Archivio | agosto 24, 2008

Free Gaza: le iniziative continuano

GAZA CITY, 24 August 2008 – Two days after the SS FREE GAZA and the SS LIBERTY arrived to a jubilant welcome in Gaza, 20 to 25 of the human rights watchers will go to sea with the fishermen in a show of support for their struggle to keep their industry productive.

According to a recent article in The Guardian, “in the 1990s, the Gazan fishing industry produced an annual income of around £5m. That had halved by 2007 and is still shrinking fast. Under the Oslo accords, which in 1993 were supposed to herald the coming of an independent Palestinian state, Gazan fishermen were to be allowed 20 nautical miles out to sea, where they could catch sardine as they migrated from the Nile delta up towards Turkey during the spring.But Israeli naval ships in recent years have imposed their own, much-reduced limits, sometimes fewer than 6 miles out.”

The group will leave in the very early morning and go to sea at least 7 to 8 miles off the Gaza coast. They will be on board two to three of the small fishing boats lining the shores of the Gaza port, making sure they and their international flags are prominent. They intend to stay at sea for several hours, providing protection for the men as they search for and catch the fish.

“What gives Israel the right to take away the livelihood of these fishermen, and why does the world allow them to destroy an industry that used to provide for thousands of Palestinians?” Said Greta Berlin, one of the five organizers of The Free Gaza Movement. “We intend to challenge that right, backed up by warships and machine guns, just as we challenged Israel’s right to prevent us from coming here on Saturday.”

The organizers feel that, since they sailed to Gaza with no interference from the Israeli military, they have established a precedent to press for the human rights of Palestinians, who want nothing more than to be free to make a living, go to school, and receive medical treatment.

For More Information, please contact:

(Gaza) Huwaida Arraf, tel.  +972 599 130 426

(Gaza) Jeff Halper, tel.  +972 542 002 642

(Cyprus) Osama Qashoo, tel.  +357 99 793 595  / osamaqashoo@gmail.com

(Jerusalem) Angela Godfrey-Goldstein, tel.  +972 547 366 393  / angela@icahd.org

free gaza movement

A due giorni dall’arrivo a Gaza – festeggiatissimo – delle imbarcazioni Free Gaza e Liberty, un gruppo di 20/25 partecipanti all’iniziativa uscirà in mare con i pescatori locali per sostenere la loro battaglia affinché resti produttivo questo tipo di attività.

Secondo un recente articolo di The Guardian, “negli anni ’90 l’industria ittica di Gaza produceva un reddito annuo intorno a 5 milioni di sterline, che, entro il 2007, si è dimezzato e sta tuttora calando in modo vertiginoso. Stando agli accordi di Oslo del 1993, che avrebbero dovuto preludere alla formazione di uno stato Palestinese indipendente, i pescatori di Gaza avrebbero avuto il permesso di allontanarsi dalla costa per 20 miglia marine (in modo da consentire loro la pesca delle sardine in migrazione primaverile dal delta del Nilo alla Turchia). Ma in questi ultimi anni le navi israeliane hanno imposto i loro limiti, molto più ridotti, a volte inferiori a sei miglia”.

Il gruppo partirà alla mattina di buon’ora e si allontanerà di almeno 7-8 miglia dalla costa; a bordo di  ogni imbarcazione di pescatori ci saranno un paio di membri, che terranno in bella evidenza le bandiere internazionali in modo da offrire protezione, nelle ore in cui saranno in mare, agli uomini impegnati nel loro lavoro di ricerca e cattura del pesce.

“Cosa dà ad Israele il diritto di togliere a questi uomini i loro mezzi di sussistenza, e perché il mondo consente loro la distruzione di un’industria che garantiva la sopravvivenza a migliaia di palestinesi?” dice Greta Berlin, una dei cinque organizzatori del Free Gaza Movement. “Vogliamo sfidare quel diritto basato su navi da guerra e fucili, proprio come abbiamo sfidato il diritto di Israele di impedirci di venire qui, sabato.”

Gli organizzatori ritengono, dacché sono salpati ed approdati a Gaza senza interferenze da parte dei militari israeliani, di aver stabilito un precedente capace di far pressione a favore dei diritti umani dei Palestinesi, che altro non vogliono se non guadagnarsi la vita, andare a scuola ed avere assistenza sanitaria.

Per maggiori informazioni potete mettervi in contatto con i numeri/gli indirizzi e-mail indicati sopra.

