Archivio | luglio 7, 2008

Guerra IT: visori notturni e raggi spappolafolle

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The main goal of the Phase I project wad to design and build a breadboard prototype of a temporary personnel incapacitation system called MEDUSA (Mob Excess Deterrent Using Silent Audio). This non-lethal weapon is based on the well established microwave auditory effect (MAE). MAE results in a strong sound sensation in the human head when it is irradiated with specifically selected microwave pulses of low energy. Through the combination of pulse parameters and pulse power, it is possible to raise the auditory sensation to the “discomfort” level, deterring personnel from entering a protected perimeter or, if necessary, temporarily incapacitating particular individuals.
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NewsLuca Annunziata

lunedì 07 luglio 2008

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Roma – Ci sono i visori a potenziamento di raggi stellari, anche detti a luce crepuscolare. Poi ci sono quelli ad infrarossi. E infine ci sono i mirini ottici, che funzionano bene quando c’è abbastanza luce che illumini il bersaglio, e che magari si appoggiano anche ad un reticolo retroilluminato. Tutti e tre hanno limiti e pregi. E ora, DARPA li vuole riuniti in un unico dispositivo.

Nel caso dei mirini o degli apparecchi per la visione notturna, ricorda The Register, la parte dello spettro visibile presa in considerazione è la zona del quasi-infrarosso: si tratta di una lunghezza d’onda alla quale l’occhio umano è pressoché insensibile, ma che abbonda invece negli scenari notturni. Una tecnologia largamente impiegata soprattutto dai militari, basti pensare a quelle immagini con una netta dominante verde che in molti ricordano di aver visto in TV durante le fasi centrali dei conflitti in IRAQ: intere città riprese di notte sotto attacco, con i palazzi visibili di notte come di giorno.

Per i visori infrarossi, invece, si sfrutta appunto la radiazione infrarossa. Diventa così possibile individuare fonti di luce ad incandescenza, corpi umani, fuochi accesi, veicoli in movimento. Come nel caso precedente, i progressi degli apparecchi utilizzati dai militari sono stati evidenti negli ultimi anni, ma mostrano comunque dei limiti. Ad esempio, le caratteristiche onde lunghe degli infrarossi che vengono percepiti dai sensori non attraversano il vetro, rendendo una banale lastra di silicato una barriera impenetrabile.

Ora, però, quelli di DARPA si sono stancati. E per i soldati USA sarà presto confezionato un singolo dispositivo in grado in un colpo solo di consentire di “vederci chiaro” in ogni situazione. Sia grazie al calore emesso dai corpi, sia grazie alla “luce nera” in circolazione (naturale o artificiale, magari sparata da una lampadina attaccata al fucile d’ordinanza o ad una semplice canna da pesca). Si chiamerà DUdE, che sta per DUal-mode Detector Ensemble, ed offrirà alle forze armate USA un’arma in più contro cattivi e cattivoni.

Nel caso, poi, a questi cattivoni si voglia risparmiare la vita e limitarsi ad acchiapparli senza ferirli (troppo), torna a farsi sentire una tecnologia già sfruttata nel mondo pubblicitario: quella delle microonde sonore. Altro che spot sparati nel cervello, però: MEDUSA (Mob Excess Deterrent Using Silent Audio) lavora su ordini di grandezza molto più preoccupanti, visto che sembra essere potenzialmente in grado di atterrire e scioccare intere schiere di ribelli, terroristi, nemici, tifosi attaccabrighe o semplici passanti troppo allegrotti.

L’effetto risultante dal bombardamento con questi fasci di microonde ad alta potenza sarebbe un misto di “rumore assordante e al contempo irritante”. Un vero e proprio choc per il cervello, scaldato al punto da coinvolgere indirettamente le orecchie, causando il disorientamento e l’intontimento dei bersagli. Grazie poi ad una speciale antenna emettitrice, i creatori di MEDUSA spiegano come sia possibile restringere l’effetto ad un singolo individuo o ad interi stormi – che siano di uccelli che sorvolano un aeroporto al momento meno opportuno, o dimostranti che protestano per qualsivoglia faccenda, poco importa.

D’altronde, se funziona in piccolo per pubblicizzare una serie TV, non c’è motivo che non funzioni pure in grande per annoiare frastornare i malcapitati. James Lin, ricercatore dell’Università dell’Illinois, spiega però al New Scientist che i possibili effetti collaterali sull’uomo (e non solo) non sono affatto da sottovalutare: “Mi preoccuperei dei danni alla salute, ci potrebbero essere danni al cervello”. Dall’azienda che ha sviluppato il progetto, la Sierra Nevada Corporation, fanno comunque sapere di essere in attesa di un finanziamento da parte del dipartimento della Difesa a stelle e strisce per procedere alla costruzione di un prototipo entro 18 mesi.
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Luca Annunziata

fonte: http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2345178

La tavola che racconta la storia del messia risorto prima di Cristo

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L’interpretazione dell’iscrizione su un reperto del Mar Morto divide gli studiosi

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Gli scavi di Qumran, nel Mar Morto (Ap)
Gli scavi di Qumran, nel Mar Morto (Ap)

E’ uno dei reperti storici più controversi dell’antichità e la sua dubbia interpretazione da circa un decennio causa interminabili dibattiti tra insigni studiosi internazionali. Si tratta di una tavola di pietra, scoperta circa dieci anni fa vicino al Mar Morto e lunga circa 90 cm. Su di essa sono iscritti 87 versi in ebraico che narrano la storia di un Messia che sarebbe risorto tre giorni dopo la sua morte. Niente di nuovo se si pensa alla storia di Cristo narrata nei Vangeli, ma vi è un particolare davvero singolare: il reperto storico risalirebbe ad un’epoca antecedente alla nascita di Gesù. A riproporre il mistero di questa tavola di pietra, conservata all’Israel Museum di Gerusalemme, è il New York Times: il quotidiano della Grande Mela afferma che nuovi interessanti particolari su questo reperto saranno rivelati nei prossimi giorni durante una conferenza che si terrà nello stesso museo di Gerusalemme per festeggiare i 60 anni dalla scoperta dei Manoscritti del Mar Morto (i preziosissimi frammenti archeologici ritrovati in undici grotte nell’area di Qumran a metà del Novecento)

