delle mele, piccole fabbriche, assistenza agli anziani … cosa accadrebbe dell’Italia e del Trentino, se non ci fosse il lavoro a poco prezzo degli stranieri? Ci sentiamo sopportati solo se serviamo, invisibili e senza diritti”.

Miriam racconta le sue amarezze tutte d’un fiato: “Viviamo la nostra vita in una continua incertezza, ogni problema diventa un ostacolo tremendo. Per trovare una casa in affitto devi fare centinaia di telefonate, ti illudi di averla finalmente trovata, ma appena dici che sei straniero la casa è già stata affittata… Se poi hai la fortuna di trovarne una, devi pagare comunque un affitto più caro. E proprio a noi, a noi che facciamo lavori più umili e guadagnamo salari più bassi, riducono la possibilità di ottenere un alloggio Itea o l’integrazione al canone… una decisione assurda, ingiusta! E come non bastasse, ti senti addosso queste campagne di intolleranza e di odio. Puoi avere una grande cultura e cento lauree, essere una persona di assoluta onestà e di grande valore morale, ma per tanta gente sei soprattutto uno straniero, la causa di ogni disordine e di ogni degrado”.

E’ amara la conclusione di Miriam: “Paghiamo cara la speranza di costruirci qui un futuro migliore: oggi ho paura e vedo più incerto il mio futuro”.

Non sono diverse le considerazioni di Z.: “Trovo irragionevole ed insopportabile di essere messa, solo perché sono straniera, nello stesso sacco di chi ruba, sfrutta le donne o commette qualunque altra cosa brutta: questo mi uccide psicologicamente. Io vorrei solo che la gente mi considerasse e mi giudicasse per la persona che sono… Per chi commette crimini, italiano o straniero, ci sono le leggi, c’è lo Stato, o almeno ci dovrebbero essere, perché mi sembra che proprio questo Stato sia incapace di combattere la criminalità piccola e grande e di garantire la certezza delle pene, altro che gli stranieri! Ora in questo clima di intolleranza sono io che ho paura, e più paura ancora se penso al futuro, che vedo persino peggiore del presente… Cerco di non trasmettere questa mia negatività ai figli: cerco di proteggerli e spero di cuore che questa tensione non li tocchi. Ma ho paura: ho già vissuto nel mio Paese il dramma dell’intolleranza, temo che non sia soltanto un brutto periodo”.

Già, il futuro: ne parlo con Adnan, Soleman e Saif, tre giovani amici pakistani, in un certo senso espressione della seconda generazione dell’immigrazione: tutti intorno ai vent’anni – qualche anno più, qualche anno meno – non sono nati in Italia, ma hanno vissuto in Trentino tutti gli anni della loro formazione. Parlano un italiano scorrevole e costruito con sicurezza, hanno modelli di comportamento italiani, frequentano soprattutto ragazzi italiani. “Pensiamo in italiano e in pakistano, perché la propria cultura non si può dimenticare”, come mi dicono quasi ad una sola voce. Le loro personalità stanno maturando attraverso un complesso processo di acculturazione selettiva, assumendo modelli culturali del nuovo Paese e conservando, tuttavia, anche tratti dell’identità originaria, ma rielaborati ed adattati al nuovo contesto. Dalle loro parole emergono le fatiche di un percorso certamente difficile, ancora incompleto ed incerto: la separazione traumatica dalle loro comunità, le difficoltà dell’inserimento in Trentino, le immancabili umiliazioni, la fatica di rielaborare le loro identità nella sospensione conflittuale tra due culture, quella del Trentino in cui sono cresciuti e quella di origine, sempre viva nelle loro famiglie. Spesso il discorso insiste sul desiderio di essere riconosciuti nella loro individualità, come spiega Adnan: “Io voglio essere solo Adnan, non uno straniero. Ricordo ancora con amarezza un mio professore che si rivolgeva a me, chiamandomi straniero…ci soffrivo terribilmente, mi sentivo umiliato: perché il nome è importante, una persona è anche il suo nome”.

Intanto del presente si dichiarano abbastanza soddisfatti, anche se, come avverte Soleman, “in giro c’è una brutta aria: me ne accorgo da come mi guardano e mi parlano le persone con cui ho a che fare. Se a guardarmi con sospetto è la commessa, non mi importa più di tanto, perché è il fastidio di un attimo; se invece qualche parola brutta esce dal gruppo di ragazzi che mi trovo a frequentare, beh, allora ci sto male davvero”.

