Archivio | agosto 1, 2008

UNITA’ DELLA SINISTRA – E’ FESTA

Per gli amici di LATINOAMERICA… ma non solo:

SABATO 2 AGOSTO 2008

ORVIETO, Giardini di Sferracavallo


ore 20.30: proiezione doc “Il Che 40 anni dopo”

ore 21.30: incontro con Gianni Minà e Roberto Zanini (Il Manifesto)

Chi può, ci vada… poi magari ci racconta! 🙂

Sbarchi, Msf smentisce Maroni “Numeri in linea con il passato”

Loris De Filippi: “Niente orde in arrivo: cifre simili a 2005 e 2006”
“Se è un’emergenza è perché da anni mancano politiche adeguate”

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di ANDREA BETTINI

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Sbarchi, Msf smentisce Maroni "Numeri in linea con il passato"
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ROMA – Niente orde in arrivo, ma una normale emergenza in un paese che da anni non è in grado di gestire adeguatamente il fenomeno degli sbarchi di clandestini. Loris De Filippi, responsabile dei progetti di Medici Senza Frontiere Italia, descrive così quello che sta accadendo a Lampedusa e parla di un centro di prima accoglienza stipato all’inverosimile e destinato a rimanere pieno anche dopo i trasferimenti delle prossime ore. A suo avviso, però, gli allarmi del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, sono ingiustificati perché, se negli ultimi giorni c’è stato effettivamente un picco di approdi sull’isola, in totale “i numeri sono in linea con quelli del 2005 e del 2006”.

Gli ultimi due giorni a Lampedusa sono stati caotici. Com’è attualmente la situazione?

Sono arrivati circa 1.300 clandestini in 48 ore: un caso con pochi precedenti. Il centro di prima accoglienza ospita più del doppio delle persone che potrebbe contenere normalmente. I numeri fanno impressione e le condizioni sono difficili, però dal punto di vista sanitario non c’è panico.

Come stanno gli immigrati?
La nostra equipe, che ha lavorato senza sosta, si occupa principalmente dell’accoglienza al molo e del primo soccorso. Inoltre segue i casi più critici all’interno del centro. Nel complesso le persone arrivate stanno abbastanza bene, anche se ci sono alcuni casi di scabbia. C’è anche un malato di tubercolosi che andrebbe trasferito rapidamente in ospedale a Palermo, ma che è tenuto in isolamento sull’isola da tre-quattro giorni.

Entro domani mille clandestini saranno trasferiti in altri centri.

Partirà prima chi è più vulnerabile, come i minori e le madri. Si uscirà dall’emergenza, ma il centro rimarrà comunque pieno. È una situazione che abbiamo già vissuto in passato.

Msf opera a Lampedusa dal 2002. In base alla vostra esperienza c’è qualcosa di diverso rispetto al passato?
Negli ultimi giorni ci sono stati arrivi massicci, ma complessivamente siamo in linea con le annate precedenti, tranne il 2007 in cui ci fu un calo. Non siamo d’accordo con il ministro Maroni, che ha parlato di un’orda di 30mila persone entro la fine dell’anno. Probabilmente saranno circa 20mila come sempre.

Non concorda dunque con chi parla di emergenza nazionale?
I numeri mostrano che gli ingressi sono costanti. Se c’è un’emergenza nazionale vuol dire che non sono state fatte politiche strutturali ad hoc.

La sua associazione ha affermato in più occasioni, anche nel giugno scorso, che gli standard di accoglienza andrebbero migliorati. Ci sono stati dei cambiamenti?
Molti immigrati sono in fuga da guerre e conflitti e l’Italia non rispetta da almeno sei anni le regole per i richiedenti asilo politico. Nel dibattito politico ci si preoccupa tanto della sicurezza, ma non siamo nemmeno in grado di dare un’accoglienza adeguata a poche migliaia di persone.
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1 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/sicurezza-politica-12/msf-lampedusa/msf-lampedusa.html

E’ morto Giorgio Piovano, compagno-poeta

I  funerali si terranno domattina alle 11 presso la Sala del Commiato del Cimitero di Pavia

Lo ricordiamo con una intervista ed una poesia

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“Le mie piccole radici sono qui”