STORIA Scoperta da un antiquario giordano e in seguito comprata dal collezionista svizzero di origine ebraiche David Jeselshon, secondo alcuni studiosi questa tavola di pietra metterebbe seriamente in discussione l’originalità del Cristianesimo e della resurrezione di Cristo. Gran parte del testo riporterebbe passi dell’antico Testamento, specialmente i libri dei profeti Daniele e Zaccaria in cui l’angelo Gabriele presenta una visione apocalittica della storia di Israele. Secondo gli archeologi tra le iscrizioni presenti sulla tavola vi sarebbe anche un passo in cui è raccontata la storia di un Messia risorto dopo tre giorni. Ciò confermerebbe che una vicenda simile a quella della Resurrezione di Cristo era presente nella cultura ebraica prima che Gesù nascesse ed era ben conosciuta dai cittadini che vivevano nell’antico Israele. Successivamente sarebbe stata ripresa dai seguaci di Gesù e riadattata per diffondere la nuova fede. Altri studiosi sembrano più cauti: essi sottolineano che sulla pietra molte parole appaiono illeggibili, in alcuni punti sono addirittura scomparse, quindi è impossibile per adesso stabilire la verità.

IL MESSIA Una ricerca pubblicata l’anno scorso da Ada Yardeni e di Binyamin Elitzur, entrambi studiosi di iscrizioni antiche, sulla rivista specialistica «Cathedra» gettò una nuova luce sul mistero della tavola di pietra: l’articolo, intitolato «La rivelazione di Gabriele» confermava che la pietra risalisse al I secolo A.C. e i due studiosi mettevano in dubbio che il tema del Messia risorto fosse un evento raccontato per la prima volta dai Vangeli cristiani. A dire il vero già nel 2000 il professor Israel Knohl della Hebrew University aveva presentato una dettagliata e originale interpretazione sulla contiguità tra la resurrezione di Cristo e un precedente racconto ebraico che aveva come tema il Messia risorto. Nel libro intitolato «Il Messia prima di Gesù» Knohl asseriva che il protagonista della resurrezione di cui parla la tavola di pietra era un certo Simone, un condottiero ebreo che avrebbe scatenato una rivolta all’indomani della Morte di Erode per liberare Israele dal giogo romano. Tale vicenda sarebbe presente anche nel Talmud, uno dei testi sacri dell’Ebraismo e la rivolta sarebbe stata brutalmente soffocata dalle armate romane. Secondo lo studioso, la tradizione narrava di questo condottiero, che sebbene ucciso, sarebbe risorto tre giorni dopo la morte e avrebbe aperto la strada della libertà al popolo di Israele. Secondo lo studioso ciò risulta chiaro nei versi 19-21 presenti sulla tavola di pietra nei quali si può leggere: «In tre giorni tu saprai che il diavolo sarà sconfitto dalla giustizia» mentre in altre righe si legge che il sangue e la morte del Messia sono la strada che porterà alla giustizia. Infine in due altri versi successivi, difficili da decifrare, Knohl sostiene che vi siano scritte le testuali parole: «Dopo tre giorni tu rivivrai, Io, Gabriele, te lo comando» (Gabriele è l’arcangelo che secondo la religione ebraica era il messaggero di Dio. Nel Vangelo di Luca è lui ad annunciare a Maria che partorirà il figlio di Dio)

CRITICHE «Questi versi mettono in discussione l’originalità del Cristianesimo» afferma il professor Knohl. «La resurrezione dopo tre giorni del Messia è qualcosa che esisteva già nella tradizione ebraica prima che Cristo comparisse sulla Terra». Tuttavia molti studiosi non sembrano accettare le tesi del professor Knohl. La stessa ricercatrice Yardeni sostiene che sebbene la tavola di pietra mette seriamente in discussione l’originalità del tema della resurrezione, è abbastanza discutibile affermare che il personaggio storico Simone sia il Messia da cui poi i cristiani avrebbero tratto ispirazione. Anche il professor Moshe Bar-Asher, docente emerito di Ebraico e Aramaico all’Università Ebraica di Gerusalemme appare scettico: «In passi cruciali del testo mancano troppo parole».

Francesco Tortora
06 luglio 2008 -ultima modifica: 07 luglio 2008-

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_luglio_06/stele_messia_mar_morto_734a14e2-4b6c-11dd-9596-00144f02aabc.shtml

Due operai e un agricoltore, i primi morti sul lavoro della settimana

inciedenti lavoro
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Ricomincia la settimana e puntuali ricominciano gli incidenti sul lavoro. Un operaio edile è morto per un incidente sul lavoro in un cantiere a Bitritto, piccolo comune a pochi chilometri da Bari. L’operaio, Raffaele Masiello, di 47 anni, di Bitonto (Bari), sposato e con due figli, stava lavorando per conto di una ditta edile di Modugno presso la quale era regolarmente assunto. L’incidente è avvenuto verso le 8 in via della Resistenza, dove sono in corso lavori di ristrutturazione di una abitazione. L’uomo, secondo gli accertamenti svolti dai carabinieri, era su una impalcatura mobile issata a sei metri d’altezza quando è caduto al suolo picchiando la testa. È morto sul colpo.I carabinieri hanno avviato le indagini per accertare se erano state rispettate le norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.

Nel nolano invece un operaio di quarantadue anni di origini marocchine è morto in un cantiere in via San Paolo Belsito; secondo una prima ricostruzione, gli operai erano intenti a realizzare le fondamenta di un palazzo privato quando all’ improvviso è crollato un vecchio muro di contenimento investendo il marocchino ed alcuni operai. Amghit El Mamoun, con regolare permesso di soggiorno e assunzione presso la ditta edile, è deceduto sul colpo. Sull’incidente stanno indagando i carabinieri della compagnia di Nola coordinati dal capitano Gianluca Piasentin. Aperte due inchieste, della Procura e dell’ Ispettorato del lavoro.

