Archivio | luglio 19, 2008

Saviano: “Hanno bocciato Gomorra”

Dodici ragazzi che hanno recitato nel film hanno perso l’anno a scuola. E lo scrittore napoletano racconta quanto questi adolescenti fossero invece bravi, saggi e capaci di discernere tra il bene e il male

di Roberto Saviano
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Hanno bocciato Totò e Simone e altri dieci ragazzini che hanno recitato in ‘Arrevuoto’. E hanno recitato nel film ‘Gomorra’. Sono stati attori nei teatri più famosi d’Italia. Hanno avuto i complimenti del presidente Napolitano che era andato a vederli alla prima al Teatro Mercadante e poi li aveva salutati uno per uno. Il presidente si era pure lasciato dipingere la faccia di nero da un pulcinella nervoso inserito nello spettacolo. Al Festival di Cannes, il più importante festival del cinema internazionale, hanno ottenuto uno dei tre premi maggiori: il Premio speciale della giuria. Eppure alla scuola media Carlo Levi di Scampia li hanno bocciati.
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Per Cannes parto insieme a loro e tutta la troupe, tranne Matteo Garrone che è venuto da Roma con un furgone. L’aereo si riempie delle voci e delle grida di Totò e Simone, Marco e Ciro, e tutti gli altri ragazzi del film. Ma c’è un po’ di ansia per il volo e di emozione per i giorni che ci attendono. Dopo l’atterraggio le nostre strade si dividono. Mi aspettano all’uscita dell’aereo gli uomini della scorta francese, due auto blindate e tre motociclisti: una cosa mai vista prima. Sono i corpi speciali, ansiosi di rimarcare subito che loro non accompagnano divi del cinema, stelle e stelline. “Questo lo fanno i poliziotti privati, noi no”, mi dice il caposcorta tradotto da un altro poliziotto in uno strano napoletano, un napoletano con l’accento francese. “L’ho imparato ascoltando Pino Daniele”, spiega e aggiunge che l’ha perfezionato facendo da interprete a Vincenzo Mazzarella, camorrista di San Giovanni a Teduccio, arrestato proprio a Cannes qualche tempo fa. Colgono l’occasione per ricordarmi che la città è amatissima dai mafiosi di mezzo mondo. Infatti non sembrano proprio tranquilli.

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Pure Luigi Facchineri, un boss della ‘ndrangheta, era stato qui dal 1987 sino al suo arresto nel 2002. Le mafie investono negli hotel, nei lidi, nei ristoranti, e rimpinzano di coca i nasi di villeggianti, turisti e gente del Festival di cui il Lido ora è gremito.
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La mattina del nostro arrivo il popolo del Festival – munito di macchine fotografiche digitali, videocamere così piccole che stanno nel palmo di una mano e alla peggio di telefonini – è tutto concentrato su Harrison Ford che, come sanno tutti, è arrivato per presentare fuori concorso l’ultimo episodio della saga di Steven Spielberg. Io che lo vedo da vicino, penso: “Menomale non ci sono pure i ragazzi”, anche se probabilmente loro non si esaltano per Indiana Jones come facevo io quando ero bambino. Harrison ha ormai una pancia pronunciata, è invecchiato parecchio anche in volto e a tutti quelli che lo avvicinano, lui si presenta come Indy. Fa quasi tenerezza, come quei Babbo Natale che entrano a pagamento nelle case esclamando: “Buon Natale e auguri, cari bambini!”.
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Ma anche se non incrociano Indiana Jones e non credono più a Babbo Natale da anni che sembrano una vita, i ragazzi di ‘Gomorra’ a Cannes sono su di giri forse più di quanto fossero da piccoli il giorno della Vigilia. Alla proiezione per i giornalisti parte il primo grande applauso e la conferenza stampa è affollatissima. Io dedico il successo a Domenico Noviello, l’imprenditore ucciso proprio mentre stavamo per partire, perché sette anni fa si era rifiutato di pagare un’estorsione ai clan dei Casalesi. Per quanto la cosa sia accolta bene, devo scacciare la sensazione che in tutto questo vi sia qualcosa di sbagliato e di assurdo. Fuori le moto della scorta dei corpi speciali francesi, gli agenti sempre in tensione e al contempo sempre pronti a ragguagliarmi su tutti i peggio personaggi delle peggiori organizzazioni criminali al mondo che investono e circolano per la Costa Azzurra. E io qui, di fronte alla crème della critica cinematografica internazionale, accanto a tutti quelli che hanno dato vita a questo film, inclusi i ragazzi di Montesanto e di Scampia. Quello che parla più di tutti è Ciro ribattezzato Pisellino da uno zio perché somiglia al bambino arrivato a Braccio di Ferro e Olivia con un pacco postale. Ha una maschera secolare, il suo viso pallido dal naso lungo riassume magrezze seicentesche, un Pulcinella o un santo dipinto da un pittore spagnolesco. Ciro è fruttivendolo alla Pignasecca, un mercato del centro storico. Un mestiere tosto, ti tocca svegliarti all’alba, ma lui è allegro, guadagna bene rispetto ai suoi coetanei e si tiene lontano da casini.
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I giornalisti gli fanno delle domande a trabocchetto. “Se non avessi fatto il fruttivendolo?”. E lui secco: “Avrei fatto il barista”. “D’accordo, e se non avessi fatto nemmeno il barista?”. Allora lui capisce dove vogliono arrivare. “No, no, vi sbagliate: io il camorrista mai! A parte i soldi, fai una vita orrenda. E poi mia madre sta ancora piangendo per avermi visto morto ammazzato nel film, figuratevi se succedeva veramente”.
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Applausi
Ciro e Marco – che sono anche più grandi – vengono dai quartieri popolari del centro storico, non da Scampia come Totò e Simone. Per loro la vita è un po’ più facile: le vicende di famiglia che hanno alle spalle se non possono dirsi idilliache, sono almeno un po’ meno pesanti. Invece per quei ragazzini di Scampia di 12 o 13 anni lo spettacolo tratto da Aristofane e da Alfred Jarry, e poi il film e il Festival di Cannes non dovevano essere soltanto vacanze di Natale da una vita che già alla loro età sembra segnata. No, era l’opportunità di provare a mettere i piedi in una vita fatta diversamente o almeno riuscire a immaginarsela possibile. Diceva Danilo Dolci: “Cresci soltanto se sei sognato”. E mi viene in mente proprio la sua più bella poesia: ‘Ciascuno cresce solo se sognato‘:

