Archivio | agosto 25, 2008

Free Gaza: l’avventura prosegue!

25 agosto 2008

FREE GAZA MOVEMENT IS AT SEA AGAIN:
on the 8 mile limit off Gaza Harbour –

SS Free Gaza, with six Palestinian fishermen’s boats, is 8-miles off the coast of Gaza, being circled by three Israeli Dabur naval vessels.  No shots have been fired.  The fishing boats are continuing to exercise their right to fish and have not turned round, but the Free Gaza has just now turned round (10.15 a.m.).  The Oslo Accords allow Palestinian Gazans a 20-mile limit off the coast of the Gaza Strip.  Currently the Navy is enforcing a 6 mile limit, so the Free Gaza Movement has broken that naval blockade, too.

Updates from Prof. Jeff Halper on a fishing boat (not on the Free Gaza): 0542 002 642 or Huwaida Arraf also on a fishing boat:  0599 130 426

Angela Godfrey-Goldstein

Media Team

Free Gaza Movement
0547-366 393

free gaza movement

versione italiana (sempre mia…)

Il Movimento Free Gaza è ancora in mare: al limite delle 8 miglia al largo del porto di Gaza

La Free Gaza, con sei barche di pescatori Palestinesi, è a otto miglia dalla costa di Gaza, circondata da tre navi Dabur israeliane. Non sono stati sparati colpi. Le barche dei pescatori stanno continuando ad esercitare il loro diritto a pescare e non hanno fatto dietrofront, mentre la Free Gaza s’è appena voltata (alle 10:15 di stamani, ora locale). Gli accordi di Oslo prevedevano che ai Palestinesi fosse consentita la pesca in un raggio di venti miglia al largo della striscia di Gaza, mentre attualmente la Marina (israeliana) sta facendo rispettare il limite di sei miglia: il Movimento Free Gaza quindi ha infranto anche il blocco navale.

Aggiornamenti: Prof. Jeff Halper, a bordo di un peschereccio (non il Free Gaza): 0542 002 642 o Huwaida Arraf, anche lui a bordo:  0599 130 426

Ecco poi un link dell’organizzazione Free Gaza, dove si possono trovare buona parte degli articoli pubblicati in proposito da varie testate – non solo inglesi ovviamente! La lista viene costantemente aggiornata in PDF:

http://www.freegaza.org/uploads/august2008/free_gaza_in_the_media.pdf

http://ilsonnodellaragione.iobloggo.com/archive.php?eid=149 racconta invece un po’ più in dettaglio quanto sta accadendo e lancia l’idea di contribuire in qualche modo a sostenere l’iniziativa finanziariamente parlando… eh sì, anche i sogni costano – anzi, quelli sono carissimi (in tutti i sensi, fortunatamente). Date un’occhiata e, se potete, suggerite, diffondete, contribuite… grazie.

India, due cristiani bruciati vivi. Ondata di violenze contro i cattolici

Nell’est del paese riesplode la rivolta anticristiana. Indù assaltano chiese e orfanotrofi
Da 48 ore l’Orissa è teatro di distruzioni. Ferito gravemente un sacerdote

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India, due cristiani bruciati vivi Ondata di violenze contro i cattolici NUOVA DELHI – Nell’est dell’India riesplode la guerra di religione. Fondamentalisti indù hanno bruciato vivi due cristiani; un religioso è ricoverato in ospedale in gravi condizioni mentre notizie ancora confuse parlano del sequestro di due suoi confratelli. A fuoco l’orfanotrofio gestito da missionari cristiani a Khuntapali, nell’est del paese, 400 chilometri a ovest di Bhubaneshwar, capitale dello stato di Orissa. La suora laica cristiana bruciata viva aiutava nella cura dell’istituto.

