Archivio | agosto 22, 2008

Alaska, nove orsi polari in pericolo/Soppresso Colin, il balenottero che scambiava gli yacht per la mamma

A nuoto per centinaia di Km per vincere la fame. Tutta colpa dello scioglimento dei ghiacci

Si sono spinti al largo in cerca di cibo e ora potrebbero non essere più in grado di tornare sulla costa

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in Alaska è sempre più evidente lo scioglimento dei ghiacci
Un orso polare sulla banchisa: in Alaska è sempre più evidente lo scioglimento dei ghiacci

MILANO – Il cibo sulle banchise scarseggia e gli orsi sempre più affamati sono costretti a spingersi in mare aperto per cercare nutrimento. Una ricognizione aerea di scienziati governativi nel mare di Chukchi in Alaska ha scoperto, in questi giorni, almeno 9 orsi polari che nuotavano a grande distanza dalle coste, uno di questi era addirittura ad un centinaio di chilometri. Gli animali potrebbero avere difficoltà a tornare a riva rischiando di annegare, in particolare se dovesse arrivare il maltempo. Difficilmente potranno sopravvivere.

«ANIMALI A RISCHIO»«Trovare così tanti orsi polari al largo è il chiaro segno che il ghiaccio su cui vivono e cacciano continua a sciogliersi. Altri orsi potrebbero trovarsi nelle medesime condizioni – ha detto Geoff York, un biologo esperto di orsi polari del Wwf -. Se i cambiamenti climatici continueranno a colpire l’Artico, gli orsi polari e i loro cuccioli saranno costretti a nuotare per sempre più chilometri per cercare cibo e riparo».

CAMBIAMENTI CLIMATICI L’Artico sta cambiando più rapidamente e drasticamente di qualsiasi altra zona del Pianeta e il 2007 ha fatto registrare lo strato più sottile di ghiaccio artico nella storia. Le immagini satellitari mostrano che il 16 agosto il ghiaccio era assente in molte delle zone in cui sono stati avvistati gli orsi polari. Le previsioni mostrano che la perdita di ghiaccio di quest’anno potrà eguagliare o superare quella dello scorso anno.

TUTELA CONTESTATA «La scoperta dei nove orsi in mare aperto – fa notare il Wwf – giunge proprio mentre il Servizio di gestione minerali degli Usa sta conducendo indagini marine nei mari di Beaufort e di Chukchi alla ricerca di potenziali giacimenti di petrolio offshore. In maggio il ministero degli Interni degli Stati Uniti ha inserito nella lista delle specie in via di estinzione gli orsi polari. Il ministro degli Interni Dirk Kempthorne ha sottolineato come molti studi scientifici accusino la significativa perdita di ghiacci artici, habitat dell’orso polare, come la principale ragione per proteggere gli orsi con leggi federali. Lo Stato dell’Alaska si è invece opposto alla decisione del governo federale di proteggere la specie». Una decisione, questa, che gli ambientalisti giudicano «molto grave». «La questione -commenta Massimiliano Rocco, responsabile del Programma Traffic/Specie del Wwf Italia – è che gli orsi polari hanno bisogno di ghiaccio marino, il ghiaccio marino sta scomparendo e gli orsi sono in guai seri. Questo dovrebbe convincere tutti che il riscaldamento globale è una realtà. L’Artico ne è la prova più evidente».

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22 agosto 2008

fonte: http://www.corriere.it/animali/08_agosto_22/orsi_alaska_scioglimento_ghiacci_15389306-7051-11dd-9278-00144f02aabc.shtml

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Era ferito e troppo debole per sopravvivere

Soppresso Colin, il balenottero che credeva mamma gli yacht

Avvistato 4 giorni fa, mentre cercava di succhiare latte dalle chiglie delle barche. Protestano gli ambientalisti

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Un momento delle operazioni di soccorso del balenottero Colin (frame da Corriere tv)
Un momento delle operazioni di soccorso del balenottero Colin (frame da Corriere tv)

SYDNEY -È stato soppresso venerdì il balenottero che scambiava gli yacht per la mamma sperando di essere da loro allattato. I veterinari avevano accertato che era troppo debole per sopravvivere con le sue forze. Veterinari e ricercatori marini, che lo seguivano da domenica scorsa, hanno deciso di sopprimerlo per non prolungare oltre la sua sofferenza. E’ intervenuto anche un «sussurratore» aborigeno per cercare di convincere il piccolo Colin, questo il nome dato al mammifero, a riprendere il largo, ma inutilmente. Intanto gruppi di animalisti hanno protestato contro l’eutanasia, convinti che non si sia fatto abbastanza per cercare di nutrire e salvare la megattera.

LA STORIA – «Il cucciolo è in condizioni peggiori di quanto ci aspettassimo, anche le ferite sono più gravi del previsto, probabilmente provocate dall’attacco di uno squalo», ha spiegato prima dell’intervento Sally Barnes, vice direttrice generale del dipartimento ambientale di New South Wales. La storia di Colin ha conquistato le copertine dei giornali autraliani fin da quando è stata avvistato quattro giorni fa, mentre cercava di succhiare latte dalle chiglie delle barche scambiate per la madre. Nemmeno il «whisperer» Bunna Lawrie, il sussurratore aborigeno, è riuscito a convincere Colin a cercare la salvezza. Ornato di piume in testa e segni tribali bianchi sul viso, Lawrie si è avvicinato al balenottero cantandogli una misteriosa melodia. Ma dopo pochi minuti Colin è corso a «poppare» al primo yacht che passava da quelle parti.

