Archivio | agosto 21, 2008

Georgia, Mosca taglia la cooperazione con la Nato

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Siparietto: “Per fortuna Putin mi ha ascoltato” ha dichiarato Berlusconi, assumendosi la paternità della fine della crisi.

Poi la smentita.

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Ossezia del sud Georgia e Russia si scontrano - foto AP
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Mosca lo aveva già annunciato all’indomani del vertice dei ministri degli esteri della Nato e ora lo ha formalmente comunicato ai vertici dell’Alleanza atlantica: per il momento sono sospese tutte le attività di cooperazione militare. A darne notizia è la stessa Nato, che per ora si limita a «prendere atto» della decisione presa dal governo russo. Decisione che mette a rischio anche l’accordo raggiunto a Bucarest lo scorso aprile, col quale la Russia concede l’uso del proprio territorio come rotta alternativa verso l’Afghanistan per i rifornimenti diretti alla missione Isaf.

«Mosca – ha spiegato Carmen Romero, portavoce dell’Alleanza atlantica – ci ha informato attraverso i canali militari che il ministro della Difesa della Federazione russa ha preso la decisione di fermare le attività di cooperazione militare internazionale tra la Russia e i Paesi della Nato, fino a nuovo avviso». Il programma di cooperazione tra Russia e Nato – ha quindi ricordato la portavoce – prevede tutta una serie di azioni comuni: non solo esercitazioni terrestri e navali, ricerca e salvataggio in mare, emergenze civili, collaborazione logistica, scientifica e accademica. Ma anche lotta al terrorismo, gestione delle crisi, cooperazione contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa, controllo degli armamenti.

Per il momento però è difficile capire in cosa di fatto si concretizzerà la decisione di Mosca. E per quel che riguarda la possibilità di transitare per il territorio russo verso l’Afghanistan, la portavoce della Nato ha spiegato che è presto per dire se la decisione del Cremlino riguarderà anche l’accordo raggiunto a Bucarest nell’aprile scorso. Romero ha comunque sottolineato come tale intesa non sia ancora entrata in vigore e come per rifornire la missione Isaf in Afghanistan siano sufficienti le rotte finora utilizzate, come quella via Kuwait o quella via Qatar.

Le regioni separatiste georgiane dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud scendono in piazza per chiedere a furor di popolo alla Russia il riconoscimento della loro indipendenza, suscitando i timori di «colonizzazione» da parte di Tbilisi. Mosca intanto continua a rilento il suo ritiro, promettendo di ultimarlo entro venerdì, ma lasciando 500 soldati in una zona cuscinetto.

Intanto, il dipartimento di Stato americano ha definito «deplorevole» la decisione della Russia di sospendere la cooperazione militare con la Nato. Anche se dal ranch presidenziale di Crawford, in Texas, il portavoce della Casa Bianca per la sicurezza nazionale, Gordon Johndroe, ha sottolineato come «nelle circostanze attuali sia molto difficile immaginare un impegno degli Stati Uniti sul fronte della cooperazione militare con Mosca. Almeno fino a che la situazione in Georgia non sarà risolta».

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Pubblicato il: 21.08.08
Modificato il: 21.08.08 alle ore 20.12

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=78254

Una primavera a Praga – Speciale de l’Unità

Una primavera a Praga

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l'Unità del 21 agosto 1968 - 450x150

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21 agosto 1968 Cronaca di un’invasione

Tullia Fabiani

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È mercoledì 21 agosto il giorno in cui la storia del comunismo europeo volta pagina, in modo tragico. E inappellabile. Le truppe sovietiche invadono la “vicina” Cecoslovacchia. Una risposta totalitaria alla politica che oggi si direbbe “riformista” dell’allora leader del Partito comunista Alexander Dubcek. Tutto ha inizio nel gennaio del 1968, quando Dubcek, principale esponente dell’ala innovatrice, diventa Segretario del Partito. E dà avvio a una serie di provvedimenti destinati a rinnovare profondamente, attraverso piccole ma significative riforme democratiche, il sistema politico ed economico del paese: ad aprile viene avviato “il programma d’azione” attraverso il quale, a fronte del modello sovietico pianificato, si apre uno spiraglio al pluralismo economico e a quello politico. Dopo decenni infatti viene introdotta la libertà di stampa e di opinione e viene consentita la nascita di nuovi partiti. Comincia quella che alla storia passerà come “la primavera di Praga”, e che avrà durata breve.

