Archivio | luglio 24, 2008

RIFONDAZIONE – Abbraccio Vendola-Ferrero. I fischi del congresso a Fini

Rifondazione, al via il VII congresso, quello della verità. Cinque le mozioni

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Abbraccio Vendola-Ferrero I fischi del congresso a Fini

Nichi Vendola e Paolo Ferrero, leader delle due mozioni opposte di Rifondazione

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CHIANCIANO TERME – Il compagno Fausto siede nelle prime file, elegantissimo, completo avana chiaro, un po’ Grande Gatsby un po’ signore di campagna. Vendola, camicia bianca e giacca blu, è accanto a Giordano. Ferrero dista parecchie seggiole e parecchie file. Dopo essersi scannati per due mesi, con le asce e non col fioretto, adesso sono tutti qui sotto la struttura del Palamontepaschi per i conti finali, per trovare una quadra, eleggere un segretario, ritrovare una strada. O più strade, perché le scissioni a sinistra sono sempre possibili.

Prima dell’avvio dei lavori del congresso, Vendola e Ferrero si sono abbracciati. Fair play per le telecamere, quello che manca quando viene letto il messaggio di buon lavoro del presidente della Camera Gianfranco Fini che sarà travolto da fischi e buuhh. Poi però è evidente la geografia delle mozioni: sono cinque, e i rispettivi delegati siedono il più possibile distanti dagli altri.

Ci sono cinque percentuali che frullano nell’aria e negli occhi di tutti: 47 per cento per la mozione 2, quella di Vendola e dei bertinottiani, se possibile un po’ più riformisti; 40 per cento per quella di Ferrero, Grassi, Russo Spena, primo firmatario Acerbo, decisamente più comunista; e poi il 7,7 della numero 3 (Giannini, Pegolo e i 100 circoli), il 3,2 della quattro (Claudio Bellotti ) e l’1,5% della mozione 5, quella che ha “disarmiamoci” come parola d’ordine.

Tirar fuori una maggioranza e un segretario da questi numeri sarà né più né meno che una battaglia navale, “A-5-colpito e affondato” oppure “no, acqua”. Il VII congresso di Rifondazione è un appuntamento drammatico perché decisivo per il futuro della sinistra. Le scelte dei prossimi quattro giorni ( il Congresso chiuderà domenica) potrebbero rischiare di frammentare così tanto la sinistra da perderla per sempre. “Attenzione, rischiamo di arrivare alla fine della storia” della sinistra, di una sinistra che pesa, che incide nel dibattito e nelle scelte politiche, è il timore del giovane segretario provinciale del partito che dà il benvenuto dal palco.

Clima da fratelli-coltelli. Alleggerito da una scenografia colorata, il rosso fuoco del palco che degrada verso il giallo delle seggiole nelle ultime file. Una serie di omini stilizzati stile Keith Haring e anche loro colorati “si muovono” pensosi sullo sfondo. “Ricominciamo”, col punto esclamativo, è la parola d’ordine di questo congresso.

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24 luglio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/politica/cosa-rossa-2/cosa-rossa-2/cosa-rossa-2.html

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Nessuno tocchi Caino: pena di morte in aumento

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Cala il numero dei Paesi che ha deciso di mantenere la pena di morte. Dai 54 paesi del 2005 si passa ai 49 del 2007. Ma il computo finale delle esecuzioni resta in ascesa. Nel 2007, infatti, sono stati uccisi 5.851 condannati a morte a fronte dei 5.635 del 2006 e dei 5.494 del 2005. Questi i dati del Rapporto 2008 «La pena di morte nel mondo», messo a punto da «Nessuno Tocchi Caino» e presentato giovedì a Roma con la partecipazione dell’ex premier Romano Prodi, che riceve il premio «Abolizionista dell’anno», di Marco Pannella e Sergio D’Elia, il vicepresidente del Senato, Emma Bonino, e la deputata radicale e curatrice del documento, Elisabetta Zamparutti. Una fotografia dello «stato dell’arte» per quanto concerne le esecuzioni capitali. «Un’evoluzione positiva verso l’abolizione della pena di morte in atto da oltre dieci anni» dice il Rapporto.

Tuttavia sul terribile podio dei primi tre paesi che nell’anno passato hanno compiuto più esecuzioni figurano tre paesi autoritari: Cina, Iran e Arabia Saudita. L’incremento, spiega il Rapporto, è dovuto soprattutto all’escalation che si è registrata in Iran, dove le esecuzioni sono aumentate di un terzo, e in Arabia Saudita dove sono addirittura quadruplicate. A conti fatti questi due paesi, insieme alla Cina, conquistano il triste primato di «boia» del 2007. Da sola la Repubblica popolare cinese ha effettuato l’85,4% , almeno 5.000, del totale mondiale delle esecuzioni. l’Iran ne ha effettuate almeno 355 nel 2007, tra cui 4 donne e 7 minori, altre 127 sono state contate al 30 giugno 2008. L’Arabia Saudita ha eseguito 166 condanne nel 2007, il quadruplo rispetto alle 39 del 2006, uccidendo almeno 3 minori. Ancora una volta è l’Asia a confermarsi il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo. Le esecuzioni del 2007 sono state 5.782 nel 2007 contro le 5.492 del 2006.

