Sinistra, l’eterno ritorno della sconfitta

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di Alessia Grossi

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«Ma se fate così quando si perde, quando si vince che fate?». Si difende così dall’oceanico applauso dei suoi lettori compiacenti Fausto Bertinotti all’ingresso al piccolo Eliseo di Roma. L’ex segretario di Rifondazione in veste di direttore della rivista «Alternative per il Socialismo» presenta, da un palco teatrale, come l’Edipo accecato, la sconfitta della sinistra.
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Ha dedicato al tema persino un numero monografico dal titolo definitivo «Le ragioni di una sconfitta». È pronto dal podio Bertinotti, maniche di camicia, mani giunte e sigaro consolatorio ad «andare in profondità», a rimescolare le carte, a chiedere aiuto cominciando dagli astanti perché «la sinistra tutta possa condividere la sconfitta e ripartire». Ma quelli niente. Applaudono, ingrati.
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La sala del Piccolo è stracolma, fuori la gente aspetta il proprio turno per salire. Non si sono nemmeno concessi un po’ d’aria condizionata questi «comunisti» per espiare nel profondo le proprie colpe, parrebbe. Non è così, lo dice il dibattito che segue la breve e «realistica» presentazione dell’ex presidente della Camera. Lui parla dell’hic et nunc. «Questa, senza esagerazione – ché già c’è chi si diverte a spararla sempre più grossa – è una sconfitta storica – si confessa Bertinotti. È dal dopoguerra che la cultura di sinistra non è mai stata così minoritaria e quella di destra tanto maggioritaria – continua l’ex segretario. Ora abbiamo un compito allo stesso tempo drammatico e gioioso, costruire una ricerca condivisa». E dal generico entra nel particolare Bertinotti, al fallimento del governo Prodi e spiega: «Il progetto della Sinistra l’Arcobaleno era un progetto destinato a fallire perché non ci credevano nemmeno gli stessi promotori».
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Ma quelli niente. Quelli seduti nelle prime otto file riservate della sala non sono venuti certo per ascoltare. Così quando il moderatore Luca  Bonaccorsi lascia loro la parola per le domande comincia a sentirsi un fruscìo di fogli, cori di voci che si schiariscono e passaggi di microfono. E uno dopo l’altro giù a snocciolare altro che domande, risme e risme di «letture personali», e non della sconfitta. C’è chi «deve dar ragione a Marx», chi a Hegel, chi a Nietzsche.
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Il la lo dà il gettonatissimo prof. Masini, che «ha vissuto la dittatura cinese» (questo ce lo suggerirà con una strizzatina d’occhio un’altra intervenuta). Vuole fare un distinguo il professore fra il «fenomeno dell’immigrazione e lo sfruttamento della classe operaia», e lo fa ripartendo dallo schiavismo, dalla storia degli indigeni d’America, dalla tratta degli schiavi neri, tanto per non tralasciare niente che possa aiutare a capire la sconfitta della sinistra in Italia. Chissà se ha colto il nesso Franco Giordano che scende le scale della sala proprio in quel momento.
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Segue l’intervento della «storica» che siede due file avanti. A lei sembra doveroso in questa sede ripartire dal rapporto uomo- donna per capire «perché il capitalismo fagocitante abbia bisogno dell’immigrazione». Presto detto: «Se le donne si emancipano non fanno più figli, manca la forza lavoro e così il capitalismo ha bisogno di nuovi schiavi». Bertinotti dal palco dovrebbe rispondere, ma in assenza di domande si limita a dire che «è ancora presto per dare vita ad un pensiero» e nel frattempo chiede «generosità agli astanti». «Azzerare tutto per ripartire sì – dice il presidente-  ma difendo la classe operaia. Non si butti via il bambino con l’acqua sporca». Poi di nuovo una domanda. E dalla platea si vola verso l’«all’eterno ritorno nietzschiano». E allora ve lo siete voluto. Sandro Curzi abbandona la sala.
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Fausto Bertinotti tenta di riportare tutto alla questione della sconfitta. Prova a difendere il femminismo, la lotta operaia, a ritrovare il punto, la storia, l’Italia, concede la sintesi più aulica  possibile, dice che in fondo «quello che stiamo dicendo è che se si ritrova l’umano, l’individuo, e si costruisce un nuovo senso del noi condiviso si può ripartire».
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Ma questo non basta, questo non è un dialogo. Gli interlocutori si sono preparati da casa a fare bella figura e hanno legato i loro interventi indissolubilmente l’uno all’altro, la risposta del presidente non era prevista nel canovaccio. Dunque si ritorna -come direbbe Nietzsche-  sull’uomo e sulla donna, sulla dicotomia razionale – irrazionale, sulla libertà sessuale e il ’68. C’è anche chi azzarda un parallelo con i primi anni della rivoluzione bolscevica.
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«Con la nostalgia di altre epoche non si aiuta a ripensare l’oggi» tuona Aldo Garzia, redattore della rivista dalla poltrona accanto a quella di Bertinotti. Ma il dibattito sembra ormai avviato all’autocelebrazione della specie. La specie dei seguaci di Massimo Fagioli, lo psichiatra che vanta il merito di aver fatto entrare «la psiche dell’uomo in politica». Colui che al fallimento del comunismo dice di aver «offerto a Bertinotti una nuova strada da percorrere: la realtà umana». Per citare Bertinotti che cita Antonio Gramsci: «Siamo a uno dei punti più difficili della nostra storia. Ma siamo proprio sicuri che ci sia «bisogno di tutta la vostra intelligenza»?

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Pubblicato il: 22.07.08
Modificato il: 22.07.08 alle ore 12.54

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77353

fonte immagine:  http://www.lernesto.it/dati/ContentManager/images/bertinotti2.jpg

Guzzanti-Bertinotti

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Una risposta a “Sinistra, l’eterno ritorno della sconfitta”

  1. Franca dice :

    Ha dedicato al tema persino un numero monografico dal titolo definitivo «Le ragioni di una sconfitta»

    Da parte sua sarebbe bastata una sola parola: “Io”

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