Archivio | agosto 16, 2008

Free Gaza: Guerrilla Captain?

guerrila captain

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vedi altre foto.

Condurre una barca su docili onde come su di un mare molesto,
è un po’ come fare l’amore con una bella donna (l’utopia?).
Almeno, per me così è stato.

A gambe larghe, il busto leggermente flesso in avanti ,
le piante dei piedi nudi piantate sulla superficie consunta di legno della cabina di pilotaggio, a sensibilizzare l’intero corpo su ogni minima oscillazione delle onde, e di reazione compensare con il timone.
Armonizzare, essere una cosa sola, tu al timone, la barca ai tuoi piedi, l’immensa distesa d’acqua circostante che ti vorrebbe inghiottire.

Ascoltare il sussulto della carne liquida del mare,
il suo gemito quando battendo contro lo scafo ne inclina le assi.
Essere dominatori del mare, dominare,
e nel contempo saper ricompensare.

Non ho mai condotto alcuna imbarcazione in vita mia,
eppure resosi indisposto il nostro capitano libanese,
ed esausti Dereck e David, navigati marinai del nostro gruppo,
sono io che qualche giorno fa ho portato in porto a Creta la Free Gaza senza far danni. Ricevendo i complimenti  verso quello che viene identificato come un vero talento naturale.

Fra sabotaggi, (ebbene sì, vi sono riusciti) avarie e condizioni marittime avverse, ci troviamo ancora a metà strada dalla Grecia a Cipro.

Sfidando le impetuosità del mare, la Liberty ha provato ha salpare oggi,
io sono ribalzato momentaneamente sulla Free Gaza, essendo un barcone meno agile abbiamo preferito attendere un mare più clemente.  Visti i continui contrattempi non sto qui a pronosticare il giorno dell’esatta partenza da Cipro per  Gaza, quello sarà il mio ultimo post, il prossimo.

Ad alcuni di noi capita che trilli il telefono.
Numero occultato, e sono minacce di morte.
“Ciao O., hai deciso come vuoi morire oggi?”

Non vi sto a dire a chi ma non è successo solo ai palestinesi imbarcati con noi.

Non ci intimidiscono, andiamo avanti.

Da una telefonata di Michele Giorgio, de Il Manifesto,
abbiamo mestamente appreso della dipartita di Mahoumd Darwish.
Avevo incontrato Maohmud qualche anno orsono al festival della letteratura di Mantova, gli avevo stretto la mano, ringranziandolo per la sua intifida letterararia.
Per aver utilizzato la penna come un piccolo scalpello,
scavato fra le macerie di un campo profughi e saputo riesumare il fiore fossile della bellezza di un popolo antico e fiero, che anche senza passaporti nella sua poesia era visto, lasciapassare per qualsiasi biblioteca sparsa nei più remoti angoli del mondo.

Non ho perso tempo,
ho tirato su martello e chiodi,
e dal mio zaino ho estratto due suoi libri, Murales e Memoria contro l’oblio.
Li ho piantati a prua delle Free Gaza e della Liberty,
saranno la prima cosa che si troveranno di fronte i militari israeliani,
se cercheranno di arrestare la nostra missione umanitaria.

Saranno i versi di Darwish la nostra polena
e nessuna impresa sarà mai troppo epica con la sua poetica come esorcismo al terrore della morte violenta.

Versi e prose per rimanere umani quando la guerra riduce l’essere umano una poltiglia di contaminante odio.

Restiamo umani

Vittorio Arrigoni.

blog:http://guerrillaradio.iobloggo.com/

website della missione: http://www.freegaza.org/

contatto: guerrillaingaza@gmail.com

ps.
ringrazio Rossana,
per il suo contributo monetario,
le casse continuano ad essere parecchio disidratate.
E di nuovo Lisa, per il suo Helder Camara, tonaca mai abbastanza compianta:

“quando si sogna da soli, a occhi chiusi, è solo un sogno. Ma quando si sogna, tutti insieme, a occhi aperti, ecco che il sogno diventa realtà.” (Don Helder Camara)

L’inverno della politica

È crollata, anche se non del tutto scomparsa, la tradizionale adesione ideologica. La cultura del cambiamento è marginalizzata. Eppure l’utopia urge e…

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di Andrea Papi

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La neodestra italiana targata berlusca/lega impera con tranquilla supponenza e ostenta sicurezza e autorevolezza. Può farlo e in fondo se lo merita, almeno attenendosi all’immagine del consenso elettorale ottenuto che è riuscita a costruirsi addosso. Ma al di là della potente immagine mediatica noi pensiamo che più che la vittoria elettorale in sé, evidente e indiscutibile, sia importante cercare d’identificare il perché di questa schiacciante vittoria. Cosa ha portato un’enorme massa di elettori a scegliere a grande maggioranza i neodestri della scena politica di casa nostra?

Non che per noi che ci siamo astenuti sia importante come fatto in sé. Sul piano del rapporto politico strutturale tra governo e governati non cambia molto, soprattutto nella sostanza, se a governare ci siano questi di adesso o quegli altri di prima. Il tipo di risultato scaturito dall’ultima tornata elettorale è invece particolarmente importante. Mostra uno spostamento dell’immaginario politico e mette a nudo un trasferimento culturale che hanno tutta l’aria di non esser semplicemente dovuti al momento contingente.
La prima cosa rilevante che ci sembra di notare è che è crollata, anche se non del tutto scomparsa, la tradizionale adesione ideologica. In questo senso possiamo dire che è finita l’era degli “zoccoli duri” dei partiti in lizza, che votavano sempre allo stesso modo indipendentemente che fossero soddisfatti o no. Del resto la sinistra è da tempo che cerca di convincere il proprio elettorato che bisogna guardare soprattutto ai programmi e alla capacità di governare. I loro ex sostenitori hanno perfettamente colto il messaggio e giustamente non si fidano più. Dal momento che volutamente non rappresentano più il “faro” dell’alternativa sociale al sistema, dati i risultati poco edificanti del loro operato come equipe di governance, li hanno ritenuti inaffidabili come governanti.

La seconda cosa, altrettanto e forse più rilevante, è il diffondersi generalizzato di un senso di insicurezza. Non ci riferiamo tanto al supersbandierato problema della “sicurezza”, che artatamente riduce ogni problematica sociale a un fatto di ordine pubblico. Riteniamo altresì che si tratti di qualcosa di molto più ampio e complesso che, per amor di semplicità, chiamiamo senso diffuso di precarietà in progressiva espansione. Comprende senz’altro il bisogno di sentirsi più sicuri, quindi protetti, ma non è riducibile all’espandersi di quella che tecnicamente si chiama “microcriminalità”.

Si riferisce all’incombere sempre più devastante di una molteplicità di fattori incontrollabili e non sempre prevedibili che ammantano e condizionano pesantemente il nostro modo di vivere. Costante aumento del costo della vita, in particolare di alimentari energia e prodotti di prima necessità. Stipendi e salari sempre meno adeguati. Precarietà come regola delle condizioni di lavoro. Aumento costante dell’inefficienza e del costo dei servizi. Spropositato costo delle lobbies legate alla politica. Venti minacciosi dell’economia internazionale che determinano le condizioni di vita. Degrado in aumento a tutti i livelli della società. Catastrofi ecologiche sempre dietro l’angolo e inquinamento che minaccia la salute, elementi endemici e strutturali del modello di sviluppo da cui non si riesce a prescindere.

