Archive | luglio 2008

D’Alema: gelo col Prc. Sì a Fini sulle riforme

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Non sembra destinata a risorgere una liaison, una simpatia, insomma uno sguardo di favore, tra Massimo D’Alema e la nuova Rifondazione uscita dal congresso di Chianciano con alla testa Paolo Ferrero.

I due sono ex colleghi – entrambi erano ministri del governo Prodi – e pare non si siano mai stati molto simpatici. Ma qui non c’entrano le preferenze personali. Quanto quelle politiche. E in prospettiva elettorali. Nel senso che sullo sfondo della tela dei rapporti di Massimo D’Alema e della sua nuova associazione Red restano le elezioni europee dell’anno prossimo.

Ferrero ha vinto il congresso del Prc con una linea di netta rottura con il Pd. In una intervista sul quotidiano Il Riformista in edicola, il nuovo segretario di Rifondazione prova a affrancare Bersani e D’Alema dal giudizio negativo dato a Chianciano sul “veltronismo”. Dice Ferrero al quotidiano diretto da Antonio Polito che «Bersani e D’Alema sono più realisti di Nichi» Vendola a proposito di socialdemocrazia e giustizia sociale.

Dall’altra sponda però il giudizio sul nuovo corso del Prc resta negativo. D’Alema lo aveva tracciato due giorni fa intervistato da Liberazione, organo del partito ma diretto dal “vendoliano” Piero Sansonetti. E lo attenua solo un po’, in attesa di fatti concreti, al settimanale di Comunione e Liberazione, Tempi. «I partiti vanno giudicati per quello che fanno», è la sua unica apertura di credito. L’esito di Chianciano comunque «lascia aperti molti interrogativi, sia per l’asprezza dello scontro interno, sia per la conclusione cui si è giunti».

Poi è sopraggiunta la nuova fase di D’Alema, inaugurata con un invito a pranzo – menù di pesce, spigola per la precisione – a Montecitorio da parte del “padrone di casa” Gianfranco Fini. L’ex presidente dei Ds e l’ex leader di An ufficialmente si sono visti solo per coordinare le rispettive fondazioni – ItalianiEuropei e FareFuturo – in vista di un seminario comune sul federalismo fiscale da fare in autunno.

L’incontro – trattandosi di fondazioni, al loft del Pd non se ne sapeva niente – si è protratto fino a metà pomeriggio, mercoledì. E non ha riguardato solo il federalismo fiscale. D’Alema ha smentito che si sia trattato di un “patto della spigola”, come quello “della crostata”, insomma. Ci ha tenuto a precisare che non è sua intenzione fare un’altra “Bicamerale” con Fini. O meglio, dallo staff dalemiano si precisa che lo scopo era quello di «aiutare le riforme con un dialogo a geometrie variabili, che non sia solo tra i capi degli schieramenti ma tra i vari protagonisti, per avviare un processo a tappe e quindi diverso dal blocco unico della Bicamerale».

Cosa si siano detti tra una lisca e l’altra, essendo un rendez vous a porte chiuse, non è certo. Ma quello che è trapelato è l’inizio di una discussione sulla riforma della legge elettorale. Non solo e non tanto quella delle politiche, che com’è noto, vede i due ex ministri degli Esteri propendere per due diverse soluzioni: sistema proporzionale alla tedesca per D’Alema e semipresidenzialismo per Fini.

Ma prima di tutto per le europee. E qui, se è vero ciò che risulta dalle cronache riportate dell’incontro, pare che i due si siano trovati d’accordo per introdurre una nuova legge con una sostanziosa soglia di sbarramento, dal 3 al 4 percento, nell’unico sistema di voto rimasto con il proporzionale puro. Per la sinistra finita fuori dal Parlamento, sarebbe il rischio di non vedersi rapprtesentata neanche questa volta, neanche a Strasburgo.

E infatti su questo il segretario del Prc Ferrero già promette: «Faremo i diavoli a quattro se mettono lo sbarramento, anche al tre percento, o se tolgono le preferenze». E forse è meglio che si prepari a far capire cosa intende perché pare che D’Alema e Fini si siano anche simpatici. E di preferenza a loro gliene basterebbe una.

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Pubblicato il: 31.07.08
Modificato il: 31.07.08 alle ore 17.37

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77618

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Piano Fenice, 7mila lavoratori cacciati da Alitalia e Air One

alitalia
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Il gioco intorno a Alitalia ora è più chiaro. Berlusconi aiuta i suoi, come sempre. Lo stesso Cavaliere ha anticipato il “piano Fenice” a una cena con i senatori del Popolo delle Libertà: 5mila lavoratori saranno cacciati, più duemila di Air One, separazione del ramo d´azienda marcio, che finirebbe sul groppone dello Stato, cioè dei contribuenti. A guadagnarci sarebbero solo Berlusconi e i suoi amici.

In campagna elettorale Berlusconi gridò allo scandalo,
quando il piano Air France prevedeva 2100 lavoratori in esubero. In campagna elettorale pur di non perdere il posto, molti dipendenti Alitalia votarono il Cavaliere, che pur di rendere credibili le sue parole parlò anche di un intervento dei suoi figli, poi naturalmente smentito. Il risultato fu che il piano Air France fallì, la compagnia aerea si ritirò e Berlusconi incassò il voto elettorale, senza ringraziare. A distanza di mesi, la cordata tanto sbandierata ancora non c´è, il piano di Banca Intesa San Paolo (advisor del governo per la privatizzazione) nemmeno, ma le indiscrezioni sono tante.

La nuova Alitalia sarà una “Newco” senza debiti, dove far confluire le attività redditizie della vecchia compagnia e quelle della Air One di Carlo Toto, oltre ai capitali di una serie di azionisti industriali e finanziari. Lo riporta su un quotidiano nazionale Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, che spiega come la creazione di due aziende, una da rottamare e l’altra salvabile, è il solo schema possibile per Alitalia. Anche perché nella vecchia società nessuno metterebbe un euro. Passera dice che «la nuova Alitalia, se nascerà, dovrebbe arrivare al 65%» di quota di mercato nazionale. «Abbastanza per essere vitale lasciando spazio alla concorrenza interna ed estera».

Nessuna fusione poi con Air One,
ma solo l’acquisto da parte della nuova Alitalia di alcune attività della compagnia. Ma non i debiti e ogni tipo di obbligazioni che la compagnia di Toto ha accumulato in questi anni. E l´imprenditore avrebbe anche modo di “liberarsi” di ben duemila lavoratori in esubero. Così la compagnia di Toto, ha detto Passera, «ce la può fare». Il piano “Fenice” di Intesa Sanpaolo sarà presentato all’azienda, probabilmente al cda dell’8 agosto, e quindi al governo a cui spetta il compito di decidere le modalità per accompagnare la gestione della bad company, che avrà in carico i 5mila lavoratori in esubero e i debiti della compagnia.