Si chiamava Rajnie Majihie, aveva poco più di venti anni; accudiva i trenta bambini ospiti della struttura. “E’ morta per salvare gli orfani”, ha detto all’agenzia missionaria Misna padre Alfonse Towpo, assistente del vescovo Lukas Merketta della diocesi di Sambalpur. “E’ morta perchè è rimasta indietro per far uscire tutti i bambini. Anche padre Eduard (il sacerdote ferito) è rimasto gravemente ustionato per far scappare gli orfani” ha aggiunto padre Towpo.

https://i1.wp.com/sajablogs.typepad.com/photos/uncategorized/2007/12/30/trishul.jpg

L’altro cristiano carbonizzato è morto tra le fiamme della sua casa mentre migliaia di manifestanti gettavano nel terrore i villaggi incendiando chiese e oratori. “Uccidete i cristiani”, è lo slogan ripetuto dagli indù all’assalto dei centri sociali e dei pullmini dei religiosi cattolici. Il distretto di Khuntapali è devastato dalle incursioni di migliaia di tribù induiste inferocite dopo l’assassinio sabato notte dell’anziano leader fondamentalista della rivolta contro i cattolici e di cinque suoi adepti.

“Una notizia terribile che scuote l’animo di tutto il paese”, commenta il segretario del Pd Walter Veltroni, che giudica quanto accaduto “un atto barbaro che va condannato con fermezza e decisione”, aggiungendo che “ogni deriva fondamentalista, da qualunque parte essa venga, va respinta con forza”.

L’agenzia di stampa del Pontificio istituto missioni estere Asianews scrive che “il Centro sociale dell’arcidiocesi è stato assalito e bruciato”. Aggiunge pure che “una suora è stata stuprata”, notizia che successivamente l’arcivescovo della diocesi ha smentito. Anche le suore di Madre Teresa sono state attaccate da un gruppo di militanti che hanno lanciato pietre: una religiosa è stata ferita. Assalito a colpi di pietre l’arcivescovado di Bubaneshwar.

La situazione in tutta la diocesi è drammatica. Il recente passato è segnato da violenti episodi di attacchi a missionari cristiani. Nel 1999 il missionario australiano Graham Staines fu ucciso assieme ai due figli da una folla inferocita che diede fuoco alla loro vettura.

Gli induisti accusano i cattolici di essere i responsabili della morte del principale responsabile della rivolta religiosa, promotore tra l’altro degli attentati dello scorso dicembre contro le chiese. La polizia tenta di arginare la nuova fiammata di disordini ma le incursioni contro gli edifici cattolici prosegue oramai da un paio di giorni. Sono stati assaliti centri sociali, luoghi di culto cattolici e case parrocchiali. Bruciati i pullmini delle suore del Preziosissimo sangue. I radicali indù si oppongono contro l’impegno sociale dei cristiani verso i tribali e verso i fuori casta e accusano vescovi e sacerdoti di fare opera di proselitismo.
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25 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/esteri/india-suora-bruciata/india-suora-bruciata/india-suora-bruciata.html?rss

Un sogno per sfidare l’America nel giorno di Martin Luther King

“Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!”

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Lo scenario. L’accettazione ufficiale della nomination a 45 anni esatti dal mitico discorso che infiammò il Paese

Un mutamento epocale: il figlio di un africano verso la
presidenza Usa

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dall’inviato di Repubblica VITTORIO ZUCCONI

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Un sogno per sfidare l'America nel giorno di Martin Luther KingBarack Obama

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DENVER – Un dramma politico e umano che il mondo non aveva mai visto rappresentare nei duecento e trent’anni di storia americana va in scena da questa sera in una città che neppure esisteva quando nacquero gli Stati Uniti: l’avvento di un uomo nero che non molto tempo fa sarebbe stato considerato una cosa, un utensile, al massimo una bestia da tiro e che da qui, da Denver, muoverà per tentare di diventare presidente.

Non è il solito show di partito made for Tv questa Convention democratica che comincia oggi ai mille e cinquecento metri di Denver: è un evento terrorizzante ed entusiasmante che potrebbe fare dell’America quello che Thomas Jefferson, proprietario lui stesso di schiavi, promise senza mantenere. La terra nella quale: “tutti gli uomini sono creati uguali” e dotati degli stessi diritti.

