Archivio | agosto 10, 2008

Sicilia – di tumore si muore di meno. Perché?/SCONFIGGERE IL CANCRO? MISSIONE POSSIBILE

Siciliasalute-1Dati rilasciati dal Ministero della Salute(a detta del Giornalista ) e pubblicati sul Giornale di Sicilia del 03.06.2008 pag.7
I SICILIANI E LA SALUTE

Tumori si muore di meno nel confronto con il resto del Paese, la Sicilia registra il 15% in meno di decessi per tumore ma soltanto il 6% in meno del consumo di farmaci antitumorale.

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Cari Signori Funzionari del Ministero della salute visto che il giornalista non mi ha saputo rispondere a queste domande forse mi potreste rispondere Voi .

Come mai la Regione Sicilia pur avendo meno strutture specializzate oncologiche rispetto al nord del paese ha ottenuto questi risultati?

Quale nuova strategia ha permesso ,pur avendo adoperato meno antiblastici , ottenuto il 15% in meno di decessi rispetto al resto del paese ? (vi ricordo che muiono annualmente in italia a causa del cancro 135.000 ca persone)

Come mai questa percentuale in diminuzioni di decessi in Sicilia va aumentando anno dopo anno ? Vi siete chiesti quale è il motivo? e se avete individuato il motivo non potete farlo adottare in tutto il paese? facendo diminuire i decessi e risparmiare anche nella spesa sanitaria?

Domenica ho avuto un incontro con una delegazione Russa che adopera da anni il Glutoxim (una sottomolecola del glutatione ridotto) dichiarata antitumorale e antivirale da parte del ministero della sanità Russa al contrario di quello che avete risposto nell’interrogazione parlamentare del 1999.Ho chiesto ai Russi l’aiuto per la produzione del crm197 che qualcuno in Italia ostacola. Vi ricordo che l’applicazione della terapia crap/CRM197 su un bambino di nove anni, affetto da un sarcoma chemio resistente ,lo ha salvato da una morte sicura.

La mia terapia ogni giorno, grazie ad internet, viene spedita in tutto il mondo diventando una speranza per l’intera umanità. Non interessa che tanti si stanno fregando le mie scoperte ,ma la cosa importante che si fermi questa strage. Io spero che un giorno mi diate la possibilità di fare ricerca scientifica, come sancito dalla Costituzione Italiana, per aiutare, ancora di più, la povera gente.
Saluti Puccio

Visto che alle mie precedenti lettere non ho avuto mai risposta:

chiedo cortesemente, ai sensi della Legge 8 giugno 1990 n.142 e succ. mod.ni e della legge 7 agosto 1990 n.241 e succ. modif.ni, di avere risposte scritte( entro 60gg)alle domande formulate alla seguente e-mail –
(questa email viene trasmessa per conoscenza a avvocati e Onorevoli Deputati della Repubblica Italiana )
giovannipuccio@hotmail.com

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fonte: http://www.laleva.org/it/2008/08/sicilia_di_tumore_si_muore_di_meno_perch.html#more

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SCONFIGGERE IL CANCRO? … MISSIONE POSSIBILE

Giovanni Puccio, lo scienziato palermitano spina nel fianco della Medicina Ufficiale Internazionale

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E’ facile, fin troppo, in un mondo dominato da false verità e giochi di interessi più grandi di noi, distruggere con due parole un uomo piccolo, una goccia nel mare. Anche i giornali si sono sbizzarriti, più nei titoli, in verità, che nel contenuto degli articoli: Geometra palermitano ha scoperto la cura del cancro… Vaccino per il cancro inventato da un ex agente di legname… Scienziato fai da te ha scoperto la causa per il cancro… e via così.

Eppure, Giovanni Puccio, piccolo uomo palermitano dal cuore grande e dalla mente geniale, sta semplicemente dedicando la sua vita e le sue strane capacità al bene degli altri. Il pericolo è quello di trovarsi di fronte all’ennesimo ciarlatano, al mago di turno che sfrutta il dolore della gente? Giovanni Puccio non ha alcun interesse economico per quello che fa, anzi finora ci ha solo rimesso soldi, anni di tempo, notti insonni e persino posti di lavoro.

Personaggio scomodo, che qualche luminare preferisce consultare in privato per sconfessarlo poi in pubblico, personaggio cui tanti attingono per scoprirne le scoperte, facendone uso proprio e spacciandole per proprie.

Perché fa tanta paura Giovanni Puccio? Dà false speranze? Può far sì che la gente smetta di curarsi con le terapie ufficiali e ne muoia? Può scardinare un sistema medico-farmaceutico da stramiliardi? …

Questo e forse tanto altro ancora che sfugge a chi, come noi, è del tutto fuori da determinati meccanismi.

Nella migliore delle ipotesi, ci si chiede come mai nessuno, tra gli scienziati illustri che nel mondo, studiano cause e cure della patologia più crudele dei tempi moderni, sia arrivato alle semplici, quasi lapalissiane conclusioni dello studioso palermitano. Legittime perplessità.

Puccio parte dal presupposto che in natura v’è un equilibrio e che quando tale equilibrio viene meno è in natura stessa che deve esserci il modo per ripristinare lo stato precedente. Nulla di nuovo, naturalmente. Da questo ben noto e non rivoluzionario presupposto, Puccio partì osservando una muffa del legno, tenendo silenti una serie di pensieri che, di tanto in tanto, avvalorava studiando qua e là.