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C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.

C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.

C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

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Non li hanno sognati questi ragazzini. Eppure avevano fatto molto per mostrare, forse fuori dall’aula scolastica, il loro talento, gli elementi per sognarli in maniera diversa da come la vita ti determina in queste zone. Eppure li hanno bocciati. Non stiamo parlando di studenti modello. Non stiamo neanche parlando di scolaretti fermi nelle loro sedie che si impegnano e però non ce la fanno. Stiamo parlando di ragazzini spesso esagitati, che ti rispondono con un ghigno, che appena possono non si presentano in classe, che aizzano i compagni alle peggio cose. Ma questo è solo un aspetto. I professori che hanno bocciato Totò, Simone e gli altri perché non sono stati rispettosi delle regole e non hanno raggiunto gli obiettivi didattici, credono di aver agito per il bene della scuola e si sentono in pace con se stessi. Invece hanno fallito clamorosamente nel confrontarsi con quegli alunni e pure con l’offerta di un’educazione alternativa che hanno incontrato fuori dalla scuola. Forse perché non riescono ad accettare che questa possa essere venuta da qualcun’altro, forse perché ritengono intollerabile che fosse presentata pure sotto forma di qualcosa che è anche divertente e gratificante, di certo più divertente e gratificante che andare a scuola. Non si è mai visto che dei ragazzini difficili di un degradato comune di periferia, possano per due giorni stare accanto alle star, essere autorizzati a sentirsi un tantino come loro. Meglio bocciarli che rischiare che si montino la testa!

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Le star a Cannes poi ovviamente non sono i ragazzi di ‘Gomorra’, ma nemmeno Emir Kusturica e neppure Catherine Deneuve. Qualche piccolo scatto, ancora meno autografi e nulla più. Anzi spesso se dietro a loro arriva qualche famoso attore hollywoodiano, qualcuno nella folla comincia fare gesti con la mano, secchi e inequivocabili, come a dire: su muovetevi, levatevi di torno, fatemi fare una foto soltanto con la vera star. Tony Servillo ci scherza sopra, elegantissimo sfila fuori dell’hotel mentre i fotografi zoomano per capire chi è arrivato. Ma lui stesso risponde: “Nun simme nisciun’, che fotografate a fa’, mo’ mo’ vedete che arriva Indiana Jones”.

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Nonostante la formula vincente del Festival consista nel premiare film d’autore prevalentemente non hollywoodiani e al contempo far arrivare da Los Angeles gli ultimi ‘De’, i soli per cui la gente si pesta i piedi, quasi tutti gli attori non americani sembrano risentirsi di essere considerati semplici professionisti e comuni mortali come gli altri. Per cui ha ragione Ciro quando a cena sostiene esaltatissimo che ora Monica Bellucci non potrà rifiutarsi di avvicinarsi a lui. È un attore e non un fan qualsiasi. Ora sono colleghi. E poi da Montesanto alla Pignasecca tutti gli hanno sempre detto che somiglia a Vincent Cassel. Il giorno dopo incrocia proprio Monica Bellucci. “Sai”, le fa, “mi dicono che sono tale e quale a tuo marito”. E Monica gli dà un bacio. Premiando la sua bravura come attore e forse pure la somiglianza col suo uomo.

Mi fa uno strano effetto essere a Cannes con tutti loro, deluso da quella che mi sembra una Riccione solo più cara, marcia e pretenziosa, contento di stare insieme con tanti ragazzi di Napoli, cosa che non mi capitava più da molto. Ma non ci sono più abituato e quando me ne accorgo, faccio fatica a continuare a scherzare, mi irrigidisco.