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PAVIA. Siamo abituati a considerare la storia come il contenuto di un libro, materia astratta. Ma la storia è vita vissuta; i personaggi e le idee hanno reso il nostro Paese quello che è oggi. Tra i custodi di questa memoria c’è Giorgio Piovano, classe 1920, torinese di origine trapiantato in Lombardia dopo gli studi a Pisa, storico esponente del Pci, testimone e attore di oltre 50 anni della nostra storia. Legato profondamente a Pavia, città dove risiede dal primo dopoguerra alternando il soggiorno cittadino al buen retiro di Pecorara, in Val Tidone, dove sta trascorrendo l’estate, Piovano ha concentrato la sua attività a sostegno delle lotte agricole, percorrendo in lungo ed in largo la provincia. Gropello, Garlasco, Borgo San Siro, luoghi che spesso ricorrono nelle sue parole, con un’attenzione divisa tra grandi centri industriali e realtà periferiche e contadine, i piccoli borghi di Lomellina dove spesso si tratteneva dopo i comizi, incantato dal calore umano della gente. Presidente della Provincia, consigliere comunale a Pavia, Belgioioso, Casteggio, Senatore della Repubblica per tre legislature, all’impegno politico associa l’ingegno poetico, con versi intensi dai quali traspare la grande tensione che da sempre anima il suo pensiero ed il suo stretto legame con il territorio: nel 1950 vince il Premio Viareggio Opera Prima con «Poema di noi», recentemente ristampato dall’editore Effigie, cui segue «Canzone del 14 luglio», dove si ritrova la geografia fisica ed umana di anni spesi a contatto con la gente della nostra provincia. Nelle sue parole l’eredità di una vita animata da forti passioni, i ricordi della società pavese e di mezzo secolo di intensi cambiamenti, di uno mondo che si addormenta contadino e si sveglia operaio.

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Come è arrivato a Pavia?
«Ero professore, cercavo una sede universitaria. Problemi di salute mi tennero lontano dalla guerra: da Pisa, dove ho studiato, mi spostai a Lovere. Poi mi venne offerto di insegnare all’Istituto Bordoni, e a Pavia sono rimasto fino ad oggi: le mie piccole radici sono qui».

Com’era il mondo della politica?
«Molto diverso, c’era più ideologia, c’era una forte tensione. Ma noi e la controparte avevamo vissuto la guerra, c’era anche un rapporto di fiducia creato dalla comune esperienza partigiana, c’era – malgrado tutto – il rispetto delle qualità ideali e morali dell’avversario, lo scontro era soltanto politico».

Come è cambiato ora?
«È sparito l’atteggiamento politico dei cittadini, è cambiata la realtà sociale, portando con sé il disinteresse per la cosa pubblica. Questa diffidenza è pericolosa, rischia di portare all’antipolitica. Significa affidarsi ad un uomo forte, una soluzione autoritaria che in Italia ha già fatto troppi danni, un rischio che non dobbiamo correre.

La causa di tutto questo?
«Mutamenti sociali e nel mondo del lavoro. È partito tutto dalla scomparsa delle grandi cascine, che erano il fulcro del tessuto e delle relazioni umane».

Quale era la situazione del nostro territorio?
«In Oltrepo sopravviveva il sistema della mezzadria; la Lomellina era caratterizzata dalla figura del bracciante, che vive nel paese dove lavora e forma il nucleo della comunità. Nel Pavese prevaleva invece la figura del salariato, che spesso non risiede nel luogo dove lavora e pertanto è più ricattabile, rimandabile a casa senza problemi di ordine pubblico. A fianco di questa partizione geografica c’era la realtà delle mondine, donne combattive, indipendenti e fiere nelle proprie rivendicazioni sociali».

Poi venne l’epoca delle industrie.
«La meccanizzazione ha cancellato buona parte di questi equilibri. Lo sviluppo di Vigevano come polo della scarpa, di Pavia, con la Necchi e le altre fabbriche, cambiarono profondamente la realtà pavese, da sempre legata ai campi. Fino ad arrivare ai giorni nostri, al magma confuso che è il mercato del lavoro, devastato da precariato e perdita di garanzie».

Cosa rimpiange di quella Pavia che ci ha raccontato?
«La salute e la gioventù. E poi le gite sul Ticino, i viaggi in macchina, in 4 o 5 stipati in una Balilla per andare a fare comizi nei paesi. A volte la macchina non tornava a prenderci, dormivamo nelle case degli operai che rimandavano la moglie dalla madre per farci posto. Erano anni di vita intensa».

Che ricordi ha della Resistenza?
«Sono stato avanguardista, come tutti. Odiavo le divise, ma non per politica. È che mi facevano fare brutta figura con le ragazze. A Pisa trovai qualcuno che mi aprì gli occhi: in pochi anni mi trovai antifascista. Nel ’43 entrai nel Partito d’Azione: alla prima manifestazione eravamo in tre. Il giorno dopo facemmo un comizio: a quella data risale la prima di molte denunce. Il discorso patriottico che tenni venne usato contro di me anni dopo, in tribunale, come prova che ero un sovversivo».