Di questa brutta aria Saif accusa i partiti che cercano voti sulla pelle degli immigrati e l’atteggiamento dei mezzi di comunicazione: “Se un pakistano, o uno straniero di qualche altra comunità, commette un reato, leggi sul giornale o senti in televisione che un pakistano ha rubato o ucciso o ha fatto altre cose brutte. Così si dà l’impressione che quel reato l’abbia commesso non un individuo criminale, ma i pakistani, e che questo sia nella loro natura o nella loro cultura, e siccome i pakistani sono stranieri, è come se l’avessero commesso tutti gli stranieri. Ed io tra loro. Questo non accade se il reato è commesso da un italiano: lui è il colpevole, la sua comunità non c’entra”.

Sulla paura nei confronti dello straniero Adnan interviene con durezza: “Ma di cosa hanno paura gli italiani? Le cose di cui aver paura sono i lavori umili che noi facciamo perché a loro non piacciono più, il lavoro nero cui spesso siamo costretti, gli infortuni che subiamo, i soldi pagati per avere un permesso di soggiorno che non arriva mai, le condizioni indecenti delle case, spesso anche senza abitabilità, per le quali paghiamo affitti che nessun italiano pagherebbe mai! “.

Delle fatiche degli immigrati i ragazzi parlano con rispetto e con gratitudine, perché “per offrirci una vita ed un futuro migliori, i nostri padri hanno fatto sacrifici tremendi”, ma nel loro futuro vedono cose diverse dai lavori “da straniero” che gli italiani non vogliono fare. “Io voglio che il futuro della mia vita sia come quando ora gioco a calcio con i miei amici. – precisa Soleman – Sul campo mi gioco le mie possibilità come tutti gli altri e vengo giudicato per quello che faccio: così deve essere anche nel mio futuro”. Adnan e Saif confermano concetti simili. Di sicuro con gli stranieri della seconda generazione non funzionerà il modello dell’inclusione subordinata, quello, per intenderci, che considera gli straneri solo come braccia, ma non persone. Questa condizione è stata subita dai loro padri perché lavori dequalificati, bassi salari, discriminazione sociale erano considerati avendo come riferimento le situazioni economiche e sociali del Paese di provenienza. Ma l’esperienza dimostra che così non sarà per i giovani che qui sono cresciuti, maturando i modelli di cultura e le aspettative dei loro coetanei italiani. Di questo sarà bene che le istituzioni tengano seriamente conto.

Amarezza per il clima di ostilità, ma anche la ferma volontà di non cedere alle delusioni avverto nelle parole di Altin e di Naim, che incontro a Pergine nella sede del Centro culturale Forum Alb Trentino, che raccoglie gli albanesi di diversi Stati: il Forum è una delle rare realtà significative del debole panorama dell’associazionismo immigrato in Trentino. Altin, albanese, ha 25 anni, vive qui da sei, è studente universitario, ma lavora anche nel negozio del padre, ed è presidente del centro culturale; Naim, 36 anni, albanese di Macedonia, vive in Italia dal ’93, lavora nel settore del porfido e del Forum è il segretario.

Sentiamo parole e vediamo immagini cattive, che mettono davvero paura. – argomenta pacato Altin – La durezza delle proposte del governo complica pesantemente le situazioni, perché alimenta la sensazione che dai cittadini stranieri ci si debba solo difendere. Io non nego la complessità dei problemi e certamente bisogna affrontare anche la questione delle paure che molti italiani hanno verso gli stranieri. Ma non è negando alle persone straniere i diritti fondamentali, a partire da quello di culto, o la possibilità di esprimere e fare cultura, che si risolvono i problemi. Questa politica non serve agli italiani e non serve agli stranieri, che finiscono con il sentirsi più estranei”.

La conversazione insiste molto sulle prospettive della convivenza: “Io mi sento cittadino di questa comunità, mi sento perginese, ma quando intorno a me vivo un clima di diffidenza, beh, allora ritorno a sentirmi uno straniero. – sottolinea Naim – In ogni caso qui voglio costruire il futuro mio e dei miei figli, che nemmeno sanno cosa significhi la parola straniero; per questo cerco di vivere pienamente dentro la comunità di Pergine, interessandomi ai problemi e partecipando alle iniziative culturali che si organizzano in paese”.