Insicurezza sociale e tensioni

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È sempre meno possibile progettare il proprio futuro e se lo si fa è sempre all’interno di un imprevedibile che ti condiziona inevitabilmente verso il peggio. Ne consegue che i più deboli e i meno abbienti, sempre di più, più scoperti e in balia degli eventi, si trovano spaventati di fronte a un orizzonte di prospettive talmente tanto incerte, mentre chi si muove nell’empireo dei pochi che hanno ricchezza e potere, se è spaventato è perché teme ad ogni momento la reazione insorgente della massa dei bistrattati, sempre più esclusi dalle possibilità del benessere promesso dalla pubblicità. Questo insieme di fattori si abbatte ogni istante come massa compatta sui nervi tesi degli esseri umani che lo subiscono e determina la percezione di una realtà traballante. Ecco il senso della precarietà che avanza e crea frustrazione e incertezza.

L’insicurezza sociale che ne deriva genera tensioni annichilenti. Lo spazio per la gioia di vivere tende a scomparire e si è indotti ad occuparsi sempre più degli espedienti per la sopravvivenza esistenziale. Una tale tensione che si diffonde e progressivamente avviluppa il corpo sociale ha bisogno di sfogarsi, perché sennò il suo semplice accumulo determinerebbe facilmente una concentrazione di energia nichilista, tesa cioè a distruggere ciò che di esterno a noi è a portata di mano e irrazionalmente percepiamo ci avvolga. Così si scarica sui fenomeni più appariscenti e vicini, come clandestini, zingari, diversi in genere, ecc., percepiti con sempre maggior rabbia come disturbo non accettabile, causa prima dell’insoddisfazione che ci fa soffrire e ci deprime. Cresce una pulsione sempre più potente a liberarsi delle cause percepite che fanno star male, che porta ad essere seguita infischiandosene di ragionare per capire. Ci si sente abbandonati e cresce la richiesta di essere protetti, mentre la paura di non esserlo induce ad eliminare tutto ciò che sentiamo come possibile causa di un probabile pericolo. Siamo così pronti ad essere schiavizzati e sottomessi, a darci nelle mani di chi è capace di convincerci che ha forza e capacità per proteggerci.

Il mito del Leviatano, sempre pronto ad erompere con forza acceso dalla parte oscura di ognuno di noi, prende allora a poco a poco forma stimolato soprattutto dal diffondersi di questi sentimenti. L’incertezza del cammino che si prospetta apre la strada a chi ci garantisce che lo renderà certo. Il terreno è pronto e dissodato per la neodestra in agguato. La proposta di fondo è quella classica di sempre: legge e ordine, garantiti da chi dà ad intendere di saperli applicare. La destra ci crede. È parte del suo DNA ed è congenito alla sua struttura caratteriale. Per questo risulta credibile. I suoi attuali esponenti, i neodestri, raccoltane in pieno l’eredità, sanno convincere di esserne capaci.

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La sinistra non è credibile neanche quando la sua parte cofferattiana li propone, tanto è vero che le sue proposte sono contrastate dall’interno, dalla sinistra radicale. Non fanno parte della cultura che nei decenni si è sforzata di accreditarsi, per cui anche quando sembra disponibile appare fiacca e indecisa. Invece qui ci vuole decisione e polso, che proprio l’immagine accreditata della neodestra sa assicurare con fermezza. Non più restauratrice antimodernista e antiprogressista, nemmeno più truce, ma suadente e accattivante, la contemporanea neodestra di governo è invece modernista e progressista. Nemica da sempre dei principi di uguaglianza, vuole governare per la conservazione del sistema di comando, ammodernando le gerarchie e premiando i meriti di esecuzione degli ordini dall’alto, intruppando le genti sotto identità che esaltino la forza dei leader. Ecco perché ispira fiducia: mostra il polso necessario a far rispettare le regole che promettono di proteggere i subordinati, inquieti perché vivono nell’incertezza.

Ma al di là degli umori del momento, la questione non è affatto semplice né scontata. Le proposte della destra, classica o neo, per loro natura conservano sempre il carattere di imposizione dall’alto e escludono la partecipazione dal basso se non come plebiscito di conferma dei comandi gerarchici. Hanno bisogno di essere lineari, perché il loro è un convinto governare che deve poter controllare per tentare di imporre stabilità e fermezza. Tendono perciò a semplificare, a costringere e ridurre la problematicità. È un’azione di superficie, fondata com’è sul controllo e sul comando come essenza della soluzione dei problemi. Vecchia ricetta stracotta che mira a una stabilità impossibile da realizzare. La complessità del reale al contrario ha bisogno di essere rispettata. Se viene forzatamente linearizzata e semplificata, reagisce e crea complicazioni che recidono i lacci messi per imbrigliarla. La complessità non può essere governata imprigionandola, contrastandone la natura con le catene ormai logore di “legge e ordine”. È per questi motivi che il loro piano non può funzionare all’infinito. È un fiume destinato a tracimare.

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Precarietà endemica, sfruttamento e…

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Per chi crede come noi in percorsi di liberazione per una nuova primavera di reciproca libertà e di solidarietà sociale diffusa, questa situazione è preoccupante. Purtroppo sembra che siamo precipitati in un vero e proprio inverno della politica, bigio e triste, sovrastati come siamo da un ammasso di cupi nembi minacciosi, supportati dalla richiesta di scatenare l’uragano che con la sua furia purificatrice ridia tranquillità. Dal basso non stanno giungendo richieste di emancipazione e conquiste d’autonomia. Convinta da decenni di cultura politica all’insegna della governabilità a tutti costi, di fronte al caos senza tregua provocato dalle varie caste politiche che si sono succedute, la base sociale, ormai esausta, preme perché vengano ristabiliti legge e ordine, indotta a chiedere immagini di superficie che cozzano con la complessità. L’opera reazionaria ha funzionato. Il Leviatano è legittimato a esercitare la sua forza dominatrice.
Non poteva che essere così. Ripercorriamo il senso del percorso avvenuto. Sono decenni che in Italia l’impostazione prevalente dentro la cultura di sinistra in varie forme ha abbandonato e condannato la lotta rivoluzionaria per l’emancipazione sociale. Praticamente da dopo la liberazione dal fascismo, quando il Pci riuscì ad egemonizzare la sinistra e condurla all’interno di quel cupo tunnel chiamato “via italiana al socialismo”, che altro non era che il “sinistro” braccio politico dell’URSS per cercare di limitare le capacità d’influenza internazionale nella NATO. Poi c’è stato il crollo del muro di Berlino, la fine del bipolarismo delle superpotenze, la fine dell’illusione del paradiso bolscevico in terra. Il passaggio definitivo dalla “lotta al sistema” al “riformismo dentro il sistema” è stato ampiamente sancito.

