Archivio | agosto 14, 2008

Un altro martire

antonio_gava.jpg

Antonio Gava, scomparso l’8 agosto all’età di 78 anni dopo una lunga malattia, è stato uno dei più potenti uomini politici del dopoguerra, più volte ministro ed esponente della Democrazia Cristiana.
Imputato eccellente di uno dei più grossi processi effettuati dallo Stato contro la Camorra, non era ancora morto che in molti lo hanno già dichiarato Santo, una vittima della “stagione del giustizialismo“.

Pubblico un articolo di Marco Travaglio sull’argomento, apparso sull’Unità di oggi, 10 agosto 2008, che condivido pienamente.

“Per Berlusconi, Antonio Gava era «integerrimo» e «la sua morte non cancella il torto che ha subìto: il calvario giudiziario di 13 anni che ne ha minato la salute e si è concluso con la piena assoluzione da un’accusa infamante e infondata». Per il ministro-kiwi Rotondi, l’artefice del «Rinascimento di Napoli».
Per Piercasinando, fu vittima della «stagione del giustizialismo». Per l’emerito Cossiga, «uno dei tanti perseguitati dalla magistratura militante». Per l’ex ministro della Giustizia Mastella, «fu fiaccato da pesanti accuse che si sono dimostrate del tutto inesistenti, da teoremi poi tutti smentiti». Per quella testa fine di Bobo Craxi, «quando a Napoli c’erano uomini come Gava la monnezza non c’era» (infatti lo chiamavano “Fetenzia”). Il professor Galasso lo definisce «integerrimo» e «uscito sempre benissimo da qualsiasi aula di tribunale». Il presidente Napolitano denuncia «le difficili prove personali». Ora, prima che lo scomparso Padre della Patria venga beatificato, con strade e piazze intestate a suo nome, è forse il caso di ricordare un paio di dettagli, tratti dalle sentenze che tutti citano e che nessuno ha letto. Il primo processo a Gava, per ricettazione, portò alla sua condanna a 5 anni in primo grado, poi ridotti a 2 in appello (la Cassazione derubricò il reato in corruzione e fece scattare la prescrizione: dunque era colpevole di tangenti, ma la fece franca). Il secondo, quello per concorso esterno in associazione camorristica in seguito alle accuse dei boss pentiti Galasso e Alfieri, si chiuse con una assoluzione definitiva e un risarcimento per ingiusta detenzione. Ma basta leggerla (il sito societacivile.it ne pubblica ampi stralci) per comprendere che il processo fu doveroso, l’accusa si basava su fatti concreti e documentati: «Ritiene la Corte -­ scrivono i giudici di Napoli – che risulti provato con certezza che il Gava era consapevole dei rapporti di reciprocità funzionali esistenti tra i politici locali della sua corrente e l’organizzazione camorristica dell’Alfieri, nonché della contaminazione tra criminalità organizzata e istituzioni locali del territorio campano; è provato che lo stesso non ha svolto alcun incisivo e concreto intervento per combattere o porre un freno a tale situazione, finendo invece con il godere dei benefici elettorali da essa derivanti alla sua corrente politica: ma tale consapevole condotta dell’imputato, pur apparendo biasimevole sotto il profilo politico e morale, tanto più se si tiene conto dei poteri e doveri specifici del predetto nel periodo in cui ricoprì l’incarico di ministro degli Interni, non può di per sé ritenersi idonea ed affermarne la responsabilità penale». Ancora: «L’imputato aveva piena consapevolezza dell’influenza esercitata dalle organizzazioni camorristiche operanti in Campania sulla formazione e/o l’attività e del collegamento dei politici locali con i camorristi, sicché non potrebbe neanche ritenersi che egli si sia interessato della politica locale senza rendersi conto del fenomeno della compenetrazione della camorra nella vita politica, alla cui gestione avrebbero provveduto, a sua insaputa, gli esponenti locali della corrente… Appare evidente che la consapevolezza da parte dell’imputato dell’infiltrazione camorristica nella politica campana, insieme allo stretto rapporto mantenuto con gli esponenti locali della sua corrente e con le istituzioni politiche del territorio medesimo, nonché all’omissione dei possibili interventi di denuncia e lotta al sistema oramai instauratosi in zona, costituiscono elementi indiziari di rilievo da cui potersi dedurre la compenetrazione dell’imputato nel sistema medesimo, secondo quanto posto in rilievo dalla Pubblica Accusa… Il Gava non risulta essersi concretamente attivato, quale capocorrente della Dc o nelle sue funzioni ministeriali, per porre un argine al fenomeno della contaminazione politica-criminalità nel territorio campano; come nessuna iniziativa ha adottato per la sospensione dei consiglieri comunali, di cui pur conosceva la contiguità alla camorra, sospensione resa possibile dalla Legge entrata in vigore quando era ancora ministro degli Interni». Insomma, il ministro dell’Interno Gava stava con lo Stato, ma anche con la camorra. Se questo, per dirla col professor Galasso, è «uscire benissimo da ogni aula di tribunale», allora una strada non basta. Gava merita almeno un monumento equestre.”

fonte: Antonio Di Pietro

10 agosto 2008

Dal Loft al Lost

Di Pietro ha depositato il quesito referendario per abrogare il Lodo Alfano: servono 500 mila firme entro il 30 settembre per votare nel 2009 insieme al referendum elettorale, altrimenti tutto slitta al 2010. Intanto il Pd tenta di raccogliere 5 milioni di firme sotto l’appello “Salva l’Italia”. In un paese serio le due opposizioni si aiuterebbero nelle rispettive raccolte. Invece Uòlter ha subito stroncato l’iniziativa dell’(ex?) alleato, che pure nel Pd aveva già riscosso importanti adesioni (Parisi e Monaco) e pre-adesioni (Bersani e Tenaglia). Le spiegazioni del Loft, sempre più Lost, sono curiose.