Promuovere partecipazione, organizzare momenti di incontro, costruire passo dopo passo relazioni di convivenza rappresentano la costante ragione dell’associazione: “Noi sappiamo bene quanto la vita sia dura per tutti, ma i cittadini stranieri hanno qualche problema in più. Basta pensare che il permesso di soggiorno è legato al contratto di lavoro: se perdi il lavoro e non ne trovi un altro entro sei mesi, il permesso non viene rinnovato e crolla tutto, per te e per la tua famiglia, anche se sei in Italia da una vita. Questa paura la stanno vivendo in questo periodo molti lavoratori del porfido. Per gli stranieri non è facile partecipare alla vita di tutti, perché i problemi ti schiacciano e spesso ci si chiude dentro. Ma noi insistiamo sempre perché i nostri associati si prendano la responsabilità di partecipare alle attività del nostro centro, come pure alla vita delle scuole e alle iniziative che si organizzano nei paesi della zona” – concordano Altin e Naim. “L’integrazione non cade dal cielo, la dobbiamo costruire tutti insieme. Non ci sono alternative: piaccia o no, il nostro futuro non può essere altro che costruire convivenza tra italiani, che devono accettare gli stranieri come cittadini, e stranieri, che devono essere fino in fondo cittadini delle comunità locali. E questo non solo nell’interesse degli immigrati, ma nell’interesse di tutti”.

Con intelligenza ed equilibrio Altin e Naim esprimono consapevolezza dei problemi, ma disegnano anche una prospettiva per uscire progressivamente dall’isteria delle paure e per costruire una convivenza rispettosa della dignità di tutti: riconoscimento dei diritti di cittadinanza, partecipazione responsabile, promozione di spazi ed occasioni di scambio culturale, esperienze di relazioni positive.

Questo è l’orientamento che finalmente anche i responsabili delle politiche per l’integrazione e la convivenza dovrebbero praticare con più consapevolezza ed incisività in Trentino.

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fonte: http://www.questotrentino.it/2008/11/Cover_paure.htm

APPROVATO IL LODO SCHIFANI

Scatta l’immunità per le alte cariche
Alfano: “Auspichiamo largo consenso”
Di Pietro: “Parola ai cittadini”

La sospensione dei procedimenti e della prescrizione per le alte cariche dello Stato, se il ddl verrà trasformato in legge senza modifiche, durerà per l’intera durata della carica. Intanto il leader dell’Idv rilancia l’idea del referendum

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angelino alfano Roma, 27 giugno 2008 Il Presidente della Repubblica, i Presidenti del Senato e della Camera, il Presidente del Consiglio non potranno subire processi penali durante la loro permanenza in carica. In caso di sospensione del processo, si sospenderà anche il corso della prescrizione dei reati. La sospensione è rinunciabile, ma riguarderà solo i processi non anche le indagini preliminari. Lo stabilisce il disegno di legge del Governo, approvato oggi dal Consiglio dei Ministri, che verrà presto sottoposto all’esame del Parlamento. Il Guardasigilli Angelino Alfano auspica «un largo consenso in Parlamento».
Alfano non esclude per il futuro anche una riforma del Csm.

«Siamo amareggiati dice il Guardasigilli – il Csm deve dare i suoi pareri al ministro, non alle agenzie di stampa. Il Csm non può essere nè una terza Camera nè una seconda Corte Costituzionale». Alfano ritiene che il ddl recepisca la sentenza 24/2004 della Corte Costituzionale che bocciò il primo lodo Schifani sull’immunità per le alte cariche dello Stato.

Il ministro della Giustizia arriva addirittura ad ipotizzare una condanna del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: «Non ha l’obbligo giuridico di dimettersi in caso di condanna». Il ddl serve però, secondo Alfano, ad evitare che il capo del Governo «debba partecipare a tutte le udienze in cui è coinvolto. Questo lo distoglierebbe dall’attività di Governo».

