Archivio | luglio 16, 2008

Berlusconi: giustizia da rivoltare «Voglio immunità parlamentare»

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Di Pietro: è il progetto della P2

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Berlusconi insiste: bisogna assolutamente riformare la giustizia e farlo in maniera radicale, dalle fondamenta. Davanti agli europarlamentari di Forza Italia il premier sarebbe stato categorico: sono determinatissimo, vado avanti, nessuno potrà fermarmi. Anche perchè la gente è con me.
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Il presidente del Consiglio, raccontano alcuni presenti, è deciso ad andare fino in fondo e avrebbe proposto di affidare a degli esperti, anche di partito, il compito di studiare il dossier giustizia.Una sorta di comitato di saggi, formato da professori di area liberal e giuristi. Il Cavaliere avrebbe fatto come esempio l’ex giudice della Corte Costituzionale Romano Vaccarella, nominato nell’aprile 2002 in quota Cdl.

Il premier, dunque, non sarebbe sceso nei dettagli, ma punterebbe a realizzare quel progetto di riforma presentato nel 2001 e fondato su alcuni capisaldi: l’immunità parlamentare; la riforma del Consiglio superiore della magistratura e dell’ordinamento giudiziario e le priorità dell’azione penale. Un progetto preparato da Giuseppe Gargani, allora responsabile giustizia di Fi e ora deputato europeo e tra i papabili esperti che potrebbero far parte del nuovo gruppo di lavoro sulla giustizia voluto dal premier.

Per il leader del Pdl, dunque, il tema della giustizia è certamente una delle priorità dell’azione di governo e la sua intenzione è quella di andare avanti sulla strada intrapresa.

Berlusconi, riferiscono alcuni partecipanti, si sarebbe di nuovo lamentato dell’accanimento giudiziario nei suoi confronti. Mi hanno processato tante di quelle volte, ma sono stato sempre assolto, Ora, però, si è oltrepassato il limite, si sarebbe sfogato Berlusconi facendo riferimento al nodo delle intercettazioni telefoniche e al caso Mills.

La Lega con Calderoli frena. «La priorità è la riforma federale, non la giustizia», facendo capire che anche Bossi la pensa allo stesso modo.

Il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro definisce la riforma prospettata da Berlusconi identica «al progetto della P2», «un progetto criminogeno, politicamente criminale». «Le proposte inconcrete di Berlusconi sono l’affondo finale di una P2 di ritorno. Dopo la delegittimazione e l’umiliazione del Parlamento e dopo aver zittito l’informazione il premier va all’attacco finale contro la magistratura indipendente togliendogli la possibilità di operare». Per Di Pietro non ci sono spazi di confronto con la maggioranza sul tema della Giustizia: «Dobbiamo reagire a questa P2 e ad una ipotesi di dittatura ormai alle porte. Non abbiamo bisogno delle riforme di Berlusconi, cioè di fermare la magistratura, ma di più risorse per la giustizia». All’indomani «delle indagini sulla nuova Tangentopoli, Berlusconi invoca l’immunità parlamentare, la criminalizzazione del Csm: questo era il progetto della P2, un progetto criminogeno e politicamente criminale».

Per il ministro ombra della Giustizia, Lanfranco Tenaglia, Silvio Berlusconi propone «una controriforma che rinnega la Costituzione e rischia solo di lasciare macerie». «Riformare la giustizia – sostiene l’esponente del Pd – è doveroso se si hanno come obiettivi ad esempio la certezza della pena, la riduzione della scandalosa durata dei processi con interventi di riforma sul processo penale e civile. Se invece si intende proseguire nella costituzione di una nuova casta di intoccabili o si vuole proseguire sulla strada dell’insensato scontro istituzionale intrapresa da governo e maggioranza, allora la nostra risposta non può che essere ancora una volta negativa». «Il tentativo del presidente del Consiglio di fare della giustizia il simbolo dei mali del paese per risolvere i suoi problemi personali e per distrarre gli italiani dalla crisi economica in atto – sostiene Tenaglia – è una operazione pericolosa. È una controriforma che rinnega la Costituzione e rischia solo di lasciare macerie».

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Pubblicato il: 16.07.08
Modificato il: 16.07.08 alle ore 20.52

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77211

BASTA PRECARIETA’!

Comitato promotore dei Referendum contro

la precarietà e per la democrazia sindacale

Ricevo… e pubblico:

Care/i tutte/i.

come sapete la proposta di effettuare i referendum contro la precarietà non è stata abbandonata ma vive da mesi una fase di attesa, dovuta principalmente alle elezioni anticipate. Continuiamo a credere che il Referendum sia uno dei pochi strumenti oggi a disposizione per far emergere il tema della precarietà in modo eclatante e tentare così la strada del massimo coinvolgimento dell’intero Paese.

Non abbiamo quindi assolutamente abbandonato il progetto, ed a settembre “torneremo alla carica” rispetto a forze politiche e sociali, per valutare la possibilità della vera e propria campagna per la raccolta delle firme.

firma l'appello

Vi volevo inoltre informare che le tre maggiori organizzazioni sindacali di base, SdL intercategoriale, Cub e Confederazione Cobas, hanno indetto uno sciopero generale per il prossimo 17 Ottobre a sostegno di una piattaforma consegnata al governo il 20 giugno scorso. Tra i vari temi della proposta unitaria c’è quello della precarietà e della abolizione del Pacchetto Treu e della legge 30.