SOLO – «Gli mancano i grandi amici», ha detto solennemente l’aborigeno davanti alle telecamere dell’emittente australiana Channel 10. La decisione di praticare l’eutanasia sulla baby-balena ha scatenato le proteste di un gruppo di ambientalisti che avevano disegnato un apparecchio speciale per dare latte a Colin. «Ci avevate promesso altre 24 ore», ha urlato Brett Devine, membro del Devine Marine Group, mentre cercavano di calmarlo. Altri australiani hanno accusato le autorità di non aver fatto abbastanza per il piccolo. Nei giorni scorsi i soccorritori hanno provato a guidare il balenottero verso il largo, ma inutilmente perché non voleva separarsi dalle barche.

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22 agosto 2008

fonte: http://www.corriere.it/esteri/08_agosto_22/balenottero_soppresso_594b6d2e-700c-11dd-9278-00144f02aabc.shtml

Intervista a Gianadrea Gaiani: “L’interesse nazionale è morire per Tbilisi”

https://i0.wp.com/media-cdn.tripadvisor.com/media/photo-s/00/1c/5c/4c/tbilisi-view-from-turtle.jpgTbilisi, veduta notturna

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di Elisa Borghi

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“Possiamo discutere a piacimento della democrazia georgiana, della libertà. Ma il principale motivo per cui occorre andare a Tbilisi ed impiegare le forze militari è l’interesse nazionale. La Georgia è attraversata dagli unici oleodotti che consentono all’Europa un approvvigionamento diversificato rispetto alle rotte russe. Difendere l’indipendenza di quel Paese è dunque fondamentale per tutti noi, se non vogliamo dipendere da Mosca che, oltretutto, strumentalizza gas e petrolio per ricrearsi un’immagine di grande potenza”. Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa (www.analisidifesa.it) e analista di grande esperienza, legge la crisi del Caucaso puntando l’indice contro l’Occidente, ed in particolare contro Unione Europea e Nato, che sono intervenute in Georgia con grande debolezza e mostrando “ancora una volta timore, codardia e l’incapacità di spiegare all’opinione pubblica perché bisogna ‘morire per Tbilisi”.
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L’Unione Europea dispone di una Forza di reazione rapida, ha un bilancio della difesa che è sette volte quello russo e contra due milioni abbondanti di soldati. Perché c’è tanta difficoltà a mobilitare queste risorse, create con notevole dispendio di quattrini, quando servono?
Queste forze noi le abbiamo solo sulla carta, perché l’autorizzazione politica ad impiegarle spesso non arriva. E questo è uno dei paradossi dell’Unione Europea. Che anche questa volta non ha deciso per un intervento militare a favore della Georgia. Ma ha preferito dire ai russi che devono stare attenti a quello che faranno. Come al solito, quello che manca all’Europa è uno strumento politico di deterrenza. In questo quadro diventa dunque inutile costruire sulla carta delle forze militari che potenzialmente potrebbero essere impiegate ma politicamente non abbiamo la voglia di schierare. Anche la Nato poi, martedì ha deciso di seguire la linea europea, ha detto ai russi: per favore ritiratevi, e ha chiuso il vertice straordinario dei ministri degli Esteri di Bruxelles con un documento debolissimo, che critica Mosca senza però varare contromisure verso il neo-imperialismo di Putin.
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Dunque la Russia non va fino in fondo in Georgia solo perché non ha voglia di farlo?
La Russia non va fino in fondo perché non ha nessun interesse ad occupare Tbilisi o a prendere il controllo del Paese. Nell’attuale situazione il Cremlino ha già la possibilità di mettere la Georgia in difficoltà e magari di influenzare un cambio di governo. Cambio che non è detto che non avvenga. E Mosca sa bene che può fare quello che vuole perché al massimo l’Occidente alza la voce e manda una letterina di protesta.
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Veramente la Nato dice che i rapporti con Mosca non saranno mai più come prima e minaccia di interrompere i programmi di collaborazione. Questo che cosa potrebbe implicare?
Che nell’area europea, dagli Urali all’Atlantico, si tornerà a muoversi con maggiore circoscrizione. A considerarsi, se non nemici, comunque degli avversari. Ad ogni modo, i russi hanno ormai chiaramente compreso che nessun paese dell’Unione è pronto a rischiare un solo metro cubo di gas, né a rischiare la vita anche di un solo soldato. E su questo il Cremlino – che ha un esercito in grado di schiacciare i georgiani ma che non è certo l’Armata rossa dei tempi andati – ci marcia, e si muove da grande potenza. Non tanto perché lo è, ma perché noi gli consentiamo di fingere di esserlo.

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fonte: http://www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=173&id_art=6657&aa=2008

Giustizia, il Popolo delle libertà fa quadrato attorno a Berlusconi/L’opinione di Maria Falcone

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Nicolò Ghedini stigmatizza le parole del segretario dell’Anm Giuseppe Cascini: “Dichiarazioni al di fuori della realtà”. Cicchitto: “Il premier parla di una riforma globale per andare incontro alle esigenze dei cittadini”

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Roma, 22 agosto 2008 – Il Popolo della libertà si è schierato compatto in difesa di Silvio Berlusconi e contro le critiche alle ipotesi di riforma della giustizia arrivate dall’Associazione nazionale magistrati. Duri anche i giudizi su Antonio Di Pietro che non aveva gradito il riferimento del premier alle idee di Giovanni Falcone.

