7 luglio 1960: per i Morti di Reggio Emilia

Per i morti di Reggio Emilia

Lauro Farioli

Lauro Farioli
Afro Tondelli

Afro Tondelli
Marino Serri
Marino Serri
Ovidio Franchi

Ovidio Franchi
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[1961]
Testo e musica di Fausto Amodei

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Compagno cittadino, fratello partigiano,
teniamoci per mano in questi giorni tristi:
di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia
son morti dei compagni per mano dei fascisti.

Di nuovo, come un tempo, sopra l’Italia intera
urla il vento e soffia la bufera.

A diciannove anni è morto Ovidio Franchi
per quelli che son stanchi o sono ancora incerti.
Lauro Farioli è morto per riparare al torto
di chi si è già scordato di Duccio Galimberti.

Son morti sui vent’anni, per il nostro domani:
son morti come vecchi partigiani.

Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli,
ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti.
Compagni, sia ben chiaro che questo sangue amaro
versato a Reggio Emilia, è sangue di noi tutti

Sangue del nostro sangue, nervi dei nostri nervi,
come fu quello dei fratelli Cervi.

Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso
è sempre quello stesso che fu con noi in montagna,
ed il nemico attuale è sempre e ancora eguale
a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna

Uguale è la canzone che abbiamo da cantare:
Scarpe rotte eppur bisogna andare.

Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli,
e voi, Marino Serri, Reverberi e Farioli,
dovremo tutti quanti aver, d’ora in avanti,
voialtri al nostro fianco, per non sentirci soli.

Morti di Reggio Emilia, uscite dalla fossa,
fuori a cantar con noi Bandiera rossa,
fuori a cantar con noi Bandiera rossa!

– – –

per saperne di più:

reti invisibili

bcaracciolo

antiwarsongs

da cui ho preso testo della canzone ed immagini.

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È disponibile il video di questa canzonehttp://www.prato.linux.it/~lmasetti/antiwarsongs/img/video_big.gif
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Questa canzone si può scaricarehttp://www.prato.linux.it/~lmasetti/antiwarsongs/img/downloadable_big.png
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Reggio Emilia 7 luglio 1960

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REGGIO. «Il cielo era diventato improvvisamente di piombo, una cappa opprimente calò all’improvviso sulla città. Mentre lasciavamo la piazza, a occidente si stagliarono lingue rosse di fuoco…». Il ricordo di un tramonto è la prima immagine che viene in mente a un testimone-protagonista di quel 7 luglio. Assieme alle mani. Mani che oggi si muovono mentre rievocano i fatti di allora e che allora vissero quei momenti. Le mani che quel giorno fremevano mentre lanciavano sassi in risposta ai proiettili della polizia di Tambroni. Le mani ferme di chirurgo che cercavano di strappare alla morte i feriti. Le mani di un giovane cronista che tremavano al momento di scattare la foto del corpo senza vita di uno dei «Morti di Reggio Emilia».
E oltre le mani, gli occhi, le teste di coloro che oggi, a 42 anni di distanza, ricordano quel 7 luglio che verrà rievocato e onorato dal segretario della Cgil Sergio Cofferati.
Le mani che tremano, sono quelle di un giovane cronista, oggi storico della Resistenza, Antonio Zambonelli, all’epoca studente universitario e maestro elementare, che quell’anno passerà l’estate nella redazione reggiana dell’Unità.

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LA REPRESSIONE. Quel giorno Zambonelli era in piazza, con la macchina fotografica al collo. Ma aveva un motivo in più, oltre il lavoro di cronista, oltre il desiderio di documentare una giornata che si annunciava carica di tensione: «Qualche settimana prima – racconta Zambonelli – il 30 aprile, avevo partecipato a una manifestazione contro Almirante, venuto a Reggio per un comizio. Camminavo in via Emilia San Pietro urlando slogan contro i missini che, cantando le canzoni del ventennio, stavano entrando nella sede di via Roma. Arrivarono i carabinieri e fui “catenato”: su di me usarono i “ferri”, quelle catene che si usavano per portare i detenuti in tribunale. Svenni, caddi a terra, mi sveglia all’ospedale e dove fui denunciato per adunata sediziosa».
L’aria, a Reggio, era quella: c’erano già state le lotte alle «Reggiane», il livello di conflittualità sociale non era mai stato così alto dal dopoguerra, la polizia reagiva con la forza a ogni manifestazione di piazza, e per contro, cresceva tra i giovani un movimento che il sindacato e il Pci faticavano a «disciplinare».