Siete tutti invitati a visitare il sito:  http://www.scioperogenerale2008.org/ che contiene anche l’appello a sostegno dello sciopero che può essere sottoscritto direttamente sul sito.

un cordiale saluto

Vincenzo Siniscalchi

seg.naz. SdL lntercategoriale

Comitato promotore dei Referendum contro

la precarietà e per la democrazia sindacale

info@bastaprecarietàwww.bastaprecarieta.org


SCIOPERO GENERALE 17 ottobre 2008!

sciopero generale!

L’ANALISI: I giudici ciechi di Bolzaneto

di GIUSEPPE D’AVANZO

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I giudici ciechi di BolzanetoIl presidente del Tribunale di Genova, Renato Delucchi

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Non era la “punizione” degli imputati il cuore del processo per le violenze di Bolzaneto. Quel processo doveva dimostrare (e ha dimostrato in modo inequivocabile, a nostro avviso) che può nascere senza alcuna avvisaglia, anche in un territorio governato dalla democrazia, un luogo al di fuori delle regole del diritto penale e del diritto carcerario, un “campo” dove esseri umani – provvisoriamente custoditi, indipendentemente dalle loro condotte penali – possono essere spogliati della loro dignità; privati, per alcune ore o per alcuni giorni, dei loro diritti e delle loro prerogative. Nelle celle di Bolzaneto, tutti sono stati picchiati. Questo ha documentato il dibattimento. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. Tutti sono stati insultati: alle donne è stato gridato “entro stasera vi scoperemo tutte”. Agli uomini, “sei un gay o un comunista?”. Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini. C’è chi è stato picchiato con stracci bagnati. Chi sui genitali con un salame: G. ne ha ricavato un “trauma testicolare”. C’è chi è stato accecato dallo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi ha patito lo spappolamento della milza. A. D. arriva nello stanzone della caserma con una frattura al piede. Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano “di rompergli anche l’altro piede”.

C’è chi ha ricordato in udienza un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di “non picchiarlo sulla gamba buona”. I. M. T. ha raccontato che gli è stato messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello.

Ogni volta che provava a toglierselo, lo picchiavano. B. B. era in piedi. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: “Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?”. Percuotono S. D. “con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi”. A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: “Troia, devi fare pompini a tutti”. S. P. viene condotto in un’altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano.

J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e “a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania”. Queste sono le storie ascoltate, e non contraddette, nelle 180 udienze del processo. È legittimo che il tribunale abbia voluto attribuire a ciascuno di questi abusi una personale, e non collettiva, responsabilità penale. Meno comprensibile che non abbia voluto riconoscere – tranne che in un caso – l’inumanità degli abusi e delle violenze. Era questo il cuore del processo.

Alla sentenza di Genova si chiedeva soltanto di dire questo: anche da noi è possibile che l’ordinamento giuridico si dissolva e crei un vuoto in cui ai custodi non appare più un delitto commettere – contro i custoditi – atti crudeli, disumani, vessatori. È possibile perché è accaduto, a Genova, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 “fermati” e 252 arrestati.

È questo “stato delle cose” che il blando esito del giudizio non riconosce. È questa tragica probabilità che il tribunale rifiuta di vedere, ammettere, indicarci. Nessuno si attendeva pene “esemplari”, come si dice. Il reato di tortura in Italia non c’è, non esiste. Il parlamento non ha trovato mai il tempo – in venti anni – di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell’Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Agli imputati erano contestati soltanto reati minori: l’abuso di ufficio, l’abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell’indulto (nessuna detenzione, quindi). Si sapeva che, in capo a sei mesi (gennaio 2009), ogni colpa sarebbe stata cancellata dalla prescrizione.

Il processo doveva soltanto evitare che le violenze di Bolzaneto scivolassero via senza lasciare alcun segno visibile nel discorso pubblico.

Il vuoto legislativo che non prevede il reato di tortura poteva infatti consentire a tutti – governo, parlamento, burocrazie della sicurezza, senso comune – di archiviare il caso come un imponderabile “episodio” (lo ripetono colpevolmente oggi gli uomini della maggioranza). Un giudizio coerente con i fatti poteva al contrario ricordare che la tortura non è cosa “degli altri”. Il processo doveva evitare che quel “buco” permettesse di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che – per tre giorni – ci è già appartenuta.

I pubblici ministeri sono stati consapevoli dell’autentica posta del processo fin dal primo momento. “Bolzaneto è un “segnale di attenzione””, hanno detto. È “un accadimento che insegna come momenti di buio si possono verificare anche negli ordinamenti democratici, con la compromissione dei diritti fondamentali dell’uomo per una perdurante e sistematica violenza fisica e verbale da parte di chi esercita il potere”.

I magistrati hanno chiesto, con una sentenza di condanna, soprattutto l’ascolto di chi ha il dovere di custodire gli equilibri della nostra democrazia, l’attenzione di chi ostinatamente rifiuta di ammettere che, creato un vuoto di regole e una condicio inhumana, “tutto è possibile”. Bolzaneto, hanno sostenuto, insegna che “bisogna utilizzare tutti gli strumenti che l’ordinamento democratico consente perché fatti di così grave portata non si verifichino e comunque non abbiano più a ripetersi”. È questa responsabile invocazione che una cattiva sentenza ha bocciato.