Poi, l’evento scatenante, la morte per cancro mai accettata della madre e l’inizio del turbinio mentale tra studi, analisi, domande, consultazioni che lo tenevano incollato ai testi sino ad essere dimenticato nelle biblioteche. Professori, medici delle varie discipline, biologi, esperti in settori apparentemente inconciliabili tra loro, furono tra le sue tante fonti di ricerca, analizzò casi, statistiche, dati e arrivò a una sua consapevolezza: tutti gli ammalati di cancro evidenziavano disturbi all’apparato digerente e in tutti v’era la presenza di uno stesso ceppo batterico. Capì che ogni organismo colpito da cancro presenta uno squilibrio elettrochimico cellulare che gli rende il sistema immunitario inefficiente. Si convinse che, se del cancro non si elimina la causa, non si può guarire definitivamente.

Depositò un volume, “Eziopatogenesi del cancro”, coi suoi studi, le analisi, le conclusioni cui era pervenuto, trovando estimatori nel mondo accademico e non. Fu invitato a congressi, simposi ed eventi vari, per lui fu fatta un’interrogazione al Parlamento siciliano… Ma la strada era lunga e irta di difficoltà. Negli anni, si sono alternati momenti di speranza e di fiducia e molti altri di sconfitte e delusioni. Lo hanno accostato amici e finti tali…

Puccio ha creato un vaccino e un Protocollo di Cura che qualsiasi medico può applicare, un Protocollo innocuo in grado di riequilibrare l’organismo malato.

Questa, quindi, la vera rivoluzione. Non aggredire l’organismo già debilitato dalla malattia, ma stimolarlo a difendersi per guarire.

Chiede spazio vitale Giovanni Puccio, la possibilità di sperimentazione, la necessità di testare il suo vaccino. La sua paura più grande è che la gente possa ancora morire ingiustamente senza neppure poter provare a salvarla. Alcuni malati terminali ai quali i medici hanno applicato il Protocollo Puccio sono guariti.

E’ una frase pesante da scrivere.

Ma poiché gli studi di Puccio sono alla portata di tutti persino su internet, così come il suo Protocollo, i rischi sono che qualcuno ne faccia mercificazione a proprio uso e consumo, magari, come già accade, modificando liberamente contenuti e cura imbastardendoli, oppure che i malati decidano di curarsi senza il supporto di un medico, come è malcostume della moda mediatica. Si sa per certe, ad esempio, che le necessarie analisi preliminari che possono servire anche come campanello d’allarme per attuare la prevenzione della malattia, già in alcuni laboratori hanno subito uno strano ed esagerato aumento di prezzo… Il silenzio ufficiale porta anche a questo.

Puccio non si rassegna all’importanza cui lo relegano e con cui le migliaia di persone e di medici che seguono i suoi principi di cura, cercandolo a tutte le ore del giorno e della notte. Curiosamente, ancora una volta, lo scienziato siciliano è ascoltato nel Nord Italia e nel resto del mondo, ma pochissimo nella terra sua. Una multinazionale americana di Medicina alternativa gli ha chiesto di andare a sperimentare in Guatemala, altri promettono, si mostrano interessati e poi spariscono nel silenzio, rubando ciò che Puccio non ha alcuna intenzione di tenere per sé. E’ strano, in un mondo che si trascina sull’interesse personale, credere a qualcuno che cerchi solo l’interesse di tutti.

Adesso è pronto un libro sulla storia di questo folle siciliano, un libro scritto col cuore da una penna “speciale”, dove si cerca di raccontare, finalmente, soltanto la verità. Una verità che sembra avere troppi nemici.

Abbiamo letto una frase del libro che ci ha colpiti: Da un’idea pazzesca può nascere la speranza (Claude Bernard)

Se lucidità è quella del pensiero dominante, confessiamo di sentire grande attrazione per la follia.

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Maddalena Blasco
Rivista Scirocco

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Scaricate qui il protocollo di cura di Giovanni Puccio

Il seguente protocollo sostituisce quello indicativo presente nel sito www.madonie.com/puccio. Esso deve essere allegato alla sintesi del protocollo scientifico presentato al 2° congresso mondiale di medicina naturale di rimini e deve essere sottoposto ad  un medico in quanto la terapia va eseguita sotto osservazione medica. Si fa presente che l’utilizzo del GSH  da supporto nelle varie  terapie oncologiche si sta diffondendo in tutto il mondo. recentemente  rivalutato dalla Sanità  Regionale Siciliana (vedi nuova scheda informativa  GSH 2500mg/25 ml iv  1 fl -fascia H ) inserita nel ptors con n. vo3ab32

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fonte: http://www.laleva.cc/cura/puccio_missione_possibile.html

Metodo Anti Cancro Giovanni Puccio su Rai Tre

L’uomo invisibile? Potrebbe diventare realtà: creato il meta-materiale che “piega” la luce

Un'immagine del film The Invisible Man

LONDRA (10 agosto) – Ci vorrà ancora un po’ di tempo prima di poter indossare il mantello che rende invisibili usato da Harry Potter per nascondersi dai nemici di Hogwarts. Ma i risultati raggiunti in un laboratorio di Berkeley hanno dell’incredibile.

La scoperta. I ricercatori dell’Università della California hanno creato la materia che potrebbe portare in un futuro non troppo remoto a una cappa dell’invisibilità. La meta-materia, realizzata grazia all’uso di nanotecnologie, riesce a controllare la direzione in cui si muove la luce, rendendo potenzialmente invisibile l’oggetto che si trova dietro a questo schermo. Qualche mese prima i ricercatori dell’Imperial College London erano riusciti a deflettere le microonde, forma di radiazione elettromagnetica come la luce che però sono più facili da manipolare vista la loro maggiore lunghezza d’onda.

La ricerca finanziata dal Pentagono, è stata resa pubblica sulle riviste scientifiche Science e Nature. Xing Zhang, che guida l’equipe californiana spiega: «Nel caso di cappe o scudi dell’invisibilità, il materiale dovrebbe piegare le onde luminose completamente attorno all’oggetto, come l’acqua di un fiume che scorre attorno a una roccia». Un osservatore, in quel caso, vedrebbe la luce che viene da dietro all’oggetto, facendolo scomparire alla sua vista.

