Archivio | agosto 19, 2008

Rapporti sessuali troppo intensi: ogni anno cento italiani si fratturano il pene

ROMA (19 agosto) – Che gli italiani siano dei grandi amatori è risaputo, ma che fossero talmente focosi da andare spesso incontro a infortuni sul campo, forse lo sanno in pochi. Gli specialisti avvertono: ogni anno in Italia circa cento uomini vengono ricoverati d’urgenza per frattura del pene, dovuta a traumi da rapporti sessuali intensi, concentrati soprattutto nel periodo delle vacanze.

Stando ai dati dell’ospedale Cà Foncello di Treviso, nella sola provincia veneta ogni anno almeno tre o quattro uomini vengono ricoverati per la «lacerazione dell’involucro rigido chiamato tubica albuginea, dove si gonfiano i corpi cavernosi». Gli esperti parlano di un centinaio di casi l’anno, anche se «una precisa casistica nazionale non esiste – avverte Edoardo Pescatori, responsabile dell’unità operativa di andrologia dell’Hesperia Hospital di Modena – perché non c’è un monitoraggio di tutte le strutture sanitarie della penisola. Certo è che i casi di frattura del pene nei maschi italiani sono una realtà».

Nella stragrande maggioranza dei casi, questi episodi sono il risultato di rapporti vigorosi, e sarebbero più frequenti in uomini non sposati. «Ma, in generale, ogni trauma subìto nel momento dell’erezione è a rischio e può determinare una lacerazione dell’albuginea: il pene in erezione infatti è fragile se esposto a traumi, come un palloncino gonfio che, se pestato, esplode», spiega il medico. «Le lesioni del pene possono avvenire in qualsiasi momento – continua Pescatori – e in qualsiasi circostanza perché, non dimentichiamolo, l’organo genitale maschile, anche se rigido, è molto fragile e gli uomini non dovrebbero scordarlo». Quindi, cari italiani, fate l’amore, ma con prudenza.

E non è tutto. Circa il 7% dei maschi italiani soffre di curvatura del pene, congenita o acquisita, come nel caso della frattura. «Un recente studio – afferma l’andrologo – ha fatto luce sui numeri di questa patologia che prende il nome di Induratio penis plastica o Malattia di La Peyronie. E che, come sempre accade per le problematiche sessuali maschili, è troppo sottovalutata». Tanto che, in casi seppur rari, alcuni uomini presentano curvature di 90 gradi e non si rivolgono a nessuno specialista.

Le soluzioni? «Intervenire chirurgicamente dà ottimi risultati», conclude il medico, invitando gli italiani a un maggior controllo sotto le lenzuola: «Anche se perdere il controllo durante l’atto sessuale, talvolta, può essere appagante, gli uomini non devono dimenticare di tenere le briglie della situazione».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=29707&sez=HOME_SCIENZA

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Fri, 16 Mar 2007

Sesso, rischi frattura pene se lei ‘guida’ rapporto

“La prima cosa da fare è mettere del ghiaccio per bloccare il sangue e poi fasciare ben stretto il pene”

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Roma – La ‘frattura’ del pene, l’incidente subito recentemente dal britannico Robert McClenahan mentre aveva un rapporto ‘focoso’ con la propria moglie, “è più probabile quando a ‘guidare’ è lei. Ed è frutto di un movimento sbagliato a cui non si è fatto in tempo a porre rimedio. In genere succede quando la donna è sopra l’uomo. O quando l’erezione non raggiunge il massimo della rigidità”. A spiegare quali siano i rischi per l’organo maschile e cosa è necessario fare quando la notte di piacere si trasforma in un incubo, è Giovanni Alei, direttore del centro di Chirurgia uro-genitale dell’università La Sapienza di Roma e presidente della Società italiana di chirurgia genitale maschile. “La frattura del pene – spiega l’esperto all’ADNKRONOS SALUTE – si ha quando si lacera l’involucro rigido chiamato tunica albuginea, dentro cui si gonfiano i corpi cavernosi, cioè i tessuti che irrorati di sangue determinano l’erezione dell’organo sessuale”. ”Siccome questi involucri non sono elastici, se vengono flessi violentemente per un movimento sbagliato, si possono rompere. Un evento dolorosissimo – commenta Alei – ma che per fortuna non è estremamente frequente. In un ospedale come il policlinico Umberto I di Roma ne vediamo 30-40 casi l’anno”.

Troppa irruenza o poca mira sono all’origine dell’incidente, “che causa un ematoma per la fuoriuscita di sangue dalla tunica albuginea, e in alcuni casi anche dall’uretra”. In generale i rischi maggiori si hanno “quando l’erezione raggiunge il 70-90% della rigidità. E se il rapporto è tanto irruente da far piegare in maniera innaturale l’organo maschile”. Queste condizioni, spiega l’urologo, si verificano più frequentemente “nella fascia d’età tra i 20 e i 50 anni. Tra i più giovani – dice Alei – perché la passione può prendere il sopravvento sull’attenzione. Tra le persone di mezza età perché con gli anni che avanzano è più probabile che non si raggiunga la rigidità del pene del 100%”.

Cosa fare in caso di frattura del pene? “La prima cosa – riprende Alei – è mettere del ghiaccio per bloccare il sangue e poi fasciare ben stretto il pene. Quindi andare al pronto soccorso. Qui i medici, in caso di fratture meno gravi, lasceranno la fasciatura e prescriveranno farmaci antibiotici contro le infezioni e per riassorbire l’ematoma”. ”Se alla fine del trattamento l’organo dovesse mantenere una incurvatura innaturale, allora si interverrà chirurgicamente”. ”Il bisturi diventa invece una necessità – prosegue l’urologo della Sapienza – se la lacerazione e l’incurvamento sono molto pronunciati. Si tratta di interventi che possono essere fatti anche in anestesia locale”.