Qualche mese infatti e i sovietici, fino a quel momento attenti controllori dell’apparato politico cecoslovacco, decidono che il limite è stato superato: la politica del rinnovamento è una sponda pericolosa per il regime, soprattutto se il principio libertario rischia di propagarsi a tutti i paesi del Patto di Varsavia. Alcuni esponenti comunisti cominciano a organizzarsi e a ordire un complotto. Fra il 4 e il 6 luglio Mosca, Varsavia, Berlino est, Budapest e Sofia scrivono a Praga, si dicono allarmate per l’offensiva della destra antisocialista e invitano i dirigenti cecoslovacchi a una riunione comune. Il 3 agosto 1968 a Bratislava viene segretamente consegnata a Brežnev una lettera con la quale i dirigenti “ortodossi” chiedono aiuto, anche militare, per fermare la “controrivoluzione”. La riunione a Varsavia dei capi dei cinque paesi e in particolare la missiva che indirizzano ai cecoslovacchi per chiedere in sostanza la fine del “nuovo corso”, confermano i timori di Dubcek e degli altri riformatori: si sentono sotto processo. Ma respingono l’ultimatum e insistono per incontri bilaterali.

Dal 27 luglio al primo agosto, a Cierna sulla Tisa, alla frontiera tra Cecoslovacchia e Urss, si incontrano, le presidenze comuniste di Praga e di Mosca. E concordano un incontro a sei nella capitale slovacca il 3 agosto, che si conclude con l’approvazione di un documento comune.

Apparentemente i protagonisti si dicono soddisfatti del documento sottoscritto. I cecoslovacchi sono riusciti a far inserire un passaggio nel quale si parla di rispetto dei principi di eguaglianza, sovranità, indipendenza nazionale, intangibilità territoriale. Però c’è un passaggio che ribadisce il dovere dei paesi socialisti a sostenere, difendere e rafforzare le conquiste, marxiste, di questi stessi paesi. Conquiste che vengono prese a pretesto per giustificare l’aggressione nella notte fra il 20 e il 21 agosto 1968. E l’ingresso dei carri armati a Praga.

Es sind Soviets. Die Russen rollen (Sono i sovietici. I russi stanno marciando). Il primo allarme viene lanciato alle 23,30 del 20 agosto 1968 dalla stazione dello spionaggio tedesco occidentale di Pullach, vicino Monaco.

Qualche ora prima dell’inizio dell’operazione, viene informato anche il governo americano, affinché l’invasione non fosse considerata un’aggressione all’Europa, ma un “regolamento di conti interno”. E la giustificazione ufficiale dinanzi ai governi europei, diffusa poi dall’agenzia TASS, sarebbe stata la richiesta di aiuto da parte delle autorità cecoslovacche.

All’aeroporto di Praga-Ruzyne i primi aerei Antonov scaricano carri armati, paracadutisti, fanteria. In poche ore l’ esercito dilaga oltre i confini cecoslovacchi da nord, est e sud. Lo comanda il generale sovietico Kiril Mazurov. Ne fanno parte armate tedesco orientali, polacche, sovietiche, bulgare e ungheresi. È formato da circa 600 aerei da combattimento e da trasporto, 4.600 carri armati, 2.000 pezzi d’artiglieria e un gran numero di divisioni, di fanteria e di paracadutisti.

La notizia dell’aggressione arriva alla Presidenza del partito cecoslovacco poco prima della mezzanotte del 20 agosto: alcuni dirigenti “ortodossi” tentano di far approvare un documento che di fatto legalizza l’aggressione, trasformandola in “aiuto fraterno”. Come avevano concordato con Brežnev, sperando di inaugurare a un «governo rivoluzionario di operai e contadini».

Invece al termine di un duro confronto, con 7 voti contro 4 viene approvato un documento che denuncia l’accaduto come un tradimento, e invita tutti i rappresentanti del paese a restare ai loro posti. E viene chiesto che nessuno opponga resistenza armata. Il comunicato fa il giro del mondo.