Le reazioni, Ryanair: Berlusconi dice “io volo Alitalia”, ma vola su jet privati
Il caso Alitalia è però talmente clamoroso che non sono mancate le reazioni dal Pd all´Italia dei Valori, dai politici laziali ai sindacati, fino ad arrivare a Rayair, la compagnia low cost, che sarebbe la principale penalizzata dall´operazione del Cavaliere. Il Pd, con in testa Walter Veltroni e Anna Finocchiaro, ha chiesto al presidente del Consiglio la “gentilezza” di riferire in Parlamento quanto annunciato tra caffè e ammazzacaffè. Cioè nelle sedi più consone a parlare del riassetto della compagnia di bandiera italiana. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito è stato costretto ad annunciare che il governo fornirà al Parlamento tutti i chiarimenti richiesti sulla vicenda Alitalia. E per il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti i nomi della cordata italiana per Alitalia saranno resi noti a settembre.

Sul caso Alitalia «paghiamo il prezzo del cinismo elettorale del Pdl, siamo al reddere actionem e sono preoccupato», ha commentato Pierluigi Bersani. «I 2000 esuberi dell’accordo con Air France furono definiti un massacro – dice il ministro ombra dell’Economia – non so come devono essere definitivi i 5000 di cui ha parlato Berlusconi…». Per Bersani la soluzione prospettata dal governo «prevede meno soldi, più esuberi e una serie di problemi di procedure su cui l’esecutivo non sa che pesci prendere». «Non immagino – ha rilanciato Bersani – come si possa reggere la concorrenza globale senza trovare subito una sponda con una grande compagnia internazionale».

«Dovevamo chiudere con Parigi prima
che tutto precipitasse – continua Bersani – e una volta entrati in un gruppo di quelle dimensioni i problemi si sarebbero affrontati meglio, compreso quello del caro carburanti». Riguardo «la cordata, o la cordatina», Bersani non capisce «chi ci sta e chi no» e dice: «Io spero che Alitalia si possa salvare, ma è chiaro che i responsabili di questa deriva dovranno pagare un prezzo politico perché è una vergogna».

«Allarmanti, frammentarie e sempre più inquietanti notizie si susseguono in queste ore sulla vicenda Alitalia», ha detto Umberto Marroni, capogruppo del Pd in Campidoglio, che rivela che gli esuberi di Alitalia colpiranno soprattutto il Lazio e Roma. «Si parla di 5.000 o 7.000 lavoratori in esubero come di un fattore matematico e non di persone in carne e ossa il cui impatto sociale graverà soprattutto su Roma. Altro che piano “Fenice”, sarebbe meglio definirlo un “De profundis” per la compagnia di bandiera».

«Arrivano i primi risultati.
Purtroppo negativi. E non ci soddisfa dire, l’avevamo detto», ha spiegato Francesco Boccia, ex capo del dipartimento economico del Governo Prodi, che aveva approfondito il dossier Alitalia e la vendita ad Air France. «Il Governo Berlusconi» ha dichiarato Boccia «sta mettendo la firma su un danno serio fatto a carico dei contribuenti italiani e dell’anello debole di quest’ennesima pessima vicenda industriale all’italiana: i lavoratori». «Nel giro di tre mesi», sottolinea l’economista del Pd, «siamo passati dal possibile introito di 354 milioni di euro che di fatto Air France era in procinto di pagare per Alitalia, a -300 milioni finanziati dal Governo e che non rientreranno più nelle casse dello Stato. Risorse tolte ad aziende e cittadini». «Nello stesso tempo, i lavoratori in esubero sono passati da 2.000 (proposta Air France) a 7.000», annunciati dallo stesso Berlusconi.

Il Piano “Fenice” preoccupa anche Ryanair, che non ha mai avuto aiuti di Stato e che sarebbe la maggiore penalizzata da tutta l´operazione. «Alitalia può avere un futuro se il governo smette di intervenire», dice l’amministratore delegato Michael O´Leary, che si è anche lamentato di come il vettore di bandiera italiano venga «continuamente sovvenzionato dal governo italiano». «Berlusconi dice che gli italiani devono volare con alitalia – ha detto – ma lui vola con jet privati. Berlusconi dovrebbe smettere di lanciare questi slogan e, o volare Alitalia o trovare una soluzione per Alitalia».

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Pubblicato il: 31.07.08
Modificato il: 31.07.08 alle ore 15.47

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77617

Perugia, nuove indagini per la morte in cella di Aldo Bianzino

http://www.pane-rose.it/utilities/media.php?id=1234

A otto mesi di distanza si riapre il caso di Aldo Bianzino, morto in carcere forse per le botte subite da una guardia penitenziaria. L’inchiesta sulla sua sospetta morte infatti non è stata chiusa.  Gli avvocati della famiglia del falegname di Pietralunga, provincia di Perugia, hanno ottenuto l’ammissibilità delle loro richieste anti-archiviazione da parte del giudice per le indagini preliminari Massimo Ricciarelli.

Si apre così uno spiraglio per far luce su una vicenda inquietante sulle condizioni di reclusione delle carceri, in particolare dell’istituto penitenziario di Capanne l’uomo è stato trovato morto in una cella. La famiglia di Bianzino che non ha mai creduto alla ricostruzione del Pm Giuseppe Petrazzini che si trattasse di «morte per cause naturali, determinata da aneurisma». Aldo Bianzino è morto dopo due giorni che era in carcere. Era stato arrestato il 12 ottobre del 2007 per via di alcune piante di marijuana coltivate nel giardino della sua abitazione.

Il 14 ottobre, due giorni dopo l’arresto, dal carcere di Capanne è stata decretata la morte. E da qui iniziano i misteri: testimoni che parlano di grida da parte di Bianzino e di probabili percosse. Era in cella da solo.

L’autopsia parla di fratture di costole e di distaccamento del fegato. Per il Pm le fratture sono state determinate da un maldestro tentativo di massaggio cardiaco. Per la famiglia Bianzino sono invece la prova di un pestaggio. Ora spetta al Gup decidere se archiviare oppure no il caso.

