Archivio | agosto 9, 2008

Borghezio, la Commenda ed i pacifisti genovesi

https://i2.wp.com/www.irolli.it/img/luoghi/foto_b_24_1.jpgGenova, la Commenda di Prè

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di Doriana Goracci

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Quanto scrivo di seguito, è dettato dalla cronaca genovese di venerdì 8 agosto 2008, con il presidio leghista, con l’europarlamentare Borghezio contro la moschea, in piazza della Commenda al grido di “Genova cristiana mai musulmana” e per far conoscere chi è Norma Bertullacelli che fa parte della rete controg8 e di un gruppo di pacifisti e di antirazzisti genovesi, una cinquantina in tutto, che hanno distribuito volantini proprio davanti alla Commenda tra i gazebo della Lega Nord e conclusasi con lei seduta sul marciapiede e trascinata via dai poliziotti.

Il 24 maggio del 99, cinque pacifisti genovesi, il più noto dei quali era certamente Don Andrea Gallo, depositarono presso la Procura della Repubblica un atto di denuncia nei confronti del presidente del Consiglio Massimo d’Alema, per violazione di alcuni articoli della Costituzione italiana. Tra questi cinque, c’era Norma Bertullacelli nata e residente a Genova, insegnante elementare e storica pacifista genovese. Denunciavano e motivavano:”Dal 24 marzo 1999 sono iniziati i bombardamenti, decisi dal Comando Generale della N.A.T.O., sul territorio della Repubblica Federale Yugoslava. Nel corso di queste azioni l’Italia ha svolto un ruolo attivo, non solo fornendo le basi operative per le missioni aeree, ma partecipando direttamente con i propri bombardieri ai raid sul territorio della Yugoslavia”. Citarono l espressione del Presidente del Consiglio “in guerra ci si difende con le armi”, osservando che la Costituzione italiana ripudia la guerra quale strumento di risoluzione delle controversie internazionali (art.11), ma sottolineando anche come non siano state neppure rispettate le procedure “formali” che la Costituzione elenca per l’entrata in guerra del nostro paese.

Saltando al 20 luglio 2001,
a Genova, mi ritrovai con mia figlia e i suoi amici a Piazza Portello, dove eravamo in centinaia e almeno il nostro gruppo senza aver convenuto niente prima. Si svolse lì, e c’era Norma che ancora non conoscevo con la Rete controg8 per la globalizzazione dei diritti, un’azione diretta nonviolenta per gruppi di affinità, bloccando il cancello che metteva in comunicazione Piazza Portello con la zona rossa. Avevano deciso a marzo del 2001 “Lanciamo una tre giorni di assedio nonviolento al g8. Li lasciamo entrare (i partecipanti al vertice) e li circondiamo lungo il perimetro della zona rossa, o nel luogo piu’ vicino che riusciremo a raggiungere. Li’ ci sediamo e non ce ne andiamo piu’, fino alla fine del g8 o fino a che non ci spostano: se vogliono entrare o uscire devono attraversarci ed ascoltarci (oppure entrare e uscire “di nascosto”, via mare o simili; lo stesso dicasi se vogliono andare a teatro, o alla sfilata di moda a Portofino o dove vogliono loro). Una volta che ci siamo messi comodi, diamo inizio al “public forum”, ma lo facciamo in piazza: cosi’ rendiamo anche evidente che li assediamo con i nostri corpi e con gli strumenti della parola”.
Nello stesso giorno, mentre ci muovemmo dopo ore di presidio a Piazza Portello, morì Carlo Giuliani. Ci aspettavano altre infami giornate, anni di informazione sommersa, e riemersioni deviate.

Siamo ad agosto, e ieri venerdì 8 del mese, lascio alle parole di Raffaele Riverso, la cronaca genovese, che titola “Soltanto noi a difendere la Cristianità”: “È con la profanazione dell´altare della chiesa di San Giovanni che Mario Borghezio conclude la sua partecipazione al presidio leghista contro la moschea, in piazza della Commenda: «Noi cavalieri combattenti giuriamo di difendere sempre e comunque e con ogni mezzo necessario la Commenda di Prè per la difesa della cristianità dalla profanazione dell´islam. Lo giuro». Al giuramento ha partecipato anche Francesco Bruzzone, segretario regionale del Carroccio. Assieme ai due decani anche due giovani leghisti che, per dare maggiore sacralità al rito, avevano il compito di reggere le bandiere con il guerriero di Giussano. Borghezio era arrivato, incitato dallo slogan “Genova cristiana mai musulmana”, con il dito medio alzato e con il gesto dell´ombrello: «Questo è per la signora Vincenzi e per tutti quelli che vogliono la moschea. Il nostro dovere è quello di preservare i nostri valori. Non abbiamo paura di queste merdacce. Scateneremo un´intifada al contrario». L´intervento di Borghezio «in questo giorno di orgoglio e appartenenza» è un inno retorico rivolto ai «patrioti liguri» che si battono per la gloria «della Repubblica di Genova» contro «la profanazione dei luoghi simbolici e i tentativi immondi». Prima di fare irruzione nella chiesa di San Giovanni, l´esponente della Lega ha ricordato che «le peggiori profezie della Fallaci si stanno avverando» e che se gli eventi lo richiederanno «siamo disposti a impugnare la spada di Giussano per fare pulizia etnica». Bruzzone ha proposto «di destinare l´esercito al centro storico». E poi: «Perché non destiniamo la Commenda a una scuola della lingua ligure o a un museo della storia della città?». Bruno Ravera, fondatore della Lega ligure, ha replicato a quanti accusano la Lega di intolleranza che «noi non odiamo nessuno, però la moschea non la vogliamo né qui né altrove. Non ci fermeremo davanti a niente e se necessario li cacceremo a calci nel culo».
Prima dell´arrivo di Borghezio i gruppi pacifisti della città hanno distribuito in piazza della Commenda un volantino con l´articolo 8 della Costituzione che sancisce «l´uguaglianza di tutte le religioni davanti alla legge». Momenti di tensione quando Norma Bertullacelli si è
avvicinata al gazebo leghista per consegnare il volantino. I figli del Po´ non l´hanno presa bene: «Perché venite a rompere i coglioni ai comizi altrui?», ha intercalato Bruno Ferraccioli, del direttivo provinciale leghista. A questo punto sono dovute intervenire le forze dell´ordine per far tornare la situazione alla normalità. Prima gli uomini della Digos hanno spostato la pacifista che si era sdraiata per terra. Poi i carabinieri e la polizia hanno formato un cordone per evitare che le due fazioni potessero arrivare al contatto. Prima di andare via Borghezio, come Berlusconi a Napoli, ha raccolto un po´ di immondizia davanti alla Commenda: «Questo è un simbolo, ora puliamo tutta Genova».

Da anni, non saprei conteggiarli,
Norma Bertullacelli e i compagni genovesi, redigono un volantino aggiornato mensilmente e siedono di solito il mercoledì dalle 18 alle 19 sui gradini del palazzo ducale di Genova, un´ora in silenzio per la pace. L’ho incontrata sempre, dopo quel 20 luglio 2001, non solo a Genova e in Rete. Si continua a camminare, sempre più in ripida e franosa salita ma insieme.

Doriana Goracci

Tutti in piazza: Libertà, non Paura

Esprimersi per vincere le paure

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PI – NewsGaia Bottà

venerdì 01 agosto 2008

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libertà, non pauraRoma – Paura di essere sorvegliati, paura di essere catalogati, paura di essere se stessi. C’è chi non intende sprofondare in una spirale del silenzio, c’è chi rivendica il proprio diritto a formare e manifestare spontaneamente il proprio pensiero e la propria creatività: è una chiamata alle armi diramata da Vorratsdatenspeicherung, il gruppo di lavoro che in Germania si oppone alla data retention. Invitano i cittadini di tutto il mondo ad organizzare Freedom Not Fear 2008, Libertà, non paura, una manifestazione globale e decentrata che l’11 ottobre possa scuotere le piazze di tutto il mondo.