Fonte: http://www.freegaza.org/index.php?module=latest_news&id=36af685f12114c65d3031f336be17beb&offset

La traduzione è mia e fatta al volo… scuserete eventuali imperfezioni e/o inesattezze! Ulteriori notizie e foto sul sito http://www.freegaza.org/

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Non solo critiche per Famiglia Cristiana

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21/08/2008 – Catania: I cristiani della Comunità dei Santi Pietro e Paolo sottoscrivono associandosi pienamente alla lettera inviata al Direttore di Famiglia cristiana da “Beati i Costruttori di Pace” ed invitano i cristiani di buona volontà ad esprimere con chiarezza il loro pensiero ed i loro sentimenti in questa vicenda che fa emergere quanto appiattita alle logiche di potere sia oggi la gerarchia ecclesiastica


Alla cortese attenzione, con preghiera di pubblicazione,

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Carissimo direttore don Sciortino,

un grazie grande per la chiarezza e la franchezza con cui Famiglia Cristiana ha smascherato la sostanza politica e sociale sottesa ai vari depistaggi sull’emergenza e sulla sicurezza e per il coraggio con cui ha denunciato i pesanti messaggi di alcuni provvedimenti, che producono nella società un clima di disagio e di divisione tra i cittadini, a volte accompagnato da odio e rifiuto dei più poveri e dei più marginali.

Non siamo stupiti e in qualche modo mettevamo in conto la reazione rabbiosa alla sua persona e alla rivista da Lei diretta. L’offesa volgare con sentenza sommaria di condanna delle persone fa parte di una prassi ormai collaudata da anni di molti dei responsabili politici dell’attuale Governo.
È con questo metodo che da tempo vengono vilipese e sgretolate anche le Istituzioni.

Quello che più ci scandalizza e ci addolora è la dissociazione del Vaticano e della Conferenza Episcopale Italiana. La nota di chiarificazione pubblicata è ineccepibile sul piano formale, ma quello che viene percepito sia dall’opinione pubblica che dalla compagine governativa è una sconfessione secca di Famiglia Cristiana.

Anche la modalità è pesante: nessun dialogo e confronto sui contenuti, nessun riferimento di fede, nessuna richiesta ai responsabili politici di correttezza e di rispetto per i fratelli nella fede.

Vogliamo cordialmente esprimervi la nostra solidarietà evangelica, condividendo con voi fino in fondo, non solo la scelta, ma anche l’ottica dei più poveri per un discernimento ecclesiale di fede.

Infine vi preghiamo: accettate di essere segno di contraddizione non solo nella società, ma anche dentro la Chiesa. Siamo in tanti a chiedervelo perché siamo ormai in troppi ad averne bisogno.

“Beati voi quando…. godete ed esultate”!

Beati i costruttori di pace

Comunità Parrocchiale Santi Pietro e Paolo, Catania
Via Siena 1

Catania, 20 agosto 2008

Da http://www.ritaatria.it/#

Spagna: incendio in centrale nucleare. Spento reattore, nessuna fuga radioattiva

A luglio si sono bloccate due centrali a valencia e santa maria la garona

Le fiamme si sono sviluppate nella sala turbine dell’impianto a Vandellos II vicino a Terragona

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MADRID – Un incendio si è sviluppato in una centrale nucleare in Spagna, a Vandellos II vicino a Tarragona. Le fiamme hanno coinvolto la sala turbine e il reattore è stato spento. Secondo quanto ha comunicato l’agenzia spagnola per la sicurezza nucleare non ci sono state fughe radioattive. L’incendio è iniziato alle 8,49 ed è stato estinto dai pompieri alle 10,30. Un incidente simile si era verificato nel vicino impianto di ‘Vandellos I’ nel 1989. Il 13 luglio scorso era invece rimasta bloccata la centrale di Cofrentes vicino a Valencia per un guasto a una pompa di alimentazione. Tre giorni prima il blocco invece alla centrale di Santa Maria la Garona. Dal 10 giugno è ferma la ‘Asco I’.

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24 agosto 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_agosto_24/spagna_incendio_centrale_nucleare_108b4c6c-71d3-11dd-8174-00144f02aabc.shtml

Alemanno sempre più nella bufera. Il Pd: “Si vergogni e chieda scusa”

Criticato a proposito del dramma dei due olandesi aggrediti, il sindaco di Roma
replica in un’intervista a Repubblica: “Colpa loro”. E la polemica si surriscalda

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"Si vergogni e chieda scusa"

Il luogo dell’aggressione dei turisti olandesi

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ROMA – “Non stavano uscendo da una stazione della ferroviaria né andavano sulla ciclabile. Si sono andati ad accampare in un posto abbandonato da Dio e dagli uomini dopo aver chiesto consiglio su dove mettere la tenda a un branco di pastori immigrati. La loro è stata una grave imprudenza”. Con queste parole inizia l’intervista a Repubblica di Gianni Alemanno, sindaco di Roma, sulla vicenda dei due olandesi aggrediti. Parole che riaccendono la polemica tra il Pd e il primo cittadino della capitale.

“Alemanno si vergogni e chieda scusa – parte all’attacco Paola Picierno, ministro ombra delle Politiche givanili -. Lasciano sconcertati le dichiarazioni del sindaco, che con una faccia tosta incredibile quasi scarica sui due poveri turisti olandesi, a cui rinnoviamo la nostra solidarietà, la responsabilità dell’aggressione subita. E’ la stessa mentalità assurda di coloro che arrivano a rinfacciare alle donne stuprate di aver in qualche modo provocato i loro aguzzini”.

