Archivio | agosto 7, 2008

Castelli: «Le morti bianche? Cifre fasulle gonfiate ad arte»

 Castelli ministro di Giustizia

Il governo tratta i morti sul lavoro come numeri qualunque e per di più numeri falsi. «Le statistiche sulle morti sul lavoro che periodicamente ci vengono trasmesse sono fasulle»: dice il senatore della Lega Nord Roberto Castelli, sottosegretario alle Infrastrutture. E ritiene giunto il momento per «un’operazione verità ». Castelli sostiene la sua accusa con il paradosso per cui «soltanto in Italia si contano come morti sul lavoro, al fine di poter dare benefici assicurativi da parte dell’Inail, anche le morti che avvengono per incidenti stradali capitati mentre si va al lavoro o mentre si torna a casa dopo il lavoro. Morti che evidentemente nulla hanno a che vedere con la sicurezza in fabbrica». Ma forse Castelli non legge i giornali e non segue le notizie che ogni giorno raccontano incidenti nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi. Non sulla strada. E proprio per questa sua disinformazione può dire che «se estrapoliamo gli incidenti che avvengono in agricoltura e in edilizia, vedremo che in Italia la sicurezza delle aziende manifatturiere è ai migliori livelli europei».

Inoltre, come se non bastasse, per evitare di «sottovalutare il problema» se la prende con chi vuole «criminalizzare gli imprenditori italiani». E tuona: «E’ il momento di smetterla».

«Castelli si vergogni e chieda subito scusa a tutti coloro che hanno avuto un parente morto o offeso per cause di lavoro», è stata la reazione del senatore del Pd, Achille Passoni che non ha affatto apprezzato l’operazione verità del sottosegretario leghista: «Farebbe comodo pensare che si tratti di un delirio agostano, invece temiamo che queste affermazioni si inseriscano pienamente nella esplicita intenzione mostrata dal governo Berlusconi e dalla maggioranza tutta di ridurre progressivamente le tutele sul lavoro». Si è fatto sentire anche l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano per il quale le parole di Castelli «sono pericolose e prive di fondamento, un vero attacco alle norme sulla sicurezza sul lavoro».

Ma alle affermazioni di Castelli replica Cesare Damiano, viceministro del lavoro nel governo-ombra del Pd, definendo le sue valutazioni «pericolose e non vere» e soprattutto «prive di fondamento, un vero attacco alle norme sulla sicurezza sul lavoro. Le statistiche fornite dall’Inail sono puntuali, tant’è che il consuntivo sulle morti viene fornito soltanto ad un anno di distanza per evitare dati non veritieri».

Per l’esattezza Damiano propone un confronto su dati storici: «I dati forniti negli anni sono sempre omogenei – continua Damiano – e consentono di evidenziare le tendenze in atto. Se nel 1963, anno del boom dell’economia, ci furono in totale oltre 4400 morti sul lavoro, nel 2006 le morti furono 1341, discese nell’anno successivo a 1210. Vale a dire 131 vite risparmiate anche grazie alle misure di lotta contro il lavoro nero, la precarietà e per la sicurezza e salute nei luoghi di lavoro, varate dal governo Prodi. È una tendenza positiva che deve essere potenziata, visto che la diminuzione non è ancora allineata alle richieste dell’Europa».

Poi, mettendo da parte i numeri complessivi ricorda: «Un solo decesso è sempre una tragedia, lo ricordi Castelli», continua Damiano. «Di questo si dovrebbe preoccupare spingendo il governo a proseguire su questa strada anziché, come ha fatto finora a manomettere le buone leggi che riguardano salute, sicurezza, appalti e lavoro nero. Il sottosegretario Castelli, anziché cercare dichiarazioni ad effetto, farebbe bene a chiedere conto di questo comportamento al suo governo e battersi perché entro la fine dell’anno venga attuato il decreto sui lavori usuranti che contribuirebbe a diminuire gli incidenti».

Alle parole di Damiano fa eco il senatore del Pd, Tiziano Treu, vicepresidente della Commissione lavoro: «E’ da irresponsabili sminuire la gravità del fenomeno. È vero che esistono differenze tra i vari settori, ma proprio per questo è privo di senso voler sottovalutare la gravità degli infortuni nei comparti decisivi di agricoltura ed edilizia come tenta di fare Castelli. Piuttosto la situazione esistente deve spingere il governo, per ora restio, a concentrare gli sforzi proprio negli ambiti che sappiamo essere maggiormente pericolosi».

