Archivio | luglio 15, 2008

La Camera, sì alla fiducia sulla falsa emergenza sicurezza

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La Camera vota la fiducia al governo sul decreto sicurezza. Berlusconi sceglie la via facile: troppi gli emendamenti, oltre mille, presentati dall’opposizione per consentire il dibattito parlamentare. C’è fretta di chiudere, non c’è tempo da perdere con le lungaggini della democrazia. E questo vale per il dl, ma pure per il Lodo Alfano e la riforma della giustizia. provvedimenti entrambi in agenda, l’uno questione di giorni, l’altro di pochi mesi.

Così mentre viene votata la fiducia (322 sì,267 no, la quarta in tre mesi) per l’ultima e definitiva versione del decreto sicurezza, il presidente del Senato Renato Schifani annuncia per martedì 22 luglio l’approvazione definitiva del lodo Alfano, garanzia di immunità penale per le quattro più alte cariche dello Stato. E il Guardasigilli Angelino Alfano annuncia per settembre «la riforma radicale della giustizia», dai codici al Csm passando per l’obbligatorietà dell’azione penale.

Sul dl sicurezza invece il seguito dell’esame, con la discussione degli ordini del giorno e la votazione finale sul decreto è previsto per giovedì mattina, 17 luglio. Il provvedimento dovrà poi tornare a Palazzo Madama il 24 luglio per la conversione in legge.

E su giustizia e sicurezza è battaglia durissima tra maggioranza e opposizione. Il premier a Montecitorio non c’è, ma il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro si rivolge direttamente a lui: «Le neghiamo – dice – la fiducia convintamente, col cuore e la mente, niente affatto pacatamente». C’è un’ironia neanche troppo velata dietro la “citazione” dell’avverbio che ha reso celebre la parodia di Veltroni. La rottura con il Pd non accenna a ricomporsi e la maggioranza fa leva sulle tensioni: in apertura della seduta, il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha invitato il partito Democratico a «votare diversamente dal partito manettaro e giustizialista di Di Pietro», perché «se dite cose diverse ma poi in Parlamento votate allo stesso modo date a questo partito la legittimazione del 40% degli italiani, una legittimazione che invece non ha». Secca la replica di Lanfranco tenaglia, ministro ombra alla Giustizia: «Alfano predica bene e razzola male – dice – Annuncia provvedimenti nell’interesse dei cittadini e poi fa le norme per salvare Berlusconi».

Ma la critica del Pd è ad ampio raggio: «Siamo tutti d’accordo nel preservare la sicurezza dei cittadini, ma è il come che fa la differenza», dice Gianclaudio Bressa, vice capogruppo del Pd alla Camera. Il no alla fiducia è una scelta che «non è figlia della confusione, ma di una passione politica e civile». Perché aggiunge la pretesa della maggioranza di fare «la faccia feroce è grottesca», ed è «vergognoso quello che si sta facendo in Italia» in questo settore.

Per l’esponente del Pd, «la cultura politica istituzionale del governo di destra è sbagliata e pericolosa». Bressa, nel merito, ha contestato la nuova formulazione delle disposizioni sui processi: «Prima di venire travolti dal ridicolo avete modificato le norme, avete preso in giro il Paese dicendo tutto e il contrario di tutto». Stesso tono per le impronte ai bimbi rom: «Un giro di vite in chiave xenofoba. State attenti -ha ammonito Bressa-, sarà vero che la storia non si ripete, ma alle leggi razziali si avviò dopo una legge sul censimento dei nomi ebraici». Critiche anche per i tagli al ministero dell’Interno e per l’aggravante di clandestinità: «Una ignobile scorciatoia» per mettere un freno alla «fabbrica di irregolari» che è la legge Bossi-Fini

Il leader dell’Udc Pierferdinando Casini, invece, concentra la sua attenzione sulla schedatura dei bambini rom, un altro dei capisaldi del decreto voluto dal governo: «Lo Stato feroce non tutela mai – sostiene Casini – lo Stato che tutela è lo Stato giusto». Ma il giudizio di Casini sul decreto non è poi del tutto negativo: voteranno contro la fiducia per «coerenza con gli elettori», spiega, ma ammette che nel dl «ci sono norme condivisibili». Resta comunque critico sulle modalità scelte dal governo nei confronti del Parlamento: la fiducia, spiega Casini, «blocca un dialogo mai così necessario come su materie di questo tipo e continua l’esproprio del Parlamento fatto in questa legislatura».

