Archivio | luglio 9, 2008

Effetto serra, Cina e India frenano: Stop al taglio del 50% entro il 2050

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Al G8 di Toyako, gli otto paesi emergenti bloccano la proposta degli otto “grandi”. Più generica del previsto la”dichiarazione congiunta”

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Effetto serra, Cina e India frenano Stop al taglio del 50% entro il 2050

Bush, Medvedev e Merkel, tre leader del G8

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TOYAKO (GIAPPONE) – Cina e India guidano l’opposizione dei paesi emergenti alla proposta degli otto paesi più industrializzati a ridurre del 50% le emissioni nocive entro il 2050. E, in qualche modo, gli emergenti la spuntano perché la “dichiarazione congiunta” al termine della terza giornata del vertice di Toyako si limita a un impegno più generico del previsto, senza cifre e date precise come, invece, si poteva sperare ieri. All’incontro hanno partecipato i leaders del G8 (Usa, Russia, Francia, Germania, Italia, Giappone, Canada, Gb) e quelli di Cina, India, Brasile, Messico, Sudafrica, Australia, Indonesia e Corea del Sud per discutere come combattere l’effetto serra. Un “otto più otto”, dunque che, però, sembra aver partorito un “topolino” ambientale.

La dichiarazione sottolinea come “i cambiamenti climatici siano una delle grandi sfide globali della nostra era”. Per questo, prosegue la nota, “siamo determinati a combattere i cambiamenti climatici con le nostre comuni, ma diverse responsabilità e le rispettive capacità”. Nella dichiarazione si riconosce inoltre “l’ampiezza e l’urgenza della sfida” e si sottolinea la volontà di “continuare a lavorare insieme” per rafforzare la convenzione di Bali” e di adottare ulteriori decisioni alla prossima convenzione di Copenaghen del novembre 2009, che dovrà delineare il post-Kyoto.

Le maggiori economie mondiali “appoggiano una visione condivisa per una azione comune di lungo termine, incluso l’obiettivo di lungo termine della riduzione di emissioni, che assicuri crescita e prosperità”.

I Paesi emergenti sottolineano, però, che la possibilità di raggiungere questi obiettivi di lungo termine dipende anche da “tecnologie economiche, nuove, innovative e più avanzate”.

Dopo aver sottolineato che gli Otto grandi “lavoreranno per raggiungere ampli obiettivi di medio termine con lo scopo di raggiunge una forte riduzione delle emissioni e un primo stop della crescita delle emissioni il più presto possibile”, si ricorda che “la cooperazione tecnologica con il trasferimento di conoscenze alle potenze emergenti è vitale”.

Naturalmente nel documento si riconosce che uno sforzo di queste dimensioni per abbattere le emissioni “richiederà una più grande mobilitazione di risorse finanziarie sia nazionali che internazionali”.

Iran.
Il G8, inoltre, ha espresso “profonda preoccupazione” per il fatto che l’Iran continua a non adempiere ai suoi obblighi internazionali sul problema del nucleare ma “rimane impegnato” nella ricerca di una “soluzione diplomatica” del problema. Invitando Teheran ad agire “in modo responsabile costruttivo”.

9 luglio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/esteri/g8-sapporo/no-di-cina-e-india/no-di-cina-e-india.html

Lavoro, tre morti. Ma per Sacconi «rifiutano il casco»

Maurizio Sacconi di Forza Italia, foto lapresse

Il ministro Sacconi
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E anche mercoledì sono tre. Muoiono sul lavoro un meccanico di 48 anni e due agricoltori, uno di 43 e l’altro di 52 anni. Il primo incidente è successo a Monte di Procida, in provincia di Napoli: Giuseppe Carbone, dipendente di una officina elettromeccanica: l’operaio è salito su una scala per cambiare un neon, quando è improvvisamente caduto da una altezza di circa 3 metri. Ha battuto il capo, ed è morto sul colpo.

