Archivio | agosto 3, 2008

SICUREZZA – Lunedì arrivano i militari. La polizia: operazione di facciata

camorra, scampia, napoli, polizia
.

Lunedì mattina, anfibie divise invadono le nostre città. È il grande giorno dei militari in strada, quelli che secondo il governo berlusconi dovrebbero risolvere ogni paura e insicurezza dei cittadini italiani. Tremila soldati sul piede di guerra, a sorvegliare non tanto obiettivi sensibili, visto che nessuno ci minaccia, ma a tener d’occhio piazze, stazioni, parchi e panchine.

Ad essere militarizzate saranno soprattutto le grandi città, Roma, Milano, Napoli. Ma i soldati gireranno anche per le strade di Bari, Catania, Padova, Palermo, Torino e Verona. I ministri Maroni e La Russa hanno siglato la loro intesa lo scorso 29 luglio: tempo sei mesi, dicono, è tutto tornerà tranquillo e controllato. Se qualcuno oserà ancora alzare la testa, aggiungono, lasceremo i militari in strada per un altro mezzo anno. Il tutto alla modica cifra di sessanta milioni di euro (trenta per quest’anno e altrettanti eventualmente per l’anno prossimo).

Peccato che, per trovare i soldi, il governo abbia fatto casa non solo con lo Stato sociale (scuola, sanità, garanzie per i precari, pensioni) ma con le stesse forze dell’ordine. Alla faccia della sicurezza. Dopo la manifestazione del 17 luglio scorso a cui hanno aderito per la prima volta tutti i sindacati delle forze di polizia e i Cocer del comparto Sicurezza e Difesa, ora è addirittura il Sap, il sindacato autonomo di polizia considerato vicino al centrodestra, ad attaccare l’operato del governo. «L’esecutivo di Berlusconi, Tremonti e Brunetta – scrive Nicola Tanzi, segretario generale del Sap – tira dritto per la propria strada e sbatte ancora una volta la porta in faccia alle forze dell’ordine e alle forze armate, con la conversione in legge al Senato, attraverso il meccanismo della fiducia, del decreto legge 112/2008».

Si tratta appunto della famigerata manovra economica che potrebbe essere approvata definitivamente già il prossimo martedì: «Per il comparto Sicurezza e Difesa non c’è niente – prosegue Tanzi – e lo diciamo con una delusione mista a rabbia, perché questo governo ha vinto le elezioni promettendo maggior sicurezza agli italiani e non inutili operazioni di facciata, come l’impiego dei militari».

.
Pubblicato il: 03.08.08
Modificato il: 03.08.08 alle ore 18.03

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77703

Morti sul lavoro, anche sabato non torna a casa un operaio

Confindustria lavoro ANSA 220
.
Sabato, si ricomincia. Dopo i quattro morti di venerdì, si torna a morire sul lavoro. Eugenio Flauto, 31 anni, è morto schiacciato da un macchinario industriale a cui stava lavorando. L’incidente è avvenuto attorno alla mezzanotte di venerdì a Cercola, comune del napoletano, in una cooperativa che inscatola pomodori. L’operaio, a quanto si è appreso, stava spostando alcune pedane di legno quando è rimasto schiacciato dai macchinari industriali.

Gli inquirenti avrebbero già verificato che il macchinario sotto il quale è rimasto schiacciato Flauto era in una zona interdetta, e l’uomo non si sarebbe dovuto trovare vicino all’impianto: il macchinario infatti serve all’inscatolamento e compie un movimento continuo dall’alto verso il basso, ma si trova in una zona protetta da un cancello che, una volta aperto, dovrebbe provocare l’arresto automatico del macchinario stesso.

.
Pubblicato il: 02.08.08
Modificato il: 03.08.08 alle ore 16.38

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77683

Gaza, è sempre lotta fratricida. Hamas arresta gli uomini di Fatah

Al rientro a Gaza subito catturati i palestinesi salvati ieri dagli israeliani
La sorte dei militanti fedeli a Abu Mazen ‘ospiti’ in Isarele si fa incerta

.

Gaza, è sempre lotta fratricida Hamas arresta gli uomini di Fatah

I militanti di Fatah, umiliati, passano il confine in mutande

.

GAZA – I palestinesi vicini a Fatah che sabato erano riusciti a fuggire alla violentissima rappresaglia di Hamas riparando in Israele non hanno fatto in tempo a tornare a casa, che Hamas li ha subito arrestati

Si tratta di un primo spezzone, di 32 dei circa 180 palestinesi attualmente ‘ospiti’ di Israele per ‘motivi umanitari’. Israele aveva acconsentito al salvataggio costringendo i militanti palestinesi a passare il confine in mutande e bendati, oggettiva umiliazione accolta come un trionfo dalle truppe di Hamas.

Questa mattina, in seguito a una richiesta del leader palestinese Abu Mazen e del primo ministro Salam Fayyad, gli israeliani hanno acconsentito al rientro a Gaza dei militanti palestinesi, subito fatti ostaggio degli integralsiti islamici di Hamas.

E’ una situazione del tutto inedita, non solo perchè rimane incerta la sorte dei 150 palestinesi in Israele, di cui molti, feriti negli scontri con i militari di Hamas, sono ricoverati negli ospedali israeliani. Ma anche perchè è nuova alla storia delle vicende mediorientali una vetta così sanguinosa tra le due anime della resistenza palestinese.

“Hamas aggredisce le nostre famiglie, brucia le nostre case e terrorizza i nostri bambini” ha detto alla TV Atef Helles, uno degli uomini di Fatah ricoverato in un ospedale israeliano. Un massacro nel massacro, quello tra le fazioni palestinesi di Fatah e di Hamas, che ha spinto Israele in questa posizione del tutto inedita di ‘intervento umanitario’.

Sulla vicenda è intervenuta
anche la Lega Araba, che ha espresso oggi al Cairo “collera, tristezza e inquietudine” per le violenze interpalestinesi di ieri. Mohammed sobeih, segretario generale aggiunto dell’organismo panarabo, ha chiesto che “cessi il ricorso alle armi fra i fratelli nei territori palestinesi”. Sobeih ha anche chiesto “a tutte le parti di porre fine a questa farsa che avrà conseguenze devastanti sulla causa palestinese”.

Le violenze di ieri fra le forze di Hamas che controlla Gaza e quelle di Fatah, il partito che fa capo al presidente palestinese Abu Mazen, sono le più sanguinose dalla presa del potere del movimento islamico palestinese nel territorio nel giugno 2007.
.
3 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/esteri/medio-oriente-42/gaza-3-agosto/gaza-3-agosto.html

Somalia, strage di donne: Bomba esplode nella capitale

Almeno 20 morti. Lavoravano per una cooperativa e pulivano le strade
Il paese sempre più nel caos. Nel 2007 seimila vittime e 100 mila sfollati

.

