Archivio | luglio 13, 2008

Cuba, la nuova rivoluzione: ora guadagni quanto produci

https://i2.wp.com/www.bedincuba.com/photo/fca3.jpg
.
«Socialismo significa giustizia sociale ed eguaglianza, ma eguaglianza dei diritti e delle opportunità e non dei salari». Raul Castro, dopo aver dato la possibilità ai cubani di possedere telefonini e computer, rompendo così la lunga lista dei divieti per i cittadini dell’isola, ora rivede uno dei pilastri su cui si è retta l’economia di Cuba: l’uguaglianza dei salari. Ora anche a l’Avana si guadagnerà in base alla produttività.

Castro, che ha preso il posto del fratello malato, Fidel, quando parla di lavoro pensa soprattutto alla terra: l’isola – ha spiegato – deve «invertire definitivamente la tendenza al decrescere dell’area della terra coltivata», che tra il 1998 e il 2007 è diminuita del 33 per cento.

Anche qui, nessun limite alla proprietà: Raul si rivolge a «chiunque produca con efficienza, indipendentemente da fatto che sia una grande impresa, una cooperativa o un campesino individuale: tutte queste – ha sottolineato – sono forme di proprietà e produzione che possono coesistere armonicamente, perché nessuna è antagonista al socialismo».

Pubblicato il: 12.07.08
Modificato il: 12.07.08 alle ore 18.10

https://i0.wp.com/www.bedincuba.com/photo/fca1.jpg

.

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77104

altre immagini di cuba su: http://www.bedincuba.com/cuba_foto_campos.htm

La «moralità» dell’Occidente

Shahab.jpg
Com

__________________________________________________________________________________________________

di Maurizio Blondet

11 luglio 2008

.

Teheran ha lanciato nove missili, fra cui uno Shahab con raggio presunto di 2 mila chilometri – e tutto l’Occidente grida di sdegno: «L’Iran ci minaccia!». La Rice in Bulgaria s’è stracciata le vesti: «Chi vuole parlare agli iraniani, chieda loro la portata dei missili che hanno sparato. Germania, Francia e Italia si sono uniti nella condanna». Il nostro ministro Frattini, parlando da Israele (è sempre lì, avete notato?) ha ripetuto la lezione: «Sono missili molto pericolosi, ecco perchè non solo Israele ma l’intero Occidente ha interesse a bloccare questa escalation in modo definitivo» (1). Con le bombe, insomma.

Come cittadini, dovremmo vergognarci, anzitutto, della nostra cortissima memoria. Non è passato nemmeno un mese da che Sion ha condotto una spettacolare esercitazione aerea sullo spazio greco-mediterraneo – con oltre cento caccia-bombardieri ripetutamente riforniti in volo per mille chilometri – lasciando capire che si sta preparando ad un attacco preventivo contro l’Iran.

Sono solo due settimane che Symour Hersh, il grande giornalista, ha rivelato come le forze armate USA, su ordine presidenziale, stiano conducendo già da un anno operazioni speciali nel territorio iraniano, sia con loro commandos che penetrano dal sud iracheno, sia armando gruppi etnici e sovversivi in Iran; operazioni che comprendono «assassinii mirati» contro personalità militari persiane, e la cattura di membri delle forze di elite della guardia rivoluzionaria iraniana, che vengono poi portati in Iraq per «interrogatorii» (2).

Questi israeliani e americani sono già atti di guerra, preventivi, illegali e non provocati, contro la Persia. Dovremmo ricordarcelo. E questi sì, dovrebbero sdegnarci e allarmarci. Invece ci sdegnamo e ci allarmiamo: l’Iran ci attacca. E’ l’Iran che provoca. Che cosa dovrebbe fare un Paese  debole, senza alleati, quotidianamente minacciato dalla super-potenza e dal suo Agnello super-armato?

Ma i gestori della propaganda fidano della nostra ignoranza non meno che dei nostri pregiudizi e della nostra memoria corta. Sanno che possono farci paura raccontandoci che il Shahab-3 iraniano ha 2 mila chilometri di gittata, quanto basta per colpire Israele.

Non ci dicono il resto: che questo Shahab è la copia di un vecchio missile nordcoreano, il Nodong, la cui precisione è derisa da tutti coloro che se ne intendono. E ovviamente, sugli Shahab non c’è una testata nucleare: l’Iran non ne ha, e soprattutto non è in grado, e non lo sarà per molti decenni, di miniaturizzare un’arma atomica per adattarla a un missile. Dunque gli Shahab-3 hanno, al massimo, testate di esplosivi convenzionali. In caso di guerra, la loro efficacia sarà quella degli Scud errabondi di Saddam, nella prima guerra del Golfo. Militarmente zero.

I propagandisti non ci dicono nemmeno la frase pronunciata, dopo il lancio dimostrativo dei missili, da un’alta personalità militare, il generale di brigata Mohammad-Najjar: «La nostra capacità missilistica ha scopi soltanto difensivi, per la salvaguardia della pace in Iran e nel Golfo Persico… I nostri missili non saranno usati per minaccciare nessun Paese, sono solo per coloro che osassero attaccare l’Iran».

Questo si chiama, in buona strategia, «deterrenza». Dal latino «deterreo», dissuado facendo un po’ di paura. Deterrenza è l’atteggiamento non di chi attacca, ma di chi – sotto minaccia – cerca di dissuadere l’attacco altrui. Ma nella nostra moralità occidentale, l’Iran non ha diritto alla deterrenza; Israele ha diritto all’aggressione preventiva. A noi ignoranti senza memoria nemmeno di breve termine, non è chiara l’estrema disparità di forze tra USA-Israele e l’Iran.