E mentre la polemica infuria Berlusconi annuncia un allargamento della squadra di governo: «A settembre nuovi sottosegretari e alcuni degli attuali promossi a viceministri»
Pubblicato il: 15.07.08
Modificato il: 15.07.08 alle ore 21.58

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77170

Un milione di donne l’anno muoiono di gravidanza: il 99% delle vittime nei paesi in via di sviluppo

ROMA (15 luglio) – Un milione di donne muore ogni anno per complicazioni legate al parto o alla gravidanza: ogni trenta secondi una vita si spezza. Nel 99% dei casi il decesso avviene in Paesi in via di sviluppo, la maggiore concentrazione è nell’ Africa Sub-Sahariana.

Oltre 14 milioni di adolescenti, ogni anno, diventano madri tra i 15 e i 19 anni e per migliaia di loro il parto comporta pericolose conseguenze. Stime delle Nazioni Unite contano poi 18 milioni di aborti praticati da persone senza appropriate qualifiche sanitarie. Ma non solo: per 350 milioni di coppie non c’è alcun accesso ai contraccettivi moderni e a informazioni che permetterebbero loro di scegliere quando avere figli.

I dati, frutto del rapporto 2008 Le politiche fanno la differenza. Rapposto sui diritti sessuali e riproduttivi nel mondo, nell’ ambito della campagna europea «Non c’è sviluppo senza salute», presentato a Roma dalle organizzazioni non governative Actionaid, Aidos e Cestas, testimoniano come la comunità internazionale abbia trascurato la salute e i diritti sessuali e riproduttivi, nonostante gli impegni assunti nel 1994 alla Conferenza del Cairo e lo slancio impresso dagli Obiettivi di sviluppo del millennio».

Servono «azioni correttive» per colmare la «discrepanza tra impegni, in termini di dichiarazioni, finanziamenti e politiche per realizzarli, e realtà, in cui la salute e i diritti sessuali e riproduttivi negati a milioni di persone continuano a causare morti e malattie». Accanto ai decessi delle madri, denunciano le Ong, per cause prevalentemente evitabili, muoiono ogni anno anche 9,7 milioni di bambini. La gran parte di queste morti «potrebbe essere evitata utilizzando strumenti esistenti e a basso costo, che sono attualmente inaccessibili proprio alle donne che ne hanno più bisogno».

Le malattie sessualmente trasmissibili. Per quanto riguarda l’Hiv e l’Aids, si stima una nuova infezione ogni 6 secondi: ogni anno 340 milioni di persone tra i 15 e i 49 anni contraggono infezioni a trasmissione sessuale. Sul tema è intervenuta anche Isabella Rauti, capo del dipartimento delle Pari opportunità, che ha auspicato un «percorso comune con associazioni, Ong e istituzioni, che nasca dalla consapevolezza che si è fatto molto ma non tutto»: «Serve una politica di sistema, perchè la salute è un tema trasversale e non segmentato», ha commentato Rauti.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=27727&sez=HOME_NELMONDO

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SALUTE-SUDAN MERIDIONALE: Assistenza specializzata per combattere la mortalità materna
Skye Wheeler

Grazie agli aiuti inviati nel Sudan meridionale dopo l’accordo di pace del 2005, comincia a migliorare l’assistenza sanitaria per le donne

Foto: Manoocher Degati/IRIN

JUBA, 14 luglio 2008 (IPS) – La lunga gravidanza ha gonfiato la pancia della donna minuta che cammina nel nuovo lucente reparto maternità del Sudan meridionale, stringendo tra le mani due fogli spillati. Non sembra avere più di 16 anni, e ha gli occhi sbarrati per il dolore.

