Archivio | luglio 5, 2008

LAVORO – Laureato? Non ti voglio

https://i2.wp.com/www.ladestra.info/public/wordpress/wp-content/uploads/2006/10/immagine.JPG
.
di Luca Piana
.

Nell’industria solo cinque dipendenti su cento hanno fatto l’università. Un record negativo in Europa che penalizza lo sviluppo. E una ricerca rivela che spesso a evitare i ‘dottori’ sono proprio gli imprenditori

Emma Marcegaglia
.

Alle Maglierie Cage di Veronella il primo laureato l’hanno preso ora, dopo 26 anni di attività. Al proprietario, Giuliano Giusti, non è bastato aprire uno stabilimento in Romania, dove contava 200 dipendenti: la decisione di alcuni clienti storici, come l’americana Champion, di rifornirsi in Cina, l’ha costretto a ridimensionare la produzione a Timisoara e partire con la cassa integrazione in Veneto. Per uscire dalle secche del lavoro in conto terzi, pensa ora al lancio di un proprio marchio. E il neo-arrivato responsabile commerciale sta mettendo in piedi una rete di vendita che prima non era mai servita.

A meno di due ore d’auto da Veronella, Remo Donelli, veterano delle piastrelle del distretto di Sassuolo, racconta che lui di laureati non ne ha mai avuto bisogno: “Nel nostro settore hanno provato ad assumerli in molti, soprattutto i colossi, ma alla fine si sono ricreduti: non ci capivano nulla. Le piastrelle sono un mestiere difficile: chi ci lavora spesso ha iniziato come muratore”. Donelli è uno dei fondatori della Sadon, leader mondiale nella produzione di battiscopa in ceramica: ne fa 200 chilometri al giorno. A 15 anni è partito come elettricista, le piastrelle ha imparato a farle la notte. Nelle sue aziende lavorano 270 persone; i laureati si contano sulle dita di una mano: “Ancora oggi controllo tutto: a settant’anni ho il cervello di un quarantenne”, racconta.

La Cage e la Sadon fanno parte di un campione di 4 mila imprese che un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma ha utilizzato per analizzare la malattia che sta consumando l’industria italiana. Il lavoro verrà presentato il 2 luglio assieme a un’altra ricerca, condotta dal Politecnico di Milano. In questi anni il dibattito sulla scarsa crescita dell’economia italiana, fanalino di coda in Europa per ritmo di sviluppo, produttività e aumento del reddito individuale dei cittadini, si è soffermato su numerose cause: un fisco che punisce gli onesti (e premia i furbi), gli sprechi di denaro pubblico, i veti dei sindacati. A fattori conosciuti come questi, le due ricerche ne aggiungono un altro che finora è rimasto nell’ombra ma che, in realtà, pesa come un macigno sul futuro del made in Italy: le industrie italiane assumono pochi, a volte pochissimi laureati. Li evitano non solo perché ritengono di poterne fare a meno. Ma perché fino a oggi, per varie ragioni, hanno mostrato estrema diffidenza nel prendere persone che si sono formate nelle aule universitarie.

Per rendersi conto del baratro che separa l’Italia dall’Europa è necessario partire da alcuni numeri. I ricercatori del Politecnico di Milano si sono interrogati su quanti ingegneri vengono assorbiti ogni anno dal sistema produttivo italiano. Il loro ruolo è cruciale fin da quando l’industria muoveva i primi passi nelle città e nelle valli prealpine: “Già nelle famiglie della buona borghesia di una volta, il primo figlio studiava ingegneria per mandare avanti la fabbrica, il secondo faceva l’avvocato per difenderne gli interessi”, dice Sergio Mariotti, il coordinatore dello studio. Se avere ingegneri al comando è garanzia di competenza e innovazione, la situazione attuale dovrebbe far scattare l’allarme. In Italia ogni anno ne vengono assunti pochi più di 14 mila, rispetto agli oltre 33 mila della Francia e ai 56 mila della Germania. Numeri che non migliorano se si considerano quelli assunti in rapporto ai lavoratori già alle dipendenze: in Italia uno su mille, meno della metà di francesi e tedeschi.

La situazione non cambia se si considerano tutte le specializzazioni. Secondo i dati raccolti dall’Università di Parma, possono vantare una laurea solo cinque addetti su cento dell’industria manifatturiera, il fulcro di quella fabbrica diffusa che è l’Italia del nord. In Spagna e in Gran Bretagna si supera il 20, in Francia e Germania il 15. A pesare sulla media nazionale sono, come è facile intuire, soprattutto le industrie più piccole, a gestione familiare, diffuse in Italia più che altrove: “I fattori che in passato hanno garantito il loro successo oggi non bastano. Quando devi vendere i tuoi prodotti sui mercati internazionali, più instabili e difficili, stare al passo dell’innovazione e programmare la produzione richiede una formazione avanzata”, spiega Alessandro Arrighetti, che ha coordinato il lavoro di Parma.

