Archivio | luglio 23, 2008

NUCLEARE – Francia: 100 operai della centrale di Tricastin contaminati dopo l’incidente di inizio luglio

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Circa 100 operai della centrale nucleare di Tricastin sono rimasti contaminati da elementi fuorusciti da una tubatura nella reattore numero 4, fermo per manutenzione. L’11 luglio scorso l’Autorità per la sicurezza nucleare francese aveva ordinato la chiusura di parte della unità per il trattamento delle scorie dopo la fuoriuscita nei fiumi circostanti di liquido contenente uranio di 4 giorni prima.

Dopo la fuoriuscita è stato chiesto agli abitanti di tutta la regione di non bere acqua e di non mangiare pesce, vietando anche di bagnarsi nelle acque contaminate. L’Autorità aveva anche effettuato una serie di ispezioni presso la centrale, lamentando che il dispositivo di sicurezza per evitare qualsiasi nuovo caso di perdita non era “soddisfacente”.

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fonte: http://www.roma-citta.it/roma/news_14582—Mondo—Francia-nucleare-100-operai-della-centrale-di-Tricastin-contaminati-dopo-l-incidente-di-inizio-luglio-cronaca.html

TESTAMENTO BIOLOGICO – Ravasin: «Dico basta perché non voglio diventare un vegetale»

L’appello: «La Chiesa non può decidere sulla mia sofferenza: spero di non finire come Eluana, ho diritto di dire no»

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Paolo Ravasin
Paolo Ravasin

MONASTIER (Treviso) — Il dolore. Gli fa paura più della morte. Perché conosce la sofferenza, come le fitte acutissime alle gambe che non sa come muovere. E l’attesa, interminabile, di qualcuno che lo aiuti. Capita quasi ogni giorno a Paolo Ravasin, 48 anni, da dieci affetto da Sla (sclerosi laterale amiotrofica), allettato da quattro, per questo costretto a vivere in strutture assistenziali. Da 18 mesi è sdraiato al secondo piano di Villa delle magnolie a Monastier, 10 chilometri da Cessalto (Treviso) dove abitano moglie, figli, madre e fratelli, tutta la sua vita. O meglio, il suo passato. Perché lui oggi non si riconosce più.

Guarda il video-testamento di Ravasin

«Quello che ero se l’è portato via la malattia, quello che sono oggi resterà scritto nei documenti che sto mettendo da parte, così i miei figli capiranno perché l’ho fatto». Un testamento biologico, prima solo scritto, poi videoregistrato e diffuso su Internet. In cui dichiara la netta volontà di rifiutare alimentazione e idratazione artificiale nel caso smettesse di mangiare con la bocca. La sua ultima impresa. Da «guerriero» come lo chiama il fratello Alberto. «Non voglio più essere attaccato alle macchine. L’ho già fatto»: abbassa gli occhi indicando il respiratore che gli soffia ossigeno nei polmoni. «Se tornassi indietro, non lo permetterei più». E spiega perché: «Quando ti fanno un buco nella trachea e ti mettono dentro una cannula, è vero che ti salvano la vita, ma non ti dicono che quella cannula dovrà essere cambiata ogni mese, che tre o quattro volte al giorno devono aspirarti il muco, che il macchinario si può guastare».

Non dimentica le 18 volte in cui ha rischiato di morire perché il respiratore si è fermato. «Ora l’hanno cambiato». Ma non basta ad annullare la paura. «Ho paura di morire, ma è quello che voglio, quello per cui mi sto battendo, non solo per me, ma per tutti coloro nelle mie condizioni». Una legge che dia valore ai testamenti biologici: l’ultimo desiderio. «Spero che la facciano al più presto, perché non tutti sono come Eluana Englaro, che ha avuto un padre coraggioso, capace di far valere le sue volontà in tribunale. Noi malati soffriamo e dover aspettare aggiunge sofferenza a sofferenza, umiliazioni a umiliazioni, che non ci fanno guadagnare il Paradiso, per quello c’è sempre bisogno della Misericordia». Non una battuta, ma una convinzione di fede: «Sono cattolico, Dio ci ha dato la libertà di scegliere, la Chiesa invece decide per noi quanto dobbiamo soffrire. Io dico che ognuno di noi deve scegliere. Non voglio finire come Eluana, in stato vegetativo. Ho il diritto di dire di no».