Ateino Maclean, una delle due uniche ostetriche specializzate che lavorano presso lo Juba Teaching Hospital, dà un’occhiata ai documenti e indirizza la donna a un altro reparto. “Ha già avuto un cesareo”, dice Maclean, scuotendo la testa. “Ha le doglie ma ha aspettato fino ad ora per venire in ospedale”.

Adesso Juba, la capitale, ha un reparto maternità attrezzato, con sedie da parto e persino due incubatrici, ancora addobbate con i nastri dell’inaugurazione. Nei primi cinque giorni di attività, ha già affrontato 46 parti normali e sei cesarei. A differenza di quanto accade nel resto del paese, i medicinali non mancano. Funzionari governativi stimano che soltanto il 25 per cento della popolazione abbia accesso all’assistenza medica essenziale: nel Sudan meridionale, il nuovo reparto offre alle donne di Juba e del circondario le migliori cure disponibili. Un parto su cinquanta provoca il decesso della madre.

Secondo il Fondo Onu per la popolazione (UNFPA), l’Africa ha i più alti tassi di mortalità materna al mondo, con 820 donne morte ogni 100mila nascite. Dopo più di 50 anni di guerre intermittenti, è il Sudan meridionale a far registrare i più alti tassi al mondo di mortalità materna: 2.054 su 100mila.

Magda Armah dell’UNFPA, tuttavia, avverte che le cifre reali potrebbero essere ancora più alte: “È sconvolgente, perché nella maggior parte dei casi si parla di donne che riescono ad accedere alle strutture, ma quante altre non ne hanno la possibilità?”. Appena due anni fa, una visita al reparto maternità di Juba era un viaggio nella disperazione. Stanze buie con pareti sporche e graffiate, e odore di sangue ovunque. Bilance e fasciatoi che sembravano reliquie degli anni ’60, strumenti ostetrici dall’aspetto medievale.

Inizialmente l’idea era solo quella di rimettere a nuovo le stanze insieme al resto dell’ospedale, utilizzando una parte dei milioni di dollari di aiuti confluiti dopo l’accordo di pace del 2005.

Ma l’UNFPA, che promuove il diritto alla salute e le pari opportunità per tutti collaborando alla raccolta dei dati e all’elaborazione dei programmi, ha insistito per avere un reparto nuovo e più ampio, con una propria sala operatoria. “È un esempio di come bisognerebbe rinnovare anche gli altri ospedali”, ha detto all’IPS Alexander Dimiti dell’UNFPA.

Il governo del Sudan meridionale, in carica da tre anni, ha varato un piano di lavoro specifico per ridurre la mortalità materna, anche se la mole di risorse necessarie – in termini di risorse umane, costruzione della consapevolezza, forniture mediche – ne ha reso difficile l’attuazione. Di fatto, ogni anno gli operatori sanitari passano la maggior parte del tempo tentando di domare l’insorgenza di focolai di colera, meningite e morbillo.

“La salute riproduttiva è relegata in secondo piano. Ci sono bisogni molto più urgenti”, ha spiegato Dragudi Buwa, responsabile dell’UNFPA nel Sudan meridionale.

Ancora non sono stati elaborati metodi efficaci per gestire le emergenze in collaborazione con le agenzie dell’Onu, né sistemi per assicurare una fornitura costante di medicinali e strutture per la salute riproduttiva, che secondo Dimiti costituiscono il “pilastro” di un sistema sanitario in grado di garantire una vaccinazione efficace contro le malattie esantematiche.

Le responsabilità sono in parte da attribuire alla scarsa comunicazione tra i diversi livelli del giovane governo, sostiene Dimiti. A questo si somma l’inadeguata presenza di collegamenti stradali tra le varie comunità rurali sparse nella regione, che spesso restano isolate durante la stagione delle piogge.