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Pubblicato il: 06.08.08
Modificato il: 07.08.08 alle ore 13.47

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77796

New York: in un parco giochi robot simulano le torture di Guantanamo

L'ingresso del «Waterboard Thrill Ride» (dal sito del New York Times)
L’ingresso del «Waterboard Thrill Ride» (dal sito del New York Times)

Una figura incappucciata versa dell’acqua dentro la bocca e il naso di una persona legata ad un lettino, che indossa una tuta arancione, che si agita in convulsioni per 15 secondi. Non si tratta di persone vere, ma di robot.

PARCO GIOCHI – L’interrogatorio stile Guantanamo è messo in scena a Coney Island, il parco giochi in decadenza di Brooklyn, New York. L’ideatore è Steve Powers. Il suo scopo: mostrare come funziona il waterboarding, la tecnica usata contro i presunti terroristi dal governo Bush per strappare loro informazioni e confessioni. La Casa Bianca si rifiuta di considerarlo una forma di tortura, nonostante un gran numero di esperti dica che lo è. L’attrazione si chiama «Waterboard Thrill Ride». Powers dice di voler spingere la gente a pensare a cosa realmente significhi subire il waterboarding, provare quella sensazione di annegamento. «Non ci vuole un enorme sforzo di immaginazione. Uno guarda e dice: è davvero quello che stanno facendo? È folle». Powers però non si accontenta di guardare. Ha raccontato al New York Times che, con alcuni amici, intende sottoporsi di persona al waterboarding, mettendosi nelle mani di «un professionista degli interrogatori». Proprio come Christopher Hitchens, il giornalista che, inizialmente favorevole al waterboarding, ha voluto sperimentarlo personalmente a maggio. Imbarazzato dalla sua fiacca prestazione (aveva resistito per soli 12 secondi), ha riprovato (è arrivato a 19). Poi ha detto: «Se il waterboarding non è tortura, allora la tortura non esiste. Credetemi lo è». E ha lanciato una nuova moda.

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Viviana Mazza
07 agosto 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_agosto_07/waterboarding_parco_giochi_a035b28c-647a-11dd-8c8a-00144f02aabc.shtml

E il giudice incassò 800 euro l’ora: Il grande affare degli arbitrati

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Super incarico anche al vice segretario generale di Palazzo Chigi

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Per i giudici amministrativi decisi ad arrotondare gli stipendi con lavori extra, a dispetto di tante polemiche e promesse di moralizzazione, si aprono infatti orizzonti luminosi. Cosa siano questi incarichi extra-giudiziari, da anni aboliti per i magistrati ordinari salvo rare eccezioni, lo lasciamo dire a una voce al di sopra di ogni sospetto e non ostile al governo Berlusconi: Franco Frattini. Il quale un tempo bollava la vergogna degli arbitrati con cui si arricchivano troppi magistrati come «indecorosa» e tuonava contro i suoi stessi colleghi consiglieri di Stato che accumulavano guadagni extra e voleva «l’incompatibilità totale fra lavoro istituzionale dei giudici e altri incarichi».

Lui stesso, che poi sarebbe caduto in tentazione accettando un lussuoso incarico abbandonato solo dopo una denuncia del Corriere, condivideva insomma un punto centrale: per fare bene il suo lavoro un magistrato deve fare solo quello. E comunque è inaccettabile che quella corsia preferenziale parallela ai processi amministrativi che sono gli arbitrati (aboliti dal governo Ciampi, ripristinati da Berlusconi, ri-aboliti da Dini e via così…) veda la presenza di giudici che magari decidono su cose che toccano lo stesso Ministero, la stessa Regione, la stessa Provincia sulle quali possono essere chiamati a decidere nelle vesti di membri dei Tar o del Consiglio di Stato. Troppi conflitti d’interesse, troppi soldi, troppi scandali. Liquidati un giorno da Aldo Quartulli, allora collezionista di arbitrati e alla guida del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (il Csm dei magistrati amministrativi) con una battuta: «Le sentenze sono la moglie, gli incarichi l’amante». Un’amante generosa se Pasquale De Lise, che dovrebbe diventare il prossimo presidente del Consiglio di Stato, arrivò ad arrotondare nel ’92 lo stipendio di 245 milioni di lire con 848 milioni extra, spiritosamente definiti «il guadagno legittimo di qualche soldo». Bene.