(Adnkronos)

fonte: http://www.italiachiamaitalia.net/news/132/ARTICLE/3893/2007-03-16.html

ROM – «Le mie figlie, trattate come dei cani»

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la polemica sul censimento dei nomadi

L’«Observer» dedica un articolo alla politica italiana sui rom. Partendo da una vicenda che ha scosso il mondo

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MILANO – «Perché gli italiani ci odiano?». Se lo chiede Miriana Djeordsevic, madre 30enne di Cristina e Violetta, le due ragazzine rom di 15 e 13 anni morte a luglio a Torregaveta, sul litorale flegreo. L’interrogativo dà titolo a un articolo pubblicato sull’Observer, domenicale del quotidiano inglese The Guardian, a firma di Dan McDougall. Un mese dopo la tragedia ci si chiede perché un fatto che ha scandalizzato il mondo – per la terribile indifferenza con cui i bagnanti hanno “convissuto” per ben tre ore con i corpi delle due vittime sul bagnasciuga – sia passato quasi sotto silenzio in Italia. Un Paese – scrive il settimanale – che ha “dichiarato guerra” ai rom con il provvedimento delle impronte digitali.

CENSIMENTO – Il giornalista è andato nel campo di Secondigliano, dove le due ragazzine vivevano con la madre (che ha altri tre figli). Ha parlato con la donna, ha cercato di capire come i rom vivono la politica del governo Berlusconi (definita «populista»), il cui obiettivo sbandierato è censire i piccoli nomadi per far sì che tutti abbiano un’istruzione. «A Cristina e Violetta sono state prese le impronte poco prima della tragedia – racconta Miriana, scappata dal confine serbo-bosniaco -. Violetta piangeva e Cristina era arrabbiata, aveva capito tutto: era cosciente del fatto che ci stavano trattando come animali».

FASCISMO – Il settimanale inglese impietosamente mette in risalto le contraddizioni di una realtà, come quella di Secondigliano, che rappresenta il “granaio” della camorra per quanto riguarda lo spaccio di droga. «Un terzo dei bambini napoletani non va a scuola – spiega Francesca Saudino, della onlus OsservAzione che lotta contro la discriminazione di rom e sinti – e molti di loro, soprattutto i figli di immigrati russi, odiano l’Italia e gli italiani. Ma nessuno prende loro le impronte». Una forma di “selezione” che ha già fatto gridare al rischio fascismo (pochi giorni fa da parte del settimanale Famiglia Cristiana).

DICHIARAZIONI – L’Observer analizza la maggioranza di governo, con Umberto Bossi che guida «un piccolo partito di ex fascisti», Roberto Calderoli «ricordato per la sua apparizione in tv con una maglietta con su una caricatura del profeta Maometto», Giuliano Ferrara che insiste sul fatto che «non esiste una persecuzione etnica in Italia» e il ministro dell’Interno Roberto Maroni che – di fronte al rogo in un campo nomadi di Napoli dopo la denuncia del tentativo di rapimento di una bambina da parte di una donna rom – afferma: «È quello che succede quando i rom rubano i bambini». Pochi giorni fa il ministro degli Esteri Franco Frattini ha risposto alle accuse di razzismo che arrivavano dalla Bbc proprio in merito alla vicenda di Torregaveta (guarda il video).

«COME CANI» – Si stima che l’84% dei rom in Europa viva sotto la soglia di povertà – ricorda l’Observer – dopo le varie persecuzioni che si sono succedute nei secoli, fino a quella di stampo nazista. Poi ci sono state le guerre dei Balcani. «Ho chiesto a un prete cattolico perché gli italiani ci odiano e non ha saputo darmi una risposta. Ha detto che anche i rom sono figli di Dio e gli ho replicato che la realtà sembra molto diversa» conclude Miriana Djeordsevic. «Il vero crimine comunque è ciò che è successo intorno alle mie figlie morte, trattate come cani morti annegati nel Mediterraneo».

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Laura Cuppini
19 agosto 2008

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fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_agosto_19/observer_italiani_odio_rom_f1c1338e-6de8-11dd-8a0c-00144f02aabc.shtml

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UNA GIORNATA AL MARE

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UN BLOGGER IMMAGINA UN’ALTRO PUNTO DI VISTA, QUELLO DEI DUE BAGNANTI RITRATTI NELLA FOTO TERRIBILE CHE HA FATTO IL GIRO DEL MONDO.. LO SCRITTO E’ UNA LETTERA IMMAGINATA, TOTALMENTE DI FANTASIA, MA CHE, PER GLI SPUNTI DI RIFLESSIONE CHE CONTIENE, COLPISCE ANCHE LEI AL CUORE.

TUTTAVIA, CHI SA LA VERITA’ TACE.. RESTANO I CORPI, PER SEMPRE STESI, DELLE DUE BIMBE CHE VOLEVANO REGALARSI UN PO’ DI FELICITA’ IN QUESTO MONDO AVARO DI BUONI SENTIMENTI CHE SEMBRA ORMAI ESSERE IL NOSTRO, COSI’ PIENO DI FALSITA’, EGOISMO E INDIFFERENZA. QUANDO VA BENE. ALTRIMENTI BRUTALMENTE SADICO E ASSASSINO..

mauro

michele ([info]miic) ha scritto,
@ 20080724 19:54:00

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Mi chiamo Quagliarulo Amilcare, e sono l’uomo che compare in questa foto. Sì, sabato scorso ero a Torregaveta, sulla spiaggia dove sono annegate due ragazze rom. Io e mia moglie, Scannapieco Pamela, eravamo tra quei bagnanti che “hanno continuato a prendere il sole a pochi metri dai cadaveri stesi sulla spiaggia”. Siamo noi i protagonisti della “foto che getta la vergogna sull’Italia”, come ha scritto addirittura l’Independent; siamo noi gli ispiratori di decine di editoriali e centinaia di post che denunciano l’indifferenza dell’uomo contemporaneo davanti alla morte o l’odio razziale verso i rom o magari il decreto Maroni sulle impronte digitali. Siamo noi i bersagli della maledizione dei parenti delle vittime e dell’anatema del vescovo Sepe.

E’ vero: eravamo lì e non abbiamo fatto niente per salvarle. Sapete forse come vanno queste cose, non si capisce mai bene cosa sta succedendo: abbiamo sentito urla, trambusto, visto gente che si tuffava in mare. Io non l’ho fatto, non sono abbastanza atletico né abbastanza coraggioso, ma altri ragazzi – bagnini o bagnanti, non so – sì, sono accorsi appena hanno capito che le ragazzine erano in pericolo. Sono riusciti a portarle a riva, hanno tentato di rianimarle, ma non c’è stato nulla da fare. Le hanno coperte con due teli, qualcuno ha messo accanto a loro un mazzo di fiori. Noi siamo andati a vederle, siamo rimasti un po’ accanto a loro, ci siamo fatti raccontare la storia e abbiamo raccontato quello che avevamo visto noi, abbiamo mormorato banalità sulla tragicità della vita, sulla pericolosità del mare, sull’incoscienza della gioventù. Tutti quelli che erano sulla spiaggia hanno fatto così: lo si vede bene in questo video, e soprattutto in questo, nella parte finale.