Ci fanno credere che l’Iran possa davvero esercitare una qualche rappresaglia contro il volume di fuoco delle portaerei americane già nel Golfo (la USS Lincoln ci è stata spostata in questi giorni), di una potenza che dedica alle spese di armamenti due-trecento volte di più di Teheran.

Un ottimo giornalista conoscitore dell’area, Pepe Escobar, ci fornisce qualche informazione sulla forza militare di Teheran (3). Il generale Muhammad Ali Jafari, che è da settembre 2007 comandante supremo delle Guardie della Rivoluzione Iraniana (l’esercito), ha intrapreso – come ha spiegato lui stesso una settimana fa al giornale iraniano Jam e-Jam – una radicale riorganizzazione delle forze armate del Paese, con la sostituzione di molti comandanti regionali.

Essa consiste in una fusione fra forze regolari e milizie «rivoluzionarie», specialmente di Pasdaran (il gruppo di elite) e la milizia Bassij, e il radicale decentramento di queste unità. «In pratica, l’Iran ha ora 30 eserciti», scrive Escobar, «uno in ogni provincia, ciascuno con comando unificato per Pasdaran e Bassij, e i due corpi conducono esercitazioni insieme». Esfandiari Safari, che scrive per il giornale Rooz, ha spiegato che la riorganizzazione «è la risposta dell’alto comando delle Guardie della Rivoluzione all’attacco imminente che si attende».

Vi dice niente la natura di questa riorganizzazione? Il senso di un tale decentramento? Esso non ha nulla di offensivo; è l’assetto difensivo di chi si prepara ad una resistenza sulla propria terra, in vista di un’invasione; i comandi sono moltiplicati e resi autonomi in modo che non ci sia un quartier generale da schiacciare, e le unità possano operare senza ordini, vivendo del territorio, fra gli abitanti connazionali; è il tipico assetto della guerriglia partigiana.

Non c’è dubbio che possano combattere ad oltranza. Tanto più che la Guardia della Rivoluzione è stata dichiarata «organizzazione terroristica» dalla Casa Bianca, e dunque i suoi combattenti sanno che, se cadranno in mano al nemico, subiranno il destino degli «enemy combatants», come ad Abu Ghraib e a Guantanamo. «Interrogatori» con tortura, detenzione a vita, soppressioni mirate.

Ma naturalmente non ci sarà alcuna invasione, contro cui quest’armata partigiana possa provare il suo valore. L’attacco verrà dal cielo, dal cielo saranno liquidati; l’assetto guerrigliero ha qui qualcosa di commovente e patetico. E noi ci facciamo spaventare da quel che dice Frattini.

Che vergogna, la nostra. Nemmeno capiamo che questa guerra è contro di noi, sudditi occidentali (4).


1) «Iran tests missiles, increasing tension with the West», Zaman, 10 luglio 2008.
2) Seymour Hersh, «Preparing the battlefield», New Yorker, 7 luglio 2008.
3) Pepe Escobar, «Iran’s missiles are just for show», Asia Times, 11 luglio 2008.
4) Anche  la sanguinosa sparatoria avvenuta in Turchia contro l’ambasciata USA – non un attentato, men che meno suicida, ma un atto di guerriglia – viene più o meno allusivamente presentata come collegata ai missili di Teheran; un portavoce USA (l’ho sentito per radio) ha dichiarato che «non può nè smentire nè confermare» che gli attentatori fossero «di Al Qaeda». Ovviamente gli attentatori sono invece curdi; i quali hanno le loro buone ragioni per sentirsi traditi dagli americani. Questi hanno promesso loro uno Stato curdo ritagliato dall’Iraq, secondo il piano di smembramento del Paese per linee etnico-religiose; ma hanno dovuto acconsentire alla Turchia di violare questo staterello curdo, da cui partivano gli attentati anti-turchi. «Al Qaeda» non c’entra nulla, e men che meno l’Iran. L’Iran sta combattendo i curdi insieme alla Turchia, dalla parte opposta del confine.

___________________________________________________________________________________________________

Copyright © – EFFEDIEFFE – all rights reserved.

(pubblicato per gentile concessione dell’Editore)

fonte: http://www.effedieffe.com/content/view/3864/167/

EFFEDIEFFE.com

e sempre i gestori della propaganda fidano della nostra ignoranza: i missili Shahab-3, che tanto hanno fatto gridare allo scandalo tutta la stampa mondiale, hanno al massimo testate di esplosivi convenzionali. In caso di guerra la loro efficacia sarebbe pari a zero; lo scopo è solamente difensivo come l’assetto dell’esercito iraniano. Ma l’Iran non ha diritto alla deterrenza; Israele invece ha diritto all’aggressione preventiva che sta preparando oramai da mesi con continue minacce e provocazioni.

Contro i tumori una molecola che arriva dal mare

ROMA (13 luglio) – Da composti marini nuove speranze contro i tumori. Un gruppo di studiosi italiani dell’Istituto Mario Negri di Milano insieme a colleghi spagnoli è riuscito a mettere a punto una molecola che ha tutti i titoli per essere efficace contro un un tumore particolarmente resistente alle cure: il sarcoma delle parti molli.