Alla faccia di quanto sosteneva il suo stesso ministro degli esteri, il governo Berlusconi ha finora compiuto tre mosse. La prima è stata l’abolizione del tetto di 289 mila euro fissato dal governo Prodi, sull’onda dell’indignazione popolare, per gli stipendi d’oro dei manager e degli alti burocrati di Stato. La seconda è stata la delega dei pieni poteri al presidente del Consiglio di Stato che d’ora in avanti potrà decidere a suo piacimento come montare o smontare, con questi o quei giudici, questa o quella sezione consultiva (cioè demandata a fornire pareri) o giurisdizionale (demandata a emettere sentenze), infischiandosene dell’opinione del Consiglio di presidenza e più ancora dell’obbligo costituzionale del «giudice naturale». La terza, pubblicata in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale, assegna ancora al presidente del Consiglio di Stato il potere di dare l’ok ai magistrati amministrativi che chiedono di essere messi fuori ruolo per assumere altri incarichi, anche qui senza più alcun potere di interferenza dell’organo di autogoverno.

Cosa significhi per un giudice dei Tar o del Consiglio di Stato esser messo fuori ruolo per fare il capo di gabinetto d’un ministro o il consulente legislativo d’un governatore regionale è presto detto. Significa andare a guadagnare un secondo stipendio spesso sfolgorante e insieme conservare non solo il posto ma anche lo stipendio e il diritto agli scatti di anzianità da magistrato amministrativo come se andasse tutte le mattine in ufficio. Due esempi? La promozione a Presidente di sezione del consiglio di Stato di Alessandro Pajno ai tempi in cui era sottosegretario del governo Prodi e quella del garante dell’Antitrust Antonio Catricalà, promosso per anzianità nonostante di fatto non vesta più la toga da quando diventò capo di gabinetto di Urbani tre lustri fa. Un altro esempio? La promozione a Presidente aggiunto del Consiglio di Stato (ruolo niente affatto onorario ma operativo) di Corrado Calabrò, il garante delle tele-comunicazioni che con decine di incarichi è stato per un trentennio la spalla di ministri di ogni colore, da Riccardo Misasi a Mimmo Pagliarini. Senza mai perdere un solo scatto di carriera. Va da sé che avere o no il via libera ad assumere questi incarichi extra-giudiziari, come spiegava nel 2005 Luigi Mazzella, ministro della Funzione pubblica del terzo governo Berlusconi («Ci sono dirigenti dello Stato che prendono mezzo milione di euro l’anno») può cambiare la vita. E per anni, prima di queste ultime norme che danno una sorta di potere assoluto al Presidente del Consiglio di Stato (qualcuno le ha ribattezzate ridendo «norme fasso-tutto-mi») si erano registrati scontri furibondi dentro l’organo di autogoverno, tra i magistrati convinti che fosse necessario fare pulizia abolendo i «lavoretti» extra e la possibilità di cumulare gli stipendi e quelli che invece non erano affatto disposti a rinunciare agli antichi privilegi. Sia chiaro: il tema è trasversale alla cattiva coscienza sia della destra sia della sinistra.

Tanto è vero che l’ultimo governo Prodi arrivò a sottrarre al Consiglio di Stato, nonostante questo avesse 20.465 cause da smaltire, la bellezza di 39 consiglieri su 122. Più quelli rastrellati da Comuni, Authority, Regioni. Con scelte stupefacenti come quella di Agazio Loiero di nominare capo di gabinetto e segretario generale Nicola Durante, che fino a poco prima lavorava al Tar di Catanzaro e si occupava proprio di quella Regione in cui lavorava come dirigente sua moglie Roberta. Certo è che a scorrere gli incarichi concessi nei primi sei mesi del 2008, dall’arbitrato su mezzo miliardo di euro assegnato a Luigi Carbone vice-segretario generale a palazzo Chigi e figlio del presidente della Cassazione alle lezioni universitarie da 800 euro nette l’ora a Francesco Caringella fino a certi ruoli di governo di indifferenza per i conflitti di interessi, c’è da sorridere amaro. Ma come: non si trattava di cose «indecorose»?

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Gian Antonio Stella
07 agosto 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_agosto_07/arbitrati_giudice_800_euro_stella_3c227bb6-6440-11dd-8c8a-00144f02aabc.shtml

Ferrero all’attacco dei democratici ‘Mai insieme se non cambiano linea’

Il neo-segretario di Rifondazione sulla possibilità di una coalizione
“Poca importanza alla componente di sinistra. Non possiamo governare assieme”

E poi lancia Di Pietro alla regione Abruzzo: “Con lui nessun problema”

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Ferrero all'attacco dei democratici 'Mai insieme se non cambiano linea'
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ROMA – Una nuova alleanza tra Rifondazione e Partito Democratico per la guida del paese? Secondo Paolo Ferrero, neoleader comunista, se i democratici restano sulla attuale linea politica sarà impossibile. E, semmai, si potrà parlarne solo nel caso in cui nella coalizione venisse data più importanza alla componente di sinistra che, per Ferrero, è sottostimata a “un decimo rispetto al Pd”.