Somalia, strage di donne Bomba esplode nella capitale

Una donna ferita nell’esplosione mentre viene soccorsa

.

MOGADISCIO – Nuova strage a Mogadiscio. Almeno 20 persone, di cui la maggior parte donne, sono state uccise e 40 sono rimaste ferite dall’esplosione di una bomba mentre stavano pulendo una strada nella zona sud della capitale somala.

L’esplosione si è verificata
nel sobborgo meridionale conosciuto come ‘K4’ mentre decine di donne aiutate da una Ong locale si erano riunite per ripulire l’area “Stavano ripulendo la via quando una grande esplosione ha scosso l’intero sobborgo. Ho contato 15 corpi, moti di cui donne fatte a pezzi” ha raccontato Hasan Abdi Mohamed, testimone oculare della strage.

L’attentato, che non è stato rivendicato, e uno dei piu’ sanguinosi delle ultime settimane. Nell’area sono attive le ultime frange delle Corti Islamiche, il movimento estremista che controllava la capitale e parte della Somalia fino a gennaio del 2007 quando il governo di transizione, aiutato dalle truppe etiopiche, ha ripreso il controllo del Paese.

La Somalia è nel caos. Prima il regime di Mohamed Siad Barre interrotto dall’invasione delle truppe Nato. Poi sei anni di guerra e occupazione che però non hanno risolto nulla. Anzi, hanno peggiorato la situazione. Con la ripartenza degli ultimi presidi militari, il paese è tornato ostaggio delle bande, dei signori della guerra e delle Corti islamiche. Negli ultimi tre anni la Somalia è indicata anche come uno dei paesi dove si addestrano le organizzano le retrovie della formazioni islamiche integraliste. Solo lo scorso anno gli attentati delle Corti hanno causato almeno 6.000 vittime e centomila sfollati.

In Somalia non esiste più un governo centrale, l’organizzazione dello Stato e meno che mai sono operativi presidi diplomatici. E’ un paese fantasma abbandonato a se stesso e per lo più dimenticato dalla comunità internazionale. Quel poco che funziona è affidato a ong, cooperanti e volontari. Due cooperanti italiani sono stati rapiti in Somalia il 21 maggio scorso. E un altro gruppo di volontari, tutti somali, sono stati rapiti un mese fa. E queste sono solo le notizie che riescono a filtrare.
.
3 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/esteri/somalia/15-donne-uccise/15-donne-uccise.html

Herat, a casa due soldati: non spararono ai civili

Non volevano sparare sui civili. Sembra essere questa la colpa di due elicotteristi italiani che sono stati rimpatriati nei giorni scorsi da Herat, in Afghanistan. Naturalmente, secondo l’esercito, la misura è stata disposta «esclusivamente per motivi sanitari», in seguito alla situazione di stress psico-fisico diagnosticata ai due soldati al termine di un impegnativo ciclo operativo. «Nei loro confronti – giurano da Herat – non è stato adottato alcun provvedimento». I due militari sono stati quindi rimpatriati e, dopo un periodo di osservazione al Policlinico del Celio, come prescritto in questi casi, sono tornati alla loro base di Rimini.

gippone Vtlm dell'Iveco in uso in Afghanistan e Libano nelle missioni italiane, foto Ansa

.
Secondo Il Tempo la decisione sarebbe stata invece adottata perché i due si sarebbero rifiutati di sparare «durante uno scontro a fuoco in cui erano coinvolti anche militari italiani. La loro giustificazione è stata che sulla linea di tiro c’erano anche civili». Il quotidiano romano aggiunge inoltre che i due militari, piloti di elicotteri Mangusta, sono stati «immediatamente rimpatriati» e, sul fatto, è stata aperta un’inchiesta.

La vicenda risale al 10 luglio scorso, quando un convoglio italiano è stato attaccato con lanciarazzi e raffiche di kalashnikov mentre svolgeva un pattugliamento anti-mortaio a circa 5 chilometri, a nordest da Herat. I soldati hanno risposto al fuoco mettendo in fuga gli aggressori. Due militari sono però rimasti feriti in modo non grave: il tenente Gabriele Rame di Benevento e il primo aviere Francesco Manco di Zollino (Lecce). Entrambi sono in servizio presso il 16/o Stormo dell’Aeronautica “Fucilieri dell’Aria” di Martina Franca. La bomba, probabilmente uno Ied (ordigno esplosivo improvvisato), è esplosa al passaggio del Vtlm lince a bordo del quale si trovavano i due militari in una zona situata 2 chilometri a sud dell’aeroporto di Herat. Secondo fonti spagnole, i due elicotteri Superbolli di Madrid interventi in soccorso dei militari italiani sono stati attaccati. Per coprire l’attività di recupero sono dovuti intervenire due elicotteri d’attacco italiani A-129 Mangusta. I due elicotteri inseguono gli attentatori, ma soltanto uno apre il fuoco, l’altro non partecipa. A detta del quotidiano, al rientro i due elicotteristi sono subito ricoverati e poi rimpatriati.

Nonostante l’articolo 21 della Costituzione, il contingente italiano in Afghanistan partecipa attivamente ad azioni di guerra. I soldati dislocati a Kabul e Herat, negli ultimi mesi hanno creato alcune basi avanzate a Surobi nella provincia di Kabul nella valle di Musay e a Farah nella provincia occidentale di Herat. Farah è una zona di confine con le province meridionali dove i talebani fanno spesso incursioni. E qui i anche i soldati sono dovuti intervenire per contrastare la minaccia. Sia con i Mangusta, gli elicotteri d’attacco, intervenuti più volte in soccorso delle truppe afghane, e sia con gli incursori, che si sono imbattuti in gruppi di «insorgenti» che sconfinavano per evitare gli attacchi delle truppe inglesi e australiane che nella zona di Helmand stanno conducendo le operazioni.

https://i1.wp.com/emergencysiracusa.dotcoma.org/wp-content/upload/pace.jpg

Una vicenda diversa, ma che ha avuto come protagonisti sempre degli elicotteristi italiani in missione all’estero, si verificò in Iraq alla fine del 2003, pochi giorni dopo la strage di Nassiriya, quando quattro piloti dell’Esercito si rifiutarono di salire sui loro CH47, sostenendo che i velivoli avevano «carenze» nei sistemi di protezione. I quattro furono rimpatriati, sospesi dall’attività di volo e indagati dalla Procura militare, prima per ammutinamento e poi per codardia, ma furono assolti con formula piena nel corso dell’udienza preliminare.

Un’altra vicenda simile ha coinvolto infine la Germania. Anche lì è stata stravolta la natura della missione del contingente militare. In una lettera aperta al Parlamento tedesco un gruppo di ufficiali dell’esercito ha chiesto apertamente il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, criticando l’impegno sul teatro di guerra.