1) Non si deve ridare centralità alla polemica antiberlusconiana”. Chissà perchè: da novembre, quando scelse il dialogo con Berlusconi, il Pd non ha avuto che guai. Il dialogo porta sfiga.

2) Le priorità sono altre: salari, crescita”. Sta di fatto che, sondaggi alla mano, la misura più impopolare del governo è stata finora l’impunità alle alte cariche osteggiata dal 70-80% degli italiani, che ha fatto crollare del 10% la fiducia nel premier.

3) La giustizia nel suo complesso non si affronta coi referendum”. Ma qui nessuno vuol affrontare la giustizia nel suo complesso: solo cancellare una legge immonda con l’unico strumento possibile, visto il rapporto di forze in Parlamento.

4) Poi non si fa il quorum e lui diventa invincibile”. Più invincibile di così, sarà difficile. E poi perché non provarci? Un pacchetto referendario per restituire potere di scelta agli elettori e per una giustizia uguale per tutti diventerebbe un formidabile testa d’ariete contro i privilegi di Casta. Schiaccerebbe sulla Casta la destra, che prevedibilmente tra pochi mesi sarà in difficoltà per la crisi economica. Mobiliterebbe un fronte trasversale di cittadini. E riconcilierebbe il Pd con elettori insoddisfatti, girotondi e grillini, bollati come “antipolitici” sol perché chiedono una politica diversa.

5) Non si va a rimorchio di Di Pietro”. Ma, se sposasse il referendum, sarebbe il Pd ad assumere il comando, visto che Idv ha (per ora) un settimo dei suoi voti. Perché non usare per le firme “utili” del referendum la macchina organizzativa messa in piedi dal Pd per una petizione inutile?

6) E’ un autogol che fa il gioco di Berlusconi”. Strano: i leader e gli house organ del Pdl sparano a palle incatenate su Di Pietro e sul referendum, mentre elogiano il Pd che si oppone. Sanno bene che, da imputato, il premier ha sempre dato il peggio di sé: dal 2004, cassato il Lodo Schifani, perse tutte le elezioni fino al 2006. Tuttoggi la sola idea di tornare imputato lo fa uscire di testa. Dice: “Mi hanno assolto per gli abusi a Villa Certosa e in Spagna per Telecinco”. Ma nel primo processo lui non era nemmeno imputato (lo era un amministratore, Giuseppe Spinelli, che l’ha sfangata grazie ai condoni); e nel secondo hanno assolto solo i coimputati, mentre la sua posizione, stralciata nel 2002, è ancora da giudicare.

Insomma, Lodo o non Lodo, millanta processi e sentenze inesistenti. Per fargli perdere definitivamente la trebisonda, nulla di meglio che restituirlo al suo habitat naturale: i tribunali.

Fonte: voglioscendere

Mani pulite, per favore…

Dal sito di Beppe Grillo (lettere), ma lo cita anche Travaglio (in fondo alla sua pagina) e in italiano si trova qui

“Sono un giornalista della Stampa Estera in Italia. Desidero segnalarvi un interessante articolo apparso ieri sulla rivista NATURE con il titolo: Mani pulite prego
L’articolo tratta la politica del governo per il Farmaco e i rapporti del Ministro Sacconi con l’industria farmaceutica.
Nessuno giornale italiano non l’ha visto. Ho deciso di inviarvi la segnalazione che reputo importante includendo qui sotto la traduzione in italiano. (invio lo stesso anche in allegato dall’originale)
Nature Vol 454 | Issue no. 7205 | 7 August 2008″

Konstantinos Papaioannou

https://i2.wp.com/www.antoniodipietro.com/immagini2/mani_pulite.jpg

.

Mani pulite, prego
Il governo italiano deve tenersi a debita distanza dall’industria.
Quindici anni fa, al culmine della campagna italiana anticorruzione nota come “Mani pulite”, la polizia irruppe nell’abitazione di Duilio Poggiolini, capo dell’ente nazionale di registrazione dei farmaci, e scoprì un tesoro in lingotti d’oro nascosto sotto le assi del pavimento. Per molti italiani l’immagine di quel tesoro luccicante è ancora viva, e rimane come simbolo di un’epoca in cui i funzionari di governo su su fino al ministro della sanità compreso intascavano regolarmente tangenti dall’industria farmaceutica per inserire i farmaci nel prontuario e stabilirne il prezzo.

https://i0.wp.com/www.onemoreblog.org/images/craxi_berluska1.jpg.