In tal modo da decenni tutti, da destra e da sinistra, sostengono con forza che si deve governare il presente regolandolo dall’alto dell’autorità statale, considerato e imposto come unico realismo politico che abbia senso. E promettono di farlo. Ma il presente è questo, fatto di precarietà endemica, sfruttamento e dipendenza dalla tecno-finanza internazionale. Per governarlo, secondo una percezione ormai ampiamente diffusa, ci vuole, appunto, legge e ordine. Nata per modificare il sistema in senso socialista, la sinistra al contrario, per propria scelta, si trova a dover e voler agire per mantenerlo e governarlo. Le sue ricette, data la sua natura originaria prive della necessaria convinzione, sono di conseguenza confuse e indecise. Spinta dalla necessità del consenso, la sinistra istituzionale insegue la destra nella ricetta di ridare un’improbabile stabilità regolando il presente caotico. Ecco l’inverno, cupo e bigio. Dall’alto tutti, sia a destra sia a sinistra, inseguono una politica il cui segno culturale è fondamentalmente destrorso, mentre la cultura di cambiamento del sistema, originaria della sinistra, è sempre più marginalizzata e inconsistente.

È venuto meno il luogo di costruzione e ricompattamento dell’utopia rivoluzionaria, mentre la sua esigenza bussa prorompente perché i problemi sociali non sono affatto risolti. Anzi, in verità sono moltiplicati e si sono amplificati. L’utopia, capacità di progettare un futuro concretamente altro, soffocata nel contingente da un’incertezza imposta dai potentati di turno, grida la necessità della propria esistenza ed ha bisogno di ritrovare l’ambito della propria capacità di esprimersi.

Urge trovar la forza e la maniera di uscire dall’inverno in cui ci siamo lasciati costringere per ritrovare la primavera della rinascita. Ma per riuscirci non sarà più sufficiente lasciarsi rinchiudere nel ghetto di un antagonismo ribellistico sempre più stereotipato e fine a se stesso. Continuando a lottare con determinazione e a ribellarsi ai soprusi, bisognerà invece far uscire allo scoperto le nostre proposte. Dovranno essere complesse e concrete al tempo stesso, con la capacità di mostrare una strada fattibile, permeate da una visione che sia in grado di rappresentare la luce di un novello umanesimo, tutto teso a voler realizzare la pace, la solidarietà e una convivenza autogestita direttamente e concordemente da tutti, fuori da ogni logica di oppressione e sfruttamento.

Andrea Papi

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fonte: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/index.htm

Crescono le zone “morte” degli oceani: ormai sono una superficie pari alla Nuova Zelanda

ROMA (16 agosto) – Crescono le “zone morte” degli oceani, quelle dove è impossibile la vita. Negli ultimi dieci anni sono arrivate ad occupare una superficie pari a quella della Nuova Zelanda, crescendo del 30%. Lo afferma uno studio del Virginia Institute of Marine Science, pubblicato sull’ultimo numero della rivista Science.

Lo studio ha esaminato 405 aree del pianeta in cui gli oceani hanno carenze molto gravi di ossigeno, trovando che la loro superficie è ormai di 250 mila chilometri quadrati e aumenta con grande velocità. «Ormai le zone morte sono il principale indicatore dello stress degli oceani: non c’è nessuna variabile che sia cresciuta così tanto in così poco tempo», spiega Robert Diaz, coordinatore dello studio.

Secondo lo studio queste aree sono in aumento anche come numero. Dalle 162 degli anni ’80 si è passati alle 305 degli anni ’90, fino ad arrivare alle 405 di oggi. Il processo che causa la “morte” dell’oceano dipende dalla forte presenza di nutrienti all’azoto e al fosforo, normalmente dovuti a fertilizzanti, che provoca una crescita incontrollata di alghe. Le alghe favoriscono la presenza di batteri che per decomporle assorbono l’ossigeno dall’acqua circostante. «L’ipossia – spiega Diaz – viene presa in considerazione solo dopo che ha effetto sui pesci sfruttati commercialmente, ma bisognerebbe intervenire prima».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=29551&sez=HOME_SCIENZA

Denunciò Eurostar “spezzati”: Viene licenziato da Trenitalia

L’azienda allontana Dante De Angelis, leader storico dei macchinisti e Rls
Fs: “Ha detto falsità”. Lui: “Non ho accusato nessuno, ma la sicurezza è un problema”

Lavoratori sul piede di guerra. L’uomo era già stato mandato via e poi reintegrato
Proteste bipartisan. I sindacati insorgono, pochi giorni fa cacciati otto operai

Denunciò Eurostar "spezzati" Viene licenziato da TrenitaliaDante De Angelis

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ROMA – Due treni spezzati nel giro di otto giorni che provocano una polemica accesa tra l’azienda e i lavoratori. La notizia degli incidenti viene divulgata da Dante De Angelis, leader storico dei macchinisti e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, che mette in guardia sulle condizioni dei convogli Fs. La reazione arriva il giorno di Ferragosto: Trenitalia licenzia il ferroviere, per via delle dichiarazioni fatte alla stampa.

De Angelis è stato mandato via “solo per aver dichiarato pubblicamente quello che tutti pensiamo – denuncia una nota della rivista dei macchinisti Ancora in Marcia – e cioè che la rottura dei due Eurostar a Milano è stato un incidente potenzialmente molto pericoloso e un campanello d’allarme che pone con forza all’attenzione di tutti la questione della manutenzione, della progettazione e dei controlli”.

“Siamo di fronte ad un vero e proprio accanimento personale nei confronti di chi si occupa di sicurezza – continuano i lavoratori – De Angelis, infatti, nel 2006 aveva subito un analogo provvedimento, poi ritirato dalle Fs sempre per la sua attività sindacale durante la vertenza dei macchinisti contro il pedale dell’Uomo Morto”. Si tratta di un “altro gesto gravissimo – concludono – questo licenziamento rappresenta, inoltre, anche una sfida al sindacato che segue di pochi giorni l’ingiusto licenziamento degli otto operai delle officine di Genova”. L’Assemblea nazionale dei ferrovieri ha chiesto ai vertici delle ferrovie il reintegro immediato di De Angelis.

La risposta dell’azienda non si fa attendere: De Angelis, spiega il comunicato Fs, non è stato licenziato a Ferragosto, ma due giorni prima, “al termine della procedura prevista dallo statuto dei lavoratori e dal contratto collettivo nazionale delle attività ferroviarie”. Quanto al motivo al provvedimento, “non è stato motivato per avere diffuso notizie sull’episodio del 14 luglio, peraltro ampiamente noto quanto piuttosto per avere reso dichiarazioni contrarie alla verità, infondate e pretestuose, sia sulle cause che sugli effetti dell’episodio stesso”. Le contestazioni di Trenitalia sono di avere creato una situazione di “procurato allarme” ingiustificata e “avere leso gravemente l’immagine della Società”, in “palese violazione dei suoi doveri di dipendente”.