Stato e mercato si insinuano nella vita del cittadino: è una sorvegliaIn fierinza pervasiva, è una possibilità connaturata alle tecnologie che permeano la quotidianità. C’è chi impugna i mezzi di comunicazione in maniera acritica e chi resta atterrito dalla possibilità che rappresentino dei tasselli di un panopticon digitale. C’è invece chi reagisce: non intendono rinunciare agli strumenti per comunicare ed informarsi, non intendono abdicare al diritto ad una vita privata e spontanea, chiedono che stato e mercato vengano frenati da leggi che arginino il tecnocontrollo di default.

Animato da questo proposito, il gruppo di lavoro tedesco ha lanciato una call modulare, ha invitato alla mobilitazione associazioni e cittadini affinché si organizzino per chiedere trasparenza, per instillare la consapevolezza nella società civile, per scuotere le istituzioni affinché tornino a bilanciare l’equilibrio tra sicurezza e diritto alla riservatezza, tra esigenze del mercato e diritto alla spontaneità. Sono numerose le associazioni che iniziano a punteggiare le pagine del wiki dedicate, si inizia a fare la conta di coloro che sono disposti a investire tempo e impegno per dare fiato alle proprie preoccupazioni e manifestare il proprio diritto a non vivere sotto una lente.

Anche in Italia qualcosa inizia a muoversi. Hanno aderito a Libertà, non paura 2008 Progetto Winston Smith, Partito Pirata, Collettivo Libero Sapere, ush.it – a beautiful place, Free Hardware Foundation, PopoloBue.tv, telematicsfreedom.org, Computerlaw 2.0 – Informatica e Diritto, organizzazioni che rilanciano a tutti i cittadini l’invito a partecipare e a mobilitarsi perché non si sia costretti a sfuggire o a subire la sorveglianza, perché le istituzioni tutelino i diritti del cittadino dagli abusi ai quali può invitare la tecnologia.

Libertà, non paura affonda le proprie rivendicazioni nella quotidianità: una sempre più estensiva accumulazione di dati di ogni genere e una sempre più intensiva collaborazione tra le forze dell’ordine rischiano di alimentare database sconfinati e centralizzati e poco sicuri; le aziende dimostrano di essere sempre più interessate a scolpire profili del consumatore. Ci sono coloro che sbandierano di non avere nulla da nascondere, spiegano i primi partecipanti italiani, c’è il “gregge di acritici consumatori”. Ma sono molti i cittadini che si dimostrano sensibili ad una sorveglianza che permea le routine: molti si atrofizzano nel silenzio e abdicano al proprio diritto ad esprimersi, schiacciati dal terrore di essere costantemente osservati o discriminati, terrorizzati dall’idea di essere un target pubblicitario.

Si rivolge a loro l’invito ad agire, a non cedere alla paura. Le istanze ora in gioco sono numerose: si chiede trasparenza da parte di aziende e istituzioni, si chiede di ridimensionare la sorveglianza indiscriminata e il più sregolato monitoraggio affinché non inficino la maturazione e le libertà della società civile. In tempi di carte d’identità con impronte digitali e di identificativi biometrici stipati in database centralizzati si propone di retrocedere per offrire più garanzie al cittadino; in tempi in cui fermentano idee di prelievi coatti di DNA si chiede che misure che dovrebbero tutelare la sicurezza dei cittadini non involvano in una schedatura genetica di massa. Ci si opporrà ai controlli pervasivi e alla registrazione dei dati dei passeggeri che varcano le frontiere e ci si schiererà contro il fluire incontrollato delle informazioni verso paesi che non aderiscono agli standard europei di tutela della privacy. Ci sarà spazio per opporsi alle perquisizioni e alla sorveglianza occulte dei sistemi informatici e telematici.

Nel contesto di Libertà, non paura
si potrà esercitare una pressione sulle istituzioni affinché rivolgano il loro sguardo al comportamento dei soggetti privati: fra la mappa dei propositi da perseguire e da animare figurano la richiesta alle autorità di impedire che gli ISP si trasformino in vigilantes e in segugi del mercato. L’obiettivo è scongiurare l’eventualità che i provider dettino legge sui contenuti che circolano in rete e si limitino ad attenersi agli ordini della magistratura nel rimuovere in maniera puntuale i contenuti criminali. Se il ruolo di poliziotto non è mai stato ben recepito dai fornitori di connettività, i provider tendono a far fruttare la propria posizione di raccordo per mettersi al servizio del mercato: la manifestazione dell’11 ottobre potrebbe essere un’occasione per levare la propria voce e opporsi a questo fenomeno di rastrellamento di informazioni sulle abitudini dei netizen.

Sullo sfondo, la libertà di esprimersi e di informarsi, il diritto ad impugnare degli strumenti che consentano alla società civile di confrontarsi e di consolidarsi e agli individui e alle reti di individui di stratificare cultura dando sfogo alla propria creatività. Una società della sorveglianza non può che svilire la spontaneità del cittadino già caricato di responsabilità di cui ha diritto a non sobbarcarsi l’onere.

Se la mappa dei propositi è tutta da compilare, se l’organizzazione della mobilitazione è tutta da orchestrare, è già stata stabilita una direttrice lungo la quale muoverà una declinazione romana di Freedom Not Fear. Marco Calamari, celebre esperto di sicurezza e networking nonché editorialista di Punto Informatico, racconta che a Roma si farà leva direttamente sulle istituzioni: presso una sede istituzionale si svolgerà la presentazione di una proposta di legge che rimbalza da anni nel Palazzo, una proposta di legge elaborata dal Progetto Winston Smith per regolare l’area grigia dei dati raccolti in maniera automatica dalle apparecchiature con cui conviviamo. Sono dati solo apparentemente banali, raccolti per organizzare magazzini, per il controllo di sistemi industriali o telematici, ma sono dati che sfuggono alla regolamentazione. Online tutto è memorizzato di default e il cittadino della rete è esposto a tracciamenti e profilazioni, gli operatori telefonici tracciano tutto automaticamente e i dati di cella rimpinguano banche dati che consentirebbero di ripercorrere tutti gli spostamenti di un cittadino con telefonino al seguito. Il Garante non ha voce in capitolo, nulla può il Testo Unico sulla Privacy: non si tratta di dati personali.

La proposta di legge, presentata alla Camera il 29 aprile dall’onorevole Mecacci, non mira direttamente a scardinare l’istituto della data retention così come lo conosciamo e così come nel tempo è stato modificato. Calamari spiega che, incardinandosi nella legge 196 del 2003 come un plug-in, o come un trojan, mira ad agire da deterrente: nella proposta si chiede che i dati raccolti in maniera automatica vengano rimossi dopo tre mesi dalla memorizzazione. Non esiste ora un obbligo di cancellazione per questo tipo di dati: per questo motivo, anche una volta che i dati siano diventati inutili per gli scopi per cui vengono raccolti, le aziende li conservano perché non costa nulla farlo. Ma i dati sono denaro per il mercato, e i rischi ai quali sono esposti i cittadini sono evidenti. “I dati raccolti in maniera automatica – illustra Calamari con una metafora – sono olii usati: vanno smaltiti in maniera corretta”. Qualora gli operatori desiderassero invece elaborarli e reimpiegarli, dovrebbero darne conto all’Autorità garante e ai soggetti coinvolti: in quel momento i dati raccolti in maniera automatica diventano dati personali.

