Archivio | luglio 1, 2008

VISTI DA FUORI- Berlusconi è tornato, più sfacciato che mai

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Paolo Maccioni, il blog

Arabia Saudita, si sposa dopo 40 anni. Il padre aveva messo il veto sulle nozze

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Ora 60enne, era stata colpita da un «Athl», un solenne divieto emesso dal genitore. Il neo marito ha 80 anni

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RIYAD – L’amore è cieco e, soprattutto, vince. I luoghi comuni si sprecano per questa storia che sa tanto di fiaba. È però assolutamente vera, ha per scenario l’Arabia Saudita ed è stata raccontata dal quotidiano Al Watan. Protagonista una donna, che ha aspettato ben quarant’anni prima di coronare il suo sogno d’amore. Il fatto è che lei, ora 60enne, ha avuto la ‘sfortuna’ di innamorarsi di un uomo che non appartiene alla sua stessa tribù. Un fatto che in Arabia Saudita può suscitare scandalo, soprattutto nei più tradizionalisti. E il padre della nostra protagonista faceva sicuramente parte della categoria dato che ha emesso un «Athl» contro la figlia, ovvero un solenne divieto alle nozze. L’«Athl» è una norma tribale assai diffusa nel Regno saudita e l’imposizione di questi divieti è una prerogativa riservata ai maschi che esercitano il diritto di patria potestà sulle donne, in base ai dettami della «shariya», la legge islamica.

«CHIUSA IN CASA» – Interpellata dal quotidiano locale, mentre si trovava al tribunale di Gedda, dove è stato firmato il contratto di matrimonio, la donna ha raccontato: «Sono rimasta senza matrimonio per tutto questo tempo, perché mio padre non voleva farci sposare. Con me sono rimaste zitelle le mie sorelle minori, di 57, 48 e 44 anni». La donna ha precisato che, dopo la morte del padre, 26 anni fa, in famiglia c’è stata «una certa apertura», ma che per poter accogliere proposte di nozze ha dovuto attendere la morte dell’ultimo zio, che per diritto transitivo aveva acquisito il potere di decidere sul destino delle nipoti, divenute “orfane”. La donna, dopo avere ricordato una gioventù di sofferenza, «chiusa da sempre in casa», ha rivelato che il padre «faceva venire insegnanti a casa per insegnare il Corano, non permettendoci di andare a scuola». «Sono molte le donne nelle mie condizioni» ha sottolineato. E sul marito, ormai 80enne: «Sulle prime ero titubante, ma mi hanno convinto le sue figlie che mi hanno decantato le sue virtù».


01 luglio 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_luglio_01/arabia_saudita_sposa_dopo_quaranta_anni_c9532758-476f-11dd-8c36-00144f02aabc.shtml

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Quel che segue è un interessante articolo di 10 anni fa. Ma, da allora, per la donna è davvero cambiato qualcosa?

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DONNE ANCORA SCHIAVE

Nell’era dell’emancipazione e delle libertà

di Francesca Brilli

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Spesso mi chiedo cosa vuol dire al giorno d’oggi essere donna. Il primo istinto che ho è rispondere con parole come emancipazione, libertà, pari diritti e pensare a quanto sono fortunate le donne del XX secolo, ormai affermate in tutti i settori del mondo del lavoro e della vita sociale, a quanto la loro condizione sia diversa dalla condizione femminile del passato, quando esistevano donne operaie sottopagate e maltrattate nelle fabbriche, donne prive del diritto di voto, donne schiave all’interno della famiglia, donne vittime di altre atrocità che ho avuto la fortuna di non vedere.

Ma se solo mi fermo un attimo a pensare, mi accorgo che purtroppo non tutte le donne godono questa nuova condizione. Sulle pagine dei giornali, nelle aperture dei notiziari vengono spesso nominati decine di posti in cui dignità, parità ed emancipazione sono per le donne meno che un’utopia, posti nei quali ogni giorno i principali diritti umani sono calpestati. E non è qualcosa di astratto, una frase ad effetto per le prime pagine, perché ogni volta che i diritti fondamentali di un uomo vengono calpestati, una vita umana è inondata di vera sofferenza. Vera sofferenza è sicuramente quella delle donne afghane, le donne di Kabul protagoniste dello scorso 8 marzo 1998. O meglio, protagonista è stato quel che resta delle afghane, i lo occhi affranti che si intravedono dal burka, il mantello che copre dalla testa ai piedi ogni essere femminile dai 9 anni in su, la loro voce che ormai è meno che un sussurro. Sono 3 le donne che, con il coraggio della disperazione, hanno violato il silenzio per parlare coi giornalisti del “Sund Times”; 2 di esse, prima dell’ascesa dei talebani al potere, erano affermate nel mondo del lavoro, l’altra si apprestava a concludere i suoi studi e a intraprendere una professione, adesso 2 di esse hanno perso il lavoro e sono ridotte in miseria, l’altra non può più studiare e ha visto spegnersi a una a una tutte le sue speranze e i suoi sogni. E’ così disperata che ha tentato il suicidio. Tre vite annientate che non sono altro che la dimostrazione di quello che la mania misogina dai talebani è riuscita a fare in poco più di un anno e mezzo, trasformando la vita di migliaia di donne in un inferno per motivi che non hanno niente a che fare con la religione, ma che riguardano solo l’odio, il potere, la prevaricazione.