In Italia il governo Berlusconi ha invece intenzione di imboccare direttamente la strada della guerra. «L’Italia ha il dovere morale di aumentare i suoi sforzi militari in Afghanistan», ha sostenuto il ministro degli Esteri Franco Frattini, alla vigilia della partenza per Washington, dove incontrerà il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice. Da «fedele alleato», il governo Berlusconi è pronto a mandare, per missioni circoscritte, i soldati nelle zone più a rischio, ha dichiarato il titolare della Farnesina.
Pubblicato il: 28.07.08
Modificato il: 29.07.08 alle ore 8.55

https://i1.wp.com/www.festadellarinascita.it/images/NoGuerra2004.jpg

Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=77531

LE OLIMPIADI DI SAVIANO: Vi racconto “Tatanka scatenato”

Clemente Russo, 26 anni e 91 chili, detto Tatanka ossia bisonte nella lingua dei Sioux
.

La sfida del bisonte Clemente Russo. Dalle palestre di Marcianise che strappano i ragazzi alla camorra fino al ring di Pechino. Combattendo con i pugni per il riscatto della sua terra

di Roberto Saviano

.

Non c’è impresa migliore che quella realizzata con le proprie mani. E i pugili concordano con questa frase di Omero. La boxe è rabbia disciplinata, forza strutturata, sudore organizzato, sfida di testa e muscoli. Sul ring o fai di tutto per restare in piedi oppure dai fondo alle tue energie e metti in conto di andare giù. In ogni caso combatti, uno contro uno. Non ci sono altre possibilità e nessun’altra mediazione.

Ci saranno due campioni nella nazionale azzurra alle prossime Olimpiadi: Clemente Russo, 91 kg, peso massimo, e Domenico Valentino, 60 kg, peso leggero. Ventisei e ventiquattro anni. Campione del mondo il primo, vicecampione il secondo. Tutti e due poliziotti. Pugili che gli avversari cinesi studiano da anni in previsione degli incontri di Pechino. Russo e Valentino sono entrambi di Marcianise, la tana dove si allevano i cuccioli della boxe. Quando crescono, vanno nella Polizia o nell’Esercito e infine dritto alle Olimpiadi.

Marcianise, paesone di quarantamila abitanti, è una delle capitali mondiali del pugilato, senza dubbio la capitale italiana. Ci sono tre palestre gratuite dove i ragazzi di tutto il Casertano vanno a tirare al sacco. Esiste una ragione perché Marcianise sia il vivaio storico dei pugili in Italia. Proprio qui gli americani stanziati in Campania chiamavano come sparring partner i carpentieri e bufalari della zona che si misuravano con i marines per un paio di dollari. E dopo esser riusciti a batterne parecchi, continuarono a combattere e misero su palestre e cominciarono a insegnare ai ragazzi del posto.

Uno dei coach che ha reso gloriosa la palestra Excelsior di Marcianise è Mimmo Brillantino. Una sorta di sacrestano del pugilato, allenatore di campioni europei, olimpici, mondiali. Li individua da bambini, li annusa, li segue, li guarda nell’anima. E poi li cresce, metà domatore di tigri metà fratello maggiore. Ogni mattina, Mimmo Brillantino si presentava all’alba sotto casa di Clemente Russo per svegliarlo. Ore 6.00: corsa. Fino alle 8.30, quando cominciava la scuola. Finita quella, andava a prenderlo: pranzo, compiti e poi di nuovo allenamento. Col sole in maniche corte, sotto la pioggia col cappuccio. Ci si allena sempre, con costanza.

Poco prima della partenza per le Olimpiadi, incontro Clemente Russo e Domenico Valentino nel centro polisportivo della Polizia di Stato dove si allenano tutti i poliziotti impegnati in ogni disciplina. Dal grande judoca Pino Maddaloni alla campionessa di scherma Valentina Vezzali, sono tutti nelle Fiamme Oro. Clemente Russo qui lo chiamano Tatanka, parola con cui i Lakhota Sioux indicano il bisonte maschio. Il nome glielo mise uno dei suoi maestri dopo aver visto ‘Balla coi lupi’. Cercando di comunicare con il suo nuovo amico Uccello Scalciante, il tenente John Dunbar si mette carponi, due dita sulla testa per rappresentare le corna di un bisonte. Il capo tribù capisce e dice ‘tatanka’, Dunbar annuisce e ripete.

Clemente Russo si è guadagnato quel sopranome perché sul ring a volte si dimentica di essere un pugile. Abbassa la testa, naso all’altezza del petto, occhi tirati su, fronte bassa e giù a picchiare. Bisogna urlarglielo dall’angolo che è uno sportivo, non un picchiatore. Ma come dice Giulio Coletta dello staff azzurro: “Se combatti così e non butti giù subito il tuo avversario, quello ti frega, perché tu perdi tutte le tue energie e poi non hai più fiato per difenderti né concentrazione. E poi crolli. Come un bisonte dopo aver caricato”.

Tatanka ha un tatuaggio sul costato
. Un bisonte americano in corsa, ma che sulle zampe anteriori calza i guantoni. Clemente mi racconta che entrò in palestra “perché ero chiatto! E non ne potevo più di stare sempre fuori dai bar”. Oggi il maggior pregio di Clemente Russo è la visione d’insieme. Sembra avere in testa dal primo all’ultimo minuto cosa deve fare. E poi è potente, ma non lo considera la sua qualità migliore: “La forza è l’ultima cosa. La prima è la mente. È centrale, Robbè”. I veri pugili non nascono come attaccabrighe, anzi spesso si va in palestra per sviluppare aggressività e solo poi per dominarla. “Prima cosa: non bisogna prenderle. Poi la seconda è darle”. Su questo Clemente e Domenico si esprimono in coro.

La palestra che li ha sfornati, la Excelsior, ha festeggiato vent’anni di attività, di cui dieci in cima alla classifica riservata alle società pugilistiche. Ma a differenza di quanto accade per altri sport, gli allenatori che li seguono con una passione da missionari guadagnano quattro soldi, giusto il necessario per sopravvivere. Eppure passano le giornate in palestra a costruire pugili. A conteggiare le flessioni, a insegnargli a bucare il sacco, a saltare la corda, a correre, a resistere. “E a essere uomini” aggiunge Claudio De Camillis, poliziotto, arbitro internazionale e capo del settore Fiamme Oro, che li ha visti tutti.

“Ci chiamano da Marcianise, ce li segnalano quando sono pischelli. Arriva la telefonata di Brillantino o del coach Angelo Musone, o Clemente de Cesare, Salvatore Bizzarro, e Raffaele Munno, i ‘templari’ della boxe. Noi li prendiamo perché loro ci segnalano anche la testa di questi ragazzi, la provenienza, la serietà”. La Polizia li arruola e ci crede. Senza le Fiamme Oro non esisterebbe il pugilato dilettantistico. Quindi non esisterebbe più la boxe in Italia.
.