I mezzi di trasporto sono costosi o complicati, e come Dimiti sottolinea, le donne del Sud spesso non hanno potere decisionale sulla propria gravidanza o sul proprio stato di salute. Per di più, quando riescono a raggiungere l’ospedale, troppo spesso vengono costrette a lunghe ore di attesa da un personale paramedico poco preparato.

Un estremo bisogno di competenze

Festo Juma, amministratore principale del Juba Teaching Hospital, racconta con sconforto alcuni casi di parto cesareo che ha dovuto affrontare: le donne arrivano dopo un viaggio in camion di centinaia di chilometri lungo strade sconnesse in uno stato straziante di travaglio avanzato, e hanno già perso moltissimo sangue.

Il reparto maternità dell’ospedale, tuttavia, ha perso una delle sue strutture: il centro di ostetricia dove sono state formate decine di assistenti al parto tradizionali, che attualmente non è più operativo.

“(Le assistenti al parto
tradizionali) non hanno avuto un buon impatto”, spiega Maclean. “Con uno scarso livello di formazione, si attenevano a ciò che già sapevano”.

L’assistente al parto generalmente
palpava la pancia della donna incinta – seguendo la prassi delle donne anziane che tradizionalmente assistevano la partoriente durante il travaglio – ma la loro formazione non permetteva di giungere a conclusioni significative. L’unico risultato, sospetta Maclean, era uno scarso rispetto generale verso le ostetriche specializzate.

Del resto le donne
non avevano molta scelta: secondo un’indagine effettuata dopo la guerra, nel Sudan meridionale erano solo otto le ostetriche che avevano una formazione professionale – un funzionario di governo sostiene che in realtà fossero soltanto sei -, laddove l’UNFPA stima una popolazione di circa 10 milioni di persone.

Di recente, si sono diplomate
trentasei nuove ostetriche dopo un corso di 18 mesi, espressamente strutturato per rispondere alle esigenze del Sud, coordinato dal governo e dall’UNFPA. Tuttavia l’agenzia dell’Onu stima che, a questi ritmi, ci vorranno 60 anni per adeguarsi agli standard internazionali di salute materna. Secondo un’indagine del governo e dell’Onu, solo il sette per cento dei parti vengono seguiti da un’ostetrica o da un’infermiera, e solo il 13,6 per cento delle nascite avviene in un’istituzione sanitaria.

“Nelle aree rurali,
la situazione è molto peggiore… La causa principale (dell’alto numero di decessi) è la totale assenza di servizi di ostetricia in tre quarti del Sud”, spiega Juma durante una pausa tra un’operazione e l’altra, con i suoi stivali di gomma bianchi, il camice verde e la mascherina appesa al collo.

“Gran parte della nostra popolazione è morta a causa della guerra. Vogliamo rinnovarla, svilupparci”, dice l’infermiera della maternità Susan Poni. Le donne vengono incoraggiate – anche dai vertici della politica – ad avere molti figli, e molte cominciano da giovani. In uno stato, il 47 per cento delle bambine si sposa prima dei 15 anni.

Il governo non ha ancora messo a punto il Piano per la salute riproduttiva, ma si orienterà verso “nascite scaglionate, a prescindere dal numero di figli desiderati”, ha detto il funzionario del ministero della salute Pamela Lomoro. Ma il 92 per cento delle donne nel Sudan meridionale è analfabeta, e la guerra ha fatto sì che i messaggi sul diritto delle donne di scegliere quando rimanere incinta non raggiungessero molte persone neanche nella capitale, per non parlare delle aree rurali.

“Su 1.000 gravidanze, 200 sono di adolescenti”, avverte Armah. “I giovani stanno morendo”.