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La mattina mi siedo a fare colazione nella hall dello storico, sontuosissimo Hotel Majestic, ma dietro i poliziotti francesi mi costringono a consumare tutto in fretta. Prendo una spremuta che costa 20 euro, incredibile. Una ragazza mi chiede se si può sedere, gli agenti la perquisiscono e io mi sento in imbarazzo, ma non parlando una parola di francese, non so come dirgli di lasciar perdere. Lei inizia a discutere del mio libro, a farmi varie domande e infine dice: “Se oggi non hai molto da fare passerei del tempo con te, basta che mi paghi il ritorno in taxi a Nizza, 800 euro”. Al che capisco. “Hanno spostato Nizza in Corsica”, rispondo, “visto che costa tanto?”. Più tardi chiedo delucidazioni a un barista che ho scoperto essere mio paesano e la sua risposta è chiarissima: “Quelle che girano qui nella hall sono tutte mignotte”. Ce ne sono di arrivate da tutto il mondo e viene malinconia a vederle avvicinarsi ai proprietari degli yacht che galleggiano sui moli. Sembrano figlie con i padri pigri e chiatti, inoltre sistematicamente piuttosto alticci. Questo è solo l’esempio più evidente di come a Cannes non riesca a trovare proprio nulla di elegante e chic, solo la stessa cafonaggine di altrove concentrata e elevata all’ennesima potenza.
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E poi è tutto vagamente schizofrenico.
Marco comincia a ripetere che gli manca Napoli che non sono passati neanche due giorni, però la nostalgia non conosce limiti né orologi, e per la cena dopo la proiezione ufficiale ci portano in una pizzeria di nome Vesuvio. Matteo Garrone è stanco e riesce solo a dirmi, “abbiamo fatto tanto per evitare il folklore ed eccoci qua, in tutta Cannes, dove dovevamo capitare”. Quel che continuamente rimbalza nella mia testa per tutta la serata è “che ci faccio qui ?”. I ragazzi del film sono fantastici, ma mi trattano come se fossi il loro datore di lavoro. Io col film c’entro pochissimo, eppure Marco non si convince e taglia corto “chi mi dà il pane mi diventa padre”. Brindiamo al successo di ‘Gomorra’ e mi accorgo che sono forse più di due anni che non mi trovo più con tante persone intorno, risate, brindisi, gioia e allegria di tutti quanti insieme. Non sono nemmeno più abituato a sedermi a tavola e mangiare se non con la mia scorta. Avverto insieme un senso straziante di solitudine e la felicità di assistere a quella che manifestano gli altri, soprattutto i ragazzi cui non gliene frega nulla di essere alla pizzeria Vesuvio. Perché loro dagli applausi della mattina e soprattutto da quelli ricevuti poco prima, hanno ricevuto la conferma di aver fatto una cosa grande e oltre a esserne felici, ne sono giustamente fieri.

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Ma tutto il lavoro fatto per anni da questi ragazzi prima col teatro e col film, per i loro professori non conta nulla. Loro non vedono nemmeno che questo significa imparare qualcosa, doversi concentrare, ascoltare, prendersi un impegno. Per loro sono solo dei guappettelli già mezzi criminali che recitano se stessi, sai che ci vuole! Non colgono che questo sia già un’opportunità di vedere se stessi e il loro quotidiano con un occhio esterno, un’occasione per entrare in contatto con le proprie risorse creative, e neppure che stanno dando un contributo alla cultura. Va bene per il mio libro, o che non conoscano o apprezzino la patafisica dell”Ubu Re’ di Alfred Jarry, ma nemmeno ‘Le nuvole’ di Aristofane, una delle prime e più belle commedie della storia dell’uomo? Possibile che di tutta la grande pedagogia italiana da Maria Montessori a don Milani, ai maestri di strada come Marco Rossi Doria non sia rimasto proprio nulla?

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Ed è per questo, per averli visti felici e orgogliosi, che la bocciatura di Totò, Simone e degli altri loro compagni mi mette addosso una rabbia che mi brucia. Un professore della Carlo Levi di Scampia mi ha confidato: “Hanno bocciato Totò, e questo in una scuola che non dovrebbe più bocciare né promuovere. Una scuola che si è arresa, là dove invece bisognava custodire la speranza. Hanno bocciato Salvatore e Simone addirittura all’esame di terza media. Questa è una scuola che sistematicamente sacrifica i più vivaci e intelligenti, i più irrequieti e imprevedibili”. E mi vengono in mente le parole di don Milani circa la scuola dell’obbligo dove sostiene che “bocciare è come sparare nel mucchio”.

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Sul viaggio di ritorno che faccio sempre insieme ai ragazzi, il casino è anche maggiore che all’andata. Quando Simone si mette a fumare, scoppia il panico in tutto l’aereo, fumo, fuoco, oddio qualcosa brucia. “Mannamela a casa”, ossia mandami a casa la multa, risponde con noncuranza alle hostess che accorrono a ripetergli che è assolutamente vietato e che si prenderà una multa salatissima. Nessuno ci riprova più ad accendersi una sigaretta, però ci sono tanti altri modi per non stare belli e tranquilli per un’ora e mezza di volo. Alla fine però uno steward sa come prenderli: “Ma come, delle star del cinema come voi, si comportano così?”. E per quel tanto che occorre, in barba al corpo docente di Scampia, funziona.
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Giorni dopo sono nella stanza del residence dove per il momento mi hanno messo. Fa caldo, sto a torso nudo, pantaloncini del Napoli, e non posso uscire. Ho davanti a me una bottiglietta di birra. Mi arriva la telefonata di Tiziana Triana della Fandango, piange, è emozionatissima, si sente un gran vociare in sottofondo, si sente male, riattacca quasi subito. A Cannes pare che abbiano vinto, non ho manco capito bene quale premio, più tardi vado a controllare su Internet. Ne è valsa la pena? mi domando. Cannes, edizioni straniere, e io rinchiuso in un residence. Da solo. E poi mi dico: forse se anche a momenti per quel che mi riguarda non ne sono certo, per qualcun altro invece sì. Poi mi porto alle labbra l’ultimo sorso di birra.