Con la testa sprofondata nel ping pong della politica quotidiana, si rischia di dimenticare l’enormità di quanto stiamo vivendo nella follia del figlio di un africano con nonna in un villaggio del Kenya e fratellastro in una bidonville di Nairobi, in corsa verso la massima poltrona del club più esclusivo del mondo, la presidenza degli Stati Uniti. Dopo due secoli e appena 43 titolari in appalto esclusivo a protestanti bianchi con sangue europeo, scalfiti appena dai mille giorni dal cattolico Kennedy, questa Convention democratica propone a un partito spaventato dalla propria temerarietà, di lanciare in orbita insieme due figli delle minoranze più disprezzate, il “sangue misto” Barack Obama e il cattolico Joseph Biden. Se non è ancora venuto il tempo delle donne, per gli errori strategici e la imprevidenza della troppo sicura Hillary Clinton, la rottura del monopolio bisecolare del “maschio bianco protestante” significherebbe che la porta del club si è ormai dischiusa per tutti in futuro, anglo e latinos, italiani e asiatici, africani ed ebrei, donne e uomini.

Come tutte le Convention, anche questo “Barak & Biden show” è dunque un racconto, una parabola laica che i partiti americani ogni quattro anni narrano per convincere innanzitutto loro stessi, prima che gli altri, di meritare il governo del Paese. Ma erano molti anni, da quel 1976 che vide Reagan contendere fino all’ultimo voto nella notte di Kansas City la candidatura a Gerald Ford, che la favola non nascondeva tanta tensione e ansia e senso. Qui, giovedì sera, con il suo discorso di apoteosi, Barack terrà in mano le chiavi per schiudere la storia o per sbattere, chissà per quante generazioni ancora, la porta.

Non sono previsti “notizie”, colpi di scena e pugnalate di “correnti”. I registi dello show aborrono le novità, dunque le notizie, e se i tesissimi pretoriani del Servizio Segreto che circondano e stringono Barak Obama come un mazzo di asparagi, faranno il loro mestiere non ci saranno sperabilmente neppure riedizioni di quanto accadde 40 anni or sono, nel 1968, ad altri due uomini che minacciavano anche loro quel “cambiamento” che spaventa, Robert Kennedy e Martin Luther King. Non possiamo sperare neppure che accada quello che avvenne appunto nel 1948, quando centinaia di colombe ingabbiate troppo a lungo furono finalmente liberate e bombardarono i congressisti, i giornalisti e il presidente Truman con i loro regalini, scatendando risate di sollievo.

La “story line”, il filo del racconto qui a Denver è tutto nel peso immane che il candidato si caricherà sulle spalle quando dirà, alle 20 di giovedì, “accetto la nomination del mio partito”. Sapranno allora, questi americani del partito Democratico colpiti dal “rimorso del cliente”, quello che assale dopo avere compiuto un acquisto impulsivo del quale ci si pente, tornare a innamorarsi di questo ragazzo 47enne che ne dimostra venti? Avranno, i democratici che oggi brontolano, il coraggio di non fare quello che ogni sinistra al mondo riesce sempre magnificamente a fare, commettere harakiri per dispetto?

L’Obamania è molto sbollita.
I sondaggi scricchiolano, i repubblicani usano abilmente la strategia che Hillary aveva tracciato, per demolire il mito e suscitare ansie. Per non dire la verità impronunciabile, che il formidabile handicap di Obama è il suo essere così vistosamente diverso, così “alieno”, così, parliamoci chiaro, “negro”, i suoi avversari danzano e si nascondono dietro l’eufemismo del “non è pronto per fare il presidente”, come se esistesse un corso preparatorio e una laurea per questa cattedra. Come se fossero stati davvero “preparati” a guidare l’America Harry Truman, senatore di seconda fila che si trovò tra le dita le chiavi di una bomba della quale era all’oscuro, o John F. Kennedy, pessimo e negligente politicante per meno di un mandato senatoriale, Clinton, catapultato dalla provincia alla Casa Bianca, o lo stranito Bush, affidato dal padre disperato all’ambasciatore saudita perché gli erudisse un poco il figliolo.