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Pubblicato il: 31.07.08
Modificato il: 31.07.08 alle ore 20.05

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77621

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Intervista con Giuseppe Bianzino, padre di Aldo Bianzino

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Intervista con Giuseppe Bianzino, padre di Aldo Bianzino
Francesco “baro” Barilli

17 giugno 2008
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Aldo Bianzino, 44 anni, viene rinchiuso la sera del 12 ottobre scorso nel carcere di Capanne a Perugia, per il possesso di alcune piantine di canapa indiana. Viene trovato senza vita la mattina del 14 ottobre.
Aldo l’ho potuto vedere solo in fotografia; suo padre Giuseppe l’ho incontrato la prima volta a Lodi, un mese fa. L’ho conosciuto tramite Maria Ciuffi, madre di Marcello Lonzi, anche lui deceduto in carcere l’11 luglio 2003 (sulla sua morte si sono recentemente riaccese speranze di verità, dopo la riapertura del caso). Quella sera Giuseppe ha abbracciato anche Haidi Giuliani, e poi Danila Tinelli e Maria Iannucci, rispettivamente madre di Fausto e sorella di Iaio. Incroci di destini fatti di dolorose perdite e di mancanza di giustizia, un affetto e una solidarietà che sorgono spontanei.
Dal confronto con le foto del figlio, risulta chiara la somiglianza fra Aldo e Giuseppe. Alti, magri, grandi occhiali. Anche caratterialmente Giuseppe ricorda quel che si racconta dell’indole del figlio. Mitissimo, ma non per questo meno risoluto nel combattere le ingiustizie. Nei gesti e nel sorriso i segni di una cordialità e di una serenità che la tragedia ha incrinato ma non cancellato. “Mio figlio era molto aperto, disposto a parlare con tutti”, mi racconta. “Già da bambino, bastava che qualcuno lo chiamasse e lui gli sorrideva e lo seguiva. In questo era simile a me, o almeno a come ero una volta. Oggi sono cambiato. Una volta sorridevo sempre e qualcuno mi chiedeva ‘ma cos’hai da ridere?’. Io semplicemente sorridevo perché mi sembrava che la vita mi sorridesse. Oggi sorrido poco, quella domanda non me la rivolgono più…”.
Lo incontro nuovamente nella sua casa di Vercelli. Lui ha voglia di parlare e io di dargli voce.

Tu quando vieni a sapere della morte di Aldo?

Domenica pomeriggio, quando era già morto da alcune ore. Mi ha telefonato Gioia, la sua prima moglie, madre dei due figli maggiori (Aruna ed Elia). All’inizio ha chiesto se Aruna era lì da me, poi ha tergiversato un po’, non sapeva come dirmelo. Prima ha detto che mio figlio aveva avuto un infarto, solo dopo qualche minuto ha aggiunto che era morto, ma non mi ha specificato i dettagli, non ha parlato del carcere, non se la sentiva. In quel momento ha accennato solo a mancanze nei soccorsi. Mia moglie era in giardino, gliel’ho dovuto riferire io. Non sai cosa significa dire una cosa del genere a una madre… Ho cominciato a sapere tutta la storia pochi giorni dopo. Poi, dopo altro tempo ancora, è stata sempre Gioia a dirmi “adesso devo raccontarti tutto”. Mi ha parlato dell’autopsia, dei 4 ematomi cerebrali, dei danni al fegato e alla milza. In quel momento si diceva pure di due costole rotte, circostanza che però sembra essere stata smentita dall’autopsia successiva. Nel frattempo erano cominciati i contatti con Roberta, la sua compagna (arrestata assieme a lui e scarcerata subito dopo la morte di Aldo), e la nostra battaglia comune per capire cosa fosse successo in quella cella.

Ti sei fatto qualche idea su quanto accaduto?

Ho due ipotesi. Forse i suoi carcerieri pensavano davvero di trovarsi di fronte a uno spacciatore. Non avendo trovato denaro in casa di Aldo e Roberta (la perquisizione aveva raccolto solo trenta euro), hanno pensato avessero nascosto “il malloppo” da qualche parte. Per questo può darsi l’abbiano malmenato, per farlo confessare. L’altra ipotesi si basa sull’idiosincrasia di mio figlio verso strutture chiuse come il carcere. Aldo era molto tranquillo e aperto di carattere, ma incapace di comportamenti servili e non incline al rispetto delle gerarchie. In un ambiente chiuso e codificato come dev’essere il carcere si crea quella subordinazione che pretende ritualità, rispetto ossequioso verso gli ordini: una realtà impossibile per lui. Magari questo l’ha portato a qualche reazione e di conseguenza può essere scattata la voglia di dargli “una lezione”.

Cosa puoi dirmi sullo stato delle indagini?

Il magistrato che aveva in mano l’inchiesta era lo stesso che l’ha fatto arrestare. Un arresto che considero assurdo non solo per l’assoluta mancanza di pericolosità di persone come Aldo e Roberta, ma anche perché avvenuto di venerdì pomeriggio, costringendo quindi due persone a restare in carcere inutilmente per almeno tre giorni. Tutto questo senza poter vedere un giudice e chiarire la loro posizione, e per di più lasciando Rudra e la nonna (ossia il figlio quattordicenne di Aldo e Roberta, e una novantenne in precarie condizioni di salute) completamente isolati e abbandonati a se stessi. Sulla sua morte è stata chiesta l’archiviazione, a cui si è opposta tutta la famiglia, coi rispettivi avvocati. Non so cosa aspettarmi delle indagini, seppure da ignorante in materia legale ci vedo troppi buchi. Io pensavo che in un carcere, almeno nei corridoi e nei luoghi di passaggio, ci fosse una vigilanza costante, anche tramite telecamere, eppure ancora oggi non si sa chi sia entrato e uscito da quella cella. Prima abbiamo accennato a incongruenze nelle autopsie e voglio farti un esempio specifico. Le lesioni al fegato le hanno giustificate con una manovra di rianimazione maldestra, fatta con imperizia e troppa violenza. Ammesso che si possa credere a questa versione, è possibile che non si sappia chi ha operato quel tentativo di soccorso?

Alla fine si sta facendo strada la teoria di una morte per cause naturali, per rottura aneuristica. Inoltre, si è parlato molto dell’assenza di lesioni esterne…

L’aneurisma è un elemento di debolezza del sistema circolatorio, che può starsene tranquillo per anni e poi cedere. Cosa posso dirti?… Forse per deformazione professionale da vecchio chimico ragiono in termini pratici, di impianti. Alla Thyssen Krupp l’impianto faceva schifo, ma è successo qualcosa che l’ha fatto scoppiare. Ecco, anche volendo credere all’aneurisma, io sono alla ricerca di quel “qualcosa”. Nulla capita per caso. Sulla mancanza di segni esteriori, tu pensi ci siano lesioni esterne nei prigionieri di Guantanamo? O sui corpi dei poveracci passati nelle mani di Videla o Pinochet per poi essere scaricati in mare?

