Archivio | luglio 17, 2008

Haiti Chérie, il film-shock italiano che commuove la Francia

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di Laura Putti

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Parigi – C’è un piccolo film italiano che da più di un mese resiste in due sale parigine ed in una quindicina in tutta la Francia. E’, come “La classe” e come “Gomorra”, un film al confine tra la finzione ed il documentario, e non ha attori professionisti. Una storia di sconvolgente crudezza.

Proprio come i due film premiati a Cannes, fa parte di quel cinema militante, di denuncia, molto apprezzato in Francia. Si intitola Haiti Chérie (titolo di una canzone di Toto Bissainthe, voce simbolo del popolo haitiano, morta nel ’94) è diretto da Claudio Del Punta, prodotto da sua sorella Giuliana – indipendente e coraggiosa produttrice anche di “Il mio viaggio in Italia” di Martin Scorsese – e ha riempito le pagine dei più importanti giornali francesi. Tanto che, grazie al film di Del Punta, Amnesty International è riuscita a riportare l’attenzione sulle violazioni dei diritti umani nella Repubblica Dominicana.

Perché Haiti Chérie parla dello schiavismo di oggi praticato in un paradiso tropicale frequentatissimo non solo da americani, ma anche da europei, in prevalenza italiani, A Santo Domingo esistono circa quattrocento “batey”, villaggi costruiti in mezzo alle piantagioni di canna da zucchero, nei quali i diritti umani non esistono, ed i lavoratori – tutti provenienti da Haiti, quindi dalla stessa isola, grazie ad un’autarchica e discriminatoria politica di immigrazione – vivono come schiavi, senza servizio sanitario, senza acqua corrente e senza istruzione per i loro bambini.

Autore di documentari televisivi (e nel 2000 anche di un film “Femminile singolare”), Del Punta non è nuovo ad argomenti che trattano emigrazione e disparità sociali.

“Mi sento ancora influenzato dal neorealismo” dice il regista “volevo girare un film “utile”. Mi è capitato tra le mani un giornale in cui un missionario raccontava di come, nelle piantagioni di canna da zucchero a Santo Domingo, ai lavoratori provenienti da Haiti veniva negato ogni diritto. Ho cercato finanziamenti, ma ho anche messo molto del mio per poter rimanere totalmente libero. Poi, senza autorizzazioni e con una troupe di poche persone, sono arrivato a Santo Domingo”.

Lì Del Punta ha trovato i suoi attori: Yeraini Cuevas e Valentin Valdez. Lei sedicenne e studentessa, lui ventunenne ed ex tagliatore di canna da zucchero. Nel film sono Magdaleine e Jean-Baptiste, moglie e marito, che vivono in un “batey”. La morte per fame del loro bambino li convince che la cosa più giusta da fare sarebbe tornare ad Haiti. Il paese più povero del mondo è la loro patria e sarà sempre meglio del lavoro durissimo e sottopagato, della crudeltà dei guardiani della piantagione (i quali, non solo non permettono ai due ragazzi di seppellire il loro bambino, ma cercano anche di violentare Magdaleine), della negazione di ogni diritto. Haiti Chérie mostra tutto questo. Non è finzione. E’ la vita di ogni giorno in un “batey” dominicano.

“All’inizio, con la scusa di fare un documentario sulla canna da zucchero, sono riuscito a girare in un “batey” enorme di proprietà della famiglia Fanyul, cubano-americani residenti a Miami” dice Del Punta. “I Fanyul sono proprietari anche di Casa de Campo, notissima località turistica a mezz’ora dalla piantagione. Questo contrasto tra un turismo più o meno inconsapevole ed una schiavitù mai abolita è davvero inconcepibile”. Le riprese del film sono state interrotte varie volte dai guardiani ed anche dalla polizia dominicana, e la troupe di Del Punta ha dovuto cambiare “location”, passando da un “batey” ad un altro. “Subito dopo le interruzioni potevamo riprendere a girare senza problemi,. Ci lasciavano fare perché nessuno capiva che cosa ci fosse di interessante in una situazione tanto miserabile”.