La molecola si chiama trabectedina e la storia è cominciata 15 anni fa in Spagna dall’idea che alcuni composti naturali marini potessero bloccare la crescita delle cellule tumorali. Ora dopo test, ricerche di laboratorio, studi sugli animali e poi sull’uomo, la molecola è diventata un farmaco approvato dall’agenzia europea dei medicinali (Emea) e già disponibile in Inghilterra, Germania e Spagna, mentre in Italia il via libera dovrebbe arrivare alla fine dell’estate. «Per noi è un momento di grade soddisfazione – spiega Maurizio D’Incalci, capo del dipartimento di oncologia dell’Istituto milanese che racconta il percorso sull’ultimo numero del notiziario Negri – in quanto una gran parte delle informazioni disponibili sul meccanismo d’azione e sull’attività farmacologica preclinica e clinica di questo composto sono il frutto di ricerche effettuate nel nostro dipartimento di oncologia, in collaborazione con altri colleghi di istituzioni italiane europee e americane».

Il lungo percorso scientifico prende il via da un congresso organizzato da una società biotecnologica specializzata in estrazione di sostanze di origine marina che si tiene a Madrid nel 1994 e dove il ricercatore milanese partecipa. Lì conosce il chimico statunitense Kenneth Rinehart e l’oncologo Josè Jimeno interessati allo sviluppo di molecole estratte dal mare. Comincia subito una collaborazione per verificare alcune potenzialità delle sostanze e in particolare della trabectedina.

I primi test vengono condotti da Eugenio Erba che mette in luce proprietà interessanti: emergono azioni differenti da quelle di altri chemioterapici antitumorali; inoltre l’attività è presente anche contro cellule resistenti ad altri farmaci convenzionali. È posi Raffaella Giavazzi che conduce i primi test in vivo mettendo in luce l’efficacia del farmaco su tumori come i sarcomi non responsivi alle terapie. Con l’oncologo pediatra dell’università Cattolica di Roma, Riccardo Riccardi, i test continuano con studi preclinici su tessuti di sarcomi pediatrici mostrando la possibilità di combinazione della trabectedina con altre sostanze note.

Da qui prendono il via gli studi clinici all’Istituto di Ville Juif di Parigi, all’istituto oncologico della Svizzera, all’Istituto europeo di oncologia. Ulteriori test di laboratorio mettono in luce meccanismi di azione della sostanza davvero innovativi. Farmacologi molecolari e immunologi lavorano poi per ridurre la tossicità del farmaco e gli studi clinici successivi condotti all’Istituto Tumori di Milano scoprono che alcuni sarcomi sono particolarmente suscettibili all’azione del farmaco. «La rete dei ricercatori e delle istituzioni scientifiche di molti paesi – conclude d’Incalci – ha raggiunto risultati importanti che porteranno beneficio a molti pazienti affetti da tumore».

.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=27609&sez=HOME_SCIENZA

Berlusconi nella trappola del suo inferno (storia di salami e passerine)

https://i0.wp.com/utenti.lycos.it/sannitica/bild22.jpg

__________________________________________________________________________________________________

di Maurizio Blondet

.

Dunque Berlusconi ha appeso il governo – un governo che fa benino – alla sua erezione. Oltretutto pericolante, è dato capire. Erezione da settantenne, dipendente quindi da molti accorgimenti.

Rispondo a quei lettori fanatici cui la definizione di Berlusconi come «Salame» pare ancora filo-berlusconismo mascherato, e continuano a ripetere che quello è un mascalzone, un disonesto e un dittatore (1).

Un disonesto normale, un dittatore o aspirante tale, regala all’ennesima velina o passerina con cui va a letto un brillante a 22 carati, pellicce di zibellino, un attico a Montparnasse. Solo un Salame assegna alla passerina un ministero, si fa inoltre intercettare mentre ne vanta le qualità saffiche, mettendo così nelle mani dei suoi nemici la conferma del loro argomento principale: Berlusconi usa la politica per suo privato piacere, per lui è un tutt’uno.

Solo un Salame può strillare sul «gossip», ossia non capire che s’è reso indifendibile: sulle questioni «di gnocca» (per dirla alla Feltri), gli italiani sono indulgenti. Ma quando l’amante delle «gnocche» le mette al ministero a comandarci, allora non è più gossip, è la vergogna politica, la perdita di ogni minima autorità. Non ha più scuse. Deve anzi scusarsi coi suoi elettori.

Escano o no le intercettazioni, di cui tutti i media hanno almeno qualcosa e tutti ormai sanno tutto, Berlusconi – per un’erezione – s’è politicamente castrato. E ha castrato il tentativo di Tremonti e di Brunetta, e degli altri ministri non da letto,  di riformare l’amministrazione pubblica inadempiente, di mettere al suo posto la casta giudiziaria.

S’è impiccato da sè alle sue ossessioni sessuali da persona anziana, gettando via un’occasione che all’elettorato italiano non si presenterà mai più. Il che conferma l’assunto di Talleyrand: essere un Salame, in politica, è peggio che essere un delinquente.

Mi si darà atto che avevo diagnosticato nel Salame una turba psichiatrica. Molti dei suoi atti si spiegano, avevo scritto, come sindrome maniaco-depressiva, con accento sul «maniacale»: facilismo euforico, eccessiva sicurezza di sè, vanterie sessuali, ottimismo immotivato, sventatezza da sottovalutazione dei problemi (già visto per Alitalia).

Oggi si manifesta il lato depressivo: sotto forma di pusillanimità. Dopo aver minacciato decreti e grandi battaglie mediatiche (andando a Matrix…) contro i giudici che lo perseguitano, rinuncia, si fa piccolo, si mette nelle mani di Napolitano che ha promesso di far sparire le intercettazioni, se lui lascia la Casta al potere reale.

«Con un capo impaurito dalle chiacchiere hard la maggioranza non avrà la forza di attuare il programma», scrive Feltri, e coglie il punto politico essenziale. Una notevolissima maggioranza di elettori l’avevano votato per quel programma necessario. Ora, letteralmente, il Salame ha rovinato tutto, anche se stesso.