Paesi abolizionisti
La buona notizia viene dai nove i Paesi che nel 2007 e nei primi sei mesi del 2008 hanno cambiato status rafforzando la tendenza mondiale verso l’abolizione di diritto o di fatto della pena di morte. Tra i paesi abolizionisti il rapporto indica il Ruanda. Secondo il Kirghistan che dopo anni di moratoria, ha abolito totalmente la pena capitale nel gennaio del 2007. Poi l’Uzbechistan che è passato da mantenitore ad abolizionista e le Isole Cook che da abolizioniste per crimini ordinari sono diventate l’anno scorso totalmente abolizioniste. Quasi lo stesso processo per l’Albania che ha abolito la pena di morte per tutti i reati con la ratifica del 13esimo Protocollo della Convenzione Europea sui Diritti Umani del 1 giugno 2007. Le isole Comore, la Corea del Sud, la Guyana e lo Zambia, invece hanno superato i dieci anni di astinenza dalla pratica della pena di more e per questo il Rapporto li considera abolizionisti di fatto. In Francia e Italia la pena di morte è stata cancellata anche dalla Costituzione nel 2007. Mentre negli Stati Uniti va al New Jersey il primato del primo Stato della federazione americana in 40 anni ad abolire la pena di morte.

Non abolizionisti
Sul fronte opposto, solo due Stati, Afghanistan ed Etiopia, hanno ripreso a praticare la condanna capitale dopo alcuni anni di sospensione, mentre il parlamento del Guatemala ha approvato una legge che pone fine alla moratoria delle esecuzioni capitali in atto dal 2002 e negli Stati Uniti, il South Dakota ha effettuato la prima esecuzione dopo 60 anni di sospensione di fatto.

Minorenni giustiziati
Sono almeno 12 i minorenni giustiziati nel 2007. Almeno sette in Iran, tre in Arabia Saudita, uno in Pakistan e uno in Yemen. Nel 2006, le esecuzioni di minori erano state almeno otto, di cui sette in Iran e una in Pakistan. Al 1 luglio, almeno tre minori sono stati giustiziati in Iran. Il Rapporto di «Nessuno tocchi Caino» ricorda che applicare la pena di morte a persone con meno di 18 anni al momento del reato è in aperto contrasto con quanto stabilito dal patto internazionale sui diritti civili e politici e dalla convenzione delle nazioni unite sui diritti del fanciullo. Moratoria, si può fare di più togliendo il segreto di Stato.

«Il lavoro duro comincia ora – si legge nel rapporto 2008 – bisogna raddoppiare gli sforzi per evitare che questo successo sia consumato e logorato, per arrivare, attraverso le moratorie, all’abolizione definitiva della pena capitale» dice l’associazione. Il testo presentato alle Nazioni Unita dall’Italia e altri 86 paesi e approvato nel dicembre scorso con 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astensioni, infatti, stabilisce per la prima volta il principio fondamentale che la pena di morte attiene alle questioni del rispetto dei diritti umani e il suo superamento ne rappresenta un importante progresso. Ma ora, si tratta di «diffondere nel mondo la risoluzione approvata al palazzo di Vetro, continuare a monitorare la situazione Paese per Paese, organizzare eventi politici, parlamentari e pubblici in Paesi mantenitori perché sia accolta l’indicazione dell’Onu» si legge nel Rapporto. Il Partito Radicale e Nessuno tocchi Caino si dicono già impegnati in progetti per l’attuazione della moratoria su diversi fronti caldi: l’Africa, che conta il numero più alto di Paesi abolizionisti di fatto e dove negli ultimi due anni sono stati fatti passi significativi verso l’abolizione; le Repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale; il Sud est asiatico. «C’è un punto di sostanza con cui la nuova risoluzione può essere davvero rafforzata, ed è l’abolizione del segreto di Stato sulla pena di morte. Perché molti Paesi, per lo più autoritari, non forniscono statistiche ufficiali sulla sua applicazione, e la mancanza di informazione dell’opinione pubblica al riguardo è anche causa diretta di un maggior numero di esecuzioni» dice «Nessuno tocchi Caino». L’associazione sollecita anche la creazione di un Inviato Speciale del Segretario Generale, che abbia il compito non solo di monitorare la situazione, ma anche di favorire e accelerare i processi interni ai vari Paesi volti a soddisfare la richiesta delle Nazioni Unite di moratoria delle esecuzioni oltre che di una maggiore trasparenza nel sistema della pena capitale. Quello che si sa, infatti, è che non esistono dati ufficiali. Amnesty International denuncia che un numero imprecisato di esecuzioni sarebbero avvenute nel 2007 anche in Egitto, Malesia e Mongolia. E che non risulta vi siano state esecuzioni nel 2007 in Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Nigeria e Uganda, paesi che le avevano effettuate nel 2006, ma questi dati non sono ufficiali.

Anche in Cina di fatto
la pena di morte continua ad essere considerata segreto di Stato. Quello che si sa è che nei primi mesi del 2008 sono giunte notizie secondo cui le condanne emesse nel 2007 dai tribunali cinesi sarebbero diminuite fino al 30% rispetto all’anno precedente. Le autorità cinesi hanno giustiziato almeno 5.000 persone, ma avrebbero potuto essere circa 6.000 secondo i calcoli fatti dalla Fondazione Dui Hua. Per la Fondanzione, le Olimpiadi di agosto hanno favorito una riduzione pari a un 25-30% rispetto all’anno precedente.

Grave il bilancio nei paesi a maggioranza musulmana
Nel 2007 sono state almeno 754 le esecuzioni effettuate in 15 paesi a maggioranza musulmana, molte delle quali ordinate da tribunali islamici in base a una stretta interpretazione della Sharia. Nel 2006 erano state 546. I metodi in cui viene applicata la Sharia sono lapidazione, impiccagione, decapitazione e fucilazione. Sono 19, stando al Rapporto, i paesi mantenitori della pena di morte che hanno nei loro ordinamenti giuridici richiami espliciti alla Sharia. Il problema non è il Corano, si sottolinea nello studio, perché non tutti i paesi islamici praticano la pena di morte o fanno del testo sacro il proprio codice penale, civile o la propria Carta fondamentale. Il problema è la traduzione letterale di un testo millenario in norme penali, punizioni e prescrizioni valide per i nostri giorni, operata da regimi fondamentalisti o autoritari al fine di impedire qualsiasi processo democratico. Resta il dato che dei 49 paesi a maggioranza musulmana nel mondo, solo 24 possono essere considerati a vario titolo abolizionisti.