L’ultima parte di Haiti Chérie è una specie di “on the  road” pieno di tensioni, imprevisti e colpi di scena. Perché, se per un futuro schiavo è facile passare da Haiti alla Repubblica Dominicana, fare il contrario è invece difficilissimo. Arrivando a Santo Domingo il lavoratore haitiano perde la sua nazionalità, ma non acquista quella dominicana. E’ privato quindi dei documenti. E’ prigioniero. Grazie all’aiuto di un pietoso medico spagnolo e superando molti e molto corruttibili posti di blocco, Magdaleine e Jean-Baptiste riusciranno ad attraversare il confine e a rientrare ad Haiti. Ma, una volta in patria, la fortuna non sarà dalla loro parte.

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fonte: laRepubblica, oggi

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Dal regista toscano la storia dello sfruttamento dei lavoratori haitiani della canna da zucchero nelle piantagioni della Repubblica Dominicana

“Ayiti nan kem” – Intervista a Claudio del Punta

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Attilio Aleotti attilio.al@tiscali.it

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Buongiorno Claudio, come ha iniziato a fare cinema?

Vengo da una piccola cittadina Toscana, Carrara terra di anarchici e marmi… da lì il cinema e Cinecittà sembravano, quando io ho cominciato, più distanti del deserto del Sahara. Per questo motivo ho avuto degli inizi lavorativi molto duri, e le fatiche per riuscire a fare questo mestiere continuo a viverle sulla mia pelle ma. nonostante tutte le difficoltà, qualche film sono riuscito a farlo e adesso sto finendo un nuovo lavoro che ho girato tra la Repubblica Dominicana e Haiti.

Ci può raccontare qualcosa del suo ultimo film: “Ayiti nan kem”?

“Haiti nel cuore”, questa è la traduzione dal creolo del titolo, racconta, attraverso le vicende di quattro personaggi, dello sfruttamento dei lavoratori haitiani della canna da zucchero nelle piantagioni della Repubblica Dominicana.
Questa è una tragedia che purtroppo va avanti da moltissimi anni, e per questa gente indifesa la vita è fatta di soprusi, precarietà e miseria. E’ una situazione molto grave che sembra ricordare più una condizione lavorativa di fine ottocento che non del 2006. Purtroppo, il guaio è che tutto questo sfruttamento massiccio di centinaia di migliaia di lavoratori haitiani o discendenti di haitiani avviene con la connivenza dei governanti dominicani, dal momento che la maggior parte delle piantagioni appartiene allo stato.

Può anticiparci qualcosa della trama?

E’ la storia di una ragazza e di suo marito che vivono in un batey, che insieme con un giovane amico cercano d’andarsene dalla piantagione per tornare ad Haiti.

Batey è un termine intraducibile, cosa significa questa definizione?

I batey sono i villaggi dove vivono i tagliatori di canna da zucchero all’interno delle piantagioni, che a tutt’oggi sono isolati da servizi e centri abitati importanti e dove chi vi è costretto a vivere, vive in miseria e senza molte possibilità di sganciarsi da lì per andare a procurarsi nuove opportunità. La parola batey proviene dalla lingua dei Tainos, la popolazione indigena che abitava l’isola prima dell’arrivo di Colombo, e indicava la piazza centrale dei loro villaggi dove le gente si riuniva. Oggi questo termine è comune in tutte le piantagioni di canna dei Caraibi di colonizzazione spagnola.

Si tratta di una realtà estrema, molto lontana dai nostri stili e standard di vita. Cosa l’ha interessata tanto da spingerla a ricavarne un film?