Per i talebani sono solo 2 i posti adatti a una donna: la casa di suo marito e la tomba. In condizioni del genere penso che sceglierei la seconda alternativa, ma un suicidio di massa non è certo la cosa migliore per le afghane. Ancora a dire la verità non si sa quale sia la “cosa migliore”, non lo sa l’ONU, non lo sa Amnesty International, non lo sa proprio nessuno L’unica cosa di cui si è certi è che non si può andare avanti così. Dopo anni e anni di lotte per i diritti dell’uomo e per la libertà non si può lasciare che vicende così sconcertanti accadano. E purtroppo l’Afghanistan non è un caso isolato: in Arabia Saudita le donne hanno diritti limitati, tanto da non poter uscire se non accompagnate da un parente stretto; in Africa ogni anno 2 milioni di ragazze devono subire l’infibulazione e sono ancora ridotte in schiavitù; in Asia la donna senza dote viene uccisa dal marito; in tutto il modo milioni di donne vengono perseguitate, violentate e picchiate tanto che la violenza maschile è la principale causa di mortalità per le donne tra i 18 e i 44 anni.

Sembra una galleria degli orrori ma è solo la realtà di un mondo nel quale, per quanto si possa cercare di ragionare, per quanto si possa cercare di lottare per ciò che è giusto, la violenza, l’odio l’irrazionalità sembrano farla da padroni. Per trovarne conferma basta semplicemente confrontare le situazioni che ho sopra citato con alcuni degli articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo. Art. 3: ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza. Ma che libertà hanno le afghane se non possono nemmeno mostrare il proprio volto? Art. 4: nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù e servitù. Andate a dirlo a tutte le donne africane che sono costrette a passare la loro vita servendo il padrone . Art. 5: nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamenti o a punizioni crudeli, inumani o degradanti.

Ma allora perché esistono ancora l’infibulazione, le fustigazioni, le mutilazioni? Perché non si riesce a vivere in pace nel rispetto reciproco? Non sarebbe la cosa migliore per tutti? Sicuramente sì, ma visto quello che accade molti non sono di questo avviso. E intanto cosa si può fare? Di sicuro non aspettare con le mani in mano finché le menti di questi uomini non ricevano un’improvvisa illuminazione, bisogna impegnarsi attivamente perché le cose cambino, anche se è più facile a dirsi che a farsi.

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fonte: http://www.sosed.it/Cdsole/Mag98/e14-598.htm

Napoli: arriva Berlusconi, cacciati i manifestanti da Piazza Plebiscito

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Poco prima dell’arrivo del premier cariche della polizia per disperdere disoccupati

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Cumuli di rifiuti a Marano, vicino a Chiaiano (Emmevi)
Cumuli di rifiuti a Marano, vicino a Chiaiano (Emmevi)

NAPOLI – Gli agenti del reparto mobile della questura di Napoli sono intervenuti in piazza Plebiscito dove poco dopo è giunto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. I poliziotti hanno allontanato alcuni disoccupati che si erano assembrati dinanzi Palazzo Salerno, dove si sta svolgendo un vertice alla presenza del premier. I momenti di tensione tra manifestanti e Polizia che hanno preceduto l’arrivo del presidente del Consiglio a Napoli sarebbero stati scatenati dal lancio di una sedia da parte dei disoccupati. A quel punto nei loro confronti sarebbe partita quella che le Forze dell’ordine locali definiscono «un’azione di alleggerimento»: i poliziotti in tenuta antisommossa e manganelli alla mano hanno cominciato a correre contro chi protestava per farli allontanare da piazza del Plebiscito dove il premier sarebbe arrivato qualche minuto dopo.

PROTESTA DEI MANIFESTANTI DI CHIAIANO – In precedenza a Piazza Plebiscito stavano anche manifestando i gruppi antidiscarica di Chiaiano. «Nel giorno in cui il premier Berlusconi viene in città, vogliamo dimostrargli che di fronte a un governo che sceglie la strada dell’autoritarismo, i cittadini che vengono calpestati dalle decisioni possono paralizzare le città». Così i comitati contro la discarica di Chiaiano spiegavano in una nota la decisione di adottare il «soft walking», la protesta con l’attraversamento lento avanti e indietro delle strisce pedonali nel centro cittadino.

LANCIATI TRE ORDIGNI – Intanto tre ordigni di tipo artigianale sono stati lanciati nella notte nei pressi dell’area presidiata dalle forze dell’ordine destinata a ospitare la futura discarica di Chiaiano a Napoli. Ignoti, che sono poi fuggiti a bordo di un motorino, hanno lanciato tre ordigni composti da bombolette del gas del tipo da campeggio in via Marano Pianura, all’incrocio con via Cinque Cercole, territorio già pertinente al comune di Marano. Due bombolette sono esplose in strada, mentre un’altra ha danneggiato il paraurti di un’auto della polizia di pronto intervento, senza causare feriti.