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Pubblicato il: 24.07.08
Modificato il: 24.07.08 alle ore 16.14

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77412

«Era coperto dagli Stati Uniti». Accuse sui 13 anni di latitanza di Karadzic

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Ex ministro: accordo con Holbrooke

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La lunga latitanza di Radovan Karadzic, il leader ultranazionalista serbo bosniaco ricercato per crimini di guerra fin dalla metà degli anni ’90 e arrestato nei dintorni di Belgrado solo lunedì, sarebbe stata resa possibile anche da una sorta di salvacondotto concessogli a suo tempo dagli Usa. E firmato addirittura su carta dall’ex vicesegretario di Stato e plenipotenziario dell’amministrazione Clinton nei Balcani, Richard Holbrooke.
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Lo ribadisce in una intervista all’agenzia Tanjug l’ex “ministro degli esteri” della Repubblica serba di Bosnia (Rs) Aleksa Buha, all’epoca uno dei più stretti sodali di Karadzic.

Secondo lui, le ripetute smentite di Holbrooke e l’orrore da lui manifestato ancora di recente nei confronti della personalità di Karadzic non devono ingannare.

«Io ero presente quando l’accordo con Holbrooke (sulla presunta immunità di Karadzic) fu concluso», dice Buha sostenendo che l’intesa fu raggiunta nel 1996 a margine degli accordi di pace di Dayton mediati da Washington (con la partecipazione di Slobodan Milosevic) per mettere fine alla sanguinosa guerra di Bosnia. Si sarebbe trattato d’un baratto: il ritiro di Karadzic dalla vita politica in cambio dell’immunità di fatto dinanzi alle accuse del Tribunale internazionale dell’Aja sulla ex Jugoslavia (Tpi).

Non solo: Buha parla anche di un secondo «accordo», questa volta verbale, suggellato nel 1997 a Banja Luka dall’allora segretario di Stato, Madeleine Albright. La quale avrebbe ribadito a Biljana Plavsic, succeduta a Karadzic, che quest’ultimo «non sarebbe stato arrestato a condizione che fosse sparito non solo dalla vita pubblica, ma dalla stessa Rs». «Un patto – conclude Buha – che lui ha rispettato».

Gli interessati hanno smentito che esistesse un accordo.

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Pubblicato il: 24.07.08
Modificato il: 24.07.08 alle ore 12.06

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77410

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Chi è Radovan Karadzic

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Roma, 21 luglio 2008 – Radovan Karadzic era insieme a Ratko Mladic e Slobodan Milosevic la figura simbolo delle brutalità commesse durante le guerre balcaniche. Incriminato per genocidio e crimini di guerra, aveva sulla propria testa una taglia di 5 milioni di dollari messa dal governo degli Stati Uniti.

Nato a Petnjica, nel nord del Montenegro da un padre che aveva fatto parte dei Cetnici, il gruppo monarchico jugoslavo che combatteva contro la resistenza partigiana comunista di Tito, si trasferì a Sarajevo, in Bosnia Erzegovina, per studiare di psichiatria. Amante della poesia, si avvicinò allo scrittore nazionalista serbo Dobrica che lo incoraggiò a intraprendere la carriera politica.

Nel 1989 fu tra i protagonisti della fondazione in Bosnia Erzegovina del Partito Democratico Serbo (Srpska Demokratska Stranka) che si proponeva di proteggere e rafforzare gli interessi dei Serbi di Bosnia Erzegovina. Il 3 marzo 1992 un referendum cui avevano partecipato solo i Croato-Bosniaci e i Bosniaci Musulmani (mentre era stato boicottato dai Serbi di Bosnia), sancì l’indipendenza della Repubblica dalla Jugoslavia. Poco più di un mese dopo la Bosnia Erzegovina venne riconosciuta dall’Onu come uno stato indipendente e sovrano, ma i Serbi di Bosnia non riconobbero il nuovo stato e proclamarono la nascita nei territori a prevalenza serba della Repubblica Serba (Republika Srpska), di cui Karadzic divenne presidente.

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È accusato di aver ordinato la ‘pulizia etnica’ di popolazioni bosniache e croate. Dal 1996 è ricercato per crimini di guerra dal Tribunale Penale Internazionale per i Crimini nella Ex-Jugoslavia. L’Interpol ha emesso contro di lui un mandato per crimini contro l’umanità, la vita e la salute pubblica, genocidio, gravi violazioni delle convenzioni di Ginevra del 1949, omicidio e violazioni delle delle norme e delle convenzioni di guerra. L’incriminazione.
In sua difesa, i suoi sostenitori affermano che non ha colpe più gravi di quelle commesse da altri leader di Paesi in stato di guerra.