Soprattutto ho sentito il bisogno di raccontare il fatto che dietro le scintillanti spiagge e hotel turistici della Repubblica Dominicana, che accoglie e si arricchisce ogni anno con cinque milioni di turisti stranieri, si commette nell’ombra un sopruso di tali proporzioni che tocca più di 600.000 lavoratori, che vengono fatti vivere e lavorare in condizioni che neppure gli animali meriterebbero e tutto ciò con la partecipazione degli alti gradi militari, politici ed economici dominicani, che sono responsabili di ciò che avviene. Tra l’altro questo metodo di sfruttamento brutale, è stato importato anche in alcune parti della Florida dove i proprietari di alcune piantagioni, precisamente i fratelli Fanjul, due cubano-americani fuggiti da Cuba poco dopo la rivoluzione, sono i proprietari anche della più grossa piantagione a est di Santo Domingo chiamata Central La Romana. Questi encomiabili latifondisti sfruttano gli immigrati giamaicani in Florida nello stesso modo in cui sfruttano gli haitiani su Hispaniola… ma negli Stati Uniti hanno avuto alcune difficoltà perché un avvocato li ha portati in tribunale incriminandoli e ha avuto il primo grado di giudizio a suo favore… ora vedremo come finirà, anche se sappiamo bene quanto l’America ci abbia insegnato: che con il denaro e il potere la si scampa sempre. Comunque la cosa ha fatto notizia, tanto che anche Hollywood si è mossa e Jody Foster sta preparando un film su questa storia (in Florida).

Gli attori sono dei non professionisti, conosciuti nei batey, scelti tra la gente comune che vive le difficoltà e soffre le ingiustizie di cui tratta il film. In questo ricorda il Neorealismo:  in cosa il suo film si differenzia da quel movimento del dopoguerra.?

Mah, non vedo molte differenze, a parte il fatto che la tecnologia oggi ci permette di girare con meno mezzi e in forma più discreta. La sostanza però è la stessa: si tratta di raccontare storie vere e personaggi reali e coinvolgenti, quelle che in genere la televisione di oggi non racconta mai.

I personaggi del suo film vivono una vita di stenti, d’ingiustizia sociale di discriminazione e di miseria tali che pensavamo superati. Questa realtà convive contraddittoriamente nella Repubblica Dominicana con una borghesia urbana che ostenta tecnologia e modernità, dove rilucono le grandi catene del turismo internazionale, ma nessuno se n’accorge, come se a nessuno importasse. Crede che mettere in luce il problema, come fa il suo film, possa giovare in qualche modo alla vita di quella fascia di popolazione?

Questa è la speranza, soprattutto che se ne cominci a parlare, e attraverso i giornali e mass-media si favoriscano in qualche modo le pressioni di stati esteri che costringano la Repubblica Dominicana ad avere maggior rispetto per i diritti umani e quelli dei lavoratori.

A febbraio di quest’anno anche Amnesty International ha scritto una lettera al presidente dominicano Leonel Fernandez facendo la lista di tutti i soprusi e le violazioni che vengono commessi contro i diritti di queste persone e chiedendogli di sanare la situazione, ma finora non è cambiato nulla.

L’ultimo decennio di produzione cinematografica ha puntato sugli effetti speciali, si contraddistingue per uso ed abuso delle risorse digitali e si caratterizza in gran parte per essere cinema di spettacolo o d’evasione. Come crede che il pubblico accoglierà il suo film, così diverso, aspro, lontano dagli schemi usuali?

Non lo so… però sono sicuro che c’è ancora gente che ha voglia di vedere una storia che non sia raccontata con canoni scontati e la banalità che ci propina la televisione oggi o con gli effetti speciali da fumetto hollywoodiani… sono sicuro che da qualche parte esiste un pubblico così, anche se forse non numeroso……e io lo cercherò.

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Agosto 2007

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fonte: http://www.latinoamerica-online.info/2007/cine07_defanzago_haiti.htm

Cervello maschile: ‘programmato’ su sesso

studio pubblicato sulla rivista «New Scientist»

cervello uomo

Quello femminile sarebbe più concentrato sul processo decisionale (maggior pragmatismo) e sulle emozioni

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DAL NOSTRO INVIATO

LONDRA – Se gli uomini sono ossessionati dal sesso e sgranano gli occhi non appena vedono una bella ragazza la colpa non è degli stereotipi culturali o di valori sballati di testosterone ma della conformazione del cervello maschile. I ricercatori possono provarlo senza ombra di dubbio: uomini e donne ragionano diversamente perché la loro materia grigia viaggia su binari opposti. Persino la percezione delle droghe non è la stessa. Lo studio, pubblicato sulla rivista New Scientist e ripreso dal tabloid britannico Daily Mail, dimostra che le donne sono più concentrate sul processo decisionale (di qui il maggior pragmatismo) e sulle emozioni. Mentre il cervello maschile punta sul sesso. «La ricerca rivela – scrive la rivista scientifica – che i due cervelli hanno impronte genetiche diverse che creano differenze anatomiche». I ricercatori hanno esaminato e comparato 45 parti della materia cerebrale. «Ci sono diversità – scrivono – anche nei circuiti che collegano i neuroni e nelle sostanze chimiche che trasmettono i messaggi».