Il pubblico ministero, con misura e rispetto, diceva alla politica, al parlamento, alle più alte cariche dello Stato, alla cittadinanza consapevole: attenzione, gli strumenti offerti alla giustizia per punire questi comportamenti non sono adeguati. Non esiste una norma che custodisca espressamente come titolo autonomo di reato “gli atti di tortura”, “i comportamenti crudeli, disumani, degradanti”. E comunque, il pericolo non può essere affrontato dalla sola macchina giudiziaria: quando si muove, è già troppo tardi. La violenza già c’è stata. I diritti fondamentali sono stati già schiacciati. La democrazia ha già perso la partita. I segnali di un incrudelimento delle pratiche nelle caserme, nelle questure, nelle carceri, nei campi di immigrati – dove i corpi vengono rinchiusi – dovrebbero essere percepiti, decifrati e risolti prima che si apra una ferita che non sarà una sentenza di condanna a rimarginare, anche se quella sentenza fosse effettiva (come non era per gli imputati di Bolzaneto).

L’invito del pubblico ministero e una sentenza più coerente avrebbero potuto e dovuto indurre tutti – e soprattutto le istituzioni – a guardarsi da ogni minima tentazione d’indulgenza; da ogni volontà di creare luoghi d’eccezione che lasciano cadere l’ordinamento giuridico normale; da ogni relativizzazione dell’orrore documentato dal processo. Al contrario, la decisione del tribunale ridà fiato finanche a Roberto Castelli, ministro di giustizia dell’epoca: in visita nel cuore della notte alla caserma, bevve la storiella che i detenuti erano nella “posizione del cigno” contro un muro (gambe divaricate, braccia alzate) per evitare che gli uomini molestassero le donne.

“Bolzaneto” è una sentenza pessima, quali saranno le motivazioni che la sostengono. È soprattutto una sentenza imprudente e, forse, pericolosa. Nel 2001 scoprimmo, con stupore e sorpresa, come in nome della “sicurezza”, dell'”ordine pubblico”, del “pericolo concreto e imminente”, della “sicurezza dello Stato” si potesse configurare un’inattesa zona d’indistinzione tra violenza e diritto, con gli indiscriminati pestaggi dei manifestanti nelle vie di Genova, il massacro alla scuola Diaz, le torture della Bixio.

Oggi, 2008, quelle formule hanno inaugurato un “diritto di polizia” che prevede – anche per i bambini – lo screening etnico, la nascita di “campi di identificazione” che spogliano di ogni statuto politico i suoi abitanti. Quel che si è intuito potesse incubare a Bolzaneto, è diventato oggi la politica per la sicurezza nazionale. La decisione di Genova ci dice che la giustizia si dichiara impotente a fare i conti con quel paradigma del moderno che è il “campo”. Avverte che in questi luoghi “fuori della legge”, dove le regole sono sospese come l’umanità, ci si potrà affidare soltanto alla civiltà e al senso civico delle polizie e non al diritto. Non è una buona cosa. Non è una bella pagina per la giustizia italiana.
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16 luglio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/cronaca/g8-genova-3/giudici-ciechi/giudici-ciechi.html

I manganelli del Duce scatenano le polemiche

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16 luglio 2008

Silvia Andretto

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Finale Ligure (Sv) – Motti e icone inneggianti il fascismo riportati su magliette, portaceneri, ma anche su tazzine da caffè e perfino su manganelli in legno su cui campeggiano frasi del tipo “dux mea lux”, “boia chi molla”, “dux Mussolini”.

Tutti oggetti a quanto pare gettonatissimi fra i ragazzi e venduti nella tabaccheria di Franco Poggi, situata sotto gli archi di piazza Vittorio Emanuele, accanto allo storico Caffè Caviglia. Ma la vicenda rischia di diventare un caso estivo, politico e di costume. Politico per le reazioni sdegnate che stanno venendo fuori, di costume perché ora si scopre che fra i giovanissimi certi simboli di un passato da dimenticare sono invece richiestissimi.

Nel negozio non si trovano solo i giochi da spiaggia, i souvenir, le cartoline o gli oggetti di cosmesi. Ma interi espositori, interni ed esterni al negozio, sono pieni di magliette ed uno di questi è traboccante degli oggetti più disparati e in continuo riassortimento, dove c’è una vasta scelta di articoli con l’icona di Mussolini, ma anche di Che Guevara. Insomma non si può dire che non sia rispettata la par condicio.

Ma quello che più sorprende è che, ad avere la predilezione soprattutto dei giovani, ma anche degli anziani, finalesi e turisti, resta il Duce. Su 220 oggetti venduti, 200 riportano l’icona del Duce e il 90 per cento degli acquirenti sono giovani.

Sarebbero anche i giovanissimi, a partire dall’età delle scuole medie inferiori, ad essere molto attratti da questo tipo di oggettistica, in particolare dagli accendini della stessa serie che sono andati letteralmente a ruba.

Naturalmente non possono essere venduti ai minorenni e Poggi se ne guarda bene, i manganelli che invece sono ricercatissimi da giovani, ma anche da anziani.