Le statistiche spesso non fanno giustizia. Tra le aziende a zero laureati o quasi del campione utilizzato da Arrighetti e colleghi ci sono casi, come quello delle Fonderie Pietro Pilenga di Bergamo, 220 addetti, dove i rapporti sul lavoro – stando ai sindacati – sembrano venire da un’altra epoca. A gennaio un operaio ha presentato un esposto per essere stato preso a pugni da Pietro Pilenga in persona, il fondatore di 81 anni, che l’avrebbe aggredito così: “Sei un lazzarone, non fai niente, sei un ladro che ruba il lavoro agli altri” (l’azienda sostiene che l’operaio si è fatto male sbattendo in maniera fortuita).

Allo stesso tempo, però, nel campione non manca chi sta superando il momento difficile. Sembra il caso, ad esempio, della Candiani, storico stabilimento alle porte di Milano. Nell’impianto viene filato e intessuto il denim che, in enormi rotoli, finisce poi ai grandi marchi dei jeans di moda, da Armani a Calvin Klein. “Per reggere la concorrenza abbiamo dovuto reinventarci: dal denim tradizionale ai 60 nuovi tessuti che, due volte l’anno, presentiamo ai clienti”, racconta Gianluigi Candiani, terza generazione della famiglia di proprietari. L’azienda ha un giro d’affari in crescita a 180 milioni, 675 dipendenti, i laureati sono meno di dieci: per questo genere di innovazione, dove non s’inventa nulla di rivoluzionario, “i periti tessili che formiamo hanno le competenze adeguate”, dice Candiani.

Parlare di impresa familiare, in Italia, vuol dire in effetti abbracciare realtà diversissime fra loro. A Torino c’è la Fiat e ci sono le decine di fabbriche dell’indotto dove, come ha rilevato una recente indagine del Gruppo dirigenti Fiat, sono laureati meno di sei addetti su cento e il master Mba, ritenuto necessario per sfondare a Londra o Parigi, è un oggetto sconosciuto. Per questo motivo le due ricerche del Politecnico di Milano e dell’Università di Parma mettono paletti precisi: le aziende più grandi investono in laureati quanto le straniere, così come quelle che si battono in mercati dove la tecnologia conta di più, dall’informatica alla chimica. Il problema, però, è che le industrie più piccole, concentrate in settori tradizionali, in Italia fanno la parte del leone. E nel tempo le meno dinamiche si sono limitate a vivacchiare, grazie anche alla protezione politica su lavoro nero ed evasione fiscale. Così molte hanno faticato a rinnovarsi, altre si sono incagliate nel passaggio di potere dai padri ai figli. Che a volte si ritrovano a fare i padroni senza volerlo e, soprattutto, senza meritarlo.

Proprio sulla questione della proprietà, le due ricerche giungono alle conclusioni che colpiscono di più. Tutte le giustificazioni di rito, dalle piccole dimensioni al fatto di lavorare in settori tradizionali, non spiegano del tutto il fenomeno delle scarse assunzioni. E anche il fatto che le aziende non trovino laureati con le competenze che cercano, o agli stipendi che sono disposte a pagare, è tutto da verificare. Lo studio del Politecnico, invece, sostiene che il distacco da Francia e Germania si spiega in misura maggioritaria con un “deficit attitudinale”. Non è solo il vecchio cliché dell’imprenditore che non si fida di nessuno, se non dei ragazzi di bottega cresciuti con lui. Nel “deficit attitudinale” conta anche la proprietà familiare: “Avere manager qualificati può mettere in discussione la successione: rischia di creare una frattura tra i dirigenti che difendono gli interessi dell’azienda e la famiglia del proprietario, che magari è attenta alla rendita”, spiega Mariotti.

Paradossalmente, quella che in tanti casi appare la soluzione del problema successione – l’affidarsi a manager competenti – altre volte si trasforma in un problema. E la ricerca dell’Università di Parma conferma che dal punto di vista statistico, a parità di altre condizioni, la presenza di figli e parenti con funzioni da dirigente incide negativamente sull’assunzione di laureati. Anche per molti imprenditori, dunque, in Italia sembra valere il motto ‘tengo famiglia’. A dispetto del profluvio di dichiarazioni sul bisogno di meritocrazia. E, soprattutto, del legame fortissimo che esiste tra efficienza, capitale umano e livello di istruzione dei dipendenti, come spiega Arrighetti.

Anche le imprese, dunque, hanno le loro colpe nella fuga di cervelli che da anni affligge l’Italia. Alberto Meomartini, responsabile Università nella Confindustria di Emma Marcegaglia, respinge però l’idea che sia l’industria l’anello debole del sistema che dovrebbe portare gli studenti dalle aule alla carriera. Una parte della responsabilità sarebbe invece da attribuire alla formazione vecchio stile, che vedeva i laureati uscire dall’università a 27-28 anni, privi di contatti con il lavoro reale. Un problema che a suo giudizio sarà superato con gli stage e la diffusione le lauree brevi: “Più che competenze specifiche, a molte imprese interessano alcune qualità: capacità di lavorare in gruppo e risolvere problemi, disponibilità ad assumersi responsabilità, voglia di continuare a imparare”. Meomartini, poi, ritiene che questi anni difficili abbiano contribuito a imprimere una trasformazione che, se fatica a emergere nelle statistiche, avrebbe già contagiato gli imprenditori più giovani, ormai attenti alle promesse della cultura scientifica.