Siamo rimasti lì per un po’, in attesa che le portassero via. Ma prima che le portassero via è passata più di un’ora. A un certo punto, continuare a restare in piedi accanto a quei corpi straziati ci è sembrato inutile, persino un po’ morboso. Siamo tornati al nostro posto, a qualche centinaio di metri da lì (le foto possono essere ingannevoli, a seconda dell’inquadratura la prospettiva può risultare schiacciata).  Non ci siamo tuffati in acqua ridendo, non abbiamo acceso la radio a tutto volume, non ci siamo messi a giocare a racchettoni. Siamo rimasti lì, confusi e imbarazzati, senza sapere bene che fare e che dire.In fondo anche quando c’è il morto in casa dopo un’ora di veglia c’è sempre qualche parente che esce dalla stanza e va a fare il caffè, o si alza e guarda distrattamente i libri sugli scaffali, o magari accende la tv senza volume.

Ma come avete potuto restare lì a divertirvi, ad abbronzarvi, come in una normale giornata al mare, ribattete voi dalle vostre centinaia di editoriali e di post. E’ vero, abbiamo sbagliato, non abbiamo saputo comportarci come si deve in una situazione del genere. E sì che una situazione del genere capita quasi ogni estate sulle spiagge italiane, e ogni volta ispira decine di editoriali e centinaia di post. Voi che leggete e scrivete blog e giornali vi sareste sicuramente comportati meglio. Vi sareste rivestiti, per scongiurare il rischio di abbronzarvi. Sareste andati via da quella spiaggia, certo non per sdraiarvi su una spiaggia vicina, al riparo dai fotografi, ma per chiudervi in casa, al buio, a meditare sulla morte. E pazienza se i giornali avrebbero scritto: “Quando sono arrivati i soccorritori hanno trovato una spiaggia deserta…”,  denunciando l’indifferenza dell’uomo moderno che scappa davanti alla morte. Certamente voi, se mentre andate in vacanza vi imbattete in un incidente mortale in autostrada, girate la macchina e tornate indietro. Voi non andreste mai a passare le vacanze a Lampedusa, a fare il bagno in quel mare che ne ammazza a mucchi tutti i giorni. Voi, se incontrate delle zingarelle sulla spiaggia, di sicuro rivolgete loro la parola, e le avvisate sui rischi del mare mosso. Voi sapete sempre cosa è giusto fare, e non pensate che qualunque gesto possiate umanamente fare – rivestirvi o spogliarvi, andarvene o restare, dire una preghiera o pensare al post indignato che scriverete sul vostro blog – non può che risultare goffo, inadeguato, disperatamente inutile davanti all’infame scandalo della morte che si prende due bambine e le risputa sulla spiaggia sotto due asciugamani sporchi, durante una bella giornata al mare.

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fonte: http://miic.livejournal.com/158664.html?page=2#comments

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Per Cristina e Violetta

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Yezza, «il terrorista di Nottingham»

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di Alessia Grossi

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Hicham Yezza, sito in sostegno della sua liberazione
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Sotto accusa le leggi antiterrorismo della Gran Bretagna. Dopo il rapporto Onu che le definisce «lesive dei diritti civili», arriva una testimonianza esemplare a riguardo.
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La storia – pubblicata da The Guardian – è quella dello scrittore e ricercatore dell’Università di Nottingham, Hicham Yezza, accusato di terrorismo per aver scaricato dal sito del Ministero della Giustizia Usa il «Manuale di addestramento di Al Qaida».
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Che il rapporto – cliccabile sul sito ministeriale e scaricabile anche da Amazon – servisse all’amico Rizwaan Sabir, studente che scriveva una tesi di dottorato sul terrorismo non ha convinto gli inquirenti. «Io pubblicavo una rivista politica – spiega Yezza a The Guardian – e Rizwaan mi inviava copie di materiali di ricerca che stava usando, e quel documento era uno di questi. Ero innocente e sono stato incarcerato senza un’accusa precisa, lasciato in una cella in isolamento per giorni: un’esperienza devastante».

Arrestato in base all’articolo 41 della legge sul terrorismo Sospettato di «istigazione, preparazione e organizzazione di atti terroristici» la legge britannica ha fatto scattare le manette intorno ai polsi di Yezza. «Per giorni ho disegnato fumetti, scritto diari, ripetuto i nomi dei personaggi di Saul Bellow, i vincitori del Nobel per la fisica, gli album di John Coltrane, qualunque cosa pur non soccombere all’intorpidamento» scrive ancora Yezza. «Ho sopportato giorni di carcere e ore di interrogatorio, mentre la polizia passava al setaccio ogni centimetro della mia vita: la mia attività politica, la mia vita sentimentale, le mie fotografie, i miei biglietti dell’autobus».

«La lotta al terrorismo è una cosa seria ed è necessario affrontarla in modo adeguato» sostiene lo stesso scrittore. Ma la sua storia è tutt’altra. Su di lui quasi un accanimento. Rilasciato dopo sei giorni senza incriminazione, infatti, Yezza è stato subito fermato per reati legati all’immigrazione. Ora ha perso il lavoro alla Scuola di Lingue Moderne di Nottingham e rischia l’espulsione in Algeria. «E non è ancora tutto: fuori la vita è a pezzi – racconta lo scrittore musulmano – il lavoro è perso, il matrimonio distrutto, la mente danneggiata, gli amici e i familiari sono traumatizzati».

Da tredici anni residente in Gran Bretagna, Hicham Yezza si era laureato all’università di Nottingham e stava presentando domanda di cittadinanza. Intorno al suo caso gli amici hanno scatenato un movimento di opinione per bloccare l’espulsione, che ha anche un sito web.

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Pubblicato il: 18.08.08
Modificato il: 18.08.08 alle ore 14.32

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=78126

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Britain’s terror laws have left me and my family shattered

I am innocent yet was detained without charge in solitary confinement for days on end. It was a devastating experience

The UN’s committee on human rights has just published a report criticising Britain’s anti-terror laws and the resulting curbs on civil liberties. For many commentators the issues raised are mostly a matter of academic abstractions and speculative meanderings. For me, it is anything but. These laws have destroyed my life.