I meta-materiali hanno il potere di catturare la radiazione elettromagnetica e deviarla progressivamente. Vengono creati grazie all’ingegneria delle nanotecnologie, che manipola la materia a livello di atomi e molecole. ricercatori di Zhang hanno dovuto lavorare su scale meno che microscopiche per sintetizzare il materiale che devia la luce, muovendosi in uno spazio, scrive il Sunday Times, di 0,00000066 metri, un’operazione impensabile prima dell’esplosione delle nanotecnologie.

Applicazioni militari. Secondo il Sunday Times la scoperta potrebbe portare a una nuova generazione di mezzi stealth, di aria ma anche di terra, che non sfuggono solo ai radar come gli attuali bombardieri in dotazione all’aviazione militare Usa, ma anche alla vista.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=29248&sez=HOME_SCIENZA

La Georgia chiede la tregua. I russi dicono: «Non ci risulta»

Truppe georgiane in ritirata

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Il presidente georgiano Saakashvili - foto Ap - 180*250 - 09-08-08

Il presidente georgiano Saskashvili
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Continuano le operazioni militari nel Caucaso. La Russia ha rivendicato di aver assunto il controllo della maggior parte di Tskhinvali, capitale della provincia autonoma georgiana dell’Ossezia del Sud, in lotta per la secessione con l’appoggio di Mosca: l’annuncio è venuto da Anatoly Nogovitsyn, portavoce del ministero della Difesa russo, il quale ha ammesso che la situazione rimane fluida e lungi dall’essersi stabilizzata. Inviati diecimila soldati, diretti a sud. Dalla Georgia invece arriva l’annuncio di aver chiesto ufficialmente alla Russia una tregua e di avere ordinato il cessate il fuoco. Ma l’ambasciata russa a Tbilisi ha smentito di avere ricevuto dal ministero degli esteri georgiano una nota che chiede il cessate il fuoco e immediate trattative di pace. Lo riferisce l’agenzia Interfax.

Le truppe georgiane avevano circondato e attaccato Tskhinvali nella notte fra giovedì e venerdì, strappandola poi ai miliziani secessionisti sud-ossetini. Nogovitsyn ha parlato puntualizzato che la città è controllata «dalle forze di pace» russe, come è tuttora chiamato il contingente d’interposizione mantenuto da Mosca nella provincia georgiana ribelle.

L’annuncio del ritiro delle truppe georgiane giunge dopo tre giorni di combattimenti seguiti al tentativo georgiano di prendere il controllo della repubblica separatista filorussa dell’Ossezia del sud. La mossa di Tbilisi ha provocato però una massiccia risposta militare russa, con attacchi anche sul territorio georgiano, e l’apertura di un nuovo fronte da parte dei separatisti dell’Abkhazia, altra repubblica georgiana filorussa L’Abkhazia ha infatti dichiarato lo stato di guerra. Il leader abkhazo Serghei Bagapsh ha dichiarato lo stato di guerra sulla maggior parte del territorio della repubblica secessionista per dieci giorni. Lo riferisce l’agenzia Itar-Tass. Da stamane, secondo fonti abkhaze, la gola di Kodori, dove
si trovano truppe georgiane, è sottoposta a pesanti bombardamenti.

Sabato la Georgia aveva offerto un cessate il fuoco alla Russia che aveva però chiesto prima un ritiro completo delle truppe georgiane sulla posizioni precedenti all’inizio delle ostilità. Il convoglio militare è stato visto muoversi attraverso il villaggio di Ergneti, in Georgia, pochi chilometri più a sud della capitale dell’Ossezia del sud Tskhinvali. Domenica il presidente georgiano Mikhail Saakashvili ha visitato la zona.

E Vladimir Putin è tornato a mostrare i muscoli. Il premier è volato direttamente da Pechino a Vladikavkaz, capitale dell’Ossezia del Nord, repubblica russa confinante con la regione separatista georgiana dell’Ossezia meridionale, che è la base di partenza dell’intervento militare contro la Georgia e anche il quartier generale delle operazioni di aiuto ai feriti e ai profughi dalle zone di guerra. Putin ha difeso l’intervento militare in Ossezia del Sud e la presenza russa in tutta la regione del Caucaso. Intervento, ha detto, «non solo del tutto fondato e legittimo dal punto di vista giuridico, ma anche necessario» per il ripristino della pace nella regione. Durante una riunione con i responsabili militari e gli addetti dei vari ministeri che coordinano dall’Ossezia settentrionale le operazioni russe, Putin è stato durissimo con le autorità di Tbilisi, pur non citando mai direttamente il presidente Mikheil Saakashvili. «Le azioni georgiane in Ossezia del Sud sono un crimine – ha affermato il premier – e innanzitutto un crimine contro il proprio popolo».

L’ex leader del Cremlino ha esortato le autorità georgiane «ad interrompere immediatamente l’aggressione contro l’Ossezia del Sud, a interrompere le violazioni di tutti gli accordi vigenti e a considerare con rispetto i legittimi diritti e gli interessi degli altri popoli». Intanto la presidenza, da Mosca, faceva sapere di non avere ricevuto la proposta di tregua di Mikheil Saakashvili (che invece l’aveva chiesta direttamente a Medvedev) e che comunque per avviare negoziati serve prima il ritiro delle truppe georgiane dall’Ossezia meridionale.