Sono state prese delle misure per evitare che questa situazione si ripetesse. E’ per questo che ci preoccupiamo che Nello Martini, un farmacista non legato ad alcuna corrente politica, sia stato rimosso dal governo del primo ministro Silvio Berlusconi dal suo incarico di responsabile dell’AIFA, l’agenzia autonoma creata nel 2004 perché si occupasse della registrazione e del controllo dei farmaci. Martini era riuscito a svolgere egregiamente il mandato di non fare superare alla spesa farmaceutica il tetto del 13% del totale del bilancio della sanità pubblica. Inevitabilmente questa operazione scatenò l’ira dell’industria. Qualche settimana fa la procura di Torino accusò Martini di disastro colposo (in italiano nel testo), per i ritardi burocratici avveratisi nell’aggiornare i foglietti illustrativi riguardanti gli effetti indesiderati di alcuni farmaci – anche se per nessuno di essi si trattava di correzioni significative dei testi preesistenti.
A metà luglio Martini è stato sostituito dal microbiologo Guido Rasi, un membro amministrativo dell’AIFA, vicino – secondo i giornali italiani – al partito di estrema destra Alleanza Nazionale, che fa parte della coalizione del governo Berlusconi. Desta ancora maggiore preoccupazione il fatto che il governo, che è entrato in carica nel maggio scorso, abbia espresso la volontà di ridurre il potere dell’AIFA, separando i compiti fra chi stabilisce i prezzi dei farmaci e chi si occupa, sotto l’aspetto tecnico, della loro efficacia, in modo da riportare la determinazione del prezzo nella sfera di controllo del ministero del welfare e della salute.
Mentre tutti i paesi si sforzano di trovare un metodo per riuscire a pagare i costosissimi farmaci di nuova generazione stando dentro un limitato tetto di spesa, l’operazione italiana appare scriteriata. Se l’Italia intende fare funzionare il sistema salute in modo costo-efficace, occorre che l’agenzia autonoma possa integrare in sé tutte le informazioni tecniche ed economiche. Vi sono inoltre delle contiguità poco simpatiche tra ministero del welfare-salute e industria. Per fare un esempio la moglie del ministro Maurizio Sacconi è direttore generale di Farmindustria, l’associazione che promuove gli interessi dell’industria farmaceutica.
Il governo Berlusconi ha in effetti mostrato una inquietante propensione a permettere che gli interessi industriali possano influenzare maggiormente le agenzie statali. Poche settimane dopo l’esautoramento di Martini l’agenzia spaziale italiana è stata affidata a un commissario che è a capo della divisione spaziale del gigante aerospaziale Finmeccanica. Il governo dovrebbe pensarci due volte prima di aprire quella porta che era stata volutamente chiusa dopo l’affare Poggiolini.”

.

Clean hands, please

The Italian government needs to maintain a careful distance from industry.

Fifteen years ago, at the height of Italy’s ‘Clean Hands’ anticorruption campaign, police broke into the house of Duilio Poggiolini, head of the national committee for drug registration, and discovered gold bullion under his floorboards. For many Italians, the image of that gleaming bullion still resonates — an enduring symbol of a time when government officials, up to and including the health minister, routinely took bribes from the pharmaceutical industry to approve drugs and fix their prices.

Steps were taken to avoid such a situation arising again. So it is worrying that Nello Martini, a pharmacist with no political associations, has been removed by Prime Minister Silvio Berlusconi’s new government as head of AIFA, the autonomous agency created in 2004 to register drugs and supervise their use. Martini successfully carried out a mandate to limit spiralling drug expenditure to 13% of the total health budget. But in the process he incurred the wrath of industry. Only a few weeks ago, government prosecutors in Turin charged Martini with disastro colposo, or ‘causing unintentional disaster’, for bureaucratic delays in updating the packaging information on the side effects of a few drugs — although none required more than minor rewording of existing text.

Martini was replaced in the middle of July by microbiologist Guido Rasi, a member of AIFA’s administrative board, who has been described in the Italian press as being close to the far-right party Alleanza Nazionale, which forms part of Berlusconi’s coalition government. Even more worryingly, the government, which took office in May, says it plans to reduce AIFA’s power by separating the pricing of drugs from technical considerations of their efficacy, bringing pricing back into the health and welfare ministry.

At a time when all countries are struggling to find a way to pay for hugely expensive new-generation drugs within limited budgets, this makes little sense. The autonomous agency needs to be able to integrate all technical and economic information if Italy is to operate a cost-effective health system. Moreover, the health and welfare ministry’s connections with industry are uncomfortably close. For example, the wife of the minister Maurizio Sacconi is the director-general of Farmindustria, the association that promotes the interests of the pharmaceutical industry.

In fact, Berlusconi’s government has shown unsettling tendencies to allow industrial interests to gain influence over state agencies. A few weeks after Martini’s dismissal, the Italian space agency was put into the hands of a commissioner who heads the space division of the aerospace giant Finmeccanica. The government should think twice about whether it really wants to open the door that was deliberately closed after the Poggiolini affair.

Solo un rimando, per aiutare la memoria…

CRONACA

Lo scandalo della tangentopoli napoletana nel ’93. L’ex direttore generale
del ministero passò in carcere 7 mesi. Era in affido ai servizi sociali

E l’indulto cancella la pena di Poggiolini
Doveva scontare ancora due anni

Tangenti a Napoli, il “ras della sanità” nascondeva mazzette nel pouf
di DARIO DEL PORTO

<B>E l'indulto cancella la pena di Poggiolini<br>Doveva scontare ancora due anni</B>In una foto d’archivio
l’arresto di Poggiolini

NAPOLI – La stagione di Tangentopoli gli aveva lasciato sulle spalle una condanna per corruzione e due anni da trascorrere in regime di affidamento in prova ai servizi sociali. Ma tre giorni fa, grazie all’indulto, l’ex direttore generale del ministero della Sanità, Duilio Poggiolini, ha saldato i conti che ancora aveva in sospeso con la giustizia. Dal 30 agosto la pena residua, che sarebbe giunta a conclusione nel 2008, è stata cancellata. E dunque si chiude così uno dei capitoli più celebri della letteratura di Mani pulite, esploso nel 1993 con il ritrovamento delle banconote nascoste all’interno di un pouf in casa e ritenute provento di mazzette.

Una storia, e un’inchiesta, che fecero tremare i palazzi del potere e trascinarono nella rete l’allora potentissimo direttore generale del ministero della Sanità e anche sua moglie, Pierr Di Maria. Tutto iniziò con le indagini che, in quei giorni, la Procura di Napoli aveva avviato sulle tangenti versate per condizionare l’aumento del prezzo dei medicinali. L’inchiesta, condotta dai pm Alfonso D’Avino, Antonio D’Amato, Nunzio Fragliasso e Arcibaldo Miller (attuale capo degli ispettori del ministero della Giustizia) individuò ben presto nell’influente dirigente statale il suo protagonista numero uno.