On May 14 I was arrested under section 41 of the Terrorism Act – on suspicion of the “instigation, preparation and commission of acts of terrorism”: an absurdly nebulous formulation that told me nothing about the sin I had apparently committed. Once in custody, almost 48 hours passed before it was confirmed that the entire operation (involving dozens of officers, police cars, vans, and scientific support agents) was triggered by the presence on my University of Nottingham office computer of an equally absurd document called the “al-Qaida Training Manual”, a declassified open-source document that I had never read and had completely forgotten about since it had been sent to me months before.

Rizwaan Sabir, a politics student friend of mine (who was also arrested), had downloaded the file from the US justice department website while conducting research on terrorism for his upcoming PhD. An extended version of the same document (which figures on the politics department’s official reading list) was also available on Amazon. I edit a political magazine; Rizwaan regularly sent me copies of research materials he was using, and this document was one.

Within hours of my incarceration I had lost track of time. I often awoke thinking I had been asleep for days only to discover it wasn’t midnight yet. My confidence in the competence (and motives) of the police ebbed away. I found myself shifting my energies from remaining cheerful to remaining sane. In the early hours, I was often startled by the metallic toilet seat, crouched in the corner like some sinister beast.

For days on end, I drew cartoons and wrote diary entries in the margins of Mills and Boon novellas. I spent hours reciting things to myself: names of Saul Bellow characters, physics Nobel prize winners, John Coltrane albums, anything to keep the numbness away.

I’m constantly coming across efforts being made to give detention without charge the Walt Disney treatment: the crushing weight of solitary confinement is painted as a non-issue; the soul-sapping nothingness of the claustrophobic, cold cell is portrayed as a mild inconvenience. Make no mistake: the feeling that one’s fate is in the hands of the very people who are apparently trying to convict you is, without doubt, one of the most devastating horrors a human being can ever be subjected to. It is (to misquote Carl von Clausewitz) the continuation of torture by other means.

“Those who have nothing to hide, have nothing to fear,” goes the tautological reasoning of the paranoia merchants calling for harsher, ever more draconian “security” measures – as we saw throughout the 42-days debate. They should read Kafka: nothing is more terrifying than being arrested for something you know you haven’t done. Indeed, it is the innocent who suffers the most because it is the innocent who is tormented the most. The guilty calculates, triangulates, anticipates. The innocent doesn’t know where to start. The answers and the questions are absolute, unbreachable, towering conundrums.

I underwent 20 hours of vigorous interrogation while entire days were being completely wasted by the police micro-examining every detail of my life: my political activism, my writings, my work in theatre and dance, my love life, my photography, my cartooning, my magazine subscriptions, my bus tickets.

Aspects of my life that would have been seen as commendable in others were suddenly viewed as suspect in my case for no apparent reason other than my religious and ethnic background. I was guilty of being that strangest of creatures: a Muslim who reads; who studied engineering yet writes about Bob Dylan; was a vocal opponent of the Iraq war yet owns all of Christopher Hitchens’ writings; admires Terry Eagleton yet defends Martin Amis; interviews Kazuo Ishiguro, listens to Leonard Cohen, goes to Radiohead concerts, all of which became the subject of rather bizarre questioning.

This is not all: outside, lives are shattered, jobs are lost, marriages are destroyed, minds are damaged, friends and families are traumatised – often irrevocably so. My parents, whom I wasn’t allowed to call, could barely get any sleep throughout the ordeal. Many of my Muslim university friends were, and still are, worried about being targeted themselves. For most of my loved ones, despite my innocence, nothing will ever be the same again. I’m now jobless, facing destitution and threatened with deportation from the country I’ve called home for nearly half my life.

Immense pressure is exerted on law enforcement agencies by their political mandarins to produce “results”: pressure to produce a higher number of arrests but also the corollary, more dangerous, impulse to justify them at any cost. Naturally, through a perverted but pervasive circularity in the logic, lack of evidence becomes the very justification for requesting “more time”. The government claims that checks and balances will ensure extensions to detention periods are based on verifiable and compelling arguments. I beg to differ: in my case, the judge was simply bullied by streams of technospeak until she had no option but to grant extra time.

Fighting terrorism is a serious matter and needs to be tackled in a serious way – not through empty gimmicks sustained by fear-mongering and alarmist rhetoric. The real danger is that we are witnessing a slide from the essential purity of habeas corpus into a Britain where the innocent are detained until proven guilty.

· Hicham Yezza, an activist and writer, was released without charge after six days in custody, immediately rearrested on immigration charges and issued with a removal order to Algeria, after which he was held for a further 27 days; he is still awaiting a conclusion to his deportation case freehicham.co.uk

INQUINAMENTO – La Dora al cromo esavalente

DAL BLOG DI BEPPE GRILLO

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18 Agosto 2008

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La Dora scende dalle Alpi, attraversa Torino e, prima di entrare nel Po, diventa d’oro. Il cromo esavalente delle fabbriche, versato a tonnellate, la tocca come re Mida. La Dora assume allora quel caratteristico giallo paglierino che darà tono e sapore ai vini più pregiati del Piemonte.

Il cromo esavalente è cancerogeno e mutageno, provoca aborti, sgretolamento delle ossa, insufficienza epatica cardiaca e renale, dermatiti, perforazione del setto nasale preceduta da emorragie e, ovviamente, tumori. Il dottor Roberto Topino, specialista in Medicina del Lavoro, mi ha inviato dei filmati della Dora verdeoro. La ThyssenKrupp, quella dell’incenerimento sul lavoro degli operai, è sempre in prima linea nella protezione della salute. Il massimo ammissibile per il cromo esavalente è di 5 microgrammi per litro, nella Dora sono stati trovati fino a 455 microgrammi per litro. Si capisce finalmente il mistero del colore giallognolo di Sergio Chiamparino e di Piero Fassino.