All’alba, Dubcek e altri cinque riformatori vengono arrestati e trasferiti prima a Legnica, in Polonia, e successivamente a Mosca. E la Cecoslovacchia si trova ancora una volta nella storia sola: tradita dagli alleati (socialisti, questa volta) e impotente a fronteggiare l’aggressore.

Tra la popolazione, soprattutto quella giovanile, protagonista della stagione di rinnovamento, si diffonde un’ondata di smarrimento e delusione. Un ragazzo, lo studente universitario Jan Palach, il 16 gennaio 1969 si dà fuoco ai piedi della statua di Venceslao, nella piazza omonima al centro di Praga. Quel suicidio solleva una profonda emozione in tutto il mondo. Nel corso dei mesi successivi si susseguono manifestazioni di protesta: durante una di queste vengono colpite e frantumate le vetrine dell’agenzia delle linee aeree sovietiche nella capitale. Mosca protesta, generali ed esponenti politici si precipitano a Praga e svolgono una frenetica attività di intimidazioni e pressioni, che si conclude il 19 aprile: Dubcek è costretto alle dimissioni e viene sostituito da Husák alla testa del partito.

Ha inizio il ventennio della “normalizzazione” contrassegnato dalla revoca o dallo svuotamento delle riforme attuate. Un terzo degli iscritti al partito, circa 500.000, non rinnova la tessera o viene espulso. A decine e decine di migliaia scienziati, ufficiali superiori e inferiori, scrittori, giornalisti, direttori e quadri d’azienda, insegnanti, operai perdono il posto e il diritto al lavoro. Poco tempo dopo ricominciano i processi politici che si concludono con dure condanne.

Il 20 agosto, ad un anno dall’occupazione sovietica, a Praga la popolazione si riversa nelle strade al grido di “via i russi”. La polizia risponde lanciando bombe lacrimogene mentre le autoblindo percorrono le vie della capitale schiacciando le barricate erette dai praghesi. Nei giorni successivi i tumulti si estendono anche alle città di Brno e di Bratislava.

Gli ultimi sprazzi di “Primavera” si spengono con la “normalizzazione” dei sindacati nel 1970. Da quel momento la voce dei dissidenti diventa udibile solo attraverso opere pubblicate all’estero,  e nelle attività intellettuali e sociali alternative ed estranee a quelle delle organizzazioni ufficialmente riconosciute.

Dall’agosto 1968 al dicembre 1969 persero la vita 94 cecoslovacchi, più dei due terzi dei quali nelle prime due settimane. Centinaia di persone rimasero ferite. Una lacerazione profonda nella storia del Paese, mai dimenticata.

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QUELLA PRIMAVERA FINITA TROPPO PRESTO

Luciano Antonetti

Gli anni Sessanta in Cecoslovacchia: dalla stagnazione economica ai radicali cambiamenti politici e sociali. È l’inizio del nuovo corso, a opera del riformatore Alexander Dubcek. Tracce di una Primavera stroncata..

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UNA STORIA APERTA, DA LEGGERE  E DA RILEGGERE

intervista a Adriano Guerra

«Il problema per la sinistra è studiare, approfondire le ragioni della sconfitta storica e affrontare, anche alla luce di tale riflessione, i problemi del presente»
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Praga sulle pagine de l’Unità

Tullia Fabiani

bandiere del Pci, foto Ansa

Praga dopo Budapest: il Pci e la crisi del sistema sovietico

m.fr.

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fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=78207

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Primavera di Praga – Francesco Guccini

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Jan Palach 1969

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Giustizia, l’Anm all’attacco “Rischiamo modello fascista”

Il segretario dell’associazione magistrati intervistato su YouTube

Parole dure contro il possibile ingresso di politici nel Csm

Sui processi a Berlusconi: “Spesso la prescrizione ha impedito di accertare i fatti”

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Giustizia, l'Anm all'attacco "Rischiamo modello fascista"Giuseppe Cascini, segretario Anm

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ROMA – Accuse durissime quelle lanciate da Giuseppe Cascini, segretario dell’Associazione Nazionale Magistrati in un’intervista a Klaus Davi, pubblicata su Youtube. Interrogato sulla riforma del Csm, Cascini risponde seccamente: “Se introduciamo la politica nel Consiglio rischiamo di richiamarci ad un modello autoritario, ovverosia quello fascista, dove la magistratura non e’ indipendente dal potere politico e quindi non tutti i cittadini sono garantiti allo stesso modo”.