Una speranza che, nel campione censito dall’Università di Parma, trova già qualche riflesso. L’esempio è la bresciana Streparava, nome storico nei componenti per camion e autobus. Fino a pochi anni fa dichiarava 300 dipendenti, zero laureati. Oggi ha un centro ricerche con 15 ingegneri, ha aperto stabilimenti in Spagna e Brasile. Dice Pierluigi Streparava, 66 anni, figlio del fondatore: “Una volta realizzavamo i prodotti così come ce li chiedevano i clienti, oggi siamo in grado di svilupparli e proporli da soli”. A volte, forse, il pezzo di carta a qualcosa può servire davvero

02 luglio 2008
.

«Non toccate i bimbi rom» Lunedì in piazza con l’Arci

campo nomadi, sgombero

«Non toccate i bambini rom e sinti». Con queste parole d’ordine l’Arci ha organizzato per lunedì 7 lulgio una “schedatura” volontaria pubblica e di massa all’ Esquilino. Lo storico quartiere multiculturale di Roma ospiterà artisti, musicisti, politici e cittadini romani che consegneranno le loro impronte al prefetto per protestare contro il provvedimento razzista del ministro dell’interno Roberto Maroni che prevede proprio la raccolta delle impronte dei rom e dei sinti, minori compresi.

«È già iniziata la schedatura nei campi rom, anche dei bambini, con lo scopo di censire quanti vi risiedono», si spiega nel comunicato che annuncia l’iniziativa. Una misura fortemente voluta da Maroni, nonostante l’indignazione con cui è stata accolta da gran parte dell’opinione pubblica.

«Forti perplessità sulla legittimità di un simile provvedimento ha espresso anche il Commissario europeo per gli affari sociali – continua la nota dell’Arci – Associazioni laiche e cattoliche, italiane e internazionali, intellettuali, artisti, giornalisti, politici hanno denunciato il razzismo di questa misura giudicata un grave vulnus della democrazia e della Convenzione per la tutela dei diritti del fanciullo – termina la nota – Un atto discriminatorio e persecutorio».

Mercoledì scorso infatti è stata proprio l’Europa a criticare aspramente il decreto “anti-rom”. Il commissario europeo agli affari sociali, Vladimir Spidla, ha giudicato da Bruxelles «teoricamente grave», la discriminazione fra cittadini europei che consisterebbe nell’imporre ad alcuni di essi, su base etnica, doveri che gli altri non hanno, «come quello di fornire le proprie impronte digitali per l’identificazione da parte delle autorità pubbliche».

Critiche anche le associazioni cattoliche.
Oltre la Caritas, che più volte si è espressa contro il decreto, giovedì la comunità di S.Egidio ha attaccato duramente il provvedimento. «Gravemente discriminatorio» ha detto il presidente Marco Impagliazzo sottolineando: «Noi sappiamo che la guerra in ex Jugoslavia è scoppiata solo dopo le identificazioni etniche, cioè dopo che si era stabilito chi erano i serbi, chi erano i bosniaci e chi erano gli altri. E cito questo – ha proseguito – per non richiamare l’identificazione degli ebrei»

All’iniziativa dell’Arci hanno aderito
diverse personalità dello spettacolo e della cultura. Tra gli altri, Moni Ovadia, Andrea Camilleri, Dacia Maraini, Ascanio Celestini, la segretaria nazionale di Magistratura Democratica, Rita San Lorenzo, l’Associazione Martin Buber-Ebrei per la pace, il presidente dell’Aned (Associazione nazionale ex deportati), Aldo Piave, il presidente di Antigone Patrizio Gonnella.

L’appuntamento è per lunedì 7 luglio, a Roma, in Piazza Esquilino, dalle 17.30 alle 20. Ci saranno anche delle delegazione delle comunità nomadi di Roma e del Lazio.
Pubblicato il: 04.07.08
Modificato il: 05.07.08 alle ore 12.39

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76861

Ritorna Indymedia Italia: la parola ai media-attivisti

di Paola Zanca

indymedia, logo
.

Due anni fa era andato in “aspettativa”. Ora ritorna, più agguerrito che mai: Indymedia Italia fa di nuovo capolino sul web. Il sito di controinformazione è costruito come un network, a cui ognuno può liberamente contribuire, ed è la voce per eccellenza di tutte quelle parti di mondo che la cosiddetta informazione mainstreaming trascura, o peggio, censura.

Nasce nel 1999 durante il G8 di Seattle, come strumento di comunicazione della rete no global. Da lì fioriscono tutte le diverse costole locali: una versione nazionale per ogni paese del mondo ma anche piccoli network regionali, come nel caso italiano.

Per strada, si legge sulla nuova home page del sito italiano, si è perso «un pezzo importante dell’intelligenza che ne animava i contenuti»: uno dei suoi fondatori e più importanti animatori, infatti «è morto alla fine di aprile».