La sua capacità di evadere la cattura per otto anni ha fatto di lui un eroe popolare in alcuni ambienti nazionalisti serbi. Nel 2001 centinaia di suoi sostenitori hanno manifestato in sua difesa nella sua città natale. Nel novembre del 2004 corpi militari britannici fallirono un’operazione militare organizzata per la cattura sua e di altri sospettati. Nel marzo del 2003 la madre, Jovanka, lo invitò pubblicamente a non arrendersi, ma nel 2005 i leader serbo-bosniaci lo invitarono ad arrendersi e meno di un mese fa sua moglie Liljana Zelen si è unita al coro, chiedendogli di consegnarsi.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/esteri/2008/07/21/106171-radovan_karadzic.shtml

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IL GERME DELLA PULIZIA ETNICA – Etnicità e suoi derivati sono “finzioni”, categorie concettuali che tuttavia pesano sulla storia. L’antropologia ci aiuta a capirne la portata anche alla luce delle drammatiche vicende nei Balcani.

di Valentina Balit

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Pulizia etnica nel Kosovo.
(foto di Zohra)

La retorica nazionalista, in ogni parte del mondo, si serve abbondantemente dell’uso dei termini “identità etnica”, “etnogenesi”, “pulizia etnica”, “conflitto interetnico”, “etnicità”. È accaduto così anche nei Balcani: dall’inizio della dissoluzione della ex Jugoslavia fino alla Serbia di Milosevic, la cui politica è intessuta di questi riferimenti. Secondo l’Accademia delle scienze di Belgrado, nel Kosovo un tempo si sono poste, una volta per tutte, le basi della “identità etnica” del popolo serbo.

Ma l’uso della parola “etnia” e dei suoi derivati è altrettanto diffuso nei nostri paesi, nel linguaggio comune, in quello scientifico e dei media. L’ethnos serve a identificare cose molto diverse (dalla cucina e dalla musica ai paesi esotici, dalle minoranze agli immigrati), oppure fa le veci di una parola che ormai non è più “politically correct”. «Un tempo si diceva razza, oggi si dice etnia», scrive su “il manifesto” Annamaria Rivera, antropologa. «Dalla fine della seconda guerra mondiale, non sta bene parlare di razza, anche perché gli scienziati hanno dimostrato che non è una realtà, ma una metafora naturalistica che serve a inferiorizzare, discriminare, sterminare. Chi coltiva la credenza nelle razze pensa che l’umanità sia divisa in gruppi differenti per essenza e definitivamente: è questo il cuore del razzismo. Oggi, tuttavia, perfino certi razzisti, sapendo che “razza” suona male, la sostituiscono con “etnia”» .

Ma il punto non è questo, come ci spiega la stessa Rivera: «Non si vuole fare un uso terroristico della critica al linguaggio. Il problema è capire cosa si nasconde dietro questi concetti, sottoporli a una critica e storicizzarli. Essi vengono per lo più usati come se fossero neutri e innocenti, e come se identificassero delle “cose”, delle realtà empiriche indiscutibili, mentre sono astrazioni concettuali, categorizzazioni sociali, credenze collettive che, certo, hanno la capacità di agire sul sociale e possono essere manipolate e usate come potenti armi ideologiche». Si tratta quindi di chiarire il significato di concetti che si prestano a fraintendimenti e a facili strumentalizzazioni, e non solo nel caso dei nazionalismi dichiarati.

“Etnia” è quasi sempre associata a “identità”. E’ attraverso l’affermazione dell’etnicità che si tenta infatti di definire, di dare forma a un’identità forte (di un popolo, di una regione, di un conflitto). Ma è ormai da tempo – scriveva Lévi Strauss già negli anni Settanta – che scienze come la matematica, la linguistica, la biologia, la filosofia, oltre a etnologia e antropologia, spingono verso una “critica dell’identità”, anziché verso una sua riaffermazione, intendendo l’identità come “una sorta di fuoco virtuale” o di “limite” a cui ci si può riferire nella teoria e a cui, tuttavia, non corrisponde nulla nella realtà.

In senso analogo, a partire dagli anni Sessanta l’antropologia ha avviato un processo di revisione critica anche del concetto di etnia (insieme a quello di cultura), fino alla sua completa decostruzione. Si è arrivati cioè a negarne la realtà empirica, oggettiva: non esiste l'”etnicità” come non esistono le razze, perché non esiste un fondamento naturale, biologico, inequivocabile che le identifichi una volta per tutte.
Tuttavia, poiché l’identità è comunque un’esigenza irrinunciabile per la nostra specie (data l’intrinseca instabilità che la caratterizza), i gruppi umani, sotto l’egida dei loro capi (siano essi uomini politici, scienziati o apprendisti stregoni) continuano a far riferimento all’etnicità in mille modi diversi. E anche se le etnie risultano delle “realtà immaginate” piuttosto che “reali”, scrive l’antropologo Ugo Fabietti, l’identità etnica è percepita da coloro che vi si riconoscono come un dato assolutamente “concreto”, tanto da essere impiegato per promuovere le guerre.

Guerrigliero kosovaro

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«Dove i gruppi etnici entrano in conflitto o in concorrenza – scrive ancora Fabietti – l’etnia e l’etnicità emergono nel loro aspetto operativo e significante. Poco importa che siano un’invenzione (esterna o interna), e che i criteri chiamati a legittimare la loro esistenza siano fondati sull’oblio della memoria storica e culturale, o su una idea di falsa autenticità».

Sarebbe quindi un errore pensare che dietro l’etnia vi sia qualcosa di naturale, di eterno, di sacro, di originario, anziché un processo di continua riformulazione dell’identità individuale o di gruppo. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare la realtà dei gruppi etnici, le loro rivendicazioni e conflitti. Soprattutto laddove le distinzioni corrispondono a quelle sociali o economiche. La maggior parte dei conflitti “etnici” infatti ha a che fare con la distribuzione ineguale delle risorse, del potere, dei mezzi economici e del controllo del territorio. E’ quello che sta accadendo in molte parti del mondo, non solo nei Balcani. Ma perché?
Qual è la ragione del rapido moltiplicarsi di tutte le forme di identificazione e dei movimenti che si richiamano all’etnicità?