Sempre mercoledì mattina
si muore sul lavoro anche a Brescia. Qui la vittima è un agricoltore di 43 anni che lavorava nelle campagne di Borgo San Giacomo: un silos gli è improvvisamente caduto addosso e lo ha schiacciato uccidendolo.

E sempre in campagna è morto anche un bracciante di Vibo Valentia: si chiamava Francesco Gentile e aveva 52 anni. Un trattore lo ha travolto e a nulla sono serviti i soccorsi.

Nel frattempo il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha presentato la campagna di comunicazione del governo sulla sicurezza sul lavoro. Secondo il ministro, che già in passato ha criticato le «troppe formalità» contenute nel Testo Unico approvato dal governo Prodi, a causare molti incidenti è il «rifiuto» del casco da parte dei lavoratori: «Il casco – sostiene Sacconi – è diffusamente rifiutato nel Paese. Penso – aggiunge – che si possano suggerire standard più confortevoli capaci di garantire ancora una migliore protezione». Intanto, si potrebbe cominciare ad applicare le sanzioni e le altre «formalità» del Testo Unico.

Pubblicato il: 09.07.08
Modificato il: 09.07.08 alle ore 15.36

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77008

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Francia, incidente nella centrale: Acqua contaminata nei fiumi

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Fuoriuscita di liquido, allarme nella zona di Avignone

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MILANO — Trenta metri cubi di acque usate contenenti 12 grammi di uranio per litro si sono riversate ieri, per cause accidentali, in due fiumi — La Gaffière e L’Auzon — nel sud della Francia. Le acque provenivano dal sito nucleare di Tricastin a Bollène, nel distretto di Vaucluse, a circa 40 chilometri da Avignone. L’allarme è rientrato quasi subito (l’incidente è avvenuto intorno alle 6,30 del mattino): l’agenzia per la sicurezza nucleare francese (Asn) ha parlato di «rischio debole per la popolazione». Dello stesso parere i prefetti dei dipartimenti di Vaucluse e Drome. Le autorità locali hanno comunque preso misure di precauzione. Nei comuni di Bollèn e, Lapalud e Lamotte- du-Rhône sono stati vietati la presa d’acqua dai pozzi e l’impiego dell’acqua dei fiumi per irrigare i campi. Vietati anche la pesca, il consumo di pesce e i bagni nelle acque inquinate. L’incidente è avvenuto durante un’operazione di pulizia di una cisterna nello stabilimento Socatri, azienda del gruppo Areva, in attività dal 1975. «È la prima volta che si verifica un incidente del genere — ha detto Gilles Salgas, responsabile della comunicazione della società Socatri —. Su una scala di incidenti nucleari che va da 0 a 7 dovrebbe essere classificato a livello 1».

Una prima ricostruzione della dinamica dell’incidente è arrivata da una portavoce dell’Asn, Evangelia Petit: i circa trentamila litri di liquido contenente uranio — ha spiegato — si sono riversati durante alcune operazioni di pulitura, finendo al suolo e quindi in un canale adiacente, da dove poi sono finiti nei due fiumi. «Una parte della soluzione — ha precisato il direttore della sicurezza dell’Istituto di radioprotezione e sicurezza nazionale (Irsn), Thierry Charles— è stata recuperata, un’altra si è diluita nei corsi d’acqua e la terza fortunatamente non ha raggiunto la falda freatica». Le dichiarazioni rassicuranti delle autorità non sono servite a evitare lo scoppio di polemiche. «È impossibile che una diffusione di uranio di tale entità non abbia conseguenze importanti sull’ambiente e forse anche sulla salute della popolazione» dicono dall’organizzazione ecologista «Sortir du Nucleaire». In questi mesi in Francia il nucleare è un tema caldo dopo l’annuncio del presidente Nicolas Sarkozy di voler aumentare il numero di centrali sul territorio nazionali (attualmente sono 53).