La sospensione del portale era arrivata a fine 2006: serviva una momento di riflessione sul futuro della piattaforma, che arrivava anche dopo una serie di problemi legali: nel 2004, infatti, l’Fbi aveva sequestrato il server americano di Indymedia, mentre l’anno successivo proprio il “nodo” italiano era finito nel mirino della magistratura per un fotomontaggio su papa Ratzinger. Ora torna in vita uno spazio importante per tutti i “media-attivisti”. Ovvero per chi non si accontenta di «odiare» l’informazione, ma preferisce partecipare.

Pubblicato il: 04.07.08
Modificato il: 04.07.08 alle ore 20.15

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76868

Indymedia Italia

https://i1.wp.com/italy.indymedia.org/images/header-right.jpg

.

Senza Sbancor

Italy Indymedia , 02.07.2008 19:01

.

Indymedia Italia riapre, ma un pezzo importante dell’intelligenza che ne animava i contenuti non c’è più. Sbancor è morto alla fine di Aprile. I suoi interventi, puntuali e controversi, hanno stimolato le riflessioni di tante e tanti di noi. La sua scomparsa ci priva di una visuale unica, a volte contraddittoria, sul panorama politico/economico che forgia il nostro presente.

Brindiamo inneggiando alla vecchia talpa, che fino all’ultimo è riuscita a stupirci con i suoi “coup de théâtre”…

ALE’ SBANCOR!

:: Gli articoli di Sbancor su Carmilla.
:: Gli articoli di Sbancor su Indymedia Italia.
:: Il libro “Diario di guerra”.

Giappone, cinquemila persone sfilano contro il G8

https://i1.wp.com/bristol.indymedia.org/attachments/feb2008/no_g8_han_g8.jpg

I cambiamenti climatici, l’aumento dei prezzi del petrolio, la crisi alimentare. Sono alcuni dei temi del G8 in programma dal 7 al 9 luglio in Giappone, sull’isola di Hokkaido. E in vista dell’appuntamento sono già cominciate le manifestazioni di protesta. Circa cinquemila persone sono scese in piazza sabato 5 luglio a Sapporo, nel nord del Paese. «I Paesi membri del G8 sono venuti meno alle loro responsabilità», ha denunciato Akiyoshi Ishida, uno degli organizzatori della manifestazione, sottolineando i fallimenti nella lotta alla povertà e ai cambiamenti climatici e la crisi alimentare. Sindacalisti, pacifisti, agricoltori e studenti si sono ritrovati in un parco della cittadina giapponese, circondati da migliaia di poliziotti in tenuta anti-sommossa. Gli organizzatori hanno chiesto ai manifestanti di evitare ogni forma di violenza e scontri con la polizia. Ciò nonostante secondo gli organizzatori alcuni manifestanti sono stati arrestati.

g8 protesta fotoap

Molti gli slogan e le richieste dei partecipanti: gli agricoltori hanno sventolato bandiere e chiesto agli esponenti del G8 una maggiore monitoraggio dei produttori di alimenti. Inoltre i militanti di una Ong britannica, Oxfam International, hanno ribadito la necessità di un maggior controllo sull’aumento dei prezzi alimentari, e sul surriscaldamento climatico. «Non è il momento di andare in vacanza, è il momento di affrontare i problemi – ha dichiarato Lucy Brinicombe, di Oxfam – dobbiamo lavorare affinché vengano cercate soluzioni a problemi come la crisi alimentare e il clima del pianeta». Secondo la banca Mondiale infatti i prezzi delle derrate alimentari sono raddoppiati negli ultimi tre anni, e ciò ha provocato ingenti danni economici nei paesi in via di sviluppo.

A Sapporo erano arrivati anche una trentina di sindacalisti sud-coreani del sindacato Kctu, ma gli organizzatori del G8 hanno interdetto loro l’ingresso in Giappone e sono stati trattenuti in aeroporto. I militanti hanno però dichiarato che non si tireranno indietro «davanti alla repressione». E hanno poi aggiunto: «Non vogliamo violare la legge o creare problemi agli abitanti».

Nel frattempo la manifestazione è andata avanti: tra fischi, canti e slogan i manifestanti hanno indossato delle maschere dei dirigenti del G8 e, vestiti con tradizionali kimono, hanno intonato il ritornello di una canzone del gruppo musicale Abba: «Money, Money, Money».
Pubblicato il: 05.07.08
Modificato il: 05.07.08 alle ore 16.50

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76886

https://i1.wp.com/ipsnews.net/pictures/Ain1.jpg

https://i1.wp.com/la.indymedia.org/uploads/2008/03/protest7jandblood.jpg

https://i1.wp.com/a.sanpal.co.jp/no-g8/mt/archives/DSC01849.JPG

https://i0.wp.com/bristol.indymedia.org/cache/imagecache/local/attachments/feb2008/460_0___30_0_0_0_0_0_no_g8_pirates.jpg

Aviano, in cinque contro gli Usa: via le bombe

di Alessia Grossi

 foto atomica
.

La Corte di Cassazione deciderà l’8 luglio se il Tribunale di Pordenone può o meno deliberare in merito alla causa intentata da cinque cittadini di Aviano contro gli Stati Uniti per ottenere la rimozione delle 50 armi atomiche presenti nella loro base Usaf.