MAGLIETTE A RIGHE. Spiega Giuliano Rovacchi, ex consigliere comunale e ragazzo di allora: «Eravamo idealmente figli della Resistenza, eravamo quasi tutti iscritti alla Fgci, frequentavamo le riunioni del partito, ma non eravamo inquadrati. Vestivamo con roba importata, i jeans e le famose magliette a righe. Il nostro rapporto con il partito e lo stesso sindacato era spesso conflittuale». E la prova si ebbe proprio quel 7 luglio, come spiega lo stesso Rovacchi: «Aspettavamo che il sindacato si decidesse fin dalla sera prima. Allora la Cgil non era mai stata per scioperi politici. Così, c’era attesa dalla sera prima e i dubbi furono sciolti soltanto al mattino, quando cominciarono a girare le auto con gli altoparlanti».
E la manifestazione partì, ma non poteva restare sui binari decisi dalla questura che aveva a sua volta ricevuto ordini precisi da Roma: «Erano vietati gli assembramenti – ricorda Zambonelli – e la manifestazione avrebbe dovuto tenersi all’interno della Sala Verdi, dove però c’erano pochi posti».
Poco avvezzi ai diktat del Pci, i giovani con la maglietta a righe non vollero saperne di quello che aveva loro ordinato la polizia.

IN GRUPPO A CANTARE. «Ricordo – dice Rovacchi – che ci mettemmo davanti al monumento dei caduti, in un bel gruppo, a cantare…».
Un assembramento pacifico, ma pur sempre un assembramento è. E così, poco dopo le tre del pomeriggio, dopo che l’altoparlante fissato su un’auto della Cgil aveva inutilmente chiesto ai manifestanti di evitare gli assembramenti, ecco la reazione della polizia: «A un certo punto – ricorda Zambonelli – cominciarono i caroselli degli automezzi della polizia. Ricordo un’autobotte della polizia che in piazza cercava di disperdere la folla con gli idranti».
A quei getti d’acqua e ai primi fumogeni, i manifestanti risposero: «Eravamo nei pressi dell’Isolato San Rocco – ricorda Rovacchi – dove c’era un cantiere. Entrammo e raccogliemmo di tutto, assi di legno, sassi…». La mente corre al G8 di Genova e non sarà l’unico parallelo con quei giorni di un altro luglio di sangue. «Altri manifestanti – dice Zambonelli – buttavano le seggiole dalle distese dei bar della piazza».

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LE RAFFICHE. Poi, all’improvviso, la colonna sonora di quel caos cambiò: «Si sentirono i primi colpi d’arma da fuoco, le prime raffiche, ricordo le fronde degli alberi che cadevano a terra» dice Zambonelli.
«Teng-teng, si sentiva questo rumore, teng-teng. Erano pallottole – dice Rovacchi – e noi ci ritirammo sotto l’isolato San Rocco. Vidi un poliziotto scendere dall’autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d’uomo». Più tardi, ai giardini, si troverà il corpo senza vita di Afro Tondelli, forse colpito da quei proiettili.
Zambonelli, nel frattempo, aveva smesso di fotografare: «Molti di noi pensavano a cercare un riparo, mentre il rumore delle raffiche s’infittiva sempre di più. C’è anche una foto che mi ritrae ingloriosamente mentre scappo». E Zambonelli, la macchina fotografica ancora al collo, fugge verso la chiesa di San Francesco, verso le Poste: «Allora – spiega lo storico reggiano – da quelle parti c’era la sede del Gaf, il Gruppo artigiani fotografi. Entrai e da lì chiamai a casa, per tranquillizzare mia madre, ma non vi riuscii, per via di un equivoco: le dissi che ero dentro al Gaf e lei capì soltanto che ero dentro, pensò che fossi in galera. Si sarebbe tranquillizzata solo qualche ora dopo, quando rientrai a casa».