LE REAZIONI

Le reazioni politiche sono varie. Per D’Alema e Finocchiaro (Pd) la norma deve entrare in vigore «nella prossima legislatura». Di Pietro (Idv) proporrà un referendum abrogativo dopo l’eventuale promulgazione della legge: «I cittadini dicano se è giusto che chi ci governa non sia processato se è sospettato di avere corrotto testimoni in un’aula di giustizia». Palermi annuncia che anche il Pdci raccoglierebbe le firme per il referendum abrogativo.
Berlusconi sottolinea di essere sempre risultato «innocente» ed aggiunge: «O faccio il Presidente del Consiglio o dedico il mio tempo a preparare le udienze». La Russa (Pdl) auspica «tempi rapidissimi» per l’approvazione in Parlamento.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/06/27/100286-scatta_immunita_alte_cariche.shtml

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IL PRECEDENTE

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Il diritto e il suo rovescio

Il lodo Schifani è incostituzionale

Una norma che viola in più punti la Carta costituzionale

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13 settembre 2003

di Giorgio Tosi

Nel noto processo penale a carico del Presidente del Consiglio on. Berlusconi a Milano, i difensori dell’imputato hanno chiesto la sospensione del dibattimento ai sensi della legge n° 140/03, nota come lodo Maccanico ma che più esattamente dovrebbe chiamarsi lodo Schifani, che ne fu il proponente a nome della maggioranza parlamentare.

Renato Schifani.

L’articolo 1 della legge 140/03 stabilisce al primo comma la non sottoposizione a processo penale (impunità) per le cinque alte cariche dello Stato tra cui il Presidente del Consiglio; il secondo comma prevede la conseguente sospensione a tempo indeterminato dei processi in corso. L’impunità è collegata direttamente ad una prerogativa costituzionale che si attribuisce alle alte cariche dello Stato e non ha nulla a che vedere con cause o motivazioni endoprocessuali.

Il Tribunale di Milano ha respinto la richiesta dei difensori di Berlusconi e ha rimesso la questione alla Corte Costituzionale sotto vari profili. Il primo consiste nella violazione dell’articolo 3 della Costituzione, principio fondante dell’ordinamento, che stabilisce che tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di condizioni personali e sociali.

Il lodo Schifani incide direttamente sul principio di eguaglianza stabilendo un privilegio di tipo feudale per cinque persone che vengono sottratte alla giurisdizione ordinaria non per reati connessi alla loro funzione, ma solo per la loro carica. Si verifica così il paradosso che il Presidente del Consiglio, con gli altri quattro, rimane sottoposto alla giurisdizione ordinaria per i reati commessi nell’esercizio della sua funzione (previa autorizzazione della Camera o del Senato), mentre è legibus solutus, cioè non perseguibile per i reati comuni: dall’omicidio, al furto e alla corruzione. Ciò è sommamente irragionevole.

Inoltre è anticostituzionale perchè stabilito con legge ordinaria. Considerando la eccezionalità della norma, le conseguenze gravi che essa provoca e la inderogabilità dell’art. 3, essa avrebbe dovuto essere approvata quanto meno a norma dell’articolo 138 della Costituzione. Sarebbe stata egualmente un gran pasticcio, ma almeno il legislatore avrebbe salvato la forma.

Il rilievo risulta confermato dal fatto che altre prerogative riguardanti funzioni costituzionali sono disciplinate dalla stessa Costituzione (articoli 90 e 96) ovvero da leggi costituzionali successive. Va inoltre considerato che il lodo Schifani incide direttamente anche sull’articolo 111 della Costituzione, perché impedisce l’esercizio della azione penale che di fatto non può più essere esercitata nel dibattimento.

Un altro aspetto di incostituzionalità esaminato dall’ordinanza del Tribunale di Milano, recentemente resa pubblica, è la violazione dei diritti della parte offesa costituitasi parte civile nel processo penale sospeso per effetto della legge Schifani. Viene infatti impedito l’esercizio dell’azione civile a causa dell’articolo 75 cpp, che al suo 3° comma così dispone: “Se l’azione è proposta in sede civile nei confronti dell’imputato dopo la costituzione di parte civile… il processo civile è sospeso fino alla pronuncia della sentenza penale, non più soggetta ad impugnazione”. Il che vuol dire, nel caso di specie, per un tempo indeterminato pressoché infinito.

In soldoni: se – per fare un esempio – l’on. Berlusconi avesse derubato una vecchietta, non solo non potrebbe essere processato penalmente, ma la vecchietta non potrebbe neppure citarlo per danni di fronte a un Tribunale civile. Incredibile ma vero. Va osservato a questo punto che la indeterminatezza del termine di durata del privilegio immunitario è in contrasto con il principio del giusto processo che secondo l’articolo 111 deve avere una durata ragionevole.