In mezzo a queste concitate vicende ha trovato anche il tempo per la poesia.
«Era la mia ambizione, che sto rivivendo ora in tarda età. Era il tempo di grandi arrabbiature poetiche, della lotta all’ermetismo e agli strascichi dannunziani. Per parafrasare un celebre verso di Montale, questo noi volevamo dire: chi siamo, cosa vogliamo».

Si può fare politica con la poesia?
«Una domanda difficile. Uno si trova in una situazione drammatica, irta di problemi. Poi qualcuno indica una via, ed io mi trovo a scrivere di quella; la vita mi porta a far politica, e la poesia risponde a quello che faccio. Forse le mie parole ora sono datate, ma è quello che ho vissuto. D’altronde mi sento un uomo dell’altro secolo. Uso poco il telefono, nulla il computer; mi fido solo della macchina da scrivere».

23 agosto 2007

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«Ma il mio paese, il paese del mio cuore,
è là nelle piane lombarde, in Lomellina,
il paese delle nebbie e delle placide acque
che per diecimila canali si ritrovano in Po.

Al tempo dei risi, quando le mondine
calano a reggimenti dalle loro tradotte
e scaricano i sacchi e le casse
sui marciapiedi delle stazioni

allora è da vedere la Lomellina
come si canta per le strade a braccetto
piemontesi bresciane e bergamasche
e più brave di tutte, coi baschi rossi, le emiliane!»

(da: Giorgio Piovano, Il fuoco e la cenere, Editrice Edinform, Pavia 1984)

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fonte: e-mail

Strage stazione di Bologna, Fioravanti: «Carlos e Cossiga vicini alla verità»

L'orologio fermo all'ora dell'attentato

ROMA (1 agosto) – Ilich Ramirez Sanchez, terrorista venezuelano comunemente conosciuto con il nome di “Carlos lo Sciacallo”, e Francesco Cossiga sono coloro che hanno rivelato elementi di «maggior verosimiglianza» su come siano andate le cose a Bologna, quando un ordigno a tempo, contenuto in una valigia abbandonata, esplose uccidendo ottantacinque persone e ferendone oltre duecento. Lo ha affermato Valerio Fioravanti, condannato per la strage del 2 agosto 1980.

Fioravanti accredita le tesi espresse da Cossiga e Carlos, che hanno ipotizzato che una o due valige siano saltate in aria o accidentalmente, come sostiene Cossiga, o per un’operazione dei servizi segreti occidentali, intenzionati a punire l’Italia per la copertura offerta al terrorismo mediorientale, dopo che i nostri servizi avevano avvertito Gheddafi dei possibili rischi che correva a Ustica. Cossiga da un lato e Carlos dall’altro, sembrano fornire tutti gli elementi mancanti alle sentenze, dice Fioravanti. «Carlos sostiene che l’esplosivo era il loro e che non volevano fare un attentato. L’idea di Cossiga che si sia solo trattato di incidente aiuterebbe a risolvere il problema del movente, che è un’altra cosa misteriosa». Fioravanti sostiene anche che se avessero voluto i servizi segreti avrebbero potuto facilmente farli fuori in carcere: «Sarebbe stato molto facile pagare un killer della camorra, un drogato, un poveraccio per ucciderci».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=28737&sez=HOME_INITALIA

No Dal Molin, colpi di polenta contro i manganelli

 No Dal Molin Vicenza base Usa manifestazione corteo
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L’aria è cambiata. Lo si vede da queste cose: con la destra al governo, manifestare non è più un diritto e viene represso con la violenza di Stato. È accaduto giovedì a Vicenza per il contestato progetto della nuova base Usa, dove c’è stato il primo scontro con la polizia per i “No Dal Molin”. Un folto gruppo di manifestanti – circa duemila – ha marciato verso la stazione ferroviaria, con l’obiettivo di occupare i binari, ma è stato respinto da una carica “d’alleggerimento” della polizia. Sarà stata pure leggera, ma la carica ha causato molti feriti: i manifestanti, che con le mani alzate cercavano di avanzare, sono stati ricacciati indietro dalle manganellate violente della Celere: contusi due poliziotti e due o tre dimostranti.

Ma i “No Dal Molin”, che da due anni a questa parte hanno affinato e variato più volte le tecniche della protesta – senza mai arrivare allo scontro fisico – sono riusciti alla fine lo stesso nel loro intento. Correndo lungo i muri esterni della stazione, hanno trovato alla fine un cancello aperto che gli ha consentito l’ingresso in stazione, dove hanno occupato i binari. Una protesta simbolica, durata una decina di minuti, dopodiché i manifestanti, spintonati dalla violenza di polizia e carabinieri, hanno abbandonato spontaneamente la sede ferroviaria. L’occupazione non ha avuto conseguenze sul traffico dei treni.