Clemente Russo e Roberto Saviano
.

Ormai gli sponsor non ci investono più e l’unica possibilità sarebbe andare in Germania, paese che attira le scuole più temute della boxe contemporanea, i pugili dell’est. Russi, ucraini, kazaki, uzbeki, bielorussi. I nuovi combattenti affamati. I gladiatori che hanno rilanciato l’attenzione mondiale verso il pugilato e rendono oggi la Germania la terra promessa della boxe. A Marcianise anche molti italiani sono diventati campioni, altri sono rimasti bravi atleti e nulla più. Però tutti si sono tenuti lontani dalla camorra. A volte i ragazzi imparentati a una famiglia andavano ad allenarsi la mattina e quelli della famiglia rivale ci andavano nel pomeriggio, ma la boxe li trascinava comunque via da certe logiche.

Le regole del pugilato sono incompatibili con quelle dei clan. Uno contro uno, faccia a faccia. La fatica dell’allenamento, il rispetto della sconfitta. La lenta costruzione della vittoria. Come ricorda Clemente Russo: “È una vita di sacrifici, sono vent’anni che non ho la forza di fare tardi la sera. E non mi ricordo un momento in cui potevo permettermi di cazzeggiare tra i bar, come si fa dalle nostre parti”. La camorra non gestisce il pugilato per una semplice ragione, e Clemente Russo la conosce bene: “Non girano più tanti soldi. Con il primo titolo europeo juniores che ho vinto mi sono comprato un motorino.”.

È solo in Germania e in Spagna che la mafia russa continuamente si infiltra per cercare di entrare nel business. Ma a quelli che comandano a Marcianise, i Belforte e i Piccolo, i soldi e i modi per procurarseli non mancano. I primi sono persino riusciti a far venire le telecamere della ‘Vita in diretta’ per riprendere il matrimonio di Franco Froncillo, fratello dell’emergente boss Michele Froncillo. Volevano che quelle nozze con tanto di elicottero che faceva scendere una pioggia di petali sugli sposi e sugli altri invitati non fossero immortalate dalle solite riprese a pagamento, ma dalla Rai. Di modo che non solo i parenti ma le casalinghe di tutt’Italia potessero ammirare e invidiare la sposa.

I Mazzacane e i Quaqquaroni – come vengono chiamate le famiglie rivali – sono due clan capaci di egemonizzare un vasto territorio disseminato di piccole e medie aziende. Un territorio che ospita il più grande centro commerciale d’Italia e il più grande cinema multisala – primati strani per una regione piena di disoccupazione e segnata dall’emigrazione. Significa che ci sono molti subappalti da vincere, molti parcheggi da gestire, molte polizie private da imporre. E soprattutto molto racket.

Nel marzo 2008 il comune di Marcianise è stato sciolto per infiltrazione camorristica. E nel 1998 Marcianise era stata la prima città italiana dalla fine della Seconda guerra mondiale a vedersi imporre il coprifuoco dal prefetto. Negli anni ’90 si contava un morto al giorno. Quando iniziarono a massacrarsi i Mazzacane e i Quaqquaroni, gli allenatori di boxe furono fondamentali per salvare il territorio. Seguendo nient’altro che l’imperativo del pugilato, “tutti in palestra senza distinzione di colore, testa, gusto”: perché “dentro si è tutti rossi, come il sangue”, come dicono nelle palestre dalle mie parti.

Mimmo Brillantino e gli altri coach andavano a prendersi i ragazzini nei bar, nelle piazze, fuori da scuola. E così li strappavano al deserto in cui i clan riescono a reclutare i giovani di generazione in generazione per metterli sulle loro scacchiere. La boxe rompeva questo meccanismo e lo faceva in modo definitivo. Il ring è più efficace, in questo, di una laurea. Perché quando hai combattuto col sudore della tua fronte e con le tue mani, arruolarsi diviene una sconfitta.

A Chicago, nel 2007, Tatanka ha dimostrato cosa significa venire da una palestra di Marcianise. Si è messo il suo caschetto azzurro e ha battuto il tedesco Povernov, col quale aveva perso nel 2005 ai Mondiali in Cina. Ha schivato i pugni del montenegrino Gajovic, che pur esperto di Europei, Mondiali e Olimpiadi e pur avendo eliminato molti sfidanti promettenti non riusciva a inquadrare Clemente che gli sfuggiva. Poi ha sconfitto il cinese Yushan, ambiziosissimo. Fino al capolavoro conclusivo contro il possente mancino Chakheiv che per tre riprese ha condotto in apparenza il gioco, aiutato dai giudici che ignoravano i colpi di Russo. La tattica aveva consentito a Chakheiv di scattare al suono dell’ultima tornata con un 6-3 che sembrava metterlo al sicuro. L’angolo di Clemente era demoralizzato, cercava di non farglielo capire, ma ormai si preparava alla sconfitta. Però Tatanka ci ha creduto sino alla fine. “Nun c’la fa cchiù, ha finito la miscela. Lo batto, lo batto”. In due minuti inizia la rimonta. Un gancio, un jab, schiva un sinistro e va dritto allo zigomo del russo. Mette assieme quattro punti senza incassare neanche un colpo. Chakheiv s’è preso una grandinata di cazzotti. Non riesce nemmeno più a ricordarsi dov’è. L’incontro si conclude sul 7-6 e Clemente ne esce campione del mondo.

.

Domenico ” Mirko” Valentino, 24 anni e 60 chili
.

L’altro talento mondiale marcianisano è Domenico Valentino. Tutti lo chiamano Mirko. È il nome che la madre aveva scelto, solo che per rispetto verso il suocero gli ha poi messo il nome del nonno. Ma dopo aver pagato il debito all’anagrafe, l’ha subito chiamato Mirko. Il miglior peso leggero che abbia mai visto. Veloce, tecnico, non dà tregua all’avversario. La sua strategia ce la spiega lui: “Tocca e fuggi, tocca e fuggi”. “Facevo il parrucchiere per donne” racconta, “poi ho iniziato ad allenarmi. A Marcianise è normale e così mi sono accorto che dentro di me c’era un pugile”. Sembra incredibile che uno dei pugili più forti al mondo abbia fatto il parrucchiere, pare quasi il riscatto d’immagine di un’intera categoria.

Mirko da coiffeur è divenuto il più temuto peso leggero europeo. Quando è all’angolo parla spagnolo. “Metto la esse alla fine di tutte le parole, così mi sento un po’ Mario Kindelan”. Kindelan, peso leggero cubano e mito di Mirko, è stato due volte medaglia d’oro alle Olimpiadi e tre volte campione mondiale. Quando vinceva, sussurrava ai suoi sfidanti al tappeto “non sono miei questi pugni, sono i pugni della rivoluzione”.