Per il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto, le dichiarazioni dell’Anm sul rischio di un possibile ritorno al fascismo se si introduce la politica nel Csm, sono “un involontario umorismo”. Berlusconi, ha spiegato, “parla di una riforma globale della giustizia innanzitutto per andare incontro alle esigenze dei cittadini, per superarne la evidente politicizzazione e anche per far sì che non si ripeta quello che è successo nel passato”.

Anche Nicolò Ghedini ha stigmatizzato le parole del segretario dell’Anm Giuseppe Cascini. Le sue dichiarazioni “sono assolutamente al di fuori della realtà”, ha dichiarato. Ghedini ha parlato di “modo diffamatorio” e di “un mero pregiudizio”, e ha ipotizzato che Cascini “si prepari a una attiva carriera politica seguendo l’esempio di molti altri suoi colleghi”.

Italo Bocchino ha invece rivolto un appello al Pd. “La riforma della giustizia è una priorità del Paese e chiediamo al Pd di condividere un testo che prenda spunto dalle idee di Giovanni Falcone e dal lavoro fatto dalla Bicamerale presieduta da D’Alema”.

Al partito di Walter Veltroni, però, ha chiesto di “isolare Di Pietro, che farebbe bene a non parlare di Falcone e a non occuparsi di giustizia, essendo stato il teorico della carcerazione preventiva come strumento per la confessione di fatti rivelatisi poi quasi sempre penalmente irrilevanti”. Proprio sul ruolo dell’ex pm si è soffermato il portavoce di Forza Italia, Daniele Capezzone. Ormai Di Pietro “è egemone nel centrosinistra” e “il Pd è genuflesso nei confronti dei giustizialisti” che “sono in grado di dettare sistematicamente la linea”.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/politica/2008/08/22/113016-giustizia_popolo_delle_liberta.shtml

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Maria Falcone con il fratello Giovanni

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Maria Falcone: «Non si facciano dire a Giovanni cose mai dette»

La sorella del magistrato: bene pensare a lui ma attenti a minare la divisione dei poteri

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dall’inviato del Corriere

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PALERMO Soddisfatta, sorpresa o irritata dal richiamo di Berlusconi alle «idee» di suo fratello sulla riforma della giustizia, professoressa Maria Falcone?
«Mi fa piacere che si pensi a Giovanni anche come studioso attento e sensibile ai problemi giuridici e giudiziari di questo nostro Paese. Purché non gli si facciano dire cose mai dette».

Il Cavaliere avrebbe mal interpretato quelle idee?
«Beh, certo Giovanni non ha mai chiamato i magistrati avvocati dell’accusa. E poi occorre delicatezza quando si richiamano le idee di chi non c’è più e non può controbattere. Ma per questo il Cavaliere ha uno strumento che gli consentirà di evitare equivoci, la raccolta degli scritti di Giovanni pubblicata dalla nostra Fondazione. Gliela regalai io qualche anno fa».

Magari dirà che l’ha letta. A cominciare dal tema della «separazione delle carriere».
«Ma lui parla di separazione dell’ordine degli avvocati dell’accusa dall’ordine dei magistrati. Un termine nuovo. Meglio rileggere quei testi ».

Fatto sta che suo fratello invocava la «separazione».
«Non vorrei però che qualcuno pensasse di separare le carriere anche per annullare la separazione dei Poteri. È la distinzione fra potere legislativo, amministrativo e giurisdizionale a garantire la democrazia. Viceversa c’è il rischio di ritrovarci con uno Stato autoritario».

Condivide l’allarme di Giuseppe Cascini, il segretario dell’Anm sul «rischio fascismo»?
«Non c’è bisogno che lo condivida. Basta che dica le cose a modo mio, con parole mie».

Vede la democrazia a rischio?
«Il rischio si manifesta se manca l’equilibrio e se c’è una ingerenza della politica nella magistratura. Così come l’eccessiva politicizzazione della magistratura crea un rischio contrario. Oddio, un rischio minore, ma ugualmente grave».

Suo fratello considerava una ipocrisia l’obbligatorietà dell’azione penale?
«Di obbligatorio c’è sempre stato molto poco. È evidente che una certa discrezionalità la magistratura l’ha sempre avuta».

Berlusconi suggerisce anche di introdurre «criteri meritocratici nella valutazione del lavoro dei magistrati».
«Sono d’accordo, ma chi valuta e controlla il merito? Il Csm. È quindi importante che l’organo di autogoverno non sia politicizzato».

Lo teme pure Cascini. Ma oggi il Csm appare immune?
«Oggi è politicizzato. Cascini suggerisce di non fare entrare la politica, ma siamo sicuri che non ce ne sia già troppa nel Csm?».

E la «terzietà» del giudice?
«Non c’è dubbio che per Giovanni nel processo accusatorio il pm dovesse essere considerato parte».

Come l’avvocato dell’altra parte, direbbe Berlusconi.
«E su questo ha ragione. Ma la figura del pm va modificata senza ledere il principio dell’indipendenza della magistratura. Qualsiasi riforma si possa fare, soprattutto se si vuole fare riferimento a Falcone, bisogna avere un grande rispetto per la democrazia, per la Carta costituzionale e soprattutto per la divisione dei Poteri».