La favola avrà per forza un lieto fine. Il raccontò finirà con l’apoteosi di giovedì notte, “I accept the nomination…” e qualche coro di “Yes We Can”, sì, possiamo farcela. Cioè, forse. Speriamo. Se tutto va bene, penseranno sottovoce i delegati e le 15 milioni di famiglie americane che avranno la pazienza di sintonizzare i televisori sulle reti, ora che le Olimpiadi sono finte. Noi tratterremo il fiato, nell’aria sottile di Denver, non per mancanza di ossigeno, ma per lo stupore di quella silhouette così diversa, così improbabile sul podio, lanciata in un corsa che potrebbe essere impossibile.

Forse è troppo chiedere che la storia della più grande democrazia del mondo ruoti attorno a un solo discorso e alla figura di uomo con le orecchie a sventola, una moglie e due figlie nerissime di pelle. Ma bastò un discorso di 45 anni or sono, lo stesso giorno di agosto quando parlerà Obama, il 28, per sconvolgere l’America. Raccontava, perché tutto è sempre racconto, di un “sogno”, che l’oratore morì prima di vedere avverato.
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25 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/esteri/verso-elezioni-usa/convention-demo/convention-demo.html?rss

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Washington il 28 agosto 1963

“I Have a Dream” (Io ho un sogno)

.Martin Luther King parla alla folla

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un “pagherò” del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo “pagherò” permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo “pagherò” per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: “fondi insufficienti”. Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: “Quando vi riterrete soddisfatti?” Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:”Riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!.

Io ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

Ma non soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: “Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”. Martin Luther King

Martin Luther King

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fonte: http://www.peacelink.it/storia/a/5433.html

http://www.english-zone.com/holidays/mlk-dreami.html (con alcune modifiche)

Uomini e mezz’uomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraquà

DAL BLOG DI BEPPE GRILLO

24 Agosto 2008

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Gli italiani non si meritavano Giovanni Falcone. Lui sapeva che lo avrebbero ammazzato. Così come lo sapeva Paolo Borsellino. Sono andati a morire come i primi cristiani nel Colosseo. Lasciati soli dalle istituzioni, dai partiti, da molti colleghi. Borsellino morì di fronte alla casa della madre. Non fu prevista nessuna misura di sicurezza. Ci andava ogni domenica. L’autobomba fu parcheggiata a pochi metri dal campanello del cancello. Il 13 luglio 1992, sei giorni prima dell’attentato, disse a un poliziotto: “Sono turbato. Sono preoccupato per voi, perché so che è arrivato il tritolo per me (dal continente, ndr) e non voglio coinvolgervi” (*).

Sedici anni dopo Capaci, il presidente del Consiglio si chiama Silvio Berlusconi. In Parlamento ci sono Cuffaro e Dell’Utri. La mafia non ha più bisogno delle bombe. Gli bastano le leggi. “Un rapido elenco di ‘riforme’ : 1) sostanziale abolizione dell’art.41 bis che impediva la comunicazione tra i detenuti e l’esterno; 2) revisione di alcuni articoli del codice di procedura penale che hanno posto limiti all’utilizzabilità delle dichiarazioni accusatorie; 3) dopo la revisione di tali norme, vero cedimento alle richieste della destra, nessuna disposizione è stata varata a tutela dei cittadini non mafiosi che testimoniano nei processi di mafia; 4) la nuova legge sui collaboratori di giustizia ha provocato un’unica conseguenza: non si pente più nessuno; 5) la possibilità di allargare l’istituto del rito abbreviato anche ai reati più gravi, con uno sconto immediato di un terzo e la contemporanea conclusione delle indagini su quei fatti. A ciò va aggiunto che nessuna iniziativa è stata adottata per rendere operativa l’anagrafe dei conti e depositi bancari prevista sin dal 1991 su suggerimento di Giovanni Falcone”. (**)