Resta solo da decidere
se quella del Salame sia più una malattia mentale o una malattia morale. Forse, l’una e l’altra. O l’una dipendente dall’altra.

Chiaramente, quell’assatanamento continuo, quel parlarne incessante e quel vantarsi ossessivo delle sue performances – tanto, si dice, da minargli la salute – è un modo infantile, patologico-salamesco, di esorcizzare il pensiero della morte, inevitabile e quotidiano dopo i 70: guardatemi, sono forte! Macchè vecchio, sono ancora giovane, guardate quanto mi tira! Mi tira tantissimo! Ogni donna mi cede! Brambille e Carfagne, le bastono tutte! (ma poi deve pagarle con un ministero, non basta nemmeno uno zibellino).

Addio riforme, separazione delle carriere,
abbassamento della tutela indebita che il sindacato giudiziario si è arrogato sui poteri legislativo ed esecutivo.

Avvertimento per i lettori fanatici che mi accusano di berlusconismo: Berlusconi, il bersaglio del loro odio psichiatrico, cadrà, forse entro pochi mesi. Politicamente è già defunto. La Casta, che ha vinto, ce l’avremo sul collo per i secoli dei secoli; compresa quella magistratura di Napoli che non ha mai intercettato un camorrista sì che ha fatto di Napoli una discarica, ma ha trovato urgente intercettare le vanterie «di «Silvio» a «Fedele» sulle ragioni postribolari dell’ingresso di qualche ministra nel governo, sulle virtù di una giovane signora passata dallo «spettacolo alla politica». Via Silvio, la spazzatura fisica e morale di questo Paese resterà, vittoriosa, anzi invincibile.

A quei lettori che possono accoglierlo, fornisco – essendo la politica perdita – un consiglio spirituale: convertitevi da giovani, finchè la natura è flessibile. Come vedete dal lugubre esempio di «Silvio», da vecchi è quasi impossibile. Solo molto ipoteticamente la vecchiaia è saggezza, è seria e serena preparazione al giudizio eterno. Una vita lunga, mal vissuta, costruisce attorno ai vecchi malvissuti un muro di abitudini, vizii, ossessioni, che diventa sempre più duro e imperforabile; il karma, per dirla con i buddhisti, nell’età senile diventa un binario di ferro verso l’inferno, da cui ogni deviazione è impossibile salvo un miracolo.

Lo dico per esperienza anche personale. A parte che mi sono morti amici, che ho visto arrivare impenitenti all’agonia, incapaci di perdonare, di pentirsi, di smettere di fare ciò che facevano, fosse lavoro folle e ormai insensato, fosse sesso o altro vizio. Vedo la stessa rigidità in me. Prego per quei miei amici, spero – anche per loro – la chiara visione che la Misericordia divina può dare negli ultimi istanti. Ma se fossi in voi, non ci farei conto; imparate da giovani a morire bene.

Vedete Berlusconi, come s’è intrappolato nel suo labirinto, che s’è costruito a forza di «successi» e di «veline»: quello è già il suo inferno personale, il suo eterno lager, e solo perchè è un Salame lo scambia per un quasi-paradiso.


1) Come esempio di uno di questi lettori accecati, e offensivi, eccon una lettera che ho ricevuto dopo l’articolo «CSM come la Comune»: «Con questa analisi lei perde molta credibilità signor Blondet. La credevo più intellettualmente onesto, e che la sua logica fosse immune da interferenze di natura ideologica. Invece non è affatto così. Anzi probabilmente antipatie, simpatie, affinità politiche, sono i principali motori e assiomi che le fanno costruire i suoi articoli. Questo la porta spesso a centrare il bersaglio, ma per puro caso, e comunque, evidentemente con una logica fallace. Questo articolo ad esempio è mosso da una cecità selettiva. Non posso credere a quello che ho letto. Come posso poi affidarmi ai suoi articoli sulle malefatte dell’America, di Israele, sull’undici settembre (argomenti su cui tendenzialmente la penso come lei. Ma spero di avere certe convinzioni non in base a simpatie o antipatie, quanto piuttosto criteri oggettivi…)? La verità è che Berlusconi le piace, le piace (per ovvie ragioni) la figura dell’uomo forte, non riesce a vedere le cose come stanno (o se le vede non le trova così deplorevoli, e per di più le omette) per le molte affinità che questo signore ha con la figura del dittatore. Anche se si tratta di un dittatore moderno, che usa metodi moderni, e si nasconde dietro i simulacri di istituzioni democratiche. E se non riesce a negare la sua natura, perché non esiste logica che lo permette, allora lo fa passare per non abbastanza forte, per vittima di un attacco, che, al di là dei moralismi, è figlio di una semplice lotta politica… non c’è che dire… Qui per fortuna non stiamo parlando di Iran, Israele, o USA, qui ci vivo anche io, e ho vari strumenti per farmi un’idea della realtà in cui vivo. Questo mi da modo di confrontare la sua logica con la mia, i suoi assiomi con i miei. Mi permette di giudicarla. Cosa che, quando si parla di geopolitica, non ho la capacità di fare. Con questi articoli posso capire chi è lei veramente… Sono sconvolto dalla sua analisi… A questo punto spero che lei si concentri su questi temi e la smetta di scrivere articoli sulla situazione internazionale. Lei dimostra di non essere onesto (intelletualmente parlando), per cui non può fare un buon servizio alla causa».
La disonestà intellettuale è tutta del lettore. E’ lui che è mosso da «affinità politiche» che non si confessa, e in più non capisce che il nodo politico italiano centrale è lo scontro fra poteri, in cui il potere non-eletto ha preso il controllo dei poteri eletti. Spero per lui che sia in malafede. Altrimenti devo invitarlo a frenare la sua naturale stupidità. Si occupi d’altro, in ogni caso. Il suo moralismo anti-berlusconiano nasconde la volontà di difendere i privilegi della Casta parassitaria. Si dice: sarei d’accordo sulle riforme della giustizia, se non le facesse un disonesto, uno che è  pieno di scheletri nell’armadio. Insomma, si accetteranno le riforme solo quando, a farle, scenderanno in campo San Michele Arcangelo e l’Immacolata. Campa cavallo, naturalmente. Nel frattempo, si lascia tutto il potere ai non-immacolati che intercettano chi vogliono loro, e non intercettano chi devono.