Un’altra morte sul lavoro a Sant’Onofrio, paese alle porte di Vibo Valentia. La vittima è un agricoltore di 35 anni, Pasquale Cugliari, che è finito sotto il trattore che stava guidando mentre era intento ad arare un terreno agricolo di sua proprietà. Alcuni parenti, accortisi dell’incidente, hanno avvisato il servizio di emergenza 118, ma i soccorritori, giunti sul posto, hanno constatato che l’uomo era già morto.

All’Ilva di Taranto invece un operaio di 29 anni, Eugenio Cianci, di Taranto, dipendente dell’impresa Comsider, è caduto da una passerella nel reparto Laminatoio a freddo dello stabilimento e ha battuto con violenza la testa sul pavimento. L’uomo ha riportato un forte trauma cranico ed è stato trasportato da un’ambulanza del 118 all’ospedale Santissima Annunziata. Il giovane si è sentito male, forse – secondo fonti sindacali – a causa dell’elevata temperatura nel reparto, ed è precipitato dalla passerella. Gli ispettori del lavoro intervenuti sul posto – a quanto viene reso noto dalle stesse fonti – avrebbero anche riscontrato violazioni delle normative sulla sicurezza. È il secondo incidente nella struttura: già ieri nel reparto un altro operaio è stato investito da schizzi di acciaio liquido ed ha riportato ustioni al volto e alle braccia, giudicate guaribili in 60 giorni.

È inoltre in condizioni gravissime un operaio italiano di 47 anni precipitato da oltre 7 metri all’interno dello stabilimento Latte Sano in via della Muratella a Roma. Da quanto si è appreso dal 118 l’operaio è stato soccorso in elicottero e trasportato all’ospedale San Filippo Neri. È giunto in codice rosso e da indiscrezioni presenterebbe un trauma cranico e uno al torace.

Pubblicato il: 07.07.08
Modificato il: 07.07.08 alle ore 19.38

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76927

Quando gli antichi romani erano buddisti: scavi dimostrano gli scambi tra Roma e l’India

Un bassorilievo realizzato tra il II e il III sec. d. C.

di Emilio Laguardia

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ROMA (7 luglio) – L’antica Roma e l’India: due culture, due popoli, due mondi così distanti fra loro eppure così determinati a comunicare. E’quanto emerge da recenti scavi archeologici (ad Arikamedu e Muziris) che hanno individuato, sulle coste meridionali dell’India, l’esistenza di numerosi porti di attracco per le navi mercantili della Città Eterna. Anfore, vasellame (tra cui una coppa col marchio di una fabbrica di Arezzo), vetri dipinti, monete d’oro: tutto materiale di scavo di origine Romana incontestabilmente datato fra l’età di Augusto e quella di Caracalla: circa duecento anni di commercio! Gli autori latini si affannano a testimoniare le frequenti ambascerie di Indiani (sia i Kushana del Nord, sia i Tamil del Sud) presso la corte imperiale di Roma. E indicano anche il percorso delle rotte marittime che, traversato l’Oceano Indiano, toccavano l’Etiopia, risalivano per il Mar Rosso e, giunte al Sinai, continuavano il viaggio verso il Mediterraneo attraverso gli stretti canali artificiali (non ancora insabbiati) che secoli dopo diverranno il Canale di Suez.

Dall’India Roma importava
soprattutto il pepe, condimento fondamentale di tutta la cucina Romana antica, ma anche avorio, perle, gemme, cotone, e tigri e leoni per il Colosseo. Pare invece che gli Indiani andassero pazzi per il vino campano, amassero le terracotte, i vasi di vetro dipinto e le sculture della tradizione Ellenistico-Romana. E poi gli schiavi: ragazzi e ragazze dalla pelle bianca che diventavano graziosi ornamenti per gli harem e le corti dei principi d’Oriente. Ma non solo. I Kushana cominciano a raffigurare il Buddha vestito con qualcosa di molto simile ad una toga Romana (e, nella storia del buddismo, è la prima volta che il dio viene rappresentato in forma umana), mentre gli antichi testi Tamil riferiscono dei “Yavanas” (gli “Occidentali”), molto richiesti in India per la loro abilità tecnica, come carpentieri, fabbri, costruttori e soprattutto come guardie del corpo dei sovrani.

Numerosi archeologi e studiosi Indiani ritengono anche che i famosi bassorilievi dello “Stupa” buddista di Amaravati (II-III secolo d.C.) siano stati eseguiti, in parte, da scultori Romani, o realizzati sotto la supervisione di artisti venuti da Roma, come dimostrano, ad esempio, le figure di cavalli che incedono, tipiche dell’arte Romana. Senza contare poi la gran quantità di occidentali raffigurati sugli stessi rilievi, riconoscibili per i capelli corti e le tuniche sopra il ginocchio.

D’altra parte la forte presenza commerciale di Roma autorizza ad immaginare che piccole comunità di occidentali si fossero stabilite lungo le coste dell’India. Emigrati di lusso che in parte conservavano la cultura della “madre patria” (come dimostrato dalla individuazione della località Templum Augusti vicino agli scavi di Muziris) e in parte, come succede a tutte le comunità oltremare, assimilavano gli usi e i costumi del nuovo paese. E forse anche la religione.
Molto, dei rapporti tra Roma e l’India, potrebbe raccontare un enigmatico busto di marmo conservato alla Galleria Borghese, poco visto e conosciuto perchè sistemato nella stessa stanza dove splende il corpo nudo di Paolina Bonaparte. L’uomo, che veste la caratteristica corazza del generale Romano, ha una corta barba riccioluta, un’espressione pensosa e quasi meditativa, mentre i lunghi e lisci capelli sono separati da una scrima centrale e annodati in una nocca alla sommità del capo. E’ la tipica pettinatura dei Buddha del Gandhara, il regno dei principi Kushana del nord dell’India, grandi ammiratori della cultura Romana e principali esportatori di beni di lusso verso Roma. «Potrebbe trattarsi proprio di un ambasciatore del re kushana Kadphises presso la corte di Traiano» suggeriscono gli storici dell’arte Paolo Moreno e Antonietta Viacava, autori del catalogo I marmi antichi della Galleria Borghese. Ma la presenza della barba farebbe escludere l’identificazione con un Indiano, in quanto gli uomini kushana amavano radersi il viso lasciandosi crescere solo i lunghi baffi all’insù.