NIENTE RITIRATA. Non aveva alcuna intenzione di rientrare a casa – e con lui gli altrGenova 30 giugno 1960 - (c) 1998 Editori Riunitii ragazzi con le magliette a righe – il giovane Rovacchi: «La macchina del sindacato – ricorda – girava tra i tumulti e l’altoparlante ci invitava a lasciare la piazza, che la manifestazione era finita. Ma noi non avevamo alcuna intenzione di ritirarci, qualcuno incitava addirittura alle barricate. Non avremmo sgomberato la piazza almeno fino a quando la polizia non spariva. E così fu. Mentre correvo inciampai su un corpo senza vita, vicino al negozio di Zamboni. Era il corpo di Reverberi, ma lo capii soltanto dopo».

LA FOTO NON SCATTATA. Il racconto di Zambonelli è sempre più incalzante: «Da dentro il Gaf – spiega – sentivamo che le urla e gli spari non si placavano. L’hanno ucciso, e poi scappiamo. Voci che si sovrapponevano, voci mescolate agli spari. Ci affacciammo da un terrazzino e vedemmo un capannello di gente. Erano attorno al corpo senza vita di Lauro Farioli. Feci per scattare una foto ma le mani mi tremavano, non vedevo l’obiettivo, chiesi a Fulgenzio Codeluppi di aiutarmi. La foto la scattò lui…».

ALL’OSPEDALE. La giornata non era finita, per questi ragazzi protagonisti e spettatori di qualcosa di molto più grande di loro. «Volevamo notizie dei feriti – spiega Zambonelli – e così, cercai con altri di entrare in ospedale (che era ancora in via Dante), ma c’era la polizia in assetto di guerra: figuriamoci se si fermavano di fronte a uno pseudo-tesserino da giornalista». Qualcun altro, come Rovacchi, entrò con uno stratagemma: «Raggiungemmo la sede della Croce verde e convincemmo gli infermieri a caricarci sulle ambulanze. E su quelle entrammo». Alla fine anche Zambonelli riuscirà a passare da un’uscita secondaria: «Entrai in uno stanzone e quello che vidi mi portò, laico com’ero, a un gesto che non facevo mai. Con le mani tremanti feci il segno della croce: davanti a me c’erano feriti ammucchiati ai morti, corpi squartati, irriconoscibili, ammassati uno sull’altro».

Reggio Emilia, luglio 1960 visita ai feriti - (c) Editori Riuniti 1998

IL RICORDO DEL SECOLO. Poche stanze più in là, i chirurghi erano alle prese con la loro «giornata particolare». Uno dei testimoni dell’epoca, il professor Riccardo Motta ricorderà quel giorno come il più importante del secolo.
«In sala operatoria c’eravamo io, il professor Pampari e il collega Parisoli. Ricordo nitidamente quelle terribili ore, ne passammo dodici di fila in sala operatoria, arrivava gente in condizioni disperate. Sembrava una situazione di guerra: Non c’era tempo per parlare, mentre cercavamo di fare il possibile avvertivamo, pesantissimi, l’oppressione e il dolore dei parenti».

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fonte: http://isole.ecn.org/antifa/article/441/ImortidiReggioEmiliadelluglio1960

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Nel corso di una manifestazione a Piazza della Libertà contro il governo Tambroni, la polizia sparò contro i dimostranti. Oltre a 30 feriti, cinque cittadini rimasero a terra uccisi: Lauro Farioli (22 anni), Ovidio Franchi (19 anni), Emilio Reverberi (39 anni), Marino Serri (41 anni) e Afro Tondelli (36 anni). Tutti e cinque operai e comunisti, alcuni ex partigiani.