Insomma, i cittadini di Aviano, minacciati dal rischio di vivere praticamente sulle bombe atomiche ne hanno chiesto la rimozione agli Stati Uniti tramite il tribunale di Pordenone, ma gli avvocati americani e il Procuratore Generale della Repubblica hanno obiettato che il giudice di Pordenone, in quanto magistratura ordinaria sarebbe «incompetente» a decidere in merito.

La questione posta dal comitato di Aviano «Via le Bombe» è che le armi nucleari costituirebbero una lesione ai diritti fondamentali dell’uomo. «Il pericolo per i cittadini – spiega Giuseppe Rizzardo, uno dei cittadini attori del processo – non sussiste infatti soltanto in caso di utilizzo della testate nucleari, ma è un rischio perenne e in quanto tale lede i diritti fondamentali dell’uomo».

Secondo gli Usa invece, il danno e il rischio eventuale che le testate nucleari potrebbero provocare ai cittadini di Aviano non sarebbero di competenza di un tribunale ordinario italiano dal quale giudizio gli Usa sarebbero immuni. A dirlo, secondo gli avvocati statunitensi, sarebbe l’articolo VIII comma 9 della Convenzione tra gli Stati «parti» del Trattato dell’Atlantico del Nord, quello che regola lo stato e l’invio delle truppe.

«Il nostro controricorso – dicono invece gli avvocati dell’associazione «Via le bombe atomiche» – si basa sul fatto che quell’articolo nella versione italiana manca manca del «non». Cioè al posto di scrivere: «lo Stato d’invio (in questo caso i militari di stanza nella base d’Aviano) per quanto concerne la giurisdizione civile dei Tribunali dello Stato ricevente, non può avvalersi dell’immunità dalla giurisdizione civile dei Tribunali dello Stato ricevente a favore dei membri di una forza armata o di un elemento civile» scrive: «può avvalersi ecc..» mancando del non.

«Poichè questo Trattato è valido soltanto nella versione francese ed inglese – sostengono i legali di Aviano- la Cassazione dovrebbe riconoscere l’errore di traduzione e attenersi al testo della Francia e dell’Inghilterra e riconoscere così la competenza del giudice di Pordenone a procedere non riconoscendo l’immunità agli Usa».

«Se il controricorso passasse l’8 luglio a quel punto si potrebbe entrare nel merito – spiega Giuseppe Rizzardo, per arrivare a dimostrare che le armi di Aviano non rispetterebbero gli standard di sicurezza previsti dal Ministero della Difesa italiano e quindi che vanno rimosse». Gli stessi standard, tra l’altro, non rispettati dalle altre 40 bombe atomiche americane presenti a Ghedi in provincia di Brescia, che tra l’altro è anche l’unica base italiana in Europa ad ospitare le bombe americane dopo lo smantellamento di tutte le altre perché ritenute inutili. «Da qui il pericolo che quelle di Ghedi finiscano proprio ad Aviano, considerata per ora una base più sicura» spiega ancora Rizzardo.

«Nel merito della questione – ricorda uno dei legali di «Via le bombe», bisogna tener presente però che avere i risarcimenti chiesti per la presenza delle testate atomiche e lo smantellamento delle bombe perché lesive della sicurezza e dei diritti umani non sarebbe comunque facile. Infatti, nonostante l’Italia abbia ratificato il Trattato di non proliferazione resta il fatto che per la legge americana il mantenimento di testate nucleari sul suolo straniero non costituisce nessuna minacci ma solo un beneficio».

Di tutt’altro parere, ovviamente, sono i cittadini di Aviano che vivono sulle bombe.

Ma la data del processo in Cassazione farebbe ben sperare. Proprio l’8 luglio del 1996 – infatti- ricorda Luisa Morgantini, vice presidente del Parlamento Europeo che ha ospitato la conferenza stampa alla sede italiana del Parlamento europeo di Roma – la Corte Internazionale dell’Aja ha stabilito che l’uso e la minaccia dell’uso delle armi atomiche è contrario al diritto internazionale».

«In realtà per riconoscere l’illegalità delle armi atomiche nel nostro paese basterebbe applicare l’articolo 11 della Costituzione italiana: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali – spiega Lisa Clark- portavoce della campagna «Un futuro senza atomiche» e promotrice della proposta di legge di iniziativa popolare per l’eliminazione delle bombe atomiche americane in suolo italiano già all’analisi della Camera. In più ci sarebbe sempre il Trattato di non proliferazione ratificato dall’Italia quarant’anni fa – aggiunge la Clark – in base al quale Italia non solo si impegna a non produrre armi nucleari, ma anche a non ospitare sul suo territorio testate nucleari».

L’8 luglio 2008 potrebbe essere la data dell’inizio della messa al bando reale delle armi atomiche da «Aviano, dall’Italia, dal mondo».

Pubblicato il: 04.07.08
Modificato il: 04.07.08 alle ore 20.08

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76857

Gli scontri al G8 di Genova, il Pm: «Alla Diaz fu un massacro»

https://i1.wp.com/www.lamiaterraan.it/images/diaz05.jpg

.