Intervistato da Francesco Licata nel febbraio del 1991, Falcone si lasciò andare a uno sfogo: “Ma cosa credono questi signori? Davvero sono convinti che siamo tutti uguali? Credono che mi stia salvando la vita? Io non ho paura di morire. Sono siciliano, io. Sì, io sono siciliano e per me la vita vale meno di questo bottone”. (**)

Lo psiconano vuole riformare quello che è rimasto della Giustizia e dice di volerlo fare “ispirandosi al pensiero di Falcone”. Può permettersi di dirlo senza che nessun giornalista presente gli sputi in faccia o, più sobriamente, gli ricordi la permanenza dell’eroe Mangano nella sua villa di Arcore. La riforma della Giustizia è già avvenuta da tempo. L’hanno attuata D’Alema e Fassino, Castelli e Berlusconi, Prodi e Mastella. Un passo alla volta. Un allungamento dei tempi di prescrizione alla volta. Un indulto alla volta. Una limitazione delle intercettazioni alla volta. Un’abolizione del falso in bilancio alla volta. Oggi siamo ai chiodi bipartisan nella bara.
Don Arena, nel romanzo: ‘Il giorno della civetta’ di Sciascia, divideva l’umanità in uomini e mezz’uomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraquà. Falcone era un uomo, noi, che siamo rimasti, cosa siamo?

(*) L’agenda rossa di Paolo Borsellino. Lo Bianco, Rizza. Ed. Chiarelettere
(**) Storia di Giovanni Falcone. La Licata. Ed. Feltrinelli

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Clicca l’immagine

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fonte: http://www.beppegrillo.it/2008/08/uomini_e_mezzuo.html

Ciò che rimane del «’68 tibetano»

DOPO LA «TREGUA» OLIMPICA

Un documentario sulla marcia degli esuli partita dall’India e fermata da New Delhi su pressione di Pechino

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Monaci tibetani in marcia (Afp)
Monaci tibetani in marcia (Afp)

Ora che la controversa «tregua olimpica» è finita, che ne sarà del «’68 tibetano», come è stato soprannominato il nuovo movimento di resistenza nato lo scorso 10 marzo con la partenza della marcia verso il Tibet? La marcia degli esuli che dall’India volevano ritornare in patria in concomitanza con i Giochi si è interrotta prima di arrivare alla meta: le case abbandonate il 10 marzo di 49 anni fa, quando fallì la rivolta contro l’occupazione cinese, sono rimaste tali dopo l’esodo di oltre di 100mila tibetani in India (Dalai Lama compreso).

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IL DOCUMENTARIO Eppure qualcosa di nuovo è nato, osserva Karma Chukey, l’unica giornalista tibetana che ha seguito tutte le fasi della marcia, autrice con il collega (e marito) Piero Verni del documentario «In marcia verso il Tibet», di cui proponiamo in esclusiva alcune immagini (il dvd è in uscita a ottobre). Un documento che unisce alle riprese delle fasi salienti della marcia, filmati inediti sul Tibet di ieri e di oggi. Karma Chukey, voce narrante del film, racconta attraverso la marcia i 50 anni di diaspora. «Mai dopo il 1959, il popolo tibetano aveva manifestato con questa forza la propria ribellione al colonialismo cinese» annota la giornalista nel suo diario della marcia. Una marcia ad alto valore simbolico, da molti osservatori considerata una delle micce che a marzo hanno innescato in Tibet le violente rivolte anticinesi, stroncate nel sangue da Pechino.