___________________________________________________________________________________________________

Copyright © – EFFEDIEFFE – all rights reserved.

(pubblicato per gentile concessione dell’Editore)

.

fonte: http://www.effedieffe.com/content/view/3805/174/

__________________________________________________________________________________________________

Di Pietro: ‘Non facciamoci sbranare, niente dialogo con Berlusconi’

Il leader Idv chiude il Forum dei giovani del suo partito
“Al decreto sicurezza voteremo no. Il Pd non cada nel trabocchetto”

“Impossibili accordi col premier e con questo esecutivo
L’unico terreno, a determinate condizioni, è quello delle riforme”

.

'Non facciamoci sbranare niente dialogo con Berlusconi'Antonio Di Pietro

.

BELLARIA – “Invito gli alleati a non cadere nel trabocchetto del finto dialogo”. Antonio Di Pietro insiste. E lancia un nuovo avvertimento al partito di walter Veltroni. Con questo governo, è la sintesi dell’ex pm, è impossibile fare accordi: “Non vorremmo che al tavolo delle riforme i lupi si travestissero da agnelli: non ci stiamo a farci sbranare da una parte politica che fa sempre meno per gli interessi del paese”.

Nel suo intervento a Bellaria
in occasione del Forum dei giovani del suo partito, Di Pietro parla di legge finanziaria, di decreto sicurezza (“voteremo no”) e di altri aspetti su cui alcuni esponenti del Pdl hanno richiesto il dialogo. Argomenti su cui però, secondo quanto sostiene il leader dell’Idv, un dialogo non può esserci.

L’unico terreno possibile è quello delle riforme. L’idv “è disponibile” continua Di Pietro, a cominciare da quella delle legge elettorale “a patto che ci sia la non eleggibilità dei candidati condannati, la riduzione del numero dei parlamentari e non ci sia il rafforzamento del potere esecutivo che questo governo userebbe contro il parlamento”.

In particolare sul sistema alla tedesca, che sembra il punto di accordo per un dialogo più stretto tra il Pd e l’Udc di Casini, l’ex pm è netto: “Vogliamo vedere cosa c’è dietro, noi non ci accontentiamo di una formula perchè dietro alle formule ci sono le fregature”. Anche per quello che riguarda la legge elettorale per le europee, il leader dell’Idv è favorevole “a uno sbarramento ma il 3 per cento è già accettabile e deve restare a livello nazionale”.

Infine, rispondendo alle accuse di antipolitica formulate nei suoi confronti dopo la manifestazione di piazza Navona, l’ex magistrato contrattacca: “Noi stiamo facendo politica vera con incontri, con i referendum, noi non facciamo antipolitica e dobbiamo ribaltare l’accusa che ci fanno. Ci devono dire se sono loro con la gente o con la casta. Noi rappresentiamo l’Italia vera”.

.
13 luglio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/politica/giustizia-7/pietro-dialogo/pietro-dialogo.html

__________________________________________________________________________________________________

IL COMMENTOhttps://i1.wp.com/www.effedieffe.com/tasti/img/eugenioscalfari.jpg

.

Un disegno perverso e autoritario

.

di EUGENIO SCALFARI

.

E’ NECESSARIO parlare di giustizia, della legge Ghedini-Alfano in via di velocissima approvazione, dell’emendamento blocca-processi e del suo auspicato smantellamento, del divieto ai giornali di riferire notizie sulla fase inquirente delle inchieste giudiziarie. È necessario ribadire con forza, come ha fatto Ezio Mauro nel suo articolo di venerdì, la vergogna d’una strategia dominata dall’ossessione del “premier” di evitare a tutti i costi e con tutti i mezzi la celebrazione di un processo a suo carico per un reato assai grave (corruzione di magistrati) che non rientra nelle sue funzioni ministeriali; un reato infamante di diritto comune sottratto all’accertamento giurisdizionale con un grave “vulnus” dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.

Tutto ciò è necessario e bene ha fatto il Partito Democratico ad opporsi con fermezza al complesso di questi atti legislativi, inaccettabili sia nel merito sia nelle procedure e nella tempistica che li hanno caratterizzati. Ma c’è un aspetto della situazione ancora più grave perché va al di là del caso specifico della denegata giustizia riguardante Silvio Berlusconi. E riguarda il mutamento in corso della Costituzione materiale.

Si sta infatti verificando dopo appena due mesi dall’insediamento del governo un massiccio spostamento di potere verso la figura del “premier” e del governo da lui guidato, un’intimidazione crescente nei confronti della magistratura inquirente e giudicante, una vera e propria confisca del controllo parlamentare di cui gli attori principali sono gli stessi presidenti delle due assemblee e la maggioranza parlamentare nel suo complesso. Non si era mai visto nei sessant’anni di storia repubblicana un Parlamento così prono di fronte al potere esecutivo che dovrebbe essere sottoposto al suo controllo.