Il Cavaliere ha detto che stavolta riformerà la giustizia, anche da solo. Ma Veltroni ha replicato che si deve fare solo con il placet dei magistrati…
«E io sono d’accordo con Veltroni, in questo caso. Toccando un tema tanto delicato, non può esserci nessun uomo politico di destra o sinistra che dica “la riforma la faccio io”. Il pluralismo è il fondamento della democrazia. Occorre misura. Come misura era Giovanni».

Lo dice perché vede poca «misura» in Berlusconi?
«Guardi che anch’io cerco di essere moderata perché con gli eccessivi personalismi si finisce per nuocere alla causa della giustizia».

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Felice Cavallaro
22 agosto 2008

fonte: http://www.corriere.it/politica/08_agosto_22/falcone_sorella_intevista_96ac8e3a-702c-11dd-9278-00144f02aabc.shtml

Amministrazione e politica: ‘NDRANGHETA MON AMOUR

22/8/2008 (7:52) IL RETROSCENA

Le case confiscate? Restano ai boss

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Calabria, centinaia tra sindaci e assessori sotto inchiesta

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GUIDO RUOTOLO
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REGGIO CALABRIA
Che vergogna, la Calabria del riscatto contro la ‘ndrangheta. Che brutto colpo (d’immagine) per lo Stato che fa sul serio. E per la politica (bipartisan) che ha fatto della «confisca dei beni mafiosi» il suo manifesto programmatico.

C’è una informativa del Ros dei carabinieri di Reggio Calabria alla Procura della Repubblica, uno screening serio e documentato sullo stato dell’arte delle confische dei beni e del loro utilizzo. Il bilancio è disarmante: 374 tra sindaci, assessori e funzionari comunali della provincia di Reggio sono stati denunciati per omissione d’atti d’ufficio, aggravata dall’aver favorito la ‘ndrangheta.

Tra i denunciati c’è anche il sindaco di Reggio, Giuseppe Scopelliti (An), un magistrato che ha fatto il pm al Tribunale di Palmi, Giuseppe Adornato, un colonnello della Guardia di finanza pensionatosi per passare alla politica, Graziano Melandri, assessore alla polizia urbana di Reggio. E tutto questo perché la stragrande maggioranza degli 803 beni immobili confiscati alle famiglie della ‘ndrangheta, a partire dal 1996, o sono in stato di abbandono o sono ancora nella disponibilità degli ex proprietari.

Dunque, il rapporto del Ros di Reggio: «Si procedeva all’acquisizione, presso l’Agenzia del Demanio di Reggio Calabria, di un elenco dei beni confiscati agli esponenti della criminalità organizzata, ricadenti in questa provincia. Dalla lettura del tabulato si accertava che alla date del 16 maggio del 2006 erano stati confiscati 803 beni immobili, di cui 307 già consegnati dall’Agenzia del Demanio alle competenti amministrazioni comunali».

Bilancio del colonnello Valerio Giardina: «Dopo i primi accertamenti è emerso che parte degli immobili, sebbene siano stati destinati e consegnati alle rispettive amministrazioni comunali nel cui territorio di competenza gli stessi ricadono, sono stati assegnati ad enti e/o associazioni di impegno sociale con notevole ritardo, cioè solo alcuni anni dopo la loro presa in consegna; alcuni, non sono mai stati assegnati ad alcun ente, con iter procedurali avviati e mai conclusi, pertanto inutilizzati; altri ancora sono addirittura risultati in uso e/o nella disponibilità dei soggetti nei cui confronti si è proceduto alla confisca, o dei loro familiari».

Va anche segnalato, per dovere di cronaca, che vi sono soltanto tre comuni in regola. E cioè che hanno utilizzato i beni loro assegnati. Platì, il comune con il più basso reddito procapite in Italia, ha trasformato il palazzotto a tre piani della famiglia Barbaro in una caserma dei carabinieri. Piccolo e non secondario particolare: il comune di Platì, sciolto per mafia, è amministrato da tre commissari prefettizi. A Fiumara, il palazzo di Nino Imerti ospita una scuola ed edifici pubblici. A Maropati, il terreno del boss Michele Audino è gestito oggi dalla cooperativa sociale «Futura».

Tre granelli di sabbia nel deserto.
Gli «inadempienti» sono decine di comuni: dal capoluogo a Gioia Tauro, da Africo a Melito Porto Salvo, da Siderno a Palmi, Rosarno, Villa san Giovanni. Prendiamo il caso di Reggio Calabria. E di quel palazzo di cinque piani del «Supremo», il boss Pasquale Condello (di recente arrestato dopo una ventennale latitanza). Quel palazzo fu confiscato definitivamente nel 1997 e consegnato al comune alla fine del 2001. Cinque anni dopo, nel 2006, era ancora «nella piena disponibilità del nucleo familiare di Condello». Dopo i primi interrogatori di funzionari e amministratori reggini, lo stabile a partire dalla fine del 2006 è stato liberato dai suoi inquilini.