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L’unico momento in cui il Festival e Cannes non deludono le aspettative di glamour e grandiosità, è la proiezione del film la sera. Mi tocca mettermi una cravatta, cosa che non ho mai fatto, nemmeno per la laurea, né per la lectio magistralis a Oxford. Non sono capace di fare il nodo. Xavier, il caposcorta, mi assiste con un certo imbarazzo, perché gli uomini non si fanno a vicenda i nodi alla cravatta. Visto che ho deciso di non fare la passerella sul tappeto rosso, perché la cosa non mi va e non mi spetta – sono uno che scrive, non uno che recita o dirige un film – mi fanno entrare da una porta laterale. Mi aspettavo una sala cinematografica, più grande, magari molto più grande, però normale. Invece è la versione ultramoderna di un anfiteatro. Centinaia di persone dinanzi allo schermo più grande al mondo.

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Quando finisce il film, partono le note dei ‘Massive Attack’, un brano a cui tengo molto perché è nato dalla mente di uno del gruppo, Robert Dal Naja, che ha origini napoletane.

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Alla fine ci sono gli applausi. Iniziano a sprazzi, a singhiozzo, di qua e di là dell’immensa sala. Poi lentamente, come tessere di un domino allineate in piedi che quando fai cadere una si buttano giù le une con le altre, tutte le file cominciano ad applaudire. E non finisce. Non appena smettono da qualche parte, da un’altra riprendono a battere più forte le mani, contagiando di nuovo tutto il teatro, come un’onda che scende e che sale.

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Dopo 15 minuti di applausi cominciano a piangere tutti i ragazzi. L’unico che non piange è Totò. Si vede che si trattiene, ha gli occhi lucidi, però non piange. Gli faccio apposta: Eh, stai piangendo?”. E lui, sempre nella parte: “Io? Ma quann’ mai! A me non mi fanno proprio niente gli applausi”.

Forse Totò già allora aveva capito tutto.

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2008 by Roberto Saviano.

Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

18 luglio 2008
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Con Aristofane a Scampia

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Fino a due anni fa l’Auditorium di Scampia era solo un punto di riferimento per chi, nel quartiere delle Vele e di Ciruzzo ‘O milionario, cercava le piazze dello spaccio.
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La rivoluzione è arrivata con ‘Arrevuoto’, progetto teatrale del Mercadante di Napoli che ha messo insieme i ragazzi di Scampia e del centro storico di Napoli, gli studenti della periferia e quelli del liceo classico Genovesi (uno dei più antichi della città). Con loro, anche bambini rom e ragazzi considerati a rischio. Ne è venuta fuori una compagnia teatrale che, partendo da Scampia, in tre anni ha portato in scena testi di Aristofane e di Molière, calcando anche le tavole del Teatro Argentina a Roma e del Dante Alighieri di Ravenna, e raccogliendo premi in giro per l’Italia. Al secondo anno di attività, quando gli attori erano già diventati 90, ad applaudire i giovani artisti in prima fila al Mercadante c’era addirittura il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

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Grazie al lavoro del regista emiliano Marco Martinelli e di uno staff di tecnici e collaboratori qualificati, tra i quali lo sceneggiatore del film ‘Gomorra’, Maurizio Braucci, il progetto sperimentale triennale è stato confermato per altri due anni, arricchendosi di nuove attività: ‘Arrevuoto’ è diventato ‘Punta Corsara’, mentre l’Auditorium sarà fino alla fine del 2009 un vero centro culturale aperto ai ragazzi di Scampia e non solo per corsi di teatro, musica, hip hop, writing e danza. C. P.

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17 luglio 2008
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INTERVISTA – Scusi Turigliatto, pentito di aver affossato Prodi?: “No, la colpa è di Veltroni”

Da sconosciuto senatore del Prc a celebrità per aver votato contro il governo (fiducia finale inclusa). Ora ha fondato Sinistra critica, fa l’impiegato e non ha dubbi. “I responsabili del disastro sono altri”

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di Emilio Marrese

Roma.

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E adesso, Franco Turigliatto, è contento adesso?

“Questa domanda andrebbe fatta a Prodi. Glielo avevo detto che il vento di destra ci avrebbe travolto”.

E lei gli spalancò la finestra, votandogli contro dal febbraio 2007 fino alla caduta.

“Più volte e disperatamente l’avevo avvisato del malessere che c’era tra i lavoratori. E’ una legge sociale: se un governo di sinistra delude profondamente il suo elettorato, arriva il rinculo e viene spazzato da una destra che era già forte. Dovrebbero riabilitarmi e ringraziarmi”.

Addirittura.

“Mi aspetto ancora le scuse di Bertinotti, Giordano, Di liberto…”.

Ripetiamo: preferisce essere governato da questa destra?

“Non è un problema di preferenze. E po Prodi è caduto quando ha perso anche il sostegno di Mastella e Dini. La vera causa del disastro ha un altro nome: Walter Veltroni”.

Può spiegare?