Poi c’è l’affondo, altrettanto forte, del senatore del Pd Roberto Di Giovan Paolo: “Non si deve fare demagogia sull’insicurezza dando la colpa ai cittadini o ai turisti. Non si può istillare l’idea che se si mette una tenda a piazza Venezia si ha diritto alla protezione, magari alla presenza dei militari, mentre Ponte Galeria è terra di nessuno. Questo contraddice la asserita e mai dimostrata attenzione della destra alle periferie romane. O Alemanno pensa di difendere solo i Parioli e il centro della città?”.

Concetto analogo a quello espresso da un’altra esponente del partito, Paola Concia: “Gli italiani e i romani sono stati presi in giro dal sindaco che non sa neanche assumersi le responsabilità del caso. E’ grave che oggi Alemanno finisca con l’attribuire parte della colpa di quanto accaduto ai due turisti olandesi”.

In questo coro di accuse, a difendere Alemanno, per ora, c’è solo il leader della Destra, Francesco Storace: “Non siamo stati d’accordo con molte delle azioni del comune di Roma, ma è indecente l’attacco della sinistra al sindaco su quanto accaduto ai due olandesi aggrediti. Quanti criticano andrebbero all’estero a campeggiare in un posto isolato e privo di controlli? Ci vuole più serietà anche quando si contesta”.

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24 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/cronaca/olandese-aggredita/alemanno-critiche/alemanno-critiche.html

L’ex bimbo espulso dal duce non riesce a tornare italiano

La storia: Vittima delle leggi razziali, lasciò Milano per Filadelfia

Nel ’39 gli fu tolta la cittadinanza, lo Stato non gliela rende

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Umberto Vorchheimer
Umberto Vorchheimer

NEW YORK — L’hanno data a Martin Scorsese, Patti Lupone e Robert De Niro, che ora può votare nel paese dei bisnonni. Per la jure sanguinis il tempo d’attesa è di un anno; sei mesi soltanto per quella da matrimonio. Ad ottenerla sono per lo più italo-americani di seconda, terza, persino quarta generazione che non hanno mai vissuto in Italia. Né hanno intenzione di farlo.

Ma l’irrefrenabile boom di cittadinanze italiane conferite dal Bel Paese ai cittadini d’oltreoceano esclude alcuni individui che, paradossalmente, italiani già lo sono. Come il 75enne Umberto Vorchheimer, milanese trapiantato a Filadelfia che dopo ben quattro anni di vani tentativi non riesce ad ottenere da Roma il riconferimento della cittadinanza rubatagli dai fascisti nel 39, in quanto ebreo. All’indomani della polemica sollevata da Famiglia Cristiana sul «rischio di un ritorno al fascismo», l’incredibile vicenda di Vorchheimer suona come un caso a dir poco emblematico, in odore d’antisemitismo. «Oggi è più facile ottenere per la prima volta la cittadinanza piuttosto che riacquisire quella perduta», spiega Giorgina Vitale, 82 anni, ebrea torinese emigrata in Connecticut che da ben 15 anni cerca di coronare lo stesso sogno di Vorchheimer. L’odissea di quest’ultimo inizia nel febbraio del 1933 a Milano, dove l’unico figlio di Vittorio Felice — facoltoso commerciante di origine tedesca trasferitosi in Italia nel 1912 e dal 1936 cittadino italiano — vede la luce in un appartamento in via Visconti di Modrone. Tre anni più tardi la serena esistenza dell’affiatata famiglia va in frantumi.

«Nel giro di pochi mesi mia madre morì di cancro a 31 anni», rievoca Vorchheimer, ex dirigente della General Electric in pensione, sposato con l’americana Carol e padre di due figlie, Ellen e Shahana — Mussolini ci revocò la cittadinanza e papà fu costretto a svendere per poche lire ai fascisti il suo negozio di cappelli in corso Venezia». Dopo un pellegrinaggio tra Liguria e Svizzera, dove frequenta la scuola e viene accudito dall’adorata nonna materna Omi, è il momento di lasciare l’Italia. «Il giorno del mio settimo compleanno nonna mi disse che sarei partito per New York insieme a papà, mentre lei avrebbe raggiunto i suoi figli a Buenos Aires». L’ultimo giorno di scuola, quando un compagno gli grida dietro «l’America perderà», lui non sa di cosa stia parlando. Dopo aver ritirato il visto al consolato americano di Napoli, padre e figlio si recano al cimitero Maggiore di Milano per dire addio alla moglie e madre: «Papà recitò sottovoce il Kaddish, mentre io deposi una pietra sulla tomba». Salpano per l’America a bordo del transatlantico Rex e al loro arrivo a New York vengono accolti da zio Julius, tratto in salvo da Dachau dal fratello Vittorio Felice verso la metà degli anni 30. «Quando papà seppe che Julius vi era stato internato, si presentò al campo di concentramento con i documenti secondo cui il parente diretto di un cittadino italiano non poteva essere detenuto», racconta. «”Ha ragione”, risposero i nazisti e lo lasciarono andare». Ma un decreto in data 15/12/1939 emanato da Vittorio Emanuele III su proposta del Duce revocherà «ad ogni effetto» la loro cittadinanza italiana. Da quando, anni fa, seppe che Usa e Italia avevano introdotto la doppia cittadinanza, Vorchheimer non si dà pace.