Attualmente la Francia ricava circa l’ottanta per cento della sua elettricità dal nucleare. proprio ieri Francia e Libia hanno ufficializzato l’accordo di cooperazione per lo sviluppo dell’energia nucleare a scopi pacifici concluso nel corso del 2007. Sempre ieri Sarkozy ha annunciato che entro fine anno in Giappone i paesi del G8 si riuniranno per un forum su energia nucleare ed energie rinnovabili, per coordinarne lo sviluppo e far fronte all’aumento dei prezzi del petrolio e del gas. «Vedo crescere il sostegno all’alternativa nucleare — ha detto Sarkozy —. Per la Francia è una scelta molto vecchia, il Regno Unito vuole rafforzarla, l’Italia è interessata e certamente anche gli Usa e la cancelliera tedesca Angela Merkel, a titolo personale, è favorevole ».

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Giulia Ziino
09 luglio 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_luglio_09/ziino_incidente_nucleare_852e6e5a-4d7f-11dd-8808-00144f02aabc.shtml

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Nucleare, sicurezza sotta accusa dopo Avignone

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 Impianti nucleari
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Il nucleare fa ancora danni. Questa volta succede in Francia, a quaranta chilometri da Avignone. L’incidente risale a martedì sera, quando l’Agenzia per la sicurezza nucleare francese (Asn) ha comunicato che trenta metri cubi di una soluzione contenente 12 grammi d’uranio per litro si sono riversati in due fiumi dal sito nucleare di Tricastin a Bollene (Vaucluse).

La fuoriuscita si è verificata durante le operazioni di pulitura di una cisterna della centrale: i trentamila litri di liquido zeppo di uranio, sono finiti al suolo e si sono riversati in un canale adiacente, che li ha poi riversati nei fiumi La Gaffière e L’Auzon.

Sono state mantenute per tutta la notte di martedì le misure di sicurezza precauzionali nei comuni intorno alla centrale: divieto di attività nautiche, bagno e pesca lungo i due fiumi, blocco della distribuzione di acqua potabile e dei prelievi privati dai due fiumi, oltre che dell’irrigazione dei campi nelle aree interessate dalla fuoriuscita.

Intanto arrivano critiche
alla gestione della vicenda. La Commissione di ricerca e d’informazione indipendente sulla radioattività (Criirad) ha denunciato la «mancanza di affidabilità» della centrale di Tricastin, spiegando che «il rischio sanitario è effettivamente lieve, ma questo incidente, non trascurabile, giunge in seguito a un numero crescente di altri incidenti, che mostrano un degrado della gestione delle scorie su un sito destinato invece a svilupparsi».

Criticato anche il modo
di dare informazioni sull’accaduto: «l’utilizzo dell’unità di misura della massa (il grammo) – ha aggiunto il Criirad – invece di quella della radioattività (il becquerel) non rende conto dell’ampiezza della fuga». La perdita, conclude la commissione, avrebbe riversato nei fiumi «uno scarico più di 100 volte superiore al limite annuale».

Si è fatta sentire
anche l’organizzazione “Uscire dal nucleare”, secondo la quale «è impossibile che una tale fuga, contenente uranio, non abbia conseguenze importanti sull’ambiente e sulla salute delle persone».

Pubblicato il: 09.07.08
Modificato il: 09.07.08 alle ore 15.21

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77003

Robin tax, duello Draghi-Tremonti Il governatore: “Rischi per i clienti”

Il numero 1 di Bankitalia all’assemblea dell’Abi: “Allarme inflazione”
“Salari come 15 anni fa, entro l’anno i consumi frenati del due per cento”

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"Rischi per i clienti"

Mario Draghi

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ROMA – Il governatore di Bankitalia critica la Robin Hood Tax e il ministro dell’Economia risponde per le rime. Per Mario Draghi la tassa che nelle intenzioni dovrebbe colpire “i ricchi”, rischia di avere oneri che potrebbero essere scaricati dalle banche sui clienti. Giulio Tremonti ribatte immediatamente: è una “vecchia dottrina” e una “ideologia” quella in base alla quale una nuova imposta, come la Robin Tax, se applicata su una impresa si ripercuote sui clienti. “Prima invece si tassavano direttamente gli operai” dice il ministro.