Nessuno controlla. Le ASL, i sindacati, il Comune, la Provincia, la Regione. Un medico deve farlo al loro posto. Improvvisarsi investigatore e filmare, documentare i nuovi untori del cancro. Dopo le sue denunce, comunque non succede nulla. Le fabbriche che hanno inquinato la Dora devono chiudere DOMANI. I loro responsabili portati SUBITO in tribunale per strage aggravata da futili motivi, in sostanza tumori ai cittadini per risparmiare i soldi dello smaltimento del cromo. Non si possono continuare a proteggere dei delinquenti con la scusa del lavoro.

La Dora cromata esavalente è uno scandalo a cielo aperto. Se c’è un magistrato a Torino che segue il blog apra un’inchiesta.

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ThyssenKrupp_Dora.jpg
Clicca l’immagine

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fonte: http://www.beppegrillo.it/2008/08/la_dora_al_crom.html

ITALIANI BRAVA GENTE – Chiusa in casa, stuprata e picchiata per 2 settimane: Colf ucraina denuncia un italiano

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Il comune di Milano ha annunciato che vuole costituirsi parte civile nel processo

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Chiusa in casa e stuprata per giorni Colf ucraina denuncia un italiano
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MILANO – Sequestrata in casa per due settimane, minacciata, picchiata e, secondo la sua denuncia, anche violentata più volte. E’ la terribile vicenda di una ragazza ucraina di 31 anni, in Italia senza permesso di soggiorno, sottoposta a violenze dal suo datore di lavoro italiano, Paolo D., 41 anni.

Ieri sera la polizia l’ha liberata dall’appartamento di Quarto Oggiaro, periferia nord di Milano, dove aveva iniziato a lavorare come colf ai primi di agosto. La donna è riuscita a chiedere aiuto dopo quindici giorni di vessazioni. Il suo aguzzino, che ha diversi precedenti, è stato arrestato. Deve rispondere dei reati di sequestro di persona, maltrattamenti in famiglia e resistenza a pubblico ufficiale. Gli inquirenti ora devono verificare le accuse di violenza sessuale.

Lui, dopo un movimentato arresto, si è giustificato così di fronte agli agenti: “L’ho fatto perchè ero geloso, ero innamorato di lei”. All’inizio, secondo la denuncia dell’ucraina, si era mostrato educato e cortese, ma presto aveva cominciato a minacciarla. Lei, per paura di essere denunciata e rimpatriata come clandestina, ha subito in silenzio le sue proposte, poi diventate vere e proprie angherie. Quando ha tentato di andarsene, l’uomo l’ha rinchiusa in casa.

Da lì in poi, umiliazioni, minacce e prestazioni sessuali estorte con la violenza. Per spaventarla Paolo D. le aveva lanciato petardi tra le gambe, provocandole anche una bruciatura sotto i piedi. Era arrivato perfino a confezionare un rudimentale esplosivo collegato alla porta d’ingresso, per assicurarsi che lei non tentasse la fuga in sua assenza.

Dopo quindici giorni di prigionia, approfittando di una breve uscita del suo aguzzino, la donna ha trovato il coraggio di prendere il cellulare dell’uomo, dimenticato nell’appartamento, e ha chiamato la polizia.

Solidarietà alla vittima è giunta dal comune di Milano, che, per bocca del vice sindaco e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato, ha annunciato che “chiederà di costituirsi parte civile nel processo che vedrà imputato l’italiano che ha barbaramente sequestrato e violentato la colf ucraina”.

Il comune vuole anche “aiutare, attraverso le proprie strutture di protezione, questa ragazza, che pur nello stato di clandestinità, ha avuto il coraggio di denunciare il suo aguzzino”. A Milano, ha detto il vicesindaco, negli ultimi quattro mesi si sono verificati ben 14 casi gravi di violenze sessuali.
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17 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/cronaca/colf-violentata/colf-violentata/colf-violentata.html

ITALIANI BRAVA GENTE – Al grido di «sporco negro» lo picchiano in tredici

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19 agosto 2008| Elena Nieddu

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GENOVA – «Sono amareggiato, affranto, e sto cercando di dimenticare quello che è successo». I momenti da cancellare al più presto, per un giovane angolano di 24 anni, sono quelli degli insulti razzisti e delle percosse subiti venerdì scorso sulla passeggiata di Nervi, nel levante cittadino, al termine di una nottata estiva.

Prima gli insulti: «sporco negro», «puzzi» pronunciati da un gruppetto di giovani italiani. Poi le botte, alla testa e all’addome. In tutto il giovane ha contato attorno a sé, a più riprese, tredici persone. Questi i cardini del racconto di Assunçao Benvindo Muteba, angolano di 24 anni iscritto alla facoltà di Economia e commercio dell’Università di Genova, anticipato ieri dal Corriere Mercantile . Figlio di un dirigente del ministero dell’Innovazione dell’Angola, Muteba tratteggia un venerdì sera da incubo sullo sfondo della passeggiata Anita Garibaldi: la promenade dalla storia antica, meta estiva per eccellenza per un gelato serale e per un po’ di frescura a beneficio di chi rimane in città.

Muteba descrive infatti momenti febbrili e spaventosi: sulla passeggiata, intorno alle 3 di notte e all’uscita da un locale, lo studente angolano sarebbe stato prima raggiunto da otto persone, poi da altre cinque e avrebbe ricevuto colpi sulla testa e sul resto del corpo. «Mi colpivano da ogni parte – racconta Muteba – Mi impedivano di respirare». Prima delle percosse, Muteba riferisce però di essere stato apostrofato con epiteti razzisti infamanti: qualcosa di più umiliante e doloroso delle stesse lesioni riportate agli arti e alla testa, giudicate guaribili in otto giorni, dai medici del pronto soccorso dell’ospedale San Martino che lo hanno visitato subito dopo l’agguato. Parole che riempiono di amarezza il giovane angolano, tanto da fargli sperare di scordare al più presto l’intera vicenda.

Ieri lo studente è stato ascoltato dalla Digos, che sui fatti di venerdì ha avviato un’indagine. Ed è scattata per il momento una denuncia contro ignoti per violenza privata aggravata dalla finalità della discriminazione razziale.