La storia di tuo figlio mi ricorda un panorama in cui la nebbia prima si dirada e poi si riaddensa. Ci parla di una zona grigia nello stato dei diritti, favorita dall’intreccio tra retorica securitaria e guerra al diverso.

In questi tempi si fa un gran parlare di sicurezza, peraltro cercando di distorcere la scala di importanza dei fatti. Quando si parla di sicurezza e legalità non si parla dei morti sul lavoro, che sembrano confinati in un altro pianeta, e neppure dei grandi truffatori, che non sembrano destare quello che oggi viene chiamato “allarme sociale”. Intendiamoci, capisco che il ladro che ruba la pensione alla vecchietta che l’ha appena ritirata sia un problema reale e da affrontare, ma non capisco quale allarme possa essere determinato da uno che si fa uno spinello. Chi vive alle nostre spalle rubando miliardi o guadagnandoli in modo poco pulito, al contrario, non è considerato pericoloso. Tu mi parli di nebbia e di zona d’ombra ed è corretto; io, al di là del dolore personale, la storia di mio figlio l’ho vissuta come un’enorme contraddizione. Una contraddizione di quello che una volta avremmo chiamato “il sistema”.

La vicenda di Aldo ti ha creato un’idea in generale del mondo carcerario? E come è cambiata, se è cambiata, la tua visione della giustizia?

Cosa penso del carcere? Che è una cosa diversa se ti chiami Geronzi o Bianzino. Può sembrare banale ma è così, è quel che sento. Quando oggi leggo di tragedie successe nei CPT, di persone malmenate o morte “in circostanze misteriose”, come si dice, provo la stessa sensazione: carceri e CPT sono luoghi dove la persona perde i propri diritti. Per questo è facile che lì dentro certe cose succedano, ed è difficile poi scoprire la verità. E parlo di due luoghi che a torto si pensa debbano tutelare solo chi sta fuori da chi vi è imprigionato. E’ falsissimo: carcere e CPT dovrebbero tutelare pure chi sta dentro. Questo perché anche chi viene rinchiuso in una di quelle strutture è sotto la tutela dello Stato. Tutti, ma a maggior ragione quelli che, come Aldo, sono reclusi senza aver subito una condanna e quindi vanno considerati innocenti fino all’emissione della sentenza. Del resto ne abbiamo parlato prima: quando si parla di sicurezza si parla di una sicurezza monca e ambigua. Le morti in carcere sono tantissime. Non parliamo di quelle nei CPT, visto che quei poveracci ormai sembrano appartenere a una categoria subumana. Non parliamo di Carlo Giuliani: per lui hanno ripristinato la pena di morte, direttamente in piazza. Una volta avremmo parlato di “giustizia di classe”: forse dovremmo avere il coraggio di dirlo anche oggi…

Francesco “baro” Barilli

http://www.reti-invisibili.net/morticarceri/articles/art_13436.html

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Pubblichiamo questo articolo comparso su carmillaonline.com sulla un’altra morte sospetta: quella di Riccardo Rasman.
Verità per le vittime della violenza di Stato!!
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L’uccisione di Riccardo Rasman

di Valerio Evangelisti

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RiccardoRasman.jpgLe sue foto sono strazianti. Una specie di bambino troppo cresciuto, con gli occhi grandi e chiari, ingenui, e un perenne mezzo sorriso sulle labbra, lo stesso che aveva da piccolo. Un “ragazzone” triestino di 34 anni (pesava 120 chili, era alto 1,85), per testimonianza di tutti mite e gentile, un po’ goffo, incapace di fare del male. Era afflitto da “sindrome schizofrenica paranoide”, che lo aveva colpito dopo il servizio militare nell’aeronautica, e gli scherzi feroci a cui era stato sottoposto dai commilitoni. Da quel momento nutrì un timore folle verso chiunque indossasse una divisa. A posteriori, potremmo dire che aveva ragione.
Era seguito dai servizi psichiatrici, ma viveva solo, tanto si sapeva che non era pericoloso. Il 27 ottobre 2006 è stato massacrato e fatto morire da quattro agenti di polizia, tre uomini e una donna. Per “asfissia da posizione”, come nel caso di Federico Aldrovandi.

Quel giorno, per Riccardo, era di felicità, uno dei rari nella sua vita. Era stata accolta la sua richiesta per un posto di netturbino, doveva presentarsi la mattina dopo. Festeggia a modo suo. Accende una radiolina a tutto volume. Esce nudo sul balcone e lancia, nel cortile posteriore, un paio di petardi. Si mette a ballare. I vicini comprensibilmente si spaventano e chiamano la polizia. Arriva una pattuglia che intima a Riccardo di aprire la porta. Le divise tanto temute. L’uomo, terrorizzato, rifiuta, si riveste, va a rannicchiarsi sul letto. La pattuglia, con l’ausilio di due vigili del fuoco, scardina l’uscio dell’appartamento con un piede di porco.
Riccardo cerca di difendersi, getta a terra la poliziotta. Viene percosso sul cranio e sul viso con un manico di piccone e con il piede di porco. I suoi schizzi di sangue imbrattano le pareti della stanza. Alla fine è imbavagliato, ammanettato, le caviglie legate con del filo di ferro. E’ coperto di ferite. Gli salgono sul dorso. Lui rantola, non riesce a respirare. Muore soffocato. Le pareti attorno paiono quelle di una macelleria.
Chi non ci crede, guardi questo video, parte 1 e parte 2, realizzato da Paolo Bertazza.

RiccardoRasman2.jpgSi apre un processo che sembra volgere all’archiviazione, se non fosse per un ripensamento del PM, che di recente ha riaperto il caso. La mobilitazione e la denuncia, malgrado alcune interrogazioni parlamentari e varie controinchieste sul web, sono scarse, e per lo più a livello locale. Eppure è l’ennesimo sintomo di una malattia generalizzata. Come a Genova nel 2001, come nel caso di Federico Aldrovandi, esponenti delle forze dell’ordine si sentono legittimati, dall’uniforme che indossano e dalla quasi certezza dell’impunità (qualcuno ricorderà le centinaia di vittime innocenti della Legge Reale), a scatenare istinti ferini su chi non si può difendere.
Riccardo Rasman, pieno di paure, vittima tutta la vita, è stato ferito e ucciso per avere fatto troppo rumore in un attimo di gioia. Di lui restano a fissarci gli occhi sgranati e il sorriso un po’ incerto, da bambino buono e timido.

Firma la petizione on line.