Sul “piano governativo”, il premier ha annunciato un programma di aiuti «per la ricostruzione dell’Ossezia meridionale», dove è in corso «una catastrofe umanitaria». Gli aiuti economici previsti «per la prima fase» sono di 10 miliardi di rubli (circa 275 milioni di euro), più eventuali altri 500 milioni. Dal canto suo, la Georgia «si trova in Stato di guerra», ha dichiarato il presidente georgiano Mikhail Saakashvili, convocando una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza, «per discutere dell’aggressione russa alla Georgia». E ha chiesto al Parlamento di introdurre la legge marziale nella repubblica caucasica. La decisione è stata annunciata nel corso di una riunione del Consiglio per la sicurezza nazionale mentre si intensificano i combattimenti con le forze russe che difendono la repubblica separatista dell’Ossezia del sud. «Ho firmato il decreto sullo stato di guerra e ho chiesto al Parlamento di approvare la legge marziale», ha annunciato Saakashvili in un discorso trasmesso in diretta tv, «la Georgia è in uno stato di totale aggressione militare». Saakashvili ha poi definito «menzogne plateali» le notizie secondo cui negli scontri nell’Ossezia del Sud ci sarebbero state 1.500 vittime, come denunciato da fonti di Mosca e di Tskhinvali. «Praticamente non ci sono stati civili uccisi». Infine il presidente ha chiesto una tregua immediata e l’avvio della smilitarizzazione in Ossezia del Sud. «Proponiamo di cessare immediatamente il fuoco e di avviare il ritiro delle truppe dalla linea di conflitto», ha dichiarato il capo di stato durante una conferenza stampa a Tbilisi. In serata, Saakashvili ha chiesto agli atleti a Pechino per le Olimpiadi di «restare e lottare per l’onore del Paese», dopo che si era diffusa la notizia del loro ritiro.

Secondo il ministro degli esteri russo Serghei Lavrov invece gli scontri di venerdì avrebbero provocato 1.500 morti negli scontri di venerdì a Tskhinvali. Anche coloro che «hanno venduto le armi alla Georgia» devono essere ritenuti parzialmente responsabili degli avvenimenti in Ossezia del sud, in una chiara allusione agli Stati Uniti.

Dagli Usa la risposta non tarda ad arrivare. Bush, nei suoi colloqui e in una dichiarazione pubblica, ha sottolineato che l’estendersi del conflitto ad altre zone della Georgia, oltre all’Ossezia del Sud, «segna un’escalation pericolosa della crisi», che mette in pericolo «la pace nella regione». E aggiunge che il conflitto «minaccia seriamente i rapporti» tra Usa e Russia. Poi continua: si tratta di una situazione «che può essere risolta pacificamente», ha aggiunto, ma solo a condizione che i russi si fermino e si torni «allo status quo del 6 agosto».

Per raggiungere una tregua, il 13 agosto a Bruxelles è in programma un vertice sul conflitto in Georgia: lo hanno reso noto fonti comunitarie, secondo cui alla riunione di crisi di mercoledì prossimo, convocata in via d’urgenza, parteciperanno i ministri degli Esteri dei Ventisette. E’ poi anche possibile che, su richiesta della Polonia, la Francia convochi un Consiglio Europeo straordinario a livello di capi di Stato e di governo. Frattanto il cancelliere tedesco Angela Merkel ha avuto una conversazione telefonica con il presidente francese Nicolas Sarkozy, durante la quale ha invocato un «cessate-il-fuoco immediato e incondizionato» nella Repubblica caucasica.

Il Papa domenica 10 agosto durante ll’Angelus chiede di deporre le armi: «Cessate le operazioni militari»

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Le azioni militari

Mappa Ossezia e Georgia - foto internet

Mappa del Caucaso
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All’alba di sabato 9 agosto i caccia di Mosca hanno bombardato la capitale georgiana Tbilisi. Il Parlamento e altri edifici governativi sono stati evacuati. I bombardamenti russi hanno distrutto le infrastrutture di Poti, il più grande porto della Georgia sul Mar Nero. Secondo testimoni citati dall’agenzia Interfax, dei camion senza targhe e con a bordo un presunto carico di armi della Nato sarebbero partiti da Batumi, nei pressi del confine con la Turchia, in direzione dell’Ossezia del sud. Sempre secondo i testimoni, la Turchia, paese membro della Nato, avrebbe inviato unità navali sul Mar Nero in prossimità della zona di crisi. La Russia ha confermato l’abbattimento di due suoi aerei militari da combattimento in Ossezia del Sud e precisa che sono 12 i soldati russi uccisi e 150 i feriti nel corso degli scontri con le forze georgiane. A ufficializzare i dati sulle perdite russe è lo Stato maggiore delle Forze armate russe, che precisa: «non siamo in guerra con la Georgia». Gli aerei precipitati sono un Su-25 e un Tu-22, riferisce l’agenzia stampa Ria Novosti. Ma secondo Tbilisi, sarebbero 10 gli aerei russi abbattuti.

Aerei militari russi avrebbero bombardato la gola di Kodori, al confine amministrativo con l’Abkhazia, dove si trovano le forze georgiane e dove i veterani abkhazi insistono sul concreto rischio di un attacco da parte georgiana e chiamano alla mobilitazione generale. L’Abkhazia è l’altra repubblica georgiana ribelle che ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza nei primi anni ’90, dopo una guerra di secessione contro TbilisiShamba. Oltre 30.000 persone sono fuggite dall’Ossezia del Sud, dove si intensificano le operazioni militari georgiane e dove stanno arrivando in gran forza unità dell’esercito russo. «Dal 2-3 agosto 20.000 persone si sono rivolte ai servizi immigrazione russi dall’Ossezia del Sud e durante le ultime 36 ore oltre 30.000 persone hanno varcato il confine con la Russia», ha riferito il capo dell’apparato governativo russo Serghei Sobianin al presidente Dmitri Medvedev. La maggioranza degli abitanti dell’Ossezia meridionale hanno ottenuto passaporto russo dopo il conflitto di inizio anni novanta. Il ministero delle situazioni di Emergenza, l’equivalente della Protezione Civile, sta allestendo nelle immediate vicinanze del confine con l’Ossezia meridionale campi profughi e punti di prima accoglienza, verso i quali continuano ad affluire gli sfollati.