«E’ un antico Romano convertitosi al Buddismo»
assicura il professor Raoul McLaughlin dell’Università di Belfast, studioso delle rotte commerciali tra Roma, l’India e la Cina, «forse proprio uno di quei Yavanas di cui tanto parlano gli antichi testi Tamil». E difatti i busti Romani con l’ acconciatura indiana sono più d’uno: alla Galleria Corsini, a Villa Albani, al Museo Nazionale Romano, senza dimenticare quelli di Madrid e di Copenaghen. «Troppi, in verità» finisce per ammettere Antonietta Viacava «per essere solo degli ambasciatori stranieri in visita nella capitale dell’Impero».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=27308&sez=HOME_SPETTACOLO

Contro le leggi-canaglia , in piazza a Roma: chi va e chi no

copertina dell'Economist su Berlusconi, foto web
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La manifestazione di martedì (ore 18, piazza Navona, Roma) è stata indetta ufficialmente da Micromega e dal suo direttore Paolo Flores D’Arcais assieme ai parlamentari Pancho Pardi (Idv) e Furio Colombo (Pd) contro le leggi-canaglia del governo Berlusconi: emendamento salva-premier, legge bavaglio contro le intercettazioni e lodo Alfano.

Ha subito aderito Antonio Di Pietro e tutto il partito dell’Italia dei Valori. Parteciperà anche Sinistra Democratica, il Partito comunista dei lavoratori di Ferrando, l’ex ministro Paolo Ferrero ha annunciato la partecipazione sua e degli aderenti alla sua mozione congressuale di Rifondazione comunista, molti dei Verdi a partire dall’ex capogruppo Angelo Bonelli e dei Comunisti italiani con Manuela Palermi.

Non parteciperà invece il Pd che invece organizzerà una grande manifestazione in autunno contro la politica del governo. No alla partecipazione anche dai Radicali, dalla Cgil (per bocca di Epifani) e dai Socialisti.

A titolo personale parteciperà l’ex ministro Arturo Parisi che spiega: «Veltroni non è il bersaglio della manifestazione di domani, ma il vuoto di democrazia».

Molte le adesioni della società civile: Umberto Eco (che però non potrà essere in piazza), Sabina Guzzanti, Andrea Camilleri, Ascanio Celestini, Revelli, Don Gallo. Oliviero Beha, Oliviero Beha, Lidia Ravera, Lucio Gallino, Dacia Maraini, Gianni Vattimo, Moni Ovaia, Margherita Hack, Nicola Tranfaglia, Giorgio Cremaschi, Pier Giorgio Opifreddi.

Dal palco, oltre ai tre promotori, prenderanno la parola anche Rita Borsellino, capogruppo dell’opposizione all’Assemblea regionale siciliana, Camilleri, che leggerà alcune poesie, Marco Travaglio, lo scrittore e attore Moni Ovaia.

Anche l’ Arci per bocca del suo presidente Paolo Beni ha informalmente dichiarato al senatore Pardi che sosterrà la manifestazione, e si attende un comunicato ufficiale nei prossimi giorni.
Pubblicato il: 07.07.08
Modificato il: 07.07.08 alle ore 14.37

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76930

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L’allarme dei cervelli in fuga dall’Italia: «Nel nostro paese solo clientele e nepotismo»

di Anna Maria Sersale

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ROMA (7 luglio) – «Sono un ingegnere emigrato in Germania
per ovvi motivi: soldi, trasparenza e migliori opportunità di carriera. L’Italia l’ho lasciata a malincuore, ma è il Paese delle raccomandazioni. Ho provato sulla mia pelle che non si sfugge alla logica delle clientele, degli imbrogli, delle scorciatoie. Abbiamo doti invidiabili, ma tutto è vano difronte a questo sistema vischioso che tarpa le ali ai giovani». Antonio F. racconta la sua storia di emigrato con la laurea in tasca. Il suo non è un caso isolato. «Entro il 2009 mi trasferirò a Zurigo per un dottorato, lascerò la mia famiglia a Roma. Mi ero ripromesso di restare, convinto che quello della fuga dei cervelli fosse un problema ingigantito dai media e che andare negli Stati Uniti per continuare gli studi fosse una moda. Poi ho fatto i conti con il mio futuro, l’ho guardato in faccia, e mi sono visto guadagnare 1.500 euro dopo 15 anni dalla laurea, se va bene. Mi sono visto a casa ancora a lungo, a chiedere i soldi per la benzina, ad aspettare il piatto in tavola la sera. A Zurigo, invece, avrò la possibilità di mantenermi. Mi dico che la patria, in fondo, è quella che mi dà lavoro. Andrò in Svizzera e poi chissà dove».

Fabio, giovane laureato in chimica, insieme a tanti altri ricercatori si è rivolto al Messaggero online dopo che abbiamo pubblicato i dati di una ricerca del Censis. I dati sono allarmanti, su carriere, retribuzioni e modalità di accesso al lavoro. Ma qual è la differenza tra lavorare in Italia e all’estero? Partiamo dal curriculum, che è lo strumento principale per presentarsi alle aziende. Ebbene, all’estero l’invio del profilo personale ha un riscontro, è uno strumento efficace per trovare lavoro, in Italia, invece, se il curriculum non è accompagnato da calorose segnalazioni è praticamente carta straccia. Ecco un dato: il 22,4% dei laureati, che hanno conseguito il titolo da tre anni, all’estero abbastanza frequentemente conquistano un contratto attraverso le inserzioni sui giornali o su Internet. In Italia la percentuale scende al 9%. Oltre confine l’accesso al lavoro tramite stage o tirocinio in azienda è molto più frequente. Da noi, invece, è alto il ricorso alla classica segnalazione di parenti e amici.