Morire come Welby, altrimenti di fame e di sete: il sogno degli ultimi mesi. «I medici sono d’accordo: niente cure se le rifiuterò». Il primo passo verso la morte l’ha già fatto: «Ho rinunciato ad andare in ospedale per una broncopolmonite. Sono ancora qui. Ma potrebbe succedermi di peggio». Come perdere la voce, oggi l’unica speranza di soffrire meno: «Posso dire agli infermieri dove mi fa male, così evito le piaghe da decubito. Ma presto la pelle comincerà a bruciarmi senza che nessun potrà aiutarmi. Spero proprio di morire prima».

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Grazia Maria Mottola
23 luglio 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_luglio_23/ravasin_sla_malattia_04ed15a8-58af-11dd-9878-00144f02aabc.shtml

La sedia elettrica a un euro attrazione choc al luna park

Milano, in coda per assistere all’esecuzione di un manichino
Il fantoccio si agita, inizia a friggere e infine resta immobile

Il giostraio: “La gente ne va matta, ho già recuperato l’investimento”

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La sedia elettrica a un euro attrazione choc al luna park

di FRANCO VANNI

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MILANO – Un euro per vedere la morte. È scritto su un cartello di fianco alla sedia: “Inserire la moneta per vedere l’esecuzione”. Un euro per un minuto di spettacolo: i tre colpi di sirena che danno il via al boia, la scarica elettrica che per 15 secondi scuote il manichino in una nube di fumo, il corpo di lattice immobile, piegato in avanti. Finito, si ricomincia: altro euro, altra esecuzione.

La sedia elettrica a gettoni è la massima attrazione del Luna park dell’Idroscalo, Est milanese. A ogni moneta, a ogni botta di corrente, lo stesso commento: “Sembra vero”. La frase viene ripetuta con identico entusiasmo da centinaia di persone ogni sera. La folla è continua e varia: bambini accompagnati da papà, donne che fingono paura e ridendo si stringono al braccio del fidanzato, ragazzini che si lanciano in commenti entusiasti: “Guarda come frigge”, “La testa gli balla di brutto”, “Era più figo se dopo che moriva si risvegliava ancora un attimo”.

È come al juke box: uno paga, gli altri si divertono a scrocco. Telefonini in mano, per scattare fotografie e girare video da mettere in Internet, su You Tube. Il primo lo ha caricato in rete tale “Silvio 60”, nick-name a cui corrisponde la fotografia di un ragazzino, 18 anni al massimo. Ai 55 secondi di clip si accompagna una descrizione: “Divertente simulazione di uomo sulla sedia elettrica”. Le urla del condannato, sparate da due amplificatori da chitarra, sono coperte dalle risate del pubblico.

La sedia, con manichino già imbullonato, è arrivata dieci giorni fa in una cassa di legno, direttamente da Las Vegas. La produce la ditta Distortions, cinquemila euro, compreso il trasporto in aereo. “È la prima in Italia, la fanno solo in America” – assicura Renzo Biancato, 47 anni, giostraio. L’ha comprata su Internet, l’ha vista sulla rivista statunitense Haunted World, specializzata in gadget dell’orrore. Un affare: “Ho ottenuto uno sconto – dice Renzo – ne ho ordinata una uguale per mio fratello, giostraio anche lui. Quando è arrivata ero emozionato”. Aperta la cassa, Renzo si è messo a studiare le istruzioni: la macchina del fumo da portare a temperatura, il volume delle urla da regolare, quel poco di manutenzione che richiede un sacco in lattice in cui si agita avanti e indietro un braccio meccanico.