Il Progetto Winston Smith ha in programma di comunicare gli intenti e gli obiettivi della proposta di legge, di spiegarne la dinamica e la semplicità di implementazione, di scuotere le istituzioni e la società civile perché si rendano conto della necessità di una maggiore tutela di dati che passano ora inosservati agli occhi dei più, ma che non sfuggono agli occhi di coloro che vi intravedono il profitto.

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fonte: http://punto-informatico.it/2377408/PI/News/tutti-piazza-liberta-non-paura.aspx

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I taxi di Milano, la privacy e tutto quanto

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Roma – Il Comune di Milano ha finanziato, con un milione di euro, l’installazione, sui taxi locali, di telecamere che riprendono i clienti e l’abitacolo. La stessa cosa è già stata fatta a Firenze e, presto, sarà portata a compimento a Roma.
Grazie anche ad un contributo parziale: il tassista riceve dal Comune 1.000 euro e deve aggiungerne più o meno altri 1.400 per completare l’installazione del sistema e pagare il canone annuo del servizio di gestione dei dati.
Il vicesindaco di Milano, De Corato, ha dichiarato al Corriere della Sera (pagina 27 del 30 luglio 2008): “Siamo orgogliosi di essere la città più videosorvegliata d’Italia. Le telecamere mettono in crisi i delinquenti”.
Sempre a Milano, si legge sul Corriere, vi sono 900 telecamere attive in città; l’ATM, dal canto suo, ha annunciato l’obiettivo di avere 2.500 telecamere funzionanti nelle zone afferenti la metropolitana entro la fine del 2009.
Ad onor del vero, il quotidiano scrive anche che la proposta in stile orwelliano “video-taxi 19-84” ha avuto poco “appeal” tra i tassisti milanesi: sono rimasti nella cassa del Comune, inutilizzati, 800 mila euro che però, con ogni probabilità, soddisferanno appetiti simili manifestati dagli edicolanti cittadini. Anche loro hanno sollevato, infatti, l’esigenza di installare telecamere: si spera, per il loro business, che non inquadrino zone dell’edicola che espongono film o riviste particolari.

Gli annunci degli esponenti politici milanesi sono l’occasione per una riflessione sulla normativa in tema di privacy italiana a dieci anni, più o meno, dall’entrata in vigore della legge.
Le parole provenienti dagli amministratori milanesi, unitamente a ciò che è successo in Italia in questi ultimi dieci anni, ci suggeriscono di procedere ad un’analisi al contrario: non ragionare, in particolare, su quali valori e comportamenti siano tutelati oggi dalla normativa sulla privacy in Italia ma, al contrario, su quali siano le eccezioni/limitazioni che rendono la legge italiana per molti settori, “trasparente”, come se non ci fosse e, soprattutto, su quali siano i poteri che progressivamente si sono “chiamati fuori”.

Quando fu introdotta in Italia, per la prima volta, nel 1996/1997 una normativa sulla privacy, ci fu immediatamente una sorta di “fuggi fuggi” generale di gran parte dei settori della nostra società; organi legislativi, giudiziari, di governo e autorità indipendenti fecero finta, in molti casi, di non vedere, oppure concessero proroghe su proroghe sperando in una “conversione sulla via di Damasco” di molte amministrazioni geneticamente refrattarie al concetto di privacy.
L’effetto delle proroghe, soprattutto nel settore pubblico, fu devastante: si percepì il valore privacy come superfluo, poco importante, “tanto gli adempimenti venivano sempre prorogati”…

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fonte: http://punto-informatico.it/2376232/PI/Commenti/taxi-milano-privacy-tutto-quanto.aspx

Mauritania, tutto come prima

Blande reazioni al golpe militare, il presidente Abdallahi ancora detenuto

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scritto per Peace Reporter da
Matteo Fagotto
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Il giorno dopo il colpo di stato che ha rovesciato il presidente Sidi Ould Cheikh Abdallahi, unico capo di stato mauritano ad essere salito al potere democraticamente nella storia del Paese, la capitale Nouakchott ha ripreso il suo normale ritmo di vita. Unica notizia degna di nota, l’organizzazione di due manifestazioni, una a favore dei golpisti militari, l’altra (dispersa) che chiedeva il ritorno del presidente, tuttora detenuto assieme al premier Yahya Ould Ahmed Waghf negli edifici della guardia presidenziale.
Il generale Ould Abdel AzizLa giunta militare, composta da undici alti ufficiali dell’esercito, ha dichiarato “decaduto” Abdallahi, promettendo l’organizzazione di nuove elezioni nel più breve tempo possibile. Ad appoggiare i militari anche 48 parlamentari facenti parte della coalizione di maggioranza, ma che avevano abbandonato nei giorni scorsi il partito del presidente per protesta contro la sua politica. Le reazioni della comunità internazionale sono state prevedibili: Unione Europea e Usa hanno sospeso gli aiuti bilaterali, mentre parole di condanna nei confronti dei golpisti sono giunte dall’Onu, per bocca del Segretario generale Ban Ki-moon, e dall’Unione Africana. Difficile però che la blanda pressione internazionale possa disarcionare la giunta. Già in passato, quando l’esercito era intervenuto per “riequilibrare” la vita pubblica mauritana, la comunità internazionale aveva sostanzialmente lasciato fare.
Il presidente deposto Sidi Ould Cheikh AbdallahiNulla si sa ancora del destino di presidente e premier, segregati nei locali della guardia presidenziale, il cui capo, Ould Abdel Aziz, è stato il promotore del golpe ed è a capo della nuova giunta. Il colpo di stato è stato vissuto dalla popolazione con una certa rassegnazione, vista la frequenza con cui i militari sono intervenuti da sempre nella vita politica locale. L’unica speranza è che Aziz si dimostri un militare “illuminato” come Eli Ould Mohammed Vall, che nel 2005 prese il potere rovesciando l’allora presidente Maaouiya Ould Taya e traghettò il Paese verso le prime elezioni democratiche della sua storia. La giunta ha promesso di volerne seguire le orme, consegnando di nuovo il potere ai civili nel più breve tempo possibile. I mauritani attendono gli eventi, rassegnati.
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Emergency

Bolivia, referendum sul mandato del presidente Morales

Sostenitori del presidente Morales la notte dell'annuncio della nazionalizzazione del petrolio Reuters

Quasi quattro milioni di boliviani sono chiamati domenica 10 agosto alle urne per un referendum «revocatorio», convocato dallo stesso presidente Evo Morales sul futuro del proprio mandato. Sottoposti al giudizio degli elettori anche il vice presidente, Alvaro Garcia Linera, e otto dei nove prefetti boliviani.

Contestato nelle regioni delle pianure, dove si sono svolti referendum autonomisti, ritenuti illegali dal governo centrale, Morales ha contrattaccato con una consultazione sul suo operato indetta in tutto il Paese. Se i «no» supereranno i consensi con i quali è stato eletto il 18 dicembre 2005, Morales rimetterà il suo mandato.

In base ai sondaggi, il referendum dovrebbe essere facilmente vinto da Morales, primo presidente indio della storia della Bolivia, ma difficilmente ciò potrà pacificare il Paese. A complicare le cose vi è la confusione politica sulla lettura dei risultati elettorali. La legge che indice il referendum stabilisce che Morales verrà revocato se i «no» supereranno i 1.544.374 voti ottenuti nel 2005, pari al 53,7%. Ma nel frattempo il numero degli aventi diritto al voto è cresciuto di 377.006 unità. E la Corte Elettorale nazionale ha stabilito la settimana scorsa che deve prevalere la percentuale. Quindi per revocare Morales serviranno più di 2.198.348 voti.