Addirittura quando arrivano le scolaresche in gita a Finale Ligure, questi gadget diventano l’oggetto del desiderio e molti di loro escono dal negozio, invece che con la cartolina di Finale o con i souvenir del mare, con magliette o oggetti riportanti motti e icone in cui identificano un certo periodo della storia italiana o personaggi di una certa idea, sicuramente lontana da quella democratica, in cui dovrebbero essere cresciuti.

Ma sono molti anche i finalesi che trovano di cattivo gusto questo tipo di vendita e che hanno segnalato il fatto, presentando più di un esposto ai carabinieri e alla polizia municipale, per denunciare la messa in commercio di oggetti che, peraltro, non possono essere considerati reato, a meno che non vengano ritrovati nel contesto di un reato stesso. Cosa mai accaduta finora.

Ma c’è anche chi, per paura di dover subire conseguenze, ha voluto segnalare la situazione rimanendo però nell’anonimato.

Franco De Sciora, consigliere comunale di minoranza e Domenico Maglio dell’Anpi finalese parlano di un segnale preoccupante che rappresenta anche un’offesa per quei cittadini che il fascismo l’hanno subito e delle cui atrocità portano i segni.

«Si potrebbero forse tollerare le magliette – dice De Sciora – ma i manganelli sono davvero esagerati». Ha aggiunto Maglio: «Condanno tutto questo».

Il sindaco di Finale, Flaminio Richeri, non si sbilancia e si limita a dire: «Anche se non comprerei mai oggetti del genere, ritengo ci sia libertà di commercio e quindi noi non possiamo in alcun modo entrare nel merito della questione».

Eppure non sono poche le persone che, entrando in tabaccheria, chiedono spiegazioni al commerciante sulla messa in vendita di questa merce.

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fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/savona/2008/07/16/1101630995189-i-manganelli-duce-scatenano-polemiche.shtml

Impronte digitali per tutti dal 2010

tutte le novità della manovra, dalla robin tax ai ticket

Saranno obbligatorie sulle carte d’identità. I deputati del Pd: questa modifica «disinnesca la questione Rom»

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ROMA – Impronte digitali per tutti dal primo gennaio 2010. È quanto prevede un emendamento al decreto legge sulla manovra che ha ottenuto il sì bipartisan nelle commissioni Bilancio e Finanze della Camera. Si tratta di una modifica all’articolo che raddoppia la validità della carta d’identità. Primi firmatari: Marco Marisilio, Fabio Rampelli e Massimo Enrico Corsaro (Pdl). «La carta di identità ha durata dieci anni e deve essere munita della fotografia e delle impronte digitali – si legge – della persona a cui si riferisce». Plauso dei deputati del Pd che spiegano come questa modifica «disinnesca la questione Rom. Ora le impronte – dice Antonio Misiani – saranno prese a tutti». Anche se in realtà, spiega Giulio Calvisi, esiste una direttiva comunitaria che porterà prima o poi tutti i Paesi Ue a introdurre questa novità. Si tratta soprattutto di «una vittoria simbolica significativa», insistono i deputati del Pd. Lo spazio per le impronte è già previsto sulle attuali carte d’identità.

ITER – Quella delle impronte digitali è una delle novità introdotte al dl sulla manovra, che ha concluso il suo iter dopo una maratona di oltre 10 ore nelle commissioni di Montecitorio. A quanto si apprende, il provvedimento – che era all’ordine del giorno dell’assemblea per mercoledì pomeriggio – potrebbe essere inserito in calendario per giovedì, ma non sono esclusi ulteriori rinvii, anche tenendo conto della concreta possibilità che il governo ricorra alla fiducia. A definire il nuovo calendario sarà una conferenza dei capigruppo. Il rinvio sarebbe legato all’impossibilità di predisporre un testo coordinato con tutte le modifiche.

Queste le principali novità del provvedimento:

ROBIN TAX
: la cosiddetta “Robin Hood Tax” viene modificata. Resta l’addizionale Ires del 5,5% per le società del settore petrolifero e dell’energia elettrica, ma sono soppresse l’ulteriore aliquota di produzione (royalty) a carico delle compagnie che estraggono idrocarburi e l’attribuzione allo Stato di una quota in barili pari all’1% della produzione annua. Inoltre, il Fondo per i meno abbienti sarà alimentato dalle banche e non dai petrolieri, mentre la “social card” collegata sarà concessa solo ai residenti di cittadinanza italiana.

SERVIZI PUBBLICI LOCALI: arriva l’attesa riforma del settore. La gestione dei servizi locali dovrà essere conferita in via ordinaria a imprenditori o società individuati attraverso procedure competitive a evidenza pubblica. Tuttavia, nelle situazioni in cui non è opportuno ricorrere al mercato, l’affidamento diretto può avvenire a società a capitale interamente pubblico o a società a partecipazione mista pubblica e privata, anche quotate in Borsa, partecipate dall’ente locale.

VIA TICKET IN 2009: via libera alla cancellazione per il 2009 del ticket sanitario da 10 euro sulla diagnostica e la specialistica. Mancano, però, nell’emendamento del governo i 400 milioni di euro che lo stesso esecutivo ha garantito alle Regioni per metà della copertura dell’abolizione.

SICUREZZA: per la sicurezza il governo stanzia 300 milioni nel 2009. Del totale, 100 milioni verranno destinati al potenziamento della sicurezza urbana e la tutela dell’ordine pubblico.