Ospite del programma di La 7 Omnibus Estate, il segretario di Rifondazione si è poi detto possibilista sull’appoggio ad una candidatura di Antonio Di Pietro alla regione Abruzzo: “Il Pd ha fallito, non può esprimere un candidato”.

La Regione Abruzzo. Con la nuova situazione politica in Abruzzo, in seguito all’arresto del presidente Del Turco, Ferrero non chiude le porte ad una nuova alleanza alle prossime regionali tra Pd e Rifondazione. Affinchè essa si possa realizzare però, il segretario ha posto condizioni ben precise: “Non ci può essere alcun indagato in lista; e il Pd, avendo fallito, non può presentare il nuovo presidente. Il programma, poi, si vedrà nel merito concreto”.

La candidatura di Pietro. Sull’ipotesi di una candidatura di Antonio Di Pietro alla carica di presidente della Regione Abruzzo, Ferrero si è detto possibilista: “Non capisco quale problema potremmo avere, ne discuteremo in merito al programma”.

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7 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/politica/cosa-rossa-2/ferrero-pd/ferrero-pd.html

Alla Camera 60 mila firme contro le basi Nato e Usa in Italia

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Base navale USA a Coronado, in California

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Sono state consegnate alla Camera le circa sessantamila firme raccolte sulla Legge di Iniziativa Popolare contro i trattati, le basi e le servitù militari. «Il Comitato Promotore – si spiega in una nota – ha scelto non a caso una data significativa, giovedì 7 agosto, per consegnare al Parlamento le sessantamila firme. Infatti è un giorno situato a cavallo tra le due prime e uniche stragi atomiche nella storia dell’umanità , Hiroshima e Nagasaki. I movimenti No War (Rete Disarmiamoli, il collettivo Semprecontrolaguerra, Mondo senza guerra ed altre) ritengono che sia tempo di prendere di petto i trattati militari segreti (come quello del 1954) dietro cui si nascondono i governi italiani, come nel caso del Dal Molin a Vicenza, per giustificare la costruzione e la presenza di basi militari e armi nucleari Usa e Nato sul nostro territorio».

«I crescenti pericoli di guerra che hanno coinvolto e coinvolgeranno il nostro paese, impongono che si riapra un dibattito vero sulla presenza delle basi militari nel nostro paese e sui trattati militari, in larga parte segreti, che ne determinano l’insediamento» afferma Roberto Luchetti della Rete Disarmiamoli. «Il problema da affrontare è anche quello delle armi nucleari stoccate nelle basi militari Usa/Nato in Italia» precisa Tiziano Cardosi di Semprecontrolaguerra «ce ne sono tra ottanta e novanta tra Ghedi ed Aviano. Esiste sicuramente il problema di queste armi ma esiste anche il problema delle basi che le ospitano e dei porti nucleari sui quali occorre cambiare completamente registro».

«In un Parlamento blindato dai sostenitori della guerra preventiva e della militarizzazione del territorio, tocca nuovamente ai movimenti rilanciare l’iniziativa per bloccare o smantellare le basi della guerra» sottolineano i promotori della Legge. «Con nessun governo si è mai discusso apertamente in Parlamento della questione dei trattati militari segreti, delle armi nucleari e delle basi militari. O lo fanno loro o lo faremo noi rafforzando in ogni territorio, a partire da Vicenza, l’opposizione popolare alle basi militari».

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Pubblicato il: 07.08.08
Modificato il: 07.08.08 alle ore 13.15

fonte:

Crimini di guerra italiani, il giudice indaga

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Le stragi di civili durante l’occupazione dei Balcani. I retroscena dei processi insabbiati

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Altro che brava gente! Italiani come i tedeschi, che dal 1941 al 1943, nei Balcani e in Grecia, applicarono la regola della «testa per dente», della rappresaglia contro le popolazioni, di dieci civili fucilati per ogni italiano ucciso. In altre parole si macchiarono di gravissimi crimini di guerra, che si estinguono soltanto con la morte del reo. Ora su queste verità scomode, che emergono con sempre più forza dalle inchieste giornalistiche e soprattutto dalla ricerca storica, ha deciso di intervenire la magistratura militare. Il procuratore Antonino Intelisano, lo stesso che nel 1994 istruì il processo contro il capitano delle SS Erich Priebke, e che alla ricerca di prove trovò a Palazzo Cesi, presso la procura militare generale, il famoso «armadio della vergogna», che nascondeva circa settecento pratiche contro i nazisti autori delle stragi in Italia, ha aperto un’inchiesta, per il momento «contro ignoti», sugli eccidi che i militari italiani compirono nei territori di occupazione.