Per concludere, in questi ultimi tempi la maggioranza parlamentare, per favorire alcune persone e per salvarle dalla condanna e dal carcere, ha stravolto alcuni principi costituzionali fondamentali: dalle leggi sulle rogatorie al falso in bilancio, dalla rimessione del processo alla legge Fini-Bossi, dalla legge Cirami al lodo Schifani.. Per quanto riguarda quest’ultimo non resta che sperare nella saggezza della Corte costituzionale.

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fonte: http://www.questotrentino.it/2003/15/lodo_schifani.htm

Corea del nord, stop al nucleare: giù la torre della centrale ‘simbolo’

Secondo gli esperti un atto “molto significativo” della volontà di Pyongyang
Verso il disarmo atomico dopo l’annuncio Usa: “Toglieremo il Paese dalla Black list”

Ieri la consegna di un documento sull’atomo alla Cina, atteso da sei mesi

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Corea del nord, stop al nucleare giù la torre della centrale 'simbolo'La torre della centrale di Yongbyon prima di essere abbattuta

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SEUL – La Corea del Nord ha abbattuto oggi la torre di raffreddamento della sua centrale nucleare di Yongbyon. A riferirlo è la rete televisiva sudcoreana Mbc che ha assistito all’evento insieme a diversi media internazionali, tra cui la Cnn. La distruzione della torre è il primo atto concreto, e “altamente simbolico” secondo gli esperti, del processo di smantellamento del programma nucleare intrapreso da Pyongyang in cambio di un ammorbidimento del suo isolamento internazionale. Una prova della volontà nordcoreana di adempiere agli impegni assunti con i protagonisti dei colloqui a sei – i cosiddetti “six party talks” – sul suo programma nucleare: Usa, Russia, Cina, Giappone e Corea del Sud.

L’esplosione della torre di quello che è il principale complesso nucleare nordcoreano, dove era stato estratto plutonio per sviluppare armi atomiche, è avvenuta alle 16 ora locale, le 9 in Italia. Il gesto è anche una risposta agli Stati Uniti che ieri avevano deciso di revocare parte delle sanzioni commerciali nei confronti del Paese asiatico e di eliminarlo dalla lista nera dei “Paesi canaglia” che sponsorizzano il terrorismo. Un annuncio che Washington aveva dato dopo la consegna da parte di Pyongyang alla Cina di un documento sui suoi programmi nucleari, seppure con sei mesi di ritardo rispetto a quanto pattuito in origine: sessanta pagine nelle quali illustra nel dettaglio il proprio programma atomico.

GUARDA LE IMMAGINI


A questa dichiarazione della Corea, però, deve seguire “una verifica”. A dirlo è il segretario di Stato americano Condoleezza Rice. Il capo della diplomazia Usa oggi ha fatto presente che lo statuto del congresso americano prevede che ci sia “un periodo di 45 giorni prima che la decisione” del presidente George Bush sulla Corea del Nord “diventi efficace”. “Abbiamo lavorato su un protocollo di verifica”, ha chiarito la Rice.

Intanto, da Tokyo, dove sono riuniti, arriva il sostegno dei ministri degli esteri del G8 ai “Six party talks”. I capi delle diplomazie del G8 si dicono soddisfatti della consegna del documento nordcoreano alla Cina e chiedono a Pyongyang di “abbandonare tutte le armi nucleari e i programmi nucleari esistenti, insieme ai programmi missilistici balistici e di tornare al pieno rispetto degli obblighi previsti dal trattato di non proliferazione nucleare”. L’ accordo firmato dai “sei” a Pechino nel febbraio 2007 prevede, tra l’altro, che Pyongyang abbandoni completamente il programma atomico in cambio di aiuti che le permettano di rimettere in sesto la propria economia, che non si è mai ripresa dalla crisi degli anni novanta, quando una devastante carestia causò la morte di due-tre milioni di persone.

Il ministro degli esteri Franco Frattini, al termine della riunione del G8 a Tokyo, ha definito il comportamento di Pyongyang “un grande passo in avanti”, ma ha sottolineato che serve cautela soprattutto per quanto riguarda il tema della restituzione degli ostaggi giapponesi rapiti dal regime comunista nordcoreano durante gli anni della guerra fredda.