Le Camere si sono di fatto trasformate in anticamere del governo, i loro presidenti hanno accettato senza fiatare che decreti firmati dal capo dello Stato per ragioni di urgenza fossero manomessi da emendamenti indecenti e non pertinenti, disegni di legge dei quali il capo dello Stato aveva rifiutato la decretazione per evidente mancanza dei presupposti di urgenza sono stati votati in quarantott’ore invertendo l’ordine dei lavori e l’intera agenda parlamentare.

Lo ripeto: qui non emerge soltanto l’ossessione dell’imputato Berlusconi, emerge un mutamento profondo ed estremamente pericoloso della Costituzione materiale della Repubblica, che avvia la democrazia italiana verso forme autoritarie, affievolisce l’indipendenza e lo spazio operativo dei contropoteri, mette in gioco gli istituti di garanzia a cominciare da quello essenziale della Presidenza della Repubblica.

Siamo entrati in una fase politica dominata dall’urgenza, qualche volta reale ma assai più spesso inventata e suscitata artificialmente. L’urgenza diventa emergenza, l’emergenza diventa eccezionalità. Il governo opera come se ci trovassimo in condizioni di stato d’assedio o in presenza di enormi calamità naturali; i decreti si susseguono; i testi dei provvedimenti finanziari sono approvati in nove minuti senza che nessuno dei componenti del governo ne abbia preso visione; la velocità diventa un valore in sé indipendentemente dal merito; la schedatura dei “rom” e dei loro bambini deve essere eseguita a passo di carica; tremila militari debbono affiancare trecentomila poliziotti e carabinieri per dare ai cittadini la sensazione di una minaccia incombente ed enorme e al tempo stesso la rassicurazione dell’intervento dell’Esercito per dominarla.

Questo sta avvenendo sotto gli occhi
d’una pubblica opinione sbalordita, ricattata da paure inconcrete e invelenita dall’antipolitica dilagante che provvede ad infiacchirne la responsabilità sociale e il sentimento morale.

* * *

È pur vero che nell’era globale gli enti depositari a vari livelli di poteri sovrani debbono poter decidere con appropriata rapidità. La rapidità è diventata addirittura uno dei requisiti di merito delle decisioni poiché la lentocrazia non si addice alla dimensione globale dei problemi. A livello locale, nazionale, continentale, imperiale, la rapidità rappresenta un valore in sé che comporta un’autorità centralizzata ed efficiente. Il paradigma più calzante di questa forma post-moderna di democrazia presidenziale è fornito dagli Stati Uniti, dove il Presidente, direttamente eletto, fruisce di strumenti di alta sovranità e d’un apparato amministrativo che a lui direttamente si rapporta. La democrazia presidenziale cesserebbe tuttavia di esser tale se non fosse collocata in uno stato di diritto fondato sull’esistenza di poteri plurimi reciprocamente bilanciati. Il primo di tali poteri bilanciati è l’autonomia degli Stati dell’Unione, che delimita territorialmente la competenza federale.

Il secondo è il Congresso e in particolare il Senato dove il legame elettorale dei senatori con i cittadini dello Stato in cui sono stati eletti è nettamente superiore al legame verso il partito di appartenenza: partiti liquidi che hanno piuttosto le sembianze di comitati elettorali finalizzati alla selezione dei candidati piuttosto che alla custodia di ideologie e discipline partitocratiche. In queste condizioni i membri del Congresso e le sue potenti commissioni rappresentano un “countervailing power” di particolare efficacia sia nell’ambito finanziario sia nella nomina di tutti i dirigenti dell’amministrazione federale sia nei poteri d’inchiesta e di controllo che non sono affievoliti dalla labile appartenenza ai partiti.

Il terzo potere risiede nella Suprema Corte che agisce sulla base dei ricorsi intervenendo sulla giurisdizione e sulla costituzionalità.

Il quarto potere è quello della libera stampa, nella quale nessun altro potere ha mai chiesto restrizioni e vincoli speciali a tutela di istituzioni e di pubbliche personalità. Giornali e giornalisti incorrono, come tutti, nei reati contemplati dalle leggi ma non esiste alcun limite alla stampa di pubblicare notizie su qualunque argomento e qualunque persona, tanto più se si tratti di personaggi pubblici, della loro attività pubblica e dei loro comportamenti privati e privatissimi.

Questo è nelle sue grandi linee il quadro complesso della democrazia presidenziale, ulteriormente arricchito dalla pluralità delle Chiese e dalla libertà religiosa che ne consegue. Non si tratta certo d’un modello statico né di un modello privo di storture, di vizi, di grandi e grandissime magagne; tanto meno di una società ideale da imitare in tutto e per tutto. Ma configura un punto di riferimento importante nell’evoluzione di un centralismo democratico nell’ambito dello Stato di diritto e della separazione bilanciata dei poteri e dei contropoteri. Nulla di simile alla nuova Costituzione materiale verso la quale si sta involvendo la situazione italiana.

* * *

Sbaglierebbe di grosso
chi ritenesse che l’involuzione del nostro sistema verso istituzioni di democrazia deformata risparmi l’economia. In realtà essa è la più esposta alle intemperie dell’interventismo pubblico e delle cosiddette politiche creative e immaginose delle quali abbiamo già fatto tristissima esperienza nel quinquennio tremontiano 2001-2006. Quelle politiche sono ritornate all’opera in un quadro internazionale ancor più complesso e preoccupante.