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fonte: http://veritaperaldo.noblogs.org/

Karadzic si difende da solo: “Avevo un patto con gli Usa”

L’Aja, udienza preliminare per l’ex generale accusato di genocidio e crimini di guerra
Rifiuta di dichiararsi colpevole o innocente e chiede un mese per studiare le accuse

Per l’ex leader serbo bosniaco la sua estradizione è “illegale”

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Karadzic si difende da solo "Avevo un patto con gli Usa"Radovan Karadzic

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L’AJA – “So che ne ho diritto, ma non mi avvarrò di alcun avvocato di ufficio”. Esordisce così Radovan Karadzic davanti al tribunale penale internazionale dell’Aja, dove è cominciata l’udienza preliminare del procedimento contro l’ex leader serbo bosniaco. Le accuse sono genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità. Il maggior ricercato degli ultimi anni deve rispondere del massacro di Srebrenica e dell’assedio di Sarajevo. Ma prende tempo e per ora si rifiuta di dichiararsi colpevole o innocente. Poi cita un patto con gli Usa e dice che Richard Holbrooke nel 1996 gli garantì l’immunità.

L’udienza.
Dura un’ora e a presiederla è il giudice olandese Alphons Orie. Karadzic è seduto alla destra rispetto ai giudici, nell’ultima fila di sedie dell’aula ed indossa un completo scuro. Rispetto alle foto del suo arresto è tornato al vecchio aspetto: senza la folta barba e i capelli lunghi, il suo volto appare scarno. Prima di tutto i giudici chiedono all’imputato se vuole un’udienza pubblica o privata, cioè senza nessun collegamento televisivo. L’ex generale risponde senza indugi che vuole andare avanti in udienza pubblica. In seguito Karadzic, accennando un ghigno, rivela di aver vissuto sempre a Belgrado in via Gagarin numero 237, durante i tredici anni di latitanza.

La difesa rinviata a fine agosto. L’ex leader serbo-bosniaco poi chiede tempo per esaminare le accuse di genocidio mosse contro di lui. Secondo la legge avrà a disposizione trenta giorni per decidere se dichiararsi colpevole o meno. Se non lo farà, sarà come se si dichiarasse non colpevole. Il giudice ha fissato una nuova udienza il 29 agosto.

Le critiche all’arresto. Rispondendo alla domanda della Corte, Karadzic ribadisce che anche quel giorno si difenderà da solo. E poi, rivolgendosi al giudice Orie, attacca le modalità della sua cattura: “Non credo che lei conosca i dettagli del mio arresto e le irregolarità commesse”. Una critica a cui il presidente della Corte ribatte citando il regolamento: “Se lei vuole sollevare eventuali errori procedurali, deve presentarli alla Camera, che poi li esaminerà e deciderà se ammetterli o meno”.

Ma lui non ci sta e dà la sua versione dell’arresto, sostenendo di essere stato catturato venerdì 18 luglio e non il lunedì successivo e di essere stato “rapito da civili non identificati” per tre giorni: “Non mi sono stati letti i miei diritti, non ho potuto mandare sms ai miei amici”. “Lei avrà in futuro tutte le opportunità di spiegare le sue motivazioni”, è la risposta del giudice, che precisa di non potere mettere agli atti la questione, che tuttavia Karadzic definisce “di vita o di morte, temo per la mia vita”.

L’accordo di impunità. L’ex leader serbo bosniaco sostiene, inoltre, di avere siglato nel 1996 un accordo diretto con Richard Holbrooke, plenipotenziario americano dell’amministrazione Clinton per i Balcani negli anni ’90, che gli avrebbe garantito l’impunità in cambio del ritiro dalla vita pubblica. Karadzic dice di avere un documento di quaranta pagine sulla vicenda che intende consegnare ai giudici e che supporterebbe la teoria secondo la quale la sua estradizione è “illegale”. “Voglio essere trattato con equità”, afferma l’ex generale.

In Bosnia. Intanto le donne di Srebenica seguono in collegamento tv l’udienza di Karadzic, considerato responsabile del massacro che portò alla morte di 10mila persone nella località bosniaca.
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31 luglio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/esteri/arrestato-karadzic/udienza-preliminare/udienza-preliminare.html

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Srebrenica: Massacro senza colpevoli

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di Giorgio Mattiuzzo
Fonte: Luogo Comune
27 febbraio 2007

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La Corte Internazionale dell’Aja ha finalmente emesso la sentenza riguardo ai fatti accaduti a Srebrenica durante la sanguinosa guerra tra Serbia e Bosnia. Il villaggio era una enclave musulmana in cui, secondo le autorità bosniache, l’esercito serbo, dopo averla assediata, nel luglio 1995 ha ucciso tra le sette e le ottomila persone in un atto di quella che all’epoca veniva definita “pulizia etnica”.

Il verdetto è stato di assoluzione per il crimine di genocidio contro la popolazione musulmana da parte delle autorità serbe. Ciò significa innanzitutto che, secondo la Corte, a Srebrenica vi fu un genocidio. In secondo luogo, che la Serbia non è responsabile: cioè la Serbia, il Governo serbo, non ha pianificato alcuna operazione di pulizia etnica nell’enclave. E che quindi non dovrà pagare risarcimenti di guerra alla Bosnia. Anche se la Serbia è stata ritenuta colpevole di non aver portato avanti le azioni necessarie per impedire il massacro … e di seguito per punire i colpevoli, come sarebbe stato suo compito secondo i Principi di Norimberga. (1)

La questione è complicata assai. Intanto perché, se da un lato il massacro di Srebrenica è divenuto il simbolo collettivo della malvagità del governo serbo che ha meritato i bombardamenti inflittigli dalla Nato, dall’altro non è per niente dimostrato che ci sia stato un genocidio.

Non è facile trovare le parole in queste circostanze, ma parlare di genocidio e massacro non è la stessa cosa. Il genocidio, per il diritto internazionale nato a Norimberga nell’immediato dopoguerra, è un crimine con caratteristiche precise. Il massacro invece è altro.

Quello che è accaduto a Srebrenica, in realtà, non è chiaro. Anzi, apparentemente è fuori di ogni logica militare. E persino un importante ufficiale dell’Onu, Carlos Martino Branco, osservatore e ufficiale operativo, ha scritto un articolo dove espone tutti i suoi dubbi riguardo al presunto genocidio.(2) Il fatto è che Srebrenica era, teoricamente, una zona demilitarizzata, protetta dall’Onu; praticamente, era occupata dai bosniaci, che la usavano come base di partenza per attaccare i vicini villaggi serbi. Il fatto è che i bosniaci erano numericamente superiori e avevano il vantaggio di difendere una posizione naturalmente avversa agli attaccanti. Il fatto è che il comandante delle forze bosniache venne richiamato dal fronte, lasciando senza guida le truppe. Il fatto è che, di questo presunto genocidio, nessuno ha ancora trovato le prove, mentre di sicuro sono stati trovati migliaia di corpi, sepolti in un’ampia area, morti a causa della guerra.