«Quella di giovedì sera, hanno spiegato i portavoce del movimento contro la base statunitense, voleva essere un’azione simbolica: è infatti previsto l’arrivo in città del commissario governativo Paolo Costa. Questo, due giorni dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato che, accogliendo il ricorso del Governo ad una sentenza del Tar del Veneto favorevole ai contrari al progetto, ha di fatto dato il via libera all’avvio dei lavori della base».

Anche venerdì il movimento contro la costruzione della base ha continuato la protesta nonostante le maniere forti del governo. I “No Dal Molin” si sono presentati in Prefettura «armati» di sacchi di polenta pronti per colpire l’auto del commissario straordinario del governo Paolo Costa. Sul posto è stata schierata la polizia che ha cercato di contenere i manifestanti.

I “No dal Molin” hanno risposto quindi alle violenze della polizia adottando metodi fantasiosi, provocatori e pacifici usando il tipico piatto del nord Italia. Al commissario Costa, «abbiamo annunciato la nostra prossima visita di cortesia sotto le sue finestre – dicono i comitati – ; gli porteremo una quantità di polenta sufficiente a sfamarlo per i prossimi cinque anni, in modo che non dovrà più andare alla ricerca di incarichi e poltrone».

Continuano i manifestanti in un comunicato, «ci dispiace vederlo girare per Vicenza come un prigioniero, scortato e costretto a restare dietro il perimetro delle transenne, chiuso in un auto che, lungo il tragitto, viene bersagliata da fette di polenta. Gli suggeriamo, – prosegue la nota – ancora una volta, di dimettersi: avrà questa dignità? Noi – concludono i manifestanti – non ci arrendiamo e resisteremo un minuto in più di chi vuol imporci questa base, anche se di fronte a noi vengono schierati musi duri e manganelli».

Anche il Codacons intende avviare azioni legali per opporsi al raddoppio della base Usa di Vicenza, dopo l’accoglimento da parte del Consiglio di Stato del ricorso presentato dal Governo contro il pronunciamento del Tar del Veneto, che aveva accolto la richiesta di sospensione dei lavori. Revocazione dell’ordinanza a una diversa sezione del Giudice d’appello e impugnazione anche in Cassazione della decisione del Consiglio di Stato. Si tratta di un ricorso ex art. 395 codice di procedura civile «che è previsto – precisa il Codacons – nel caso in cui il giudice abbia commesso un errore di fatto nella decisione». «Il prossimo 8 ottobre poi – annuncia Carlo Rienzi, presidente del Codacons – il Tar del Veneto dovrà tornare sull’argomento e chiederemo in quella sede di accertare se i rischi ambientali vi sono o meno». Per Rienzi, «quando un giudice vuole forzare una situazione delicatissima di sicurezza e tutela ambientale per compiacere Berlusconi e La Russa finisce per creare un “casus belli” che ritengo non farà mai realizzare la nuova base».

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Pubblicato il: 01.08.08
Modificato il: 01.08.08 alle ore 16.51

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77659

Scuola: tornano 7 in condotta, grembiule, ect../A rischio circa 2000 scuole dei comuni più piccoli

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Berlusconi: «Una risposta ai recenti episodi di bullismo»

Scuola: tornano 7 in condotta, grembiule, esami a settembre ed educazione civica

Il ministro Gelmini: «Alcune case di moda sono interessate alle divise scolastiche».

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ROMA – Novità vecchie e nuove per la scuola. Il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge proposto dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. Tra le novità più importanti ci sono: gli esami di ammissione a settembre per chi deve recuperare crediti (e lo spostamento in avanti dell’inizio dell’anno scolastico), la bocciatura con il 7 in condotta, le divise scolastiche (che però dovranno essere approvate dai singoli responsabili di istituto) e 33 ore all’anno di educazione civica, che si chiamerà «cittadinanza e Costituzione». Tra le altre novità, la carta dello studente «Io studio», che fornisce agevolazioni per i giovani, dall’accesso gratuito alle aree aercheologiche agli sconti per i trasporti pubblici, dai biglietti ridotti per cinema e teatro agli sconti sui libri. Dal prossimo anno scolastico ne saranno distribuite 2,5 milioni a tutti gli studenti delle scuole secondarie superiori.