L’esempio che desta maggior allarme è fornito dal caso Alitalia del quale abbiamo più volte parlato e che ora sembra delinearsi in tutta la sua gravità. A quanto risulta dalle più attendibili indiscrezioni fatte filtrare direttamente dall'”advisor” Banca Intesa, si procede verso la formazione di una “nuova Alitalia” che potrebbe utilizzare l’80 per cento delle rotte di volo sul territorio nazionale e del personale di volo e di terra necessario all’esercizio di questa attività. La proprietà della nuova compagnia sarebbe interamente privata e nazionale. Essa non avrebbe più alcun debito poiché debiti, perdite, esuberi di personale sarebbero interamente trasferiti ad una “bad company” o “vecchia Alitalia” che dir si voglia, di proprietà pubblica, avviata alla liquidazione con tutti gli oneri conseguenti.

In uno schema di questo genere il maggior beneficiario è rappresentato dai proprietari di Air One, società sostanzialmente fallita che scaricherebbe i suoi debiti e le sue perdite nella “bad company” e percepirebbe quote azionarie della “new company”: un salvataggio in piena regola a carico del danaro pubblico. Molti altri aspetti assai dubitabili si intravedono in questo progetto, lo sbocco del quale sarebbe una compagnia regionale del tipo della Sabena o della Swiss Air, risorte sulle ceneri di un fallimento per servire un mercato poco più che regionale. Se questo accadrà, l’opinione pubblica e i dipendenti di Alitalia avranno modo di misurare il danno che la sconsiderata condotta di Berlusconi-Tremonti ha procurato al Paese affondando la trattativa con Air France senza alcun piano alternativo e agitando lo specchietto per allodole della Compagnia di bandiera.

* * *

Tiene ancora banco la disputa tra Tremonti e Draghi sulla “Robin Hood Tax”. Nella recente riunione dell’Abi (Associazione bancaria italiana) il ministro e il governatore erano entrambi presenti e parlanti. I giornali hanno riferito in dettaglio lo scontro – peraltro assai sorvegliato nelle forme – che si è verificato tra i due, col governatore che ha battuto sulla necessità di evitare che la “Robin Tax” si traduca in un aggravio dei costi dell’energia e dell’attività bancaria e il ministro che difendeva la sua figura di difensore dei ceti deboli e di severo tassatore dei profitti speculativi. “Prima si tassavano gli operai che non potevano certo trasferire su altri le loro imposte” ha detto ad un certo punto il ministro dell’Economia guardandosi fieramente intorno come gli capita di fare quando pensa d’aver inferto un colpo dritto al petto dell’avversario.

Prima si tassavano gli operai.
I lavoratori dipendenti. Certo, è così. È stato sempre così perché i lavoratori dipendenti sono stati la sola categoria sociale che ha pagato le tasse per intero, salvo dover accettare d’immergersi nel precariato del lavoro nero con tutto ciò che ne consegue sia sul piano salariale sia sulle protezioni antinfortunistiche e le provvidenze sociali. Prima si tassavano gli operai. Perché il ministro usa l’imperfetto storico? Ora non si tassano più? Al contrario: ora si tassano ancora più di prima. Basta scorrere le cifre uscite dall’Istat appena due giorni fa.

Il peso dell’Irpef è in aumento e, all’interno del gettito dell’imposta personale, è in aumento l’onere dei lavoratori in genere e di quelli dipendenti in particolare. Prima si tassavano? Mai come adesso sono tassati, onorevole Tremonti ed è proprio lei a farlo. Perciò non usi l’imperfetto storico perché il tema è terribilmente presente (e futuro).

* * *

Lo stesso Tremonti ha presentato nei giorni scorsi a Bruxelles il suo documento sull’importanza della speculazione nell’aumento dei prezzi dell’energia e delle “commodities”. Avrebbe dovuto essere, nelle aspettative del ministro e dei tanti giornali che gli fanno coro, una sorta di marcia trionfale. Invece è stato un flop né poteva essere altrimenti per le tante ragioni che abbiamo elencato domenica scorsa. Le autorità europee hanno cortesemente messo in dubbio che l’aumento dei prezzi derivi dalla speculazione (la stessa osservazione ha fatto Draghi nella riunione dell’Abi sopra ricordata), hanno messo in dubbio che si possa dimostrare una collusione tra operatori e infine hanno messo in dubbio che l’Europa abbia strumenti adeguati per intervenire sul mercato delle “commodities” e del petrolio che si svolge per la maggior parte su piazze extraeuropee.

Questa storia della speculazione
peste del secolo è un modo come un altro di suscitare un nemico esterno immaginario e distrarre l’attenzione da realtà assai più rilevanti e preoccupanti. Così il governo affronterà un durissimo autunno. Ora anche la Marcegaglia è “estremamente preoccupata” dal calo di produzione industriale dello scorso maggio e di quanto ancora si prevede per giugno e per i mesi successivi. Ma non lo sapeva, non lo prevedeva, non era nei segnali delle sue antenne, gentile presidente di Confindustria? Il clima era buono fino a un paio di settimane fa, diceva lei. Dunque una brutta sorpresa, un fulmine a ciel sereno? Stia più attenta, signora Marcegaglia: questa è roba seria e non ci si può impunemente distrarre.
.
13 luglio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/politica/giustizia-7/disegno-perverso/disegno-perverso.html

Greenpeace scala la Torre Eiffel: Protesta contro la politica pro-nucleare

durante il vertice dell’unione per il mediterraneo

Militanti fermati dalla polizia: «Sarkozy irresponsabile, aberrante annuncio nuova centrale dopo l’incidente»

https://i0.wp.com/www.greenpeace.org/raw/image_full/italy/ufficiostampa/foto/torre-eiffel-04.jpg

.