Il governatore della Banca d’Italia, parlando all’assemblea annuale dell’Abi, lancia un severo monito sull’inflazione: “i segnali di allarme si stanno infittendo”. “In tutti i maggiori Paesi – afferma Draghi – il tasso di inflazione è cresciuto. Anche se l’inflazione ‘di fondo’, al netto dei prodotti energetici e alimentari, è più contenuta, “i segnali di allarme si stanno infittendo”.

I rischi della Robin Tax.
Il governatore rileva i rischi della “Robin Hood tax” e la possibilità che le banche riversino gli oneri sui clienti. “Il provvedimento riguardante l’indeducibilità parziale degli interessi passivi delle banche – dice il governatore – equivale a un maggior costo della raccolta di quasi 10 punti base. E’ difficile prevedere come quest’onere si ripartirà: in relazione all’evoluzione delle condizioni di mercato, esso potrà ricadere sulle condizioni offerte a depositanti e prenditori di credito, sui profitti distribuiti o sulle risorse accantonate al patrimonio”.

Salari come 15 anni fa. L’aumento dei prezzi ha portato in un anno ad una riduzione del 3% del reddito disponibile e frenerà del 2% i consumi entro l’anno, dice ancora Draghi. I salari sono infatti tornati ai livelli di 15 anni fa, ma i costi del lavoro per le imprese italiane sono invece cresciuti del 30%, contro il 20% circa in Francia e di nulla in Germania. Per il governatore “questo divario fra la capacità di spesa dei lavoratori e la capacità competitiva delle imprese riflette la stentata crescita della produttività, la mancata discesa della elevata imposizione fiscale, l’effetto dell’inflazione: è alla base della stagnazione della nostra economia”.

Petrolio, evitare errori degli anni ’70. “Occorre evitare di ripetere gli errori di politica economica commessi in risposta ai due choc petroliferi del decennio ’70, avverte ancora Draghi, ricordando come 30 anni fa “in alcuni paesi la politica monetaria inizialmente espansiva destabilizzò le aspettative di inflazione; dovette essere seguita da una forte restrizione; ne conseguirono, anche a causa di diffuse indicizzazioni un’inflazione persistentemente alta, enormi oscillazioni nei tassi di interesse reali, gravi ripercussioni sull’attività economica”.

“Non difendere nicchie locali”. Le banche, conclude il governatore, devono guardare lontano e non difendere più “nicchie locali”. E agire sui principali problemi aperti, come la portabilità dei mutui, la commissione sul massimo scoperto e la trasparenza delle condizioni contrattuali, così come la disciplina dei mediatori e degli agenti, per la “salvaguardia della reputazione del sistema”.

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9 luglio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/economia/draghi-bankitalia/draghi-abi/draghi-abi.html

Una mucca salverà la terra

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Senza frontiere di Jeremy_Rifkin

La produzione di carne è responsabile delle carestie e del cambiamento del clima. Ecco perché le popolazioni più ricche dovrebbero cambiare dieta