Domenico Valentino si guarda allo specchio per studiarsi i movimenti, velocissimi, i piedi che roteano assieme al destro. Lo specchio è fondamentale nella boxe. Salti la corda davanti allo specchio, lanci i pugni, metti a punto la guardia. Ti guardi così tanto che riesci a vederti come un altro. Il corpo che incontri riflesso non è più il tuo. Ma un corpo e basta: da modellare, da costruire. Da rendere insensibile al dolore e forte alla reazione.

Il pugilato rimane uno sport epico perché si fonda su regole della carne che pongono l’uomo di fronte alle sue possibilità. Anche l’ultimo della terra con le sue mani, la sua rabbia, la sua velocità può dimostrare il proprio valore. Il combattimento diviene un confronto con questioni ultime che la vita contemporanea ha reso quasi impossibile. Sul ring comprendi chi sei e quanto vali.

Quando combatti non conta il diritto, non conta la morale, non conta nulla se non il tuo perimetro di carne, le tue mani, i tuoi occhi. La velocità nel colpire e schivare, la capacità di sopravvivere o soccombere, di vincere o fuggire. Non puoi mentire, nel contatto fisico. Non puoi chiedere aiuto. Se lo fai, accetti la sconfitta.

Ma non è l’esito di un incontro a stabilire chi veramente è più forte. Più che la vittoria, più che i risultati degli incontri, conta la pratica dell’esperienza di dolore, conta l’assenza di senso che occorre sostenere per potervi salire e starci. Per stare dentro la vita. Agonismo e agonia. Claudio De Camillis prende Mirko per un braccio e dice: “Guarda qua, Robbè, questo non è manco 60 kg. Se lo vedi per strada, dici: questo lo schiaccio. E invece è un carro armato”.

Domenico Valentino al mondiale di Chicago ha battuto l’armeno Javakhyan, vice campione europeo, in velocità. Gli ballava davanti e appena quello tentava di colpirlo, lo riempiva di pugni. Poi ha vinto contro Kim Song Guk, nordcoreano, un pugile allenato ai colpi veloci, ma che non riusciva a beccare lui. In finale con l’inglese Frankie Gavin, Valentino si è presentato con la mano destra infortunata: il suo punto debole, le mani piccole e fragili. Un vantaggio che Gavin ha sfruttato alla perfezione. Peccato. “Io non lavo mai niente fino a quando vinco. Mutande, calzettoni, pantaloncini. Poi se perdo butto via tutto. E quando vinco non mi puoi stare vicino, tanto puzzo di sudore”.

Anche stavolta ha le mani ferite. Gli chiedo: “Non le avevi coperte bene con le bende?”. “No” mi risponde, “questa è un’altra cosa.”. E gira la testa. Sotto la nuca appare un nome tatuato: Rosanna, la fidanzata. Dopo un po’ ammette: “Ho litigato con lei e siccome sono nervoso ho distrutto un motorino a pugni. Ma se vinco alle Olimpiadi, me la sposo”. Domenico Valentino ha un fortissimo senso della sfida e anche del rispetto per lo sfidante. “Dal mio angolo non sentirai mai frasi tipo ammazzalo, uccidilo. Mai. Si batte il nemico. Punto”. È rimasto in ottimi rapporti con Frankie Gavin, è amico della nazionale uzbeka, però “non amo i turchi perché quando vincono ti prendono in giro, ti sventolano la bandiera sotto il naso. Per il resto: tutti fratelli combattenti”.

Un incontro memorabile è stato quello contro Marcel Schinske ad Helsinki nel 2007. I ragazzi di Marcianise se lo vanno a rivedere su YouTube (guarda). Il pugile tedesco tenta una strategia d’attacco. Si agita, vuole intimorire. Si scopre, errore fatale se combatti con un pugile veloce. E infatti Valentino gli infila subito un diretto al mento, così forte che Schinske non solo va a tappeto immediatamente, ma cade rigido, le braccia bloccate ancora in guardia, gli occhi rivoltati all’insù. Domenico Valentino non dimenticherà mai più quel diretto. “Robbè, ho sentito come una scarica elettrica in tutto il braccio. Mai avevo sentito una cosa così. È come se tutto il suo dolore mi fosse entrato dentro. Mi sono spaventato perché dopo essere andato ko, ha iniziato anche a scalciare come un epilettico”.

Ricorda Claudio De Camillis: “L’ho dovuto prendere e abbracciare, lentamente farlo scendere dal ring. Piangeva, ha singhiozzato per quaranta minuti, pensava di averlo ammazzato. Solo quando gli ho assicurato che stava bene s’è calmato”. Può sembrare incredibile ma è così: salire sul ring per buttare giù un avversario e una volta buttatolo giù preoccuparsi che non si sia fatto troppo male, che possa continuare ad essere uomo e pugile. Come Joe Frazier, uno dei miti di Clemente Russo.

Joe Frazier combatteva compatto, un mattone nerissimo di muscoli, ma agile, e vinse il titolo mondiale. Ma in quel periodo il campione dei campioni, Mohamed Alì, era fuori, aveva deciso di mollare la boxe. E nel 1971, quando Frazier incontra Alì capisce che solo dopo averlo affrontato potrà definirsi davvero un campione. Dopo quindici riprese, trova la strada per un gancio. Alì cade. Battuto. Quattro anni dopo, Frazier rinnova la sfida. Un match considerato tra i migliori mai combattuti. Nessuno riesce a sopraffare l’altro. Frazier e Alì sanguinano entrambi, gli occhi perdono visuale gonfiandosi, il fiato manca. Gli arbitri non trovano il coraggio di fermare un match seguito da tutto il mondo, gli allenatori non se la sentono ad esser loro a gettar la spugna. Allora è Frazier che decide.

Sono entrambi stanchi e pesti e Frazier teme di ammazzare o di essere ammazzato. Cuore a mille, respiro corto, mascella lussata, sangue dalle sopracciglia, giudici imbarazzati. Joe Frazier riconosce che tocca a lui. E si ritira lasciando la vittoria ad Alì. Le leggi che emergono quando le altre non funzionano sono scritte col corpo. Lealtà, rabbia, stima dell’avversario nascono dopo che hai tentato di massacrarlo e dopo che lui ha tentato di massacrare te e si è pari. “In fondo” disse allora Frazier “non c’è bisogno di trovare troppe motivazioni. Dentro di te lo sai sempre cosa è giusto e cosa è sbagliato”. Joe Frazier aveva citato Immanuel Kant senza saperlo.