AUTHORITY ENERGIA: è stato prima approvato, ma poi soppresso, un emendamento della Lega che azzerava i vertici dell’Autorità per l’Energia elettrica e il gas, salvo possibilità di essere rinominati. La norma confluirà nel Ddl che compone la manovra economica.

PIANO CASA: il piano del governo per affrontare l’emergenza abitativa sarà esteso anche agli immigrati regolari a basso reddito, che però dovranno avere la residenza in Italia da 10 anni, e da 5 nella Regione. Il progetto prevede nuove case per famiglie a basso reddito, giovani coppie, anziani in condizioni svantaggiate, studenti fuori sede e persone sottoposte a procedure esecutive di rilascio.

FINMECCANICA: in caso di aumenti di capitale da parte di Finmeccanica la quota percentuale detenuta dalla Stato non potrà andare sotto il 30%.

5 PER MILLE:
la misura viene rinnovata nel 2009 e leggermente modificata: dall’anno prossimo, oltre al volontariato, la ricerca e il sociale, il 5 per mille dell’Irpef potrà essere destinato anche al sostegno delle associazioni sportive dilettantistiche. Per il 2008 è prevista un’integrazione di 20 milioni. Complessivamente le risorse salgono a 400 milioni.

AUTOTRASPORTO: molte le novità nel settore. In particolare, vengono stanziati 116 milioni di euro spalmati sul 2008 (106,5 milioni)e il 2009 (9,5 milioni) a favore del Fondo per il proseguimento degli interventi. Inoltre, l’Osservatorio sulle attività di autotrasporto dovrà determinare mensilmente il costo medio del carburante per km di percorrenza.

TAGLIO STIPENDI SINDACI: viene eliminato il taglio del 20% ai compensi dei sindaci e dei consiglieri dei comuni virtuosi, ma per i “non virtuosi” la riduzione sale al 30%. Via libera anche a un taglio di 90 milioni di euro per il triennio 2009-2011 (30 milioni per ciascun anno) per le comunità montane.

TAGLIO 20% STIPENDI DIRIGENTI USL: arriva una riduzione del 20% agli stipendi de dirigenti sanitari.

TAGLIO APPARATI PUBBLICI: scatta una riduzione degli oneri degli organismi politici e degli apparati amministrativi regionali (soprattutto tagli a compensi, indennità e al numero dei componenti degli organi rappresentativi), e la soppressione di enti inutili, la fusione delle società partecipate, il ridimensionamento delle strutture organizzative.

STRETTA CONSULENZE: arriva un taglio del 50% sulle spese per convegni, consulenze, pubblicità e spese di rappresentanza.

PATTO STABILITA’ INTERNO:
le regole per il triennio 2009-2011 confermano in larga parte la disciplina del Patto di stabilità prevista per quest’anno, sia per la sfera di applicazione (comuni e province con più di 5mila abitanti) sia per il vincolo considerato.

BENZINAI: sì alla liberalizzazione della rete di distribuzione dei carburanti che prevede meno vincoli per installare una nuova stazione di servizio.

500 MILIONI A ROMA CAPITALE: misure urgenti per il comune di Roma, tra cui un prestito straordinario di 500 milioni per sostenere il risanamento dei conti comunali. Il sindaco Gianni Alemanno sarà il commissario straordinario del governo per gestire la situazione d’emergenza.

STOP ASSUNZIONI ENTI LOCALI: in attesa di un Dpcm che stabilisca i criteri di virtuosità di regioni ed enti locali, sono sospese le assunzioni da parte degli enti locali non sottoposti al patto di stabilità interno. Fanno eccezione i comuni con meno di 10 dipendenti a tempo pieno.

FONDO UNICO REGIONALE:
viene istituito il Fondo unico regionale, in cui saranno raccolti tutti i trasferimenti dello Stato alle Regioni, per agevolare la successiva trasformazione dei trasferimenti in compartecipazioni o quote di tributi erariali. Il Fondo sarà istituito al ministero dell’Economia e sarà operativo dal 2010.

BANCA SUD: viene istituita la Banca del Mezzogiorno.

NUCLEARE: l’articolo sul nucleare è stato in parte accantonato, approvando soltanto un emendamento che prevede un impegno sulla ricerca sul nucleare di quarta generazione.
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16 luglio 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_luglio_16/impronte_digitali_carta_identita_d8c64f32-52fd-11dd-a364-00144f02aabc.shtml

Il re saudita: “Il petrolio è troppo caro fermiamo gli speculatori”

Intervista di Repubblica al re saudita Abdullah, leader del Paese che produce la maggiore quantità di greggio al mondo: “Siamo contrariati per questi prezzi”

Il monarca propone un vertice produttori-consumatori da tenersi a Gedda
Un monito all’Iran perché non cerchi egemonie sull’Iraq

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dai nostri inviati ALIX VAN BUREN e ANDREA BONANNI

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"Il petrolio è troppo caro fermiamo gli speculatori"Il re saudita Abdullah con Juan Carlos di Borbone

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BUSKURA (CASABLANCA) – “Ascoltatemi bene, io vi parlo sia a titolo personale sia a nome del Regno dell’Arabia Saudita. Quando il prezzo del greggio ha sfiorato i 100 dollari al barile, eravamo già contrariati. Figuratevi adesso, che si parla di 200 dollari”.