Jeremy Rifkin
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L’impressionante aumento dei prezzi energetici dello scorso anno ha determinato un aumento altrettanto impressionante dei prezzi dei generi alimentari in tutto il mondo. La crisi è stata esacerbata dalle ripercussioni ‘in tempo reale’ che il cambiamento del clima sta avendo sull’agricoltura, in primis siccità, alluvioni e altri cataclismi climatici che hanno pesantemente inciso sulla produzione degli alimenti di base in molte aree del mondo. Le proteste di piazza ormai dilagano in oltre 30 Paesi e i leader politici paventano che gli ulteriori aumenti dei prezzi dei generi alimentari e l’escalation della rabbia e della disperazione dell’opinione pubblica possano esautorare i governi di buona parte del mondo in via di sviluppo e condurre a preoccupanti quanto difficili conseguenze per l’umanità. Inopinatamente, la crisi alimentare è stata trasformata da sfida umanitaria in una questione di sicurezza planetaria. Nelle scorse settimane sono stati organizzati in tutta fretta vari vertici internazionali sulla crisi alimentare globale per analizzare in particolare il rapporto di causa-effetto tra l’aumento dei prezzi energetici, l’impennata dei generi alimentari e le ripercussioni del cambiamento del clima sulla produzione agricola.

Al vertice della Fao di giugno si sono dati appuntamento oltre quattromila rappresentanti di oltre 180 paesi, tra i quali capi di Stato, uomini d’affari, esponenti delle più importanti organizzazioni della società civile, con l’intento di discutere della crisi alimentare, del cambiamento del clima e dei problemi energetici. Alla fine della conferenza, tuttavia, nemmeno uno tra i rappresentanti politici ha detto alcunché sulle cause sottaciute della crisi e su come le politiche agricole abbiano un impatto profondo sul cambiamento del clima.

Ciò che tutti hanno sotto gli occhi e nessuno pare essere disposto ad ammettere e tanto meno a segnalare all’attenzione altrui è una mucca. L’industria mondiale delle carni si è divorata fino al 40 per cento delle terre coltivabili del pianeta e ha trangugiato ingenti quantità di riserve di carburanti fossili affinché un’esigua percentuale della popolazione terrestre possa banchettare con gli alimenti più in alto nella catena alimentare globale mentre centinaia di milioni di altri esseri umani si trovano a dover far fronte a malnutrizione, carestia e morte.

Mentre il prezzo del petrolio continua a salire – ci stiamo avviando ormai al picco della produzione globale di greggio – il baratro tra ricchi ipernutriti e poveri sottonutriti non potrà che allargarsi a sua volta, portando, senza mezzi termini, a un mondo di ingordi assediati da popoli nella morsa della carestia. Ad acuire ancor più il problema è il fatto che la produzione della carne è la seconda più importante causa del cambiamento del clima e neanche Al Gore ne parla. L’umanità non sopravviverà se i più ricchi del pianeta non attueranno una drastica inversione di rotta nella loro alimentazione. Questa è la realtà.

Tanto per cominciare, lo strabiliante aumento del prezzo del petrolio sui mercati internazionali ha avuto l’anno scorso un ruolo eloquente nell’escalation dei prezzi dei cereali. L’agricoltura moderna dipende in ogni sua fase di produzione dei generi alimentari dal petrolio e dai derivati dei combustibili fossili. Nei fertilizzanti, nei pesticidi, negli imballaggi si usano sostanze petrolchimiche, e per far funzionare i macchinari agricoli e trasportare i prodotti in mercati anche molto lontani serve naturalmente la benzina. Il risultato è che l’impennata dei prezzi dei carburanti ha inciso assai sulla coltivazione dei cereali in tutto il mondo: in media negli ultimi 12 mesi i prezzi sono aumentati del 54 per cento. Quelli dei cereali, in particolare, in quello stesso arco di tempo sono saliti del 92 per cento; il riso e il grano costano il doppio rispetto all’anno scorso.

Per i 2,7 miliardi di persone che guadagnano meno di due dollari al giorno aumenti di questa portata fanno vacillare gli equilibri: per loro scatta l’instabilità che li spinge dalla sopravvivenza alla fame fino addirittura alla morte. Jacques Diouf, direttore generale della Fao, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, afferma che attualmente sono circa 862 milioni gli esseri umani privi di adeguato accesso al cibo.