Per riottenerla si è appellato persino a Fiamma Nirenstein, vicepresidente della Commissione Affari Esteri della Camera(Pdl), senza ottenere il minimo riscontro. E così il suo dossier — protocollo numero 7947 — continua a giacere tra le carte impolverate dell’ufficio cittadinanza del ministero dell’Interno. «Se Vorchheimer avesse fatto richiesta di cittadinanza regolare avrebbe già concluso», teorizza adesso Renzo Oliva, viceconsole a Filadelfia. «E invece ha chiesto la riconcessione: un tipo di pratica laboriosa gestita dal Viminale con un arretrato di oltre tre anni». «Il consolato ignora i fatti», ribatte Giuseppe Ascrizzi, vice prefetto presso il ministero dell’Interno, presidente della Commissione interministeriale che deve esprimere parere positivo o negativo sulle richieste di cittadinanza. «La cittadinanza viene ripristinata automaticamente su dichiarazione degli interessati all’ultimo comune italiano di residenza. La questione riguarda marginalmente il ministero». «Mi domando come sarebbe stata la mia vita se non mi avessero cacciato dall’Italia — riflette adesso Vorchheimer —. Milano è la mia città, un buon posto per crescere e diventare vecchi». L’amarezza ha accompagnato anche suo padre, fino alla morte: «Era un uomo infelice, non l’ho mai visto ridere». Ma lui e Giorgina non si arrendono: «Non chiediamo soldi o restituzione dei beni ma solo che il governo ci riconosca che siamo italiani. È un gesto simbolico che per noi avrebbe un valore grandissimo. Se verrà quando siamo ancora vivi».

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Alessandra Farkas
24 agosto 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_agosto_24/bimbo_espluso_duce_italiano_Farkas_5ca9c290-71ab-11dd-8174-00144f02aabc.shtml

SVILUPPO: Sfuggire alla trappola della povertà

di Mercedes Sayagues

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PRETORIA, 22 agosto 2008 (IPS) – Cos’hanno in comune una vedova del Bangladesh con un figlio sordo, un minatore dodicenne del Kirghizistan, una coppia di contadini ugandesi con dodici bambini e una collaboratrice domestica sudafricana che perde la casa quando muore il marito e il lavoro quando si rompe una gamba? Sono intrappolati, bambini compresi, nella miseria cronica, anche quando i loro paesi mostrano segni di crescita economica.


Secondo una recente inchiesta, garantire un reddito minimo è la via per uscire dalla povertà.

Foto: Mercedes Sayagues/IPS

In tutto il mondo, sono tra i 320 e i 440 milioni le persone che vivono nella povertà cronica. Una trappola cui potrebbero sfuggire con l’aiuto di cinque precise misure politiche, sostiene il secondo rapporto internazionale sulla povertà cronica 2008- 2009, presentato a luglio a Londra.

Il rapporto è stato prodotto dal Chronic Poverty Research Centre (CPRC), una partnership globale tra università, istituti di ricerca e ONG di vari paesi tra i quali Bangladesh, India, Sud Africa, Uganda e Regno Unito, finanziata dal dipartimento per lo sviluppo internazionale del governo britannico. Il centro è diretto dall’Università di Manchester e dall’Overseas Development Institute (ODI) del Regno Unito.

L’indagine inframmezza queste storie personali con analisi e identifica cinque fattori che soggiacciono alla povertà: insicurezza, cittadinanza limitata, distribuzione spaziale, discriminazione sociale e scarse opportunità di lavoro.

Per risolvere queste “trappole della povertà” si propongono reti di protezione sociale, soprattutto mediante sovvenzionamenti alle famiglie; servizi pubblici per i poveri più difficili da raggiungere; misure per combattere la discriminazione e aumentare le pari opportunità; costruzione di risorse collettive e individuali e politiche urbanistiche e migratorie strategiche.

Forse la proposta più interessante del rapporto è quella di ampliare i sistemi di welfare per garantire un reddito minimo ai poveri cronici, sia come diritto sia come via d’uscita dalla povertà. Le esperienze di Brasile, Cina, India e Sud Africa dimostrano che i sussidi sociali in denaro o in natura riducono la vulnerabilità, consentono ai poveri di impegnarsi in attività economiche più produttive e generalmente vengono spesi in modo assennato.

Secondo gli autori della ricerca, la protezione sociale ha un costo sostenibile e può essere aumentata persino in paesi relativamente poveri come hanno dimostrato il Bangladesh e l’Uganda.