E questo sarebbe uno solo dei tanti casi in cui i media europei e americani hanno accettato acriticamente la versione del governo bosniaco. Per citare altri esempi, è bene ricordare gli attacchi al mercato di Sarajevo del 6 febbraio 1994 e del 28 agosto 1995: entrambi attacchi dei soldati bosniaci contro civili bosniaci allo scopo di incolpare i serbi e chiedere un intervento armato della Nato.(3)

Peraltro questa relazione appassionata tra governo musulmano e istituzioni europee e americane non deve stupire: a differenza della retorica imperante del terzo millennio, il radicalismo di matrice islamica, nato e allevato in Afghanistan dalle potenze democratiche in funzione antirussa negli anni ’80, ha prosperato a lungo, e i Balcani non hanno fatto eccezione. Tutte le crisi e le guerre che hanno martoriato la ex-Yugoslavia hanno visto i mujaheddin aiutati e finanziati da America ed Europa farsi beffe di ogni embargo e di ogni regola. Esistono filmati su filmati delle “brigate internazionali” che sostenevano l’esercito bosniaco con truppe addestrate in Paesi musulmani, ed addirittura è possibile vedere una ripresa in cui alcuni mezzi dell’Onu trasportano combattenti per la guerra santa alla 7ma brigata musulmana, che combatteva per l’esercito bosniaco.(4) Addirittura un documento del Comitato Politico Repubblicano al Senato americano accusa apertamente il governo, allora presieduto da Clinton, di aver messo in pericolo la sicurezza del personale Usa dispiegato nei Balcani, dando “luce verde” alla vendita di armi alla Bosnia da parte dell’Iran e di altri Paesi musulmani.(5)

Insomma, questa sentenza cerca di salvare capra e cavoli, non negando il genocidio, ma non incolpando chi avrebbe potuto ragionevolmente essere il mandante e l’organizzatore, cioè la Serbia. E tuttavia confermando le storie messe in piedi dai media e cercando di screditare le Serbia ancora una volta.

Anche perché sarebbe stato un vero scandalo se la Corte dell’Aja avesse stabilito che uno dei fatti che portarono il mondo libero all’accettazione del principio della ingerenza umanitaria non esiste. Anche se in fondo, a ben vedere, se la Serbia non ha organizzato alcun genocidio, qualche governo democratico potrebbe dover scusarsi, e non poco, con le famiglie dei serbi uccisi per fermare dei crimini che non esistevano.

Note

1. Una serie di fonti di stampa per la sentenza: Corriere della Sera; Repubblica; Guardian Unlimited; Christian Science Monitor; CNN; Los Angeles Times; International Herald Tribune; Reuters. [indietro]
2. C.M. Branco, Was Srebrenica a Hoax?, Global Research.ca, 20/4/2004. Altre fonti sul massacro di Srebrenica: E.S. Herman, The Politics of Srebrenica Massacre, zmag.org, 7/7/2005; K. Kilibarda, Refuting the Srebrenica Myth: An Islamist Perspective, Emperor’s Clothes.[indietro]
3. J. Toschi Marazzani Visconti, La disinformazione in ex-Jugoslavia e Kosovo, discorso tenuto alla Conferenza Internazionale dell’Osce sulle Ong, Bruxelles, 19/5/2006.[indietro]
4. YouTube, UN Complicity In Islamic Jihad Against Serbs.[indietro]
5. Clinton-Approved Iranian Arms Transfers Help Turn Bosnia into Militant Islamic Base, United States Senate, Republican Political Commitee, 16/1/1997.[indietro]

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fonte: http://www.pasti.org/srebreni.html

L’APPELLO DI BORGHEZIO: “Piazze e vie Garibaldi? Da picconare Buon lavoro, patrioti padani…”

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L’esponente leghista applaude all’iniziativa del sindaco di Capo d’Orlando, poi torna sull’inno di Mameli: “E’ un  discutibile personaggio che, come l’inno, ci ricorda che da 150 anni siamo schiavi di Roma ladrona”

. Mario Borghezio Torino, 31 luglio 2008 – “Il sindaco di Capo d’Orlando, con la coraggiosa decisione di scalpellare la targa di piazza Garibaldi ha dato un primo importante segnale: la Sicilia vuole liberarsi dai simboli di un centralismo che le ha recato solo danni”.

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E’ entusiasta, il sanguigno esponente della Lega Mario Borghezio, dell’iniziativa. E aggiunge: “Mi domando, a questo punto, se non sia ora anche al Nord di picconare le targhe di piazze, corsi e vie dedicate a un personaggio storico assai discutibile che, come la nota frase dell’Inno di Mameli, ci ricorda che da 150 anni siamo schiavi di Roma ladrona. Buon lavoro, patrioti padani…”.

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LA PROVOCAZIONE DEL SINDACO SICILIANO

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Il sindaco di Capo d’Orlando, in provincia di Messina, vuole riscrivere la storia partendo dalle piazze. Ieri Enzo Sindoni ha preso a picconate la targa di piazza Giuseppe Garibaldi, maledicendo l’eroe risorgimentale come “un feroce assassino al servizio di massoneria e servizi inglesi”.

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Presa a martellate la vecchia targa in memoria dell’eroe in camicia rossa, Sindoni ha rinominato la piazza ‘IV lugliò. “Riferimento ermetico – scrive il ‘Corrierè – a un evento dimenticato, una battaglia navale del 1299 con seimila morti. Sgusciato da varie peripezie giudiziarie, Sindoni, eletto con lista civica, assessori di diverse estrazioni, si infuria con chi lo accusa di iniziative folkloristiche e non teme le reazioni dei comitati pro-Garibaldi appena nati, fiero di incoraggiamenti autorevoli che arrivano persino dalla Regione”.

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Da Palermo, lo storico italiano Francesco Renda invita tutti “a studiare la storia, anche a rivederla, a riscriverla, non a frantumare targhe” e propone al governatore Raffaele Lombardo di evitare “manifestazioni inutilmente offensive. Capisco che le sue origini – puntualizza Renda – non stanno nel Risorgimento, ma nel separatismo. Bene, studiamolo, ristudiamolo. Improvvisando – chiosa lo storico – c’è solo presunzione e ignoranza”.