ORIENTAMENTO – Il lobo frontale, per esempio, che coinvolge la risoluzione dei problemi e le decisioni da prendere, è più grande nelle donne. Secondo gli studiosi della Harvard Medical School il cervello femminile dà anche più spazio alla memoria breve e all’orientamento spaziale. I ricercatori della University of California hanno dimostrato che i due sessi usano aree cerebrali opposte per per elaborare le emozioni. Lo stesso accade per il dolore. Il che potrebbe spiegare perché la morfina fa più effetto sugli uomini e perché le donne diventano più facilmente dipendenti dalla cocaina. Una scoperta un po’ tardiva se si pensa che il sesso femminile è più soggetto a dolori cronici, come cefalee e comuni mal di testa. Ma i neuroscienziati, finora, si erano concentrati nell’analisi del solo cervello maschile, sia umano che animale, per trovare rimedi efficaci. «È scandaloso – ha detto al Daily Mail Jeff Mogil, ricercatore all’Università McGill di Montreal – di solito le nostre ricerche hanno preso come modello i topi, naturalmente maschi».

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Monica Ricci Sargentini
17 luglio 2008

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fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_luglio_17/cervello_conformazione_sesso_maschi_femmine_98bc64ec-5408-11dd-a440-00144f02aabc.shtml

fonte immagine:  http://www.amicigg.it/donne/donna.php?id=19

Berlusconi: «Napoli è pulita» Solo nelle strade dove passa lui

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L’Ue contro il governo: «Fatti, non parole»

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napoli, rifiuti
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Napoli è pulita. Parola di Berlusconi. Venerdì giornata campale per il governo che torna a Napoli per annunciare la «fine dell’emergenza rifiuti». Peccato che i napoletani non se ne siano accorti. A tre mesi dall’inizio della legislatura, d’altronde, il premier affannato dai problemi della giustizia e da una manovra economica che ha fatto infuriare anche parte della sua maggioranza, ha bisogno di far vedere che almeno una delle promesse fatte in campagna elettorale è stata mantenuta.

Così ha pensato bene di far ripulire le strade dove venerdì trascorrerà l’ennesima gita di governo e di piazzare le telecamere del fidato Tg4 a riprendere il miracolo. «Ritorno a Napoli» è il titolo dello speciale del tg che Emilio Fede trasmetterà venerdì in occasione del Consiglio dei Ministri partenopeo. Nello speciale, spiegano dalla redazione dell’emittente Mediaset, si vedranno «immagini del periodo drammatico vissuto dalla città e il nuovo volto della Napoli di oggi». Se non fosse vero, verrebbe da ridere.

«Abbiamo tolto già 35mila tonnellate di immondizia» spiega Berlusconi, ma non si capisce dove li abbiano messi visto che le discariche annunciate dal piano suo e di Bertolaso sono ancora presidiate notte e giorno dalle proteste dei cittadini. Ma Berlusconi ormai ha in tasca la sua versione dei fatti e addirittura si spinge a dichiarare che quello di Napoli è un esempio da imitare: «Queste soluzioni dovranno essere imitate da altre regioni che sono lì lì per arrivare a una situazione di crisi – dice – Era elevata la quota di italiani che pensavano che noi non ce l’avremmo fatta. Domani dirò che l’emergenza è stata superata e che tutta l’immondizia è stata tolta dalle strade». Se non fosse vero, verrebbe da ridere.