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fonte: http://ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1240

Lettera di un compagno operaio di Napoli

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OGGETTO: LA SEZIONE DI FABBRICA BUTTATA FUORI DAL PARTITO

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Care compagne, cari compagni,

con mio sommo rammarico debbo constatare l’esclusione dai gruppi dirigenti  e dalla delegazione napoletana al congresso nazionale della classe operaia. Infatti la sezione della FIAT AUTO di Pomigliano non ha nessun eletto nel comitato federale né nessun eletto per il congresso nazionale del partito.

Questo fatto rattrista molto tutti quei compagni che da anni rischiando il proprio posto di lavoro a favore del partito si vedono esclusi e non considerati degni da ogni organismo dirigente. Personalmente giudico la questione qualcosa di scandaloso. Ritengo il gruppo dirigente napoletano responsabile e il gruppo dirigente nazionale altrettanto, di tale meschinità.

La vergogna che e propria di questi due soggetti e enorme, nelle tesi congressuali dal 1921 ad oggi dei partiti comunisti si mette sempre al centro il mondo del lavoro e la classe operaia, mentre poi nei fatti essa viene solo usata per portare acqua al mulino.

Vediamo un gruppo dirigente con un età media di 60 anni, tutti con posti statali e con stipendi superiori a quello di un operaio, e poi dicono di star vicino alle battaglie degli stessi.

Vergogna!

Un gruppo dirigente che ha lasciato sola l’unica sezione di fabbrica che aveva, e stiamo parlando della FIAT, non del meccanico sotto casa ( con tutto il rispetto per il meccanico ) una sezione che si e fatta sentire contro tutte le giunte guidate dal PD e specialmente quella di Bassolino, una sezione che è partita con 11 iscritti e oggi ne conta 54, una sezione che ha dato canditati e rappresentanti di lista per l’elezioni di ogni genere senza mai chiedere niente in cambio. Una classe operaia che voleva solo aiutare il partito a cambiare lo stato di cose presenti.

Perchè si dice di voler fare la costituente comunista e poi veder buttati fuori gli operai?

UN PARTITO COMUNISTA SENZA GLI OPERAI E’ UN PARTITO CHE NON HA RAGIONE DI ESISTERE O DI CHIAMARSI TALE.

Sentirsi chiamati minoranza, e cacciati fuori da chi voleva un posto di  assessore al comune di Napoli, senza poi ottenerlo è scandaloso.

Napoli doveva rappresentare per il partito un momento di alta politica, considerando la situazione sulla MONNEZZA e su quanto sta accadendo allo stabilimento più grande del mezzogiorno, invece hanno voluto strappare via dal dibattito la politica per costituire una fazione, una CORRENTE, che  avesse come primo scopo di buttare fuori LA COSCIENZA CRITICA DEL PARTITO, E CIOE’ LA CLASSE OPERAIA.

Faccio appello a tutti quei compagni del partito dei Comunisti Italiani di tutta Italia e di tutti quei compagni di RIFONDAZIONE COMUNISTA e ancora a  tutti i comunisti di non avallare chi non riconosce la classe operaia.
GIANNONE GERARDO

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Stefano Grondona ha abbandonato

“Altro che costituente comunista, qui si fa una corrente filo-Pd; a Bologna si sceglie Cofferati così come a Napoli, ieri, si è scelto Bassolino. I comunisti vengono esclusi dal loro partito per favorire le intese locali con quello di Veltroni”. A dichiararlo è il segretario Grondona che ha appena abbandonato il Congresso del suo partito.

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Ringraziamo il compagno Paul per la segnalazione

Guantanamo, primo video di un interrogatorio

di Alessia Grossi

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 Omar Kahdr, primo video prigioniero di Guantanamo

File pic of Omar Khadr before he was detained at the age of 15

Mr Khadr was 15 when he was captured by US forces
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«You don’t care about me», Non vi interessate a me. Così titola il sito della Canadian Broadcasting Corporation la presentazione del video dell’interrogatorio di Omar Kahdr, un giovane afgano prigioniero a Guantanamo dal 2002.