Domenico ha una faccia inconfondibile. Ha la maschera del pugile anche se “il naso non me l’hanno mai rotto, ce l’ho così naturalmente”. Uno di quei visi che i pugni e gli esercizi levigano lentamente come vento e acqua fanno con le rocce. Piero Pompili lo inquadra poi mi dice di guardare nell’obiettivo e mi appare un viso quasi azteco. Piero Pompili fotografa pugili da sempre. Quasi tutti i pugili del mondo sono stati ritratti da lui in palestra quando erano solo un agglomerato di ambizioni e speranze davanti al sacco. Pompili riconosce in loro le opere dei grandi maestri “Guido Reni, ecco Guido Reni”, oppure “Caravaggio, sei un Caravaggio”. I pugili lo guardano, gli vogliono bene, ma non capiscono quel che lo esalta. E lui li incalza come fanno i fotografi di modelle, ma con parole assai diverse: “Vai, Tatanka, gancio, gancio. Vai Mirko, veloce, colpisci, colpisci”. Pompili vede oltre, l’insieme delle pulsioni che dilaniano un uomo è tracciato nel bianco e nero delle sue foto.

Guardando Tatanka sul ring mentre Pompili scatta, ho sensazioni diverse. Non ho mai provato invidia verso un uomo in vita mia, Clemente Russo invece lo invidio. Il suo corpo in movimento trasmette un senso arcaico di familiarità. Perché è così che ti immagini Ettore, Alessandro, Achille, Enea, i soldati di Senofonte, i soldati a Salamina o alle Termopili. Più tardi vieni a sapere che non erano muscolosi, che Achille non superava il metro e cinquanta, Leonida era tondeggiante e spelacchiato, ma nessuno ti toglie più dalla mente l’immagine della bellezza epica del combattimento e Clemente Russo ora la incarna.

“Prima di un match” dice Tatanka “non riesco a pensare a niente. Prima di un match non faccio l’amore per una settimana. Niente. Sto concentrato e vedo solo in testa i miei colpi, quelli che dovrebbero risolvere l’incontro”. “Io invece penso a chi non c’è più”, ribatte Mirko, “gli amici andati via. I parenti scomparsi”. Si combatte sempre per qualcuno, per qualcosa che deve arrivare, si combatte sempre in nome di qualcosa, ma istintivamente. “Noi siamo come i cavalli alle gabbie prima della corsa. Questo siamo, prima dell’incontro”.

A Clemente, i pugili che piacciono di più sono Roy Jones jr e Oscar De La Hoya. E Mohamed Alì? Risponde Mirko: “Alì era grande di testa, ma forse ce n’erano migliori di lui. Ma nessuno come lui è stato insieme testa, corpo, immagine, lotta politica. Alì era un campione della comunicazione. Non solo un pugile.

Roy Jones jr è un pugile che ha importato la break dance nella boxe. I suoi incontri erano un vero e proprio spettacolo di danza. A volte prima di colpire faceva dei passi ritmati indietro, simili alle mosse a scatti di un rapper. Roy Jones combatteva a guardia bassa, apriva completamente le braccia, sporgeva la testa in avanti e faceva partire una grandinata di jab, da destra o da sinistra. Spesso si allenava in acqua. “Tirare cazzotti sott’acqua rende l’aria più leggera” gli diceva il suo allenatore.

Oscar De La Hoya, amato pure da Valentino, è un pugile americano di origine messicana che cambia continuamente di categoria perché per anni nessuno è riuscito a batterlo. Ha dovuto trovarsi gli sfidanti in giro per il mondo. Oscar De La Hoya sale sul ring e il suo staff gli porta dietro una bandiera bifronte, da un lato stelle e strisce, dall’altro il tricolore con l’aquila del Messico. Ogni incontro vinto Oscar lo dedica a sua madre, morta di cancro quando lui aveva diciotto anni. Lavora ai fianchi, poi parte coi colpi agli zigomi, acceca gli occhi e, quando lo sfidante si stringe alle corde e cade, Oscar De la Hoya si allontana lasciando la conta all’arbitro finché non lo sente arrivare a dieci. Allora guarda in cielo ed esclama: “Per te, mamma”.

De La Hoya è un pugile completo, veloce, non un grande incassatore, ma dinamico, arrabbiato. “Per me l’incontro più bello” dice Mirko “è De La Hoya contro Floyd Mayweather jr, due condottieri. Il meglio del pugilato in assoluto”. De La Hoya, faccia da indio; Mayweather, viso da bravo ragazzo, lineamenti dolci. Il primo a rappresentare i messicani, i portoricani, i latinos, in genere tutta l’emigrazione senza green card. Il secondo, la borghesia afroamericana, gli uomini d’ebano eleganti, i neri che ce l’hanno fatta. Malcolm X è lontano. È ancora di più lo sono OJ Simpson, Puff Daddy, i neri cafoni che esibiscono danaro, successo, donne.

Nella presentazione del match, Mayweather gioca a fare il verso ad Alì insultando De La Hoya, ma il messicano commenta: “Sembrava più un chihuahua che un duro”. Per uno sport divenuto povero come la boxe, questo incontro aveva una borsa di tutto rispetto: quarantacinque milioni di dollari. De La Hoya era allenato dal padre di Mayweather, che prima dell’incontro però rompe ogni rapporto. Non può allenare il suo pugile in un match contro suo figlio. E così De La Hoya cambia coach. Il combattimento è uno spettacolo. De La Hoya aggredisce, colpisce, ma Mayweather si difende e contrattacca. Ha la rabbia dell’ambizione, vuole dimostrare di essere il numero uno. De La Hoya sa già di essere il più grande, sembra non voler dimostrare più nulla. Combatte, ma ormai non pare più interessato alla vittoria. È come se tutto fosse già accaduto. E alla fine il chico de oro del pugilato mondiale è sconfitto da un pugile imbattuto. “Gli incontri li vince sempre chi deve dimostrà qualcosa a qualcuno, ma soprattutto a se stesso”, mi dice De Camillis.

Clemente e Mirko andranno a Pechino colmi di carica. Porteranno stretti nei loro pugni tutta la rabbia di questa terra. Quando li fermano per strada a Marcianise, tutti domandano: “Quando partiamo per Pechino?”. Non dicono “partite”, ma “partiamo”. Perché in queste imprese non si è più soli, ma si diviene la somma di tanti. Una somma che rafforza l’anima. E così a questi due pugili verrebbe da chiedere una cosa: ridate a queste terre quel che ci hanno tolto, dimostrate cosa significa nascere qui – la rabbia, la solitudine, il nulla ogni sera. Perché tutto questo è la materia di cui sono fatti Clemente e Mirko, materia che altrove non esiste uguale. La fame vera di diventare qualcuno, raggiungere un obiettivo, distinguerti dalla codardia e dalla piaggeria di coloro che ti sono intorno. Perché la vita la misuri in ogni caduta, perché combattere significa non fidarti di nessuno, sapere che qui tutto è sempre in salita, pararti sempre le spalle e ricordare sempre chi non ce l’ha fatta.