«La fine del mondo bipolare – risponde Annamaria Rivera – ha portato al crollo di molte certezze e della possibilità di trovare delle identificazioni forti. Allo stesso tempo la mondializzazione e il proliferare di quelli che Marc Augé chiama i “non luoghi” ha contribuito al senso di incertezza che caratterizza molti gruppi umani. La credenza in un’origine comune diventa perciò un rifugio, una sicurezza illusoria. In questo modo non esistono più gli “abitanti”, i “cittadini” di una regione particolare, ma esistono, da sempre e una volta per tutte, gli Albanesi, i Serbi, i Kosovari, i Curdi, i Palestinesi …. . Quello che conta è il sangue, le origini comuni. In questo senso, per esempio, tra Milosevic e l’Uck si crea un gioco di specchi: la “Grande Serbia” per l’uno, la “Grande Albania” per gli altri».

Di fronte alla proliferazione di questi conflitti su scala mondiale, l’Europa e l’Occidente hanno assunto in modo esplicito il ruolo di “difensori dei diritti umani”, anche se non tutti concordano sulla tempestività degli aiuti né sulla bontà dei mezzi impiegati negli interventi. Il filosofo francese Jean Baudrillard ha scritto recentemente, in relazione alle vicende nei Balcani, che noi europei siamo «complici di una guerra ambigua», dal momento che «tutti gli Stati nazionali europei hanno problemi con le loro minoranze etniche o quelle immigrate, che in questi anni non si sono affievoliti, anzi il contrario».

Per questo, secondo Baudrillard, «Milosevic è l’esecutore della politica europea, la vera la sola, quella di un’Europa bianca, pulita, depurata di tutte le minoranze – politica negativa, politica esclusiva e integralista. Ma perché farsi delle illusioni, […] l’Europa è ossessionata dallo spettro dell’Europa – per tutte queste ragioni facciamo finta di combatterlo, ma sempre troppo tardi e male. A ogni modo non è finita: dopo il Kosovo, il Montenegro, come altrove il Kurdistan, la Palestina, eccetera ».
Un’accusa forte, condivisa dalle molte voci che parlano di conflitto annunciato, e che sottolinea la necessità di riconsiderare l’uso dei termini che derivano dall’ethnos, innanzitutto a partire dalle nostre “certezze”.

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Bibliografia
– Ugo Fabietti, “L’identità etnica. Storia e critica di un concetto equivoco”, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1995.
– René Gallissot e Annamaria Rivera, “L’imbroglio etnico”, Dedalo, Roma, 1997.
– Francesco Remotti, “Contro l’identità”, Sagittari Laterza, Roma-Bari, 1998.

Indice dossier

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fonte: http://www.sissa.it/ilas/jekyll/n03/dossier_scienza_guerra/scienza_4.htm

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I PROFUGHI E LA PULIZIA ETNICA

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Le cifre dell’esodo: Il 23 maggio ’99 l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati ha diffuso la cifra di 930.811 di kosovari espulsi. 747.800 persone sono nei paesi confinanti, 437.000 rifugiati in Albania, 225.300 in Macedonia, 3000 in Italia. 59.011 sono stati evacuati in altri paesi (Europa, Usa, Australia, Canada). Circa 170.000 kosovari erano fuggiti all’estero prima dei bombardamenti.
L’esodo ha assunto le attuali tragiche dimensioni con l’inizio dei raid Nato.
All’inizio della guerra il governo italiano lancia la Missione Arcobaleno per portare aiuti ai profughi e, a due mesi dall’inizio, apre uffici in Albania per l’espatrio legale dei kosovari in Italia.
A fine maggio sono ospitati a Comiso 5000 profughi.
Previsioni: A guerra finita occorreranno due anni perché possa essere effettuato il rientro dei profughi, come dimostra l’esperienza della Bosnia.

Pulizia etnica: 1989 il governo federale jugoslavo toglie autonomia al Kosovo: l’amministrazione, la magistratura, le scuole superiori e l’università sono diventate esclusivamente serbe. Circa 3-4000 kosovari emigrano soprattutto in Svizzera e Germania. Non sono ancora profughi, anche se il loro allontanamento dal paese è in larga parte causato dalle restrizioni.
Estate ’98: breve guerra tra UCK e truppe jugoslave. I serbi attaccano villaggi e fanno repressioni nei confronti della popolazione, per limitare la solidarietà dei civili con l’UCK e sconfiggere le formazioni della guerriglia. Parte della popolazione abbandona le case e si rifugia nei boschi: il popolo dei boschi (circa 50.000).
Anche l’UCK caccia dai territori “liberati” i civili serbi.

Bilancio della guerra: circa 600 morti (80% albanesi), circa 250.000 sfollati (90% albanesi), la maggior parte trova accoglienza presso parenti in Kosovo, o in Serbia. 60.000 di etnia albanese si rifugiano in Albania, Montenegro, Macedonia.
Marzo ’99: inizio della guerra aerea Nato i serbi mettono in atto le tecniche della pulizia etnica, espellendo dalle loro case gli albanesi, terrorizzandoli con uccisioni e violenze, costringendoli a raggiungere i confini. Il 23 maggio arrivano, al posto di frontiera di Morini, vicino a Kukes, 4800 reduci dalle carceri e dai campi di concentramento serbi. Si tratta di uomini dai 16 ai 68 anni arrestati con l’accusa di essere terroristi o sostenitori dell’UCK. Si stanno raccogliendo la documentazione sulle fosse comuni, segni degli eccidi serbi nel territorio del Kosovo, e le testimonianze delle vittime di violenze.
A metà maggio inizia l’allontanamento dei profughi dal campo di Kukes, ormai in zona di guerra.
Il Tribunale Penale Internazionale ha dichiarato il 27 maggio ’99 Milosevic criminale di guerra e ne ha richiesto l’arresto.