Accuse a cui replica De Angelis punto per punto, con una lettera inviata all’azienda. Il macchinista sostiene di non avere “denigrato nessuno”: “non ho formulato accuse sull’episodio in sé – spiega – ho solo ricordato che il problema della sicurezza è sempre aperto”, un fatto dimostrato da molti fatti avvenuti nell’ultimo anno. Quanto all’incidente del 14 luglio, un errore umano non può essere “criterio di assoluzione di un sistema di sicurezza che deve essere progettato in maniera da prevenire. Un’autorevole conferma di ciò è stata fornita dall’Ad Mario Moretti, che il 24 luglio scorso ha reso nota l’esistenza di un ‘difetto di progettazione’ e riconosciuto che se le apparecchiature nelle motrici di testa e di coda fossero state pensate in modo da comunicare tra loro, l’Eurostar non si sarebbe spezzato”.

La decisione di Trenitalia ha suscitato proteste bipartisan. “Un licenziamento in pieno ferragosto è già un fatto anomalo – ha commentato il sottosegretario ai beni culturali Francesco Giro (Pdl) – ma a ciò si aggiunge anche la gravità della denuncia: se fondata, De Angelis meriterebbe una medaglia, non un licenziamento. Mi unisco alla richiesta dell’Assemblea nazionale dei Ferrovieri: venga revocato il senza indugio l’allontanamento del macchinista”. Per Dino Tibaldi, responsabile lavoro del Pdci, si tratta di una decisione “assurda, ingiusta, inaccettabile”.
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16 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/eurostar-spezzato/eurostar-spezzato-licenziato/eurostar-spezzato-licenziato.html?rss

GAS E PETROLIO: IL RESTO NON CONTA

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di Maurizio Chierici

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Tutti d’accordo con l’indignazione di Bush che si arrabbia con Putin al quale piace governare come Stalin e vivere come Abramovich, magnate compra tutto: “la sovranità di un paese è sacra”, parola del presidente degli Stati Uniti. Quando gli eserciti di un paese attraversano le frontiere di un altro paese, calpestano i diritti di ogni cittadino, qualunque sia il pretesto. La comunità civile ne è scandalizzata; la Washington dei repubblicani, addolorata. Quegli aerei in picchiata su Tiblisi e carri russi che sgretolano villaggi e città. Bush inorridisce anche perché la tradizione petrolifera della famiglia non sopporta minacce alle vene delle pipelines. Dall’Asia centrale, attraverso Georgia e Turchia, riversano l’oro nero nel Mediterraneo. Tranquillizzano i mercati, borse che respirano.

Bush ha diritto ad arrabbiarsi perché gli Usa non hanno mai osato entrare in armi in altri paesi per trasformare l’indipendenza di una patria sovrana nella dipendenza cortigiana alla quale Putin sta lavorando. Lasciando perdere Iraq e Afghanistan o l’operazione Pace in Galilea dello Sharon 1982 – sgretola il Libano sperimentando sul campo, quindi sulla gente, l’efficienza delle bombe ad implosione fornite dagli Stati Uniti che generosamente azzerano il debito bellico – insomma, lontani dal passato, si può notare che proprio nelle stesse ore le frontiere possono essere scardinate in altro modo: cancellate da dentro. Il problema è sempre energetico: gas e petrolio.

In Bolivia, per esempio, si stanno contando i voti di un referendum dalle regole non chiare. I quattro governatori (prefetti) delle quattro regioni che custodiscono petrolio e sterminate riserve di gas, pretendono come l’Ossezia meridionale dell’impero sovietico, un’autonomia che è quasi indipendenza, rifiutando il “populismo antropologico” del presidente Evo Morales. Il quale, mezzo indigeno eletto dalla maggioranza indigena, annuncia una nuova costituzione considerata “sovversiva e comunista”. Vorrebbe eliminare xenofobia e razzismo: emarginano milioni di diseredati per rassicurare i latifondi controllati dallo 0,63 per cento della popolazione che possiede il 67 per cento delle terre fertili. Le quattro regioni ricche – agricoltura e idrocarburi – non sopportano che lo stato centrale possa adeguare le imposte sulle esportazioni agli standard internazionali quando per mezzo secolo le multinazionali se la cavavano con pochi centesimi e nessun controllo sulla quantità pompata. In due anni entrate fiscali quadruplicate e nuovi capitali che alimentano sussidi agli anziani: con trenta dollari al mese si sentono finalmente ricchi. E ad ogni bambino, due dollari per libri e quaderni nella scuola dignitosamente aperta a tutti. L’opposizione delle oligarchie sta impedendo l’approvazione della costituzione: vorrebbero continuare a decidere, regione per regione, a quale prezzo e con quali controlli esportare le risorse. Lega boliviana. Le quattro regioni paperone avevano chiesto un referendum revocatorio: se Morales perde deve andarsene. Morales non si è opposto. Facendo un po’ di conti gli oppositori ci hanno ripensato: non vogliono più votare. Ripetono che questo voto “è un’insulto alla democrazia”. Non voci isolate.

Esperti Usa guidano campagne alle quali inconsapevolmente partecipano grandi giornali, anche di casa nostra. Agenti della Dea (agenzia antinarcotici degli Stati Uniti) vengono sorpresi con le mani del sacco: finanziavano funzionari e campagne antigovernative. Espulsi mentre Washington concede l’asilo politico all’ex ministro della difesa Sanchez de Losada. Quando il paese era governato da un presidente dalla doppia nazionalità (passaporto Usa, passaporto boliviano) aveva ordinato all’esercito di sparare sui minatori in sciopero nella protesta che appoggiava la protesta di Evo Morales. Massacro che il sollecito umanitario dell’ambasciatore Usa a La Paz, Philip Goldberg, trasforma “in legittima difesa delle istituzioni”. Quindi benevolenza nell’aprire le porte dell’asilo come per i fantasmi del Darfur, o a Solgenitzin, in fuga dai gulag. Si rimprovera a Morales di allargare l’istruzione ai popoli indigeni. Non sanno leggere e non possono maneggiare gli strumenti della modernità. Fuori per sempre. Invece Morales apre tre università in lingua quetchua, aymara e guarany. D’ora in avanti potranno votare coscienti della scelta. Il pericolo diventa inaccettabile.

Chissà cosa risponderanno le urne. Morales verrà probabilmente confermato ma anche i governatori delle regioni ribelli resteranno al loro posto. Forse si esagera evocando lo spettro di Allende costretto a morire appena annuncia il referendum che lo avrebbe visto trionfatore. Pinochet e gli altri lo impediscono con i carri armati. Anche i militari boliviani vengono invitati a difendere dalla “marionetta di Chavez” l’orgoglio della nazione. Il paese deve riallacciare i fili con le compagnie straniere in modo “da garantire un futuro tranquillo all’economia”. All’economia di chi? Con pudore si tace. Consiglieri e ricercatori Usa accorsi in Bolivia sono d’accordo. Un pareggio è l’ipotesi probabile: non violenta ma che nel tempo accenderà nuove violenze. Governo paralizzato e conferma dei prefetti ultras che non rinunciano alla disobbedienza e all’autonomia. Si impegneranno ad impedire la nuova costituzione per i due anni e mezzo che mancano alla scadenza del governo Morales. Il quale già nei giorni del referendum non è riuscito a concludere la campagna nella capitale Sucre, ad uscire dall’aeroporto di Santa Cruz, a ricevere la visita di Chavez e di Cristina Kircher: folle minacciose e ben equipaggiate lo hanno impedito con una specie di assedio.