«È stato un massacro», queste le parole con cui il pubblico ministero Francesco Cardona Albini ha definito, durante la requisitoria nel processo per i fatti del G8 di Genova, l’irruzione delle forze di Polizia nei locali della scuola Diaz. Cardona ha ricordato i numerosi filmati, le testimonianze e i documenti che dimostrerebbero come l’intera operazione delle forze dell’ordine sarebbe stata decisa e condotta in modo del tutto arbitrario e privo di qualsiasi giustificazione di ordine pubblico.

«Non ci fu lancio di oggetti – ha sostenuto Cardona Albini – né è stata ritrovata alcuna prova della presenza di armi all’interno della scuola». Il riferimento è alle due bottiglie molotov ritrovate nei locali della Diaz e di cui, secondo l’accusa, sarebbe stata accertata «la provenienza esterna». Alla prova dei fatti non reggerebbe neanche l’ipotesi difensiva di «un’origine pregressa» delle ferite riscontrate sui manifestanti. La mole di immagini e documentazione medica prodotta dalle 98 vittime del pestaggio smentirebbe quanto sostenuto dai legali degli agenti, provando invece che all’interno della scuola «non c’erano né armi, né bastoni o oggetti contundenti come quelli visti durante gli scontri con i black block».

L’irruzione nella scuola di via Cesare Battisti viene descritta dal Pm come un vero e proprio assalto: gli agenti hanno prima sfondato il portone centrale e poi sono entrati da un ingresso secondario. E all’irruzione avrebbero assistito anche gli imputati Francesco Gratteri e Giovanni Luperi, all’epoca rispettivamente direttore dello Sco e vicedirettore dell’Ucigos e oggi ai vertici di antiterrorismo e servizi segreti.

L’elenco delle accuse a carico dei 29 indagati è lungo quasi quanto quello delle ferite dei manifestanti. Si va dalla perquisizione arbitraria alla calunnia, dal falso alle lesioni e alla violenza privata, per finire con il porto illegale di armi da guerra, unico reato che sarebbe ancora perseguibile se verrà approvato il decreto “blocca-processi”. I pubblici ministeri Cardona Albini ed Enrico Zucca, torneranno a parlare in aula il 9 e il 10 luglio prossimi, mentre il 17 settembre sarà il turno delle parti civili.

.

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2008/07/processo-scontri-g8-genova.shtml?uuid=abbc0604-4a5f-11dd-9e1c-57ebb30ae515&DocRulesView=Libero

__________________________________________________________________________________________________

https://i2.wp.com/isole.ecn.org/agp/g8genova/immagini/dasa4/g.jpg

Roma, 16:10

G8: GIORDANO, A DIAZ VERGOGNOSA SOSPENSIONE DEMOCRAZIA

.

“La requisitoria del pm per i fatti del G8 a Genova conferma ancora una volta la spaventosa e drammatica gravita’ di quel che accadde nel luglio 2001: una sospensione della democrazia incompatibile con l’etica politica di un paese democratico”. Lo dice l’ex segretario del Prc, Franco Giordano, che aggiunge: “Far piena luce su quei fatti e punire i responsabili non e’ solo un obbligo politico e morale verso le vittime di quella mattanza: e’ anche condizione imprescindibile perche’ l’Italia possa definirsi a pieno titolo un paese europeo e non un paese dove i diritti democratici possono essere sospesi a piacimento dal potere. Non e’ certo un caso se oggi, con le stesse forze politiche di allora al governo, l’Italia si e’ imbarcata, con la schedatura dei Rom, in una nuova impresa che viola diritti fondamentali, copre il paese di vergogna e provoca le giuste proteste e l’indignazione dell’intera Europa”. Giordano conclude: “Per Rifondazione Genova ha rappresentato un punto di svolta irreversibile. E’ partito li’ il percorso che ci ha portato a scelte determinanti come quella della non violenza e di un’internita’ ai movimenti che rifiuta in blocco la logica egemonica che aveva in precedenza sempre contrassegnato ogni rapporto tra i partiti comunisti e i movimenti”.

.

fonte: http://www.repubblica.it/news/ired/ultimora/2006/rep_nazionale_n_3201835.html?ref=hpsbdx1

___________________________________________________________________________________________________

ALCUNE TESTIMONIANZE

.

https://i1.wp.com/newsimg.bbc.co.uk/media/images/40786000/jpg/_40786603_injuredcovell203.jpgMark Covell

Diaz, il freelance accusa: «Mi hanno massacrato»

.

di Emanuela Del Frate e Marina Pagliuzza

Fonte: Liberazione, 26 gennaio 2006
26 gennaio 2006
.

Otto costole rotte, denti spezzati, una mano fratturata, un polmone bucato, 4 giorni di coma. Questo il ricordo che ha Mark Covell, il ferito più grave del G8 di Genova, a parte Carlo Giuliani, della notte cilena della scuola Diaz. Questo l’elenco che ha snocciolato di fronte ai giudici genovesi.

E’ ripreso ieri mattina il processo per il massacro avvenuto nel dormitorio del GSF la notte del 21 luglio 2001. Quella di ieri era la ventunesima udienza, durante la quale sono stati ascoltati tre testi dell’accusa, primo tra tutti proprio Mark Covell, il mediattivista inglese che, in uno dei video più importanti presentati in aula, viene ripreso mentre soccombe alle manganellate e ai calci degli agenti che lo pestano ripetutamente nonostante lui fosse già a terra.