Nel corso dell’interrogatorio in questura Muteba ha ripercorso la sequenza durata pochi minuti, sebbene restino da definire alcuni dettagli. Non è chiaro, infatti, il legame tra le percosse ricevute dallo straniero e un precedente diverbio avvenuto in un locale sulla promenade nerviese dove il giovane e una sua amica genovese stavano trascorrendo la serata: litigio al quale, tuttavia, il ragazzo ha dichiarato d’essere completamente estraneo. Gli insulti e le successive percosse sono invece avvenuti sulla passeggiata a mare, a pochi passi dalla stazione. Qui il giovane è stato raggiunto dai bulli: prima un gruppetto, poi un altro, lo hanno fronteggiato, con il seguito già descritto. Malmenato, con gli abiti strappati, il ragazzo ha cercato di mettersi in salvo, mentre la sua amica chiamava la polizia.

Per la Digos siamo davanti soprattutto a un «episodio di ignoranza e intolleranza». Gli inquirenti ritengono però prematura qualsiasi ipotesi di collegamento con gruppi organizzati, facenti riferimento in particolare all’area politica dell’ultradestra. «Semmai – insistono in questura – possiamo parlare di bullismo, estremamente odioso per i suoi connotati razzisti». Il punto di partenza delle indagini sarà rappresentato, con ogni probabilità, dalla testimonianza della ragazza che si trovava con lo straniero. Utile all’identificazione degli aggressori sarà anche il racconto di un terzo testimone, identificato la sera stessa di venerdì: un giovane che ha riferito di aver assistito alla scena. Potrebbero completare il quadro eventuali altri resoconti da parte di chi ha assistito al pestaggio. Le indagini proseguiranno nelle prossime ore e la stessa Digos confida di poterle portare a termine in poco tempo.

A Muteba restano le ferite più difficili da rimarginare, quelle provocate dagli insulti razzisti. A Genova da quattro anni, il ragazzo tiene molto ai suoi studi in scienza delle Finanze, ma l’episodio l’ha scosso profondamente: «Voglio finire i miei studi in questa città, ma credo che non rimarrò in Italia – dice – questa storia mi ha davvero ferito».

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fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/genova/2008/08/18/1101700460486-giovane-picchiato-gruppo-teppisti.shtml

GUERRA NEL CAUCASO-“Nessuna prova del ritiro di Mosca”

Condoleezza Rice: “Gioco pericoloso”

La Russia annuncia di aver avviato il rientro delle sue forze. Ma Tbilisi smentisce. E anche un reporter Reuters riferisce che nessun blindato ha attraversato l’unico valico militare

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Soldati russi Mosca, 19 agosto 2008 – Nessun carro armato o blindato russo è passato nella notte attraverso l’unico valico militare che riporta dalla Georgia verso la Russia. Lo ha riferito un reporter dell’agenzia Reuters, che è rimasto a sorvegliare nella notte il passo al confine tra i due paesi.

La Russia aveva assicurato ieri di aver cominciato un graduale ritiro dei militari dalla Georgia, ma Tbilisi aveva smentito la notizia. Un altro corrispondente della Reuters che lunedì notte ha viaggiato lungo la principale strada di collegamento dalla capitale sud-osseta, Tskhinvali verso il confine con la Russia ha detto di non aver visto alcun ripiegamento di truppe.

E anche fonti del Pentagono affermano che ”non ci sono prove” che la Russia si sta ritirando, come si e’ impegnata a fare. Come ha indicato la Cnn, le stesse fonti hanno ipotizzato che la Russia stia invece portando nell’Ossezia del Sud una serie di lancia-missili, con vettori probabilmente in grado di raggiungere la capitale Tbilisi. Sempre secondo la Cnn, gli Usa si apprestano a chiedere alla Turchia la possibilità di accedere alle sue acque territoriali per una serie di operazioni umanitarie destinate alla popolazione georgiana.

L’Occidente dovrà farà tutto quanto in suo potere per impedire alla Russia di trarre una vittoria strategica dal suo intervento militare in Georgia. Mosca, insomma, deve capire che sta facendo un «gioco pericoloso» con gli Usa e i suoi alleati della Nato. Questo l’avvertimento lanciato alla Russia dal segretario di Stato americano Condoleezza Rice appena sbarcata a Bruxelles per il vertice straordinario dell’Alleanza atlantica al via tra qualche ore.

L’obiettivo della riunione sarà quello di convincere una volta per tutte Mosca che le sue truppe debbono lasciare la Georgia. “Siamo determinati – ha detto il capo della diplomazia usa – a non permettere (alla Russia) di raggiungere il suo obbiettivo strategico”, più vasto: allargare la sua sfera di influenza con una politica militare più aggressiva che la Russia sta portando avanti negli ultimi mesi. La Rice a proposito ha citato la ripresa del “voli dei bombardieri strategici sull’Artico…anche fino alle frontiere Usa, un gioco molto pericoloso e che la Russia deve riconsiderare”.

Intanto il ministro degli Esteri georgiano, Eka Tkeshelashvili, ha confermato che a margine del vertice Nato vedrà in incontri bilaterali alcuni degli omologhi dei Ventisei.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/08/19/112169-nessuna_prova_ritiro_mosca.shtml

Ragazzini devastano la scuola. I genitori sgridano i carabinieri

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SAVONA – Hanno devastato le scuole medie di Spotorno spaccando tutto quello che si poteva spaccare e facendo danni per oltre 30 mila euro. Hanno imbrattato le pareti con bestemmie e scritte oscene, spaccato mobili e plafoniere, distrutto fotocopiatrice e stufette elettriche. Si sono persino divertiti facendo colare il liquido dell’estintore ovunque, lasciando a terra una patina bianca che ha ricoperto ogni cosa ma alla fine li ha anche traditi. Ma l’incredibile è che quando cinque baby teppisti di 12, 14 e 15 anni, tutti villeggianti di Genova e Milano, sono stati scoperti e identificati dai carabinieri di Spotorno, i loro genitori richiamati in caserma invece che prendersela con i figli hanno pensato bene di scagliarsi contro i carabinieri.

Queste le frasi: «State sbagliando!»; «non si accusano ingiustamente degli adolescenti!»; «i nostri figli non potrebbero mai fare cose del genere!»; «chiamarci nel cuore della notte senza motivo!».

Frasi che hanno letteralmente amareggiato i carabinieri che sulla colpevolezza dei cinque non avevano alcun dubbio per un semplice motivo: i cinque sono stati fermati domenica sera a mezzanotte a pochi metri dalla scuola da cui si stavano allontanando in fretta e furia ma soprattutto dentro l’istituto c’erano tracce inconfutabili del loro passaggio. Alcune impronte sulla polvere bianca dell’estintore riproducevano pari pari le suole delle scarpe che indossavano. Una prova fotografata dai militari che ha fugato ogni dubbio sulla colpevolezza del baby branco.