“E’ stato uno degli agenti che hanno fatto precipitare la situazione. La responsabilità è collettiva e va da Prodi a D’Alema a tutti gli altri. Il disegno di Veltroni è riuscito solo a svuotare la sinistra senza sfondare al centro. D’altra parte se la butta sulla sicurezza, sarà sempre meno credibile di uno di destra che ne parla da sempre”.

Anche Guccini disse che lei era come uno che se lo taglia per far dispetto alla moglie.

“Me ne hanno dette tante.. Rispondo allo stesso modo anche a lui: doveva telefonare a Prodi, Fassino e soci per chiedere di fare qualcosa di quello che avevano promesso”.

E lei adesso che fa?

“Sono un impiegato della Regione Piemonte nell’Ufficio studi e supporto legislativo. Alle 16.30 stacco e faccio politica per la Sinistra critica. Stiamo raccogliendo firme per un disegno di legge popolare in quattro punti: salario minimo, salario sociale in disoccupazione, restituzione del drenaggio fiscale e restituzione della differenza tra l’inflazione programmata e quella reale”.

Quanto guadagna?

“Milleduecentocinquanta euro. Circa un terzo di quel che mi restava in tasca a fine mese da senatore”.

Si diverte di più a fare opposizione o solo le riesce meglio?

“Ho vissuto quei due anni al Senato con grande angoscia. La notte non dormivo. Però ho capito come funzionano le cose ed ho avuto tante soddisfazioni. Nelle istituzioni ci si deve stare, ma per difendere i motivi per cui sei stato eletto”.

E tra questi motivi non c’era anche il fatto di non volere Berlusconi al governo?

“Io sono stato eletto perché non si facesse la guerra, per aumentare i salari, per arrivare a fine mese, eccetera. Tutte cose che gli elettori di sinistra si aspettavano dal governo di sinistra e che non hanno avuto. Anzi, Berlusconi sta solo continuando il lavoro di Prodi”.

Cioè?

“La sicurezza, l’Afghanistan, la detassazione degli straordinari, i soldi alle imprese.. La cosa che mi faceva impazzire è che, mentre si piangevano i morti della Thyssen, Prodi aboliva la norma per la sovracontribuzione degli straordinari: le vittime di Torino erano alla quattordicesima ora di lavoro. E’ sbagliato un sistema in cui, anziché ridurre i profitti delle imprese, si dice alla gente che l’unico modo che ha per campare è lavorare di più”.

Ora invece le fasce deboli le sembrano più tutelate?

“Rovescio la questione: la logica di accettare il negativo per evitare il peggio porta al baratro ed al pegio del peggio. La Sinistra Arcobaleno che se le è bevute tutte, anziché fare da garante del cambiamento, alla fine è stata punita dai suoi elettori. Dentro questa storia c’è la storia del fallimento della sinistra. Era necessario contribuire alla sconfitta di Berlusconi, ma sapevamo che le condizioni per governare assieme non c’erano. Ci abbiamo provato”.

Fine per sempre della sinistra di lotta e di governo, allora?

“E’ impossibile. Se n’erano già accorti Togliatti, Berlinguer e poi Bertinotti nel ’98. Questa è la conferma. Una forza coerente con gli interessi dei lavoratori non può governare con forze che hanno come obiettivo la gestione del sistema così com’è. Il Pd, ad esempio, è una forza social-liberista. E’ finito un ciclo storico: la sinistra va ricostruita”.

Si dice da vent’anni.

“Vero. Ma se si va avanti ad assemblare gruppi di dirigenti responsabili di questa catastrofe, il fiato è corto. Allora preferisco puntare al medio-lungo termine: sogno una sinistra anticapitalista”.

Ancora non s’è stancato di sognare, dopo quarant’anni?

“Si. Ma tutto quel che è successo dal ’65 ad oggi non mi porta a pensare che il realismo politico sia meglio. Non sono un bolscevico con il coltello tra i denti, chi mi conosce si stupisce della mia mitezza. Solo che la società oggi, cos’ì com’è, non funziona. La domanda è: possiamo andare avanti così? No: io non sopporto questo sistema ingiusto e lo combatto. E sono ottimista”.

E dove trova le ragioni dell’ottimismo?

“Questo governo può cadere per le stesse contraddizioni per cui è caduto Prodi. Possono continuare a dividere la gente ed a far finta che il problema nazionale sia la sicurezza. Ma i lavoratori continueranno a non arrivare a fine mese”.

Promette che lei comunque al governo non ci torna?

“Beh, se un forte movimento di massa cacciasse Berlusconi, forse avrebbe qualche possibilità di condizionamento in più, ed allora..”.

Come non detto.

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fonte: ilVenerdì, 18 luglio 2008

Paolo Borsellino, 16 anni dalla strage. La moglie ai politici: ”Non dimenticatelo”

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E’ terminata alle 6 la veglia iniziata a mezzanotte in via D’Amelio a Palermo, in ricordo della strage del 19 luglio 1992 in cui morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta.

Sono cominciate, con l’arrivo dei bambini delle scuole palermitane, le commemorazioni del sedicesimo anniversario della strage. Sul luogo della strage il vice capo della polizia, il prefetto Nicola Izzo, il questore di Palermo Giuseppe Caruso, il comandante provinciale dell’Arma Teo Luzzi. Per la deposizione della corona di fiori il presidente del Senato Renato Schifani e il ministro della difesa Ignazio La Russa.