Quanto alla carriera,
tra i lavoratori dipendenti quelli che all’estero a tre anni dalla laurea hanno una posizione di quadro o funzionario sono il 32,1%. Se ci spostiamo in Italia la percentuale scende al 17,1%. Ma i dati che saltano più agli occhi, brutalmente, sono quelli relativi alla retribuzione: è sotto i 1.000 euro netti al mese per il 24,6% dei giovani rimasti in Italia; contro il 10,2% di quelli che lavorano all’estero. Ma è guardando alla fascia alta che il confronto si fa impietoso: fuori dei confini nazionali il 43% ha uno stipendio che supera i 1.700 euro al mese. In Italia solo il 9,2% ha una analoga retribuzione. D’accordo che i soldi non sono tutto, d’accordo che in alcuni dei Paesi il costo della vita più alto può giustificare salari maggiori, ma il divario è enorme e l’impressione che la tua patria ti valuti meno, e dunque in un certo senso ti rifiuti, spinge a cercare fortuna altrove.

Ed ecco un’altra testimonianza: «Sono emigrato in Olanda più di dieci anni fa, laurea in legge, esperienze lavorative a Roma, nel campo informatico. Precarietà e incertezze erano pane quotidiano. Mi sono trasferito e qui, dopo tre mesi, avevo un lavoro decente, prima alla Shell, poi presso una società edilizia, poi presso una organizzazione internazionale, sempre nell’informatica. Tre anni fa mi sono spostato in Inghilterra dove ho trovato un nuovo lavoro, che svolgo con grande soddisfazione. Senza amici, senza raccomandazioni, senza essere un genio, mi sono sistemato». «All’estero la parola magica è una sola, meritocrazia – osserva George, anche lui in Olanda – In Italia clientelismo e nepotismo sono diffusi a tutti i livelli, essere bravi è sostanzialmente inutile».

L’emigrazione di ricercatori e laureati è uno dei problemi irrisolti. Esportiamo trentamila ricercatori l’anno e ne importiamo tremila. Un saldo drammaticamente negativo. La “fuga” dei cervelli ci costa otto miliardi di euro l’anno. La nostra capacità competitiva è progressivamente in calo e cresce il divario con gli altri partners. Costringiamo i ricercatori a fare le valigie e quando riusciamo a farli tornare, ma è raro che tornino, non siamo in grado di trattenerli. «Siamo schiacciati da un sistema gerontocratico che si autoalimenta – sostiene Francesco Mauriello, presidente dell’Adi, l’Associazione dei dottorandi e dei dottori italiani – Non diamo prospettive ai giovani. Eppure sono bravi, all’estero li prendono a scatola chiusa e li pagano bene. La fuga continua perché qui non si investe in ricerca, mancano adeguate dotazioni di laboratori e i finanziamenti arrivano col contagocce».

I ricercatori prima li facciamo partire, poi, quando tornano, non abbiamo abbastanza risorse per utilizzarli. I cervelli che abbiamo richiamato nel 2006 spendendo 3 milioni di euro in parte ancora vagano alla ricerca di una università o di un ente di ricerca che li prenda e li faccia lavorare. Molti dei 466 rientrati hanno già rifatto le valigie. Qualche altro aspetta, perché ha avuto delle promesse. Però i fondi destinati al ritorno in patria nel 2007 sono stati dimezzati, 1.500 euro. Per il 2008 non si sa quanti ne verranno stanziati. Tanto la situazione è fluida che i ”cervelli rientrati” hanno costituito un Coordinamento. «Se alla emigrazione massiccia – dicono – corrispondesse un flusso in ingresso altrettanto rilevante non ci dovremmo preoccupare, però non è così, l’Italia non ha capacità di attrarre gli stranieri».

Rob, irlandese da un anno e mezzo: «Sono arrivato che non sapevo dire nemmeno ciao, ora lavoro per una delle più grandi aziende del mondo con contratto a tempo indeterminato. Parlo due lingue e ho un elevato livello di professionalità. Qualche tempo fa sono tornato in Italia e cosa mi offrono? Due mesi di contratto a progetto e 800 euro al mese. Faccio presente che ne guadagno 2.000, ma niente. Così sono ripartito. A chi resta faccio tanti auguri». «Peccato che lo Stato sia assente – è il commento di un altro ricercatore all’estero – Ne conosco moltissimi di espatriati in Olanda, tutti se ne sono andati per lo stesso motivo: non erano raccomandati e non sopportavano più di essere penalizzati da un sistema che non riconosce il merito ma si regge sulle lobby e sulle clientele politiche. C’è gente che lavora al Centro spaziale di Noordwijk e che è arrivata in Olanda solo con la laurea e una certa conoscenza dell’inglese. Per loro l’obiettivo era quello di premiare i loro anni di studio con una realizzazione professionale all’altezza della preparazione. Ci sono riusciti».

Un sistema malato, il nostro, del quale ci dobbiamo liberare se vogliamo ridare speranze e prospettive alle generazioni che formiamo. Non possiamo continuare a regalare su un piatto d’argento i giovani sfornati dalle nostre università, i cui costi sono a carico del Paese.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=27307&sez=HOME_SCUOLA

7 luglio 1960: per i Morti di Reggio Emilia

Per i morti di Reggio Emilia

Lauro Farioli

Lauro Farioli
Afro Tondelli

Afro Tondelli
Marino Serri
Marino Serri
Ovidio Franchi

Ovidio Franchi
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[1961]
Testo e musica di Fausto Amodei

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Compagno cittadino, fratello partigiano,
teniamoci per mano in questi giorni tristi:
di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia
son morti dei compagni per mano dei fascisti.

Di nuovo, come un tempo, sopra l’Italia intera
urla il vento e soffia la bufera.

A diciannove anni è morto Ovidio Franchi
per quelli che son stanchi o sono ancora incerti.
Lauro Farioli è morto per riparare al torto
di chi si è già scordato di Duccio Galimberti.

Son morti sui vent’anni, per il nostro domani:
son morti come vecchi partigiani.

Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli,
ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti.
Compagni, sia ben chiaro che questo sangue amaro
versato a Reggio Emilia, è sangue di noi tutti

Sangue del nostro sangue, nervi dei nostri nervi,
come fu quello dei fratelli Cervi.

Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso
è sempre quello stesso che fu con noi in montagna,
ed il nemico attuale è sempre e ancora eguale
a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna

Uguale è la canzone che abbiamo da cantare:
Scarpe rotte eppur bisogna andare.

Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli,
e voi, Marino Serri, Reverberi e Farioli,
dovremo tutti quanti aver, d’ora in avanti,
voialtri al nostro fianco, per non sentirci soli.

Morti di Reggio Emilia, uscite dalla fossa,
fuori a cantar con noi Bandiera rossa,
fuori a cantar con noi Bandiera rossa!

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per saperne di più:

reti invisibili

bcaracciolo

antiwarsongs

da cui ho preso testo della canzone ed immagini.

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È disponibile il video di questa canzonehttp://www.prato.linux.it/~lmasetti/antiwarsongs/img/video_big.gif
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Questa canzone si può scaricarehttp://www.prato.linux.it/~lmasetti/antiwarsongs/img/downloadable_big.png
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Reggio Emilia 7 luglio 1960

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REGGIO. «Il cielo era diventato improvvisamente di piombo, una cappa opprimente calò all’improvviso sulla città. Mentre lasciavamo la piazza, a occidente si stagliarono lingue rosse di fuoco…». Il ricordo di un tramonto è la prima immagine che viene in mente a un testimone-protagonista di quel 7 luglio. Assieme alle mani. Mani che oggi si muovono mentre rievocano i fatti di allora e che allora vissero quei momenti. Le mani che quel giorno fremevano mentre lanciavano sassi in risposta ai proiettili della polizia di Tambroni. Le mani ferme di chirurgo che cercavano di strappare alla morte i feriti. Le mani di un giovane cronista che tremavano al momento di scattare la foto del corpo senza vita di uno dei «Morti di Reggio Emilia».
E oltre le mani, gli occhi, le teste di coloro che oggi, a 42 anni di distanza, ricordano quel 7 luglio che verrà rievocato e onorato dal segretario della Cgil Sergio Cofferati.
Le mani che tremano, sono quelle di un giovane cronista, oggi storico della Resistenza, Antonio Zambonelli, all’epoca studente universitario e maestro elementare, che quell’anno passerà l’estate nella redazione reggiana dell’Unità.

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LA REPRESSIONE. Quel giorno Zambonelli era in piazza, con la macchina fotografica al collo. Ma aveva un motivo in più, oltre il lavoro di cronista, oltre il desiderio di documentare una giornata che si annunciava carica di tensione: «Qualche settimana prima – racconta Zambonelli – il 30 aprile, avevo partecipato a una manifestazione contro Almirante, venuto a Reggio per un comizio. Camminavo in via Emilia San Pietro urlando slogan contro i missini che, cantando le canzoni del ventennio, stavano entrando nella sede di via Roma. Arrivarono i carabinieri e fui “catenato”: su di me usarono i “ferri”, quelle catene che si usavano per portare i detenuti in tribunale. Svenni, caddi a terra, mi sveglia all’ospedale e dove fui denunciato per adunata sediziosa».
L’aria, a Reggio, era quella: c’erano già state le lotte alle «Reggiane», il livello di conflittualità sociale non era mai stato così alto dal dopoguerra, la polizia reagiva con la forza a ogni manifestazione di piazza, e per contro, cresceva tra i giovani un movimento che il sindacato e il Pci faticavano a «disciplinare».

MAGLIETTE A RIGHE. Spiega Giuliano Rovacchi, ex consigliere comunale e ragazzo di allora: «Eravamo idealmente figli della Resistenza, eravamo quasi tutti iscritti alla Fgci, frequentavamo le riunioni del partito, ma non eravamo inquadrati. Vestivamo con roba importata, i jeans e le famose magliette a righe. Il nostro rapporto con il partito e lo stesso sindacato era spesso conflittuale». E la prova si ebbe proprio quel 7 luglio, come spiega lo stesso Rovacchi: «Aspettavamo che il sindacato si decidesse fin dalla sera prima. Allora la Cgil non era mai stata per scioperi politici. Così, c’era attesa dalla sera prima e i dubbi furono sciolti soltanto al mattino, quando cominciarono a girare le auto con gli altoparlanti».
E la manifestazione partì, ma non poteva restare sui binari decisi dalla questura che aveva a sua volta ricevuto ordini precisi da Roma: «Erano vietati gli assembramenti – ricorda Zambonelli – e la manifestazione avrebbe dovuto tenersi all’interno della Sala Verdi, dove però c’erano pochi posti».
Poco avvezzi ai diktat del Pci, i giovani con la maglietta a righe non vollero saperne di quello che aveva loro ordinato la polizia.

IN GRUPPO A CANTARE. «Ricordo – dice Rovacchi – che ci mettemmo davanti al monumento dei caduti, in un bel gruppo, a cantare…».
Un assembramento pacifico, ma pur sempre un assembramento è. E così, poco dopo le tre del pomeriggio, dopo che l’altoparlante fissato su un’auto della Cgil aveva inutilmente chiesto ai manifestanti di evitare gli assembramenti, ecco la reazione della polizia: «A un certo punto – ricorda Zambonelli – cominciarono i caroselli degli automezzi della polizia. Ricordo un’autobotte della polizia che in piazza cercava di disperdere la folla con gli idranti».
A quei getti d’acqua e ai primi fumogeni, i manifestanti risposero: «Eravamo nei pressi dell’Isolato San Rocco – ricorda Rovacchi – dove c’era un cantiere. Entrammo e raccogliemmo di tutto, assi di legno, sassi…». La mente corre al G8 di Genova e non sarà l’unico parallelo con quei giorni di un altro luglio di sangue. «Altri manifestanti – dice Zambonelli – buttavano le seggiole dalle distese dei bar della piazza».