Quanto alla capitale Tskhinvali non è chiaro chi ne abbia il controllo. Venerdì era stata occupata dalle truppe russe ma Saakashvili in serata ha detto che le sue forze la controllano totalmente. Poco dopo, la portavoce del governo ribelle, Irina Gogloieva, ha tuttavia sostenuto l’esatto contrario. Dopo una giornata di scontri, i dirigenti sudosseti parlano di una devastazione quasi totale della città. Immagini televisive hanno mostrato carri armati georgiani in fiamme, molti palazzi in rovina, una postazione delle forze di pace della Comunità di stati indipendenti (Csi, l’organismo nato sulle ceneri dell’Urss) distrutta dal fuoco degli assalitori. Sono stati i reparti della 58esima armata russa di stanza nel Caucaso del nord ad entrare in Ossezia del sud – formalmente territorio georgiano – iniziando ad occupare la capitale. Hanno aperto il fuoco sulle postazioni nemiche, in quello che è il primo scontro diretto fra i due eserciti. Saakashvili ha rivolto un appello televisivo per la mobilitazione totale, e ha annunciato che intende richiamare in patria metà del contingente di circa 2.000 uomini inviato in Iraq. Per questo ha chiesto anzi l’aiuto degli americani. Chiede inoltre alla comunità internazionale di prendere posizione sulla violazione del suo territorio da parte delle forze armate russe. Ma la vicenda è diplomaticamente complessa: circa il 90% dei cittadini sudosseti ha cittadinanza russa.

Al momento è difficile valutare le conseguenze della crisi. Mosca aveva più volte avvertito Saakashvili che un ricorso alla forza avrebbe spinto la Russia ad azioni militari, e non è affatto chiara la logica sia bellica che politica del gesto georgiano. Gli Stati Uniti comunque non hanno voltato le spalle a un alleato rivelatosi negli ultimi mesi sempre più scomodo (nel novembre scorso Saakashvili aveva reagito a manifestazioni di protesta con brutali repressioni e l’introduzione dello stato di emergenza, e nelle elezioni presidenziali di gennaio il sospetto di brogli è stato alto). Il segretario di stato Condoleezza Rice ha detto che Mosca deve fermare gli attacchi e richiamare le proprie forze.

Una delegazione congiunta di rappresentanti dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e della Nato, è partita per la Georgia per cercare una mediazione sul cessate il fuoco. Lo ha annunciato il segretario alla difesa britannico Des Browne. «Sabato sera una delegazione di rappresentanti di Usa, Ue, Osce e Nato si reca i Georgia nel tentativo di mediare per il raggiungimento del cessate il fuoco».

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Pubblicato il: 09.08.08
Modificato il: 10.08.08 alle ore 17.36

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77884

Morti sul lavoro o sulle strade. Quelle vittime di serie B

MAPPE. I decessi che non fanno paura agli italiani

https://i0.wp.com/www.corriere.it/Fotogallery/Tagliate/2007/05_Maggio/01/SOR/06.JPG

di ILVO DIAMANTI

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Siamo una società insicura, tanto abituata a sentirsi tale da non farci neppure caso. Insicura per default. Abbiamo molte paure che tracimano in un unico bacino, nel quale si deposita un sentimento inquieto. Una paura di fondo. Che ci accompagna dovunque. Non ci lascia mai soli. Anche se non ne siamo consapevoli. Eppure non tutte le paure sono uguali, hanno la stessa dignità, la stessa audience e la stessa evidenza mediatica. Il medesimo impatto politico. Quando si parla di “paura”, per esempio, oggi pensiamo immediatamente all’incolumità personale.

E quando pensiamo alla incolumità personale pensiamo immediatamente alla criminalità, comune ed eccezionale, che ci minaccia dovunque. Da vicino. Noi, i nostri cari, le nostre abitazioni. Ladri, aggressori, violentatori, rapinatori, pedofili. Perlopiù, stranieri, immigrati e zingari. Gli “altri” per definizione. Siamo eterofobi. Temiamo di essere insidiati, che i nostri figli e i nostri familiari vengano aggrediti. Dagli altri. Per questo gran parte degli italiani guarda con favore all’impiego sul territorio di esercito, polizia, ronde padane e democratiche. Tutto quanto renda “visibile” la sorveglianza sulla nostra incolumità. Sulla nostra sicurezza. A prescindere dall’efficacia che realmente sono in grado di garantire.

Preoccupano di meno, invece, altri rischi che incombono sulla nostra vita. E sulla nostra morte. Gli infortuni sul lavoro. Gli incidenti che avvengono sulla strada. Per non parlare di quelli domestici. I quali avvengono, cioè, tra le mura delle nostre abitazioni. Eventi tragici che ricevono, perlopiù, evidenza minore sui media. Salvo che in situazioni molto particolari.

L’esplosione alla ThyssenKrupp, che ha provocato la morte di 7 operai. Oppure l’incidente (auto) stradale in cui, qualche giorno fa, sono decedute 7 persone presso Treviso. O, ancora, quello di cui è stato vittima Andrea Pininfarina. Imprenditore di grande qualità manageriale (e, ancor prima, umana), alla guida di una grande azienda legata all’industria dell’auto.