Come ha suggerito Franco Giustolisi in un intrigante articolo sul manifesto del 28 giugno, ci troviamo davanti a un «secondo armadio della vergogna»? Antonino Intelisano, seduto nel suo studio di procuratore presso il tribunale militare, in viale delle Milizie a Roma, prima di rispondere ci mostra il carrello con alcuni faldoni che portano il segno degli anni. «Quella dell’armadio della vergogna numero due — taglia corto — è un’invenzione giornalistica che non corrisponde alla realtà delle cose». La verità tuttavia è che il procuratore generale ha acquisito materiale di grande interesse sia di carattere giudiziario, sia presso gli archivi che di solito sono frequentati soltanto dagli storici: ministero della Difesa, presidenza del Consiglio. In particolare, dagli archivi dello Stato maggiore dell’esercito sono arrivate le conclusioni della Commissione parlamentare presieduta da Luigi Gasparotto, politico d’altri tempi che aveva avuto il figlio Leopoldo ucciso nel campo di Fossoli e aveva lavorato con grande impegno ed equilibrio, soprattutto tra il 1946 e il 1947, alla raccolta e al vaglio delle circa ottocento denunce provenienti da tutti i territori occupati dagli italiani, e quindi alla selezione dei casi in cui non si poteva fare a meno di denunciare il reato. «La commissione — scriveva Gasparotto il 30 giugno 1951 nelle note conclusive inviate al ministro della Difesa, Randolfo Pacciardi — ha tenuto nel debito conto la complessità della situazione, ma non l’ha considerata scusante».

Prigionieri serbi scortati da soldati italiani nel 1941 dopo l'invasione della Jugoslavia (foto Archivio Corsera)
Prigionieri serbi scortati da soldati italiani nel 1941 dopo l’invasione della Jugoslavia (foto Archivio Corsera)

Così non poteva farla franca il generale Mario Roatta, comandante della II armata in Jugoslavia, che nella tremenda circolare 3c del 1° dicembre 1942 aveva disposto di fucilare non soltanto tutte le persone trovate con le armi in pugno, ma anche coloro che imbrattavano le sue ordinanze, oppure sostavano nei pressi di opere d’arte. E aveva deciso espressamente di considerare «corresponsabili degli atti di sabotaggio le persone abitanti nelle case vicine». Le conclusioni della Commissione Gasparotto, la cui documentazione nessuno storico ha potuto finora studiare per intero, chiamavano in causa anche il generale Mario Robotti, comandante dell’XI corpo d’armata, che era riuscito a inasprire gli ordini di Roatta al punto di dire la frase che è diventata proverbiale, «qui si ammazza troppo poco», o il governatore del Montenegro, Alessandro Pirzio Biroli, che fece fucilare circa 200 ostaggi. E tutta una serie di personaggi, ufficiali o funzionari dell’amministrazione civile, che operarono soprattutto in Jugoslavia e in Grecia. In seguito a questo tipo di informazioni, spiega Intelisano, «alla fine degli anni Quaranta fu aperto presso questo ufficio un procedimento nei confronti di 33 persone accusate di concorso in uso di mezzi di guerra vietati e concorso in rappresaglie ordinate fuori dai casi consentiti dalla legge.

Il procedimento si concluse il 30 luglio 1951 con una sentenza del giudice istruttore militare. Questi stabilì che non si doveva procedere nei confronti di tutti gli imputati, perché non esistevano le condizioni per rispettare il principio di reciprocità fissato dall’articolo 165 del Codice penale militare di guerra». Secondo tale norma, un militare che aveva commesso reati in territori occupati poteva essere processato a patto che si garantisse un eguale trattamento verso i responsabili di reati commessi in quella nazione ai danni di italiani. Vale a dire, per esempio: noi processiamo i nostri militari colpevoli, voi jugoslavi condannate i responsabili delle uccisioni nelle foibe. L’articolo 165, continua Intelisano, è stato riformato, con l’abolizione della clausola di reciprocità, nel 2002. «Così quando, grazie a libri come Si ammazza troppo poco di Gianni Oliva e Italiani senza onore di Costantino Di Sante, o a trasmissioni televisive e articoli che denunciavano la strage di 150 civili uccisi per rappresaglia da militari italiani il 16 febbraio 1943 a Domenikon, in Tessaglia, si è imposto all’attenzione il problema del comportamento delle nostre truppe, ho deciso di aprire un’inchiesta. Per il momento “contro ignoti” perché noi magistrati, a differenza degli storici, non possiamo processare i morti».