La moglie: non dimenticate mio marito
“Non dimenticate mio marito”. E’ una delle frasi pronunciate dalla moglie di Paolo Borsellino, Agnese, in un breve ma fitto dialogo con i ministri Angelino Alfano e Ignazio La Russa e con il presidente del Senato Schifani, in via D’Amelio, poco dopo la cerimonia in cui si è commemorata la strage. Pronta la risposta del guardasigilli: “Stia sicura, non solo non dimenticheremo suo marito, ma – ha sottolineato – non dimenticheremo chi ha fatto del male a lui, alla Sicilia e a tutti noi”. Un proposito confermato da Schifani e La Russa.

La sorella: abbiamo voglia di verità
“E’ importante che in momenti come quello di questa sera si sia in tanti. Non siamo qui per consolarci né per prenderci in giro. Chi è qui vuole impegnarsi mettendo la propria faccia. Gridiamo a gran voce la nostra voglia di verita”‘. L’ha detto Rita Borsellino al dibattito su “La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino”, ieri a Palermo. La sorella di Paolo Borsellino ha aggiunto che “non è più il tempo del solo ricordo e dei minuti di silenzio, ma quello di gridare con forza, perché vogliamo verità e giustizia sperando che la magistratura possa svolgere il proprio lavoro senza essere uccisa o crocefissa ogni giorno”.

Napolitano: ricordare tutti coloro che hanno pagato con il sacrificio i servigi alle istituzioni
“Ricordare tutti coloro che hanno pagato con il sacrificio della vita i servigi resi alle istituzioni contribuisce in modo determinante a diffondere la cultura della legalità contro ogni forma di violenza e sopraffazione”.

Lo sottolinea il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un messaggio inviato ad Agnese Borsellino nel sedicesimo anniversario della strage di via D’Amelio, per la quale “il dolore e lo sgomento restano vivi nella memoria di tutti”.

“Rinnovare anno dopo anno il ricordo di Paolo Borsellino e della sua scorta – sottolinea Napolitano – costituisce il doveroso riconoscimento che il Paese tributa al dramma da voi vissuto e al coraggio con il quale avete saputo affrontarlo nei lunghi anni trascorsi. Il dolore e lo sgomento per la strage di via D’Amelio restano vivi nella memoria di tutti. La inaudita violenza con cui si colpì un magistrato esemplare, costantemente impegnato nel contrasto alla criminalità organizzata suscitò nel Paese – già segnato dal barbaro attentato di Capaci – una condivisa stagione di lotta contro la brutale spirale mafiosa”.

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fonte: http://www.rainews24.it/notizia.asp?newsID=83971

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Ruoppolo Teleacras – La strage di via D’Amelio

Verdi e Pdci a congresso. Diliberto a Prc: riuniamoci

Pecoraro Scanio VERDI ANSA 220
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Congressi alle Terme per i partiti della sinistra usciti malconci dalle elezioni politiche. Dal 18 al 20 luglio gli ex Arcobaleno, Verdi e Comunisti italiani celebrano i loro congressi nazionali rispettivamente a Chianciano e a Salsomaggiore. Poi sarà la volta di Rifondazione comunista, sempre a Chianciano ma dal 24 al 27 di luglio.

Il 55-60 per cento dei circa 550 delegati dei Verdi, riuniti al Palamontepaschi, sostiene la vecchia maggioranza, riunita nella prima mozione congressuale. È il patto che teneva insieme i ‘centristi’ di Alfonso Pecoraro Scanio e Angelo Bonelli e la ‘sinistra’ di Paolo Cento. Quest’area candida Grazia Francescato, ambientalista storica, proveniente dalle fila del Wwf, già leader della Federazione tra il 1999 e il 2001. Ma sarà una soluzione ponte: una modifica statutaria sancirà la scelta di eleggere un portavoce invece che un presidente e rinvierà a dopo le elezioni europee i nuovi gruppi dirigenti più stabili.

Tema dell’assemblea nazionale, come rilanciare l’autonomia dei Verdi: Bonelli, già capogruppo alla Camera, parla di «stati generali dell’ecologismo» in autunno, e propone di guardare con maggiore apertura alle alleanze, a patto che «il Pd avvii una autocritica su quello che è successo» e pensi a un futuro «centrosinistra unito». L’area più critica con la vecchia gestione Pecoraro fa capo a Marco Boato, che chiede di correggere la linea degli ultimi anni: «La nostra collocazione naturale – dice – non è nell’estrema sinistra. Dobbiamo dialogare con il Pd, con i radicali, i socialisti, ma anche con il Prc». Boato e i suoi proporranno un portavoce alternativo: lo stesso ex deputato o l’europarlamentare Monica Frassoni.

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Sul fronte dei Comunisti italiani invece il V Congresso nazionale, con i suoi 638 delegati, ha come leit motiv ‘Ricostruire la sinistra, cominciamo noi comunisti’. E per farlo un’ipotesi è quella promossa dal segretario Oliviero Diliberto, che lancia un appello per la riunificazione fra Pdci e Rifondazione Comunista, i cui destini si sono separati dal 1998. Dal palco il segretario chiede alla platea, (ospiti presenti gli ex ministri del Pd, Arturo Parisi e Paolo Gentiloni, una delegazione del Pd e una delegazione del Prc) «che senso abbia che esistono due partiti comunisti» se «vogliamo concorrere alla costruzione di un Partito comunista più grande. Vogliamo dunque riunificare i nostri partiti. Ci rivolgiamo a tutta Rifondazione, non a pezzi di essa. Con rispetto, ma grande fraternità, dieci anni dopo».