La Corte Europea. Durante il colloquio, il segretario dell’Anm anticipa anche i possibili provvedimenti della corte Europea: “La corte Europea potrebbe avere delle riserve, nel senso che alcuni principi della costituzione come quello di uguaglianza non sono modificabili. E’ quindi possibile che si apra una discussione molto seria a livello di corte di giustizia europea, proprio sulla compatibilità di questo modello con i principi della convenzione europea”.

L’autonomia. Il segretario prosegue parlando del sistema attuale: “Non dobbiamo dimenticare che il sistema giudiziario attuale, che garantisce l’autonomia della magistratura è stato scritto sulla base delle vicende storiche del ’48. I giudici in passato obbedivano al governo fascista. La scelta di una magistratura indipendente che si governa da sola e’ stata fatta sulla base di quella esperienza”.

Berlusconi. Sui processi a carico del premier Silvio Berlusconi, Cascini si lamenta dei tempi di prescrizione, che hanno impedito ai giudici di accertare la responsabilità o l’innocenza dell’imputato. “Alcuni processi su Berlusconi sono andati in prescrizione e quindi non è stato accertato il fatto. In alcuni casi non c’è stata una pronuncia di assoluzione nel merito, ci sono state sentenze in cui non si è potuto dire nè colpevole nè innocente, perchè è passato troppo tempo dal fatto. Prima della riforma emanata nel 2002, questi tipi di reati erano punibili molto più gravemente, oggi è diventata una semplice contravvenzione”.

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21 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/politica/giustizia-10/cascini-modello-fascista/cascini-modello-fascista.html?rss

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Pensioni, la stretta è in arrivo

L’età non si tocca, ma sarà ridotto il coefficiente che determina l’assegno

di ALESSANDRO BARBERA
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ROMA
Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi
garantisce: niente revisione dell’età pensionabile. Ma oltre alla riforma dei contratti, alla vertenza degli statali e alla soluzione al caso Alitalia, in autunno, nell’agenda già fitta di governo e sindacati, ci dovrà essere spazio anche per la previdenza.

Entro fine anno c’è da istituire la Commissione che dovrebbe rimettere mano ai coefficienti di trasformazione, ma soprattutto deve completare la delega sui lavori usuranti. Il governo è intenzionato a stringere i parametri su entrambi i fronti, mentre i sindacati – e con loro l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano – chiedono il rispetto dell’accordo firmato con il governo Prodi e non vogliono ritocchi al ribasso per i valori che determineranno l’assegno dei più giovani.

Tutte le sigle mettono le mani avanti: da Cisl a Uil a Ugl, e soprattutto la Cgil. Il segretario Guglielmo Epifani preannuncia un «autunno difficile», mentre Morena Piccini boccia ogni ipotesi di stretta perché «il bilancio dell’Inps è in attivo».

L’accordo firmato la scorsa estate prevede l’impegno a rivedere i coefficienti entro il 2010, pena l’applicazione automatica di quelli definiti: ad esempio il cosiddetto «valore di sostituzione» della pensione di un sessantenne scenderebbe dal 5,163% al 4,798%. Se nel 2014 (primo anno di applicazione piena del sistema contributivo) chiedesse di andare in pensione con un reddito medio di 30mila euro e 35 anni di contributi, ebbene, in quel caso l’assegno – già piuttosto contenuto – di 18.070 euro l’anno, scenderà a 16.793.

Il nuovo sistema, per come è oggi, penalizzerà chi ha lavorato pochi anni e premierà chi andrà in pensione col massimo dei contributi. Ecco perché i sindacati vorrebbero rivedere il meccanismo per migliorare le pensioni più basse. Basti un altro caso per capire lo scarto; lo stesso pensionato, se invece di 35 anni di lavoro ne avesse maturati 40, sull’assegno avrà una decurtazione proporzionalmente inferiore, da 20.652 a 19.192 euro.