Pochi, pochissimi, resistono alla tentazione di assistere all’orrore. La macchina non passa inosservata: è in mezzo a uno dei vialetti del parco, di fianco al “trenino dei fantasmi”, attrazione per bambini. “Mio figlio non si stacca più, è lì davanti da mezz’ora, è come rapito” – dice la madre di un ragazzino di 12 anni. “Sono contenta – continua – non mi preoccupo, almeno so dov’è”. Madri che quando il bambino si copre gli occhi gli danno del “fifone”. Padri che spronano i piccoli: “Fa ridere, guarda”. L’eccezione: Mara Colombo, 37 anni, accompagna al Lunapark Andrea, 11 anni. Lei non sta nel gruppo delle mamme entusiaste, ferme davanti al corpo di gomma che si contorce. Mara ha paura: “Non mi spaventa il gioco di per sé – dice – è una scemenza, un pupazzo da film dell’orrore, è ovvio che piaccia ai bambini. Semmai ho paura dei miei coetanei.

Il primo a stupirsi dell’entusiasmo suscitato dalla macchina è il giostraio. “All’inizio temevo che qualcuno si lamentasse, che le madri avrebbero protestato, invece tutti ne vanno matti”. Poi fa i conti: “Ogni sera la macchina rende 50 euro, 150 la domenica”. Per Yuri Trebino, 32 anni, che assieme al fratello Simone gestisce il luna park, “Quell’attrazione è una macchina da soldi come le altre, tutto qui”. Yuri al condannato elettrico, dopo dieci giorni, è già affezionato: “È costato pochissimo e piace a tutti. Visto il successo ce lo copieranno, ma per ora è nostro e basta. Ce l’abbiamo solo noi, la gente per vederlo deve venire qui”.
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23 luglio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/sedia-elettrica-parco/sedia-elettrica-parco/sedia-elettrica-parco.html

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Sedia elettrica al luna park
La Procura indaga il giostraio

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MILANO – Il pm Antonio Sangermano, in base all’articolo 725 del codice penale, ha disposto il sequestro dell’attrazione del Luna Park dell’Idroscalo di Milano che, con un manichino, simulava la morte su sedia elettrica.
Secondo quanto riferito dalla Questura di Milano, il proprietario della giostra è indagato per atti contro la pubblica decenza. In un’intervista al quotidiano Il Giornale l’uomo, “fiero del suo manichino” ordinato e fatto arrivare appositamente dagli Stati Uniti, aveva annunciato che si sarebbe rivolto all’avvocato con l’intenzione di “riattivare subito la giostra” se non ci fossero state conseguenze legali. Nella serata di ieri era arrivata anche la condanna del sindaco di Milano Letizia Moratti, che aveva chiesto di fermare uno spettacolo “indegno per un Paese che ha lottato contro la pena di morte”.

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24 luglio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezion

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/sedia-elettrica-parco/giostraio-indagato/giostraio-indagato.html

vignetta di Mauro Biani

Cocktail di sostanze naturali per prevenire cancro seno

Scoperta di ricercatori italiani: uno deriva da un olio essenziale e l’altro «assomiglia» alla vitamina A

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MILANO – Un cocktail di sostanze poco tossiche di origine naturale potrebbe aiutare, insieme a tutte le altre strategie preventive già ben conosciute, a prevenire il tumore al seno. Lo suggerisceuno studio di ricercatori italiani dell’Irccs MultiMedica di Milano guidati da Adriana Albini e pubblicato sulla rivista Clinical Cancer Research.

Gli studiosi hanno utilizzato due sostanze per la prevenzione del tumore mammario in modelli sperimentali, un tri-terpenoide sintetico, derivato da una struttura naturale di un olio essenziale e un rexinoide, parente lontano della vitamina A, che interagisce con particolari recettori, chiamati RXR, sulle cellule neoplastiche.

«Mentre le combinazioni di chemioterapia sono all’ordine del giorno per la cura del cancro – spiega la dottoressa Albini, responsabile della Ricerca oncologica dell’Irccs MultiMedica – fino ad ora sono state utilizzate molto raramente in studi clinici le combinazioni chemiopreventive di sostanze poco tossiche di origine naturale per tenere lontani i tumori o ritardare le ricadute. Un’altra importante novitá è rappresentata dal fatto che questa prevenzione è dedicata a tumori mammari negativi per il recettore estrogeno, che generalmente sono i meno benigni».