Molti esperti imputano l’aumento dei prezzi degli alimenti alla conversione dei terreni agricoli, passati a produrre biocarburanti. L’idea di fondo di questa teoria è che aumentando le terre coltivabili destinate ai biocarburanti si faccia decollare il costo dei cereali destinati all’uomo. In altre parole, la questione si riassume in un interrogativo: è meglio alimentare le automobili o sfamare gli esseri umani?

Mentre i biocarburanti rivestono un ruolo indiscusso nell’aumento dei prezzi dei generi alimentari, e potrebbero tuttora continuare a farlo salire, il loro impatto di fatto è ancora marginale: nel 2007 meno del 3,5 per cento dell’intera produzione alimentare mondiale è stata convertita alla produzione di biocarburanti.

Tutto ciò ci conduce di conseguenza al nocciolo della questione, rimasta per ora in secondo piano e senza soluzione. Il problema infatti non si riduce a un insolito dilemma – alimentare le automobili o sfamare gli esseri umani – né semplicemente nell’aumentare a breve termine la produzione di petrolio. Il vero problema, nel momento in cui il prezzo del petrolio continua a salire innescando aumenti dei generi alimentari negli anni a venire, è capire se dovremmo usare i cereali per nutrire le bestie o per sfamare gli uomini. Ed è proprio questo ciò di cui nessun leader pare preparato a parlare.

La Fao delle Nazioni Unite ha affrontato questo tema in uno studio pubblicato nel 2006 e intitolato ‘Livestock’s Long Shadow: Environmental Issues and Options’. Da tale rapporto risulta che nel solo 2002 sono diventati mangimi per il bestiame 670 milioni di tonnellate di cereali, pari più o meno a un terzo della produzione globale di cereali.
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Il punto è che sempre più terra coltivabile del pianeta è adibita alla coltivazione di mangimi per gli animali, il che significa che di conseguenza sempre meno terra è riservata alla produzione di cereali per l’alimentazione umana e tutto ciò influisce negativamente sul prezzo degli alimenti accessibili ai più poveri del pianeta. A peggiorare le cose, la Fao ha stimato che la produzione di carne raddoppierà entro il 2030, a discapito dei terreni coltivabili che in futuro produrranno mangimi per animali in percentuale sempre crescente.

Ma la crisi nata dalla contrapposizione di cereali per l’alimentazione umana e mangimi per animali (‘food versus feed’) non si ferma alle centinaia di milioni di persone affamate. Altrettanto importante, infatti, è il rapporto di causa-effetto tra mangimi, aumento della produzione di carne, consumi e riscaldamento globale, anche se a quanto pare nessuno al summit mondiale si è sentito di parlarne apertamente. In verità la carne (ottenuta da bovini cresciuti a mangimi) che portiamo in tavola è la seconda causa per importanza di riscaldamento globale dopo gli impianti di riscaldamento delle case. Rajendra Kumar Pachauri, presidente dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (che ha ricevuto il premio Nobel 2007 della Pace insieme ad Al Gore) ha invitato i consumatori di tutto il mondo a ridurre il loro consumo di carne, primo passo per affrontare il cambiamento del clima.

Da uno studio Fao delle Nazioni Unite pubblicato nel 2006 risulta che il bestiame produce il 18 per cento delle emissioni di gas serra, ovvero complessivamente più di tutti i mezzi di trasporto. Il bestiame, soprattutto i bovini, è responsabile del 9 per cento dell’anidride carbonica prodotta dalle attività umane, ed è responsabile altresì di una percentuale nettamente superiore di gas serra ancora più dannosi. Al bestiame si deve infatti il 65 per cento delle emissioni di protossido d’azoto rilasciato dalle attività umane: il protossido d’azoto ha un effetto sul riscaldamento terrestre pari a 300 volte quello dell’anidride carbonica. La maggior parte delle emissioni di protossido d’azoto è dovuta al letame. Inoltre il bestiame emette il 37 per cento di tutto il metano riconducibile alle attività umane, gas che rispetto all’anidride carbonica incide nella misura di 23 volte sul riscaldamento del pianeta.