Diliberto critica la scelta di Bertinotti e l’alleanza elettorale della Sinistra Arcobaleno. E sollecita una nuova alleanza fondata sull’interesse comune di contrastare il governo Berlusconi. Da qui due proposte concrete: «una grande manifestazione di massa in autunno sui temi del salario e dei diritti del lavoro e di cittadinanza, in alternativa a quella del Pd del 25 ottobre e una unica lista alle elezioni europee del 209 con falce e martello indipendentemente o meno dalla soglia di sbarramento che sarà decisa». Aggiungendo che si tratta di «una scelta politica e non una scelta obbligata».».

All’ipotesi risponde Paolo Ferrero: «No alla fusione a freddo». Dopo aver ascoltato in prima fila per un’ora e mezzo il discorso di Diliberto, Ferrero, che è candidato alla segreteria di Prc, ha sottolineato che «ci vuole un percorso più lungo. Non bisogna inventare formule che poi non funzionano. L’unione dei due partiti deve eventualmente partire dal basso, dai militanti e deve seguire un percorso politico». Quanto alla manifestazione proposta da Diliberto, per Ferrero non deve essere «un’iniziativa dei comunisti alla quale gli altri si accodano, ma deve partire dalla volontà di tutta la sinistra di alternativa, dai sindacati e anche dalle associazioni, oltre, naturalmente, che dai Comunisti».

Diliberto sa perciò che la riunificazione è difficile, anche perché gli eredi di Bertinotti, alle prese con il complicato congresso del Prc, non dimenticano i vecchi contrasti che sfociarono in spaccatura in quel voto di fiducia dell’ottobre di 10 anni fa. Inoltre, Rifondazione è appunto alle prese con una forte crisi interna e il regolamento dei conti in corso tra Vendola e Ferrero, a suon di carte bollate e minacce di ricorsi per via dei congressi locali che i due esponenti si stanno contestando a vicenda.

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Pubblicato il: 18.07.08
Modificato il: 19.07.08 alle ore 12.28

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77267

Scuola, emendamento cancella obbligo scolastico fino a 16 anni

L’allarme lanciato dal segretario della Flc-Cgil, Enrico Panini:
“Nel testo in discussione alla Camera l’obbligo scende a 14 anni”

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Scuola, emendamento cancella obbligo scolastico fino a 16 anni ROMA – Un emendamento al decreto 112 relativo alla manovra economica del governo, in discussione in queste ore alla Camera, cancella l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 16 anni di età, introdotto dal governo Prodi con la precedente Finanziaria e attualmente in vigore. Lo rende noto il segretario generale della Flc-Cgil, Enrico Panini, secondo il quale in questo modo “si riporta l’orologio della storia agli anni 50”.

“L’emendamento infatti – spiega – prevede che si possa assolvere l’obbligo scolastico anche nel sistema regionale della formazione professionale e nei percorsi triennali istituiti dal ministro Moratti, che escono così dalla sperimentalità per diventare definitivi e che già prevedono a loro volta un massiccio ricorso alla formazione professionale. Ben diversa – osserva – la situazione attuale che prevede, in coerenza con il dettato costituzionale, l’assolvimento dell’obbligo scolastico nel solo sistema di istruzione che comprende le scuole statali e paritarie”.

Secondo il sindacalista si tratta di “un ennesimo colpo di mano per via legislativa contro la scuola pubblica e una sconfessione degli impegni assunti dal ministro Gelmini”. Così, afferma il leader della Flc, “si torna a separare sulla base del reddito, per chi ha mezzi e opportunità sociali la scuola vera, per chi parte da qualche svantaggio sociale, il canale di serie C. Si spacca l’unitarietà del sistema creando per i meno fortunati un canale parallelo discriminatorio, si regionalizza e si privatizza un pezzo di formazione”.

Tagli indiscriminati, revisione totale di ordinamenti, organizzazione e didattica, continui “stop and go” ai processi di riforma, “testimoniano l’alta considerazione che questo governo ha per i delicati meccanismi di funzionamento della scuola e svela, se ce ne fosse ancora bisogno, come tutto il discredito gettato sul sistema e i docenti fosse finalizzato a far passare nella società l’opera di smantellamento della scuola pubblica”.

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18 luglio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2008-uno/obbligo-scolastico/obbligo-scolastico.html

Dal Papa anatema sui preti pedofili: “Una vergogna, siano giudicati”

Benedetto XVI a Sydney sceglie di affrontare senza mediazioni gli scandali che hanno travolto anche la chiesa australiana: “Dolore per le vittime”

Papaboys dalla parte dei familiari delle vittime: “Li doveva incontrare”
Tra loro un gruppo di giovani americani con la maglietta “le scuse non bastano”
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Dal Papa anatema sui preti pedofili "Una vergogna, siano giudicati"
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SYDNEY – Condanna “inequivocabile” dei preti pedofili, che “devono essere portati davanti alla giustizia”, “vergogna” per i loro “misfatti” e “condivisione del dolore e della sofferenza delle vittime”, che devono riceve compassione e cura”. Condanna senza mezzi termini del Papa da Sydney per la Giornata mondiale della gioventù.