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27 giugno 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/esteri/corea-nonucleare/corea-nonucleare/corea-nonucleare.html

Stipendi, a maggio su del 3,3%. Grandi imprese, occupazione ferma

Luci ed ombre nei dati Istat, per le retribuzioni incremento maggiore dal dicembre 2006 ma nell’industria calano dell’1,8%. Posti di lavoro su base annua diminuiti dell’1,1%

L’Istituto: l’aumento è il risultato di più eventi contrattuali. Inflazione al 3,6%

Stipendi, a maggio su del 3,3% Grandi imprese, occupazione ferma

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ROMA – Buone notizie per le retribuzioni a maggio. Le buste paga hanno avuto una crescita, sia in termini orari sia per dipendente, del 3,3% rispetto allo stesso mese del 2007, l’aumento annuo maggiore da dicembre 2006, quando si registrò la stessa crescita (ad aprile le retribuzioni hanno segnato un +2,8%, sia in termini orari che per dipendente) e uno 0,6% per cento in più rispetto al mese precedente (quando erano cresciute dello 0,1% su base mensile).

Lo ha comunicato l’Istat, precisando che l’aumento è il risultato di più eventi contrattuali: ad aprile sono stati firmati alcuni importanti contratti e alcuni hanno cominciato a dare effetti a maggio. A maggio, ricorda sempre l’Istituto di statistica, l’inflazione si è attestata al 3,6%.

Il maggior incremento delle retribuzioni su base annua si registra nel comparto delle assicurazioni, che segna una crescita (sia in termini orari che per dipendente) del 7,7% legato al fatto che il settore ha ottenuto due rinnovi consecutivi, uno che recuperava una precedente vacanza contrattuale e uno per il nuovo biennio. Contribuiscono al dato generale, aggiunge l’Istat, anche miglioramenti retributivi fissati da numerosi contratti siglati ad aprile, a cui si aggiunge il pagamento della prima rata di indennità di vacanza contrattuale sia ai dipendenti delle forze dell’ordine, sia a quelli dei militari e difesa.

Grandi imprese. Diverso il discorso per quanto riguarda le grandi imprese. L’Istat parla di meno reddito e lavoro fermo. Nello scorso mese di aprile, infatti, l’occupazione in questo settore ha registrato una variazione su base annua nulla al lordo della Cassa integrazione con un aumento dello 0,2% al netto della Cig. Il dato è però diversificato nei vari settori, con l’industria che ha registrato un calo annuo del’1,1% e i servizi un aumento dello 0,7%.

Retribuzione per ora lavorata. Quanto alla retribuzione lorda per ora lavorata, quest’ultima ha registrato ad aprile nelle grandi imprese un calo dell’1,7 su base mensile, pari a una flessione annua dell’1,8%. Nell’industria i redditi sono scesi del 2,3% congiunturale pari a un calo annuo del 2%, mentre nel settore dei servizi il calo è stato rispettivamente del’1,4 e dell’1,7%.

Andando per settore di attività economica, si sono verificate riduzioni dell’occupazione nel settore delle costruzioni (-5,3%) e in quello di produzione di energia elettrica, gas e acqua (-4,9%) e nel settore delle attività manifatturiere (-0,6%). Tra i comparti che registrano gli aumenti più consistenti ci sono invece le industrie della produzione di apparecchi elettrici e di precisione (+4,2%), le industrie alimentari, delle bevande e del tabacco (+3,3%) e le industrie delle pelli e delle calzature e le raffinerie di petrolio (entrambe +2,6%).

Variazioni negative anche nel tessile e abbigliamento (-5,4%), nella produzione di macchine e apparecchi meccanici (-3,8%) e nella fabbricazione di prodotti chimici e fibre sintetiche (-3,4%). Nel settore dei servizi, spiccano le variazioni tendenziali positive per le altre attività professionali e imprenditoriali (+5,4%) e negli alberghi e ristoranti (+3,9%) e nel commercio (+3,7%). Cala invece nell’intermediazione monetaria e finanziaria e dei trasporti (entrambi -1,6%).

Ore lavorate. Aumentano invece le ore effettivamente lavorate per dipendente. L’indice ha registrato, in termini destagionalizzati, un +1,8% congiunturale, mentre al netto degli effetti di calendario, ha presentato una variazione tendenziale di +1,6%. Il ricorso alle ore di lavoro straordinario è stato in media del 5,6% delle ore ordinarie (in calo dello 0,3% rispetto ad aprile 2007).