Lo pensano anche a Bruxelles: dopo aver avuto notizia degli annunci trionfanti del premier italiano, la Commissione europea ha subito fatto sapere che la procedura di infrazione «rimane aperta». «Non possiamo misurare i risultati di queste politiche sulle parole, ma sui fatti – ha spiegato Barbara Hellferich, portavoce del commissario all’ambiente Stavros Dimas – Il governo deve realizzare il piano, non basta presentarlo, deve dimostrare che la soluzione indicata risolve il problema a lungo termine, con una gestione corretta dei rifiuti e la creazione del termovalorizzatore». Bruxelles ricorda anche che sulla questione campana è stata chiamata a pronunciarsi la Corte di giustizia del Lussemburgo. «Per noi – ha dichiarato Hellferich- c’è un caso di fronte alla Corte che riguarda la gestione dei rifiuti, non giudichiamo le parole». Quindi anche se la Farnesina in una nota ha ribadito che la chiusura della procedura d’infrazione è legata alla realizzazione del ciclo integrato dei rifiuti, per la quale il governo italiano è «fermamente impegnato», la promessa non basta. E nemmeno uno speciale del Tg4.

Pubblicato il: 17.07.08
Modificato il: 17.07.08 alle ore 19.35

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77221

Amnesty con gli atleti italiani “Ecco i diritti violati in Cina”

L’organizzazione ha inviato a tutti i partecipanti una “Guida per l’atleta informato”

Contiene anche una mappa dei luoghi-simbolo delle violazioni a Pechino

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Amnesty con gli atleti italiani "Ecco i diritti violati in Cina"

Una immagine dell’opuscolo distribuito da Amnesty

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Una guida dettagliata, che fornisce un quadro esauriente delle violazioni dei diritti umani che si verificano in Cina. Amnesty International ha inviato la brochure a tutti gli atleti italiani che parteciperanno alle Olimpiadi, una “Guida per l’atleta informato”, all’interno della quale scoprire quali soprusi vengano compiuti in Cina, per renderli “viaggiatori consapevoli”, per indicargli i luoghi-simbolo delle violazioni, dalla Corte suprema del popolo, a piazza Tiananmen. Insieme alla guida, gli atleti stanno ricevendo anche una mappa di Pechino, che possa anche visivamente orientarli sui posti che hanno visto schiacciare negli anni i diritti umani. “Vogliamo che gli atleti sappiano che la Cina presenta ancora oggi gravi problemi nel campo dei diritti umani- le parole di Paolo Pobbiati, presidente della sezione italiana di Amnesty- e la promessa per migliorare la situazione, fatta nel 2001, in cambio dell’assegnazione dei Giochi, dal comitato promotore di Pechino 2008, è rimasta largamente disattesa. I cambiamenti reali, fin qui, sono stati minimi, ma c’è ancora tempo per far si che le Olimpiadi siano ricordate non solo per le prestazioni sportive, ma anche per riforme e miglioramenti sostanziali”.

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17 luglio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/sport/olimpiadi-pechino/amnesty-atleti/amnesty-atleti.html

Don Gallo, festa per gli 80 anni

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Il sacerdote, fondatore della comunità di recupero San Benedetto, soprannominato «prete degli ultimi», è stato festeggiato dal Comune di Genova: alla cerimonia hanno partecipato, oltre ad esponenti della giunta, delle istituzioni e delle forze dell’ordine, il vicesindaco Paolo Pissarello e il responsabile della promozione della città Nando Dalla Chiesa. Il sindaco Marta Vincenzi ha invece affidato a una lettera il suo saluto.

Una festa conclusasi con un lungo applauso e il tradizionale taglio della torta. «Mi sono state attribuite tante etichette – ha detto – ma io non ho scelto un’ideologia, a 20 anni ho scelto Gesù: ci siamo scambiati i biglietti da visita e sul suo c’era scritto «sono venuto per servire e non per essere servito». Don Gallo si è poi concesso una battuta al questore Salvatore Presenti: «Da quando c’è lui a Genova non succede più niente» e ancora «Voglio bene anche agli avversari, ma se un ministro mi prende le impronte non ci vado a passeggio».