Mentre deploriamo l’inefficienza energetica e lo spreco dovuto alla scelta di automobili che consumano molta benzina, l’inefficienza energetica e lo spreco legati allo spostamento verso un regime alimentare a base di carne è infinitamente peggiore. Si consideri infatti che un ettaro coltivato a cereali produce il quintuplo delle proteine di un ettaro utilizzato per la produzione di carne. I legumi producono dieci volte quelle proteine, e i vegetali a foglia 15 volte le proteine per ettaro di terreni di pari dimensioni destinato alla produzione di carne.

Per produrre mezzo chilo di carne cresciuta negli Stati Uniti a base di mangimi, l’industria del bestiame utilizza l’equivalente di quattro litri di benzina. Per sostenere le esigenze annuali in termini di consumo di carne di una famiglia media di quattro persone – più o meno 118 chili – sono necessari oltre mille litri di combustibile fossile. Allorché si brucia questa quantità di carburante, si rilasciano nell’atmosfera altre 2,5 tonnellate di anidride carbonica, quasi quanto un’automobile di media cilindrata rilascia in sei mesi di utilizzo normale.

Le implicazioni del rapporto della Fao sono palesi: è giunta l’ora di porre un drastico limite e fissare una soglia per le emissioni di metano e di protossido d’azoto nel settore agricolo, per incoraggiare l’industria dell’allevamento del bestiame a introdurre nuove modalità atte a tagliare le emissioni. Dovremmo altresì prendere in considerazione l’idea di approvare una tassa sui mangimi e sulle carni per incentivare una forte riduzione dei consumi, proprio come oggi si applica un prelievo fiscale sulla benzina per perseguire il medesimo scopo. Una tassa sui mangimi e le carni determinerebbe quasi sicuramente un ritorno alla produzione di cereali destinati all’alimentazione umana e affrancherebbe buona parte delle vaste terre agricole attualmente usate per produrre cereali destinati al bestiame e ad altri animali come mangimi.

Dovremmo altresì incoraggiare gli sforzi miranti a disincentivare le pratiche agricole che ricorrono a combustibili fossili e a prodotti chimici pesanti, ivi compresa la tecnologia di produzione degli Ogm, indirizzando di preferenza al ricorso a pratiche più biologiche e agro-ecologiche: a quel punto i costi legati alla coltivazione di cereali destinati all’alimentazione umana scenderebbero ulteriormente.

La nostra determinazione a ridurre sensibilmente lo spreco di energia e il nostro impatto sul riscaldamento globale, dovuto al riscaldamento degli edifici e all’alimentazione dei mezzi di trasporto, dovrebbe essere eguagliata dall’altrettanto aggressivo impegno a seguire lo stesso l’esempio nelle nostre pratiche agricole. In definitiva il passaggio dalla produzione di mangimi alla produzione di alimenti destinati all’uomo e il passaggio da un’agricoltura sostenuta da sostanze chimiche a un’agricoltura biologica sostenibile sono gli unici mezzi ai quali possiamo ricorrere a lungo termine per affrontare la duplice sfida della crisi alimentare globale e del cambiamento del clima. I consumatori ricchi e benestanti del mondo dovranno effettuare una scelta ponderata in fatto di regime alimentare, a beneficio dei loro consimili e del pianeta che tutti abitiamo. I governi dovranno fare altrettanto. Il tempo a disposizione si sta esaurendo.

*Jeremy Rifkin
presiede la Foundation on Economic Trends,
Stati Uniti.
Ha scritto 17 libri, tra i quali ‘Ecocidio:
ascesa e caduta della cultura della carne’
traduzione
di Anna Bissanti

08 luglio 2008
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