Il voto, sul quale vigileranno un centinaio di osservatori dell’Organizzazione degli Stati americani, si svolge sullo sfondo di una forte tensione nel paese. Morales è sostenuto dalla popolazione di montagna di origine india e osteggiato nella pianura dai discendenti degli europei, ma ultimamente è stato contestato anche dai minatori e gli insegnanti con scioperi e manifestazioni che stanno paralizzando il paese.
Mercoledì 6 agosto il presidente è stato costretto ad annullare un incontro nella città di Tarija con i colleghi di Venezuela e Argentina, Hugo Chavez e Cristina Kirchner, perchè centinaia di manifestanti hanno bloccato l’aeroporto. Le proteste hanno fatto saltare suoi suoi comizi anche a Sucre, Santa Cruz de la Sierra e Trindidad.

La Premio Nobel per la Pace 1992 Rigoberta Menchù ha avvertito, alla vigilia dei referendum revocatori in calendario per domani in Bolivia, che settori oligarchici cercano di estromettere dal potere il presidente Evo Morales. In una lettera inviata al capo dello Stato boliviano, e pubblicata dall’agenzia di stampa statale Abi, la leader per la difesa dei diritti umani guatemalteca sostiene: «Non ho alcun dubbio che mai come ora i settori oligarchici della Bolivia pretendono, ad ogni costo, mettere fuori gioco un governo uscito dalle più profonde aspirazioni del popolo». Dopo aver dato il suo personale appoggio al mandato di Morales, Menchù si è detta convinta che in Bolivia il popolo farà prevalere la verità e la giustizia nel referendum in cui lo stesso capo dello Stato e otto dei nove prefetti dipartimentali boliviani rimettono in gioco il loro mandato. Leader indigena come Morales, Rigoberta Menchù si è presentata alle ultime elezioni presidenziali vinte da Alvaro Colom ottenendo pochi punti percentuali.

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Pubblicato il: 09.08.08
Modificato il: 09.08.08 alle ore 16.19

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77881

Grand Hotel Pecoraro

oggi come ieri..

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Viaggi in regalo in lussuosi relais di Saturnia, Parigi, Miami. I terreni per costruire una villa con eliporto, ingannando i divieti. E ora l’accusa di corruzione

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di Marco Lillo

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Alfonso Pecoraro Scanio
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Dura la vita del ministro dell’Ambiente. Basta guardare l’elenco dei viaggi di Alfonso Pecoraro Scanio nella seconda metà del 2007, contenuto nelle carte inedite dell’indagine che lo riguarda, per rendersene conto. Mai un momento fermo. Sempre in giro tra Miami, Parigi, la Normandia, Saturnia, Perugia e Milano. Tutte vacanze in alberghi super lusso e mai una volta che riuscisse a saldare il conto. Forse non passerà alla storia come il ministro più abile nell’aprire le discariche, ma resterà negli annali per la capacità di farsi pagare relais e hotel a sette stelle. I carabinieri per la tutela dell’ambiente coordinati dal colonnello Sergio De Caprio, più noto come Ultimo, l’ufficiale che ha arrestato Totò Riina, hanno annotato sette vacanze gratuite in otto mesi. Tutte offerte da Mattia Fella, un imprenditore interessato a prendere appalti per la sua agenzia di viaggi dal ministero. Gli uomini di Ultimo hanno lavorato per il pm di Potenza Henry John Woodcock, che ha accusato il ministro e Fella di corruzione: le vacanze, i voli in elicottero e le altre regalie sono state considerate come la contropartita per l’interessamento di Pecoraro Scanio in favore dell’imprenditore e dei suoi amici.

L’inchiesta è passata a Roma per competenza nell’aprile scorso e il pm Sergio Colaiocco ha girato le carte al Tribunale dei ministri. Da allora nessuno ne ha più saputo nulla. ‘L’espresso’ ha visionato le intercettazioni, le testimonianze e le informative dei carabinieri e della polizia di Potenza, a partire dalla lista completa (e inedita) dei viaggi. Il ‘Pecoraro tour’ parte il 26 maggio 2007, quando il leader verde è ospite per due notti all’Hotel Terme di Saturnia, uno dei centri benessere più costosi d’Italia, insieme ad altre tre persone. Fella, un fornitore interessato a espandere il suo giro di affari con il ministero, paga 1.650 euro con la carta di credito della sua società. Passano tre mesi e il ministro si sposta in Umbria. Il weekend del 13 e 14 ottobre lo passa al Relais Borgo Brufa, una struttura in pietra con palestra, piscina, imperial suite e spa sulle colline di Torgiano, vicino a Perugia. Il conto è di 450 euro. Il ministro ci prende gusto. Quattro giorni dopo torna per una sola notte e Fella sborsa altri 222,5 euro. Passa un mese e il 24 e 25 novembre 2007, Pecoraro Scanio alloggia nuovamente all’Hotel delle Terme di Saturnia con Mattia Fella e altre due persone. Il conto di 1.950 euro transita sulla solita carta Amex. Il 2 dicembre del 2007 si sale di categoria. Il ministro è ospite di uno degli alberghi più belli d’Italia: il Town House di Milano, un sette stelle in Galleria. Inutile dire che a pagare il conto di 600 euro più Iva è sempre la Visetur di Fella. Si avvicina Natale e monta la nostalgia delle acque calde di Saturnia. Fella organizza un bel weekend lungo per sei persone dal 15 al 17 dicembre al solito Hotel delle Terme. Paga lui per tutti, compreso il ministro: 3 mila e 190 euro. Non basta. Dagli atti dell’indagine emergono altri due tour all’estero. Nell’estate porta il ministro a Miami e per la fine del 2007 vola con lui in Francia. Il generoso titolare della Visetur, un gruppo da 7 milioni di euro di fatturato, secondo gli investigatori paga una vacanza all inclusive a Parigi con escursione in Normandia per Pecoraro, e per i collaboratori del ministro, che fissa partenza e rientro sulla base dei propri impegni istituzionali.

Complessivamente sono più di 10 mila euro, ma secondo gli investigatori, al conto bisogna aggiungere il costo dei voli in elicottero offerti da Fella per un ammontare di 120 mila euro. E i 265 mila euro spesi per una speculazione immobiliare che stava a cuore al ministro che desiderava tanto un buen ritiro sul lago di Bolsena dove ritirarsi a riposare dopo le sue fatiche. Per gli investigatori il progetto è stato “promosso da Alfonso Pecoraro Scanio e sostenuto economicamente da Mattia Fella”. L’imprenditore ha tirato fuori 265 mila euro per comprare una serie di terreni vicini a Grotte di Castro, in provincia di Viterbo, a 40 chilometri da Capalbio e a due passi dal lago, per costruire un relais con annessa villa, destinata all’ex ministro. I terreni dell’estensione di 18 ettari, secondo i carabinieri del Noe, “sebbene a destinazione agricola, avrebbero dovuto ospitare un agriturismo con piscina, pista per elicottero e villette per civile abitazione. Nella convinzione evidentemente di riuscire ad aggirare il regime vincolistico gravante sui terreni per mutarne la destinazione di uso”. Il battagliero difensore di Pecoraro Scanio, l’avvocato Paola Balducci, ribatte: “Non abbiamo ancora ricevuto una carta dal Tribunale dei ministri e leggiamo le accuse dai giornali. Pecoraro non c’entra nulla. I suoli sono stati acquistati da una società di Fella”.