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LE RAFFICHE. Poi, all’improvviso, la colonna sonora di quel caos cambiò: «Si sentirono i primi colpi d’arma da fuoco, le prime raffiche, ricordo le fronde degli alberi che cadevano a terra» dice Zambonelli.
«Teng-teng, si sentiva questo rumore, teng-teng. Erano pallottole – dice Rovacchi – e noi ci ritirammo sotto l’isolato San Rocco. Vidi un poliziotto scendere dall’autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d’uomo». Più tardi, ai giardini, si troverà il corpo senza vita di Afro Tondelli, forse colpito da quei proiettili.
Zambonelli, nel frattempo, aveva smesso di fotografare: «Molti di noi pensavano a cercare un riparo, mentre il rumore delle raffiche s’infittiva sempre di più. C’è anche una foto che mi ritrae ingloriosamente mentre scappo». E Zambonelli, la macchina fotografica ancora al collo, fugge verso la chiesa di San Francesco, verso le Poste: «Allora – spiega lo storico reggiano – da quelle parti c’era la sede del Gaf, il Gruppo artigiani fotografi. Entrai e da lì chiamai a casa, per tranquillizzare mia madre, ma non vi riuscii, per via di un equivoco: le dissi che ero dentro al Gaf e lei capì soltanto che ero dentro, pensò che fossi in galera. Si sarebbe tranquillizzata solo qualche ora dopo, quando rientrai a casa».

NIENTE RITIRATA. Non aveva alcuna intenzione di rientrare a casa – e con lui gli altrGenova 30 giugno 1960 - (c) 1998 Editori Riunitii ragazzi con le magliette a righe – il giovane Rovacchi: «La macchina del sindacato – ricorda – girava tra i tumulti e l’altoparlante ci invitava a lasciare la piazza, che la manifestazione era finita. Ma noi non avevamo alcuna intenzione di ritirarci, qualcuno incitava addirittura alle barricate. Non avremmo sgomberato la piazza almeno fino a quando la polizia non spariva. E così fu. Mentre correvo inciampai su un corpo senza vita, vicino al negozio di Zamboni. Era il corpo di Reverberi, ma lo capii soltanto dopo».

LA FOTO NON SCATTATA. Il racconto di Zambonelli è sempre più incalzante: «Da dentro il Gaf – spiega – sentivamo che le urla e gli spari non si placavano. L’hanno ucciso, e poi scappiamo. Voci che si sovrapponevano, voci mescolate agli spari. Ci affacciammo da un terrazzino e vedemmo un capannello di gente. Erano attorno al corpo senza vita di Lauro Farioli. Feci per scattare una foto ma le mani mi tremavano, non vedevo l’obiettivo, chiesi a Fulgenzio Codeluppi di aiutarmi. La foto la scattò lui…».

ALL’OSPEDALE. La giornata non era finita, per questi ragazzi protagonisti e spettatori di qualcosa di molto più grande di loro. «Volevamo notizie dei feriti – spiega Zambonelli – e così, cercai con altri di entrare in ospedale (che era ancora in via Dante), ma c’era la polizia in assetto di guerra: figuriamoci se si fermavano di fronte a uno pseudo-tesserino da giornalista». Qualcun altro, come Rovacchi, entrò con uno stratagemma: «Raggiungemmo la sede della Croce verde e convincemmo gli infermieri a caricarci sulle ambulanze. E su quelle entrammo». Alla fine anche Zambonelli riuscirà a passare da un’uscita secondaria: «Entrai in uno stanzone e quello che vidi mi portò, laico com’ero, a un gesto che non facevo mai. Con le mani tremanti feci il segno della croce: davanti a me c’erano feriti ammucchiati ai morti, corpi squartati, irriconoscibili, ammassati uno sull’altro».

Reggio Emilia, luglio 1960 visita ai feriti - (c) Editori Riuniti 1998

IL RICORDO DEL SECOLO. Poche stanze più in là, i chirurghi erano alle prese con la loro «giornata particolare». Uno dei testimoni dell’epoca, il professor Riccardo Motta ricorderà quel giorno come il più importante del secolo.
«In sala operatoria c’eravamo io, il professor Pampari e il collega Parisoli. Ricordo nitidamente quelle terribili ore, ne passammo dodici di fila in sala operatoria, arrivava gente in condizioni disperate. Sembrava una situazione di guerra: Non c’era tempo per parlare, mentre cercavamo di fare il possibile avvertivamo, pesantissimi, l’oppressione e il dolore dei parenti».

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fonte: http://isole.ecn.org/antifa/article/441/ImortidiReggioEmiliadelluglio1960

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Nel corso di una manifestazione a Piazza della Libertà contro il governo Tambroni, la polizia sparò contro i dimostranti. Oltre a 30 feriti, cinque cittadini rimasero a terra uccisi: Lauro Farioli (22 anni), Ovidio Franchi (19 anni), Emilio Reverberi (39 anni), Marino Serri (41 anni) e Afro Tondelli (36 anni). Tutti e cinque operai e comunisti, alcuni ex partigiani.

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il documento sonoro

(c) 1960 Editori Riuniti (c) 1960 Editori Riuniti

A breve distanza di tempo, la rivista “Vie Nuove” pubblicò un disco con la registrazione sonora degli scontri. Si ascoltano i colpi dei lacrimogeni e delle pistole, le raffiche dei mitragliatori, le grida dei cittadini, le sirene della “Celere” e delle ambulanze. È un documento drammatico che è possibile ascoltare in formato Real Media (scarica gratuitamente Real Player).

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.© 1960 Editori Riuniti

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Dalla rubrica “Dialoghi con Pasolini”
Vie Nuove n. 33 a. XV, 20 agosto 1960

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LA LETTERA

Ho acquistato il disco realizzato da Vie Nuove sui fatti di Reggio Emilia e le assicuro che quella cronaca sonora di un delitto tanto efferato mi ha profonfamente colpito. Suppongo, del resto, che anche lei l’abbia ascoltata, per cui non sto a descriverle i sentimenti che ho provato durante l’audizione. Ciò che vorrei chiederle, invece, è cosa pensa dell’iniziativa. Credo si tratti di una iniziativa assolutamente nuova e penso sarebbe il caso di estenderla e potenziarla. In un paese dove i dischi che si vendono contengono quasi sempre insulse canzonette, il “documento” – anche se è soltanto cronaca nuda e spoglia – non crede che possa portare una ventata nuova?