Tuttavia, spesso i governi hanno dubbi sui rischi dell’assistenzialismo e sulle risorse economiche a lungo termine che esso comporta. Guadagnare il consenso sulla protezione sociale è fondamentale, afferma il rapporto, che fa appello ai leader mondiali affinché si impegnino a redigere una Strategia di Protezione Sociale Globale entro il 2010, con l’obiettivo di sradicare le forme più estreme di povertà entro il 2025. Una strategia, questa, basata sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio che puntano a dimezzare la povertà entro il 2015

Polemicamente, il rapporto sottolinea come alcuni governi che hanno affrontato con efficacia il problema della povertà – Etiopia, Uganda e Vietnam – non sono del tutto democratici. La democrazia da sola non basta a garantire politiche contro la povertà, afferma il documento. Alcuni “progetti d’élite” (un eufemismo per indicare quei regimi con tendenze autoritarie) hanno forgiato un patto sociale tra cittadini e stato, ponendo in primo piano sull’agenda politica la questione della miseria cronica. I legislatori devono cominciare “a pensare oltre il mantra contemporaneo delle elezioni democratiche e della decentralizzazione”.

Ciò significa, spiega all’IPS il direttore del CPRC Andrew Shepherd, che a volte si crea “una tensione a livello internazionale tra le iniziative volte a promuovere la riduzione della povertà… e quelle che promuovono la democrazia pluripartitica competitiva”.

“In molti casi le democrazie producono governi molto efficaci nel ridurre la povertà: basta vedere la recente esperienza del Brasile, per esempio”, aggiunge.

“Esistono anche regimi meno democratici che sono stati e sono tuttora molto efficaci nel ridurre la povertà, e la comunità internazionale deve riconoscere che parte di questa efficacia può essere dovuta anche alla natura del regime, laddove una forte connessione tra il regime e i cittadini è stata creata da un movimento popolare, che genera un “patto sociale” tra élite e poveri nell’ottica di un progetto di sviluppo nazionale.

“Cina e Vietnam sono due possibili esempi, e negli ultimi sessant’anni ce ne sono stati altri. Questo implica che la comunità internazionale dovrebbe muoversi con prudenza quando si aggiungono condizioni politiche agli aiuti o ad altri negoziati internazionali. Ovviamente questo non significa che in casi estremi (come lo Zimbabwe) la comunità internazionale non debba assumere una forte posizione politica”.

Duncan Green, direttore della ricerca presso l’ONG britannica Oxfam, trova “coraggiosa” questa analisi. “Bisogna affrontare la questione senza pregiudizi”, dice. ”Soprattutto dopo eventi traumatici, le autocrazie riescono a ricostruire i paesi con più efficacia dei governi eletti. La politica non è soltanto una conta di voti”.

Solo alcuni “progetti d’élite” sono così accurati. In paesi ricchi di mineral, come Sudan, Myanmar, Angola e Congo (Brazzaville), le élite razziano fondi attraverso sistemi fiscali non trasparenti, dirottando risorse che potrebbero alleviare la povertà. Peggio ancora, alcuni governi violentemente predatori incutono tanto terrore che i cittadini preferiscono evitare qualsiasi rapporto con lo stato, si legge nella ricerca.

In uno dei capitoli più interessanti, il rapporto analizza diversi stati. Dei 32 paesi identificati come “cronicamente svantaggiati”, 22 sono considerati stati fragili, tormentati da conflitti, guerre ed élite avide. Per stato fragile si intende uno stato che non tutela i cittadini attraverso la garanzia di legalità, servizi e infrastrutture.

“Per i donatori, il sostegno agli stati fragili dovrebbe avere altrettanta importanza della lotta al cambiamento climatico”, ha dichiarato Shepherd.

Negli stati ricchi di minerali ma poco attenti ai poveri, i donatori dovrebbero perorare iniziative per dare più potere ai cittadini e fornire assistenza tecnica per la protezione sociale, principalmente per quanto riguarda salute e istruzione, spingendo tali stati a diventare istituzioni che interagiscono in modo significativo con i poveri.

Nei paesi poveri di risorse, con governi attenti ai poveri, i donatori dovrebbero aumentare il sostegno economico, ridurre l’instabilità degli aiuti e farsi carico di gran parte dei costi legati alla fornitura di servizi essenziali e protezione sociale.

Questo, finché la crescita economica non alza il reddito di base. Col tempo, gli stati funzionali dovrebbero mettere a punto sistemi efficaci di finanze pubbliche. Chi deve pagare le tasse le paga, invece di evadere il fisco, e i poveri ne beneficiano.

La crescita economica attenua la povertà, ma un’onda montante non tiene a galla tutte le imbarcazioni, ammonisce il rapporto. La crescita da sola non reca automaticamente benefici ai poveri cronici. Vivendo in aree isolate, soffrendo di carenze alimentari e sanitarie, sfruttati nel lavoro, lontani dalla vita sociale ed economica, i poveri sono esclusi dai processi di crescita nazionale.