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il documento sonoro

(c) 1960 Editori Riuniti (c) 1960 Editori Riuniti

A breve distanza di tempo, la rivista “Vie Nuove” pubblicò un disco con la registrazione sonora degli scontri. Si ascoltano i colpi dei lacrimogeni e delle pistole, le raffiche dei mitragliatori, le grida dei cittadini, le sirene della “Celere” e delle ambulanze. È un documento drammatico che è possibile ascoltare in formato Real Media (scarica gratuitamente Real Player).

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.© 1960 Editori Riuniti

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https://i0.wp.com/img145.imageshack.us/img145/4495/pasolini9pf.jpg

Dalla rubrica “Dialoghi con Pasolini”
Vie Nuove n. 33 a. XV, 20 agosto 1960

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LA LETTERA

Ho acquistato il disco realizzato da Vie Nuove sui fatti di Reggio Emilia e le assicuro che quella cronaca sonora di un delitto tanto efferato mi ha profonfamente colpito. Suppongo, del resto, che anche lei l’abbia ascoltata, per cui non sto a descriverle i sentimenti che ho provato durante l’audizione. Ciò che vorrei chiederle, invece, è cosa pensa dell’iniziativa. Credo si tratti di una iniziativa assolutamente nuova e penso sarebbe il caso di estenderla e potenziarla. In un paese dove i dischi che si vendono contengono quasi sempre insulse canzonette, il “documento” – anche se è soltanto cronaca nuda e spoglia – non crede che possa portare una ventata nuova?