Subito dopo la tregua, circa 135.000 profughi tentano di rientrare spontaneamente nei loro paesi, creando molte difficoltà alle forze internazionali e correndo molti rischi con l’attraversamento dei terreni minati.
Il 22 giugno l’Onu e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) rendono noto un piano di rientro per 700.000 rifugiati kosovari dai campi profughi. Il piano prevede ponti aerei e convogli ferroviari, colonne di pullman, camion e trattori. Sulle strade dell’esodo saranno previste aree di sosta strettamente controllate dai militari della Nato per evitare saccheggi e ruberie.
Subito dopo la cessazione dei bombardamenti anche i serbi sono diventati profughi, allontanandosi rapidamente dal Kosovo per evitare saccheggi e violenze da parte dell’UCK.
Gli scontri sono intensi e violenti.

Categoria nuova di umanità, creata dalla violenza: I profughi possono essere definiti più propriamente in sede antropologica, anziché rifugiati o deportati, dislocati. I dislocati fuggono a causa della guerra o della carestia (fenomeni prodotti dall’uomo). I dislocati hanno esperienza di un collasso percettivo e un deterioramento delle capacità di discernimento della realtà fino all’apatia. (Salza, 1999).

L’Identità etnica è la percezione che un gruppo ha di sé e prende forma in relazione agli altri (Epstein, 1978), cioè è una definizione culturale e storica. Il termine identità di un gruppo fa ricorso alle somiglianze tra individui per formare gruppi riconducibili a una supposta origine comune. L’identità etnica cambia a seconda delle situazioni e contiene, nella sua definizione, anche il concetto di pulizia etnica.

(immagini trratte da “La Stampa”,14 – 4 – 1999).

la guerra

indice

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fonte: http://www.novecento.org/profughi.html

Manovra, sì della Camera. Il Pd: “Sarà un autunno caldo”

Montecitorio approva il dl con 305 voti favorevoli e 265 contrari
Adesso manca solo l’ostacolo di Palazzo Madama

Di Pietro: “Il decreto manda i precari nei forni crematori”. Il Pdl: “Parole vergognose”

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"Sarà un autunno caldo"

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ROMA – La manovra d’estate passa l’esame della Camera. Con 305 sì e 265 no, l’aula ha approvato il decreto legge: la palla passa adesso al Senato, dove il provvedimento dovrà superare, e non dovrebbero esserci intoppi, una seconda votazione. Probabile che il governo, per evitare modifiche ed affrettare i tempi, blindi il decreto con un voto di fiducia.

La polemica. Polemica in aula per le parole di Di Pietro che parlando della manovra ha affermato che i precari della pubblica amministrazione: “Con questo decreto sono mandati nei forni crematori”. La risposta della maggioranza è arrivata per bocca di Giancarlo Lehner del Pdl: “La Shoah è una tragedia unica ed epocale e chiedo al Parlamento che nessuno la strumentalizzi. Di Pietro si vergogni”.

Le reazioni. Parole critiche per la manovra arrivano anche dal Partito Democratico. “La vostra è una manovra depressiva – ha dichiarato Antonello Soro, capogruppo del Pd alla Camera – priva di una chiara politica per la crescita. Non serve a risolvere i problemi degli italiani, delle famiglie e delle imprese, ma anzi crea le premesse per un autunno davvero molto caldo”.

Punta il dito contro i tagli previsti per il meridione il deputato del Pd Castagnetti: “La manovra distoglie 29,2 mld di euro che erano destinati a precisi interventi di rilancio del mezzogiorno per convogliarli su non definiti interventi infrastrutturali. Che significa – afferma il deputato – concentrare tutto sul ponte sullo stretto, quell’opera che serve solo a dare lustro al governante ma che non serve a far crescere il mezzogiorno”.

La maggioranza. Per Fabrizio Cicchitto: “La manovra è coerente con un obiettivo storico che si è dato il governo: arrivare al pareggio di bilancio nel 2011. Raggiungeremo un obiettivo mai raggiunto – ha aggiunto il presidente dei deputati del Pdl – quello di invertire una tendenza”, dopo che alle nostre spalle ci sono quasi 70 anni di tentativi falliti”.

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24 luglio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/economia/conti-pubblici-76/approvata-camera/approvata-camera.html

Visita dell’Osce ai campi nomadi di Roma. Amnesty all’Ue: fermate la caccia ai Rom in Italia

Censimento di un campo nomadi a Roma (foto Posocco - Toiati)

ROMA (24 luglio) – Sopralluoghi nei campi nomadi di Roma oggi da parte di una decina di operatori dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce). Il tour è iniziato nel campo di via Salone. Con loro il delegato del sindaco Gianni Alemanno per i diritti del minori  e l’eurodeputato del Pdl, Roberta Angelilli.

Gli operatori dell’Osce, che opera sui temi dei diritti umani e della sicurezza, hanno chiesto ai responsabili del campo informazioni sulle condizioni socio-sanitarie dell’insediamento, sulle vaccinazioni e sul livello di scolarizzazione dei minori.

«L’iniziativa di oggi – spiega Angelilli – non è legata al censimento della comunità nomade partita in questi giorni anche a Roma ma rientra nei programmi che Osce svolge nei vari stati in cui opera». In merito alla questione dei rom, l’Osce ha istituito un contact point sulle questioni dei Rom e dei Sinti, presso il suo ufficio sulle Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani (ODIHR), con sede a Varsavia. Oltre il campo di via Salone, gli operatori hanno visitato anche quello in via Tiberina e nel corso della giornata si recheranno anche negli insediamenti di La Barbuta e di via Candoni.