Primo video di un interrogatorio del carcere statunitense ad essere diffuso dagli stessi legali del ragazzo che all’epoca della cattura aveva 15 anni. L’accusa per Kahdr, cittadino canadese, è di aver ucciso un militare statunitense e per questo viene tenuto a Guantanamo e interrogato nel 2003 da funzionari canadesi.

Sette ore di domande per quattro giorni su Omar Kahdr, che testimoniano gli effetti della detenzione e degli interrogatori prolungati.

Ma la ripresa in questione era stata secretata con l’avvertenza: «Da non mostrare a cittadini stranieri».

Il video, che dura 10 minuti è di scarsa qualità, la voce non sempre è chiara. La sintesi della registrazione si riferisce alle 7 ore e mezzo di interrogatori sei mesi dopo la cattura.

In un punto, durante l’interrogatorio, Omar, che ora ha 21 anni e ha scontato 6 anni nel carcere cubano di Guantanamo, si alza la maglietta arancione, divisa dei prigionieri, e mostra una ferita che dice di aver subito durante il conflitto a fuoco.

«Non sono un medico, ma credo che tu stia ricevendo delle buone cure mediche» risponde l’ufficiale. Ma Omar piange e dice di avere l’impressione di aver «perso gli occhi e i piedi». L’ufficiale sarcastico gli risponde che non è vero. «Hai ancora occhi e piedi – dice l’uomo – sono alla fine delle tue zampe».

«Voi non vi interessate a me», risponde a questo punto con sguardo severo ma piangendo Omar, quando arriva lo stop dell’ufficiale, primo break.

A questo punto Kahdr comincia a chiedere aiuto, ma nel successivo interrogatorio il ragazzo è seduto su un lettino blu, guarda in basso davanti al suo interlocutore, biascica qualche breve risposta e si rifiuta di mangiare. L’ufficiale non si arrende e gli rivolge domande “innocue” cercando di conquistasi la fiducia del prigioniero. «Voglio stare a Cuba con te – mi aiuti?» va alla conquista l’ufficiale con la scusa che il tempo dell’isola è bellissimo. Ma dato che Kahdr non parla il funzionario gli chiede: «Quante altre cose interessanti vuoi dirmi?».

Ma Omar non vuole parlare.

Guarda il video sul sito della Bbc

Pubblicato il: 15.07.08
Modificato il: 15.07.08 alle ore 15.28

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77167

Domenica 20 a Magenta:

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ricevo e pubblico:

Domenica sera all’IDEAL di Magenta, dalle ore 19:00,
comincerà l’aperitivo in memoria di Genova.
Fotografie, interventi, dibattiti e documentari animeranno la serata.
Esserci vuol dire testimoniare, esserci vuol dire provare a creare una forte rete ribelle nel magentino.