Poggiolini finì in cella dopo aver trascorso in Svizzera un breve periodo di latitanza. La perquisizione ordinata dai magistrati fece venire alla luce un vero e proprio tesoro, lingotti d’oro compresi. Il caso fece rapidamente il giro d’Italia. Una volta dietro le sbarre, Poggiolini iniziò a rispondere alle domande dei magistrati, riferendo moltissime circostanze che contribuirono a integrare l’impianto accusatorio delineato dagli accertamenti condotti dagli investigatori.

Per interrogare l’indagato arrivò a Napoli anche l’allora pm di Milano Antonio Di Pietro, che lo ascoltò per diverse ore in una saletta del carcere di Poggioreale, dove Poggiolini rimase in custodia cautelare per oltre sette mesi, il massimo previsto all’epoca dalla legge.

Nel carcere femminile di Pozzuoli fu rinchiusa invece la moglie, con la quale il dirigente fu anche messo faccia a faccia nel corso di un lungo e drammatico confronto. L’interesse dei media per quella indagine e per le vicende giudiziarie della coppia raggiunse vette altissime, Poggiolini finì col diventare uno dei simboli di quel malcostume contro il quale, sull’onda dell’azione della magistratura, si riversava l’indignazione dell’opinione pubblica. Ma anche quando le luci di Tangentopoli si spensero, il giudizio, pur con l’iter tradizionalmente lungo e complesso che caratterizza il nostro processo penale, andò avanti riuscendo a giungere fino alla sentenza definitiva.

In primo grado, l’imputato fu assolto dall’accusa di associazione per delinquere e da venti casi di corruzione, ma venne condannato a sette anni e mezzo di reclusione per altri venti episodi di tangenti. Condanna ridotta in appello a 4 anni e quattro mesi, con altre assoluzioni parziali e la prescrizione per alcuni capi d’imputazione. Il verdetto è stato poi confermata dalla corte di Cassazione, che dispose anche la confisca di svariati milioni di euro sequestrati a Poggiolini e alla moglie.

Ma se Pierr di Maria è riuscita ad uscire dal processo con una lieve condanna, che le ha consentito di usufruire della sospensione condizionale della pena, dopo la sentenza della Cassazione il marito ha invece dovuto fare i conti con l’ultimo strascico della vicenda giudiziaria iniziata negli anni ’90 e terminata solo adesso. I sette mesi trascorsi dietro le sbarre nella fase delle indagini preliminari non bastavano infatti a evitargli il ritorno agli arresti. La Procura generale di Napoli però gli concesse la detenzione domiciliare per ragioni di salute.

Da circa quattro mesi, dopo averne trascorsi nove da detenuto in casa, era tornato libero ed era stato affidato ai servizi sociali. In tutti questi anni, l’ex direttore generale del ministero della Sanità ha ulteriormente accentuato lo stile di vita schivo e riservato che già lo contraddistingueva prima della bufera giudiziaria. Ora è arrivato l’indulto, e anche Poggiolini può voltare pagina.

2 settembre 2006

Fonte: repubblica

La Guzzanti: “Outing civile”. E attacca ancora la Carfagna

Dopo le polemiche di piazza Navona, un appello
“Dite la verità al lavoro, per la strada. E mandatemi il video”

.

di MARCO STEFANINI

.

"Outing civile" E attacca ancora la CarfagnaSabina Guzzanti

.

ROMA – Archiviato il “No Cav Day” di piazza Navona, Sabina Guzzanti lancia dal suo blog una campagna di “outing civile”, un movimento per spingere le persone a dire “le cose pane al pane”, e a riprendere con una telecamera questi gesti. “Cosa succederebbe – si chiede dalle pagine del suo diario online – se in ogni occasione, quando c’è una telecamera di qualsiasi tv, a qualsiasi radio, scrivendo ai giornali, sui muri, parlando al bar, in ufficio, in cantiere, ovunque siate, dicessimo tutti semplicemente la verità?”.

Un’idea maturata dopo la manifestazione dell’8 luglio nel centro di Roma, “un’esperienza molto importante”: “Dopo l’8 luglio mi è parso chiaro che non c’è bisogno di chissà quali strategie. Che le parole hanno un potere enorme e più che sufficiente”. Da qui l’invito ai suoi lettori ad alzare la voce e a farsi sentire, ovunque. “Quando incontro il pubblico negli spettacoli o leggo i vostri post spesso sento dire: sei la nostra voce, parli per tutti noi che non abbiamo voce. Però la voce ce l’abbiamo tutti e se io parlo è solo perché ho deciso di parlare”.

Ma cosa significa, nel concreto, questa campagna di mobilitazione dal basso? Agli internauti la Guzzanti chiede semplicemente di parlare, dicendo la verità: “Voi fate queste azioni semplici e vi filmate, se ci sono situazioni complicate posso anche venire a filmarvi io quando sono in tour. Questi filmati poi li diffondiamo sul blog, alcuni a rotazione li mostro nello spettacolo e incoraggiamo tutte le persone che vengono a fare lo stesso. Se qualcuno a causa delle sue parole subisce rappresaglie lo difendiamo. Questa sarà una occasione perfetta per ripristinare le libertà sul campo. Se può succedere che un laureato venga minacciato dalla mafia in combutta coi baronati universitari perché insiste a voler partecipare a un concorso in cui i posti sono già assegnati, questo può succedere solo perché lo studente è solo. Perché nessuno si mette al suo fianco. E’ questo che manca a questo paese inselvatichito dove non c’è più senso della partecipazione e della comunità. C’è solo invidia furibonda e superstizione come nelle tribù africane”.