Giacinto Malaguzzi – Cremona

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LA RISPOSTA DI PASOLINI

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Non so se per il disco di Reggio Emilia si possa parlare di iniziativa: o per lo meno di normatività di tale iniziativa. Esso è stato un puro caso. Me lo scrive la direttrice di Vie Nuove (Maria Antonietta Macciocchi ndr): “Io ebbi a Reggio Emilia questo nastro da un commesso di un negozio di tessuti, che si era portato lì il registratore, per registrare il comizio: e, invece, finì con il registrare l’agghiacciante sparatoria, non una guerra, ma una fredda carneficina”. Ora. io mi auguro che simili carneficine non si ripetano più, mai più, nella nostra vita, che è stata tutta un’esperienza di carneficine: e spero che nessun registratore serva mai più a stampare dischi come questo. Che è il più terribile – e anche profondamente bello – che abbia mai sentito.
Sembra uno scherno: tutti gli esperimenti, estetizzanti, di fare poesia con la tecnica, con la casualità della materia pura – dalla musica elettronica alla pittura astratta – appaiono ora come resi ridicoli e penosi proprio da questo esperimento che, di estetizzante, non ha proprio nulla: nato com’è dal caso, semplice riproduzione di una “materia pura”, suoni, urli, spari, rumore, la sua bellezza anche estetica ha momenti sublimi. Perché mai, nemmeno per un istante, la suggestione estetica si distacca dal suo contenuto. Perciò, penso che questo disco resterà unico nel suo genere: qualsiasi altro tipo di riproduzione pura e semplice, preordinata, mi sembra destinata a fallire. Occorre sempre l’elaborazione intellettuale o stilistica del fatto riprodotto, perché questo abbia valore. I critici stilistici dicono che ogni opera ha la sua “interazione figurale”: ossia ogni opera, nell’atto di essere scritta o letta, brano per brano, parola per parola, si integra in una sua totalità immanente ad essa, in una sua ideale conclusione che le dà continuamente senso e unità. Così per questo disco – è atroce dirlo – la interazione figurale, che gli dà quasi una dignità estetica, è la morte dei giovani lavoratori di Reggio, è la calcolata brutalità della polizia: fatti che tutti noi sappiamo, e che quindi integrano in noi, con la loro disperata violenza e con la raggiunta coscienza, le tremende pregrammaticalità del disco.
Quello che colpisce soprattutto, ascoltando questo disco – oltre all’emozione, oltre la pietà – sono due fatti.Il primo è la freddezza organizzata e quasi meccanica con cui la polizia ha sparato: i colpi si succedono ai colpi, le raffiche alle raffiche, senza che niente le possa arrestare, come un gioco, quasi con la voluttà distratta di un divertimento. Questo è già stato notato da tutti: e ora capisco come uno dei morenti abbia potuto pronunciare quella frase: “Mi hanno ucciso come sparassero a caccia”. Proprio in questi giorni è di scena Eichmann: egli uccideva così, con questo distacco freddo e preveduto, con questa dissociazione folle. È da prevedere che le giustificazioni dei poliziotti che hanno sparato e ucciso saranno simili a quelle già ben note, pur con le debite differenze di atrocità: anch’essi parleranno di ordini, di dovere, ecc. E sono di questi giorni anche certi documenti pubblicati da Paese Sera a proposito delle omissioni del Vaticano durante il periodo delle stragi naziste contro gli ebrei, C’è in tutti questi fatti, un connettivo che li unisce, una atroce somiglianza.
È vero che, nello stesso tempo, la lotta popolare di Reggio, di Genova, di Roma autorizza anche a rinnovare e sentire con maggiore forza quella speranza che sembrava perduta dai giorni della Resistenza: ma ciò non toglie che bisogna essere lucidi e spietati nel valutare il pericolo. Il capitalismo ha raggiunto in questi giorni lo stesso grado di potenza e di ferocia che aveva raggiunto prima della guerra: ed era più pericoloso, perchè i moralisti-cattolici sono meno idioti dei fascisti.
E siamo al secondo fatto che colpisce nel disco di Reggio: cioè la sensazione netta che a lottare non siano più de dimostranti italiani e una polizia italiana, in un doloroso ma normale, direi, momento del processo di evoluzione della classe operaia: come accadeva per esempio ancora negli eccidi del primo dopoguerra, a Melissa o a Modena. Si ha l’impressione che si trovino ora di fronte due schiere quasi estranee: la popolazione di una città che protesta contro delle truppe occupanti. I poliziotti che sparano non sembrano nemmeno degli italiani, se questa categoria ha ragione di essere almeno come dato sentimentale. Tra i lavoratori e la polizia c’è un salto di qualità, di nazionalità.
Al tempo di Melissa e di Modena, la polizia non era stata ancora riorganizzata: era stata messa insieme un po’ confusamente, era una sezione della “ricostruzione”: essa difendeva genericamente un ordine costituito secomdo un canone di lotta tradizionale, che la Resistenza aveva alquanto fiaccato. Ora invece la polizia è perfettamente organizzata, per opera di Scelba e di Tambroni: è un corpo ponderoso, deciso, politicamente orientato e coscente. Inoltre, come documenta un giornalista, non certo marxista sull’Europeo, Renzo Trionfera, esso è direttamente legata al Vaticano.
La polizia italiana, insomma, si configura quasi come l’esercito di una potenza straniera, installata nel cuore dell’Italia. Come combattere contro questa potenza e questo suo esercito?
Io, per me, sono alieno dalla violenza: e spero, lo ripeto, che mai più si debba scendere in piazza, a morire. Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno. Dovranno pur rispondere, prima o poi alla ragione con la ragione, alle idee con le idee, al sentimento col sentimento. E allora taceranno: il loro castello di ricatti, di violenze e di menzogne crollerà: com’è crollata la legge-truffa, com’è crollato il governo Tambroni. Gli italiani, per una parte, sono ingenui e politicamente immaturi: ma sono naturalmente intelligenti e si stanno lentamente rendendo conto da che parte sta la ragione. Le nuove leve di giovani lo dimostrano.
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Pier Paolo Pasolini
In: “Le belle bandiere” Editori Riuniti, 1977, a cura di Gian Carlo Ferretti

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fonte: http://web.tiscali.it/bcaracciolo/dialoghi.html

3 risposte a “7 luglio 1960: per i Morti di Reggio Emilia”

  1. Franca dice :

    … ed il nemico attuale è sempre e ancora eguale
    a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna…

    Per non dimenticare…

  2. Val dice :

    Sangue del nostro sangue
    nervi dei nostri nervi……
    La mia sezione porta questo nome e ne vado fiero.

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