RICERCA INTERNAZIONALE La ricerca internazionale è stata realizzata in collaborazione tra i ricercatori dell’Irccs MultiMedica – riferisce una nota del centro milanese – e gli americani della Dartmouth Medical School del New Hamsphire guidati da Michael Sporn, considerato il padre della chemioprevenzione. Non si può ancora dire – precisano gli autori della ricerca- se la combinazione è efficace anche dal punto di vista clinico in donne portatrici di neoplasie, anche se uno dei due componenti del «cocktail», il tri-terpenoide CDDO-Me, studiato da Adriana Albini e dalla ricercatrice Ilaria Sogno presso il Polo scientifico e tecnologico MultiMedica, è in fase clinica di studio su varie neoplasie negli Stati Uniti, con risultati molto promettenti.

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23 luglio 2008

fonte: http://www.corriere.it/salute/08_luglio_23/prevenzione_tumore_seno_f441b35e-58a8-11dd-9878-00144f02aabc.shtml

Roma, aggredita giovane lesbica nella Gay Street di San Giovanni

La ragazza rientrava a casa dal lavoro quando è stata colpita alle spalle
Arcigay: “Colpito luogo simbolo della comunità omosessuale romana”

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Roma, aggredita giovane lesbica nella Gay Street di San Giovanni ROMA – Le hanno gridato “lesbica di m…” e poi l’hanno inseguita e colpita con dei calci. E’ successo domenica notte a una ragazza di 20 anni, aggredita a Roma perchè lesbica. Lo denuncia Arcigay Roma. La giovane, collaboratrice di Coming Out, storico bar omosessuale romano e cuore della Gay Street di via di San Giovanni in Laterano, stava tornando a casa dal lavoro quando è stata afferrata alle spalle, insultata e colpita, riportando contusioni su varie parti del corpo.

“E’ l’ennesimo violento attacco alle persone lesbiche e gay – ha commentato il presidente di Arcigay Roma Fabrizio Marrazzo – Un episodio preoccupante perchè le modalità sono analoghe a quelle dell’aggressione di Cristian Floris, avvenuta qualche mese fa: la vittima è stata colpita alle spalle e poi insultata. Con questo attacco – ha aggiunto Marrazzo – si è scelto in maniera esplicita di colpire uno dei luoghi simbolo per la comunità lesbica e gay della nostra città: la Gay Street. Adesso più che mai diventa essenziale una presa di posizione da parte del Comune di Roma e del I Municipio, che chiarisca se le persone lesbiche, gay e trans hanno diritto di cittadinanza nella nostra città e in via di San Giovanni in Laterano così da rispondere con fermezza a questi attacchi omofobi e respingere ogni atto intimidatorio”.

La condanna dell’episodio è arrivata anche da parte di Enzo Foschi e Paolo Masini, consiglieri del Pd rispettivamente alla Regione Lazio e al comune di Roma. I due, in una nota, hanno definito l’aggressione “un atto vigliacco e razzista, che dimostra come nonostante si affermi il contrario, esiste oggi una forte discriminazione nei confronti della comunità gay e lesbica. Questo episodio esige, dunque, una risposta positiva e immediata. E’ opportuno che il municipio e il comune, in primo luogo, autorizzino da subito lo svolgersi della Gay Street, che appare oggi quanto mai necessaria: una manifestazione culturale, per comunicare, farsi conoscere e sensibilizzare e non, come in tanti vogliono far credere, un mero fatto commerciale”.

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23 luglio 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/lesbica-aggredita/lesbica-aggredita/lesbica-aggredita.html

Il Mongol Rally parte da Milano: un folle viaggio per solidarietà

Sabato 19 luglio alle ore 17, da Piazza Castello a Milano sono partite 11 Panda, una Subaru, una Passat e due Renault per il Mongol Rally, il folle viaggio per gli amanti della guida avventurosa. Un viaggio per raggiungere la Mongolia senza percorsi prefissati che raccoglie fondi a favore dei progetti Cesvi in Afghanistan, con il patrocinio dell’Assessorato per lo Sport e il Tempo Libero di Milano.