IDEAL MAGENTA

Viale Piemonte n. 10

Magenta

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A Genova non andò la fantasia al potere.
Chi andò a Seattle prima e poi a Napoli e poi in quel gran porto in stato d’assedio di guerra, non voleva andare al potere,  lo voleva contestare. Chi rappresentò e oggi rappresenta l’Autorità del G8, complici tutti i governi e di qualunque coloritura dell’arcobaleno, non ha mai mangiato pane amore e fantasia ma si è messo alla tavola della ragione di Stato, pianificando pasti di sicurezza e repressione, a suon di cancellazione di qualunque Giustizia e Verità. In quei giorni andarono in migliaia a Genova, masse di giovani come non se ne vedevano da anni e tanti senza età e volto, contro la globalizzazione, tanto che li chiamarono noglobal. Ognuno aveva un suo buon motivo per essere in quelle piazze, per ritrovare sè stesso e l’altro. C’ero anch’io con una figlia di sedici anni, accompagnavo lei, che aveva uno sguardo già molto più ampio del mio, per istinto animale, lo stesso che mi portò là, a difendere lei e i suoi amici: ma erano, mi resi subito conto, migliaia.
Quelli che oggi hanno sedici anni, ne ho sentiti parecchi, non sanno niente di Genova ma conoscono i fatti raccontati da tutti i Media del mondo,  di poco meno due mesi dopo: l’11 settembre 2001. Ci venne consigliato di praticare il cammino della non violenza, noi che di violenze ce ne intendevamo avendo porto non una guancia ma tutto il corpo, senza nessuna arma a difesa. Si parlò di pace e di guerra, ci dicemmo che eravamo milioni e la guerra la potevamo fermare: fermarono noi.
Ci siamo trascinati per anni, dapprima sempre di più, poi sempre di meno, per strade e piazze d’ Italia e d’Europa , sapevamo che non era che l’inizio e la lotta doveva continuare, come potevamo scordare che “C’est n’est qu’un début, continuon le combat” di trent’anni prima? Oggi è cronaca giudiziaria, trascinamenti di carte e documenti seppelliti e poi emersi, testimonianze a faldoni, foto e registrazioni di quando i Media eravamo noi.
Siamo in pieno regime fascista, con i soliti noti e quelli che mai avremmo pensato essere noti nella collusione, in dittatura di mafia globale, prima fra tutte quella della comunicazione. Torna il senso di colpa, magari a quelli nati nella prima metà del secolo scorso, come a Levi, che scrisse Sommersi e
Salvati, dove la storia degli oppressi era quella a cui nessuno avrebbe creduto, le cui testimonianze delle violenze subite sarebbero andate distrutte. Non abbiamo ancora mai ragionato davvero sulla “banalità del male”, sulla sua affermazione nei secoli cambiando giacche spille e regimi, sul perchè ci siamo “salvati”: non sanno in troppi che fu un’inizio Genova e per questo dobbiamo cominciare davvero a lottare, fosse pure una resistenza infinita.

Doriana Goracci

Anche Milano si auto-scheda!

Pubblico in colpevole ritardo (ero a Roma e non ho verificato la posta…) la segnalazione di un’iniziativa che, dopo Roma, parte da Milano:

Questa sera, lunedì 14 luglio, dalle 18 alle 20, in piazza dei Mercanti a Milano, manifestazione dal titolo “Prendetevi le nostre impronte” contro la schedatura con tanto di impronte digitali di Rom e Sinti.
La manifestazione è organizzata dall’ARCI, insieme a ANED Milano, ANPI regionale Lombarda, e altre organizzazioni. Saranno raccolte le impronte digitali dei partecipanti che saranno spedite, insieme a quelle raccolte in analoghe manifestazioni in tutta Italia, al ministero dell’Interno.

Nel frattempo ho scoperto che anche Lecco si è mobilitata: leggete qui.

Approfitto dell’occasione per ricordare a chi è “in zona” l’iniziativa pavese in programma per

GIOVEDI’ 17 LUGLIO – CAMPO SINTI DI P.LE EUROPA

H.21: PROIEZIONE DEL DOCUMENTARIO “SIAMO TUTTI SULLO STESSO FIUME”, sulle comunità dei Sinti pavesi, realizzato da ARCI Pavia, Università di Pavia e Comune di Pavia

H.22: DIBATTITO PUBBLICO.

PARTECIPANO: Paolo Casagrande (Comunità Sinti P.le Europa), Erasmo Formica (Comunità Sinti via Bramante); Giorgio Bezzecchi e Maurizio Pagani (Opera Nomadi Lombardia), Luciano Muhlbauer (Rifondazione Comunista, Milano); Giovanni Vitrano (Ass. FuoriLuogo); Giovanni Giovannetti (Circolo Pasolini); Pablo Genova (Rifondazione Comunista, Pavia); Vito Savino (Arci Comitato Prov. Pavia)

MODERA: Andrea Membretti (Sociologo, Università di Pavia)