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“Ma forse a Capo d’Orlando – scrive il ‘Corriere della sera – preferiscono agganciarsi a un altro professore di Storia moderna, Daniele Tranchida, cuore a destra, studenti all’università di Messina: ‘Studiamo da tanti anni e infatti ormai sappiamo che fu strumento almeno inconsapevole di disegni antimeridionali». La piazza della cittadina in provincia di Messina è stata “strappata a Garibaldi e ridotta a un numero, il 4 luglio – termina il ‘Corrierè – che però, per ironia del destino coincide con la sua data di nascita. Come fosse lo sberleffo di ‘don Peppinò”.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/07/31/108453-piazze_garibaldi_picconare.shtml

LA LETTERA – Morti bianche, dov’è la Giustizia?

https://i0.wp.com/download.kataweb.it/mediaweb/image/brand_iltirreno/2008/04/19/1208620338838_2.jpgUna delle tante morti bianche

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LA LETTERA

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Parole, parole, tipo questa: Giustizia. Dov’è? O forse sono io che non riesco a comprenderla?! Quante umiliazioni, quante beffe, quanti calci nel sedere, quanta sofferenza. Per che cosa? Non sono una pazza, sono una mamma, una moglie. Parlo delle famose “morti bianche”. Io nel giro di quindici mesi, ho perso due persone a me molto care.

Per l’esattezza, il 28 aprile del 2000, verso le otto meno dieci, mi squillò il telefono, era mio marito. Mi disse che stavano venendo a prendermi, si era fatto male Luciano (questo è il nome di mio figlio). Arrivò un geometra, gli chiesi cosa era successo, ma lui mi disse che non sapeva niente. Non si arrivava più, la strada era lunga. Dentro di me le pensavo tutte: si è rotto una mano? Con i mezzi che ci sono oggi guarirà. Arrivai al pronto soccorso, questo geometra mi disse di aspettarlo fuori, che chiedeva se era li. Ero rimasta un bel po’ fuori ad aspettare, poi uscì e disse: non è qua.

Ma nel frattempo arrivò un’altra macchina e li c’era mio marito. Ricordo ogni singolo particolare: arrivò un ambulanza, quello dell’ambulanza si arrabbiò, perchè c’era la macchina che aveva portato me li. Non so cosa si dissero, ma vidi quest’uomo allargare le braccia come chiedere scusa. Ma io non sapevo che proprio in quella lettiga coperta da un qualcosa di verde c’era il mio Luciano. Quella maledetta mattina mio figlio e mio marito andarono a lavoro, perchè lavoravano insieme. Dovevano ricostruire un centro per anziani a Briosco (MI). Dovevano portare sul tetto delle travi, ma a 20/30 metri queste maledette travi si sono inclinate e sono scivolate giù. Sotto, nel cortile, c’era mio figlio e un altro suo collega, e mio marito che guidava la grù. Incominciò a urlare di spostarsi, il suo collega si salvò, invece mio figlio venne preso in pieno dalle travi, e morì sul colpo.

Nel processo mi sono costituita sia parte civile, che penale. Condannarono il principale, e lui fece ricorso in appello a Milano. La condanna fu confermata, ma il carcere non l’ha mai fatto, anzi il giorno dopo era nel cantiere che continuava tranquillamente a lavorare, e io non ho ricevuto nessun risarcimento. Ancora oggi, 7 luglio 2008, di mio figlio non ho preso un centesimo di risarcimento.

Cambiarono cantiere dopo un po’ di mesi, andarono a lavorare a Varese. Mio marito che aveva sempre fatto il capocantiere, dalla morte di nostro figlio Luciano, non ne volle più sapere di farlo. Un giorno era a Varese a lavorare, e mi chiamò, e mi disse: chiama l’Asl di Varese e chiedi cosa devi fare per un ponteggio che non è a norma, ma non dirgli chi sei. Io chiamai subito, ma invece gli dissi chi ero, e che non volevo che succedesse qualcosa a mio marito, visto che 15 mesi prima aveso perso mio figlio.

Tre/quattro giorni dopo, io non ero in casa (ero andata a prendere un quadretto). Quando tornai a casa c’erano un po’ di chiamate in segreteria. Feci il primo numero, mi rispose l’ospedale, ma siccome ero io che chiamavo continuavano a dirmi cosa volevo, e io che gli dicevo: ma non mi avete chiamato voi? Ma la risposta fu: quando sa cosa vuole richiami. Feci l’altro numero, era lo zio, io gli dissi: come mai mi chiami la mattina se sai che Gianfranco (è il nome di mio marito) è a lavoro? Lui cominciò a chiamarmi per nome: Franca, Franca!! Li capii che c’era qualcosa che non andava, e gli dissi, fammi il nome, perchè io ho altri 5 figli. Mi fece il nome di Gianfranco: misi giù il telefono e richiamai l’ospedale.

Mi rispose la stessa persona, quasi scocciata, e mi disse: se non sa neanche lei cosa vuole, cosa ci posso fare io? E io gli risposi: adesso lo so, hanno portato li mio marito. Lui mi rispose: aspetti un attimo, e mi misse una musichetta di attesa. Dopo un bel po’ mi rispose un medico, dicendomi di andare subito li perchè mio marito era grave. Chiamai invano l’ufficio dove lavorava mio marito, ma non ebbi risposta. Verso mezzogiorno rispose il geometra. Io ero molto arrabbiata, e gli dissi: non vi siete neanche presi la briga di chiamarmi, ma nel frattempo arrivò anche un cugino di mio marito, gli dissi di venire con me.

Mi portò al cantiere, li c’erano già quelli del sindacato, e gli dissi: vi prego, non lasciatemi sola, devo fargliela pagare. E questo geometra continuava a dirmi che non sapeva dov’era l’ospedale. Ma quelli del sindacato mi dissero: la portiamo li noi. Vidi il cartello rianimazione, e entrai. Mi chiesero cosa volevo, e gli dissi: hanno portato qua mio marito. Mi risposero: qua oggi non è arrivato nessuno. Subito dopo qualcuno mi disse: vieni qua. Ancora pronto soccorso, entrai in una stanza, c’era una barella e una sedia a rotelle. Il medico mi girò verso la sedia e allargò le braccia: non c’è l’ha fatta.

Destino crudele, stessa ora, stessa telefonata, quel dannato ponteggio aveva portato via anche mio marito. Quando me l’hanno fatto vedere era già dentro una cella frigorifera. A dieci giorni dalla morte di mio marito, mi diedero i 5 milioni di lire che mi spettavano di liquidazione di mio figlio. Quando è morto mio figlio (il 28 aprile del 2000), abbiamo scoperto che era in nero. Il suo datore di lavoro è andato ad assicurarlo il 2 o il 3 maggio del 2000. L’assicurazione risponde, io non le do niente, perchè il giorno che è morto non era assicurato. A 4 mesi dalla morte di mio marito il datore di lavoro dichiara fallimento.