Giunto alla quinta edizione, il Mongol Rally quest’anno è partito anche dalla patria delle lussuose auto di grossa cilindrata, che però in questo caso sono fuorigioco. Protagoniste della corsa sono le piccole utilitarie con cui i 15 equipaggi dovranno riuscire a raggiungere Ulaan Bataar, capitale della Mongolia, macinando circa 16.000 chilometri senza ricevere alcun tipo di assistenza. Il percorso è scelto dai singoli team che, superando montagne, solcando deserti e pianure, percorrendo strade e sterrati, pianificheranno il proprio itinerario autonomamente, assumendosi tutti gli eventuali rischi. È proprio questo che rende il Mongol Rally imprevedibile e affascinante.


Ogni team deve raccogliere almeno 1.000 sterline (circa 1.300 euro) da devolvere a un progetto sociale attivo nei Paesi interessati dal Mongol Rally; in questo modo l’iniziativa assicura un sostegno alle comunità che i team incontreranno nel loro percorso verso Ulaan Bataar.

Le squadre partite da Milano devolveranno i fondi raccolti a favore di un progetto del Cesvi a favore delle donne afghane della regione di Mazar-e-Sharif. L’iniziativa di Cesvi prevede il sostegno ai profughi che rientrano nelle terre d’origine dopo il lungo esilio causato dai conflitti che si sono succeduti nel Paese. Verranno realizzati corsi professionali con una particolare attenzione alla produzione di manufatti in seta, dall’allevamento dei bachi alla tessitura.
«Molte donne sono rimaste vedove a causa della guerra e senza mezzi per mantenere se stesse e i propri figli. Per questo è fondamentale che possano formarsi e imparare un lavoro» – sostiene Lorena D’Ayala Valva, responsabile progetti Cesvi in Afghanistan – «le donne possono rappresentare un cambiamento in positivo della società afghana, ma questo sarà possibile solo se diverranno consapevoli delle proprie capacità e impareranno a gestire le proprie risorse».

La prima edizione del Mongol Rally risale al 2004, quando 6 auto partirono da Londra alla volta della Mongolia. Anno dopo anno l’entusiasmo per questa avventura si è moltiplicato e i team in partenza per l’edizione 2008 sono stati 300, divisi tra Londra, Madrid e Milano. Tra gli equipaggi “Brighella Team”, un’insospettabile coppia di avventurosi alla volta della Mongolia su una Panda rosso fiammante del 1986, capitanata da Alessandro Coggi, Presidente e Amministratore Delegato di Goodyear Dunlop Italia, accompagnato dalla moglie Antonella.

«L’anno scorso il Mongol Rally aveva suscitato un ampio interesse e una notevole copertura mediatica in Italia. In particolare il team “Fiat 500” aveva dimostrato quanto il Rally fosse sfidante e impegnativo, quindi la decisione di inserire una partenza dall’Italia ci è sembrata una scelta naturale» – racconta Dan Wedgwood, uno degli organizzatori – «Speriamo che anche i partecipanti da Milano si moltiplichino nelle prossimi edizioni della corsa, così come è accaduto negli scorsi anni per le partenze da Londra e da Madrid».

Maggiori informazioni sul progetto sostenuto da Cesvi e finanziato dal Mongol Rally qui

Dalla newsletter Cesvi di luglio segnalo anche:

a scuola di diritti umani e pigmei, custodi della foresta – progetti a sostegno delle popolazioni pigmee del Congo

master in gestione delle acque nei paesi in via di sviluppo a Milano

e, per i più… “malfideti”… l’esame del Sole 24ore sul bilancio Cesvi

ma c’è anche molto altro…

POST SCRIPTUM: pare che i link alle rispettive pagine non funzionino a dovere… se succede anche a voi, cliccate qui: http://www.cesvi.org/

Università: senza soldi, stop alla ricerca e aumenti delle tasse

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Sono tutti riuniti a Roma, preoccupati e arrabbiati. Sono i docenti delle Università italiane che, dopo le notizie sui tagli all’istruzione previsti dalla manovra finanziaria, minacciano un’agitazione nazionale. E a settembre potrebbero decidere di bloccare lezioni ed esami, insomma, l’intera attività universitaria. Lunedì il prorettore della Sapienza, Luigi Frati, aveva già minacciato di non approvare il bilancio del prossimo anno dell’ateneo romano, ora le associazioni dei docenti spiegano chiaro e tondo che «tagliare circa 500 milioni di euro all’Università italiana significa inevitabilmente aumentare le tasse per gli studenti, scaricando su di loro e sulle loro famiglie gran parte del costo dell’operazione».