Da qui la certezza dei carabinieri che hanno identificato i cinque dopo averli portati in caserma nel cuore della notte per l’identificazione. Da lì a poco nella caserma sono arrivati a turno anche i genitori che però, incredibilmente, hanno subito preso le loro difese. «Sbagliate», «non sono stati loro», «prendete un abbaglio». Un atteggiamento difensivo e irragionevole, viste le prove schiaccianti, che i militari ieri hanno stigmatizzato.

«Non per dare giudizi ma onestamente mi sembra il contrario dell’atteggiamento educativo che i genitori dovrebbero avere con i figli – ha commentato il capitano dei carabinieri Orlando Pilutti – che i responsabili dei vandalismi siano stati quei cinque ragazzini non ci sono dubbi perché le impronte delle scarpe, oltre al fatto che sono stati fermati nei pressi della scuola mentre fuggivano, fugano ogni dubbio. Curiosamente per i parenti è stato più importante prendersela con noi che facciamo i controlli e le indagini piuttosto che con i figli indisciplinati e in questo caso vandali».

Presso la scuola media di via Verdi i militari erano arrivati intorno a mezzanotte dopo che alcuni abitanti della zona erano stati svegliati dal frastuono dell’incursione. «C’è qualcuno dentro la scuola, si sentono rumori di vetri rotti e grida» hanno detto al 112.

In pochi minuti la pattuglia è intervenuta sul posto e ha notato i cinque che si allontanavano di corsa. La porta d’ingresso della scuola era scardinata e dentro era tutto un macello di vetri e arredi rotti oltre a scritte sui muri (lo slogan principale “io sono un tecnofolle”), insulti e bestemmie.

Rincorsi e fermati i cinque sono stati portati in caserma per l’identificazione. L’età giovanissima – due di dodici anni, uno di quattordici e due di quindici – ha choccato gli inquirenti vista l’entità del danno. Solo i tre più grandi sono stati denunciati a piede libero per danneggiamento aggravato e il loro fascicolo trasmesso al tribunale dei Minori di Genova. I due dodicenni sono invece troppo giovani anche per la denuncia e sono subito tornati a casa senza alcun provvedimento. Probabilmente neppure la doverosa punizione dei genitori, vista la prima reazione.

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fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/savona/2008/08/18/1101701823688-cinque-ragazzetti-distruggono-scuole-medie-presi.shtml

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dal blog

Spicchi di Limone

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Mappa sul bullismo

Mappa su soluzioni al bullismo

mappa su soluzioni al bullismo

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Scuola Violenta

Segnalo questo interessante blog sulla violenza nella scuola:
http://scuolaviolenta.blogspot.com/
Questo blog raccoglie le notizie relative alle aggressioni, insulti, volenze di ogni tipo che gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado subiscono ogni giorno in tutta la Penisola, dal Nord al Sud.
Le categorie principali sono:

1. alunni contro professori,
2. alunni contro scuole
3. genitori contro professori
4. stato contro professori
5. violenza in genere.

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fonte: http://spicchidilimone.blogspot.com/2008_01_01_archive.html

Bambini,
imparate a fare le cose difficili
parlare al sordo
mostrare la rosa al cieco
liberare gli schiavi che si credono liberi.


Gianni Rodari

Federalismo, il monito di Bossi “Se si blocca lo farà il popolo”/Per il Sud c’è il rischio bancarotta

A Calalzo l’ok di Tremonti al testo Calderoli. Frena Italo Bocchino di An
Calderoli: “Il mio progetto non ruba il lavoro al Tesoro, lo Stato dimagrirà”

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dall’inviato di Repubblica PAOLO BERIZZI

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Federalismo, il monito di Bossi "Se si blocca lo farà il popolo"

Bossi e Calderoli tirano le orecchie a Tremonti che ieri ha festeggiato il 61esimo compleanno

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LORENZAGO DI CADORE (BELLUNO) – Al solito sospeso tra l’auspicio e l’avvertimento sinistro, Umberto Bossi va subito al sodo: “Speriamo che questo incontro non sia solo simbolico, che sia la volta buona per realizzare il federalismo. La devolution ce l’hanno bocciata – ricorda con voce grave – , hanno trovato la strada per bloccarla. Mi auguro che questo non accada di nuovo, altrimenti bisognerà procedere coi mezzi più sbrigativi, quelli che il popolo conosce bene e sa usare”.

Sono le nove di sera e il Senatur è appena uscito dall’hotel Ferrovia, a Calalzo di Cadore, per raggiungere la baita del passo Mauria dove si festeggia il compleanno di Giulio Tremonti. A tavola, tra spiedini di carne, polenta con formaggio e strudel, ci sono anche il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, e Roberto Cota, capogruppo leghista alla Camera.

Si fa festa – il padrone di casa ha spento la sessantunesima candelina – ma si parla anche di federalismo. D’altronde il luogo e il periodo sono tutto fuorché casuali: era agosto del 2003 quando i quattro saggi della Casa della Libertà (Roberto Calderoli, Francesco D’Onofrio, Domenico Nania e Andrea Pastore) si riunirono qui per un “tavolo sulle riforme”.

Da quella full immersion a duemila metri uscì il disegno di legge da cui il centrodestra partì per provare a cambiare la seconda parte della Costituzione: ma il testo non ebbe buona sorte. Fu bocciato dal referendum del 2006, e così addio devolution. Per quanto riguarda le cariche il tempo sembra essersi fermato: anche allora Bossi e Tremonti erano a capo di Riforme e Economia. Calderoli, lui, era vicepresidente del Senato. Oggi è ministro per la Semplificazione e autore del testo del disegno di legge sul federalismo fiscale.

L’ultima bozza, i cui contenuti sono stati anticipati ieri da Repubblica, l’ha consegnata a Tremonti e a Bossi (“I miei primi interlocutori”) . Nemmeno in questo lunedì di sole ha smesso di lavorare: si è chiuso per tutto il pomeriggio in albergo per limare il testo con un pugno di professori universitari. “Il federalismo non ruba il lavoro a Tremonti – dice il ministro – si eviteranno gli scontri che ci sono sempre con la Finanziaria e lo Stato dimagrirà, sarà più snello e tonico”.