CONDOTTA – «Il comportamento deve concorrere alla valutazione complessiva dello studente», ha commentato Gelmini il ritorno del 7 in condotta. «Ai miei tempi si andava dietro la lavagna», ha chiosato Silvio Berlusconi in conferenza stampa dopo l’approvazione del ddl. «È una risposta importante agli atteggiamenti di bullismo che ci vengono illustrati dalla stampa quasi quotidianamente», ha aggiunto il premier. Il provvedimento riguarda tutti gli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado. «Questo provvedimento vuole essere uno strumento ulteriore per responsabilizzare gli studenti e i docenti». Ai fini dell`ammissione all`esame di Stato, è prevista la riduzione fino a un massimo di 5 punti del credito scolastico.

GREMBIULE – «Vi è la disponibilità di alcune case di moda a cimentarsi con la divisa scolastica», ha specificato il ministro, chiarendo che sarebbero «numerosi» i presidi, ai quali spetterà comunque la decisione finale, che vogliono reintrodurre il grembiule in quanto «è un elemento di ordine e uguaglianza tra gli studenti. L’importante è semplificare la vita delle mamme e l’uso della divisa va in questa direzione».

EDUCAZIONE CIVICA – Vengono introdotte anche 33 ore all’anno di educazione civica, «che saranno spalmate nelle materie già previste». La materia però non si chiamerà più così, ma cittadinanza e Costituzione.

ESAMI – «Non ci sarà una reintroduzione degli esami di riparazione», ha spiegato Gelmini. «Devono rimanere i recuperi perché non vogliamo gravare sulle famiglie. Sposteremo però l’inizio dell’anno scolastico per consentire alle scuole di organizzare meglio i recuperi e poi a settembre ci sarà un esame per valutare lo studente».

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01 agosto 2008

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/08_agosto_01/scuola_grembiule_sette_a6f6938e-5fbb-11dd-8d8f-00144f02aabc.shtml

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In tre anni il personale dovrà essere ridotto di 129.500 unità
Previsti interventi strutturali, leggi accorpamenti o tagli di istituti

A rischio circa 2000 scuole dei comuni più piccoli

La maggior parte dei centri con meno di 5.000 abitanti si trovano al Nord
Ipotizzabili pesanti ripercussioni sulla vita quotidiana delle famgilie

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di SALVO INTRAVAIA

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A rischio circa 2000 scuole dei comuni più piccoli
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A RISCHIO le scuole dei piccoli comuni. Nel giro di tre anni circa 2 mila istituzioni scolastiche potrebbero “chiudere o essere accorpate”. Risultato: per gli alunni dei centri con meno di 5 mila abitanti frequentare la scuola potrebbe diventare una specie di rompicapo: sveglia all’alba e trasferimento in pullman (bene che vada) a scuola. Se i comuni e le province non potranno mettere a disposizione nessun mezzo di trasporto, del tutto si dovranno far carico le famiglie. E’ uno dei tanti effetti del decreto legge 112, collegato alla manovra finanziaria per il 2009, già varato dalla Camera e in attesa soltanto dell’ok da parte del Senato.

Un comma dell’articolo 64, dall’innocuo titolo “Disposizioni in materia di organizzazione scolastica”, parla chiaro: “Nel caso di chiusura o accorpamento degli istituti aventi sede nei piccoli comuni, lo Stato, le Regioni e gli enti locali possono prevedere specifiche misure finalizzate alla riduzione del disagio degli utenti”. Possono. Ma se non possono, l’eventuale chiusura del plesso scolastico si ripercuoterà sul menage familiare. Come la prenderà il leader della Lega, Umberto Bossi – che nel giro di pochi giorni ha tuonato prima contro il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, e successivamente contro gli insegnanti meridionali – questa volta? Già perché le regioni nelle quali il provvedimento rischia di stravolgere la vita a milioni di persone sono proprio quelle del Nord.

Ma andiamo con ordine. Nei prossimi tre anni, per alleggerire la spesa della Pubblica amministrazione, la scuola dovrà lasciare sul campo 87 mila posti di insegnante e 42 mila e 500 di Ata (personale amministrativo, tecnico e ausiliario). Sono previsti alcuni interventi strutturali non ben definiti (il ritorno al maestro unico alle elementari?) e non viene esclusa una nuova “razionalizzazione della rete scolastica italiana” che tradotto dal burocratese significa tagliare e accorpare scuole. L’obiettivo è quello risparmiare riportando all’interno del “intervallo virtuoso” il numero di alunni delle singole scuole: tra 500 e 900 alunni, appunto. Per via della situazione geografica italiana sono parecchie le scuole dei piccoli centri che assicurano il servizio a “pochi alunni”: basti pensare a Ustica.