I commenti sono complessivamente più di mille. “Io già lo faccio spesso a lavoro, senza filmarmi perché non posso. Ad aprile ho attaccato i volantini del v-day2 per la libertà d’informazione”, commenta un utente che si firma “grillino”. “GiuliadaOz” scrive da lontano: “Quel che posso fare io dall’Australia è continuare a raccontare le cose che non si sanno sull’Italia (spesso si conosce solo lo stereotipo idilliaco del Belpaese), a parlare della censura, dell’antimafia, della situazione attuale. Essendo all’estero posso magari registrare le diverse reazioni della gente alle notizie che divulgo, non ci credono che siamo ridotti così finché non fai degli esempi e ti dirò che spesso è dura perché il livello di attenzione è bassino”. Anche “Fuzzy”, nel suo piccolo, mette già in pratica l’idea della Guzzanti: “Lavoro in Telecom e diffondo email ai colleghi, riportando notizie documentate, commentate e firmate nome e cognome. Prima o poi qualcuno dell’ufficio del personale mi chiamerà per dirmi ‘che cacchio fai?'”.

La Guzzanti invita gli internauti a inviarle foto, video, testi delle lettere spedite ai giornali e racconti delle loro iniziative in giro per l’Italia, a partire dal 20 agosto. “Non c’è altro modo di difendere la libertà che prendersela tutta, fino in fondo. Non c’è bisogno o non sempre c’è bisogno di scendere in piazza e di fare sit in. Concentriamoci su questo: non ci autocensuriamo per paura. Questo è l’unico mezzo che hanno per portare questo Paese a uno stato di dittatura definitiva. Ognuno decida in che modo farlo. Certo cercate di proteggervi da ripercussioni legali laddove potrebbero esserci ma se ve la sentite fottetevene. Se la cosa prende piede convinceremo sicuramente dei bravi avvocati a difendere i cittadini che hanno semplicemente usato la loro libertà di parola e esercitato il loro diritto di critica. C’è modo di protestare più civile e non violento di questo? C’è modo di protestare più efficace?”. Ci saranno anche dei premi per i lettori più “produttivi”. “Faremo magliette, spillette e cappellini, faremo incontri, daremo premi ai più valorosi e faremo proselitismo meglio dei testimoni di Geova”, promette l’autrice, che in questi giorni sta ultimando di scrivere il suo prossimo spettacolo teatrale (si chiamerà “Paletti”, e vedrà salire sul palco, a partire da ottobre, anche la gente del pubblico).

E non manca, nel post dell’attrice, un riferimento al ministro Mara Carfagna, che, dopo il suo intervento dal palco di piazza Navona, aveva sporto querela nei suoi confronti: “Berlusconi dice: la crisi si fa sentire, è il momento di stringere i denti. Mara tu no”, commenta velenosa la Guzzanti.
.
14 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/politica/guzzanti/guzzanti/guzzanti.html?rss

La Georgia: russi sono ancora a Gori. Medvedev: «Appoggeremo i separatisti»

Ossezia del sud Georgia e Russia si scontrano - foto AP
.

«Tutta la notte hanno detto che sarebbero andati via, ma hanno cambiato idea». L’esercito russo è ancora a Gori, in Georgia, la città più vicina all’Ossezia del Sud, la regione separatista al centro dello scontro militare tra Russia e Georgia. «Le truppe georgiane hanno interrotto il viaggio verso Gori per evitare scontri con i russi», ha detto Shota Utiashvili, portavoce degli Interni. Testimoni oculari tuttavia hanno riferito dell’ingresso nella città di una ventina di veicoli georgiani con soldati a bordo. Il portavoce del ministero degli Interni ha aggiunto che nuove unità militari russe sono entrate anche nella città di Poti, terminal energetico di grande importanza per l’economia georgiana. Notizie controverse giungono su nuovi bombardamenti. Da Mosca, intanto, un funzionari della Difesa fa sapere che il ritiro russo da Gori avverrà tra due giorni, e nel frattempo la città sarà sotto il «controllo congiunto» di russi e georgiani.

Il presidente russo, Dmitry Medvedev, ha affermato che Mosca è «pronta a sostenere qualsiasi decisione assunta dalle popolazioni» delle regioni separatiste filo-russe di Ossezia del Sud e Abkhazia per quanto riguarda la definizione del loro status politico. «La posizione della Federazione russa non è cambiata. Potremmo sostenere qualsiasi decisione adottata dalle popolazioni locali – ha dichiarato il capo di Stato russo – in conformità con quanto previsto dalla Carta delle Nazioni Unite, dalla Convenzione internazionale del 1966 e dall’Atto di Helsinki per la sicurezza e la cooperazione in Europa».

Nel mentre, dagli Stati Uniti arrivano i primi aiuti umanitari. A bordo di un imponente C-17, e accompagnati da militari, cosa che piace poco a Mosca e promette altre tensioni tra le due potenze. Il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, è in volo per Parigi per discutere con gli alleati europei del conflitto in Ossezia del Sud, per una missione che prevede una tappa anche in Georgia. Rice è stata inviata da George W. Bush per «testimoniare», ha spiegato il presidente Usa, prima di annunciare un consistente pacchetto di aiuti, «la nostra solidarietà al popolo georgiano». «Non siamo più nel 1968 e all’invasione della Cecoslovacchia, quando la Russia poteva minacciare un vicino, occupare la sua capitale, destituire il suo governo e ritirarsi», ha detto da parte sua Condoleezza Rice prima di volare alla volta di Parigi, «Le cose sono cambiate».