Accomodato su una poltrona di sete azzurre e dorate, chi parla non è uno dei tanti leader occidentali con il petrolio alla gola, ma Sua Maestà Abdullah Bin Abdul Aziz Al-Saud, Custode delle Due Sante Moschee e re dell’Arabia Saudita, primo Paese esportatore di petrolio al mondo. Il suo trono poggia su un quarto delle riserve mondiali di greggio; dispone dei due terzi di tutta la capacità aggiuntiva esistente sul pianeta: è il forziere energetico del mondo industriale.

Re Abdullah ha ricevuto
la Repubblica nella sua “fattoria” di Buskura, alle porte di Casablanca dove ha trascorso un periodo di riposo, ospite del sovrano marocchino Mohammed VI. A lui l’affratellano la discendenza diretta dal Profeta Maometto, e la sintonia sui grandi temi del momento: la lotta contro il terrorismo, la promozione dell’Islam moderato, lo sviluppo economico e la ricerca della stabilità. Oggi Abdullah sarà a Madrid per la Conferenza sul dialogo fra i credenti delle diverse religioni e culture che egli stesso ha patrocinato.

A 83 anni, il monarca saudita passa, nel suo Paese, per un progressista. In questa intervista, una delle rare concesse alla stampa occidentale, oltre ad affrontare l’emergenza-petrolio, re Abdullah lancia anche un monito all’Iran, perché non approfitti di un futuro disimpegno americano a Bagdad. Ed esprime il proprio scetticismo sulle recenti dichiarazioni di apertura al negoziato di pace da parte di Israele.

Maestà, se il re saudita si inquieta per il caro-petrolio, qualcosa non quadra. Si direbbe che voi abbiate tutto da guadagnare col greggio che vola verso i 200 dollari al barile. Lei invece sta dicendo che l’Arabia vuole moderarne il prezzo?

“Certo, che è così: noi non volevamo e non vogliamo che il prezzo salga tanto in alto. Non è nel nostro interesse perché non è nell’interesse del resto del mondo. Il nostro interesse e quello mondiale sono strettamente legati”.

E allora perché il petrolio è alle stelle?
“Perché il petrolio è diventato una commodity, quasi al pari di una valuta. Qui entra in campo l’avidità speculativa di certi personaggi, di certe imprese. Questi hanno sfruttato il rialzo nelle quotazioni del greggio per accumulare ricchezze, per avvantaggiarsene personalmente. Non si curano affatto dei danni inflitti all’umanità”.

Che cosa si può fare per arrestare la spirale?
“La stabilità del mercato petrolifero mondiale è un obiettivo condiviso sia dai produttori sia dai consumatori. E ci battiamo per raggiungerlo. Però, malgrado noi abbiamo aumentato assieme ad altri Paesi dell’Opec la capacità di produzione, il mercato non ha risposto in maniera positiva. Come vedete, questo dimostra quanto influisca sui prezzi l’effetto di altri fattori che sfuggono alla semplice equazione di base della domanda e dell’offerta. In particolare la speculazione, come ho già detto. Ma anche l’imposizione di tasse addizionali all’importazione in alcuni Paesi consumatori”.

Vuol dire che il caro-petrolio è colpa dei consumatori?

"Il petrolio è troppo caro fermiamo gli speculatori"Un momento dell’intervista con la nostra Alix Van Buren

“Partendo da questa analisi, l’Arabia Saudita ha indetto un vertice straordinario tra Paesi produttori e consumatori a Gedda. A nostro avviso, si deve rafforzare la collaborazione tra le due parti per affrontare la situazione complessiva del mercato: questa è la garanzia necessaria per stabilizzare il prezzo del petrolio, ed è un obiettivo comune. Faccio un esempio. Abbiamo seguito da vicino i lavori del G8; tra le raccomandazioni c’è quella di aprire un dialogo tra produttori e consumatori. Ebbene io vorrei ricordare che noi abbiamo già creato il World Energy Forum per facilitare il dialogo, e il segretariato generale è a Riad. Insomma vorremmo che il G8 appoggiasse i programmi già esistenti, anziché duplicare gli sforzi per progetti analoghi”.

Sulla febbre dei mercati pesa anche l’incognita di un attacco militare contro l’Iran. Che conseguenze avrebbe un conflitto Israele-Iran?
“Chi agita simili minacce, deve assumersene l’intera responsabilità. Le affermazioni fatte da certi Paesi sono la responsabilità di quegli stessi Paesi. Detto questo, finché proseguono gli sforzi diplomatici, non credo via sia spazio per discutere di altre opzioni”.

Come trattare con l’Iran? Teheran ha il diritto di dotarsi di un programma nucleare?
“Se parliamo del dossier nucleare, noi chiediamo di abbandonare il linguaggio della tensione e dell’escalation, e di adottare una soluzione diplomatica. Quanto poi alla proliferazione nucleare, questa non favorisce né la sicurezza né la stabilità della regione. Mi auguro che tutti i Paesi dell’area si adeguino alla politica del Consiglio di cooperazione del Golfo (di cui fa parte anche l’Iran, n. d. r.) e della Lega araba, il che significa liberare l’intero Medio Oriente e il Golfo dalle armi di distruzione di massa e nucleari”.