Però nella tua ambizione può raccogliersi l’aspirazione di un intero territorio, e porti nella tua sfida le speranze di molti, e i pugni che dai e ricevi sul ring smettono di essere gesti sportivi e divengono simboli. Divengono i cazzotti di un’intera generazione, i ganci e gli uppercut di chi non ne può più di stare sempre in salita e giorno dopo giorno mette da parte un nuovo strato di rabbia. E allora smetti di combattere solo per te stesso, per il tuo titolo, per i tuoi allenatori, per i soldi da portare a casa, per la fidanzata che vuoi sposarti. E combatti per tutti. Come De La Hoya ha sempre combattuto con tutti i latinos dentro i suoi pugni, come ha lottato Mohamed Alì con nel sangue il riscatto di tutti gli afro del mondo, o Jake La Motta con la furia che girava nel corpo degli italoamericani.

E allora a voi, Clemente e Mirko, carichi di questo significato iscritto nei vostri muscoli, col vostro sguardo, con la velocità dei vostri pugni e delle vostre gambe, col vostro coraggio che non vi ha fatto camminare rasente i muri, non resta che inchiodare all’angolo chi vi sfida e cercare di fare un’unica cosa: vincere.
© 2008 by Roberto Saviano
Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

Le foto sono di Piero Pompili

.

01 agosto 2008
.

Il bene di vivere e il diritto di morire

https://i2.wp.com/www.parchi.info/legambiente/Nebrodi/Maghi.jpg

di EUGENIO SCALFARI

.

QUANDO Emanuele Severino e Umberto Galimberti segnalarono l’irruzione della tecnica nel mondo dell’etica sembrò ai più che la questione avesse un contenuto esclusivamente filosofico e quindi astratto e di scarsa importanza pratica.

Se ne erano del resto già occupati scrittori e filosofi americani e, in Europa, tedeschi, inglesi, francesi, spagnoli, greci. Era insomma una questione posta dall’attualità e dall’evidenza: la tecnica, la “tecné”, aveva conquistato una vera e propria egemonia che incideva nel mondo dei comportamenti sociali, determinava lo sviluppo dell’economia, accresceva ma al tempo stesso vulnerava i territori della libertà.

Le reazioni più preoccupate
da quell’egemonia provennero dal campo religioso, sia di parte cristiana sia di parte islamica sia dalle numerose credenze asiatiche: le religioni denunciavano lo squilibrio tra il progresso tecnico e quello morale e vedevano la propria autorità sempre più insidiata dai progressi delle scienze che non ammettevano limiti alla ricerca né si preoccupavano che i risultati di volta in volta raggiunti fossero compatibili con le verità rivelate delle quali le religioni ritenevano di avere esclusiva rappresentanza. La discussione investì tutte le culture e divenne tanto più intensa quanto più si avvicinava alla fine del secolo e del millennio, con l’inevitabile carica apocalittica che i grandi eventi portano con loro. Sul bordo del XXI secolo e del terzo millennio dell’era cristiana il tema era ormai chiaro in tutta la sua importanza.

Non si trattava più soltanto dell’egemonia ma addirittura dell’avvenuto capovolgimento di dipendenza tra l’uomo e gli strumenti da lui creati: non erano più al suo servizio quegli strumenti, ma era l’uomo al servizio della “tecné”, diventata ormai un’ideologia possessiva alla quale l’intero genere umano si era piegato e asservito.

Siamo ormai tutti “tecno-dipendenti” in ogni atto e momento della nostra vita e tutti in un modo o in un altro lavoriamo per accumulare nuovi saperi che accrescono il potere della tecnica a detrimento della nostra libertà.

* * *

Ricordo queste vicende perché da allora, nei pochi anni trascorsi, il tema non è più soltanto filosofico, religioso, scientifico, ma ha fatto irruzione anche nella politica. Come ha rilevato Aldo Schiavone pochi giorni fa su questo giornale, ha messo in discussione due momenti topici dell’esistenza di ciascun essere umano: il momento della nascita e quello della morte, la nostra entrata e la nostra uscita dal mondo.

I due eventi che dominano
la nostra intera vita, l’alfa e l’omega delle nostre esistenze individuali, erano fino a poco fa al di fuori del nostro controllo. Ma ora non è più così poiché la tecnica se ne è impadronita: ha creato strumenti che consentono di determinare la nascita non solo secondo natura ma anche in laboratorio ed ha prolungato la vita anche oltre i limiti posti dalla natura.

Le religioni – e quella cattolica in particolare – hanno assunto un atteggiamento dogmatico e ideologico sul tema della vita, trasformandolo in una vera e propria ideologia. Per quanto riguarda la nascita la Chiesa ha rigorosamente vietato la contraccezione respingendo ogni strumento tecnico che potesse limitare le nascite; sul tema della morte al contrario la Chiesa difende il ricorso agli strumenti che la tecnica è in grado di fornire per prolungare artificialmente una pseudo-vita al di là dei limiti segnati dalla natura.

Questo duplice e contraddittorio
atteggiamento che vieta la tecnica limitatrice di nascite non volute e invoca invece la tecnica capace di mantenere una vita artificiale, ha ideologizzato la discussione facendo irruzione nella politica, nei governi, nei parlamenti. Si è arrivati al punto di far votare dagli elettori e dai loro rappresentanti parlamentari questioni di estrema privatezza, con tutte le torsioni politiche ed etiche che queste intrusioni comportano nelle coscienze e nella libertà individuale. La privatezza della morte è diventata argomento pubblico non solo come indirizzo generale ma perfino nei casi specifici di questo e di quello. Di conseguenza, mettendo in discussione alcuni diritti fondamentali degli individui, anche la magistratura è stata chiamata in campo.

La discussione sui principi si è incattivita e imbarbarita. Attorno alle camere di rianimazione si svolgono polemiche interminabili; le Corti di giustizia emettono verdetti contrapposti e sentenze inaccettate. Nel caso attualmente aperto di Eluana Englaro le Camere sollevano addirittura conflitti di competenza tra potere legislativo e potere giudiziario. La Corte costituzionale è ora chiamata a sciogliere una questione a dir poco imponderabile, al solo dichiarato intento da parte della maggioranza di centrodestra di guadagnare qualche settimana o mese di tempo lasciando l’esistenza di una persona tecnicamente già morta da 16 anni, agganciata ad un tubo che le somministra sostanze capaci di ossigenarle il sangue, come si trattasse d’una pianta e non di una vita umana.