Casi eccezionali, per le proporzioni dell’evento o per la specifica identità della vittima. Mentre, in generale, all’emozione del momento subentra, rapida, la rimozione. Un sentimento di sottile fastidio, non dichiarato e neppure ammesso. Quasi che quegli avvenimenti non ci coinvolgessero in modo diretto. Eppure, ogni giorno in Italia (dati Istat per ACI) si verificano oltre 600 incidenti che causano la morte di circa 15 persone e il ferimento di 800. Nel complesso, in media, ogni anno, sulle strade, decedono circa 5mila persone, mentre 300mila subiscono traumi e lesioni di diversa gravità.

Quanto agli incidenti sul lavoro
(fonte INAIL), provocano circa 1000 morti ogni anno. Nel 2008, fino ad oggi, oltre 400 persone sono morte di lavoro, mentre 11mila sono rimaste ferite o invalide.

Come ha rammentato di recente il Censis,
rispetto agli omicidi, i morti sul lavoro sono quasi il doppio e i decessi sulle strade otto volte di più. Tuttavia, il grado di visibilità offerto dai media è inverso rispetto alla misura di questi tipi di episodi. Non c’è paragone. Vuoi mettere i delitti di Cogne e Perugia? La tragica aggressione avvenuta nel quartiere romano della Storta? Fa eccezione la saga delle “morti del sabato sera”. Un serial che si ripete, perché evoca altri scenari, più attraenti. La gioventù bruciata dai rave tossici consumati nelle discoteche o in altri luoghi di perdizione. Ma, per il resto, è un basso continuo. Da cui si stacca qualche onda episodica, destinata a venire riassorbita da un solido senso di abitudine.

Il fatto è che le morti sul lavoro e, ancor più, sulle strade incombono su di noi. Sui nostri familiari. Perché i luoghi di lavoro ma, soprattutto, le strade, in Italia, sono fra gli ambienti più insicuri d’Europa. Lavorare è pericoloso. Da noi più che altrove. Per diverse ragioni, per diverse cause. Per colpa dei contesti. Le aziende, i luoghi di lavoro, dove il rispetto delle regole e delle condizioni di sicurezza è spesso disatteso. E gli stessi lavoratori, talora, le disattendono. Perché costretti. Ma anche per abitudine e imprudenza routinaria. (Molte vittime, peraltro, sono lavoratori autonomi).

Circolare è altrettanto – forse più – pericoloso. Di nuovo: per lo stato della nostra rete viaria. E per la generale e generalizzata tendenza a bypassare le regole. D’altronde, chi si sentirebbe “colpevole”, peggio, un criminale per aver parcheggiato in doppia fila o per aver attraversato col rosso? Colpa dello Stato. Lo stesso che ci costringe a “evadere” le tasse. Per legittima difesa.

Non fanno paura, i luoghi di lavoro, agli italiani, quanto le proprie case. Dove temono di venire aggrediti e derubati dagli “altri”. (Ma la maggior parte delle aggressioni e delle violenze avvengono per mano di familiari e vicini di casa). Egualmente per quel che riguarda le strade: sono più preoccupati quando le attraversano da soli, a piedi, magari a tarda ora, piuttosto che in auto o in moto. A grande velocità.

E’ probabile che questo orientamento rifletta una consolidata definizione dei fattori di rischio. Morire per il lavoro lascia, ogni volta, un vuoto incolmabile. Però, in fondo, è “socialmente” sopportato. Nonostante la reazione costante di molte autorevoli voci (per prima quella del Presidente della Repubblica). Perché il lavoro è necessità, ma anche virtù e valore. Mezzo per vivere e ragione di vita. Per questo, morire sul lavoro, è doloroso. Un abisso. Ma ha “senso”. Come un male incurabile.

Morire o ammazzare altre persone sulle strade. Ha meno “senso”. Però è accettato. Non quando ci tocca di persona, ovviamente. Ma quando ne sentiamo gli echi sui media. Ce ne facciamo una ragione. Perché viaggiare in auto o in moto comporta rischi calcolati. Accentuati dalla diffusa e regolare “irregolarità”. Quelli che viaggiano senza cinture, quelli che telefonano alla guida, quelli che se ne sbattono dei limiti di velocità, quelli che fanno zig-zag su strade e autostrade, per superare chi sta di fronte. Non sono considerati “criminali”. Ciò che fanno non è ritenuto un atto “criminoso”.

Nessuno, di conseguenza, invoca le camicie verdi a presidiare i luoghi di lavoro, per assicurare il rispetto delle norme di sicurezza. Per controllare e denunciare imprenditori o lavoratori “non in regola”. E nessuno invoca l’intervento dell’esercito sulle strade a scoraggiare comportamenti criminosi (che, d’altronde, non sono considerati tali).

Morire sul lavoro o sulle strade non fa spettacolo e non sposta voti. Non favorisce il governo né l’opposizione. Né la destra né la sinistra. Perché al centro di questi reati, di queste trasgressioni non sono gli altri. Siamo noi, i nostri valori, le nostre abitudini, i nostri stili di vita. Per cui, facciamoci coraggio: nei cantieri e sulle strade vi saranno ancora vittime. Troppe. Accompagnate da molto dolore, un po’ di rabbia e tanta rassegnazione.
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10 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/cronaca/incidenti-lavoro-6/mappe-10ago/mappe-10ago.html?rss

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L’intervista. Il superstite della Thyssen, Antonio Boccuzzi
“Nessun altro Paese ha statistiche dettagliate con le nostre”

https://i1.wp.com/www.repubblica.it/2008/02/sezioni/politica/verso-elezioni-3/candidato-thyssen/foto_12219574_29150.jpg

“In Italia c’è una strage e lui gioca con le cifre”

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di LORENZA PLEUTERI

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TORINO – Amarezza, rabbia tenuta a freno, il pensiero che corre dritto ai troppi morti sul lavoro e alle loro famiglie, l’ottica di chi cerca di operare in chiave costruttiva. L’onorevole del Pd Antonio Boccuzzi, l’operaio scampato alla strage della ThyssenKrupp di Torino, si deve far rileggere due volte le dichiarazioni del sottosegretario alle Infrastrutture Roberto Castelli e le esternazioni sulle “statistiche fasulle” diffuse dall’Inail. “Non credevo sarebbe sceso a tanto, dopo le recenti gaffe di altri esponenti del governo. È l’ennesima caduta di stile di un membro di questo esecutivo”.