Amnesty alla Ue: fermate la caccia ai rom in Italia. Appello di Amnesty International al Consiglio dei ministri della giustizia e degli interni della Ue, che si riunisce oggi e domani a Bruxelles, affinché condanni «gli atti di discriminazione contro la comunità dei Rom in Italia, culminati con l’obbligo della raccolta delle impronte digitali, anche per i bambini». Nicolas Berger, direttore dell’Ufficio europeo di Amnesty International, chiede che «dopo le critiche della Commissione e del Parlamento europei, gli Stati membri prendano posizione contro quella che è diventata una campagna a tutto tondo contro i rom». La nota è titolata «stop alla caccia contro i Rom in Italia». L’organizzazione definisce «la raccolta delle impronte digitali dei rom per motivi di pubblica sicurezza» come «l’ultima di una serie di politiche discriminatorie adottate dalle autorità italiane». Secondo Amnesty la decisione di estendere questo obbligo a tutta la popolazione italiana dal 2010 «non cambia nulla se, come è stato dichiarato, la schedatura dei Rom proseguirà nel frattempo».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=28255&sez=HOME_ROMA

Rom Modello Lega

https://i0.wp.com/www.comune.torino.it/intercultura/UserFiles/image/documenti/minoranze/immagini/campo%20nomadi.jpg

Invoca il pugno di ferro con gli zingari. Poi attiva vescovo e cooperative sociali per trovare nuovi alloggi. La doppia linea del sindaco Flavio Tosi

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di Paolo Tessadri

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Se il ministro Maroni chiede di rilevare le impronte ai bimbi rom e l’Europa boccia l’Italia, a Verona Flavio Tosi trova loro pure una casa. Leghismi variabili alla zingaresca. Faccia da duro e toni minacciosi in versione ideologica. Abile soprattutto ad accreditarsi come intransigente paladino contro i rom per poi cercare, lontano dalle telecamere, soluzioni ai loro problemi. Ecco double face Tosi. Il sindaco di Verona ha sfoderato il meglio del dizionario leghista già dagli anni Novanta. “Gli zingari devono essere mandati via perché dove arrivano ci sono furti”, è il commento più tenero e via con manifesti, manifestazione e petizioni contro i campi rom a Verona. Così Tosi si piglia una condanna per propaganda di idee discriminatorie, poi annullata dalla Cassazione.

Stessa solfa alla vigilia delle elezioni comunali, più di un anno fa. Il futuro sindaco proclama che appena eletto farà chiudere il campo rom di Boscomantico a Verona, realizzato nel 2003 dalla amministrazione di centrosinistra. Non è dunque un campo abusivo. Ma dice di più: “Basta con zingari e poteri forti”. Non fa in tempo a insediarsi sulla poltrona che convoca i responsabili e dà l’ultimatum: 15 giorni e il campo rom deve sparire. Ma passano sette mesi prima che sia chiuso e si arriva a febbraio 2008. Nel frattempo i 150 rom sono stati sistemati in circa 20 appartamenti e in un casolare ristrutturato con accurati programmi di integrazione.

Che cos’è successo fuori dall’ufficialità? Quando Tosi mostra la faccia feroce offre al contempo una sponda: “Io voglio chiudere il campo e subito, a meno che il Centro don Calabria non abbia una proposta alternativa”, dice rivolto al direttore del Centro. Parte così la mediazione sociale. Il don Calabria e la cooperativa Azalea sono potenze del mondo del privato sociale veronese con centinaia di operatori, ai quali si aggiungono i Medici per la pace. Fra i più attivi c’è pure il prefetto Italia Fortunati, preoccupata che i rom non vadano a infoltire la schiera dei delinquenti e non aggravino le tensioni in città.

Ma dietro le quinte accade qualcosa di ben più significativo. Il sindaco Tosi chiede al vescovo Giuseppe Zenti e al riservatissimo Paolo Biasi, presidente della Fondazione Cariverona, aiuto per risolvere il problema zingari. Il vescovo decide di far scendere in campo la Caritas e le sue associazioni, con i loro rapporti sul territorio e con i loro immobili, mentre Biasi mette a disposizione una cifra ragguardevole: 375 mila euro. Ma dal bilancio della Fondazione non dovrà mai trasparire che sono a favore dei rom. Il vento razzista soffia ancora troppo forte da queste parti per non suscitare reazioni. E allora la banca dà i denari a favore della Fondazione Madonna di Lourdes per la ristrutturazione di un casolare isolato di campagna nel comune di Cerea, a pochi chilometri da Verona, dove si insediano 18 rom e altri se ne aggiungeranno. Ufficialmente è un ‘centro sociale da adibire a prima accoglienza’.

Per gli altri rom sono messi a disposizione altri 20 appartamenti in sei comuni veronesi, soprattutto dalla curia e dalle associazioni che partecipano al progetto, mentre quattro alloggi vengono affittati dai privati. Accanto al Centro don Calabria c’è sempre la Fondazione San Zeno dell’industriale Sandro Veronesi, proprietario di Calzedonia. Per Veronesi non è una novità l’impegno con gli zingari. Già dal 2002 ha finanziato l’integrazione scolastica per “togliere i ragazzi dai semafori”. Veronesi aumenta il finanziamento a 250 mila euro per pagare il personale impegnato nell’integrazione scolastica e lavorativa e per l’assistenza sanitaria. Un progetto di ‘convivenza civile’ dicono Stefano Schena e Michele Viscardi, responsabili del don Calabria e della coop Azalea. Insomma: tanto minacciò il sindaco che i rom trovarono casa.