L’Iran ha ambizioni egemoniche sulla regione e in particolare sull’Iraq. Non teme che un eventuale ritiro della forze americane da Bagdad possa trasformare il Paese in un bastione iraniano?
“L’Iraq ha un bisogno estremo di liberarsi dalle interferenze esterne, di qualsiasi provenienza esse siano. Soltanto così potrà ottenere la sicurezza, la stabilità e la prosperità, e riuscirà a preservare la propria unità, sovranità e integrità territoriale. In Cha Allah, il popolo iracheno potrà ottenere questi risultati guidato da una seria e sincera volontà nazionale, salvaguardando l’ideale di un solo Paese per tutti iracheni, a prescindere dalle etnie e le affiliazioni politiche o religiose”.

Ma se l’Iran dovesse prevalere?

“Tutto è possibile. Se io lo temo? No, non abbiamo paura di nulla e di nessuno. Una cosa però è certa: se l’Iran dovesse interferire in Iraq, nel tentativo di dominarlo, questo non servirebbe gli interessi di nessuno. Tantomeno dell’Iran. Infatti se ciò accadesse, si solleverebbe una nuova ondata di resistenza popolare in Iraq, stavolta contro l’Iran. E si creerebbe ulteriore instabilità nella regione”.

Sua Maestà, lei è autore del piano di pace comprensivo fra il mondo arabo e Israele: il suo è l’unico progetto rimasto sul tavolo, a eccezione dei negoziati di Annapolis. Quali erano le sue intenzioni iniziali? E sessant’anni dopo la creazione dello Stato di Israele c’è speranza che possiate finalmente vivere in pace?
“Il mio piano voleva e vuole ancora esprimere la seria e sincera volontà del mondo arabo di arrivare a una pace equa, duratura e complessiva della crisi mediorientale, in base al diritto internazionale. Quell’iniziativa è uno dei fondamenti di pace essenziali, riconfermata al summit arabo di Riad. Ci sono poi altre proposte internazionali. Ma tutti questi sforzi continuano a scontrarsi con una politica del rifiuto da parte di Israele”.

Vale a dire?
“Israele continua a impossessarsi di terre palestinesi, a costruire nuovi insediamenti e ad ampliare quelli esistenti. Impone ai palestinesi ogni genere di ingiuste restrizioni, compreso l’assedio, sfidando il diritto internazionale e i principi morali. E più gli arabi e il mondo compiono passi verso la pace, più Israele si lancia in atti di aggressione e di violenza verso i palestinesi”.

Eppure a Parigi il premier israeliano Olmert ha detto che, mai come adesso, la pace è vicina. Lei non gli crede?
“Questo gli israeliani lo dicono da sempre, però quel che conta sono i fatti sul terreno. E alle loro parole non seguono mai azioni concrete. Perciò è assolutamente urgente che la comunità internazionale, oggi più che in passato, s’impegni, se vogliamo che la più lunga crisi della storia moderna possa trovare soluzione”.

Lei, Sua Maestà, non lo dice, ma tralascia di accennare al ruolo del mediatore americano. Il suo regno è un tradizionale alleato degli Stati Uniti. Si ha l’impressione che la luna di miele sia finita?
“Le nostre amicizie si basano soltanto sulla difesa dei diritti e degli interessi della regione e dei suoi popoli, e su null’altro”.

I suoi viaggi storici a Pechino e a Mosca sono segno di un mutamento negli equilibri del potere mondiale?

“A mio avviso, la crisi in cui versa la regione è a tal punto grave da richiedere ogni sforzo e ogni sostegno internazionale, che sia americano, russo, europeo, islamico o arabo. Noi non esiteremo a sostenere qualsiasi tentativo di soluzione, purché sia serio e sincero, e ottenga sicurezza, stabilità e prosperità per la regione garantendo i legittimi interessi dei popoli che la abitano”.

Lei è impegnato anche sul fronte della lotta al terrorismo. Con quali risultati? Ritiene di essere riuscito a ripulire il paese da al-Qaeda?
“Chi ha osservato l’impegno del Regno nel combattere la piaga del terrorismo, sa che sono stati raggiunti risultati significativi negli ultimi anni. Questo è stato possibile grazie all’aiuto di Dio, al coraggio dei nostri servizi di sicurezza e al fronte unito che il popolo saudita ha formato contro il terrorismo. Il terrorismo ci è estraneo: è estraneo alla nostra religione, alla nostra società, alla nostra cultura. Ma non basta ricorrere all’azione di polizia. Abbiamo affrontato il problema dei finanziamenti, delle sue radici intellettuali attraverso un programma integrato per contrastarne le deviazioni ideologiche. Continueremo fino al giorno in cui il fenomeno sarà completamente eliminato, finché le sue fonti saranno prosciugate così come le idee devianti che lo alimentano”.

Lei ha criticato il mondo perché non fa abbastanza?
“La comunità internazionale potrebbe fare meglio e di più, anche per restringere il cerchio attorno alle reti terroristiche dovunque esse siano. Noi abbiamo convocato a Riad una conferenza internazionale per la lotta al terrorismo, abbiamo invitato la comunità mondiale a creare un centro apposito internazionale per scambiarci informazioni con rapidità, prevedere ed evitare in tempo gli attacchi. Eppure, nonostante i pareri favorevoli, quel Centro non ha ancora visto il giorno. Noi dobbiamo privare il terrorismo di qualsiasi santuario da cui possano minacciare il resto del mondo”.