In Australia, secondo i dati della associazione delle vittime di abusi sessuali Broken Rites, sono già stati condannati per violenza sui minori 107 tra preti e religiosi cattolici. E altri processi sono in corso. Alla notizia dell’arrivo di Benedetto XVI a Sydney le associazioni di abusati hanno cominciato a chiedere con insistenza che, analogamente a quanto ha fatto lo scorso aprile negli Stati Uniti – dove il fenomeno dei preti pedofili ha avuto portata molto ampia, portando la chiesa americana a una gravissima crisi di immagine e finanziaria – papa Ratzinger chiedesse scusa per le colpe dei preti pedofili.

Benedetto XVI ha detto: “Desidero qui fare una pausa per riconoscere la vergogna che tutti abbiamo sentito a seguito degli abusi sessuali sui minori da parte di alcuni sacerdoti o religiosi di questa nazione”. A questo punto, integrando il testo del discorso scritto, ha aggiunto: “Davvero sono profondamente addolorato per il dolore e la sofferenza subita dalle vittime e assicuro loro che come loro pastore anche io condivido la loro sofferenza”.

“Questi misfatti – ha proseguito riprendendo il testo -, che costituiscono un così grave tradimento della fiducia, devono essere condannati in modo inequivocabile. Essi hanno causato grande dolore e hanno danneggiato la testimonianza della Chiesa. Chiedo a tutti voi di assistere i vostri vescovi e di collaborare con loro per combattere questo male. Le vittime devono ricevere compassione e cura, e i responsabili di questi misfatti devono essere portati davanti alla giustizia”. “E’ una priorità urgente – ha aggiunto subito dopo – quella di promuovere un ambiente più sicuro e sano, specialmente per i giovani”.

Nei giorni scorsi sono giunti a Sydney da Londra i genitori di due bambine ripetutamente violentate da un sacerdote di Melbourne, padre O’Donnell, negli anni tra il 1988 e il 1993, e hanno pubblicamente chiesto di essere ricevute dal Papa. La coppia, Anthony e Christine Foster, accusa inoltre l’arcivescovo di Sydney, George Pell, di aver insabbiato l’inchiesta contro padre O’Donnell, riconosciuto responsabile delle violenze sulle loro due figlie, Emma e Katherina.

Ma non erano i soli a chiedere un incontro in occasione della visita del Pontefice. Da tempo le famiglie delle vittime degli abusi avevano chiesto di essere ricevute da Benedetto XVI, e di fronte al rifiuto del Vaticano hanno organizzato una manifestazione di protesta in Taylor Square. Una protesta che ha ricevuto la solidarietà dei Papaboys. “Una riflessione – si legge nel testo diffuso in sala stampa a Sydney – va fatta: da due anni stavano preparando questa manifestazione di protesta, che andrà su tutti i giornali del mondo in contemporanea alle notizie della Giornata mondiale della gioventù”.

“Abbiamo avuto due anni di tempo – sottolineano i Papaboys – per cercare la verità e decidere di incontrare queste persone che dicono di aver subito violenze da parte di religiosi, oppure, se fossero tutte macchinazioni e non ci fosse verità, c’era tutto il tempo per denunciarlo, e a voce forte”. “Capiamo il dolore e la rabbia di queste persone alle quali vorremmo dire, in tutta questa atroce sofferenza che si portano sulle spalle, di riconoscere un peso come quello della croce”. “Se può bastare – assicura il presidente Daniele Venturi a nome dei ragazzi – siamo disposti a incontrarvi noi, al rientro in Italia, siamo Chiesa in quanto battezzati, siamo disposti ad ascoltare le vostre storie e le vostre ragioni”.

Sulle stesse posizioni dei Papaboys
italiani anche alcuni loro coetanei statunitensi, tra cui un gruppetto di ragazzi della diocesi di Chicago che ha indossato magliette rosse con la scritta “le scuse non bastano”, che è lo slogan utilizzato in questi giorni a Sydney dall’associazione delle vittime e dei loro familiari Broken Rites Australia. Venivano proprio da Chicago le vittime degli abusi che il papa ha incontrato lo scorso aprile a Washington, un precedente che aveva lasciato supporre che il Papa avrebbe incontrato i familiari anche a Sydney.

Anche i gay hanno protestato questa mattina contro la visita del Papa. Un migliaio di appartenenti alla No To Pope Coalition hanno manifestato distribuendo preservativi ai passanti e innalzando striscioni e cartelli contro l’opposizione del Vaticano all’omosessualità e alla contraccezione. I manifestanti hanno lanciato anche preservativi contro i pellegrini che stavano raggiungendo l’ippodromo di Randwick. La massa è rimasta indifferente alle provocazioni, e tra loro molti hanno salutato con il segno della pace.
Intanto sono già oltre 250mila i giovani che si sono radunati nella spianata dell’ippodromo dove Benedetto XVI officerà la veglia di preghiera con i giovani partecipanti alla Gmg.

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19 luglio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/esteri/benedettoxvi-22/preti-pedofili/preti-pedofili.html