Appena sotto le Ande, un passo oltre il confine, il 15 agosto, il presidente Fernando Lugo si insedia ad Assuncion. Ex vescovo dei poveri, eletto dalla galassia dei movimenti contadini e cristiani, ma anche dai partiti della destra anti-colorado, e costretto dai numeri a governare il parlamento assieme al generale Oviedo scarcerato senza il processo che doveva accertare le responsabilità a proposito di un delitto politico eccellente e il tentativo di colpo di stato. Lugo ha gli stessi problemi di Morales: latifondo e povertà disperata e il tesoro di un’energia che non risale dalle viscere della terra. Soia transgenica. Dilaga come un cancro. Ruba pane e speranza a centinaia di migliaia di contadini. Transnazionali con profitti alle stelle e vagabondi senza lavoro accampati attorno alle città. Come in Bolivia e in ogni altra America, le parole magiche sono “riforma agraria”, ma dopo 60 anni di dittatura e autocrazia del partito Colorado alleato disciplinato di Washington, rimettere in dubbio proprietà e guadagni delle imprese straniere equivale al suicidio. Oliver North, colonnello che ha mentito al congresso Usa per nascondere i finanziamenti dell’Iran-gate (guerra dei contras contro il sandinismo al potere in Nicaragua); North, ha aperto ad Assuncion un’agenzia “per la difesa personale di uomini d’affari, politici, possidenti”. Milizia privata, agli ordini di chi? Lugo vuole ridiscutere la concessione della base militare Usa a ridosso delle tre frontiere con Bolivia, Brasile e Argentina. Insomma, non è un presidente di fiducia. Tanto per capire come le frontiere possano essere minacciate dall’interno, due anni fa, appena il vescovo chiede a Roma la riduzione allo stato laicale per candidarsi alla presidenza, il diplomatico James Cason viene immediatamente nominato ambasciatore in Paraguay. Arriva dall’Avana dove per quattro anni ha governato la delegazione d’affari Usa istigando polemiche e la protesta delle folle forse guidate dal regime unico, sicuramente indignate per i giochi di prestigio di un uomo che aveva diretto da Miami il comitato per la democratizzazione di Cuba. Lugo non è Fidel. Cason non deve provocare ma sedurre chi conta ed anche chi conta poco ma incanta la gente. Per toccare le corde dei sentimenti popolari, si esibisce su un palcoscenico cantando in guarani. Nessuno aveva mai visto un ambasciatore cantare. Il nome Cason non dice gran che ai giovani lettori. Ecco due righe di biografia. Per caso la sua presenza diplomatica é sempre segnalata in posti non tranquilli: Salvador, Nicaragua, Panama prima dell’invasione, Perù di Sendero Luminoso. Ma la prima uscita internazionale é in Italia: Milano, dal maggio al dicembre ’69. Se ne va dopo le bombe di piazza Fontana. L’amico americano descritto da Luigi Fappanni, neofascista che racconta i retroscena delle brigate nere clandestine ad un giornalista del Giorno (direttore Italo Pietra) e a Gian Luigi Melega (Panorama di Lamberto Sechi); questo amico dal nome di fantasia, ricorda James Cason con una goccia d’acqua. Fronte spaziosa, occhiali con montatura severa, faccia innocente da american boy. Abitava dietro il Duono, cinquanta metri dalla piazza del massacro. Accompagnava il manipolo dei ragazzi neri in visita alla base Nato di Verona. Insomma, simpatico, alla mano e “innamorato di Mussolini”. Amore d’occasione per entrare nelle grazie di chi doveva alimentare la tensione. Comincia l’Italia delle bombe e degli agguati. Anche in quell’Italia la sovranità nazionale era sacra. Quarant’anni dopo, i discorsi di Pechino non acquietano la realtà. La violenza resta un dettaglio appena sfiorato da parole di circostanza. Le parole sono comode: è possibile rovesciarle. E chi è sfiorato dal petrolio deve essere comprensivo. Vite umane e la disperazione hanno importanza relativa: conta solo l’energia che accende le luci di tutti. Delle olimpiadi, dei frigoriferi e della chitarra dell’ambasciatore James Cason.
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mchierici1@libero.it
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Cortesia dell’Unità

GEORGIA: A MOSCA ULTIMA PAROLA SULLA TREGUA

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Il cessate il fuoco firmato dal presidente georgiano Mikhail Saakshvili e’ sul tavolo del ministro degli Esteri russo. Lo ha annunciato un portavoce di Sergei Lavrov, secondo il quale il documento e’ stato ricevuto “con un fax mandato dagli americani”. Subito dopo Lavrov ha telefonato a Condoleezza Rice per ribadire che la Georgia deve mantenere gli impegni presi in base all’accordo. Il cessate il fuoco, informa il Cremlino, e’ lo stesso sottoscritto giovedi’ a Mosca dai leader separatisti dell’Ossezia del Sud, Eduard Kokoiti, e dell’Abkhazia, Sergei Bagapsh.

La presidenza russa aveva fatto sapere che non avrebbe firmato il documento – messo a punto insieme a Ue e Osce – fino a quando non lo avrebbe fatto la parte georgiana. Il piano patrocinato dalla presidenza francese dell’Ue prevede il cessate il fuoco, la rinuncia all’uso della forza, il libero accesso degli aiuti umanitari e il ritorno delle forze armate georgiane nelle localita’ in cui erano abitualmente dispiegate. Contemporaneamente le truppe russe di ritireranno fino alla linea esistente prima del conflitto, anche se potranno adottare misure di sicurezza addizionali in attesa della messa a punto dei meccanismi pensati dalla comunita’ internazionale. (AGI)

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16 agosto 2008 ore 11.25

fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Mosca-11:25/3264973/7

SERVAGGIO ITALIANO – Battaglione robot killer

Il Pentagono ha venduto alla nostra Areonautica quattro aerei fantascientifici per contribuire alla lotta antiterrorismo. Un nuovo impegno bellico dal costo esorbitante

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di Gianluca Di Feo
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I robot killer tricolori sono in arrivo. Quattro aerei telecomandati a lunghissimo raggio, che possono lanciare missili e sganciare bombe a guida laser. Macchine da fantascienza, utilizzate dagli americani per eliminare i capi di Al Qaeda in Iraq e Afghanistan.

Adesso i drone d’attacco MQ-9 Reaper stanno per entrare in servizio in Italia. Il Pentagono ha appena confermato la vendita di quattro esemplari alla nostra Aeronautica. Con motivazioni da sovranità limitata. Il documento di Washington recita: “Questo programma aumenterà la capacità dell’Italia di contribuire alle future operazioni antiterrorismo che gli Usa potrebbero intraprendere”.