Nei faldoni che il procuratore sta studiando sono elencati decine di nomi, soprattutto militari che parteciparono alle rappresaglie contrarie alle leggi internazionali di guerra. Quegli elenchi, finora di interesse puramente storico, diventeranno incandescente materia penale, appena si individuerà uno dei responsabili ancora in vita. E allora avremo un nuovo caso Priebke. Ma con un italiano nelle vesti del carnefice. L’aggravante di tutta la faccenda, ci dice lo storico Costantino Di Sante, uno dei pochi che hanno potuto consultare, seppur parzialmente, i 70 fascicoli prodotti dalla Commissione Gasparotto, è che a macchiarsi di reati non furono soltanto le camicie nere o i vertici militari politicizzati. Ma ufficiali e soldati normali. Come gli alpini dei battaglioni Ivrea e Aosta, «che rastrellarono undici villaggi in Montenegro e fucilarono venti contadini». Il famigerato prefetto del Carnaro, Temistocle Testa, racconta Di Sante, per l’eccidio di Podhum, villaggio a pochi chilometri da Fiume, «si servì di reparti normali». Dopo aver circondato il villaggio e bloccato tutte le strade di accesso, è scritto negli atti della Commissione Gasparotto, che recepì una denuncia jugoslava, il 12 luglio 1942 reparti dell’esercito italiano, coadiuvati dai carabinieri e dalle camicie nere fucilarono oltre cento uomini, catturarono tutta la rimanente parte della popolazione, circa 200 famiglie, confiscarono beni mobili e circa 2000 capi di bestiame».


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La situazione era esasperata da una guerriglia partigiana efficace e crudele e dalle violente faide interetniche. Ma come giustificare le modalità dei rastrellamenti di Lubiana ordinati dal generale Taddeo Orlando, che nel dopoguerra avrebbe proseguito normalmente la sua carriera? La capitale della Slovenia fu circondata il 23 febbraio 1942 con reticolati di filo spinato. Dei quarantamila abitanti maschi, ne furono arrestati 2858. Circa tremila vennero catturati in un secondo rastrellamento. La chiusura dei centri abitati con reticolati venne applicata in altre 35 località. Oltre ai maschi adulti venivano deportati anche vecchi, donne e bambini. La maggior parte finiva nel campo dell’isola di Arbe, oggi Rab, in Croazia, dove morirono in 1500, soprattutto di stenti. Ogni anno una maratona attraverso il perimetro del reticolato ricorda a Lubiana il periodo dell’occupazione militare italiana.
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Dino Messina

fonte: http://www.corriere.it/cultura/08_agosto_07/crimini_guerra_italia_indaga_messina_f6424ffc-6446-11dd-8c8a-00144f02aabc.shtml

Sunia: “Le case di Tremonti? Una truffa”/Nel 2016 in Italia ci saranno 1.650 «città fantasma»

"Ennesimo sostegno ai costruttori nostrani"

“Ennesimo sostegno ai costruttori nostrani”
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Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, annuncia 20.000 case nel 2009 “e intanto ne cancella 12.000. Ma quando si smetterà di annunciare cose senza alcun riscontro nella realtà dei fatti e delle leggi!”. Lo afferma il segretario nazionale del Sunia, Luigi Pallotta, dopo la presentazione della finanziaria 2009.

Con l’approvazione alla Camera del decreto legge che anticipa la manovra e diventata legge dello Stato “una vera e propria truffa”, dice Pallotta. Si tolgono infatti 550 milioni di euro destinati nel 2007 all’emergenza abitativa, ed in particolare alle famiglie disagiate sottoposte a sfratto, per destinarli ad un fondo nazionale che dovrà finanziare un ‘piano casa’ tutto da definire entro sei mesi (gennaio 2009), che dovrà successivamente essere attuato dalle Regioni e dai Comuni.

Stando alla lettura del testo approvato il piano “già si profila come l’ennesimo sostegno ai costruttori nostrani che per effetto della crisi vedono crollate le compravendite”, sostiene il segretario. Altri alloggi in proprietà, quindi, che “non servono a nulla e vanno nella direzione opposta alla necessità che lo stesso Governo e gli stessi costruttori hanno, sino a poche settimane fa, dichiarato: quella di costruire e recuperare alloggi in locazione a canoni sostenibili dai redditi delle famiglie in cerca di abitazione”.