Come risponde?
“L’idea di legare un dramma così grande a tabelle e statistiche, da Castelli usate in modo pretestuoso e distorto, mi fa rabbrividire. Il problema non è questa o quella cifra. Il problema è che si parla di persone, che siano cento o mille, che muoiano in un altoforno o sulla strada che sono costrette a percorrere per andare a guadagnare il pane”.

Secondo Castelli è un paradosso contare anche le vittime di incidenti stradali.
“Nessun altro Paese europee ha statistiche complete e dettagliate come le nostre. I dati sono esposti chiaramente dall’Inail. Non è possibile equivocare, a meno che non si voglia farlo. I morti in itinere, nel tragitto da casa al lavoro e viceversa, sono intorno al 20-25 per cento. Castelli credo che consideri, sbagliando, il numero complessivo dei lavoratori deceduti in incidenti stradali. Ma in questa voce c’è anche chi perde la vita in servizio perché fa il camionista o il fattorino, guida il bus, conduce un taxi. È lui, allora, in malafede. Un Paese con quattro morti di lavoro al giorno, come è il nostro, ha lacune gravissime. Anche un solo morto sarebbe troppo. Riflettiamo su questo e diamoci da fare. Polemizzare, come Castelli, non porta a niente. L’obbiettivo comune dovrebbe essere lo stesso: ridurre gli infortuni, azzerare i decessi”.

Con quali strategie, con quali scelte?
“Va mantenuto e non smantellato, come tenta di fare il governo Berlusconi, il Testo unico sulla sicurezza. E bisogna dare impulso al contrasto al lavoro nero, invertendo la tendenza opposta in atto. Castelli dovrebbe anche dire, se vuole davvero essere preciso, che dalle statistiche ufficiali restano esclusi gli “invisibili”, le persone sfruttate senza contratti e senza diritti”.

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7 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/cronaca/incidenti-lavoro-6/strage-cifre/strage-cifre.html

Pontida, Bossi torna sulle barricate: “Il dito medio ce l’abbiamo ancora”

SE QUESTA NON E’ LA MINACCIA DI UNA GUERRA CIVILE, ALLORA COS’E’?

mauro

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Il leader leghista alla festa del partito: “La lotta per la libertà continua”
Applausi e proclami: “Se il federalismo non sarà approvato, tutti a Roma”

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Pontida, Bossi torna sulle barricate "Il dito medio ce l'abbiamo ancora"

Umberto Bossi

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PONTIDA (Bergamo) – Al congresso della Liga Veneta l’aveva alzato contro l’inno di Mameli. Stasera, alla festa del Carroccio a Pontida, nella terra che ospitò il giuramento della Lega, Umberto Bossi, ministro delle Riforme, è tornato a parlare del “dito medio”: “Ce lo abbiamo ancora. Non sarà un’accusa che riuscirà a fermare la nostra lotta per la libertà”, ha detto riferendosi al procedimento aperto nei suoi confronti per il gestaccio di Padova.

Bossi ha ribadito un concetto che da tempo esprime nei suoi interventi pubblici: “Abbiamo fatto un errore madornale a seguire Garibaldi e i Savoia. Ora dobbiamo rimediare. Io non mollo. Non me ne andrò dalla politica fino a quando il Nord non sarà libero”.

Dal palco, Bossi ha parlato di lotta e liberazione: “Alla fine vinceremo” ha detto strappando un applauso. Il federalismo resta per la Lega tema prioritario: “Con la sinistra abbiamo trattato per il federalismo. Vediamo se mantengono la parola. Mi auguro che il nuovo sistema politico sia approvato, ma non spendete tutti i soldi”, ha detto il Senatur al popolo “verde”. “Se non approvano il federalismo, dovete venire a Roma in massa per far sentire la vostra voce. Se non c’è il federalismo, c’è la lotta di liberazione”.

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9 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/politica/giustizia-9/bossi-dito-medio/bossi-dito-medio.html?rss

Mosca continua a bombardare. Ai Giochi abbraccio sul podio tra atleta russa e georgiana

La guerra separa, lo sport unisce. E’ il messaggio che Natalia Paderina e Nino Slukvadze rispettivamente medaglia d’argento e di bronzo nel tiro a segno. Continuano i bombardamenti russi nelle gole di Kodori

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Tbilisi, 10 agosto 2008 – Continuano i bombardamenti russi nelle gole di Kodori, unica area della repubblica separatista d’Abkhazia controllata dai georgiani. Lo ha dichiarato il portavoce del ministero dell’Interno georgiano, Shota Utiashvili, che ha aggiunto che anche la regione di Zugdidi, non lontana dall’Abkhazia, sarebbe ora sotto i bombardamenti russi.

La Georgia ha accusato la Russia di aver attaccato le gole di Kodori, ma le autorità della repubblica separatista hanno dichiarato che gli attacchi sono stati condotti dall’esercito abkhazo, non dalle forze spedite da Mosca.