BERLUSCONI L’episodio è avvenuto nel giorno dell’arrivo di Berlusconi a Napoli, dove il premier ha fatto il punto della situazione dell’emergenza rifiuti nel Napoletano. Sebbene l’immondizia a terra sia leggermente diminuita rispetto alle circa 18.000 tonnellate presenti per strada nella regione qualche giorno fa, la maggior parte dei rifiuti sono tuttavia distribuiti nella provincia di Napoli, in particolare tra l’area flegrea e quella vesuviana. Berlusconi ha incontrato i rappresentanti locali, poi andrà ad Acerra dove è atteso per un briefing nel cantiere del termovalorizzatore, finito nel mirino di chi dice no alla costruzione dell’impianto, e di un’inchiesta giudiziaria. Il sindaco di Acerra ha invitato Berlusconi a non fare il briefing nel cantiere ma nel castello baronale, luogo simbolo di Acerra.

SPOT IN TV – La prima proposta fatta dal premier agli amministratori locali è quella di una campagna di sensibilizzazione per informare i cittadini su come affrontare l’emergenza rifiuti in Campania. Con una serie di spot in tv. Il premier, raccontano alcuni dei partecipanti alla riunione, avrebbe ribadito l’importanza di dare vita ad una forte campagna di comunicazione (soprattutto in tv, sia in quelle private che in quelle pubbliche, a livello nazionale e locale) per meglio spiegare alla gente il problema dello smaltimento dell’immondizia.

01 luglio 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_luglio_01/chiaiano_bombolette_gas_55abbdb6-4737-11dd-8c36-00144f02aabc.shtml

MORTI BIANCHE – ‘Schiacciato’ un operaio all’Ilva di Taranto. Media nazionale quotidiana: 3

Incidenti a Taranto, Chiavari e Terni

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 Ilva, taranto 1luglio08
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Tre morti al giorno: la media degli incidenti letali sul lavoro, anche martedì è confermata. La prima vittima è all’Ilva di Taranto, già teatro di un’altra tragedia, solo due mesi fa: l’incidente è accaduto a un operaio di una azienda appaltatrice che è morto nel reparto di «acciaieria 1», schiacciato da un carico sospeso.

L’operaio si chiamava Antonio Avagni, di 45 anni, ed era dipendente di una ditta subappaltrice di Casoria, era alla guida di un automezzo per la movimentazione, su un piazzale dell’Acciaieria 1, quando è stato schiacciato dal «bozzello», improvvisamente sganciatosi da un braccio meccanico. L’operaio, immediatamente soccorso dai compagni di lavoro, è morto sul colpo. Subito dopo l’incidente, i colleghi della vittima hanno proclamato uno sciopero, mentre a partire dal turno delle 23 si incroceranno le braccia in tutto lo stabilimento per 24 ore.

Ma martedì, sul lavoro, muore anche una donna. Si chiamava Mariarosa Garibaldi e aveva 52 anni: e’ morta dopo essere precipitata nella tromba delle scale al quarto piano di un palazzo di via Orsi, a Chiavari. La donna era dipendente di una cooperativa di pulizie. Sulle cause dell’incidente, che sono ancora in fase di accertamento, stanno indagando i carabinieri.

Infine, vicino Terni ha perso la vita un idraulico di 28 anni, che stava lavorando sul tetto del castello di Parrano: è precipitato probabilmente mentre sistemava alcune grondaie. Il giovane era originario di Città della Pieve ma residente a Perugia.

Pubblicato il: 01.07.08
Modificato il: 01.07.08 alle ore 17.42

fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76764

Nuova aggressione alla famiglia Covaciu

Sono in ritardo nel dare questa notizia… ma magari a qualcuno è sfuggita. Riporto da everyone:

Milano, Stelian Covaciu, pestato ieri sera dai poliziotti e minacciato di tacere

Gruppo EveryOne: “azione squadrista, chiediamo l’aiuto urgente dell’Europa e dei media internazionali”

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Dopo l’aggressione avvenuta la mattina del 17 giugno nei confronti di Rebecca Covaciu – la bambina che si è aggiudicata il Premio Unicef 2008 per le sue doti artistiche – e dei suoi familiari, ieri sera, 20 giugno 2008, a Milano, un altro pestaggio, ancora più violento e inquietante, ha colpito il papà di lei, Stelian Covaciu, missionario della Chiesa Cristiana Evangelica Pentecostale. Ad aggredire Stelian, membro da diverso tempo del Gruppo EveryOne, due agenti di Polizia in divisa, intorno alle 22.