* * *

La vita e la morte sono argomenti non decidibili o almeno così dovrebbe essere. Esperienze che segnano il carattere e la coscienza di ciascuno. Il nostro destino. La nostra dignità. La nostra libertà.

Scendere da questo livello e discutere se abbia giudicato correttamente un Tribunale, una Procura, una Corte di cassazione; se una legge debba colmare il vuoto di legislazione e in che modo la sua precettistica debba essere formulata: tutto ciò immiserisce una questione che dovrebbe essere affidata alla volontà responsabile della persona interessata o ai suoi legali rappresentanti se l’interessato non è in condizione di intendere, di esprimersi, di volere.

Ma poiché questa
è in una molteplicità dei casi lo stato di fatto, di esso bisognerà dunque discutere superando il disagio che ce ne deriva. Le domande che ci dobbiamo porre nel caso specifico di Eluana sono le seguenti: esiste una manifestazione chiara e recente di volontà dell’interessata? Se non esiste o è considerata remota ci sono persone validamente in grado di decidere per lei? Infine: su quali punti d’appoggio o principi si basa la sentenza della Suprema Corte che ha autorizzato il padre di Eluana a interrompere le cure e determinare l’arresto del cuore, pulsante in un corpo che è in coma da 16 anni con encefalogramma piatto e una vita non umana ma vegetale?

* * *

Sappiamo che Eluana manifestò ripetutamente la sua volontà di non sopravvivere alla propria eventuale morte cerebrale. Lo fece ancor giovanissima, perfettamente sana e consapevole, in seguito alla traumatica esperienza di aver visto e assistito persona a lei cara che si trovava in condizioni di morte cerebrale cui per sua fortuna seguì di lì a poco quella cardiaca.

I fautori ad oltranza dell’ideologia della vita obiettano che quelle manifestazioni di volontà siano remote rispetto al momento in cui Eluana entrò in coma e quindi “scadute”, prive di legittima volontà.

L’argomento a sostegno di questa tesi si appoggia alla considerazione che in una materia così delicata e privata si può cambiare parere fino ad un attimo prima dell’ultimo respiro. È vero, si può cambiare parere fino all’ultimo respiro se si è in condizioni di cambiar parere e di esprimerlo. Ma se si è già morti cerebralmente? L’espianto degli organi con i quali si salvano altre vite non avviene forse quando la morte cardiaca non è ancora avvenuta e gli organi sono ancora vitali se l’autorizzazione a disporne è già stata data e i se i parenti consentono?

Alla seconda domanda
la risposta è netta: il padre e la famiglia di Eluana, che l’hanno assistita per sedici anni ed hanno raccolto una serie di evidenze cliniche sull’irreversibilità del suo stato, vogliono che la vita artificiale non prosegua e che cessi l’accanimento terapeutico. Esprimono in nome della propria figlia il rifiuto delle cure in atto; un rifiuto che è un diritto riconosciuto del malato o di chi lo rappresenta.

Infine la terza domanda: la validità della sentenza della Cassazione. La Suprema Corte è stata chiamata a giudicare sul diritto dell’interessata o di chi la rappresenta di rifiutare le cure. Non ha neppure avuto bisogno di fondare la sentenza sulle manifestazioni di volontà di Eluana di molti anni fa. Ha accertato, la Suprema Corte, l’inesistenza di una legislazione in materia e si è quindi rifatta, come è suo dovere prescritto in Costituzione, al diritto del malato, anch’esso riconosciuto in Costituzione, di rifiutare le cure.

Sentenza ineccepibile:
in assenza di norme e in presenza di diritti costituzionalmente garantiti la Corte giudica in base ai principi dell’ordinamento giudiziario che riconosce il dovere del giudice di tutelare i diritti dei cittadini.

* * *

Le Camere su istanza dei deputati e dei senatori di centrodestra, hanno voluto sollevare conflitto di competenza. Non spetta alla magistratura intervenire bensì al popolo sovrano e a chi lo rappresenta, di fornire una normativa che regoli la questione.

Nessuno nega che spetti
al potere legislativo legiferare e non certo alla magistratura, ma qui siamo in una situazione in cui il potere legislativo non ha legiferato provocando un vuoto nel quale solo alla magistratura incombe il dovere di tutelare diritti riconosciuti in Costituzione.
Non esiste dunque conflitto tra i due poteri. Quello giudiziario è intervenuto in difesa d’un diritto in mancanza di legislazione. Quando quel vuoto sarà riempito la magistratura disporrà di una legge e dovrà applicarla sempre che essa non sia in contrasto con i principi costituzionali.
Vedremo comunque quale sarà la sentenza della Corte costituzionale investita del problema.

* * *

C’è stata polemica
sul comportamento dei deputati e dei senatori del Partito democratico, che in entrambe le votazioni sul conflitto di competenza hanno preferito disertare l’aula anziché votare contro. Giustamente, a mio avviso, Miriam Mafai ha severamente criticato quella decisione. Penso tuttavia opportuno distinguere quanto è avvenuto alla Camera dei deputati da quanto è avvenuto in Senato.

Alla Camera, come poi al Senato, i rappresentanti del Pd hanno espresso la loro opposizione al conflitto di competenza sollevato dalla maggioranza e si sono poi assentati dall’aula per non provocare crisi di coscienza tra i deputati cattolici aderenti al Pd.

Al Senato invece è stato presentato un ordine del giorno proposto da Luigi Zanda che stabiliva l’impegno a discutere ed approvare la normativa sul testamento biologico entro l’anno in corso. L’ordine del giorno è stato votato anche dai senatori di centrodestra e appoggiato dal presidente del Senato. L’astensione ha avuto dunque una contropartita abbastanza forte.

Duole tuttavia registrare che una parte di parlamentari democratici e cattolici ha presentato un disegno di legge sul testamento biologico difforme in alcune parti sostanziali da un altro analogo documento di legge presentato dallo stesso Partito democratico.

È evidente che queste differenze dovranno essere sanate prima dell’inizio del dibattito parlamentare. Il Pd su un argomento di questa importanza non può che avere una sola voce, ispirata alla laicità dello Stato oltreché alla tutela dei diritti del malato.

Ci sono molti problemi davanti al Pd che dovranno esser chiariti entro il prossimo autunno, ma sarebbe grave se questo tema non fosse considerato tra quelli prioritari. Dall’incontro tra laici e cattolici democratici è nato il Pd. La laicità è stato fin dall’inizio considerato il valore fondante. Questa è la prima prova concreta per saggiare la validità dell’incontro tra quelle due culture. Se la prova fallisse le conseguenze metterebbero in discussione l’esistenza stessa del partito.
.
3 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/politica/scalfari-fondi/vivere-morire/vivere-morire.html

https://i2.wp.com/img215.echo.cx/img215/8310/cattolico1jr.jpg