Nel 2002, l’allora ministro dell’istruzione Letizia Moratti, fece compilare una “lista nera” di 2 mila istituzioni scolastiche fortemente sottodimensionate (con meno di 500 alunni) che suscitò le vibranti polemiche dei sindacati e delle associazioni. Non se ne fece nulla, ma questa volta il governo Berlusconi sembra più deciso.

In Italia, secondo l’ultimo censimento, i piccoli comuni sono 5.836: il 72 per cento del totale. Sono poco più di 10 milioni gli abitanti che risiedono nei piccoli centri e nella maggior parte di essi (nel 60 per cento, secondo un calcolo di Legambiente) c’è almeno un plesso di scuola primaria (elementare) e di scuola media che rendono la vita meno complicata a milioni di famiglie. Ma in futuro potrebbe non essere più così perché per ridurre drasticamente le cattedre occorre tagliare le classi e alcune scuole potrebbero appunto chiudere.

Anche la distribuzione dei piccoli comuni lungo lo Stivale non è omogenea. La maggior parte (il 59 per cento) si addensa nelle otto regioni del Nord. Quelli ubicati nelle regioni del Centro sono appena 642 (l’11 per cento) e al Sud se ne contano poco meno del 30 per cento (1.740 per la precisione). Il provvedimento, così, rischia di penalizzare soprattutto le regioni settentrionali che, essendo le più “montuose”, sono più ricche di piccoli centri.

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1 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/scuola_e_universita/servizi/piccoli-comuni/piccoli-comuni/piccoli-comuni.html

Free Gaza Movement: primo aggiornamento

Si è tenuta il 29 luglio ad Atene la conferenza stampa inaugurale del Free Gaza Movement: ecco il testo.

free gaza movement

E´ possibile che un gruppo di civili disarmati viaggiando per mare riescano a rompere l’assedio a cui è sottoposta Gaza?

Conferenza stampa
Per inaugurare
il Free Gaza Movement

h 13:00, Martedì 29 Luglio
International Press Center
Atene

Nel mese di Agosto 2008 un gruppo di civili disarmati israeliani, palestinesi e internazionali navigheranno alla volta di Gaza senza passare attraverso territorio israeliano e senza chiedere autorizzazioni alle autorità israeliane. Di questo gruppo fanno parte anche una suora cattolica di 81 anni, un’ebrea di 84 anni sopravvissuta all’Olocausto, persone di 16 diverse nazionalità e quattro differenti religioni, insieme a loro giornalisti internazionali.

Destinatione: il porto di Gaza

Martedì 29 luglio 2008 il Free Gaza Movement presenterà pubblicamente il suo team internazionale e le imbarcazioni greche che condurranno i volontari da Cipro fino a Gaza in totale solidarietà con i diritti umani dei Palestinesi. A partire da questa data qualunque tentativo per danneggiare il progetto sarà considerato un atto di aggressione nei confronti di una missione internazionale per la salvaguardia dei diritti umani.

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Le imbarcazioni faranno tappa presso alcuni porti greci per poter raccogliere sostenitori e dare l’opportunità alla stampa e a personaggi pubblici di partecipare a una parte del viaggio e informare l’andamento della missione in tempo reale grazie alla presenza a bordo di sistemi di comunicazione satellitare di ultima generazione.
Chiunque fosse interessato dovrebbe partecipare alla conferenza stampa se possibile.

http://www.freegaza.org/

immagini tratte da :

http://www.freegaza.org/

http://guerrillaradio.iobloggo.com/archive.php?eid=1728

http://www.uruknet.info/?p=-6&l=i

Gaza, torna la guerra civile?

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Si aggrava la crisi tra Hamas e Fatah, con Abu Mazen che minaccia di smantellare l’Anp