Se non è più il ’68 poco ci manca, visti i rapporti tesissimi tra Russia e Stati Uniti. La Guerra Fredda tra i due Paesi ha segnato un punto a favore di Mosca, che con il suo intervento in Georgia ha riaffermato il suo ruolo nel Caucaso, costretto il piccolo Stato alle corde e messo in imbarazzo Washington, che nulla ha potuto nei 5 giorni di guerra. Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha chiamato in causa ragioni umanitarie, ma, con l’ennesimo messaggio alle telecamere dal Giardino delle Rose della Casa Bianca sulla crisi georgiana, ha annunciato di avere ordinato all’aeronautica e alla marina militare americana di raggiungere il Mar Nero.

Da parte sua, l’Unione europea ha condotto la mediazione ed evitato spaccature al suo interno. Nella riunione straordinaria dei ministri degli Esteri europei, a Bruxelles, si sono evitate condanne esplicite alla Russia, come chiedevano i Paesi dell’Est Europa, sostenuti anche dalla Gran Bretagna. A settembre, però, i Ventisette avvieranno una discussione sui rapporti con Mosca. Nel frattempo dovrebbe venire rafforzato il numero degli osservatori Osce, già presente sul terreno.

.
Pubblicato il: 14.08.08
Modificato il: 14.08.08 alle ore 16.20

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=78024

L’odissea di una studentessa peruviana “In cella perché straniera”

La denuncia di due ragazze sudamericane maltrattate da un poliziotto a Roma
Una fermata e poi rilasciata: erano sedute sugli scalini di una chiesa

.

L'odissea di una peruviana "In cella perché straniera"

La Chiesa di Santa Maria della Vittoria, davanti alla quale le due peruviane sono state fermate

.

di MARIA ELENA VINCENZI

.
ROMA – Scambiata per prostituta, umiliata davanti ai passanti proprio nel centro della città, portata all’ufficio Immigrazione. E lasciata lì, tutta la notte, in una cella minuscola, sporca e maleodorante con prostitute vere, che le passano accanto e sbrigano le pratiche per il rilascio ben più velocemente di lei. Succede a Roma, la città che, su disposizione del governo, avrà il maggior numero di militari a presidiare strade, stazioni, ambasciate. La stessa dove i primi appuntamenti nell’agenda del sindaco sono le nuove ordinanze anti-rovistaggio, anti-accattonaggio Scambiata per prostituta, una notte in cella

Le vittime sono due ragazze normalissime. Vestite come qualsiasi altra giovane romana. Jeans, T-shirt a girocollo, ballerine, 28 anni, occhiali a goccia, capelli legati e un filo di trucco. Solo che, nonostante l’inflessione romanesca, sono peruviane. Almeno di nascita: a Roma ci vivono da cinque anni. Sono diplomate in Italia e frequentano regolarmente l’università “La Sapienza”. Si mantengono con qualche lavoretto, una fa la cameriera e l’altra la baby sitter. Vivono in zona Prati. La domenica insegnano catechismo a Santa Maria degli Angeli, piazza della Repubblica, poco distante dalla centralissima stazione Termini.

Un racconto fatto di lacrime e paura, quello delle due protagoniste della storia, M. J. P. e Y. V. “Erano le 17 quando sono arrivata in via XX Settembre per aspettare che la mia amica uscisse dal lavoro. Dovevamo andare con amici a prendere l’aperitivo. Lei era in ritardo, così ho deciso di sedermi sui gradini di Santa Maria della Vittoria. Cinque minuti e una volante della polizia mi si avvicina. Gli agenti abbassano il finestrino e uno dei due mi chiede: “Ma che fai ti metti a lavorare proprio qui, davanti a una chiesa?”. Io, incredula, rispondo: “Come?”. Lui ripete lo stesso concetto. Rimango senza parole, non riesco a credere che si possano essere permessi di confondermi con una prostituta: sono una ragazza normale, vestita con gonna e camicia. Non riesco a reagire. L’unica cosa che faccio è chiamare la mia amica”. Che racconta: “Sono scesa, ho trovato M. in lacrime. Mi sono avvicinata e gli agenti hanno ripetuto a me la stessa cosa, con lo stesso tono sprezzante: “Bella, diglielo pure alla tua amica, questa è una chiesa, non potete mettervi a lavorare qui”. Vado su tutte le furie e loro, di tutta risposta, ci chiedono i documenti: io li avevo, la mia amica no perché aveva una borsetta da sera molto piccola. Intorno, la gente iniziava a innervosirsi per la reazione dei poliziotti. Tanto che, dopo qualche schermaglia, decidono di andare via”.

Ma non finisce qui: alcune donne che hanno assistito alla scena convincono le studentesse ad andare a denunciare l’accaduto in questura. Hanno preso pure il numero di targa della volante. Le due ragazze decidono di seguire il consiglio e a piedi arrivano a via San Vitale, sede della questura di Roma.
“Entriamo in portineria e chiediamo di fare una denuncia: il poliziotto all’entrata è gentilissimo. Dopo un minuto, dall’ingresso entra lo stesso agente con cui avevamo litigato. “Ancora qui state? Adesso vi faccio passare la voglia”. E mi prende per un braccio – racconta Y. V. – io mi divincolo e gli dico che lo denuncerò. L’agente per la prima volta abbandona il tono arrogante, si stizzisce e carica la mia amica in macchina. “Con te non posso ma con lei sì, è senza documenti”.

E se ne vanno senza nemmeno dirmi dove la portano. I colleghi della questura, che hanno visto la scena senza battere ciglio, dopo la mia insistenza mi dicono la destinazione, l’ufficio immigrati di via Patini. Chiamo un amico, vado a casa di M. a prendere i documenti e li porto là. Arrivo alle 20 e consegno tutto. Chiedo quanto ci metteranno a rilasciarla: due ore circa. Decido di aspettare. Passano le ore e delle mia amica nemmeno l’ombra”.