Un passaggio che potrà non dispiacere al neoministro Ignazio La Russa e che sembra anticipare nuovi fronti di impegno bellico per il governo. Sorprendente anche il costo: 330 milioni di dollari.
Una spesa che cozza con i tagli imposti da Tremonti, tali da rendere disoccupati migliaia di precari in divisa. Nessuna parola sulla dotazione di missili. Ma il nome del robot killer non lascia spazio all’immaginazione: si chiama Reaper, falciatore, come la triste mietitrice che distribuisce morte.

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13 agosto 2008

fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio//2037157

Intervista con Cecilia Alemany: “Il potere politico è ancora molto maschile”/SIERRA LEONE: Qualche progresso per le candidate donne

Intervista con Cecilia Alemany, Association for Women’s Rights in Development

Cecilia Alemany

VANCOUVER, Canada

, 3 agosto 2008 (IPS) – Per i gruppi di difesa dei diritti e dell’empowerment delle donne, la terza Conferenza di alto livello sull’efficacia degli aiuti prevista per settembre ad Accra e la Conferenza Onu sui Finanziamenti per lo sviluppo che si terrà a Doha a dicembre rappresentano un’opportunità per fare qualche passo avanti sui finanziamenti per la parità di genere.

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Molti di questi gruppi saranno lì per sollecitare i loro governi a garantire l’affidabilità dei rappresentanti nazionali inviati ai summit, e creare le giuste interconnessioni per sviluppare un approccio olistico allo sviluppo, dal locale al globale.

Tra i propositi, l’integrazione della dimensione di genere non solo tra commercio, sviluppo, investimenti esteri diretti, debito e cooperazione internazionale, ma anche governance, diritti umani e parità di genere, spiega Cecilia Alemany, della Association for Women’s Rights in Development (Awid), Ong internazionale per i diritti delle donne con sede in Canada.

Il corrispondente dell’IPS Am Johal ha intervistato Alemany, responsabile di Awid.

IPS: Quali sono i gap e gli ostacoli che impediscono l’affermazione dei diritti delle donne nel mondo oggi?

Cecilia Alemany: Il potere politico nazionale e internazionale è ancora molto maschile, e i negoziatori dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) o dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) non sono molto sensibili alle ripercussioni che la liberalizzazione o le quote commerciali avranno sulle popolazioni, e in particolare sulle donne.

E non è tutto. Il problema è anche che i responsabili delle decisioni politiche e dei negoziati a livello nazionale e internazionale sono quasi sempre influenzati dagli interessi delle multinazionali, piuttosto che dalle loro società in generale. Le donne e i gruppi che subiranno gli effetti di queste decisioni generalmente non vengono tenuti in considerazione, e purtroppo non vengono mai invitati al tavolo del dibattito.

Lo scorso giugno a New York, il Women’s Working Group sui Finanziamenti per lo sviluppo ha organizzato un incontro di consultazione a New York, nella cui dichiarazione finale si legge che “gli scambi non sono un fine in sé: devono essere funzionali alle persone e allo sviluppo inclusivo, alla realizzazione dei diritti umani e al diritto allo sviluppo per tutti, oltre che al raggiungimento della sostenibilità ambientale ed economica. Una prospettiva di genere applicata al commercio è di tipo olistico, favorevole ad una più ampia struttura di convenzioni internazionali e di impegni multilaterali per il bene comune”.

IPS: Esiste un legame tra lo sviluppo delle competenze e i cambiamenti delle politiche pubbliche che dovrebbero essere attuati da chi può decidere in favore dell’uguaglianza delle donne?

CA: Sì, certamente. Chi decide le politiche a tutti i livelli non sempre integra la dimensione di genere nelle proprie decisioni. A livello internazionale, è palese che gli attuali programmi sulla cooperazione internazionale, per esempio, non stanno integrando obiettivi di sviluppo chiari come la parità di genere, i diritti umani e la sostenibilità ambientale.

Diversi paesi sviluppati che dovrebbero essere più progressisti quanto ai diritti delle donne, sono piuttosto ignoranti rispetto a come integrare sviluppo, diritti umani e uguaglianza di genere.

Nei dibattiti su questi temi sono stati fatti tantissimi progressi tecnici, ma senza risultati effettivi sul campo. 

La “comunità di donatori” sta coordinando un processo e un dibattito internazionale sulla “efficacia degli aiuti”, basato sulla scarsa efficacia dimostrata finora dalla cooperazione internazionale, che non ha prodotto risultati concreti nello sviluppo. Ciononostante, in questo dibattito le donne non vengono ascoltate, e i politici (impegnati nei negoziati soprattutto attraverso l’OCSE) considerano i diritti umani e la parità di genere “problemi trasversali”, che in termini pratici significa “non problemi”.

IPS: Quali sono le principali preoccupazioni legate al Piano d’Azione di Accra (Accra Agenda for Action, AAA), per la società civile e in particolare per i gruppi femminili?

CA: L’attuale bozza del piano contiene pochissimi impegni concreti e legati a delle scadenze da monitorare entro il 2010. L’Agenda dovrebbe assicurare che l’attuazione della Dichiarazione di Parigi e il miglioramento della qualità degli aiuti non compromettano ma piuttosto contribuiscano al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo concordati a livello mondiale, agli obblighi verso i diritti umani, al raggiungimento degli impegni sulla parità di genere, al lavoro dignitoso per tutti, e alla tutela della sostenibilità ambientale.

IPS: E per quanto riguarda la relazione tra i donatori e i governi dei paesi in via di sviluppo? Ci sarà più trasparenza sugli aiuti?

CA: La AAA e l’intera agenda sull’Efficacia degli aiuti devono essere considerate nell’ottica di un ragionamento più ampio sull’efficacia dello sviluppo, che riconosca nelle Nazioni Unite il luogo di riferimento per stabilire le norme e delineare le politiche, in grado di assicurare una partecipazione equa di tutti i paesi, in particolare attraverso il Forum per la cooperazione economica e il processo del Finanziamento per lo sviluppo verso Doha (dicembre 2008).

Nella bozza dell’Agenda la questione della trasparenza è affrontata in modo piuttosto limitato. È essenziale che i donatori condividano più informazioni con i governi dei paesi in via di sviluppo, per favorire processi di budget efficaci e affidabili; ma anche i cittadini hanno il diritto di essere ben informati sulla situazione degli aiuti nel loro paese.

Trasparenza non è solo “divulgazione”, è qualcosa di più, riguarda la partecipazione nei processi decisionali. È essenziale che la AAA stabilisca un nuovo modo di misurare la proprietà, riconoscendo che essa deve essere gestita dagli stessi cittadini di un paese, non dai donatori della Banca Mondiale.

Gli indicatori della proprietà devono misurare la partecipazione dei cittadini, della società civile e dei parlamenti nel decidere, pianificare, attuare e valutare i piani, le politiche, i programmi e i budget a livello nazionale.