Le Strategie per la Riduzione della Povertà, strumento tanto decantato, hanno fallito, sostiene il rapporto. Percepite come prodotti di proprietà dei donatori, esse non tengono conto dei cronicamente poveri, mancano di una seria analisi della povertà e ignorano i temi della giustizia, della discriminazione, delle pari opportunità e della migrazione. Restano un’opportunità sprecata, afferma il rapporto, di costruire un patto sociale più equo.

Spiccano due tendenze: la drammatica riduzione del numero di poveri in Cina, e il fatto che in America Latina e nei Caraibi la povertà stia diventando urbana piuttosto che rurale. In altre parti del mondo in via di sviluppo, il 70 per cento dei poveri risiede in zone rurali, ma vista la rapida urbanizzazione del mondo, si può prevedere una svolta verso la povertà cronica metropolitana.

Ciò richiede politiche coraggiose nei confronti della migrazione e della pianificazione urbana. Invece di vedere i migranti come un problema, come tendono a fare legislatori e residenti delle aree urbane, dovrebbero essere aiutati ad acquisire una parte di benefici urbani, produttività e crescita. In aree remote, stabilire dei poli di crescita urbana può fare da volano alle economie locali.

Alla radice della povertà c’è l’impotenza.
I poveri cronici hanno cittadinanza limitata e poca o nessuna voce in capitolo. La società per lo più li ignora. Eppure, i movimenti sociali – dalle cooperative alle minoranze etniche, dai contadini senza terra agli squatter metropolitani – possono influenzare le politiche pubbliche necessarie per eliminare le trappole della miseria cronica.

“I poveri cronici dei paesi in via di sviluppo non devono aspettare in eterno”, ha detto Shepherd all’IPS.

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fonte: http://ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1269

VIOLENZA – 60 milioni di spose bambine

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Hanno tra gli 8 e i 14 anni

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Lo scorso aprile, in Yemen, una bambina di 8 anni di nome Nojoud si presentò da sola in tribunale, dicendo che era stata costretta dal padre a sposare un uomo trentenne che l’aveva picchiata e forzata ad avere rapporti sessuali. Ci sono 60 milioni di «spose bambine » nel mondo, secondo le Nazioni Unite. Il giorno delle nozze arriva in genere tra i 12 e i 14 anni, a volte anche prima. Il marito è spesso un uomo più anziano, mai incontrato prima. Ad aprile Nojoud ha chiesto e ottenuto il divorzio. Ma per la maggior parte delle piccole spose come lei non c’è via d’uscita.

CLASSIFICA
L’organizzazione americana International Center for Research on Women (Icrw) ha compilato una «Top 20» dei Paesi in cui i matrimoni di minorenni sono più diffusi: il Niger è al primo posto (il 76,6% delle spose hanno meno di 18 anni), seguito da Ciad, Bangladesh, Mali, Guinea, Repubblica centrafricana, Nepal, Mozambico, Uganda, Burkina Faso, India, Etiopia, Liberia, Yemen, Camerun, Eritrea, Malawi, Nicaragua, Nigeria, Zambia. La «classifica » è basata su questionari standardizzati che non sono però disponibili per tutti i Paesi. Resta fuori dalle statistiche, ad esempio, gran parte del Medio Oriente.

POVERTÀ
I Paesi della Top 20 sono i più poveri del mondo. In Niger e Mali, rispettivamente il 75% e il 91% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. Le spose bambine vengono dalle famiglie più povere in questi Paesi. Spesso i genitori ritengono di non avere altra scelta. «Sono viste come un peso», spiega al Corriere Saranga Jain, ricercatrice dell’Icrw. Nutrirle, vestirle e istruirle costa troppo. E c’è un forte incentivo economico a darle in spose presto. «Nei Paesi in cui vige la pratica della dote (Sud Asia e specialmente India), la famiglia dello sposo è disposta ad accettarne una più ridotta se la ragazza è giovane — dice Jain —. Così i genitori danno in spose le figlie da bambine per pagare di meno. E c’è un incentivo anche in alcuni Paesi africani nei quali sono i genitori della bambina a ricevere un pagamento: più è giovane, più alto è il prezzo». Uno studio condotto in Afghanistan (mancano dati standardizzati ma si ritiene che il 52% delle spose siano bambine) mostra che questi matrimoni vengono praticati anche per sanare debiti o ottenere, in cambio, una moglie per un figlio maschio. «La maggior parte dei genitori non vuole fare del male alle figlie», dice la fotografa americana Stephanie Sinclair, che ha conosciuto tante di queste bambine in Afghanistan, Nepal, Etiopia. «Pensano di proteggerle facendole sposare quando sono vergini: è molto importante in queste società. Ho però incontrato anche una donna che non sembrava dare molto valore alla figlia. “Perché nutrire una mucca che non è tua?”, mi rispose quando le chiesi perché, dopo averla promessa in sposa, non la faceva più andare a scuola».