Un giorno al processo gli ho chiesto se lui di notte riusciva a dormire tranquillamente, e con la sua aria di strafottente mi ha detto: certo signora, perchè non dovrei dormire. Due anni e mezzo fa il processo di mio marito era quasi finito. Sentenza finale: troppi colpevoli, tutto da rifare. Il 23 luglio fa 7 anni che mio marito è morto, ma il processo è tutto da rifare. C’è la prescrizione, e i miei avvocati dicono, che a sette anni e mezzo, ‘sti signori, per non dargli un termine diverso, non verranno mai giudicati, né puniti. L’Asl di Varese mi fece una lettera, scusandosi perchè non avevano personale, e non avevano potuto mandare nessuno a controllare il cantiere.

E’ questa la nostra bella Italia, uno va sul posto di lavoro per portare a casa il pane quotidiano, e invece ti portano via in una cassa, anzi in due, nel giro di 15 mesi: stessa impresa. Io mi chiedo: anni di processo per cosa? Io ho pagato sulla mia pelle le mie disgrazie (anche a livello economico). Lo so che non potrò più riavere mio figlio e mio marito, ma pretendo giustizia. Vorrei rivolgere delle domande a quelli molto in alto: Perchè devono succedere queste cose? Perchè oltre la disgrazia devi pagare anche per poter avere giustizia?E  molto salato, per non arrivare mai ad una conclusione? Perchè durante i processi stai li tutta una giornata per sentirti dire: rinviato a dopo 3/4 mesi? I morti sul lavoro sono degli eroi.

Sono stanca, perchè non sono mai arrivata a dire: si, la giustizia funziona, si, la giustizia c’è: mio figlio Luciano aveva solo 22 anni, e mio marito Gianfranco solo 41. Certe cose ti cambiano la vita, e la mia si è proprio ribaltata, ma devi andare avanti per i tuoi figli, perchè queste cose non accadano più, invece accadono tutti i giorni. Se ci fossero più controlli e meno agevolazioni, secondo me ci sarebbero meno morti e infortuni sul lavoro. Se ci fosse una punizione giusta, forse ci penserebbero due volte prima di rifare l’errore. Il mio appello: controlli, controlli, controlli, severità. Non dire mai la prossima volta, ma punirli severamente da subito, perchè quella delle morti sul lavoro è un bollettino di guerra. Vi giuro che fino a quando avrò fiato, mi batterò con tutte le mie forze per avere giustizia.

Ringrazio tanto quelli che avranno la pazienza di leggere la mia lettera. Non voglio pietà, ma una vera giustizia, allora si che potranno riposare in pace anche i miei cari
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Franca Mulas
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30 luglio 2008

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=28647&sez=HOME_MAIL

Dolo Alfano: si parte!

dal sito di Antonio Di Pietro

Pronti, via. Oggi inizia il conto alla rovescia per sapere se la legge è uguale per tutti o per tutti meno alcuni.

Siamo in Corte di Cassazione, noi dell’Italia dei Valori, per depositare il quesito referendario. Mentre vi sto parlando, altri amici insieme a me stanno facendo la fila per sottoscrivere una richiesta di referendum di una sola riga: volete voi che sia abrogata la legge “salva Premier”, quella che Berlusconi si è fatto per non farsi processare? O volete che sia giusto che quattro persone e soprattutto chi è già sotto processo si faccia una legge all’ultimo momento in modo da non farci sapere se alla Presidenza del Consiglio abbiamo una brava persona o un poco di buono?
Questo è un quesito di democrazia che rispetta l’articolo 3 della Costituzione. Il concetto “la legge è uguale per tutti” deve essere riaffermato.

Siccome noi siamo di parola, e siamo determinati nella nostra azione, non ci limitiamo soltanto ad abbaiare. Ci impegniamo a raccogliere le firme per il referendum affinché voi cittadini, voi datori di lavoro di noi dipendenti al Parlamento, possiate decidere se noi siamo uguali a voi o siamo piuttosto persone al di sopra della legge.

Cosa succederà prossimamente? Ci sono delle ferree regole che dobbiamo rispettare, che rendono molto difficile questo cammino. Abbiamo bisogno del vostro aiuto.

Oggi abbiamo depositato il quesito. Nelle prossime settimane, mentre gli altri vanno in vacanza, prepareremo la macchina organizzativa. In ogni provincia faremo un centro di raccolta e di coordinamento, che risponderanno ad un coordinamento generale a Roma e a Milano in sedi che vi indicheremo su questo sito. Abbiamo bisogno di persone che ci aiutino a raccogliere le firme, a preparare banchetti, a firmare e a far firmare questo quesito referendario.

Abbiamo due mesi e mezzo, massimo tre mesi di tempo. Inizieremo la raccolta ufficiale delle firme il 12 settembre con il lancio dell’iniziativa a Vasto. Da adesso al 12 settembre prepareremo tutta la macchina organizzativa, vi faremo sapere nelle prossime settimane dove ci saranno i centri di raccolta e tutto il materiale a disposizione, e soprattutto dove sarà il centro informazioni di tutti gli eventi che si svolgeranno in tutte le province d’Italia.

Dal 12 settembre al 12 dicembre ci saranno tre mesi di fuoco in cui tutti i giorni, soprattutto nei fine settimana, faremo eventi in tutte le piazze d’Italia grazie a voi, grazie a tutti quelli che vogliono darci una mano. In questo sito troverete la mail (info@antoniodipietro.com) con la quale mettervi in contatto con l’organizzazione per dare la vostra disponibilità e allo stesso tempo per aiutarci anche nella raccolta delle firme.
In questi tre mesi raccoglieremo le firme, che non possiamo depositare prima del primo gennaio. Abbiamo già fissato la data di deposito delle firme in Cassazione l’8 gennaio dell’anno prossimo.

Come vedete vogliamo fare sul serio. Chiediamo il vostro aiuto, la vostra collaborazione, affinché questo atto di democrazia possa compiersi, affinché i cittadini possano essere messi in condizione di esprimersi liberamente ed essere giudici dell’operato del Parlamento e del governo, e non lasciare che dipendenti del Parlamento nominati da capi partito diano l’impunità a chi è sottoposto a processo.

Appuntamento tramite mail all’organizzazione nazionale, ed in seguito alle organizzazioni provinciali, per la raccolta delle firme. Si parte.

Noi firmeremo, e voi? 🙂

Silvio Berlusconi

… intanto qualcuno già prega…!