Cassa integrazione.
Il ricorso alla cassa integrazione guadagni nelle grandi imprese è stato di 8,1 ore per mille ore lavorate, in calo di 1,1 ore ogni mille ore lavorate in termini congiunturali e di 1,0 ore per ogni mille ore lavorate in termini tendenziali. Le ore di sciopero nelle grandi imprese sono state ad aprile 1,4 per mille ore lavorate, con una diminuzione di 0,4 ore rispetto all’anno scorso.
27 giugno 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/economia/occupazione-istat/occupazione-istat/occupazione-istat.html

27 giugno 1980: USTICA

Sono le 21,00 circa del 27 giugno 1980 quando un DC9 della società Itavia, decollato da Bologna in direzione Palermo, scompare dalle rilevazioni radar, inabissandosi fra le isole di Ponza e Ustica. La tragedia, nella quale trovano la morte 81 persone fra passeggeri ed equipaggio, viene inizialmente spiegata con un cedimento strutturale del velivolo; una tesi che verrà sostenuta ufficialmente per molto tempo, anche di fronte a fatti e testimonianze che col tempo andranno a disegnare uno scenario molto più inquietante. Uno scenario che verrà compiutamente descritto solo nel 1999 dal Giudice Rosario Priore, che scriverà: “l’incidente al DC9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento. Il DC9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti. Nessuno ha dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto”.

Una descrizione semplice ed esaustiva del quadro generale, ma che purtroppo non chiarisce i dettagli su “chi” provocò l’abbattimento dell’aereo, né sul “perché” dell’abbattimento. E di questa mancata chiarezza sono stati accusati diversi esponenti dell’Aeronautica Militare Italiana, che avrebbero taciuto informazioni in loro possesso o ne avrebbero fornite altre – errate – alle autorità. Ed è proprio questa mancanza di informazioni ad aver impedito al Paese di conoscere la verità sulla strage di Ustica: chi abbatté un nostro aereo civile, nel corso di una battaglia aerea svoltasi nei nostri cieli senza che nessuno abbia mai dato una spiegazione?

A causa di questi depistaggi ed insabbiamenti non si è mai arrivati ad un processo a carico dei responsabili della strage. Si è però arrivati ad un processo a carico di 4 generali dell’Aeronautica Militare proprio per quelle azioni di depistaggio. Un processo che si è concluso nell’aprile 2004 con una sentenza che può sembrare deludente, a 24 anni dalla tragedia di Ustica, una sentenza in buona parte frutto dell’impossibilità di racchiudere in un dibattimento processuale, passato tanto tempo, una vicenda tanto complessa; una sentenza invece che conferma le accuse e lo scenario di guerra che aveva tracciato il giudice Priore nella sua ordinanza.

Infatti a Lamberto Bartolucci, Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica del tempo, viene riconosciuto di aver omesso di riferire alle autorita’ politiche i risultati dell’analisi dei tracciati radar di Fiumicino/Ciampino – conosciuti nell’immediatezza della tragedia – e ancora a Lamberto Bartolucci e Franco Ferri di aver fornito informazioni errate alle autorità politiche escludendo il possibile coinvolgimento di altri aerei militari nella caduta dell’aereo civile nell’informativa scritta del 20 dicembre 1980. Questo è il chiaro riconoscimento sia dello scenario complessivo sia del fatto che le autorità militari hanno ostacolato la ricerca della verità, qualunque essa fosse.

È una sentenza importante che va attentamente considerata e che non giustifica assolutamente i canti di gioia che qualcuno, soprattutto in ambiente militare, ha voluto intonare. In altre parole questa sentenza ci dice che i vertici militari hanno potuto esaminare immediatamente i dati radaristici e venire a conoscenza in tempo reale di tutte quelle tracce di presenze aeree, evidenze che non manifestavano certo un cielo sgombro intorno al volo del DC9, nè assenza totale di traffici militari prima e dopo l’incidente. Poi, dopo sei mesi dalla notte della tragedia, in una comunicazione ufficiale al Governo, lo Stato Maggiore dell’Aeronautica (che ha avuto nel frattempo ampie possibilità di operare indagini e controlli approfonditi) persiste nel comunicare notizie non corrispondenti al vero e in grado di deviare il corso delle indagini, perché escludendo ogni altra possibilità fa apparire il cedimento strutturale l’unica causa possibile della tragedia.