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La situazione nella Striscia di Gaza è tornata com’era un anno fa, con i miliziani di Hamas e Fatah che si sparano per le strade, misteriosi attentati, arresti e torture da entrambe le parti. La nuova crisi tra i principali partiti palestinesi minaccia gravi ripercussioni in primis, come sempre, sulla popolazione civile. A livello diplomatico, invece, rischiano di naufragare la tregua stabilita a inizio giugno tra Hamas e Israele, i colloqui di pace tra Israele e Anp e la trattativa con la mediazione egiziana per la liberazione del caporale israeliano Gilad Shalit.
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Bombe. La nuova ondata di violenze è iniziata lo scorso 25 luglio, quando tre bombe sono esplose in diverse parti della Striscia, uccidendo quattro esponenti di Hamas, un civile e una bambina. In seguito è stato un crescendo di scontri e arresti e, martedì 29, una nuova esplosione in un centro di addestramento di Hamas, nel sud della Striscia, in cui sono rimasti feriti almeno sei militanti del partito islamico. Hamas accusa Fatah per quegli attacchi, anche se altre fonti ipotizzano che sia in corso anche uno scontro tra Hamas e una milizia ispirata ad al Qaeda, che si farebbe chiamare Jaish al-Islam, i soldati dell’Islam. La presenza organizzata di cellule qaediste a Gaza è una suggestione proposta a più riprese da Israele e Stati Uniti, ma la maggioranza dei palestinesi è convinta che quello in atto sia soprattutto un gioco di potere tra Hamas e Fatah, in cui altre milizie si inseriscono, esacerbando la situazione e rendendola ancor meno gestibile.
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Regione ribelle. Lo scorso anno dopo la rottura del governo di unità nazionale e la presa del controllo di Gaza da parte di Hamas, Israele dichiarò la Striscia di Gaza “entità nemica”, iniziando un duro embargo contro il governo locale di Hamas e, contemporaneamente, promettendo colloqui di pace all’esecutivo del presidente Abu Mazen in Cisgiordania. Lunedì 28 il quotidiano arabo Asharq al Awsat pubblicava indiscrezioni secondo cui l’Anp starebbe valutando l’ipotesi di dichiarare la Striscia “regione ribelle” in quanto, secondo il punto di vista di Fatah, Gaza sarebbe stata strappata al controllo di Ramallah con un colpo di stato armato. La definizione autorizzerebbe, in linea di principio, un attacco militare contro Gaza. L’Anp accusa infatti Hamas di aver boicottato qualunque tentativo di compromesso, compreso quello mediato lo scorso anno dal governo yemenita.
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Arresti. Da lunedì 28, le forze di sicurezza leali a Fatah hanno arrestato 160 esponenti di Hamas in Cisgiordania: insegnanti, politici e altre personalità pubbliche, non miliziani. Mentre il giorno prima Hamas aveva arrestato almeno 200 membri di Fatah nella Striscia di Gaza. La campagna di arresti contro Hamas, però, va avanti ormai da un anno e ha portato nelle carceri – sia quelle dell’Anp che in quelle israeliane – decine di esponenti del partito islamico, tra cui anche diversi politici e deputati. Lo scorso 21 luglio a Nablus ne erano stati arrestati 20, tra cui la deputata Muna Mansour e, sempre a Nablus, sono stati sequestrati locali e beni di diverse organizzazioni caritatevoli islamiche, non tutte legate al partito di Haniyeh. Hamas ha commentato la repressione nei suoi confronti sostenendo che, se non si fermerà, potrebbe prendere il controllo della Cisgiordania come fece un anno fa nella Striscia di Gaza.
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Abu Mazen. La recridescenza sembra ridurre di molto le possibilità della liberazione del caporale Gilad Shalit, nelle mani del gruppo islamico da due anni, per il quale, dopo lo scambio di prigionieri di inizio luglio tra Israele e Hezbollah, sembravano esserci buone speranze. Il suo rilascio era appeso ai numeri e ai nomi dei detenuti palestinesi che Israele sarebbe disposto a liberare ma, mercoledì 30, il presidente palestinese ha rovesciato il tavolo negoziale, minacciando di “smantellare l’Anp se Israele dovesse rilasciare esponenti di Hamas nell’ambito delle trattative su Shalit”. Abu Mazen non ha parlato di dimissioni, ma ha usato il termine smantellare, che ha provocato molta indignazione, sia a Gaza che in Cisgiordania. Il presidente palestinese teme che la liberazione degli esponenti di Hamas rafforzerebbe il movimento anche agli occhi dell’opinione pubblica della Cisgiordania. Così facendo, però, cessa idealmente di essere il presidente di tutti i palestinesi. La scorsa settimana alcune indiscrezioni sostenevano che Israele fosse disposto a includere nell’affare Shalit, anche la liberazone di Marwan Barghouti, esponente di spicco di Fatah che sconta l’ergastolo nelle carceri israeliane, ma anche un potenziale dissidente interno rispetto alla politica del presidente palestinese, servile nei confronti di Stati Uniti e Israele.
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Torture. Abu Mazen non è però il solo a temere l’opinione pubblica. Subito dopo l’inzio delle violenze, il ministero dell’Interno di Hamas ha bandito dalla Striscia i principali quotidiani stampati in Cisgiordania: al Quds, al Ayyam e al Hayat al Jadida, con l’accusa di fornire resoconti squilibrati. Mercoledì 30, infine, lo stesso ministero ha anche arrestato il direttore locale dell’agenzia palestinese Maan News, Imad ‘Eid. La libertà di stampa nei territori in questi momenti è gravemente minacciata, così come è fortemente limitata la libertà di movimento anche per i pochi cronisti che operano dall’interno della Striscia di Gaza. Entrambe le fazioni stanno giocando su più tavoli e hanno tante cose da nascondere, a cominciare dalle torture e dalle violazioni dei diritti dei rispettivi prigionieri. Lo rivela un rapporto dell’Ong palestinese Al Haq, secondo cui sia Fatah che Hamas hanno usato la tortura “regolarmente” nel corso dell’ultimo anno. L’organizzazione per i diritti umani sostiene che dei circa mille prigionieri detenuti quest’anno dalle due fazioni, tra il 20 e il 30 percento hanno subito violenze o torture, in conseguenza delle quali almeno quattro sarebbero morti.