“Mi hanno tolto tutto quello che avevo – spiega l’amica – e mi hanno chiuso dentro una cella sporca di immondizia. Non riuscivo a smettere di piangere. Tutti gli altri stranieri che stavano lì uscivano prima di me, ladre, prostitute, pusher, abusivi. La notte è passata così, tra lacrime e preghiere. Sono uscita solo alle 10.30 del mattino”. Versione confermata anche da un amico italiano, C. B., che ha accompagnato Y. a prendere i documenti a casa della ragazza e poi a via Patini. “Siamo stati lì davanti fino alle 3 del mattino, poi siamo tornati più tardi. E, infine, alle 10.30 sono stato io a prendere M. quando, sconvolta, è stata rilasciata e l’ho accompagnata a casa in motorino”.

E ancora ieri, una volta fuori, le ragazze non riescono a dimenticare. “Roma è diventata invivibile per gli stranieri: siamo regolari, parliamo romano, abbiamo amici italiani eppure veniamo trattate così. Siamo qui da tanti anni, continuiamo ad amare questa città, ma facciamo fatica a viverci”. Forse tutto questo andrebbe denunciato. “Volevamo farlo ieri, ma poi è andata come è andata. Ora abbiamo paura, chi ci torna in questura?”.
.
14 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/cronaca/arrestata-straniera/arrestata-straniera/arrestata-straniera.html?rss

Morti sul lavoro, vittima un boscaiolo travolto da un abete

 foresta sumatra
.
Travolto da un abete, un boscaiolo è morto in un incidente sul lavoro avvenuto in mattinata in alta Valtellina. L’uomo, Ersilio Martinelli, 57 anni, residente a Valdisotto (Sondrio), era impegnato nel taglio di alberi in un bosco con un collega, che ha dato l’allarme al 118 quando un grosso abete ha schiacciato sotto il suo peso il compagno di lavoro.

L’incidente si è verificato in un bosco sopra l’abitato di Sant’Antonio, frazione del comune di Santa Caterina Valfurva. Inutile anche l’intervento dei vigili del fuoco del distaccamento di Valdisotto: il boscaiolo era rimasto ucciso sul colpo. I carabinieri di Bormio, informato il magistrato Stefano Latorre, stanno ora cercando di ricostruire l’esatta dinamica della disgrazia dopo avere posto sotto sequestro l’area.

.
Pubblicato il: 14.08.08
Modificato il: 14.08.08 alle ore 15.27

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=78041

Il Vaticano: “Famiglia Cristiana non esprime la nostra linea”

Dopo le polemiche con il governo, il direttore della sala stampa della Santa Sede
precisa: “Le posizioni del settimanale sono responsabilità esclusiva della sua direzione”

Il direttore don Sciortino: “Questa dichiarazione non è una sconfessione”

"Famiglia Cristiana non esprime la nostra linea"
.

CITTA’ VATICANO – Il Vaticano prende le distanze da Famiglia Cristiana e dai suoi scontri con il governo. A farsi portavoce della posizione della Santa Sede è padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, secondo cui il settimanale dei Paolini “è una testata importante della realtà cattolica, ma non ha titolo per esprimere né la linea della Santa Sede né quella della Conferenza episcopale italiana”. “Le sue posizioni – ha aggiunto Lombardi – sono responsabilità esclusiva della sua direzione”.

Immediata la risposta del direttore della rivista, don Antonio Sciortino: “Mai ci siamo sognati di rappresentare ufficialmente il Vaticano o la Cei, che hanno loro organi ufficiali di stampa: l’Osservatore Romano e l’Avvenire“. Il sacerdote paolino sottolinea, però, che “la dichiarazione di padre Lombardi è formalmente corretta”. E’ “scorretto”, invece, “se qualcuno vuole interpretare questa dichiarazione come una sconfessione”.

Poi spiega: “Famiglia Cristiana, come tutti gli altri organi di stampa cattolici, si ispira al Vangelo ed è in sintonia con la Dottrina Sociale della Chiesa. Noi, sui temi di cui si discute, abbiamo ospitato gli interventi del presidente dei dicasteri vaticani competenti, il cardinale Renato Raffaele Martino”.

L’ultimo duro intervento di Famiglia Cristiana contro le scelte dell’esecutivo è di ieri, quando è stato anticipato l’editoriale di Beppe Del Colle in cui si augura che “non sia vero il sospetto” che in Italia sta rinascendo il fascismo “sotto altre forme”. Un commento che ha scatenato la polemica.

Ma non è la prima volta, negli ultimi mesi, che il settimanale diretto da Don Antonio Sciortino critica le scelte della maggioranza. Prima ha attaccato la norma sulle impronte ai bambini rom (“una trovata indecente”), poi la “finta emergenza sicurezza“. Senza dimenticare la dichiarazione durissima contro Berlusconi quando il premier aveva accusato i pm di essere sovversivi.
.
14 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/politica/governo-famiglia-cristiana/governo-famiglia-cristiana/governo-famiglia-cristiana.html?rss

Le polizze auto cresciute a dismisura. Salasso motorini, aumento del 413%

https://i2.wp.com/www.allaguida.it/wp-galleryo/infrazione-stradale/motorini.jpgUn’idea contro il caro-motorini..

.

La denuncia delle associazioni dei consumatori: “Serve un intervento del governo”. Dal 2004 l’assicurazione per le automobili ha avuto un incremento di quasi il 150%

.

Roma, 14 agosto 2008 – La Rc auto continua ad essere una vera e propria spina del fianco per automobilisti e motociclisti. Dal 2004, infatti, secondo Adusbef e Federconsumatori, ci sono stati “salassi assurdi, dal 149% per le 4 ruote fino al 413% delle due ruote. Serve perciò un intervento del governo”.