Gina Covaciu, moglie di Stelian, chiamava ancora gli esponenti del Gruppo EveryOne che, insieme a un responsabile dell’associazione milanese Naga, allertava un’ambulanza e le forze della Polizia di Stato, che accorrevano sul luogo dell’agguato e conducevano l’uomo, pieno di contusioni e traumi interni, sofferente e in stato confusionale, presso l’ospedale San Paolo, dove veniva sottoposto a esami e ricoverato. E’ tuttora in prognosi riservata. Dopo aver allertato il Partito Radicale, che raccoglieva i particolari dell’avvenimento per agire a tutela delle vittime sul piano politico, il Gruppo EveryOne contattava la questura centrale per assicurarsi che le autorità formalizzassero la denuncia di aggressione ed effettuassero indagini scrupolose. “Quando Gina ci ha chiamato,” riferiscono i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, “era talmente agitata e disperata che faticava ad articolare discorsi comprensibili. Vicino a lei, Stelian si lamentava, pronunciando parole sconnesse. Quando la donna si è calmata, ci ha raccontato i particolari dell’agguato. Gli stessi energumeni che avevano picchiato, insultato e minacciato i Covaciu si trovavano ancora davanti a loro. Stavolta però erano scesi da un’auto della polizia, in divisa e armati di manganelli. Dopo la prima aggressione, la piccola Rebecca, che è una ragazzina molto intelligente e intuitiva, ci aveva già detto che gli aguzzini della sua famiglia indossavano guanti simili a quelli che indossano i poliziotti. Un sospetto c’era, ma speravamo di sbagliarci. L’ipotesi più grave, invece, è stata confermata dai fatti e gli agenti razzisti hanno colpito ancora”.

Questa volta, però, la violenza degli uomini in divisa si è concentrata sul capofamiglia Stelian. La loro azione brutale si svolgeva in piazza Tirana, nei pressi della Stazione San Cristoforo, dove la famiglia vive all’interno di un riparo di emergenza, fatto di teli e cartone. “Gli agenti si sono avvicinati all’uomo,” proseguono i leader di EveryOne “e l’hanno apostrofato con un tono minaccioso: ‘Ci riconosci? Hai fatto un errore a parlare con i giornalisti, un errore che non devi ripetere’. Quindi hanno cominciato a picchiarlo con cieca violenza, sia con i pugni che con i manganelli, riducendolo in condizioni penose. Mentre Stelian era a terra, l’hanno insultato e minacciato: ‘Non raccontarlo a nessuno o per te saranno guai ancora maggiori’. Quando i due picchiatori si sono allontanati, Gina, i figli e alcuni concittadini di Stelian l’hanno soccorso. Lui si lamentava ed era in evidente stato di shock. Fortunatamente la targa della volante è stata presa ed è ora in nostro possesso”.

Intanto un’attivista sopraggiungeva sul posto e raccoglieva numerose testimonianze da parte dei Rom che vivono nei dintorni della stazione di San Cristoforo, che confermavano le parole di Gina Covaciu ovvero che due poliziotti in divisa, scesi da un’auto della polizia, erano gli autori del violento pestaggio. “E’ necessario che si ponga fine a questa persecuzione” concludono gli attivisti. “Sappiamo che le forze dell’ordine sono formate per la maggior parte da agenti che operano seguendo il codice etico europeo. Ci appelliamo anche a loro affinché i razzisti e i violenti siano isolati e perseguiti. Un Paese che si rende colpevole di una simile ingiustizia, un Paese che accetta tanta violenza, tanta crudeltà verso un intero popolo è un paese imbarbarito, è un Paese che ha perso la strada dei Diritti Umani ed è vicino a una crisi dei valori tanto grave da essere paragonata all’Italia delle leggi razziali, dei manganelli, delle camicie nere e dei treni per Auschwitz”.

Per ulteriori informazioni:

Gruppo EveryOne

Tel: (+ 39) 334-8429527 – (+ 39) 331-3585406

www.everyonegroup.com :: info@everyonegroup.com

Ne hanno parlato anche ilbriganterosso e anne’s door, da cui ho preso le immagini.

INCHIESTA – L’uomo che ha creato l’abisso nucleare

Filmati con i test per lanciare scorie radioattive nel fondo dei mari. E documenti sulle coperture internazionali all’attività di Giorgio Comerio, il faccendiere al centro delle trame dell’omicidio Alpi

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di Riccardo Bocca

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La Jolly Rosso nel porto di Genova
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C’è qualcuno che si muove nell’ombra. Qualcuno che vuole cancellare i risultati delle indagini svolte su un capitolo gravissimo della recente storia italiana: l’affondamento clandestino di rifiuti tossici e radioattivi nei mari di mezzo mondo, Mediterraneo incluso. Una vicenda sulla quale ha scavato, a metà anni Novanta, l’attuale sostituto procuratore generale di Reggio Calabria Francesco Neri, e da cui è emerso un sistema criminale che per gli investigatori “attenta all’incolumità dell’intera popolazione mondiale”.