A costo zero, in fase transtitoria dal 2010, la rivoluzione fiscale autonomista – sottolinea Calderoli – non toccherà la Costituzione né gli Statuti delle Regioni. E sarà graduale, in modo da dare “a tutti la garanzia di farcela”. Ma attenzione: quando i soldi entreranno direttamente nelle casse di Comuni, Province e Regioni, i sindaci che spenderanno più di quanto possono e devono, saranno puniti dallo Stato. Come? Con la messa in mora, il blocco delle assunzioni e delle risorse, e l’aumento delle tasse in automatico.

Arriva Tremonti: “Sono in vacanza,
è il mio compleanno, e non parlo di lavoro”. Fedele alla proverbiale riservatezza, il festeggiato si presenta con la sua jeep Land Rover Defender. Da solo. Calderoli e Bossi gli tirano le orecchie, l’aria è rilassata. Né sembrano esserci, tra i presenti, nodi politici da sciogliere. Chi gli parlato nelle ultime ore riferisce che il ministro dell’Economia ripone abbondante fiducia nel lavoro del collega leghista, e ha già espresso parere positivo sulla bozza. I malumori, però, non mancano.

“Benissimo il federalimo fiscale
che premia le Regioni capaci di spendere meglio i soldi, ma siamo contrari a una normativa che determini Regioni di serie A e altre di serie B”, dice Italo Bocchino, vicecapogruppo vicario del Pdl alla Camera. Appunti anche da Osvaldo Napoli, vice presidente dei deputati del Pdl e dell’Anci: “Ho delle preplessità su alcune scelte di fondo, e il testo è carente per quanto riguarda l’assetto finanziario dei Comuni e delle Città metropolitane”.

Duro il giudizio dell’Italia dei Valori:
“La Lega ha fatto una scelta di campo – dice Antonio Di Pietro – , scendere a compromessi rispetto alla sua missione per ottenere il federalismo”. Infine il ministro Rotondi: “Bisogna trovare una sintesi con l’opposizione”.
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19 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/politica/riforme/monito-bossi/monito-bossi.html?rss

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Il testo Calderoli avvantaggia gli enti locali virtuosi a cominciare dalla Lombardia
Secondo calcoli Unioncamere problemi in vista anche per le regioni autonome

Alle regioni un tesoro da 60 milioni
Per il Sud c’è il rischio bancarotta

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di LUCA PAGNI

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Alle regioni un tesoro da 60 milioni Per il Sud c'è il rischio bancarottaRoberto Calderoli, ministro della Semplificazione

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MILANO – È un caso se Mercedes Bresso, presidente del Piemonte sia la più aperturista sul tema del federalismo fiscale tra i governatori di centrosinistra? O che viceversa non lo sia il presidente del Lazio, Piero Marrazzo che ammonisce a non trasformare l’Italia “in un paese a due velocità?”

Per nulla: sono posizioni politiche che si basano sui numeri e che rivelano, in effetti, una graduatoria tra chi rischia di guadagnare di più e chi, viceversa, perdere non pochi quattrini se dovesse andare in porto la riforma in senso federale così come la prevede la bozza del ministro Calderoli: con le regioni del Nord che si ritroverebbero con più soldi rispetto al passato e quelle del Sud che dovrebbero ricorrere a nuovi trasferimenti da parte dello Stato.

Perché, innanzi tutto, il disegno di legge cambia la partita di giro tra Roma e giunte regionali, che finirebbe in vantaggio di queste ultime: le regioni nel loro complesso si vedranno ricevere fino a 60 miliardi di nuove risorse. Lo ricorda una elaborazione eseguita pochi mesi fa dal professor Massimo Bordignon e dal centro Cifrel della Cattolica di Milano sul disegno di legge della Lega che a sua volta si basa da un testo della regione Lombardia e contenuto nel programma della Pdl, poi corretto da Calderoli in una serie di incontri anche con le Regioni.

Il calcolo prevede che se oggi entrate proprie e trasferimenti garantiscono alle Regioni 81 miliardi, domani con il progetto della Pdl si arriverebbe attorno a 228, in pratica 147 in più. Ma da questi vanno tolti i soldi destinati alle nuove funzioni che saranno attribuite alle Regioni e che sono in carico allo Stato (dal finanziamento per le Università agli stipendi degli insegnanti, fino ai trasferimenti per Comuni e Province), per arrivare alla cifra di 63 miliardi.

Ma quali sono le regioni che guadagnano e quelle che perdono in questa partita di giro. Avvantaggiate le Regioni più virtuose, quelle che pagano più tasse “regionali”. Lo sostengono dati elaborati, in questo caso, dalla Cgia di Mestre. Al primo posto c’è la Lombardia, seguita proprio dal Piemonte di Mercedes Bresso e dal Veneto. In Lombardia lo Stato copre solo il 35,4% della spesa pubblica della Regione, il resto arriva dalle tasse regionali; in Piemonte siamo al 46,3% di copertura, in Veneto al 47%.

Così via, fino ad arrivare ai record negativi delle regioni del sud, ovvero a quella Italia a due velocità di cui parla Marrazzo: la Basilicata, ultima della classifica tra le regioni a statuto ordinario, bussa a Roma per il 78,4% delle spese, la Calabria per il 77,7% e il Molise per il 75,8%.

Un meccanismo che rischia di diventare esplosivo se proiettato su un’altra classifica (eleborazione Unioncamere Veneto), la differenza tra tasse pagate e servizi ricevuti pro-capite. Lombardia è ancora una volta in testa con un saldo favorevole di 3.292 euro a cittadino, seguita da Emilia Romagna (2.643), Veneto (2.513), Piemonte (316), Toscana (180) e Marche (120). Poi ci sono solo saldi negativi, con in fondo alla classifica Calabria (-3.373) e Basilicata (-3.060). Ma attenzione alle Regioni a statuto speciale: qui non si fa tanta distinzione tra nord e sud: la Valle d’Aosta è la maglia nera della classifica (saldo negativo per 4.767) e supera anche Sardegna (-3.186) e Sicilia (2.854). Dove prenderanno le risorse dei diminuiti trasferimenti allo Stato dalle regioni del Nord?
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19 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/politica/riforme/60-milioni-alle-regioni/60-milioni-alle-regioni.html