statua della Minerva dell'università La Sapienza di Roma, foto Ansa

Insomma, se già oggi studiare è un diritto non proprio a costo zero, dal prossimo anno potrebbe diventare una possibilità riservata a pochi. «Cosa dovrebbe spingere gli studenti ad iscriversi? Cosa dovrebbero aspettarsi da un sistema martoriato?», si chiedono i docenti. Tempi duri anche per la ricerca: «Si tratta – ha sostenuto in un intervento un ricercatore precario – di un vero e proprio attacco al sistema universitario da parte del Governo. Sarà difficile se non impossibile – aggiunge – riuscire a fare ricerca quando il 90% del budget disponibile dovrà essere investito solo per gli stipendi. È una farsa politica che per molti docenti precari si trasformerà però in tragedia».

Tra le misure di protesta che si stanno organizzando c’è anche l’ipotesi delle dimissioni di massa: «Nella riunione della Crui (la Conferenza dei Rettori, ndr) del prossimo giovedì – annuncia il rettore dell’Università dell’Aquila, Ferdinando Di Iorio – proporrò le dimissioni di tutti i rettori. Lo abbiamo già fatto in passato per problemi finanziari – ricorda – stavolta in gioco c’è qualcosa di più strategico: l’assetto dell’università pubblica. Certo – aggiunge – sarà difficile convincere i 22 atenei privati».

Sulla vicenda martedì è intervenuto anche il segretario del Pd Walter Veltroni, che ha inviato una lettera all’assemblea riunita alla Sapienza: «È compito primario dello Stato – scrive Veltroni – sostenere la formazione superiore e la ricerca libera», in quanto «beni pubblici che svolgono un servizio nell’interesse del paese». «La competizione internazionale tra sistemi economici – prosegue nella lettera il leader Pd – richiede all’università italiana un nuovo protagonismo nell’interesse di tutta l’Italia. Spetta al governo dare modo a questo attore sociale di potersi esprimere al meglio. Dare fiducia all’università – conclude Veltroni – significa dare fiducia al futuro. Ne abbiamo tutti assoluto bisogno».

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Pubblicato il: 22.07.08
Modificato il: 22.07.08 alle ore 14.53

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77358

fonte immagine:  http://www.fogliazza.net/immagini/TAX.jpg

Eolico contro Pet coke. Da che parte stare?

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21/07/2008

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A Gela i cittadini sono ormai abituati ai “pacchi regalo” che appena li apri ti parte un bel cazzotto molleggiato! È così che si ritrovano la raffineria più grande d’Europa che dopo cinquantanni ha compromesso irrimediabilmente il territorio e la salute (per molti anche la vita) dei cittadini, interi quartieri sorti nella piana in un contesto in cui le unità abitative (abusive) sono superiori alla domanda abitativa stessa, due palazzetti dello sport a 100 metri l’uno dall’altro ed entrambi ancora per lungo tempo non fruibili dalla popolazione, un parco di Montelungo lasciato all’incuria e puntualmente incendiato nel periodo estivo, un polmone verde che si estende dalla villa Garibaldi al parco archeologico di Caposoprano lasciato all’abbandono e costantemente eroso dalla speculazione edilizia.

In questo contesto l’ultimo “pacco regalo” rischia di essere quello recapitato dall’Enel, con un megaprogetto di parco eolico off-shore che contempla l’installazione di oltre cento aerogeneratori, o più comunemente “pale eoliche”, per un investimento complessivo di circa mezzo miliardo di euro. A dire il vero di parchi eolici marini se n’era già sentito parlare qualche mese fa con un progetto, molto più modesto, presentato dalla Mediterranean Wind Offshore che, pur ritenendo l’area capace di ospitare 113 aerogeneratori, si autolimitava a progettarne 38. I due progetti hanno alcuni aspetti in comune. Il primo è la scelta di impianti eolici a mare o tecnicamente off-shore. È noto che gli impianti off-shore sono più costosi, a volte anche il doppio, ma producono molta più energia di quelli a terra. Inoltre, minimizzano problematiche come la rumorosità e l’ingombro visivo, soprattutto se opportunamente distanti dal litorale. Infine consentono di installare potenze di tutto riguardo (il progetto Enel prevederebbe circa 450/500 Mw). Un altro punto in comune ai due progetti è la localizzazione del sito. Il parco eolico verrebbe localizzato a circa 6 km dalla costa, cioè davanti alle piattaforme dell’Eni, ben visibili dalla città. L’impatto sul paesaggio sarebbe quindi significativo.