Al centro della scena, legati allo smaltimento illecito di scorie nucleari, l’omicidio in Somalia della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin. La vendita internazionale di armi strategiche. L’accordo tra massonerie, mafie e governi. Nonché il sistema illegale con il quale l’Enea (l’Ente italiano per le nuove tecnologie, energia e ambiente) avrebbe eliminato avanzi radioattivi.

Argomenti ai quali ‘L’espresso’ ha dedicato, negli ultimi anni, articoli e copertine, ponendo domande che non hanno ricevuto risposte. Allora come oggi, prevalgono omertà e paura. Non conta che l’indagine di Neri sia prima passata alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, e poi sfumata in un’archiviazione. C’è ancora molto da scoprire, in quelle centinaia di migliaia di pagine conservate nell’archivio della Procura di Reggio. Ci sono indicazioni sulle spregiudicate manovre nucleari di Europa e Stati Uniti. Ci sono i nomi di trafficanti senza scrupoli, quelli delle loro società.

E proprio per questo c’è chi cerca di eliminare gli indizi. Di recente, ad esempio, il magistrato Neri ha segnalato la manomissione del plico con i documenti raccolti da Natale De Grazia: il capitano di corvetta, morto in circostanze dubbie, che aveva trovato copia del certificato di morte di Ilaria Alpi a casa di Giorgio Comerio, un faccendiere investigato per smaltimento illecito di scorie radioattive. Ora invece è l’avvocato di Neri, Lorenzo Gatto, a rendere pubblico un episodio avvenuto il 3 giugno: “Sono andato in Procura a Reggio per cercare ancora il certificato Alpi, e ho notato un’altra anomalia: lo scatolone numero nove, quello che contiene il primo e il secondo volume di informazioni del Sismi, era aperto sul lato destro. L’ho segnalato al pm di turno e al cancelliere capo, i quali hanno riconosciuto che era staccato l’adesivo. Il cancelliere capo, allora, mi ha invitato a verificare se riuscissi a sfilare documenti, e l’ho fatto senza difficoltà: ho estratto sei fogli, chiedendo che la questione venisse messa a verbale”

A questo punto, la speranza è che la Procura di Reggio Calabria abbia aperto un’indagine sulla scomparsa dei documenti e la violazione dei plichi. Certo è che la politica, alla notizia della scomparsa del certificato di morte di Ilaria Alpi, ha taciuto. Tutto è continuato come niente fosse. Tutto tranne un particolare: il magistrato Neri, per potersi difendere da una querela dell’ex presidente somalo Ali Mahdi (ora archiviata), ha chiesto l’accesso alle carte della sua vecchia inchiesta.
E così è tornato in possesso delle informazioni segrete che aveva dovuto cedere in corsa all’Antimafia. Pagine esplosive, dove il protagonista è Giorgio Comerio: lo stesso personaggio che nella villa a San Bovio di Garlasco (Pavia) conservava il certificato di morte di Ilaria Alpi. Un italiano che per la nostra giustizia è attualmente irreperibile, e che in passato è sfuggito alle domande della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti.

Il perché di tanta evanescenza
emerge dai documenti di Reggio Calabria. “Giorgio Comerio”, si legge in un’informativa dei carabinieri, “è persona di intelligenza spiccata, sicuramente massone, appartenente ai servizi segreti argentini e legato ai più grossi finanzieri mondiali, e in particolare europei”. Nato a Busto Arsizio (Varese) il 3 febbraio 1945, scrivono gli investigatori che “sarebbe stato espulso dal Principato di Monaco il 24 marzo 1983, e avrebbe avuto problemi con la giustizia belga per truffa e altro”. Dopodiché è stato “arrestato il 12 luglio 1984 a Lugano per truffa e frode, nonché per violazione delle leggi federali sugli stranieri”.
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Un siluro sperimentale per smaltire
scorie radioattive in mare
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Elementi che Neri ignora, quando s’imbatte per la prima volta nel faccendiere lombardo. A fargli il suo nome, nel 1995, è il procacciatore d’affari Elio Ripamonti, fermato alla frontiera tra Italia e Svizzera con una valigetta zeppa di carte sullo smaltimento dei rifiuti radioattivi. Nel maggio 1993, racconta Ripamonti, era andato a Garlasco da Comerio per valutare il progetto di un’imbarcazione. “Nel parlare, mi ha detto che c’era la possibilità di smaltire scorie nucleari, prospettandomi come doveva essere svolto il lavoro”. Il sistema, continua Ripamonti, era basato su “container messi in siluri di acciaio, studiati per essere collocati nel fondo marino a circa 400 metri di profondità”.