«Io urlavo “stampa, press, giornalista” – ha detto in aula Mark Covell – ma un poliziotto, agitando il manganello, mi disse in inglese che non ero un giornalista ma un black block, aggiungendo ‘noi ammazziamo i black block».

Mark Covell venne letteralmente placcato dai poliziotti mentre usciva dalla scuola Diaz per tornare nel mediacenter nella scuola Pascoli. Lì venne picchiato finchè non perse conoscenza.

«Mi diedero manganellate alle ginocchia e poi collassai – ha spiegato ai giudici -; cominciai a notare i poliziotti, mi sembravano circa duecento e temetti per la mia vita. Mi chiedevo se sarei sopravvissuto». «Poi – ha aggiunto – un poliziotto si staccò dalla fila e mi diede un colpo alla spina dorsale. Urlai per il dolore. Mi ruppero otto costole, una mano e alcuni denti, avevo il sangue dentro e non riuscivo a respirare. Ricordo che i poliziotti ridevano e mi sembrava di essere trattato come un pallone da calcio. Poi un poliziotto mi tastò il polso; mi sembrava che stesse cercando di evitare ulteriori attacchi su di me, ma poi si allontanò. In seguito i colpi continuarono».

Alla fine, dopo l’ennesimo colpo, ma stavolta alla testa, Mark perse i sensi per risvegliarsi dopo 4 giorni di coma, piantonato all’ospedale San Martino e in stato di arresto. Il mediattivista ha ancora problemi di salute causati dal pestaggio di quella notte e, nel suo immediato futuro, dovrà sottoporsi ad altre operazioni alle dita della mano e alla spina dorsale.

Dave J. il secondo teste di ieri, è un mediattivista giornalista free lance britannico. Alla fine della tremenda giornata del 21 luglio andò a prendersi una birra in via Trento. Mentre tornava verso il complesso della Diaz, venne affiancato dai blindati della polizia. Dave ha raccontato di aver visto i poliziotti scendere ed incordonarsi. A quel punto scappò rifugiandosi al terzo piano del della scuola Pascoli. La sua testimonianza è continuata con la ricostruzione di ciò che è accaduto in quella parte del mediacenter: poliziotti che sequestravano VHS e minidisc, un giornalista della BBC portato via e persone minacciate con i manganelli. Il minimo che poteva accadere nella notte cilena della Diaz.

Il terzo teste è stato il tedesco Steffen S. che, durante l’irruzione, si trovava al primo piano, proprio davanti alle scale. Una posizione che gli permise di vedere chiaramente l’arrivo dei poliziotti che subito dopo avrebbero pestato tutti i presenti. La testimonianza di Steffen risulta essere importantissima ai fini processuali in quanto ha un preciso ricordo delle divise e dei manganelli usati dai poliziotti.

Riguardo alle prime ricorda perfettamente che non avevano alcun accessorio bianco. Tutti i reparti mobili hanno la cintura e la fondina bianca, tranne il settimo nucleo, quello di Canterini, i cui agenti hanno entrambi gli accessori scuri. Riguardo ai manganelli invece Steffen sembra essere ben informato: li riconosce infatti come tonfa per aver visto questo modello su una rivista americana. Tonfa che sono in dotazione soltanto del settimo nucleo, l’ormai tristemente famoso reparto di Canterini.

Steffen racconta inoltre di aver visto arrivare un ufficiale, anch’esso vestito di scuro che ha iniziato a gridare “Basta! Basta! “, mettendo così fine ai pestaggi.

La testimonianza di Steffen è identica sin nei particolari ai racconti degli altri testi ascoltati nelle precedenti udienze, presenti anch’essi al primo piano della scuola Diaz. Una testimonianza che permette, quindi, di delineare in modo definito la successione degli eventi in quella parte della famigerata scuola. Il processo per la Diaz continua oggi al Tribunale di Genova.

.

fonte: http://www.reti-invisibili.net/veritaegiustizia/articles/art_5608.html

….

La truffa dei banditi della tavola: rivendevano formaggio avariato

Un imprenditore siciliano “riciclava” scarti di produzione
Tornavano sugli scaffali sotto forma di altri prodotti caseari

.

di PAOLO BERIZZI

.

La truffa dei banditi della tavola rivendevano formaggio avariato
.

CREMONA – Nel formaggio avariato e putrefatto c’era di tutto. Vermi, escrementi di topi, residui di plastica tritata, pezzi di ferro. Muffe, inchiostro. Era merce che doveva essere smaltita, destinata ad uso zootecnico. E invece i banditi della tavola la riciclavano. La lavoravano come prodotto “buono”, di prima qualità.

Quegli scarti, nella filiera della contraffazione, (ri) diventavano fette per toast, formaggio fuso, formaggio grattugiato, mozzarelle, provola, stracchino, gorgonzola. Materia “genuina” – nelle celle frigorifere c’erano fettine datate 1980! – ripulita, mischiata e pronta per le nostre tavole. Venduta in Italia e in Europa. In alcuni casi, rivenduta a quelle stesse aziende – multinazionali, marchi importanti, grosse centrali del latte – che anziché smaltire regolarmente i prodotti ormai immangiabili li piazzavano, – senza spendere un centesimo ma guadagnandoci – a quattro imprese con sede a Cremona, Novara, Biella e Woringen (Germania).