In attesa che il Tribunale dei ministri decida se archiviare o chiedere il giudizio, ‘L’espresso’ è andato a verificare come stanno le cose a Grotte di Castro. I terreni sono effettivamente intestati alla società di Fella, ma non è stato l’imprenditore a scovarli bensì Pecoraro Scanio insieme a un suo caro amico: Leonardo Ercoli, uno studente universitario di Grotte di Castro. Pecoraro Scanio è venuto nelle campagne che circondano questo paesello di 3 mila abitanti per due volte nell’estate del 2007. “Io l’ho visto con i miei occhi. Era lì in piedi davanti alla jeep nera con altre tre persone. Proprio sul terreno che poi è stato comprato”, racconta Flavio Scatoloni, un agricoltore che possiede il podere confinante. Quel giorno di settembre con il ministro c’era anche il suo amico di Grotte, Leonardo Ercoli, che racconta: “Ho conosciuto Pecoraro nel 2006 a Roma e siamo diventati subito amici. Durante l’estate dello scorso anno l’ho invitato al mio paese. Abbiamo preso un aperitivo in piazza e gli ho mostrato i terreni. Alfonso si è innamorato del posto, ne ha parlato a Mattia Fella e a settembre sono atterrati a Bolsena con l’elicottero di Fella. Poi con la jeep siamo andati sul terreno. L’imprenditore mi ha dato subito l’incarico di contattare i proprietari per l’acquisto. Pecoraro Scanio era interessato a comprare una villa, dopo la costruzione, ma il terreno era di Fella”. Resta il problema dell’edificabilità. Il sindaco, Alessandro Viviani, è netto: “Lì è vietata la costruzione di abitazioni e alberghi e nessuno ha presentato domanda”. Ma l’amico di Pecoraro Scanio ha spiegato agli investigatori i trucchi del mestiere: “Si fa prima una casa che si chiama ricovero attrezzi agricoli e poi la si condona con il tempo. Sono state costruite tutte così le case sul lago di Bolsena… Di questa cosa abbiamo parlato anche con il ministro”. Fella però non ci sta: “La legge non vieta di costruire un agriturismo su un terreno di queste dimensioni. Pecoraro Scanio mi ha solo segnalato i terreni e comunque non ho avuto nessun trattamento di favore dal suo ministero”. Non la pensano così i carabinieri. Nelle loro informative scrivono che i rapporti tra Fella e Pecoraro sarebbero da ricondurre “alla logica del do ut des”.

Fella, per esempio, raccomanda un imprenditore amico, Rocco Ferrara, per la bonifica dell’ex Enichem di Crotone. Secondo i carabinieri, Fella lo accompagna dal capo della segreteria del ministro e poco dopo un suo uomo incontra a piazza Navona il fratello, il senatore verde Marco Pecoraro Scanio. Alla fine però Fella, pur seminando tanto raccoglie poco, anche per la caduta del governo Prodi. Non ottiene neanche l’assegnazione in gestione del bar del ministero, che era data per certa nell’entourage del ministro.

Nel suo carniere, secondo Woodcock, sono rimaste solo le nomine in una commissione ministeriale del fratello, Stanislao Fella, e dell’amico Gianluca Esposito più una convenzione per i viaggi del ministero (“Non è in esclusiva e non vale nulla”, replica Fella). A mettere nei guai il ministro sono le parole dei suoi collaboratori più stretti, come il capo di gabinetto Giancarlo Viglione. Sono loro che mettono in relazione le richieste di Fella di ottenere contratti dal dicastero per il noleggio dei suoi elicotteri con le ore di volo offerte a Pecoraro Scanio. E sono sempre loro che dicono: “Fella ogni volta che offriva un servizio al ministro chiedeva qualcosa in cambio”.

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08 agosto 2008
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LA SCHEDA
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Tour operator senza confini

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Non si parla solo di Pecoraro Scanio nelle informative dei carabinieri confluite nell’inchiesta. I militari del Noe segnalano anche i comportamenti di burocrati e politici ai limiti del codice penale che restituiscono uno spaccato illuminante dei rapporti tra imprese e autorità.

L’amico Speciale Secondo i carabinieri, Fella tenta di agganciare Angelo Canale, all’epoca procuratore della Corte dei Conti del Lazio, recentemente nominato direttore del dipartimento Turismo della Presidenza del Consiglio. Canale rappresenta l’accusa contro l’ex comandante generale della Guardia di Finanza, Roberto Speciale, per l’uso ingiustificato dell’aereo delle Fiamme Gialle. Secondo i carabinieri, Mattia Fella gli avrebbe offerto una motocicletta Aprilia e un viaggio a Santo Domingo. Contestualmente avrebbe chiesto al magistrato un incontro da vicino per sensibilizzarlo sulla causa dell’ex comandante, difeso dal suo amico, l’avvocato Gianluca Esposito. “Non conosco Esposito, mentre conosco bene Mattia Fella. Ma ho pagato la vacanza e non ho avuto nessuna moto in regalo. Mi ha solo prestato una vecchia Aprilia e non capisco cosa c’entri con il procedimento contro Speciale”, replica Canale. Che ha poi citato in giudizio il generale con un atto di accusa molto duro.

Missioni all’estero Anche l’amministratore delegato della Simest, la finanziaria statale che aiuta le imprese italiane all’estero, Giovanni D’Aiuto, secondo i carabinieri, sarebbe stato contattato da Fella con l’intento di corromperlo. L’imprenditore voleva costruire un resort alle isole Grenadines, Antille. Da un lato cercava un aiuto dalla Simest e dall’altro compensava l’ad con un viaggio in Mozambico del valore di 3.500 euro. Fella replica: “D’Aiuto ha pagato tutto”.

Sponda a destra Quando Prodi cade, Fella cerca entrature a destra. A marzo promette di dare 20 mila euro a un certo Bevilacqua per sostenere la sua candidatura alle elezioni per la Lega Nord in Umbria, ipotesi poi tramontata. Quindi entra in affari con i familiari dell’ex ministro di Forza Italia, Enrico La Loggia e con i suoi amici calabresi. Per gli investigatori è ‘emblematico’ l’incontro negli uffici del capogruppo dei deputati di Forza Italia organizzato da La Loggia per parlare non di politica, ma di un subappalto. La Visetur è titolare dell’appalto per trasportare gli operai sui cantieri dell’alta velocità Torino-Milano. E Fella concede alla società Orizzonti, della moglie di La Loggia e dei suoi amici, un subappalto per i pullman che portano gli operai dalla Calabria al Piemonte.

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Aldo Moro e quella mano tesa verso la Libia di Gheddafi

Dall’archivio privato del politico ucciso trenta anni fa dalle Brigate Rosse spuntano carte segrete con particolari inediti della sua attività di ministro degli Esteri

Quando era alla Farnesina mise in atto una politica filoaraba, favorendo la vendita di armi

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di ALBERTO CUSTODERO

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Aldo Moro e quella mano tesa verso la Libia di GheddafiAldo Moro

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ROMA – Aldo Moro era favorevole a vendere armi ai Paesi arabi amici non solo a quelli più moderati, ma anche aerei e elicotteri da addestramento alla Libia di Gheddafi. A trent’anni dal sequestro da parte delle Brigate Rosse, spuntano dall’archivio privato di Moro alcune carte segrete che svelano particolari inediti della sua attività di ministro degli Esteri nel periodo a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta.

Nelle pagine ancora sconosciute della sua lunga attività di ministro degli Esteri durata dal 1969 al 1974 durante la quale avviò la nuova fase “mediterranea” della politica estera italiana, emerge, a sorpresa, un Moro “consapevole – come ha osservato lo storico Agostino Giovagnoli – che il mercato degli armamenti giocava in quegli anni un ruolo importante in politica estera”.

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Dietro quella sua aria “imperturbabile – così Gaetano Scardocchia lo descriveva ai quei tempi – e quella espressione intensamente enigmatica che aveva sempre uguale in tutti i suoi viaggi”, il ministro degli Esteri Moro era favorevole che l’Italia (che stava vivendo un periodo di crisi), fornisse armamenti, seppur con “discrezione”, soprattutto ai Paesi arabi produttori di petrolio, compresa la Libia del colonnello Gheddafi. Nel tentativo di ingraziarsi quei Paesi del mediterraneo, la ricerca di nuovi canali diplomatici si fece intensa ed avventurosa.