Dunque i vertici dell’Aeronautica Militare hanno operato per nascondere la verità sulla vicenda di Ustica. Questo è il senso profondo della recente sentenza della corte d’Assise di Roma che riconosce i gen. Bartolucci e Ferri, al vertice dell’Arma al momento della tragedia, responsabili di alto tradimento con atti diretti a turbare le attribuzioni del Governo, pur mandandoli assolti perché nel frattempo (sono passati da allora 24 anni) il reato è andato prescritto.

Quanto stabilito dalla corte d’Assise di Roma torna a dare a tutti nuove responsabilità e rende evidente che la Magistratrura non può da sola rispondere alla esigenza di verità che questa vicenda ancora impone.

La vicenda di Ustica deve dunque rimanere, alla luce anche di questa sentenza, una grande questione di dignità nazionale, perché un aereo civile è stato abbattuto, 81 cittadini innocenti hanno perso la vita, la nostra sovranità è stata sfregiata e nessuno ci ha dato spiegazioni.

Fonte: http://www.reti-invisibili.net/ustica/

Per approfondimenti vi consiglio, tra le tante possibilità, la lettura di:

impossibile pentirsi

strage ustica

28 anni di Ustica

Romania, tg e radio troppo cupi: le buone notizie arrivano per legge

Il Senato approva all’unanimità un emendamento che stabilisce
una quota obbligatoria di servizi in chiave positiva nei notiziari

I giornalisti insorgono e chiedono al presidente Basescu di bloccarla in nome del diritto di espressione e stampa

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Romania, tg e radio troppo cupi le buone notizie arrivano per leggeIl presidente romeno Traian Basescu

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BUCAREST – Basta con le cattive notizie: telegiornali e radiogiornali romeni dovranno presentare ogni giorno una quota fissa di notizie positive per riequilibrare il quadro e offrire un’immagine più serena della realtà. Lo ha deciso il Senato, approvando all’unanimità un emendamento che stabilisce che nei notiziari di informazione vengano offerti in pari misura servizi “positivi” e “negativi”.

L’emendamento alla legge che regola le trasmissioni audiovisive ha fatto immediatamente insorgere i giornalisti romeni che si sono appellati al presidente Traian Basescu perché non la promulghi, in nome della libertà di stampa e di espressione. Di diverso avviso i promotori della legge, stanchi di tragedie, incidenti, malavita e catastrofi. Per loro la motivazione alla base della norma è “il miglioramento del clima generale e la volontà di offrire al pubblico la possibilità di avere una percezione bilanciata della realtà di tutti i giorni, sia da un punto di vista psicologico che emotivo” si legge sul sito di informazione romeno Hotnews.

Il politico Petre Daea, socialdemocratico, la difende: “Sono d’accordo con la proposta di legge – riporta sempre Hotnews – e la sostengo perché è necessaria. Negli ultimi anni ho visto solo notizie negative che inoculano e presentano il caos, la depravazione, la parte oscura della vita. Non ho visto nulla sull’agricoltura, o nulla di positivo sulla scuola o sull’economia”.

Ma il diktat della “par condicio” tra bello e brutto non convince la stampa. “Dobbiamo prendere una posizione chiara e ferma sull’emendamento adottato dal Senato – ha dichiarato a Mediafax il presidente del Consiglio nazionale audiovisivo romeno, Razvan Popescu – dobbiamo chiedere al presidente di non promulgare la legge, specialmente con questo emendamento. Un cambiamento del bilanciamento tra notizie positive e negative nei notiziari televisivi e radiofonici deve essere discusso”. Popescu ha anche lamentato il fatto che il Consiglio non sia stato invitato alla discussione del Senato, “visto che la questione ci riguarda direttamente”.

Anche il primo ministro
Calin Popescu Tariceanu ha inviato una lettera al capo di Stato chiedendo di rigettare la norma, che i giornalisti bocciano come bavaglio al diritto di informazione. Questa norma “non è giusta, le notizie sono quelle che sono e la valutazione sul buono o cattivo deve essere fatta sull’episodio. Non si può giudicare qualcosa con misure stabilite in questo modo e fare dosaggi come se fossimo in un laboratorio. La realtà è complessa”, ha detto alla Apcom Denisa Angel, corrispondente in Italia della tv nazionale romena Tvr1. Se la legge venisse promulgata “non potrei più raccontare come si svolgono le cose realmente”, lamenta la giornalista. “E’ assurdo”.


26 giugno 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/esteri/romania-notizie/romania-notizie/romania-notizie.html