Comerio gli offre l’esclusiva
per la Svizzera in cambio di una cauzione da 100 milioni di lire. Aggiunge che l’operazione gli avrebbe fruttato una provvigione pari al 10 per cento del totale. E si spinge oltre, in dettagli di incredibile gravità: “Mi disse che aveva conoscenze nell’ambito dell’Enea, e si era riservato l’esclusiva per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi prodotti in Italia”. Non solo: Comerio, dice Ripamonti, parla dei “contatti con un funzionario della Lettonia, che aveva concesso le autorizzazioni per il seppellimento nel mare del Nord delle scorie radioattive”. Poi gli mostra “una videocassetta dove si vedeva lo smaltimento in mare dei rifiuti”, precisando che era “una prova”.
In altre parole, si analizza per 11 anni quello che Comerio illustra a Ripamonti: l’inserimento in missili-penetratori di scorie radioattive e la loro eliminazione dentro i fondali. Anche Comerio, riferisce Murray, ha collaborato al lavoro, elaborando una boa per il controllo satellitare dei siluri. Ma c’è dell’altro, in gioco. A fine progetto, scartato per il timore di attentati terroristici ai siti marini, al centro nucleare di Ispra viene rubato un fondamentale componente elettronico della boa.

E gli investigatori, testimoniano le carte di Reggio, indicano come sospettato dell’azione (eseguita probabilmente per “sottrarre tecnologia avanzata a favore di un paese esterno alla Cee”) Comerio. Un’ipotesi a cui si somma, sette anni dopo, il ritrovamento nella sua villa di videocassette cruciali sul piano strategico-ambientale: documenti rimasti fino a questo momento nell’archivio della Procura di Reggio, e ora proposti in esclusiva sul sito de ‘L’espresso’.

Nel primo filmato, titolato ‘International long gare cruise june-july 1985’, si assiste per quasi 50 minuti a esperimenti di tecnici internazionali sulla nave M. V. Marion Dufresne, tra i quali l’immersione in mare dei siluri-penetratori per i rifiuti radioattivi. Nel secondo, titolato Euratom 1986 e lungo circa 40 minuti, si mostra l’assemblaggio di una boa tecnologica costruita dalla società M.e.i. (Marine electronics industries: secondo gli investigatori diretta da Comerio), e la sua collocazione in acqua nel golfo di La Spezia.

Domanda: sono immagini girate
da Comerio? E sennò, da chi ha avuto questo materiale? Forse da Nicholas Murray, il cui nome compare alla voce ‘camera’ (tradotto dall’inglese: ‘cinepresa’) nel finale della prima videocassetta? Un fatto è acquisito: in una relazione al suo superiore, il pm Neri scrive che Comerio, “come comprovato dai documenti del Sismi”, e Murray avrebbero “trafugato” dal centro di Ispra il progetto dei siluri. E tutto, dal materiale di Reggio Calabria, fa ipotizzare che l’idea di commercializzarlo non sia rimasta in un cassetto (malgrado dal 1972 la Convenzione di Londra vieti lo smaltimento marittimo di rifiuti tossici).

Proprio i siluri-penetratori, infatti, sono il tema chiave di un opuscolo scoperto nella villa di Comerio e gestito dalla sua società O.d.m. (Oceanic disposal management). Inoltre, diversi testimoni parlano degli accordi presi dal faccendiere con governi stranieri per affondare i suoi siluri. Addirittura, dai materiali conservati a Reggio spunta un’informativa del pm Neri, dove si legge che “il 29 giugno 1995 è stata rinvenuta, tra la documentazione del Sismi riguardante Comerio, una bolla di consegna di 8 mila chilogrammi di rifiuti radioattivi provenienti dall’America” a bordo della nave Akrux.

E non è finita. Giampiero Pagliericcio,
secondo il pm Neri “legato a tutte le vicende di Comerio”, racconta il 7 febbraio 1996 di essere certo “che il progetto O.d.m. fosse legale, anche perché mi era stato detto che gli americani e i francesi avevano già iniziato l’attività di smaltimento rifiuti tramite l’affondamento con penetratori”. Di più: sempre Pagliericcio dichiara che Gabriele Molaschi (per gli inquirenti socio di Comerio nella O.d.m. e trafficante internazionale di armi) “gli ha riferito che gli americani smaltivano rifiuti radioattivi affondandoli con il sistema di Comerio, in Atlantico e in prossimità delle coste del Brasile”. Una pratica molto diffusa, a quanto pare: “È noto”, conclude Pagliericcio, che anche “il governo russo smaltisce da sempre in mare rifiuti radioattivi. E per la precisione nel Mar glaciale artico, in prossimità dell’isola (arcipelago, ndr) Novaja Zemlja”.

La cosa impressionante, è
che agli atti risulta un elenco di 45 nazioni con le quali Comerio “ha raggiunto tra il 1982 e il 1990 un accordo per la concessione di zone marine, denominate Eez, ove seppellire penetratori carichi di scorie radioattive” (informativa dei carabinieri, 18 novembre 1995). Si va dalle Filippine a Cuba, dal Sudan al Kenya, dal Brasile all’Iraq, dall’Egitto alla Yugoslavia. Il fisico Massimo Genoni, nel 2006, racconta al Nucleo operativo ecologico dei carabinieri che Comerio ha chiesto a lui e alla moglie Laura Antoniazzi (anch’ella fisico) di svolgere calcoli per i penetratori. “A un incontro”, dice, “erano presenti persone di nazionalità svizzera, i quali erano intermediari di industrie svizzere interessati allo smaltimento dei rifiuti”.