Giacinto Malaguzzi – Cremona

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LA RISPOSTA DI PASOLINI

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Non so se per il disco di Reggio Emilia si possa parlare di iniziativa: o per lo meno di normatività di tale iniziativa. Esso è stato un puro caso. Me lo scrive la direttrice di Vie Nuove (Maria Antonietta Macciocchi ndr): “Io ebbi a Reggio Emilia questo nastro da un commesso di un negozio di tessuti, che si era portato lì il registratore, per registrare il comizio: e, invece, finì con il registrare l’agghiacciante sparatoria, non una guerra, ma una fredda carneficina”. Ora. io mi auguro che simili carneficine non si ripetano più, mai più, nella nostra vita, che è stata tutta un’esperienza di carneficine: e spero che nessun registratore serva mai più a stampare dischi come questo. Che è il più terribile – e anche profondamente bello – che abbia mai sentito.
Sembra uno scherno: tutti gli esperimenti, estetizzanti, di fare poesia con la tecnica, con la casualità della materia pura – dalla musica elettronica alla pittura astratta – appaiono ora come resi ridicoli e penosi proprio da questo esperimento che, di estetizzante, non ha proprio nulla: nato com’è dal caso, semplice riproduzione di una “materia pura”, suoni, urli, spari, rumore, la sua bellezza anche estetica ha momenti sublimi. Perché mai, nemmeno per un istante, la suggestione estetica si distacca dal suo contenuto. Perciò, penso che questo disco resterà unico nel suo genere: qualsiasi altro tipo di riproduzione pura e semplice, preordinata, mi sembra destinata a fallire. Occorre sempre l’elaborazione intellettuale o stilistica del fatto riprodotto, perché questo abbia valore. I critici stilistici dicono che ogni opera ha la sua “interazione figurale”: ossia ogni opera, nell’atto di essere scritta o letta, brano per brano, parola per parola, si integra in una sua totalità immanente ad essa, in una sua ideale conclusione che le dà continuamente senso e unità. Così per questo disco – è atroce dirlo – la interazione figurale, che gli dà quasi una dignità estetica, è la morte dei giovani lavoratori di Reggio, è la calcolata brutalità della polizia: fatti che tutti noi sappiamo, e che quindi integrano in noi, con la loro disperata violenza e con la raggiunta coscienza, le tremende pregrammaticalità del disco.
Quello che colpisce soprattutto, ascoltando questo disco – oltre all’emozione, oltre la pietà – sono due fatti.Il primo è la freddezza organizzata e quasi meccanica con cui la polizia ha sparato: i colpi si succedono ai colpi, le raffiche alle raffiche, senza che niente le possa arrestare, come un gioco, quasi con la voluttà distratta di un divertimento. Questo è già stato notato da tutti: e ora capisco come uno dei morenti abbia potuto pronunciare quella frase: “Mi hanno ucciso come sparassero a caccia”. Proprio in questi giorni è di scena Eichmann: egli uccideva così, con questo distacco freddo e preveduto, con questa dissociazione folle. È da prevedere che le giustificazioni dei poliziotti che hanno sparato e ucciso saranno simili a quelle già ben note, pur con le debite differenze di atrocità: anch’essi parleranno di ordini, di dovere, ecc. E sono di questi giorni anche certi documenti pubblicati da Paese Sera a proposito delle omissioni del Vaticano durante il periodo delle stragi naziste contro gli ebrei, C’è in tutti questi fatti, un connettivo che li unisce, una atroce somiglianza.
È vero che, nello stesso tempo, la lotta popolare di Reggio, di Genova, di Roma autorizza anche a rinnovare e sentire con maggiore forza quella speranza che sembrava perduta dai giorni della Resistenza: ma ciò non toglie che bisogna essere lucidi e spietati nel valutare il pericolo. Il capitalismo ha raggiunto in questi giorni lo stesso grado di potenza e di ferocia che aveva raggiunto prima della guerra: ed era più pericoloso, perchè i moralisti-cattolici sono meno idioti dei fascisti.
E siamo al secondo fatto che colpisce nel disco di Reggio: cioè la sensazione netta che a lottare non siano più de dimostranti italiani e una polizia italiana, in un doloroso ma normale, direi, momento del processo di evoluzione della classe operaia: come accadeva per esempio ancora negli eccidi del primo dopoguerra, a Melissa o a Modena. Si ha l’impressione che si trovino ora di fronte due schiere quasi estranee: la popolazione di una città che protesta contro delle truppe occupanti. I poliziotti che sparano non sembrano nemmeno degli italiani, se questa categoria ha ragione di essere almeno come dato sentimentale. Tra i lavoratori e la polizia c’è un salto di qualità, di nazionalità.
Al tempo di Melissa e di Modena, la polizia non era stata ancora riorganizzata: era stata messa insieme un po’ confusamente, era una sezione della “ricostruzione”: essa difendeva genericamente un ordine costituito secomdo un canone di lotta tradizionale, che la Resistenza aveva alquanto fiaccato. Ora invece la polizia è perfettamente organizzata, per opera di Scelba e di Tambroni: è un corpo ponderoso, deciso, politicamente orientato e coscente. Inoltre, come documenta un giornalista, non certo marxista sull’Europeo, Renzo Trionfera, esso è direttamente legata al Vaticano.
La polizia italiana, insomma, si configura quasi come l’esercito di una potenza straniera, installata nel cuore dell’Italia. Come combattere contro questa potenza e questo suo esercito?
Io, per me, sono alieno dalla violenza: e spero, lo ripeto, che mai più si debba scendere in piazza, a morire. Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno. Dovranno pur rispondere, prima o poi alla ragione con la ragione, alle idee con le idee, al sentimento col sentimento. E allora taceranno: il loro castello di ricatti, di violenze e di menzogne crollerà: com’è crollata la legge-truffa, com’è crollato il governo Tambroni. Gli italiani, per una parte, sono ingenui e politicamente immaturi: ma sono naturalmente intelligenti e si stanno lentamente rendendo conto da che parte sta la ragione. Le nuove leve di giovani lo dimostrano.
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Pier Paolo Pasolini
In: “Le belle bandiere” Editori Riuniti, 1977, a cura di Gian Carlo Ferretti

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fonte: http://web.tiscali.it/bcaracciolo/dialoghi.html