Tutte riconducibili a un imprenditore siciliano. Era lui il punto di riferimento di marchi come: Galbani, Granarolo, Cademartori, Brescialat, Medeghini, Igor, Centrale del Latte di Firenze. E ancora: Frescolat, Euroformaggi, Mauri, Prealpi, e altre multinazionali europee, in particolare austriache, tedesche e inglesi. E’ quello che si legge nell’ordinanza del pm cremonese Francesco Messina. Un giro da decine di milioni di euro. Una bomba ecologica per la salute dei consumatori.

Le indagini – ancora aperte – iniziano due anni fa. A novembre del 2006 gli uomini della Guardia di Finanza di Cremona fermano un tir a Castelleone: dal cassone esce un odore nauseabondo. C’è del formaggio semilavorato, in evidente stato di putrefazione. Il carico è partito dalla Tradel di Casalbuttano ed è diretto alla Megal di Vicolungo (Novara). Le due aziende sono di Domenico Russo, 46 anni, originario di Partinico e residente a Oleggio. E’ lui l’uomo chiave attorno al quale ruota l’inchiesta. E’ lui il dominus di una triangolazione che comprende, oltre a Tradel e Megal, un terzo stabilimento con sede a Massazza, Biella, e una filiale tedesca. Tradel raccoglie, sconfeziona e inizia la lavorazione. Megal miscela e confeziona. A Casalbuttano i finanzieri trovano roba che a vederla fa venire i conati. Prodotti caseari coperti da muffe, scaduti, decomposti e, peggio ancora, con tracce di escrementi di roditori. Ci sono residui – visibili a occhio nudo – degli involucri degli imballi macinati. Dunque plastica. Persino schegge di ferro fuoriuscite dai macchinari. La vera specialità della azienda è il “recupero” di mozzarelle ritirate dal mercato e stoccate per settimane sulle ribalte delle ditte fornitrici, di croste di gorgonzola, di sottilette composte con burro adulterato, di formaggi provenienti da black out elettrici di un anno prima. “Una cosa disgustosa – racconta Mauro Santonastaso, comandante delle fiamme gialle di Cremona -. Ancor più disgustoso – aggiunge il capitano Agostino Brigante – , è il sistema commerciale che abbiamo scoperto”.

Non possono ancora immaginare, gli investigatori, che quello stabilimento dove si miscela prodotto avariato con altro prodotto pronto è lo snodo di una vera e propria filiera europea del riciclaggio. Mettono sotto controllo i telefoni. Scoprono che i pirati della contraffazione sono “coperti” dal servizio di prevenzione veterinaria dell’Asl di Cremona (omessa vigilanza, ispezioni preannunciate; denunciati e sospesi il direttore, Riccardo Crotti, e due tecnici).

Dalle intercettazioni emerge la totale assenza di scrupoli da parte degli indagati: “La merce che stiamo lavorando, come tu sai, è totalmente scaduta… “, dice Luciano Bosio, il responsabile dello stabilimento della Tradel, al suo capo (Domenico Russo). Che gli risponde: “Saranno cazzi suoi… ” (delle aziende fornitrici, in questo caso Brescialat e Centrale del Latte di Firenze, ndr). Il formaggio comprato e messo in lavorazione è definito – senza mezzi termini – “merda”. Ma non importa, “… perché se la merce ha dei difetti. .. io poi aggiusto, pulisco, metto a posto… questo rimane un discorso fra me e te… ” (Russo a un imprenditore campano, si tratta la vendita di sottilette “scadute un anno e mezzo prima”). Nell’ordinanza (decine le persone indagate e denunciate: rappresentanti legali, responsabili degli stabilimenti, impiegati, altre se ne aggiungeranno presto) compaiono i nomi delle aziende per le quali il pm Francesco Messina configura “precise responsabilità”.

Perché, “a vario titolo e al fine di trarre un ingiusto profitto patrimoniale, hanno concorso nella adulterazione e nella contraffazione di sostanze alimentari lattiero-casearie rendendole pericolose per la salute pubblica”. Il marchio maggiormente coinvolto – spiegano gli investigatori – è Galbani, controllato dal gruppo Lactalis Italia che controlla anche Big srl. “Sono loro i principali fornitori della Tradel. Anche clienti”, si legge nell’ordinanza. Per i magistrati il sistema di riciclaggio della merce si basa proprio sui legami commerciali tra le aziende fornitrici e la Tradel. Con consistenti vantaggi reciproci. Un business enorme: 11 mila tonnellate di merce lavorata in due anni. Finita sugli scaffali dei discount e dei negozi di tutta Europa. Tremila le tonnellate vendute in nero. E gli operai e gli impiegati? Erano consapevoli. Lo hanno messo a verbale. Domanda a un’amministrativa: “Ha mai riferito a qualcuno che la merce era scaduta o con i vermi?”. Risposta: “No, tutti lo sapevano”.

4 luglio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/formaggi-truffa/formaggi-truffa/formaggi-truffa.html