Ad Africo Nuovo, i terreni di Giuseppe Morabito dovevano diventare «spazio verde pubblico da attrezzare per la collettività». Sono ancora oggi in stato di abbandono. Ad Ardore su un terreno confiscato alla famiglia Violi e Ciampa doveva sorgere un centro contro la tossicodipendenza, a partire dall’ottobre del 2004. Il comune ha pensato di realizzare un parco giochi. Ma aspetta ancora i fondi regionali per farlo. Su certi terreni della famiglia Piromalli di Gioia Tauro, destinati a un centro per le tossicodipendenze, la ‘ndrangheta coltiva ancora ortaggi e frutta.

Il rapporto del Ros è una mina vagante.
Se i sindaci e gli assessori comunali verranno mandati a processo, mezza Calabria dovrà essere commissariata. E la credibilità dello Stato che fa sul serio, dell’Antimafia dei diritti e dei doveri, oltre che della prevenzione e del contrasto, è già bella che defunta.

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fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200808articoli/35860girata.asp

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https://i0.wp.com/www.cronaca.melitoonline.it/wp-content/uploads/2007/09/armi6.jpgarmi sequestrate ad appartenenti alla ‘ndrangheta calabrese

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Reportage

Il sistema. Tutto entra nell’orbita del clan, dal fornaio alla pasticceria

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ISOLA DI CAPO RIZZUTO (Crotone. Dal pane ai cornetti per la colazione, dalle piante agli abusi edilizi, tutto nel villaggio vacanze Praialonga era controllato dalla ‘ndrangheta. Tra i condomini politici, imprenditori, magistrati e alti funzionari pubblici. Qui la ‘ndrangheta cambia politica: non s’accontenta più di controllare il territorio, vuole gestirlo. In prima persona. Entrare nel cuore degli affari, pilotare i finanziamenti pubblici e spartire gli utili. E a Praialonga, fino a quando l’antimafia non affonda il colpo (sedici condanne in primo grado, il 9 giugno), ci riesce perfettamente. Come? Innanzitutto: ottenendo ufficialmente l’amministrazione del villaggio. Con la forza. A partire dal 2004 la cosca «decide di gestire direttamente gli affari e nominare una persona di fiducia». Sono parole del pm antimafia Pierpaolo Bruni, che mette il naso nel villaggio e incastra anche Raffaele Vrenna, ex presidente crotonese di Confindustria: ottiene la sua condanna a quattro anni per concorso in associazione mafiosa. Vrenna avrebbe costruito appartamenti abusivi nel villaggio, d’accordo con la cosca dei Maesano. Non solo. Il pm arresta, e ottiene la condanna, di Dionisio Gallo, consigliere regionale dell’Udc, ex assessore ai beni forestali e vicepresidente dell’Antimafia della Regione.

L’offensiva

Il 19 maggio 2004 Stefano Forleo, amministratore del villaggio Praialonga, denuncia ai carabinieri che qualcuno, la sera prima, ha esploso dei colpi d’arma da fuoco sulla Fiat 600 della moglie. Iniziano le indagini. Il suo telefono viene intercettato. Gli inquirenti scoprono che Forleo non è più gradito alla ‘ndrangheta, alla cosca dei Maesano e ad alcuni emissari, che vogliono sostituirlo: «Hanno minacciato di spararmi se non me ne vado», dice Forleo a un’amica, «mi sto cacando sotto…». «Forleo – scrivono gli inquirenti – è costretto a dimettersi nell’estate 2004, a seguito di una riunione di condominio drammatica, che sanciva la vittoria del gruppo di potere che aveva sostenuto, con metodo mafioso, il nuovo amministratore, Luigi Bumbaca». Lui si dimette, nessuno fiata. «È significativo della condizione di omertà tra i condomini», continua il pm, «dal verbale d’assemblea non risulta alcuna discussione sulle ragioni delle dimissioni». Eppure anche Giovanna Raffaelli, segretaria dell’ex presidente della Regione, Giuseppe Chiaravalloti, è una condomina del villaggio. Con lei si sfoga Forleo: «È venuta la ‘ndrangheta», dice, raccontando le intimidazioni. Sono condomini lo stesso Chiaravalloti, ex magistrato, e la figlia Caterina, giudice al tribunale del Riesame di Catanzaro. Dice nella sua requisitoria il pm Bruni: «Lo stesso presidente Chiaravalloti si lamenta e dice: “Mi hai fatto trovare qui a cena con Zicchinello e Bumbaca, io con questi non ci volevo avere a che fare”».

Il basso profilo

A questo punto la «consorteria» può sfruttare il villaggio per guadagnarci. In realtà l’accordo iniziale era di non dare nell’occhio. Si legge nelle intercettazioni: «Se loro vogliono fare tutto in una volta, non è possibile, perché… si danno la zappa sui piedi! Devono capire che noi, fino a questa estate, avevamo detto di lasciare le cose com’erano. E poi man mano… per non far capire… Gino…quello che siamo noi».
In realtà, sin da subito, emergono 99 mila euro di spese condominiali non preventivate, per un importo complessivo di 732 mila euro, notevolmente aumentato in pochi mesi. Tutto deve entrare nell’orbita mafiosa. A cominciare dal pane e dai cornetti per la colazione. Viene affidata a una persona di fiducia la gestione di un bar. Si teme la concorrenza? Nessun problema: nel villaggio entrerà soltanto pane. Per cornetti e simili, i condomini di Praialonga dovranno rivolgersi al bar pasticceria di fiducia. E al vecchio fornaio viene ordinato: «Solo pane porta, e basta…». La cosca, secondo l’accusa, per favorire il bar riesce a far chiudere il locale «L’Insonnia» all’interno del residence. Perché? «Compà – si dicono gli intercettati – come non lo capite il motivo? Per lavorare quell’altro bar… perché me l’hanno chiesto per favore…».
Il clan, però, riesce a spingersi oltre. Vuole i fondi pubblici per migliorare il villaggio vacanze. E se il governatore Chiaravalloti, come spiegano i magistrati, nega qualsiasi aiuto, nessun problema: le cosche lo ottengono dall’assessore Dionisio Gallo. Il clan ottiene i soldi.