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fonte: http://ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1254

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SIERRA LEONE: Qualche progresso per le candidate donne, ma non è abbastanza

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di Mohammed Fofanah
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Un poster elettorale propone una donna per il consiglio comunale in Sierra Leone

Foto: Mohammed Fofanah/IPS

FREETOWN, 5 agosto 2008 (IPS) – I risultati ufficiali delle elezioni municipali di luglio in Sierra Leone sono stati resi noti dal presidente della Commissione elettorale nazionale. Nonostante i diversi episodi di maltrattamenti e intimidazione segnalati, il numero delle donne elette è maggiore rispetto alle elezioni di quattro anni fa. Ma la quota di rappresentanza del 30 per cento non è stata raggiunta, riferiscono gli attivisti per la parità di genere.

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Sul totale dei 394 distretti contesi, le donne hanno ottenuto appena 78 seggi, ossia il 18,9 per cento, che rappresenta senz’altro un miglioramento rispetto al 12,7 per cento dei seggi comunali occupati dalle donne nel 2004.

Honorine Muyoyeta, Direttrice del National Democratic Institute, segnala che “nonostante i concreti passi avanti realizzati verso la pace e lo sviluppo democratico in Sierra Leone, le donne – che rappresentano il 49 per cento degli elettori registrati – sono sottorappresentate e devono ancora affrontare importanti sfide per raggiungere la piena partecipazione politica”.

Ma quali saranno le conseguenze di questa scarsa rappresentatività femminile persistente nel governo locale, in un paese che lo scorso anno è finito in fondo all’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite? Negli ultimi cinque anni, la crescita economica è stata in media di oltre il 7 per cento in questo paese grande produttore di diamanti e con 5,7 milioni di abitanti, ma dove più del 70 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, e che registra un alto tasso di analfabetismo e i più alti tassi di mortalità materna e infantile al mondo.

Princess Pratt era consigliere del distretto di Kono, Circoscrizione 66. Si è ripresentata alle elezioni del 2008 con il Partito del popolo della Sierra Leone (SLPP), all’opposizione, ma non è stata rieletta.

“Le donne nel governo locale sono cruciali per la nostra giovane democrazia e per il nostro cammino verso lo sviluppo”, ha affermato Pratt.

Era una delle tre donne elette nel consiglio locale di Kono, racconta, e durante il suo mandato si è dedicata ai bisogni delle donne di quel distretto, che erano stati ignorati dai precedenti governi.

“Ho costruito mercati comunitari per le donne, ho costruito macine per il riso destinate alle donne agricoltori, che hanno potuto migliorare la produzione di riso e quindi il loro reddito. Ho istituito otto scuole primarie comunitarie in villaggi dove non erano mai esistite scuole. Ho assegnato 70 borse di studio ad altrettante ragazze e ho perfino esteso alcuni dei miei progetti ad altri distretti, dove i bisogni delle donne sono enormi”, ha dichiarato Pratt all’IPS.

”Adesso nel consiglio è rimasta una sola donna, e mi chiedo che cosa riuscirà a fare. Perché so che gli uomini del consiglio non saranno in grado di rivolgersi ai nostri bisogni, visto che non si identificano con le nostre problematiche”.

Richard Yarjah, un insegnante di Kono la cui moglie è stata tra i beneficiari del progetto delle macine, è preoccupato per il suo futuro, adesso che Pratt ha perso l’incarico. “Mi chiedo se i nuovi assessori, quasi tutti uomini, continueranno a sostenere la macina, quando il presupposto dell’intero progetto era l’empowerment delle donne. La mia famiglia si è sostenuta praticamente grazie ai ricavi ottenuti da mia moglie nella sua attività con il riso”.

Alie Kabbah, un commerciante di Kroo Bay, uno degli slum di Freetown, ha raccontato: “Abbiamo avuto per la prima volta un ambulatorio nella nostra comunità quando è stata eletta un consigliere donna. Se i grandi politici minacciano le donne, rifiutando di dar loro un simbolo per candidarsi alle elezioni, non ci sarà sviluppo nel nostro paese”.

Durante la campagna elettorale sono stati registrati diversi casi di intimidazione nei confronti di candidate donne. Fatmata Daramy si è dovuta ritirare dalle elezioni per il Consiglio del distretto di Bombali perché temeva che i suoi oppositori la avrebbero aggredita fisicamente. Ha spiegato che la scarsa rappresentatività femminile nei consigli locali potrebbe essere disastrosa per le donne.

“La regione settentrionale del paese, dove volevo presentarmi come consigliere, ha davvero bisogno di rappresentanti donne, perché qui si concentra il maggior tasso di analfabetismo femminile, al punto che il governo ha dovuto intraprendere una iniziativa specifica assegnando delle borse di studio alle ragazze. Come possiamo colmare il divario nell’educazione, se non siamo lì a batterci per i nostri interessi?”.

Brima Sheriff, responsabile
di Amnesty International in Sierra Leone, ha dichiarato che nonostante l’appoggio dato, insieme a molte altre Ong, per la partecipazione delle donne alle elezioni comunali, i risultati restano deludenti.

Brima ha sottolineato che la “democrazia è una questione di numeri: meno donne saranno presenti nel consiglio, minore sarà l’impatto che avranno nel fronteggiare le questioni che le riguardano”.

Ha però dichiarato che al contrario del Parlamento, dove è fondamentale avere la maggioranza, le donne nei consigli comunali non hanno bisogno dell’approvazione dell’intero consiglio per elaborare ed attuare i progetti.

”Potrebbero far sentire la loro voce anche al di là del loro stesso consiglio, o influenzare il presidente del consiglio perché si interessi al benessere delle donne”, ha affermato.

La crescente consapevolezza dell’influenza che le donne hanno sulle istituzioni e i programmi politici ha spinto l’International Foundation for Electoral Systems ad avviare un progetto finalizzato all’istituzione di una Commissione di registrazione dei partiti politici (PPRC) e all’inclusione delle tematiche di genere nei lavori della Commissione Elettorale Nazionale, insieme alla sensibilizzazione dell’elettorato sull’importanza del coinvolgimento delle donne nella governance locale.

Secondo un funzionario della PPRC, l’impatto di questo progetto potrà concretizzarsi nel 2012, nelle prossime elezioni dei consigli comunali.

Margaret Vandy, un’altra candidata del SLPP sconfitta alle elezioni comunali, ha dichiarato che “l’empowerment delle donne è cruciale per lo sviluppo della Sierra Leone come nazione. Le donne sono più del 50 per cento della popolazione, perciò lo status delle donne rispecchia di fatto la condizione del popolo in Sierra Leone”.

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fonte: http://ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1256

L’Ici, il Senatur, il Cavaliere e l’ombra della Petacci: le strane mescolanze che si rincorrono

Bossi contro Berlusconi: «L’Ici? La rimetterò»

Umberto Bossi Lega Pontida 220x Ansa
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Un buffetto al governo, uno schiaffo a Berlusconi, il bel 7 alla Lega. Nell´ormai consueto discorso di ferragosto al popolo “padano” da Ponte di Legno, in provincia di Brescia, Umberto Bossi scalda i muscoli per settembre e i cuori dei suoi ascoltatori. Salendo su un palco poco dopo il discorso della parlamentare Paola Goisis che ha proposto di eliminare i tre anni della scuola media, il senatùr non ha voluto sfigurare e ha fatto la lista dei suoi diktat. Con alle spalle la scritta “Mai molà tegn dur Valcamonica”, il leader della Lega ha regalato la sorpresa: reintrodurre l´Ici.