In diverse regioni d’Italia le Soprintendenze ai Beni culturali e ambientali hanno più volte posto il loro veto alla costruzione di parchi eolici con il chiaro intento di tutelare il paesaggio del Belpaese. Altrettanto spesso tali veti sono stati rimossi dai Tribunali Amministrativi Regionali (il primo provvedimento del Tar Sicilia è la sentenza 150/2005), i quali con estrema chiarezza hanno disposto che nella valutazione dell’interesse da tutelare, quello primario della tutela del paesaggio va opportunamente contemperato con l’altrettanto fondamentale interesse alla salubrità dell’ambiente ed alla tutela della salute, sicuramente garantito dalla produzione di energia non inquinante come l’eolica. Quindi la Magistratura italiana ritiene accettabile il parziale sacrificio di un bene quale il paesaggio in cambio – a maggior tutela della salubrità dell’ambiente e della salute dei cittadini – della presenza di impianti eolici. A Gela ciò dovrebbe significare che la realizzazione del parco eolico offshore comporterà l’obbligo di dismettere un equivalente ammontare di energia inquinante da fonti fossili e di ridurre considerevolmente (alcuni milioni di tonnellate l’anno di gas e polveri tossiche) la dose giornaliera di veleni che i residenti ed i lavoratori sono costretti a respirare. Nel nostro caso, se non vogliamo altri “pacchi regalo”, la fonte fossile da dismettere sarebbe ed è il micidiale petcoke.

È questo che Legambiente chiede, è questo che Gela domanda da tempo ai responsabili politici locali e regionali. Legambiente ha più volte indicato le soluzioni al problema sanitario. Il Dipartimento Industria Rifiuti Energia di Legambiente Sicilia ripropone la questione del bilancio energetico ed ambientale del territorio e pone delle condizioni ritenute imprescindibili. A Gela, come in ogni altro sito ad alto rischio ambientale, ogni intervento deve comportare necessariamente una riduzione dell’inquinamento sia localmente che su scala regionale. Questo sia che si tratti di interventi sull’esistente, sia per nuovi progetti insediativi. Per questo apriamo le braccia ai progetti di eolico off-shore, perché con la loro presenza ci aspettiamo la rottamazione dell’inceneritore di petcoke operante nella raffineria di Gela. Ovviamente, occorrerà discutere approfonditamente sulle opere di mitigazione del parco eolico. Per esempio, noi riteniamo che esso debba necessariamente essere localizzato oltre le attuali piattaforme petrolifere dell’Eni, cioè oltre i 10 km dalla linea di costa. I fondali del Golfo di Gela sono poco profondi, quindi allontanare il parco eolico non è un’operazione onerosa.

Legambiente Gela da anni invita gli amministratori locali a farsi loro stessi promotori di un progetto di parco eolico off-shore che consorzi i comuni del Golfo. È noto che investire in progetti eolici o fotovoltaici non comporta alcun rischio. Quindi, perché non utilizzare una risorsa naturale, perenne e infinita come il sole o il vento risanando e arricchendo le casse comunali? Tali investimenti, oltre ad essere eticamente ed ambientalmente corrette, sono a rischio zero perché sono certi i ricavi e i costi. Ce lo insegnano le finanziarie milanesi che stanno investendo centinaia di milioni di euro nel solare e nell’eolico.
Senza pregiudizi, e nell’interesse generale, chiediamo di sederci attorno ad un tavolo con Eni, Enel, amministratori locali e regionali per discutere dei progetti eolici off-shore, di queste questioni e del futuro di Gela. Un futuro che tutti, ci auguriamo, vogliamo più salubre.
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Legambiente Sicilia (Dipartimento Industria Rifiuti Energia)

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fonte: http://www.corrieredigela.it/leggi.asp?idn=CDG224942&idc=1