IL MARITO
Le minorenni tendono ad essere date in moglie a uomini molto più vecchi di loro. In Africa centrale e occidentale, un terzo delle bambine spose dichiarano che i mariti hanno almeno 11 anni più di loro. In tutti i Paesi della Top 20 ci sono poi casi in cui la differenza d’età è di decenni: anche 70 anni. Come si spiega? Quando c’è un «prezzo per la sposa», occorrono anni di lavoro perché un uomo possa permettersene una giovane. Nelle unioni poligame, inoltre, man mano che il marito invecchia le nuove mogli sono sempre più giovani. «Uomini più anziani tendono a scegliere ragazze molto più giovani per far sesso — aggiunge Jain—anche perché è più probabile che non abbiano l’Hiv e malattie sessualmente trasmesse o per via di superstizioni secondo cui le vergini possono curare l’Aids; e perché saranno fertili più a lungo».

CONSEGUENZE
Le spose bambine si vedono negare la possibilità di studiare e di lavorare: continuano così ad alimentare il ciclo di povertà da cui provengono. Non possono lasciare il marito perché non hanno i soldi per restituire la dote, e il divorzio è spesso considerato inaccettabile. Il problema non è solo il matrimonio precoce, ma anche il parto precoce. La morte di parto è 5 volte più probabile per le bambine al di sotto dei 15 anni che per le ventenni, secondo l’agenzia per la popolazione dell’Onu (Unfpa). Il rischio di morte del feto è del 73% maggiore che per le ventenni. Non essendo le bambine fisicamente pronte alla gravidanza, le complicazioni sono frequenti: 2 milioni di donne sono affette da fistole vescico- vaginali o retto-vaginali, in seguito a lacerazioni prodotte dalla pressione della testa del feto. Le fistole causano incontinenza. «Le ragazze vengono ostracizzate dai loro mariti e dalla comunità — spiega la dottoressa Nawal Nour, direttrice del Centro per la salute delle donne africane di Boston —. L’odore di urina che proviene dalla fistola è così forte che le ragazze sono piene di vergogna. Sono scansate, abbandonate, sole». Nell’Africa sub-sahariana, inoltre, diversi studi mostrano che le ragazze sposate hanno più probabilità di contrarre l’Aids rispetto a ragazze single e sessualmente attive: perdono la verginità con mariti malati e non hanno il potere di negarsi o chiedere loro di usare il preservativo.

LA LEGGE
Dal 1948 l’Onu e altre agenzie internazionali tentano di fermare i matrimoni di minorenni. Tra gli strumenti più importanti: la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e la Convenzione sui diritti del bambino. L’Unicef definisce ogni matrimonio di minorenni un’unione forzata, perché i bambini non hanno l’età per acconsentirvi in modo «pieno e libero». Quasi tutti i Paesi della Top 20 hanno fissato un’età minima per il matrimonio, molti a 18 anni. Ma la legge non viene rispettata. A volte mancano le risorse, altre volte la volontà politica. Spesso vi sono spinte al cambiamento dall’interno, ma anche resistenza. In Yemen, dove la legge non stabilisce con chiarezza un’età minima, alcuni leader religiosi e tribali criticano la pratica delle spose bambine, ma altri la appoggiano e ricordano che anche il Profeta Maometto sposò Aisha quando lei era una bimba. In Etiopia, secondo il Times di Londra, nonostante la Chiesa ortodossa si dica contraria, alcuni preti continuano a celebrarli. «Sposiamo le ragazze così giovani per assicurarci che siano vergini—ha detto uno di loro al giornale —. Se fossero più grandi, qualcuno potrebbe averle stuprate». «La religione in alcuni casi può essere un fattore—spiega Kathleen Selvaggio, ricercatrice dell’Icrw —. Ma i matrimoni di bambine non sono legati a nessuna fede in modo specifico. Sono parte della cultura, tra i cristiani come tra i musulmani ». Quella delle spose bambine è una tradizione antica, radicata. La soluzione? Per l’Icrw l’unica via è alleviare la povertà, istruire le bambine e collaborare con i leader locali per cambiare le norme sociali.

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Viviana Mazza
24 agosto 2008

fonte: http://www.corriere.it/esteri/08_agosto_24/milioni_di_spose_bambine_9fd3d40a-718a-11dd-8174-00144f02aabc.shtml

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Ce l'ha fatta Nojoud Muhammed Nasser, 8 anni, la prima sposa bambina a chiedere il divorzio dal marito in un tribunale dello Yemen. Il giudice ha stabilito che gli abusi del marito nei suoi confronti sono una ragione sufficiente per annullare il matrimonio. Nella foto sorride felice mentre stringe un grosso orso di peluche rosso accanto al giornalista Hamed Thabet dello Yemen Times (foto di Hamed Thabet)

Nojoud per ora é libera, ha ottenuto il “divorzio”