I soldi pubblici

Un lieve dissesto idrogeologico si trasforma in notevole pericolo: viene riassestato a spese dello Stato. Con i soldi dei contribuenti viene pulito il canalone che raccoglie le acque reflue. Per ripulire le aree verdi del villaggio arrivano, direttamente dalla Regione, squadre di operai idraulico-forestali. E la cosca ottiene, gratis, ben 200 piante prelevate direttamente dai vivai dell’Afor, l’azienda forestale della Regione. Nel frattempo, l’assessore Gallo incassa la promessa di un aiuto per le vicine elezioni regionali. E nessuno denuncia. Anzi, qualcuno ci prova, ma viene immediatamente fermato. Raffaele Vrenna, all’epoca presidente di Confindustria a Crotone, sta costruendo abusivamente appartamenti nel villaggio. Un condomino s’accorge che le opere stanno sconfinando nel suo giardino. Parla con l’amministratore del villaggio, l’uomo nominato dalla cosca, e gli dice che è pronto a denunciare l’accaduto ai carabinieri.
Il punto è che Vrenna, al nuovo amministratore, ha promesso una delle villette abusive in costruzione. Dunque la denuncia è «inopportuna». Tale Giovanni Puccio, scrivono gli inquirenti, «veniva incaricato di risolvere la questione». E a quanto pare la risolve velocemente. Bumbaca si tranquillizza quando gli spiegano che «i lavori abusivi del Vrenna sarebbero continuati». Al condomino erano state date due alternative drastiche: «O subire l’abuso, oppure vendere il suo immobile». A chi? Allo stesso Vrenna. «O si fa – dicono gli interlocutori – o si vende la casa… e se la vende! Ho già parlato con Raffaele, se la prende lui».

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fonte: http://www.lastampa.it/search/articolo.asp?IDarticolo=1847961&sezione=Cronache%20italiane

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Platì, la capitale dei falsi poveri

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ROMA-Il «bottino» che lo Stato è riuscito a rastrellare (entrate fiscali) nel 2007 a Platì, provincia di Reggio Calabria, meno di quattromila anime arroccate sull’Aspromonte, non arriva a centomila euro (91.744). E come un ragioniere che si ritrova a dover fare somme e divisioni per avere una media ponderata, alla fine Platì risulta essere il paese più povero di Italia, con un reddito pro capite pari a 346 euro al mese. Solo che mai come in questo caso i numeri non rappresentano la realtà. Insomma, per dirla tutta, Platì è semmai la capitale dei falsi poveri anche se, naturalmente, esistono i poveri. E non perché ci sono professionisti o imprenditori che non dichiarano i loro fatturati, evadendo le tasse per avidi interessi di portafoglio. Il problema di Platì si chiama ‘ndrangheta e i suoi capitali milionari che non possono essere dichiarati. Platì (come San Luca, Careri, Natile, Africo, Bovalino), negli Anni 70 e 80 rappresentava il buco nero dell’Italia prigioniera, dei Paul Getty junior, dei Cesare Casella, dei Carlo Celadon e dei tanti sequestrati che qui passavano mesi e anni di prigionia. Poi Platì (e l’Aspromonte) è stata imbiancata da tonnellate prima di eroina e dopo di cocaina. Ecco perché non sono proponibili statistiche e medie ponderate per avere la percezione del reddito reale. I casati dei Barbaro, le cosche dei Papalia e dei Sergi sono i rappresentanti di questa «imprenditoria» criminale platiese che produce lavoro, morti e capitali.

Platì che non torna nei conti della sua ricchezza reale è un luogo che non conosce gli stretti confini comunali. Platì è anche l’insediamento costruito in Australia dagli emigranti o la colonia che si è insediata a Buccinasco, provincia di Milano. Nel lontano 1993, ai Papalia di Buccinasco furono sequestrati beni per un valore equivalente di 50-70 milioni di euro. Appena una settimana fa, l’11 agosto, nel distretto rurale di Griffith, nel Nuovo Galles del sud (Australia), c’è stato il più grande sequestro di ecstasy al mondo: 4, 4 tonnellate, valore 264 milioni di euro, nascoste in tremila barattoli di pomodori sbarcati da una nave container. Tra gli arrestati, Pasquale Barbaro, figlio di Francesco (nato a Platì nel 1937). Un mese fa, a Buccinasco, è stato arrestato, tra gli altri, Domenico Barbaro, 71 anni, detto l’australiano, per associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, riciclaggio aggravato dalle modalità mafiose e violazione delle normativa sulle armi. In una inchiesta del Ros dei carabinieri, gli uomini del colonnello Valerio Giardina, accertarono che nel 2000 furono effettuati versamenti Ici solo per 131 unità abitative (dovrebbero essere 1864). E quando l’allora questore di Reggio Calabria, Franco Malvano, si ritrovò a dover eseguire una serie di sequestri di terreni dei Barbaro, scoprì che su quei terreni erano stati costruiti palazzi a 5 piani ufficialmente inesistenti, nel senso che non risultavano accatastati. Le cronache giudiziarie raccontano anche di denunce e arresti per le truffe all’Inps, per le false dichiarazioni di braccianti inesistenti.