Lo stesso Comerio, aggiunge,
“indicava che altri materiali radioattivi da smaltire erano di origine cecoslovacca”. Il tutto mentre la Polizia forestale di Brescia scrive che Dario Viccica, personaggio attivo nelle trattative per l’affondamento delle scorie in Sierra Leone, “faceva chiaramente intendere che Comerio aveva già siglato un contratto di massima con il governo francese e austriaco”, tant’è che “il governo francese aveva messo a disposizione del Comerio le proprie isole del nord del Continente antartico, anche se Comerio non riteneva economicamente interessante il loro utilizzo” (Viccica, specifica la relazione di servizio, ritratta immediatamente quando l’agente della Forestale cerca di approfondire la questione, sostenendo di “non essere assolutamente al corrente degli affari di Comerio”).

Particolari sconcertanti, assurdi quasi. Ma superati dal capitolo più tragico di questa storia: lo smaltimento di rifiuti radioattivi in Somalia e l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. L’ennesimo mistero dove si trova Comerio, e sul quale la squadra del pm Neri stava indagando. Come riferito da ‘L’espresso’ nel 2004, infatti, il maresciallo dei carabinieri Nicolò Moschitta ha dichiarato alla commissione parlamentare sul Ciclo dei rifiuti che “Comerio aveva corrotto (il leader somalo) Ali Mahdi, riuscendo a ottenere le autorizzazioni per inabissare le scorie”.

Sempre Moschitta ha aggiunto che “un giorno (…) pervenne una comunicazione da Greenpeace di Londra, nella quale si diceva che al largo della Somalia, nella zona di Bosaso, c’era una nave che inabissava in mare dei fusti”. E il dato pesante è che le indicazioni si rivelano “identiche a quanto contenuto nel progetto O.d.m di Giorgio Comerio”. Un quadro cupo, anche per la tempistica. La fase avanzata delle trattative tra O.d.m. e Ali Mahdi è del settembre 1994; Alpi e Hrovatin vengono uccisi il 20 marzo 1994; e l’anno dopo, a villa Comerio, viene trovata copia del certificato di morte di Ilaria Alpi.

Materiale che avrebbe dovuto essere approfondito, sottoposto a verifiche incrociate. Invece è finito nell’archivio della Procura di Reggio. Con un altro dettaglio, anch’esso preoccupante. Un particolare che riguarda sempre Viccica, l’uomo delle trattative con la Sierra Leone. Il quale, scrive il maresciallo Moschitta, era “titolare della società Supermarina di Catania”, attiva nel settore del trasporto mercantile, che nel 1990 stipula un contratto da 14 miliardi di lire per farsi costruire due imbarcazioni dalla S.e.c. di Viareggio: lo stesso armatore che ha costruito le navi sulle quali indagava Ilaria Alpi.

È possibile, con simili premesse,
che il faccendiere Comerio resti irreperibile? È giustificabile che su una figura di tale pericolosità, ribadita da pm e investigatori, non si faccia chiarezza? Eppure, mostrano le carte di Reggio Calabria, le informazioni su di lui abbondano. Fin dagli anni Ottanta, Sismi e Sisde lo hanno tenuto sotto osservazione. Si conoscono, ad esempio, le sue trattative per vendere a Iran e Libia le cosiddette telemine, micidiali missili subacquei a guida satellitare. Già nel 1989, il Sismi sa della presentazione a Lugano di un suo prototipo di telemina “alla presenza di ufficiali della Marina militare italiana”.

E altrettanto noti diventano, a un certo punto, i legami con la mafia: “Comerio”, scrive nel 1996 il maresciallo Moschitta, “ha tentato di riciclare in Belgio un titolo di credito da 100 mila dollari della Union Carbide Corporation, asportato a New York da Cosa nostra”. Lo stesso anno, c’è traccia del “probabile rinvenimento del progetto O.d.m. a casa di Theodor Cranendonk”, arrestato dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano per “un imponente traffico internazionale di armi dirette al cartello Serraino-Condello-Imerti di Reggio Calabria”.

Non va dimenticata, infine,
la testimonianza dell’ex compagna di Comerio Maria Luigia Nitti, alla quale il faccendiere avrebbe confidato di “appartenere ai servizi segreti”; né va sottovalutata l’informativa dei carabinieri in cui, riprendendo altre confidenze della Nitti, si afferma che “Comerio risulta collegato con gli attentati al presentatore televisivo Maurizio Costanzo, ad alcuni monumenti di Roma e all’Accademia dei georgofili a Firenze”. Tutte questioni che non sono state risolte; anzi si sono perse nel tempo.