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23 luglio 2008
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La marcia di Su Guoying

Incontro con l’anziana cinese che nel 1934 attraversò il paese con l’Armata Rossa per sfuggire alle persecuzioni del partito nazionalista contro i comunisti. Oggi, la donna vive in una modesta casa di campagna dove non sono mai arrivati stranieri

La novantenne Su Guoying, reduce della lunga marcia

La novantenne Su Guoying, reduce della lunga marcia
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DAGOUXIANG (Cina), 24 luglio 2008 – La grande foto, all’ingresso del Museo della Lunga Marcia di Huining, è del 2005. Celebra i 70 anni di uno dei più estremi gesti fisici della storia cinese: 100.000 persone, l’Armata Rossa, attraversano il Paese da sud a nord per sfuggire alla campagna nazionalista del Guomindang contro i comunisti. La maratona, guidata da Mao Zedong, è un’impresa lunga un anno: 10.000 chilometri con 18 montagne valicate e 24 fiumi attraversati combattendo quasi ogni giorno. Giungeranno al traguardo in 7000. La ragazza dell’esercito, addetta al museo, racconta fiera: «Huining fu l’ultima tappa prima dell’arrivo a Yan’an, distante 300 chilometri, il 20 ottobre del ’35. Mao decise di passare da qui perché diceva che era una buona terra. Arrivarono il 2 ottobre».
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SLOGAN – La foto parla: tra i funzionari di partito e le autorità locali un vecchietto in carrozzina e una donna minuta, altrettanto anziana. I reduci, gli ultimi. «Lui, Hui Shi, ha 94 anni, vive a 50 km da Huining ma sta molto male; lei, Su Guoying, ne ha 90, abita a 100 km nella zona di Dagou Xiang, in una casa isolata in campagna». Ci incamminiamo. Sul piazzale, un centinaio di impiegati degli uffici governativi del Gansu — portati qui a fini educativi e disposti in fila per 6 davanti a un’enorme bandiera rossa — a braccia alzate con il pugno chiuso scandiscono: «Amare e rispettare il partito comunista», «Ovunque avrete bisogno, ovunque troverete difficoltà, ci sarà sempre il partito comunista con voi».
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STRADA Paesaggio agricolo, pochi villaggi, saliscendi e montagne ondulate punteggiate da grotte spesso chiuse da una porta di legno. Accanto alle case parabole televisive e pannelli che riflettono il sole perforati da un’asta su cui è poggiata la teiera a scaldare. Dagouxiang è l’ultimo centro abitato prima della casa di Su Guoying. La conoscono, l’indicazione a suo modo è precisa: 20 minuti d’auto e poi mezz’ora a piedi. Il sole non dà tregua. La campagna diventa sempre più bella con grandi terrazzamenti di granoturco; la strada sterrata si snoda tra alberi, recinti con asini, contadini gentili dai grandi cappelli di paglia che al nome della donna fanno sì con la testa.
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CORTILE Il sentiero finisce proprio lì. Dopo un gelso e la cuccia del cane ecco il portone che si apre sulla corte interna attorno alla quale sono costruite le case. Ci accoglie Zhang Shengrong, è il figlio: «Siete i primi stranieri che arrivano qui». Entriamo. Il locale ha il pavimento in terra battuta, sul muro grandi scritte di buon compleanno e la foto dell’incontro di Su Guoying con il presidente Hu Jintao; a sinistra, su un sopralzo lungo quanto la parete e largo un paio di metri (dal numero di coperte piegate dovrebbe servire da letto per più persone) c’è la signora: minuta, il viso solcato da mille rughe, sta inginocchiata e seduta sui talloni accanto alla finestra. La visita la rallegra, con gioia stringe le nostre mani. Il figlio le parla e poi spiega: «Ha perso un po’ la memoria, compirà 90 anni il 27 dicembre del calendario cinese». Mentre ci guardiamo intorno (a nostra volta scrutati) tra emozione e sorrisi, lui sparisce per tornare con 2 bottiglie di birra.
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VITA Zhang, 63 anni, fa il contadino, parla piano e si concede senza diffidenza. E’ lui a raccontare la storia della madre perché lei tace, assente. «E’ nata nel Sud, probabilmente nella regione dello Jiangxi dove è partita la Lunga Marcia, ma nemmeno noi figli sappiamo dove. Si è aggregata all’Armata Rossa che era giovanissima, nemmeno 16 anni. Durante l’attraversamento delle montagne, parecchie con nevi perenni, ha perso le dita di un piede per congelamento; quando è arrivata a Huining si è ammalata e perciò si è fermata. Si è sposata e non si è più mossa. Non è mai stata a Pechino, nemmeno a Lanzhou (la capitale del Gansu a 4 ore di auto, ndr), ma di strada ne aveva già fatta tanta prima. Lo Stato dall’83 le dà una pensione come ex dell’Armata Rossa: 800 yuan al mese». Non pochissimo, considerato che lo stipendio medio in questa zona molto povera non arriva ai 1000 (pari a 100 euro).
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RICORDI – Sua madre parlava spesso della traversata al seguito di Mao? La guarda con dolcezza e spiega: «Dal ’35, quando è finita la Lunga Marcia, sino al ’49, quando è nata la Repubblica Popolare, è stato un periodo durissimo in cui il partito Nazionalista cercava di catturare chi aveva partecipato all’impresa. C’era la caccia ai comunisti. Lei non diceva niente: furono anni di silenzio e di paura. Più tardi a noi figli raccontava delle montagne, il grande freddo, il piede congelato. Adesso lei non cammina più, sta tutto il giorno così. E guarda dalla finestra».
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GELSO Chissà se questa donna, allora ragazzina, ha combattuto… (alla parola combattere Su Guoying ha un sussulto e si mette a ridere). «Sì. All’inizio con la lancia, poi le diedero il fucile». Chissà se quello che ha visto e vissuto l’ha intristita e indurita anche con i figli… «La mia mamma era una persona cordiale, amabile e molto dolce» risponde paziente. Per lei è un eroe? «Sì, la penso come un eroe. Comune e grande nello stesso tempo». E’ ora di riprendere la strada. Zhang Shengrong ci accompagna fino all’imbocco del sentiero. Accanto al gelso si ferma, raccoglie una manciata di more e ce le offre. Il saluto è dolce, come l’accoglienza.
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