PARIGI – Hanno scelto il simbolo di Parigi per protestare contro la politica a favore del nucleare portata avanti dalla Francia. E hanno scelto il giorno in cui la capitale francese ospita l’importante vertice per la nascita dell’Unione per il Mediterraneo. Dodici militanti di Greenpeace che domenica mattina hanno dato la scalata alla Torre Eiffel per esporre uno striscione sono stati fermati dalla polizia. L’organizzazione ecologista ha spiegato di aver compiuto l’azione per denunciare «l’irresponsabilità di Nicolas Sarkozy» e per ricordare che il ricorso al nucleare è escluso dalla road map in materia di ambiente che l’Ue ha previsto fino al 2020: «All’indomani di una fuga radioattiva nella centrale di Tricastin e dell’annuncio aberrante di una seconda centrale Epr in Francia – si legge in un comunicato dell’organizzazione – questa ossessione del presidente rischia di far uscire dai binari i negoziati sul pacchetto ‘Energia e clima’ che l’Unione Europea deve chiudere sotto la presidenza francese. La volontà di fare entrare il nucleare nella road map è un ostacolo allo sviluppo delle fonti rinnovabili e alla politica del risparmio e dell’efficienza energetica».

«COMMESSO VIAGGIATORE» – Il gruppo ambientalista ha detto che lo striscione con il logo del nucleare (15 metri per 15) è stato messo in mezzo al cerchio di stelle dell’Unione europea, esposto per segnare il semestre di presidenza francese della Ue. «Da quando è stato eletto, il presidente Nicolas Sarkozy ha fatto di tutto per vendere energia nucleare – spiega Frederic Marillier della sezione francese di Greenpeace -. All’Onu o al G8 si è comportato come un commesso viaggiatore dell’Areva (‘agenzia francese per la produzione dell’energia atomica, ndr) e ha usato tutte le piattaforme politiche per promuovere il nucleare francese. Su scala mondiale la strategia di esportazione dell’energia nucleare comporta potenziali rischi in termini di proliferazione».

RISCHI SICUREZZA – La questione della sicurezza delle centrali nucleari è tornata d’attualità in Francia nell’ultima settimana, a causa di una perdita di uranio da un impianto nel sudest del Paese. Areva ha detto martedì che 30 metri cubi di liquido contenente uranio sono stati accidentalmente versati sul terreno e in un fiume alla centrale di Tricastin. L’incidente è stato classificato al livello uno su una scala internazionale di pericolosità che va da zero a sette. L’incidente ha esacerbato gli animi degli ambientalisti, dopo l’annuncio di Sarkozy del 3 luglio scorso che la Francia avrebbe costruito una seconda generazione dell’European Pressurised Reactor (Epr), portando a 60 il numero dei reattori nucleari nel paese. La Francia, che ha assunto la presidenza di turno della Ue dal primo luglio, è il più grande produttore europeo di energia nucleare.

.
13 luglio 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_luglio_13/greenpeace_protesta_nucleare_torre_eiffel_555964f2-50d9-11dd-b816-00144f02aabc.shtml

Maltempo, due vittime in Lombardia. In Valtellina evacuate 300 persone

Maltempo, due vittime in Lombardia In Valtellina evacuate 300 persone

I soccorsi agli evacuati in Valtellina

.

MILANO – Tragedia per il maltempo sul Ticino, a cavallo tra le province di Milano e Pavia. Padre e figlio sono stati travolti da un albero, che verosimilmente ha ceduto a causa delle piogge. Scaraventati nel fiume, sono morti. Le vittime sarebbero extracomunitari; stavano passeggiando lungo l’argine quando l’albero è caduto travolgendoli e facendoli precipitare in acqua. Il fatto è avvenuto a metà pomeriggio. I corpi sono stati ritrovati nel fiume all’altezza di Bereguardo in provincia di Pavia.

Isolata la Valtellina. Le insistenti piogge di queste ore hanno provocato una grossa frana che ha travolto alcune case a Selvetta di Forcola, tra Sondrio e Berbenno. Trecento persone sono state costrette ad abbandonarele proprie case ed essere evacuate a bordo di un elicottero e dei mezzi dei vigili del fuoco e della protezione civile. La Statale 38 dello Stelvio è bloccata per lo straripamento di un torrente: in coda decine di turisti milanesi sorpresi dal maltempo sulla strada del ritorno. Chiuse al traffico anche le strade provinciali. Circa 60 centimetri d’acqua sui binari hanno costretto l’interruzione anche della linea ferroviaria. Colate di detriti e fango provenienti dai torrenti che affluiscono nell’Adda minacciano le abitazioni di Berbenno, Valmasino, Talamona e Forcola.

Miglioramento solo domani. Il maltempo dovrebbe permanere sulla zona almeno fino a domani mattina, come previsto già ieri nell’allerta meteo inviato dal Dipartimento. Un avviso che in queste ore è stato esteso al Veneto in quanto piogge e temporali si stanno spostando verso quella regione.

IL METEO

Colpita anche la Toscana.
Nubifragi e forte vento anche in Toscana. Colpite soprattutto le province di Firenze, Arezzo e anche Pisa. Allagate le cantine, danni alla rete elettrica e telefonica.

Un’altra vittima nel Bergamasco.
I violenti temporali di ieri notte hanno provocato un’altra vittima nel Bergamasco. A Schilpario, in Valle di Scalve, Mario Maj, 65 anni, salito sul tetto di casa per verificare la stabilità di un ponteggio mentre imperversava un forte acquazzone, ha perso l’equilibrio ed è precipitato da un’altezza di cinque metri, rimanendo ucciso.

.
13 luglio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/maltempo-estate/valtellina/valtellina.html