L’ultimo spiraglio per fare chiarezza è l’indagine che la Procura di Paola sta svolgendo in Calabria sullo spiaggiamento della motonave Rosso, avvenuto il 14 dicembre 1990 nella zona di Formiciche. Il sospetto è che dietro a quell’incidente ci sia un fallito affondamento di rifiuti tossici o radioattivi. Tanti sono i dettagli singolari: dall’arrivo sul posto dei servizi segreti, al recupero della nave svolto da una società esperta in questioni radioattive. Quanto alle certezze, parlano da sole: sulla plancia della Rosso è stata trovata la documentazione O.d.m.. E Comerio, scoprono gli investigatori, ha trattato l’acquisto della motonave per trasformarla in una fabbrica ambulante di telemine. Elementi a rischio dell’ennesima archiviazione.

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I VIDEO INTEGRALI: Siluri radiottivi La boa
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Il relitto nascosto

Quando la malavita organizzata compare nell’inchiesta sui traffici illeciti di rifiuti radioattivi, il pm Francesco Neri deve passare per competenza l’indagine alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Siamo al 27 giugno 1996. A occuparsi del caso, da questo momento, è il sostituto procuratore Alberto Cisterna, il quale il 22 giugno 1999 chiede l’archiviazione. …

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Ecco i trucchi sui rifiuti atomici

Nelle indagini del pm Francesco Neri viene chiamato ‘teste Billy’. È colui che “dal 1975 svolge attività di vigilanza per la radioprotezione presso gli impianti nucleari di proprietà di Eni, Enel ed Enea”, spiega ai magistrati in un verbale del 17 marzo 1995.
A ruota, riferisce di avere scoperto “che la registrazione degli scarti nucleari era truccata, al solo scopo di rendere incontrollabile il …

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27 giugno 2008
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Vicenza, la campagna d’estate dei No Dal Molin

Area Base Usa Vicenza Ansa
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Comincia la campagna d’estate. La guerra dei No Dal Molin riprende fiato dopo l’ordinanza sospensiva emessa dal Tar del Veneto che ha bloccato i lavori per l’ampliamento dell’aeroporto militare di Vicenza. E alla vigilia del 1 luglio, data in cui l’area interessata dal progetto Usa passerà ufficialmente dal demanio militare a quello civile, tornano a scendere in piazza.

Con il passaggio al demanio civile, infatti, l’area del Dal Molin può ufficialmente essere data in concessione all’amministrazione statunitense. Gli appalti sono già stati assegnati e gli americani sono pronti ad aprire il cantiere.

Ma il 1 luglio è una data importante a Vicenza anche per un altro motivo: potrebbe infatti già arrivare il pronunciamento del Consiglio di Stato, che si riunisce proprio martedì, sull’ordinanza del Tar che ha inibito i lavori. Il Tribunale amministrativo del Veneto, infatti, accogliendo il ricorso del Codacons, ha sollevato diverse obiezioni sul progetto americano, a partire dalla valutazione di impatto ambientale fino alla mancata consultazione dei cittadini. E ha bloccato l’inizio dei lavori. Il ministero della Difesa ha immediatamente fatto ricorso, perché, come assicurato dal ministro La Russa, «l’Italia rispetterà l’impegno per l’ampliamento preso con gli Usa».

Ora si attende il pronunciamento del Consiglio di Stato che già martedì ha convocato l’udienza: «Una rapidità sospetta – dicono gli attivisti del Presidio permanente No Dal Molin – normalmente passano settimane, invece stavolta a dieci giorni dall’ordinanza potrebbe arrivare già il pronunciamento di secondo grado». La convocazione dell’udienza del Consiglio di Stato, racconta Giovanni Rolando, capogruppo della Lista civica in consiglio comunale, «è arrivata sabato pomeriggio alle 16..c’erano 50 gradi e loro lavoravano», ironizza.

In attesa del verdetto, lunedì sera a Vicenza si terrà una fiaccolata per «difendere» la sentenza del Tar, «per dire che i cancelli dell’aeroporto devono restare chiusi ai mezzi delle cooperative che hanno vinto l’appalto irregolare». E soprattutto giovedì 3 luglio si terrà un consiglio comunale straordinario sulla questione del Dal Molin, nel quale, spiega ancora Rolando, «voteremo un ordine del giorno che ribalta completamente quello della vecchia maggioranza: entro la prima decade di ottobre si terrà la consultazione dei cittadini, e chiediamo che fino all’esito del referendum venga applicata una moratoria sull’inizio dei lavori».

Intanto, il sindaco di Vicenza Achille Variati, da sempre sostenitore dell’ipotesi referendaria, ha scritto una lettera ai candidati alla Casa Bianca John Mc Cain e Brack Obama: Variati vuole sapere che ne pensa il prossimo presidente Usa della base di Vicenza. Il referendum infatti si terrà ad ottobre, mentre le elezioni presidenziali saranno solo un mese dopo: Variati ricorda a Obama e McCain di «ascoltare la voce di una città che è vostra amica», perché se «verrà fatto l’errore di schiacciare i cittadini di Vicenza, si rischierà di perdere quel legame di amicizia che c’è da sempre tra i nostri popoli».

Pubblicato il: 30.06.08
Modificato il: 30.06.08 alle ore 21.38

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76737