Oggi il comune di Platì è retto da una gestione commissariale, essendo stato sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2006. Chissà se si tornerà a votare l’anno prossimo. Perché Platì è anche questo: prima dell’ultima amministrazione (poi sciolta per mafia) per ben tre volte, le elezioni comunali andarono deserte, nel senso che non si presentò nessuna lista e nessun candidato a sindaco.

Platì è il paese più povero d’Italia. Non di reddito ma di democrazia.

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fonte: http://www.lastampa.it/search/articolo.asp?IDarticolo=1854332&sezione=Economia

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L’OPINIONE DI UN ‘PENNUTO’ DI TALENTO (DAVVERO UNA BELLA SCOPERTA!)

‘Ndrangheta. Chi era costei?

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Tra le associazioni criminali esistenti, presenti non solo sul territorio nazionale ma anche all’estero, la ‘ndrangheta calabrese è una delle più potenti e organicamente strutturate che oggi sempre più intesse stretti rapporti con la politica, con i servizi deviati e con la stessa mafia siciliana.
Nata in Calabria verso la seconda metà dell’Ottocento, ma dura a morire, è fondata soprattutto su vincoli parentali tra le famiglie che la compongono ordinati secondo un rigido rapporto gerarchico. L’elenco delle numerose attività della ‘ndrangheta spazia tra il commercio illegale di armi (anche le più sofisticate e moderne), la droga, l’estorsione, i finanziamenti pubblici truccati (uno degli ultimi che è salito alla ribalta della cronaca – si dice così? – è il caso di alcuni funzionari corrotti all’interno del Dipartimento sanitario della Regione Calabria), il riciclaggio di denaro “sporco” attraverso alcune società immobiliari (in questi giorni si sta indagando anche in Sardegna) e numerose altre attività produttive.
Per quanto riguarda la politica poi, pare che goda addirittura di qualche sponsorizzazione istituzionale e che pratichi talvolta anche il voto di scambio.
Sarà vero? Minchia! Io non ci credo. Quando li sento parlare in televisione mi sembrano tanto delle brave persone. Why not?

Francesco Dotti
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CHI E’ L’AUTORE

Mi presento

Mi presento

Disegnatore autodidatta, eclettico e un po’ scervellato, Francesco Dotti arriva in Sardegna nel 1970 ed è proprio in questa terra, che lo accetta con affetto, che inizia la sua attività di illustratore e di collaboratore con periodici e quotidiani isolani, tra i quali “La Nuova Sardegna”, “L’Unione Sarda”, la “Gazzetta di Porto Rotondo” e “Il Vernacoliere
Come grafico pubblicitario crea per conto di alcuni studi vari logotipi e, nel 1994, disegna una fortunata serie di vignette per la trasmissione televisiva “Linea blu”, su Rai Uno.
Nel settembre del 2005, nel corso della mostra “Autori Pistoiesi nel Cartooning” tenutasi presso la fondazione “Marino Marini” di Pistoia, è invitato a esporre i suoi lavori insieme a Vauro, Mannelli, Boschi, Bartolini e altri autori pistoiesi.
Nel 2006, a Verbania, al concorso “Ridere sotto il Tasso”, viene premiato con il “Marengo d’oro” e nel 2007, nel medesimo concorso, un suo lavoro riceve una segnalazione.
Da alcuni anni, lasciate perdere le collaborazioni giornalistiche, si dedica alla pittura, ai concorsi e alle lunghe e riflessive passeggiate. Nel 2003, per i tipi della Editrice Taphros di Olbia, pubblica “Ti sbatto in Sardegna!”, una mini-raccolta di vignette, e nel 2007 pubblica il libro “Alla scoperta della Sardegna”, del quale è autore dei testi e delle illustrazioni (147 acquerelli). La sua ultima fatica, ancora inedita, è “La Sardegna illustrata, tra realtà e leggenda”, portata a termine insieme all’amico e collega veneziano Lele Vianello, una delle matite più apprezzate del compianto Hugo Pratt, l’indimenticabile papà di Corto Maltese.
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Contattami se vuoi
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il blog : http://ceccodotti.blogspot.com/
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p.s. Nonostante l’invito dell’autore sul blog, abbiamo contravvenuto alla regoletta di ‘chiedere’ prima il suo consenso alla pubblicazione, speriamo che il buon Francesco ci perdonerà. mauro

TIBET – Granbassi agli atleti: “Manifestate dopo la gara”

La schermitrice azzurra (due bronzi a Pechino) lancia un appello ai colleghi
Dopo le parole del Dala Lama, è amareggiata: “Il boicottaggio non serve, ma…”

“Tutti ci dicevano: giusto esserci. Ora penso di aver partecipato a un teatrino”

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dall’inviato MATTIA CHIUSANO

Tibet, Granbassi agli atleti "Manifestate dopo la gara"Margherita Granbassi al rientro in Italia

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PECHINO – “Invito gli atleti che sono ancora a Pechino a fare la loro gara e dopo, soltanto dopo, manifestare a favore del popolo tibetano”.