Tutti hanno fatto marcia indietro ad eccezione di Tremonti che, sostiene Pallotta, “si ostina a dichiarare nella conferenza stampa di oggi che verranno costruite già nel 2009 20.000 case con il modello del social housing”. Delle due una: o il Ministro nella fretta non si è accorto che nel testo è scomparsa la parola ‘locazione’ da quello che dovrà essere il futuro piano casa, oppure non conosce le esperienze europee di social housing che sono in larghissima parte per l’affitto e non per la proprietà.

Nella realtà dei fatti e non delle dichiarazioni, intanto, “vengono tolti i fondi da quella che invece era una prima concreta risposta all’emergenza abitativa, fatta non solo di soldi ripartiti fra le Regioni, ma anche di obiettivi fisici già individuati per la loro destinazione”, dice il segretario.

Come se non bastasse, sostiene Pallotta, “vengono sottratti altri 280 milioni già destinati ad alloggi in locazione a canone sostenibile, nei contratti di quartiere, a dimostrazione ulteriore di quale indirizzo il governo intende dare alla politica abitativa. Ad ottobre – ricorda infine – scadrà la proroga degli sfratti per le famiglie di anziani, di portatori di handicap, di malati terminali. A loro è stata sottratta anche la speranza di un alloggio alternativo. Un’azione proprio degna di Robin Hood!”.

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fonte: http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=84613

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Nel 2016 in Italia ci saranno 1.650 «città fantasma»

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di Emilio Fabio Torsello

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Recentemente negli Stati Uniti in 300 si sono messi in fila per comprare l’intera città di Whites City, nel New Mexico. Valore commerciale circa 5 milioni dollari e una particolarità: è una ghost town, una città fantasma. Qualche casa, un paio di alberghi, negozi, un ufficio postale e poco altro. Ma non accade solo in America. Secondo il rapporto «1996/2006 – Eccellenze e ghost town nell’Italia dei piccoli comuni», diffuso oggi da Confcommercio-Legambiente, 1.650 città rischiano di diventare città fantasma da qui a otto anni a causa di un fenomeno di desertificazione definito «disagio abitativo». Inoltre 4.395 comuni verseranno in condizioni disagiate. La causa? Mancanza di servizi alle persone e alle imprese, basso tasso di natalità e immigrazione, incapacità ad attrarre nuovi capitali.

Secondo il rapporto, le future ghost town costituiscono un quinto dei comuni italiani, pari a un sesto del territorio nazionale. Vi risiede, almeno per ora, il 4,2% della popolazione, con 560mila residenti over 65, il 20% in più rispetto alla media italiana. Poche possibilità di un impiego lavorativo, poca fluidità sociale. A confermare questa tendenza sono anche i dati relativi all’immigrazione: nelle 4.395 potenziali città fantasma risiede appena il 4,6% degli stranieri presenti sul territorio nazionale, che preferiscono invece metropoli più favorevoli dal punto di vista lavorativo. Qui è anche critica la situazione scolastica: in soli sette anni, il numero degli alunni delle scuole materne è passato dal 15,3% del totale nazionale al 9,6 per cento.

Per Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, il rapporto «descrive un Paese a diverse velocità, in cui chi è in ritardo non recupera». Per Sangalli «quella delle eccellenze è una nicchia che fortunatamente ancora contribuisce allo sviluppo delle economie locali». Per Ermete Realacci, presidente onorario di Legambiente e deputato del Pd, per uscire dalla crisi è quindi necessario che le istituzioni considerino «i comuni con meno di 5mila abitanti non un’eredità del passato ma protagonisti del futuro del Paese».

L’economia dei piccoli centri appare quindi sostanzialmente ferma e legata al sistema produttivo primario: i depositi bancari sono pari a 20,2 miliardi di euro – appena il 2,9% degli oltre 690 miliardi del totale nazionale – e vi si registra il 24,3% delle partite Iva agricole. «Ogni contribuente – spiega il rapporto – traduce in reddito 68 euro contro i 100 della media nazionale». Dal punto di vista turistico la situazione non è migliore: l’affluenza è pari al 6,8% del totale nazionale.