La sintesi della politica estera di Aldo Moro a proposito della questione araba è riassunta in un telegramma classificato segreto a firma Moro del 26 settembre 1969, spedito da Tunisi, alle ore 22, per il presidente del consiglio Emilio Colombo e quello della Repubblica Giuseppe Saragat intitolato “posizone Tunisia”. Con estrema chiarezza, da quel documento inedito redatto durante la sua visita a Bourghiba, emerge la svolta rispetto all’azione di Amintore Fanfani agli Esteri durante gli anni del centro-sinistra, dal 1965 al 1968. Moro, da poco insediato alla Farnesina, traccia le linee fondamentali della sua politica estera che seguirà fino al ’74, mantenendo l’Italia in equilibrio fra arabi e Europa continentale da una parte, e inglesi e americani dall’altra.

“La nostra politica – enuncia Moro – proprio in quanto solo Paese che sia stato sin qui in grado di conservare rapporti diplomatici con tutti i Paesi arabi, è stata sempre quella di facilitare il ritorno degli occidentali negli Stati da cui erano stati estromessi, e quindi auspichiamo una politica che rafforzi la presenza dei nostri alleati”. La politica, però, non basta. “Oggi più che mai – prosegue Moro – si tratta di agire con discrezione puntando ogni sforzo su metodi politici, economici, e comunque di apertura verso quelle ragionevoli richieste di forniture anche militari, purché eseguite con discrezione”. Dalle armi, all’insofferenza verso la politica anglo-americana. Ancora Moro: “Noi abbiamo regolarmente, e di recente anche i francesi, fatto toccare i porti tunisini da nostre unità navali, ma se vedremmo con favore visite da parte di unità della Marina Turca, non potremmo non avere riserve di fronte ad affacciarsi di unità britanniche e americane che, mentre sul momento potrebbero dare soddisfazione a Bourghiba, non tarderebbero a rivelarsi un’arma controproducente sostanziando i sospetti che Tripoli nutre nei confronti dei due predetti Paesi”.

Moro non esita, un anno dopo, il 6 settembre del 1970 (all’indomani della presa del potere dei colonnelli in Libia del primo settembre del 1969), a ricevere discretamente dal ministro della giustizia tunisino Bourghiba jr “interessanti indicazioni” sulla situazione libica (fornendo una curiosa interpretazione sulla cacciata della comunità italiana da parte di Gheddafi). Ecco cosa annota Moro in un telegramma segreto diretto al capo dello Stato e al premier: “L’esproprio e la cacciata della comunità italiana servono in parte anche a coprire la ritirata ideologica di Gheddafi sul fronte della lotta a Israele, oltre che a ribadire il carattere rivoluzionario del regime. I Colonnelli han bisogno di gesti del genere (anche nel settore del petrolio, ove si contenteranno per ora dell’aumento del prezzo), così come continueranno ad avere bisogno di complotti, veri o falsi. A organizzare questi ultimi pensano i servizi speciali egiziani”.

È solo nel 1971, però, che Aldo Moro incontra per la prima volta il presidente Gheddafi. Era il 5 maggio, un momento di particolare tensione fra i due Paesi: a partire dall’annuncio del Colonnello libico del 21 luglio 1970, furono espulsi 12 mila italiani in tre mesi: la reazione del governo di Roma fu improntata ad un dialogo da cui, per motivi economici, politici e strategici, non sembrava poter prescindere. Il faccia a faccia Moro-Gheddafi è riassunto in un telex segreto spedito in Italia 5 giorni dopo, a firma Roberto Gaja, segretario generale del ministero degli Affari esteri.

Alla domanda del Colonnello se, a parere degli italiani, “gli americani possano esercitare pressione determinante”, il ministro degli Esteri rispose che “possono svolgere un’azione importante entro certi limiti, dovendo fronteggiare nel Mediterraneo la presenza Sovietica”. “Ad accenno libico a possibili forniture italiane di armamenti”, è stato risposto da Moro che “l’Italia è sempre contraria per un principio generale della sua politica a simili iniziative”. “Non si è esclusa, però, fornitura mezzi di trasporto navale ed aerei, in particolare elicotteri o aerei da addestramento”.

Dal Nord Africa al Medio Oriente, Moro continua a tessere la sua strategia diplomatica, mantenendosi sempre informato sul mercato internazionale delle armi. Nel 1970 incontra lo Scià di Persia che gli confida di acquistare armi dall’Unione Sovietica. Il curioso e inedito particolare è contenuto in un telegramma riservato spedito alle due massime autorità italiane il 17 settembre. In quel momento di grave crisi in Medio Oriente, “lo Scià – riferisce Moro – non ha mancato muovere qualche critica agli Stati Uniti, per le passate incertezze, e per il subitaneo accostamento all’Urss, la cui influenza vorrebbe contraddittoriamente contenere ed estromettere. L’Iran (mi ha detto lo Scià), pur restando fedele alle sue alleanze ed amicizie, è riuscito a migliorare e equilibrare i suoi rapporti con l’Urss con cui ormai intrattiene relazioni seguite nel campo economico e industriale e finanche in quello delle forniture di armamenti”.

Lo Scià – prosegue Moro – a proposito della necessità di una più stretta cooperazione fra Europa e Iran – “ha rilevato che i progressisti arabi intendono fare del petrolio, di cui hanno le più grandi riserve, la loro arma per ricattare l’Occidente. Di fronte a questi dichiarati propositi, gli riuscivano incomprensibili le esitazioni occidentali nel far leva sull’Iran sia aumentando le importazioni di grezzo, sia rafforzandone l’economia”.
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9 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/politica/moro-anniversario/moro-libia/moro-libia.html?rss

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Lettera molto importante in cui Moro valuta la possibilità di fornire armi discretamente agli arabi ed esprime giudizio negativo su ingerenze anglo Usa

{B}Gli archivi segreti di Moro{/B}

{B}Gli archivi segreti di Moro{/B}

{B}Gli archivi segreti di Moro{/B}

Roma, quelli che vivono rovistando nei cassonetti

Dopo l’annunciata ordinanza di Alemanno, viaggio in un campo rom
“La mia famiglia ha solo questa risorsa, rilascio regolare fattura”

{B}I rom che rovistano nei cassonetti{/B}

testo e fotografie di STEFANIA CULURGIONI

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ROMA – “Se passerà il divieto di frugare nei cassonetti, io non saprò più come mantenere la mia famiglia. E allora che sia il Comune ad aiutarmi a trovare una soluzione”. Fikreta Suleimanovjc, rom bosniaca di 40 anni, abita nel campo autorizzato di via Salviati, a Roma. Per lei e per le altre donne dell’insediamento sono giorni di forte apprensione.

Il 6 agosto infatti, il sindaco Gianni Alemanno ha annunciato un’ordinanza che vieta il rovistaggio nei cassonetti della città. Un provvedimento che ha scatenato fortissime polemiche da parte delle associazioni di solidarietà e che, nel giro di poche ore, è stato ritirato.

“Ci siamo fermati per ulteriori verifiche” ha detto il sindaco che ha fatto una temporanea marcia indietro. Lasciando però nell’incertezza intere famiglie rom che vivono proprio di quell’attività: il recupero e la vendita dei rifiuti dei cassonetti.

GUARDA IL SERVIZIO FOTOGRAFICO

Fikreta abita nel primo settore del campo (il secondo è quello dei korakhané, e le due parti sono separate da una lamiera arrugginita alta due metri). Cinquanta container, sito autorizzato dal Comune, costruito nel 1999 per ospitare i rom sgomberati dal Casilino 700. Trecentocinquanta persone circa, un numero sempre in aumento per la nascita, costante, di neonati.