In prima fila a festeggiare Don Andrea Gallo anche il fratello Dino, 87 anni, comandante partigiano: «Avevamo un motto “Osare la speranza”, valido ancora oggi – ha ricordato il sacerdote -: sono tempi brutti, ma abbiamo una bussola, ossia la Costituzione. Poi ci sono Gesù e il Vangelo, altre bussole importanti che però, come il chicco di grano, devono rimanere nascoste nel profondo».

L’assessore ed ex sindacalista Andrea Ranieri ha ricordato la sua lunga amicizia con Don Gallo: «da lui ho imparato a conoscere e gestire le nuove povertà, mettendo al centro al persona, con un’idea più piena di solidarietà. Questo è un esempio che serve per il futuro».

«Volevo ringraziare chi ha fatto migliore la città, questo non è un necrologio anticipato, perché c’è ancora bisogno di lui» ha aggiunto Dalla Chiesa, offrendo a Don Gallo un quadro di Lele Luzzati e un libro dal titolo insolito “Anche i figli di puttana sono figli di Dio”. In modo altrettanto colorito Don Gallo ha concluso:«ho fatto tante cazzate, ma sono sempre stato dalla parte dei diritti. La cosa peggiore è l’indifferenza, per questo dico a tutti sù la testa!».

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fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/genova/2008/07/17/1101633698911-don-gallo-festa-gli-80-anni.shtml

Lavoro, operaio di 70 anni muore nel bresciano

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Un muratore di 70 anni è morto in un incidente sul lavoro avvenuto giovedì 17 luglio in un cantiere edile a Roncadelle, in provincia di Brescia. L’uomo, secondo una prima ricostruzione, è caduto da un’altezza di circa due metri ed è morto dopo aver battuto il capo. Della ricostruzione della vicenda si stanno occupando i carabinieri della stazione di Roncadelle e i funzionari della Asl. Sono inoltre intervenuti nel cantiere, che si trova in via Mandolossa, i sanitari del 118. La vittima, secondo i primi accertamenti, era residente in provincia di Brescia.

Un altro operaio di 37 anni è rimasto gravemente ferito a San Benedetto del Tronto, a causa dell’improvvisa esplosione di una caldaia dell’ospedale civile ‘Madonna del Soccorso’. L’uomo, F.B, originario di Roma, è stato investito in pieno da un tubo ed ha riportato ustioni di primo e secondo grado. Subito soccorso, l’operaio è in cura presso lo stesso Ospedale di San Benedetto. Sul posto sono intervenuti i carabinieri e gli ispettori dell’Azienda sanitaria regionale. Al momento sembra che nessun’altra persona sia rimasta coinvolta nell’esplosione della caldaia, che si trovava esattemente nel ‘Blocco operatorio’ del nosocomio.

A Empoli invece un operaio di 56 anni, A.V. è ricoverato in prognosi riservata nel reparto di rianimazione dell’ospedale a causa di un incidente sul lavoro avvenuto nel tardo pomeriggio di mercoledì a Spicchio, nel comune di Vinci. L’uomo è stato colpito alla testa dalla tavola di un ponteggio, in fase di allestimento, caduta dal quinto piano di un’abitazione in ristrutturazione. L’uomo è stato ricoverato per fratture al cranio e per una sublussazione alla caviglia. Non sarebbe in pericolo di vita.

Il direttore del dipartimento della prevenzione dell’azienda sanitaria empolese Mauro Valiani afferma che «quanto accaduto ci spinge a richiamare nuovamente l’attenzione sulla necessità di un maggiore impegno nell’organizzazione della sicurezza. Invitiamo le imprese, anche quelle piccole, a riflettere sulle scelte che si fanno quotidianamente, confidando in una bassa probabilità di accadimento di infortuni. Occorre che imprese e lavoratori intervengano per adeguare le condizioni di lavoro. Noi stiamo incrementando i controlli: da 180 cantieri controllati nel 2007 siamo passati a 260 nel 2008».