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Questa foto mostra la piccola Nojoud con un uomo che l’abbraccia, potrebbe essere il marito in quanto coetaneo dell’uomo ritratto, invece é l’avvocato che l’ha seguita nella sua causa di “divorzio” dal 30enne “pedofilo di stato” che l’aveva “sposata”, stuprata  e picchiata, perche non si sottometteva alle sue turpi violenze sessuali.
Guardando questa foto e immaginando quello che ha passato l’esile Nojoud non si può, né si deve rimanere INDIFFERENTI. E chi ciancia di presunta “maturità” di queste bambine, e di usi e costumi, farebbe meglio a sprofondare nel luridume delle proprie affermazioni.
Anche se Nojoud ha vinto la sua causa di divorzio ed é momentaneamente libera, grazie al suo coraggio che ha commosso  il mondo, migliaia di bambine come lei, in questo momento stanno passando il suo calvario: “Ogni volta che volevo giocare in cortile, mi picchiava e mi faceva andare con lui in camera da letto. Quando lo imploravo di avere pietà, mi picchiava, mi schiaffeggiava e poi mi usava” ovvero la stuprava, un uomo di 30 anni su una bimba di otto.
Dio che schifo.
Ciliegina sulla torta il bastardo che l’ha violentata non solo non é finito in galera, ma il tribunale ha condannato la famiglia di Nojoud a restituire 100.000 rial (316 euro) all’uomo, il prezzo della carne di questa povera bambina. Perchè come un pezzo di carne é stata trattata.
Un pezzo di carne che un pedofilo può comprare grazie ad una legge e ad una religione  che rendono possibile una tale ignobile compravendita di esseri umani, di bambini.
Non credo ci siano parole abbastanza forti per esprimere il mio sdegno, la mia rabbia, la mia pietà per le cento, mille Nojoud, che continuano ad essere vendute e comprate come carne da macello.
Infine i giornali titolano di “sposa-bambina” infangando anche il sacramento del matrimonio.
Questo non ha nulla a che vedere con il matrimonio, Nojoud non é una sposa bambina, ma solo una bambina violentata da un pedofilo, in una terra dove il matrimonio é usato per giustificare questa nefandezza.
Orpheus

Pubblicato il 16/4/2008 alle 15.36 nella rubrica Nessuno tocchi i bambini.

fonte: http://Orpheus.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1872938

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Sunam, tre anni: non parla ma è già promessa sposa

Sunam, la bambina promessa sposa a tre anni (foto Farzana Wahidy - Ap)

KABUL (12 ottobre) – Niente bambole per Sunam, ma un bouquet di fiori e un destino deciso per lei dalla sua famiglia. Questa piccola bambina di Kabul ha tre anni, non parla ancora, ma è già promessa sposa a suo cugino Nieem, 7 anni. Il padre Parvez ha concesso la mano di sua figlia per accontentare la sorella Fahima, madre di Nieem, che non avendo avuto mai una figlia ha voluto almeno una giovanissima nuora. La “promessa” è stata celebrata con tanto di abito nuziale per la bambina, alla presenza delle famiglie di entrambi. I due si sposeranno ufficialmente quando Sunam avrà 14 o 15 anni. Niente di strano, in Afghanistan è quasi la prassi. Circa il 16 per cento dei bambini sono sposati prima dei 15 anni, secondo i dati dell’Unicef, e la maggior parte dei matrimoni vengono combinati dalle famiglie.

Non importa la volontà dei futuri coniugi, anzi se la donna oppone resistenza viene spesso sottoposta a violenze. Il limite legale per i matrimoni, in Afghanistan, è di 16 anni per le ragazze e di 18 per i ragazzi. Tuttavia, il 43 per cento delle unioni avviene sotto tale limite, come hanno fatto notare le Nazioni Unite. Il motivo è economico: la famiglia della moglie riceve un “sussidio matrimoniale” per la coppia, per un anno o anche più. Anche il matrimonio tra cugini è una tradizione abbastanza consolidata in Afghanistan, perché in questo modo si tende a conservare o ad ampliare il patrimonio, conoscendo bene la famiglia di provenienza dei fidanzati.

La madre di Nieem ha assicurato che se crescendo i bambini non si piaceranno, l’accordo potrà essere sciolto. La zia Najiba, però, non la pensa nello stesso modo. «Noi apparteniamo ai Pashtun – ha detto Najiba – e se c’è un accordo pre-matrimoniale, non si può disdire. Si sposeranno e basta. La nostra tribù prevede che se i due sono promessi l’un l’altro si devono sposare e non possono divorziare».

Nei matrimoni forzati, secondo la cultura islamica e afgana, l’uomo ha la possibilità di scegliersi una donna che ama davvero come seconda moglie. Le donne, invece, non hanno nessuna possibilità di scampo e questo molto spesso le porta a drogarsi, a darsi alla prostituzione o a suicidarsi. La maggior parte di loro, inoltre, viene costretta a sposarsi molto giovane e per tutta la vita è legata a un uomo che di rado ha scelto volontariamente.