H. 23: MUSICA E BALLI ZIGANI

Sudan, incriminato Bashir

La Corte penale internazionale incrimina oggi il presidente Bashir

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L’accusa è stata presentata oggi. Il procuratore capo della Corte penale internazionale (Cpi), Luis Moreno-Ocampo, ha chiesto al collegio del tribunale dell’Aja di accogliere l’incriminazione formale ai danni del presidente sudanese Omar al-Bashir per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, in riferimento alla campagna di violenza, stupri e sfollamento forzato della popolazione del Darfur. I tre giudici della Cpi dovranno decidere entro tre settimane se emettere un mandato d’arresto. La situazione è carica di tensione e apprensione, poichè se da un lato la diplomazia e il mondo delle Ong salutano la decisione come ‘una vittoria della giustizia contro l’impunità’, dall’altro il Paese potrebbe precipitare in una situazione di violenza generalizzata, con ritorsioni e vendette mirate ai danni degli operatori internazionali, dei funzionari delle Nazioni Unite e dei 9mila peacekeepers di Onu e Unione Africana dispiegati in Darfur.
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Luis Moreno Ocampo
Responsabili. Ocampo ha riferito la settimana scorsa che presenterà oggi nuove prove contro Bashir sui crimini perpetrati in Darfur negli ultimi cinque anni, e chiederà l’incriminazione di uno o più individui. Il mese scorso, la Corte dell’Aja aveva giudicato responsabile di crimini contro l’umanità l’intero apparato statale, indicando in Ali Kuhayb, comandante delle milizie Janjaweed, e Ahmad Harun, attuale ministro per gli Affari umanitari, due dei maggiori responsabili delle atrocità commesse in Darfur, dove 300mila persone sono morte e 3 milioni hanno lasciato le loro case in seguito a una guerra che ha visto fronteggiarsi esercito sudanese e milizie arabe janjaweed armate del governo da una parte, e ribelli del Sudan Liberation Movement e del Justice and Equality Movement, oltre ad altri gruppi etnici, dall’altra.
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Omar al BashirRischio sicurezza. Proteste contro la decisione della Corte penale internazionale, che Khartoum non ha mai riconosciuto (più volte Ocampo è stato definito ‘criminale’ da Bashir) si sono verificate ieri in tutto il Paese, tuttavia senza eccessive tensioni. La televisione di Stato ha diffuso una dichiarazione nella quale si agitava lo spettro di ‘nuove violenze e spargimento di sangue’, nel caso le azioni della Cpi dovessero avere corso. Nei circoli diplomatici i timori sono molti, e reali. Il Consiglio di sicurezza dell’Unione Africana ha espresso la ‘ferma convinzione che la ricerca della giustizia dovrebbe essere perseguita in modo da non mettere a rischio gli sforzi per raggiungere una pace duratura’. Il riferimento corre all’uccisione di sette peacekeeper da parte di ‘bande armate’ la scorsa settimana.
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Campo profughi in DarfurBersagli facili. Per avere un’idea reale di quali conseguenze possa scatenare un mandato d’arresto per crimini di guerra contro Bashir, è forse opportuno riportare le parole dell’ex inviato Usa per il Darfur, Andrew S. Natsios, rappresentante diplomatico di un Paese notoriamente non conciliante nei confronti di Khartoum. “Senza un piano politico – scrive sul Social Science Research Council – il Sudan potrebbe seguire il destino della Somalia, del Ruanda pre-genocidio, o della Repubblica Democratica del Congo: una potenziale diffusione di atrocità e uno spargimento di sangue su vasta scala, in quanto il governo di Bashir farà di tutto per mantenere il potere saldamente nelle sue mani. Il mandato d’arresto potrebbe chiudere definitivamente le porte alle ultime speranze per una risoluzione pacifica della situazione”.
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La tensione rimarrà elevata fino alla decisione della Corte. Con il fiato sospeso attendono gli operatori umanitari delle varie Ong presenti nei campi profughi, i funzionari diplomatici e il personale tecnico delle ambasciate, ma soprattutto i peacekeeper della già fragile missione Ue-Ua, primo facile bersaglio dell’annunciata rappresaglia.
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Luca Galassi
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