Margherita Granbassi, un titolo mondiale ed una Coppa del mondo di fioretto, è tornata dalla Cina con due medaglie di bronzo al collo. Da Narni, dove vive, naviga ore al giorno alla ricerca di notizie, anche sul Tibet, una causa per cui sarebbe stata disposta a rinunciare alle Olimpiadi.

“Se fosse servito a qualcosa, ovvio, perché la verità è che i boicottaggi nello sport servono a poco. Ma questa vicenda, questa notizia diffusa senza la conferma del Dalai Lama, mi lascia stordita. Con un senso di amarezza dopo le intense giornate olimpiche”.

Lei era molto critica sulla situazione dei diritti umani, ma una volta giunta a Pechino non ha più sollevato la questione.
“C’è stato un tam-tam incredibile prima dei Giochi, ma appena arrivati sembrava messo tutto sotto silenzio. Nessuno ci faceva più domande. ‘Abbiamo fatto bene a venire’ mi dicevo, mi sentivo tranquilla. Finalmente.”

Poi cosa è successo?
“Mi sono ricordata del dramma del popolo tibetano. Mi sono sentita quasi in colpa. Per aver gioito per le mie due medaglie, mentre nello stesso paese si reprimono le manifestazioni di gente innocente”.

La Cina nega da sempre, parla di provocazioni e falsità.
“Ma io mi fido delle parole che vengono dal Dalai Lama, indipendentemente dall’attendibilità di quest’ ultima notizia sui morti nell’est del Tibet. Anche se non fosse vera, da quanti anni lui denuncia la repressione? Vogliamo dubitare della sua sincerità?”.


La perfetta organizzazione delle Olimpiadi ha distratto anche voi atleti?

“La colpa è di tutti quelli che dimenticano, anche se in Cina sembrava tutto migliorato. Ma quanto migliorato? Vogliamo parlare dell’episodio demenziale che ha visto protagoniste noi fiorettiste durante la cerimonia inaugurale?”.

Quello striscione “Da Jesi a Frascati a Trieste, vi conciamo per le feste”?

“La tv cinese ci ha censurate. Se applicano queste misure per una sciocchezza, cosa potranno fare per altri tipi di manifestazioni? Siamo stati protagonisti di un simpatico teatrino”.

Non crede che le Olimpiadi possano servire a qualcosa, magari ad avvicinare la Cina ai valori occidentali?

“A questo punto credo che le Olimpiadi siano state inutili. L’organizzazione impeccabile, lo splendore esibito in questi giorni nasconde altre verità. Come le medaglie coniate per questa edizione: davanti l’oro, l’argento, il bronzo, dietro la giada che mi risulta provenire dallo sfruttamento di molti lavoratori”.

Allora bisognava boicottare?
“Ripeto, il boicottaggio cambia poco, la storia lo dimostra. Il problema è a monte, risale al momento in cui è stata scelta Pechino come sede olimpica. In questo scenario cinese anche il Cio si sta dimostrando troppo severo, come dimostra l’episodio del divieto di esporre la bandiera spagnola a mezz’ asta, o di indossare un braccialetto nero, per la tragedia di Madrid”.

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22 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/08/olimpiadi/servizi/dalai-lama-accusa/parla-granbassi/parla-granbassi.html

MILANO – L’amico scappa, romeno interviene e salva italiana da un tentato stupro

DOMANDA NOSTRA: CHE FACEVA L’ITALIANO AFFACCIATO AL BALCONE?

Violenza su donnaMilano, 22 agosto 2008 – Un ragazzo romeno ha evitato una 30enne italiana venisse violentata da uno straniero. L’episodio è avvenuto nella notte, alle 3 circa, in corso Como a Milano. La ragazza dopo una serata trascorsa in uno dei locali della movida milanese si era allontanata in compagnia di un coetaneo biondo e stava passeggiando quando è stata avvicinata da uno scooter con a bordo due persone.

La coppia si è avvicinata alla sua vittima e uno dei due stranieri le ha strappato la borsa e l’ha consegnata nelle mani del complice che si è dato alla fuga. Lui però non si è allontanato e dopo lo scippo ha tentato di violentare la ragazza mentre il ragazzo che la accompagnava impaurito si è dato alla fuga.

L’uomo ha afferrato la ragazza, l’ha palpeggiata, l’ha trascinata dietro ad un’aiuola dove l’ha fatta sdraiare a terra tentando di violentarla. Le urla della donna, però, hanno attirato l’attenzione di un romeno di 19 anni che ha tentato di intervenire minacciando il violentatore. L’uomo però non si è arreso e ha trascinato con sè la donna, ma neanche il giovane romeno di nome Adrian si è dato per vinto e sprovvisto di telefono ha chiesto ad un italiano affacciato al balcone di telefonare alla polizia.

All’arrivo della volante il 19enne ha indicato l’autore della violenza: Choukri Rachid, marocchino di 38 anni già noto per alcuni precedenti contro il patrimonio e già colpito da ordine di espulsione. Il nordafricano ha tentato di scaricare le sue responsabilità dicendo agli agenti di cercare uno scooter bianco, ma la testimonianza della vittima lo ha inchiodato. Il 38enne dovrà rispondere di scippo e violenza sessuale.

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fonte: http://ilgiorno.ilsole24ore.com/milano/2008/08/22/112967-amico_scappa_romeno_interviene.shtml