E’ nata a Mostar in Bosnia, e a Roma ci è arrivata 18 anni fa, subito dopo la guerra. “E da allora – racconta – il mio lavoro è questo: raccogliere gli oggetti che trovo nei cassoni, rivendere il ferro agli sfasciacarrozze e il resto nei mercatini. Un lavoro che, secondo me, è onesto. Non sporco, non mendico, non mando i miei figli a chiedere l’elemosina”.

La sua giornata tipo comincia molto presto: sveglia alle cinque del mattino e poi con la macchina via verso la zona di Cinecittà (“perché lì c’è un altro campo dove mi conoscono e mi lasciano fare”, spiega). Con un gancio di ferro e il baule aperto, la raccolta comincia subito. “Raccolgo tutti i rifiuti abbandonati – dice – biciclette, forni, lavastoviglie, scaldabagni, materassi, reti del letto, macchine da cucire, lampadari, ferri, scarpe, vestiti, cavi, pezzi di elettrodomestici da cucina. Tutte cose abbandonate accanto ai cassoni verdi, oppure buttate dentro. Io carico tutto in macchina e torno al campo”.

A mezzogiorno un altro giro di perlustrazione, e nel pomeriggio il secondo passaggio: “Vado dagli sfasciacarrozze che comprano tutto. Mi danno più o meno dieci centesimi e io riesco a fare anche 50 euro al giorno. Mi rilasciano una regolare fattura. Grazie alle ricevute finora ci ho potuto fare la dichiarazione dei redditi, che mi ha permesso di rinnovare il permesso di soggiorno. Sono pure iscritta alla Camera di commercio con la dicitura di artigiano autonomo”.

Quello che non smercia agli sfasci, Fikreta lo rivende nei mercatini. Si aggancia da abusiva accanto alle bancarelle regolari oppure si mette per strada, con un telo per terra. “Chi viene a comprare? Sia italiani che stranieri”. Persone che acquistano scarpe, oggetti, vestiti per pochissimi euro.

“Ma che mi bastano – dice Fikreta – per mantenere la mia famiglia. Il Comune mi passa 120 euro al mese per mantenere libri e quaderni dei ragazzi, ma non sono sufficienti per tutto”.

Tutto il campo rom è una specie di magazzino all’aperto di ferraglie accatastate, di motori da sezionare, ruote di biciclette, lamiere di ferro, elettrodomestici, assi da stiro, batterie delle auto, tricicli. Un piccolo bazar di rottami da aggiustare e rivendere. In gran parte prelevati dalla città che vomita rifiuti, altre volte dalle cantine come servizio richiesto da chi cambia o vende casa e vuole liberarsi della roba inutile e quindi chiama i rom, altre ancora, forse, rubata.

“Ma quello dei cassonetti – assicura Fikreta – è un lavoro onesto. E io sono molto arrabbiata con quei rom che lo fanno e lasciano sporco tutto intorno. Spero davvero che il sindaco ci ripensi”.

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9 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/rom/cassonetti/cassonetti.html?rss

«L’elemosina è un diritto», no ai divieti

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Il Vaticano ai sindaci «Va rispettato anche chi rovista nei rifiuti»

Il cardinale Martino: non si neghi il soccorso. «È un diritto umano fondamentale»

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ROMA – «Combattere il racket dell’elemosina senza ledere il diritto di chiedere aiuto»: così il cardinale Renato Martino – presidente del consiglio vaticano Giustizia e pace e di quello per i Migranti e gli itineranti – riassume il giusto atteggiamento cristiano di fronte all’aumento dei questuanti metropolitani, dei profittatori della generosità del prossimo e degli «accattoni molesti». Afferma anche che la proibizione dell’accattonaggio servirebbe a «nascondere » il bisogno invece di «rispondere a esso».

Ma l’atto dell’elemosinare ha ancora un senso nel terzo millennio? Possibile che non ci sia altra via per affrontare i casi di estremo bisogno? «Fino a oggi – risponde il cardinale – un’altra via non si è trovata e io credo che non si troverà presto se Nostro Signore ebbe a dirci: “I poveri li avrete sempre con voi”. Si sconfigge una povertà e ne nasce un’altra». E’ vero che oggi ci sono tanti aiuti di enti e associazioni che vanno incontro a chi ha bisogno ma il cardinale osserva che «c’è il povero che non ha accesso al soccorso istituzionale perché senza documenti, c’è quello a cui quel soccorso non basta e c’è quello che per sua singolarità lo rifiuta e cerca aiuto nelle strade».
Va dunque difeso il diritto a chiedere l’elemosina per strada? Questa la risposta di Martino: «Credo sia un diritto umano fondamentale, quando si è alla fame e al freddo. È il diritto del vero povero a cercare come può un pezzo di pane e quindi anche a chiedere aiuto e a fare appello al prossimo per risvegliarne il sentimento di umanità». All’obiezione che tanti ne approfittano e che ci sono bambini costretti a elemosinare, il cardinale replica che «va perseguito il profittatore e va combattuto il racket dell’elemosina, ma se proibiamo l’elemosina ci neghiamo al soccorso da uomo a uomo e non incidiamo minimamente sulle cause del fenomeno ».

Martino non vuole commentare le misure contro l’accattonaggio molesto annunciate dai sindaci di grandi città – da Venezia a Roma – che così cercano di andare incontro al fastidio che quel fenomeno provoca nella cittadinanza e nei visitatori: «Non giudico i singoli provvedimenti che possono avere le loro giustificazioni ma reputo inaccettabile la proibizione dell’ elemosina in generale. Ci vedo una tentazione a chiudere gli occhi davanti al bisogno o a guardare dall’altra parte. Le autorità dovrebbero piuttosto aiutare la popolazione a cogliere la vera portata del bisogno non ancora coperto, o raggiunto, da nessuna forma di previdenza sociale». A proposito dell’idea di proibire ai barboni di rovistare nei cassonetti – pratica che metterebbe a rischio l’igiene dell’ambiente urbano – il cardinale dice: «Se in una città o in un quartiere vi sono persone che per sopravvivere hanno bisogno di rovistare nei rifiuti vuol dire che in essi è a rischio molto di più che l’igiene ambientale! Quel fenomeno l’ho visto nelle Filippine, in Africa e in America Latina ed è vero che nei Paesi del benessere si dovrebbe essere in grado di prevenirlo, ma se non si riesce a prevenirlo, si rispetti almeno quella dolorosa necessità di rovistare tra le immondizie».

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Luigi Accattoli
08 agosto 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_agosto_08/martino_vaticano_cardinale_d5a578ce-6512-11dd-ab30-00144f02aabc.shtml

Genova, Borghezio giura in chiesa: mai la moschea. La Curia lo critica

Mario Borghezio a Genova

«Noi cavalieri combattenti della cristianità giuriamo di difendere sempre e comunque la Commenda dalla profanazione e dall’invasione islamica»: sono le parole pronunciate stasera solennemente a fianco dell’altare della medioevale chiesa di San Giovanni, fatta aprire appositamente, dall’eurodeputato leghista Mario Borghezio a conclusione del comizio in difesa dell’attigua Commenda di Prè che fu nel dodicesimo secolo ospizio per pellegrini e Crociati. In essa il sindaco Marta Vincenzi (Pd) vorrebbe realizzare un centro aperto alle tre grandi religioni monoteiste.

Un gesto che ha suscitato la reazione della Curia Arcivescovile che in tarda serata di venerdì, con una nota, ha espresso «tutta la sua disapprovazione». La Curia «riafferma il principio per il quale, senza l’esplicita autorizzazione ecclesiastica, nessuno può utilizzare una chiesa cattolica per gesti o manifestazioni che non siano la preghiera personale o la partecipazione agli atti del culto cattolico».