Ben lontane dal pericolo desertificazione, invece, le amministrazioni di 2.048 comuni – quasi tutti nelle zone della Pianura Padana, nel Nord Est e nelle regioni centrale di Marche, Toscana e Umbria – che negli anni hanno realizzato “decentramenti produttivi” in grado di sfruttare al meglio le potenzialità territoriali, consentendo una maggiore diffusione del benessere. In testa c’è l’Emilia Romagna, con il 51,4% di comuni “eccellenti”, seguono Lombardia, Piemonte e Veneto. All’ultimo posto la Basilicata, con un solo comune “virtuoso”. Questa parte di Italia fa registrare il 22% delle denominazioni certificate (Dop e Igt) e con 119.202 aziende si colloca al primo posto in Europa.

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fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2008/08/disagio-abitativo-legambiente-confcommercio.shtml?uuid=3b47c348-63cf-11dd-bb30-9828ccc7b838&DocRulesView=Libero

L’abitudine di ritoccare i classici della pittura

A proposito della “Verità” svelata dal Tiepolo e ora rivelata da Berlusconi, nessuno ha ancora notato come l’abitudine di correggere i classici della pittura italiana sia in realtà molto radicata fra gli addetti all’immagine del nostro Presidente del Consiglio.

Nel 2002, quando l’Italia ospitò il G8, fu allestita una apposita struttura a Pratica di Mare. Nella sala in cui si tenne la riunione si montò una scenografia curata in ogni dettaglio da Mario Catalano, già autore delle scene di “Risatissima”. Per fare da fondale ai capi di Stato e di governo, fu scelta una riproduzione del celebre dipinto rinascimentale “La città ideale”. Ma il cielo di quella tela evidentemente fu giudicato troppo sbiadito, troppo grigio. Perciò fu ritoccato: diventò un bellissimo cielo azzurro-Forza Italia, con tanto di nuvole bianche. Allego a dimostrazione le due versioni del quadro, per confrontare il prima (sopra) e il dopo (sotto).

Arturo Curati

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=29056&sez=HOME_MAIL

Cassazione: saltuario e disponibile? Sei un dipendente

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Non è questione di tempo ma di disponibilità. Questo fa la differenza e fa di un lavoro, benché saltuario comunque subordinato. A definire la questione è una sentenza della Sezione Lavoro della Cassazione, la n.21031. Secondo i supremi giudici, infatti, l’elemento caratterizzante un lavoro subordinato è «la disponibilità del prestatore nei confronti del datore di lavoro con assoggettamento alle direttive da questo impartite circa le modalità di esecuzione dell’attività lavorativa». In altre parole, prestazioni di lavoro svolte con l’obbligo di osservare particolari disposizioni imposte dal datore.

Quindi anche se saltuarie, prestazioni specifiche possono far rientrare i lavoratori nel quadro organico dell’azienda come dipendenti e non come «lavoratori autonomi». Il caso riguarda degli impiegati ‘a prestazione’ di un’azienda di trasporti di Genova che avevano chiesto il riconoscimento anche dei contributi come lavoratori subordinati. La Corte d’Appello aveva riconosciuto la natura subordinata dei rapporti di lavoro evidenziando che anche se le prestazioni erano «saltuarie e senza vincolo di restare a disposizione del datore di lavoro tra l’una e l’altra, con la possibilità, per i lavoratori, di rifiutare la prestazione» erano però sottoposti a disposizioni precise, ovvero ‘presentarsi ad un’ora stabilita, scaricare merci, obbligo di osservare le mansioni stabilite dal responsabile del magazzino, utilizzo dei mezzi aziendali per effettuare il lavoro». Gli ermellini hanno confermato la sentenza d’appello anche perchè «il vincolo della subordinazione non ha tra i suoi tratti caratteristici indefettibili la permanenza nel tempo dell’obbligo del lavoratore di tenersi a disposizione del datore di lavoro».

Dalla Cassazione per la politica arriva dunque una conferma «di quanto sia necessario regolamentare e non lasciare nell’interregno della vaghezza interpretativa le norme in materia di lavoro flessibile», dichiara il portavoce nazionale dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando.

«Maggiore semplificazione e disciplina – prosegue – sono indispensabili nella nostra legislazione e nel nostro mercato del lavoro per non rendere permanente una prospettiva occupazionale concepita come transitoria e per non offrire pretesti di sperequazione ai danni della dignità di chi lavora con contratto a termine. Spero che quanto deciso dalla Suprema Corte offra spunto per una politica di buon senso, attenta e rispettosa dei diritti di tutti, a partire da quelli dei meno garantiti che rischiano di veder trasformata la propria condizione di subalternità in destino e la natura dei propri diritti di cittadini e di lavoratori in diritti umani».

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Pubblicato il: 06.08.08
Modificato il: 06.08.08 alle ore 17.08

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77789