Israele – Palestina – 30.7.2008

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fonte: http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=11796

Emergency

Honduras, bambina partorisce a nove anni: era stata stuprata dal patrigno

TEGUCIGALPA (31 luglio) – Una bambina di nove anni di San Pedro Sula, cittadina della zona nord dell’Honduras, ripetutamente stuprata dal patrigno, è rimasta incinta e nei giorni scorsi ha dato alla luce un figlio. Secondo il quotidiano locale Tiempo, la madre era a conoscenza degli abusi sessuali che il compagno infliggeva alla figliastra, non ha mai fatto nulla per impedirli ma anzi minacciava la bimba affinché non li denunciasse. Mesi fa la piccola era stata ricoverata in preda a nausea e vomito e i medici, sorpresi, avevano appurato che si trattava di una gravidanza.

La procura ha arrestato Alexis Rigoberto Morazan Raudales, compagno della mamma della piccola. La donna è ricercata. La bambina è stata affidata alla protezione dell’Istituto honduregno per i bambini e la famiglia.

Non è il primo caso di bambine in tenera età che vivono l’esperienza di una maternità. Il caso più eclatante è stato segnalato nel 2004 in Colombia, dove una bambina di otto anni, avviata alla prostituzione dalla madre, è rimasta incinta di un uomo di 32. Le analisi cliniche hanno rivelato che la piccola era stata costretta ad avere rapporti fino al sesto mese di gravidanza. Nel 1994 una bambina di otto anni dell’Arkansas, Stati Uniti, ha partorito due gemelli, poi dati in affidamento dalla famiglia per evitare scandali.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=28687&sez=HOME_NELMONDO

Vicenza, i ‘No dal Molin’ occupano i binari della stazione

L’invasione dei binari è durata solo dieci minuti, ed è stata preceduta da uno scontro tra dimostranti e polizia; alcuni contusi tra entrambe le parti

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Vicenza, i 'No dal Molin' occupano i binari della stazione

Le foto di una manifestazione di un anno fa del comitato ‘No Dal Molin’

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VICENZA – I manifestanti del coordinamento ‘No Dal Molin’, dopo un primo scontro con le forze dell’ordine, hanno occupato i binari della stazione di Vicenza. La protesta nel corso di una fiaccolata per ribadire il “no” alla nuova base Usa di Vicenza all’aeroporto Dal Molin, dopo il recente sì del Consiglio di Stato, che ha di fatto dato il via libera al governo. L’occupazione è durata circa dieci minuti, e non ha avuto conseguenze sul traffico ferroviario: un gesto simbolico, dal momento che domani arriva a Vicenza il commissario governativo Paolo Costa.

Dopo lo scontro con le forze dell’ordine, che li avevano fatti ripiegare lungo viale Roma, e nel corso del quale ci sono state anche alcune manganellate da parte degli agenti, parte dei dimostranti – circa 2000 in tutto – ha iniziato a correre verso i lati esterni della stazione. In un punto hanno trovato un piccolo cancello aperto che ha rappresentato il varco per la conquista della sede ferroviaria.

Nello scontro di stasera tra forze dell’ordine e dimostranti sono rimasti leggermente contusi due poliziotti, e due o tre dimostranti. La decisione dei ‘No Dal Molin’ di forzare la mano è arrivata dopo il ‘no’ opposto dal questore di Vicenza, Giovanni Sarlo, alla richiesta dei manifestanti di entrare nella stazione.

I manifestanti hanno abbandonato volontariamente i binari. E’ assai probabile tuttavia che domani la questura, sulla base delle riprese filmate della protesta, possa segnalare alla magistratura gli eventuali responsabili dell’azione.
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31 luglio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/base-vicenza-tar/protesta-dal-molin/protesta-dal-molin.html