Prima della liberalizzazione tariffaria del 1994 sotto il regime dei ‘prezzi amministrati’, rilevano le due associazioni, gli assicurati pagavano in media 700mila lire, il controvalore di 361 euro, mentre tredici anni dopo, nel 2007, il costo medio di una polizza per un auto di fascia media (non contando le punte estreme come la Campania) è lievitato a 868 euro, con un rincaro del 140,5 per cento, per passare a 903 euro nel 2007 (+35 euro) ed a 948 euro,la stima per il 2008 (+45 euro),a differenza di altri Paesi Ue,come Francia,Spagna, Germania,dove gli aumenti registrati negli stessi anni, non hanno mai superato la soglia del 78% .

I costi medi delle tariffe obbligatorie Rc auto in questi 14 anni (2004-2008), sono più che raddoppiati passando da 391 euro del 2004 a 948 euro (stimati nel 2008), con una incidenza di valore di +557 euro ed una percentuale del +149,6%.

Ancora peggiore, evidenziano Adusbef e Federconsumatori, la situazione che riguarda le polizze obbligatorie per assicurare moto e motorini sotto i 150 cc di cilindrata, con utenti letteralmente “taglieggiati” e che hanno subito impennate scandalose ed ingiustificate superiori al 400%, con costi medi passati da +98-121 euro (minimo e massimo) del 1994, a +435-555 euro (minimo e massimo la stima del 2008), e con i costi RC moto che hanno subito l’impennata del 413,1% ed un aumento secco di 337 euro,passando da 98 a +435 euro.

Urge perciò, secondo le due associazioni, un intervento governativo. “Nonostante la minore incidentalità,la patente a punti, l’indennizzo diretto,la severa sanzione dell’Antitrust al cartello assicurativo per 370 milioni di euro comminata nel 2001 – dicono Adusbef e Federconsumatori – non esiste alcuna speranza di invertire la lievitazione spaventosa delle polizze RC auto senza interventi seri e rigorosi, che anche nel 2008, continueranno la loro sfrenata corsa con un +5% (+45 euro), mentre le polizze dei motorini subiranno un salasso del 7,5% (+30 euro).

“Sono scandalose – sottolineano le lettere che molti utenti stanno ricevendo in questi giorni, a giustificazione dei salassi del 10-15% per assicurati che non hanno denunciato alcun sinistro, che: ‘deriverebbero dai maggiori costi dell’indennizzo diretto’, che come è noto – evidenziano – fa risparmiare oneri al sistema tra 1,5 e 2 miliardi di euro l’anno”. Adusbef e Federconsumatori, conclude la nota, “invitano il Governo, che nonostante la Robin Tax va a braccetto con banche ed assicurazioni con la finalità di far traslare i maggiori oneri sulle spalle dei consumatori, a porre fine ad una speculazione assurda ed illegale”.

.

fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/08/14/111485-polizze_auto_cresciute_dismisura.shtml

Nudo in spiaggia abusa della figlia. I bagnanti lo fanno arrestare

La scena non è sfuggita alle altre persone che si trovavano sull’arenile di Città Sant’Angelo. Oggetto delle attenzioni dell’uomo era la più grande delle due figlie, una bimba di appena otto anni

.

http://mayraglouis.files.wordpress.com/2008/01/minori_violenza.jpgPescara, 14 agosto 2008 – Un uomo di 41 anni è stato arrestato dai carabinieri di Città Sant’Angelo con la collaborazione dei carabinieri di Montesilvano, in provincia di Pescara con l’accusa di violenza sessuale aggravata su minore di 10 anni. L’uomo ha abusato della figlia di otto anni mentre si trovavano in spiaggia a Città Sant’Angelo. Il fatto è accaduto il 10 agosto intorno alle 19 sotto gli occhi dei bagnanti che hanno avvisato subito i carabinieri.

Decisive sono state le inequivocabili testimonianze dei bagnanti presenti sul posto. È stata una coppia a notare l’uomo con le figlie, una di 4 anni e l’altra di 8, sul bagnasciuga. L’uomo aveva fatto togliere il costume alle due bambine. Dopo aver mandato quella di 4 anni a giocare con la sabbia, l’uomo si è tolto a sua volta il costume, ha fatto adagiare su di lui, a gambe divaricate, la figlia di 8 anni e ha iniziato a toccarla nelle parti intime. La coppia, che ha assistito alla scena, ha chiamato subito i carabinieri di Montesilvano, che hanno mandato sul posto una pattuglia di Città Sant’Angelo.

Prima che arrivassero sul posto, un’altra coppia che passeggiava sulla battigia, ha notato gli atteggiamenti equivoci del padre con la bambina e l’uomo della coppia si è scaraventato sul padre e lo ha colpito al volto, accusandolo di essere un “porco, un pedofilo”. Il padre, a quel punto, si è subito rimesso il costume e, poco dopo, sono arrivati i carabinieri.

L’uomo non ha negato di essersi denudato, nè di aver denudato le figlie. Dice di non aver fatto nulla di male e di essere stato frainteso. L’uomo è stato condotto subito in caserma ed è accusato di aver allungato le mani nelle parti intime della figlia. Saranno poi le perizie dei medici a stabilire se non ci siano stati ulteriori abusi. Le bambine, che si trovavano a Città Sant’Angelo in vacanza con il padre, originario di Pescara, sono tornate a Terni dalla madre.

Il padre, al momento, si trova nel carcere di Pescara e nel corso della giornata, probabilmente il gip terrà l’interrogatorio di garanzia. Per l’uomo è scattata l’accusa di violenza sessuale aggravata su minore di 10 anni.

.

fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/08/14/111603-nudo_spiaggia_abusa_della_figlia.shtml