C’è un’altra emergenza mondiale ed è quella del cibo, la salita dei prezzi non conosce più freni. L’Arabia Saudita sta comprando terreni fertili in altri Paesi per garantirsi la sicurezza alimentare?

“Non basta acquistare o affittare terreni. Questa crisi dovrebbe essere in cima alle priorità mondiali, bisogna raddoppiare gli sforzi perché riguarda l’intera umanità. Noi nel Regno ci siamo mossi su tre fronti. Primo: stanziando 500 milioni di dollari in favore del programma alimentare delle Nazioni Unite, per fronteggiare l’innalzamento mondiale dei prezzi del carburante e delle derrate alimentari. Secondo: lanciando investimenti agricoli tesi a migliorare e ad aumentare la produzione agricola in Paesi dotati di terreni fertili e carenti sotto il profilo economico. Noi abbiamo una notevole esperienza nella tecnologia legata all’agricoltura, e i capitali per investire in questo settore. Trasferiamo tecnologie, sviluppiamo imprese agricole per contribuire ad aumentare i raccolti e fornire cibo all’umanità. Il terzo approccio è quello di appoggiare tutti gli sforzi internazionali tesi a risolvere la crisi alimentare”.

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16 luglio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/esteri/intervista-abdullah/intervista-abdullah/intervista-abdullah.html

Lavorare a Pavia… ma non solo

Pubblichiamo in anteprima il comunicato della Federazione Provinciale di Pavia del PdCI:

Il tema della sicurezza sul lavoro deve essere posto al centro dell’attenzione e dell’azione politica e amministrativa anche dagli enti locali, ognuno per le proprie competenze, visto che si verificano quotidianamente nuovi incidenti ed infortuni, in particolare quelli mortali che in Italia hanno raggiunto livelli insostenibili: in media, muoiono quattro lavoratori al giorno ogni anno.

Nel Medioevo, per chi fosse inseguito dall’equivalente di un mandato d’arresto dell’epoca, le chiese erano un porto sicuro, che li metteva in salvo dalle pretese degli sgherri al loro inseguimento. Più in generale, lungo tutto il corso della storia le chiese sono state i luoghi di rifugio per eccellenza di persone e di intere comunità minacciate da guerre, pestilenze, persecuzioni e altri flagelli.

Ma oggi, per i nuovi schiavi del terzo millennio, anche una chiesa può perdere il suo tradizionale ruolo di riparo dai mali del mondo e al contrario divenire il teatro di un dramma inaccettabile.

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immagine dal

sito del comune di pavia

Abdul Aziz Mohamed è caduto da un ponteggio in santa Maria del Carmine, in un placido giorno d’estate. Ora, mentre lotta per sopravvivere in un letto d’ospedale, i primi accertamenti sembrano brancolare nel tentativo di  ricostruire le ragioni e le dinamiche a monte di questo spaventoso incidente, di chiarire i perché, di individuare le responsabilità dell’accaduto. Ma vogliamo avere fiducia, perché vogliamo credere di vivere ancora in un Paese dove la civiltà e la giustizia non sono morte e sepolte insieme alle migliaia di vittime del lavoro di cui ogni giorno ci tocca leggere sui giornali. Vogliamo credere che tutto verrà alla luce, che ci racconteranno com’è stato possibile che nella nostra città, pronta a sentirsi rifiorire di prosperità e modernità all’ombra dell’Expo 2015, un ragazzo come tanti possa scivolare da un ponteggio, mentre lavora – probabilmente privo di ogni tutela e garanzia – all’interno di uno dei monumenti più prestigiosi di Pavia.

Vogliamo credere, soprattutto, che se qualcuno ha sbagliato – perché dietro a questi drammi non c’è quasi mai il caso, ma spesso gravi forme di incuria o di superficialità – venga individuato e chiamato a rispondere delle sue responsabilità.

Verrà forse un giorno in cui non soltanto le chiese, ma ogni fabbrica, ogni cantiere, ogni luogo di lavoro saranno “porti sicuri” in cui l’operosità si coniugherà con la sicurezza e la serenità. Ma questo non potrà mai accadere se questi incidenti, esaurita la commozione del primo giorno, verranno dimenticati, se resterà una cortina di fumo sull’esatta dinamica degli eventi, sulle concatenazioni cause-effetti che li hanno partoriti, e se tutti coloro che peccano di negligenza nella gestione della sicurezza potranno continuare a farlo impunemente.

Il PdCI esprime la ferma volontà di evitare che vi siano ulteriori ritardi o comunque rallentamenti nell’affrontare con forza tutte le questioni inerenti la lotta agli infortuni e alle malattie professionali in tutti i luoghi di lavoro a cominciare dagli adempimenti previsti dalle nuove norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.

Federazione provinciale PdCI Pavia

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Notizia-trafiletto da laprovinciadivarese.it:

E in prognosi riservata è anche un operaio egiziano, Mohamed Abdul Aziz, 26 anni, in forza alla ditta Mac Ponteggi di Marnate. È rimasto coinvolto in un incidente sul lavoro avvenuto in mattinata all’interno della chiesa del Carmine di Pavia. Sull’episodio è stata aperta un’inchiesta da parte della Procura di Pavia, che deve chiarire quale tipo di contratto legasse l’immigrato alla ditta di Marnate e soprattutto se fosse in regola con il permesso di soggiorno. L’uomo non aveva alcun documento con sé.

lunedì, 14 luglio 2008