L’altro tema caldo è la delega sui lavori usuranti, le norme per anticipare la pensione a chi lavora in miniera, nelle catene di montaggio o svolge lavoro notturno. In questo caso una decisione andrà presa entro il 31 dicembre. Con la riforma delle pensioni il governo Prodi aveva deciso condizioni più favorevoli, ma non fece in tempo ad attuare la delega.

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fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/200808articoli/35826girata.asp

Tesoro, vola il prezzo degli alimenti. Pasta più cara del 30% in sei mesi

Aumenti record per i generi di prima necessità come farinacei e latte. Forti i rincari anche per i derivati del petrolio, benzina e gasolio in testa

Ad Aosta un chilo di spaghetti può costare fino a cinque euro

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Tesoro, vola il prezzo degli alimenti Pasta più cara del 30% in sei mesi

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ROMA – Aumenti record nei primi sei mesi dell’anno per tutti i generi di prima necessità. A registrarlo sono i dati del Tesoro, che esaminano l’indice dei prezzi del paniere di famiglie e impiegati: il prezzo della pasta è salito del 30,4%, ma sono forti i rincari anche per pane e latte, rispettivamente 13,2% e 11,8%. L’aumento si è registrato nonostante il prezzo di grano duro e frumento tenero sia calato nell’ultimo semestre rispettivamente del 25,1% e del 13,6%. La poco invidiabile palma di città più cara per un piatto di spaghetti spetta ad Aosta, il massimo della convenienza è invece Rovigo.

Derivati del petrolio. Ma gli alimentari non sono gli unici prodotti interessati da un aumento dei prezzi. Come prevedibile, i rialzi più forti li fanno segnare i prodotti derivati dal petrolio, che scontano l’alto prezzo del barile: il costo del gasolio aumenta in media del 31,9% e quello della benzina del 24,5%. Il caro carburanti influisce pesantemente sul settore dei trasporti, in cui si registra un aumento generalizzato del 9,2%, con il prezzo dei voli aerei nazionali che fa un balzo del 25,4%.

Inflazione. L’inflazione registrata dal tesoro si attesta sul 3,8%, ma a spingere questo dato sono soprattutto i prodotti “liberalizzati” con un aumento dell’8,1%, contro quelli “controllati” che si fermano a un più 2,8%.

Tariffe amministrate. L’unico prezzo in calo è quello dei medicinali, in discesa dell’8,6%. Luce e gas, anche a causa del caro petrolio, aumentano del 9,2% e del 9%. Il già citato settore dei trasporti, più 9,2%, deve fare i conti con l’aumento dei biglietti dei trasporti pubblici ( 9,2%), dei treni ( 6,4%), e dei traghetti ( 6,2%). Corrono anche i pedaggi autostradali, aumentati del 7,7%.

Tariffe liberalizzate. Oltre agli alimentari e ai petroliferi, aumentano le tariffe Rc auto e gli affitti. Quasi fermi invece i medicinali a prezzo libero ( 0,7%) e gli alberghi (-0,8%), questi ultimi in calo per la prima volta negli ultimi dieci anni.

La classifica. Il caro-pasta non tocca però tutte le città allo stesso modo. I dati dell’osservatorio del Ministero per lo Sviluppo Economico fotografano infatti un’Italia divisa anche nel prezzo di un chilo di spaghetti, con forti differenze anche a livello regionale. Sul podio dei capoluoghi più cari salgono Aosta (4,8 euro al chilo), Milano (3,6 euro al chilo) e Torino, Bolzano e Firenze (tutte a 3,4 euro al chilo). Roma è ventesima (2,4 euro al chilo) e Napoli tredicesima (2,5 euro al chilo). Gli ultimi posti nella graduatoria spettano a Rovigo (1,58 euro al chilo), Potenza (1,60 euro al chilo) e Lodi (1,64 euro al chilo). In generale però, anche grazie a una maggiore concorrenza, i prezzi massimi sotto i due euro si registrano nelle città del Nord.

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20 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/economia/prezzi-pane/aumento-pasta/aumento-pasta.html?rss