Incitato dallo slogan «Genova cristiana mai musulmana» e accompagnato da un gruppo di fedelissimi, fra cui il segretario regionale della Lega Nord, Francesco Bruzzone, Borghezio ha chiesto al custode di entrare nella Chiesa, che era chiusa. In assenza del parroco, il sagrestano ha tentennato, ma Borghezio ha sfoderato il tesserino da parlamentare ed ha insistito. Una volta all’interno, Borghezio è salito di fianco all’altare con la bandiera crociata della Lega e ha recitato, all’unisono con i presenti, la solenne formula.

È stato l’ultimo episodio delle polemiche cominciate con il progetto della comunità islamica genovese di costruire una moschea nel quartiere operaio di Cornigliano, in un capannone industriale dismesso. Mentre si attendono le autorizzazioni del Comune, le discussioni in città si sono susseguite con le opposizioni del centrodestra sempre più dure ed il nuovo sindaco, Marta Vincenzi, decisa a difendere la sua idea di città tollerante, multietnica e con libertà di culto.

L’ultima proposta del sindaco di aprire nel medioevale complesso della Commenda, recentemente restaurato, un centro interreligioso, ha scatenato le proteste soprattutto della Lega Nord con presidi culminati oggi con il comizio dell’on. Borghezio. «È una proposta vergognosa che viola un luogo storico – ha esordito Borghezio -, stiamo assistendo all’avverarsi delle peggiori profezie di Oriana Fallaci. La Repubblica di Genova è stata un baluardo per la difesa della cristianità dall’invasione islamica e non consentiremo questo sacrilegio». L’europarlamentare del Carroccio ha poi precisato: «Ci proveremo prima con mezzi democratici, pronti però ad impugnare la spada di Giussano e a lanciare i sassi di Balilla se sarà necessario». Concludendo con «Scateneremo a Genova un’Intifada al contrario se servirà».

«Per fortuna – ha osservato Ahmad Gianpiero Vincenzo, presidente dell’associazione Intellettuali Musulmani Italiani e già direttore del Dipartimento per il Dialogo Interreligioso del Gruppo Misto al Senato – lo stesso Borghezio afferma di avere fiducia nei metodi democratici, i quali non prevedono nè di usare la spada, nè di lanciare sassi. Tanto vale a non richiamare nemmeno metodi decisamente antidemocratici, neppure per mera populismo politico. D’altra parte, la proposta di ospitare a Genova un centro di dialogo ecumenico nella Commenda di San Giovanni del Prè ci sembra perfettamente in linea con la storia dell’edificio, costruito nel 1180 dai Cavalieri dell’Ordine Gerosolimitano, che ebbero con i musulmani i migliori rapporti, ospitandoli spesso anche per la preghiera. Il dialogo potrebbe essere proprio un modo per scoraggiare atteggiamenti violenti, da una parte e dall’altra».

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Pubblicato il: 09.08.08
Modificato il: 09.08.08 alle ore 9.30

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77867

Georgia, bombe russe su Tbilisi distrutto anche il porto di Poti

Abbattuti due caccia di Mosca. 30 mila profughi riparati in territorio russo dall’inizio dell’offensiva georgiana

Il presidente Medvedev: stiamo conducendo in Ossezia del Sud
un’operazione per “costringere la parte georgiana alla pace”

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Georgia, bombe russe su Tbilisi distrutto anche il porto di Poti TBILISI (Georgia) – Si allarga il conflitto tra Georgia e Russia. All’alba i caccia di Mosca hanno bombardato la capitale georgiana Tbilisi e sono finiti nel mirino della contraerea georgiana che ha abbattuto due aerei di Mosca. Il Parlamento e altri edifici governativi sono stati evacuati. I bombardamenti russi hanno distrutto le infrastrutture di Poti, il più grande porto della Georgia sul Mar Nero. Più di 30mila profughi
dell’Ossezia del sud sono riparati in Russia dall’inizio dell’offensiva georgiana nella Repubblica separatista, nelle prime ore di venerdì. E’ quanto ha riferito il vicepremier russo Sergei Sobyanin, che ha denunciato “una catastrofe umanitaria”.

Sul campo la situazione non è chiara. Per esempio sul controllo di Tskhinvali, capitale dell’Ossezia del Sud, città che la Russia sostiene di aver riconquistato. Militari della 76ma divisione aerotrasportata sono stati paracadutati alla periferia del capoluogo dell’Ossezia del sud, e hanno attaccato le truppe georgiane. Ma sull’esito della battaglia c’è solo una fonte, quella russa: “Tskhinvali è stata completamente liberata”, ha assicurato il generale Vladimir Boldyrev, comandante delle forze terrestri russe.

Il presidente georgiano Mikhail Saakashvili ha riferito che finora i georgiani uccisi sono 30, ma il leader dei separatisti dell’Ossezia del sud, Eduard Kokoity, ha affermato che dall’inizio dell’offensiva di Tbilisi i morti in totale “sono più di 1.400”.

Per il presidente russo Dimitri Medvedev le forze russe stanno conducendo in Ossezia del Sud, regione separatista della Georgia, un’operazione militare per “costringere la parte georgiana alla pace”. “I nostri peacekeeper e unità di rinforzo stanno conducendo un’operazione per costringere la parte georgiana a (accettare) la pace”, ha detto Medvedev in una riunione con il ministro della Difesa Anatoli Serdiukov, secondo le agenzie russe. “Essi hanno anche la responsabilità di proteggere la popolazione. Questo è quello che stiamo facendo ora”, ha aggiunto il presidente. Alla riunione, convocata per aggiornare Madvedev sulla situazione, era presente anche il capo di stato maggiore delle forze armate Nikolai Makarav.

Sul fronte diplomatico, intanto, è stallo. Per la seconda volta in 24 ore, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non è riuscito a trovare un accordo per chiedere un cessate il fuoco immediato a Russia e Georgia nell’Ossezia del Sud. “Alcuni Paesi membri del Consiglio hanno chiesto più tempo – ha spiegato l’ambasciatore belga all’Onu, Jan Grauls, presidente di turno del Consiglio – Questi negoziati non si sono interrotti stanotte e riprenderanno oggi”. “Le aspettative della comunità internazionale sono per un cessate il fuoco – ha detto dal canto suo l’ambasciatore americano al Palazzo di Vetro, Zalmay Khalilzad – per la fine degli attacchi aerei (russi), degli attacchi missilistici, dell’uso delle forze da combattimento. E’ il momento di cessare questi attacchi”. Secondo fonti diplomatiche, la bozza di dichiarazione messa a punto dal Belgio chiede alle parti di “mostrare moderazione e di astenersi da ogni ulteriori atto di violenza o di forza”, espressioni che non bastano alla Russia, che pretende “il ripristino dello status quo ante” agli scontri delle ultime ore..

Secondo il rappresentante di Mosca
all’Onu, Vitaly Churkin, è Tblisi l’unica responsabile di quanto sta accadendo nell’Ossezia del Sud – dove i separatisti denunciano almeno 1.400 morti – degli “attacchi sleali condotti con la connivenza di alcuni membri del Consiglio di Sicurezza”. “Una catastrofe umanitaria è in coeso”, ha denunciato ancora l’ambasciatore, che ha parlato di “gravi violazioni del diritto umanitario” da parte della Georgia. Già giovedì notte, dopo i primi scontri nell’Ossezia del Sud, il Consiglio di Sicurezza si era riunito per una seduta d’emergenza, senza che i suoi 15 membri riuscissero a trovare un accordo su una dichiarazione comune.
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9 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/esteri/ossezia-bombardamenti/ossezia-9-agosto/ossezia-9-agosto.html