Dopo aver presieduto in mattinata le selezioni di Miss Padania, in cui ha cantato commosso le note del Và Pensiero, il senatùr fatto le pulci al governo. Per i suoi cento giorni, il governo secondo Bossi ha voto 7-, mentre il 7 pieno va alla Lega. «Maroni ha fatto quello che si pensava non fosse possibile fare, invece ci è riuscito grazie alla costanza», ha detto il leader del Carroccio. «Ora nei popoli che prima venivano da noi è arrivata l’idea che è inutile venire perché tanto li rimandiamo indietro», ha commentato Bossi. «Anche se è vero che gli effetti non sono visibili in pratica – ha dovuto ammettere il ministro delle Riforme -, il messaggio che è uscito è: “non venite perché non vi vogliamo».

Il capo della Lega Nord ha però sconfessato Silvio Berlusconi, dicendosi intenzionato a reintrodurre l’Ici. «L’ici la rimetterò» ha detto spiegando che bisogna passare da un sistema di finanza derivata, in cui è lo Stato a dare i fondi agli enti locali, a una forma di autonomia finanziaria, in cui loro stessi prendono direttamente le tasse. «I cittadini – ha aggiunto il leader del Carroccio – sono disposti a dare, se le tasse vanno ai loro Comuni, perché vedono i risultati: strade, aiuole».

Sicuro del suo ruolo di arbitro della tenuta del governo, dell’ipotesi di reintrodurre l’Ici Bossi non ha ancora parlato né con Giulio Tremonti né con Berlusconi, ma della sua idea è assolutamente sicuro. «Bisogna dare a ciascuna istituzione l’autonomia finanziaria» ha aggiunto. Visto che le Regioni si occupano dell’Industria il ministro pensa a una tassa che riguardi la produzione (ma non l’Irap che «è brutta») per poi investire ad esempio «nelle fiere», cioè per aiutare le stesse imprese ad essere competitive.

Non vuole però sentir dire che la Lega aumenterà le tasse. «Il federalismo – ha aggiunto – è la riduzione delle tasse». Il fatto che i finanziamenti alle Regioni, ha cercato di spiegare Bossi, per quello che fanno non sarà più basato sulla spesa storica (cioè su quello che ciascuna paga i vari servizi) ma sul costo standard (cioè sulla media di quanto una prestazione costa nelle diverse regioni) permetterà di risparmiare. In pratica, il progetto di Bossi per il federalismo fiscale è che «se un ragazzo a scuola costa 10 lire in media si danno a tutte le regioni 10 lire: non ci possono essere Regioni che pigliano di più e Regioni che pigliano di meno».

Considerandosi il padrone della legge, il senatùr arriva anche ad affermare: «Scriverò l’ultima riga del federalismo al sud». Inoltre, il leader della Lega dà il suo diktat: «Per le europee la legge elettorale deve essere fatta entro il prossimo mese. Per quanto riguarda la Georgia, dice infine Bossi, La Russia non si può mettere contro l’Unione Europea».

Bossi infine ricorda il suo bel gesto all´Inno di Mameli e cerca di giustificarsi dicendo: «Non è un insulto ma una memoria storica». Secondo il ministro delle Riforme il gesto a dito medio alzato fatto durante un comizio a Padova a luglio in riferimento all’Inno di Mameli «non c’entrava niente». Cerca di spiegare il leader della Lega «Il gesto è nato nell’antichità perché i romani tagliavano agli arcieri nemici il dito medio per impedire loro di scoccare ancora frecce, pratica ripetuta dagli inglesi con i francesi». E poi ha conluso: «Non disperare cara Paola – ha detto movendo la mano e rivolgendosi alla Goisis – noi ce l’abbiamo ancora».

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Pubblicato il: 16.08.08
Modificato il: 16.08.08 alle ore 9.23

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=78068

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20 aprile 1945

La Compagna – giornale per la donna del partito socialista italiano di unità proletaria

TENER DURO

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Non sono certamente le sparate demagogiche che scarseggiano nell’oratoria di Mussolini. Ne avevamo sentite abbastanza nei passati vent’anni, sino al “bagnasciuga” e credevamo ormai che nella sua nuova posizione di marionetta manovrata dal burattinaio tedesco, avesse almeno il pudore di star zitto. Invece ecco i discorsi del Lirico, alla Guardia, ai Legionari ecc.

Ed in ognuno di questi abbiamo letto le solite frasi.

Ma una soprattutto ci ha colpiti “la valle del Po sarà difesa fino all’ultimo sangue”. Non è una frase storica, d’accordo, anzi non l’avremmo neppure presa in considerazione, come tutte le altre, se non fosse stato per un particolare che abbiamo saputo per alcune indiscrezioni. Un certo Petacci, fratello della famosa Claretta, da quasi un anno compie frequenti viaggi in Svizzera per portarvi in salvo i beni della sorella e del quasi cognato il quale è stato così soddisfatto del “lavoro” compiuto che ha dato un milione di mancia all’autista che ha effettuati i trasporti.

A parte il fatto che si tratta di beni che avrebbero dovuto rimanere in Italia, la notizia ci ha fatto sorgere un dubbio: che questa guerra, questa difesa della valle del Po fino all’ultimo sangue, c’entri poco con l’onore d’Italia ma sia più in relazione col salvataggio del patrimonio guadagnato da Claretta con molto sudore. Già, con un uomo di sessant’anni…

SICUREZZA – Quel sorriso forzato dei militari a Roma

"Aumentano le espulsioni Esercito, il piano funziona"

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In riferimento all’articolo pubblicato sul Messaggero n°223 del 14-08-08 in merito ai militari che collaborano per il servizio d’ordine nella capitale, vorrei riferire il pensiero di mamme, mogli e sorelle dei Sassarini chiamati per questo servizio. Premetto che i soldati sardi sono abituati a sopportare disagi e situazioni estreme avuti nelle precedenti missioni all’estero, ma mai si sarebbero aspettati di avere un’accoglienza così, proprio nella Capitale!

Ospitati in alloggi ricavati da vecchie caserme chiuse per anni, prive di infissi e con servizi igienici fatiscenti, senza parlare del disagio economico alquanto pesante. Spesso per orari di servizio, non possono usufruire della mensa e si sa bene che a Roma anche un panino costa caro, come più o meno tutto, così si rinuncia ad un pasto decente, le telefonate alle famiglie vengono ridotte, tutto per contenere le spese che fuori casa sono insostenibili. Sì, i nostri militari hanno portato un sorriso nella capitale, ma il loro sorriso ora, è veramente forzato…. Spero che questa lettera venga pubblicata per far conoscere a quanti la leggeranno, che questi ragazzi non sono all’estero sono sacrificati, ma anche in Patria! Grazie.

J.
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14 agosto 2008

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=29518&sez=HOME_MAIL