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Pubblicato il: 17.07.08
Modificato il: 17.07.08 alle ore 12.00

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77223

La7, una vita al risparmio, presentati i palinsesti Niente Chiambretti e Ferrara, spazio a Guzzanti

di Marco Molendini

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ROMA (17 luglio) – La 7 c’è e batte un colpo. Scaccia i corvi e prova a riproporsi come rete «viva e vegeta», rifugio, rispetto alla programmazione appiattita dei grandi network. Con alcune novità. La prima e più sostanziale, è la volontà proclamata di voler salvare baracca e burattini. Nel senso che, oltre a conservare per ora buona parte del suo star system, l’intenzione annunciata ieri, durante la presentazione ufficiale dei palinsesti fatta a Milano dal nuovo amministratore delegato Giovanni Stella, è quella di fermare l’emorragia dei conti («una società quotata in borsa – ha tenuto a spiegare – non può fare mecenatismo»).

Così, se la rete perde Piero Chiambretti, in navigazione verso Mediaset, e perde Giuliano Ferrara (da tempo annunciato il ritiro) pensa a recuperare le perdite artistiche corteggiando un escluso dal video come Corrado Guzzanti, ma anche Victoria Cabello (in trasferimento da Mtv) e Gene Gnocchi (che sarebbe in condominio con Raidue). Le trattative con tutti e tre sono in corso, ma avviate a concludersi con progetti che dovrebbero prendere vita a partire dalla primavera prossima (così ha vaticinato il direttore Lillo Tombolino).

Sulla spinta della parola d’ordine ”qualità e risparmio” La7 si presenta così alla presentazione della sua prossima stagione autunnale, negando ridimensionamenti, sbandierando perfino un certo orgoglio aziendale, perché a giugno lo share delle 24 ore ha toccato il record del 3,3 per cento (mai raggiunto prima), fissando la media del primo semestre al 3,1 (la crescita è attribuita anche alla scelta di aver anticipato la prima serata, dopo la partenza di Ferrara da 8 e mezzo, alle 21,10). Dato positivo che si accompagna, però, con il rosso della pubblicità: «Nel primo semestre 2008 la raccolta – ha sottolineato Stella – è diminuita».

La conferma del cast è un dato positivo, ma è anche frutto della situazione, essendoci dei contratti in essere. L’intenzione è risparmiare e poi fare i conti a fine anno. E’ il caso delle Invasioni barbariche della Bignardi: «La differenza tra costi e ricavi – ammette Stella – è negativo, come per la maggior parte dei programmi, ma stiamo cercando di ottimizzare e non vogliamo altri altri contenziosi oltre a quello aperto con Daniele Luttazzi». Comunque, sulla Bignardi La7 ci crede, tanto che il direttore la definisce «essenziale per il profilo della rete»: il talk riprenderà dal 10 ottobre, con la conduttrice si discute di un eventuale rinnovo. Quanto a Chiambretti (che pure ha un contratto fino a dicembre) non sarà della partita perché non ha accettato, così dice Stella, la proposta di una prima serata.

Ripartirà, invece, dal 19 ottobre Maurizio Crozza col suo Crozza Italia live. Gad Lerner riaprirà il salotto del suo L’infedele il 15 settembre spostandosi al lunedì. Marco Paolini proprorrà una nuova serie di programmi evento. Confermata l’inchiesta giornalistica della Iena Alessandro Sortino (titolo: Malpelo), così come il talk politico Tetris di Luca Telese, la striscia quotidiana Atlantide, l’inchiesta Città criminali, le rubriche letterarie di Alain Elkann, l’appuntamento con Omnibus (Niente di personale del direttore del tg Piroso tornerà da gennaio), le serie Stargate, Dirt, The L word, Sex and the city. Exit di Ilaria D’Amico è confermato al mercoledì. Quanto a Otto e mezzo, la ricerca dei conduttori è in corso: comunque è in palinsesto dal 15 settembre. Poi c’è lo sport: sono stati comprati i diritti della fase finale della Coppa Uefa.

La domanda che sorge spontanea è: dove risparmnierà la rete? «Bisogna ottimizzare le risorse interne al massimo, avere un approccio maniacale alla redditività e creare una gestione integrata con tutto il gruppo Telecom Italia» è la risposta, dietro cui c’è ovviamente l’intenzione, oltre a quella della razionalizzazione, di usare il più possibile le forbici.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=27861&sez=HOME_SPETTACOLO