ALTRI 10.000 SOLDATI RUSSI IN OSSEZIA E ABKHAZIA

Altri 10.000 soldati russi sono penetrati oggi in territorio georgiano. Stando a quanto annunciato dal governo di Tbilisi in una nota, 6.000 soldati sono arrivati nella regione separatista filo-russa dell’Ossezia del sud, mentre i restanti 4.000 sono arrivati a bordo di navi di guerra nell’altra regione separatista georgiana dell’Abkhazia.

Un portavoce del ministero dell’Interno georgiano, Shota Utiashvili, aveva riferito alla Bbc di 10.000 soldati russi al confine. Lo stesso portavoce ha annunciato il ritiro delle truppe georgiane dall’Ossezia.

TIRO A SEGNO: GEORGIANA E RUSSA, ABBRACCIO SUL PODIO

La guerra separa, lo sport unisce. E’ il messaggio che Natalia Paderina e Nino Slukvadze hanno voluto lanciare da Pechino. La prima russa, la seconda georgiana: rispettivamente medaglia d’argento e di bronzo nel tiro a segno, specialità ‘pistola da 20 metri femminile’, ai Giochi olimpici cinesi. Le immagini del loro lungo abbraccio sul podio, mostrate anche da Eurosport, cominciano a fare il giro del mondo.

Le due atlete, evidentemente commosse, prima si sono strette la mano, poi si sono lasciate andare a un lungo abbraccio. Un gesto di distensione, mentre continuano le ostilità tra i loro paesi.

LA GEORGIA RESTA AI GIOCHI

La decisione, sofferta, è arrivata nel cuore della notte: gli atleti georgiani non lasciano Pechino, nonostante la grande preoccupazione per quanto sta accadendo in patria. La Georgia è, di fatto, in guerra con la Russia: le notizie di sangue e morte arrivano fino in Cina e tengono in ansia la delegazione georgiana. Ma alla fine il comitato olimpico nazionale ha deciso che loro, gli atleti, continueranno a gareggiare. E così, questa mattina, è arrivata anche la prima medaglia. Nino Salukvadze, che ha partecipato alla prova di tiro a segno femminile, specialità pistola da 20 metri, ha conquistato il bronzo, con il punteggio finale di 487,4. Preceduta dalla cinese Wenjun Guo e, ironia della sorte, dalla russa Natalia Paderina.

Una medaglia di bronzo di cui gioire ma che probabilmente non sarà festeggiata a dovere. Troppo preoccupanti le notizie che arrivano da casa: la crisi dell’Ossezia del sud rischia di allargarsi. Nuovi bombardamenti sono stati compiuti ieri sera in Abkhazia, nelle gole di Kodori, unica parte della Repubblica separatista dell’Abkhazia controllata dai georgiani e già attaccata nel corso della giornata.

Ieri il primo ministro russo Vladimir Putin ha difeso l’intervento militare in Ossezia del Sud e la presenza russa in tutta la regione del Caucaso. Intervento, ha detto, “non solo del tutto fondato e legittimo dal punto di vista giuridico, ma anche necessario” per il ripristino della pace nella regione.
Per il presidente della Georgia, Mikheil Saakashvili è “al 100% un’aggressione brutale e non provocata da parte delle forze russe”.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/08/10/110589-mosca_continua_bombardare.shtml

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Georgia-Russia, abbraccio sul podioL’abbraccio sul podio della pistola da 10 metri tra la russa Natalia Paderina (a sinistra) e la georgiana Nino Salukvadze. La Paderina ha vinto l’argento e la georgiana il bronzo. Nella notte, la squadra georgiana ha deciso di non ritirarsi nonostante il gravissimo conflitto in corso con Mosca. Dopo la decisione, la Salukvadze è andata a gareggiare ed è risalita dal quarto al terzo posto nella competizione vinta dalla cinese Guo. Poi l’abbraccio sul podio con la “nemica”: “‘E’ stato molto bello da parte sua venire da me dopo la finale per stringermi la mano”

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/08/olimpiadi/gallerie/russia-georgia/russia-georgia/1.html

Le morti sul lavoro non vanno in ferie: altre due vittime

salerno reggio calabria, incidente sul lavoro
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Ancora incidenti sul lavoro. Un uomo di 38 anni è morto schiacciato da un escavatore mentre lavorava alla costruzione di una fognatura in un terreno agricolo a Gallinaro, un piccolo paese della Valcomino, in provincia di Frosinone.

Ad accorgersi dell’incidente sul lavoro subito da Maurizio Vecchioni sono stati alcune persone vicine al campo che hanno chiamato il 118 di Frosinone. All’arrivo dei soccorritori l’uomo era già morto e il medico non ha potuto far altro che costatarne il decesso. I carabinieri stanno accertando le modalità dell’incidente.

Un altro operaio è morto
nei pressi di Chivasso (Torino) dopo essere stato travolto da un’automobile mentre svolgeva dei lavori su una strada statale: per la procura di Torino non si tratta però di un incidente stradale, ma di un vero e proprio incidente sul lavoro, e per questa ipotesi di reato ha aperto un fascicolo di indagine.

La vittima, di 48 anni,
era un dipendente della ditta Sirti, incaricata da Fastweb della posa e della manutenzione dei cavi telefonici e si trovava sul posto insieme a un collega. L’incidente è avvenuto mentre, a lavoro finito, si stava lavando le mani. Adesso il pm Raffaele Guariniello intende verificare il rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro: il compagno dell’operaio, dopo qualche ritrosia iniziale, ha ammesso – secondo quanto si è appreso – che il cantiere non era adeguatamente segnalato. Bisogna capire, dunque, se oltre alle eventuali responsabilità dell’automobilista ce ne siano altre. I due erano sul posto perché la Provincia aveva chiesto di migliorare la copertura dei cavi.

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Pubblicato il: 09.08.08
Modificato il: 09.08.08 alle ore 20.04

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77885