REPRESSIONE Un’iniziativa temuta: a tre notti dal via da Dharamsala (capitale dei tibetani in esilio), la marcia è stata stoppata dalla polizia indiana che, su pressione del governo cinese, ha arrestato i 100 partecipanti. Come si vede nell’estratto (clicca qui per il video), ad essere fermato per primo è Tenzin Tsundue, noto poeta e attivista tibetano. I manifestanti si sono incatenati gli uni agli altri e non hanno opposto resistenza, limitandosi a gridare slogan inneggianti al Tibet e alla non violenza gandhiana. Poi il 17 marzo la marcia è ripresa con altri volontari che hanno sostituito gli incarcerati. «La determinazione di tibetani e sostenitori è fortissima, gli avvenimenti di questi giorni stanno suscitando una volontà di lottare per la liberazione del Tibet che da tempo non si vedeva all’interno della comunità dei rifugiati» osservava Chukey durante la repressione di marzo. L’intervento del Dalai Lama e le minacce di morte che incombevano sui marciatori alla frontiera con il Tibet hanno fatto desistere i marciatori a proseguire oltre New Delhi. Ma Chukey non ha ancora raggiunto il marito in Italia, è rimasta là: che ne sarà del «’68 tibetano»?

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Alessandra Muglia
24 agosto 2008 – ultima modifica: 25 agosto 2008

fonte: http://www.corriere.it/esteri/08_agosto_24/marcia_tibetana_ab29ead8-720c-11dd-8174-00144f02aabc.shtml

La linea dura dei vigili: ambulante trascinato per metterlo nel portabagagli

Proteste a Termoli (Campobasso): i cittadini hanno scattato anche delle foto, inviate a un sito locale

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di GIUSEPPE CAPORALE

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La linea dura dei vigili l'ambulante nel portabagagliUna delle foto scattate
dai cittadini

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TERMOLI – Un giovane ambulante extracomunitario aggredito, tenuto per il collo e trascinato sull’asfalto, lungo il corso della città. Da tre vigili urbani.
E’ accaduto a Termoli, all’altezza del corso Nazionale, sabato scorso, verso sera. Testimoni dell’accaduto diversi cittadini che non solo hanno fotografato la scena con i telefonini, ma sono intervenuti in soccorso del giovane straniero, affrontando le forze dell’ordine.

La polizia municipale aveva fermato l’ambulante
in quanto sprovvisto di licenza di vendita. Pare che l’extracomunitario, a quel punto, abbia opposto resistenza aggrappandosi alla merce che i vigili volevano sequestrare. Poi, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe stato strattonato a terra e trascinato in mezzo alla strada fino all’auto dei vigili.

“Volevano caricarlo nel portabagagli” raccontano alcuni testimoni al sito internet Primonumero.it che per primo ha pubblicato le foto dei lettori indignati per l’accaduto.

“Ho assistito a una deplorevole scena di crudeltà gratuita – commenta un testimone – i vigili urbani hanno trascinato e strattonato un ragazzo di colore perché non era in possesso della licenza. Alcuni miei amici hanno scattato delle foto con il cellulare. I vigili urbani è inutile che cerchino giustificazioni poiché non è vero – come affermano – che l’ambulante ha avuto una reazione eccessiva e che li ha autorizzati ad usare violenza nei suoi confronti. Ero presente ai fatti e ho ancora nelle orecchie la voce e il pianto dell’extracomunitario che supplicava”.

Il responsabile della polizia municipale
Rocco Giacintucci, replica: “Non so nulla, ero in ferie. Sto apprendendo ora quanto è successo. Una cosa però è certa: se i vigili hanno agito in quel modo è perché evidentemente c’è stata una reazione spropositata del giovane. Le regole in qualche modo le dobbiamo fare rispettare. Capisco che certe scene possono apparire più o meno cruente, ma dipende dalla reazione del soggetto”.

“Davvero il pericolo più grave e il rischio più grande per l’ordine pubblico per la mia città, sono i venditori abusivi?” si chiede Marcella Stampo, della cooperativa Baobab “e quand’anche fosse così, non c’è altro modo per arginare il pericolo che picchiare e portare via una persona come fosse una cosa vecchia o una carcassa di animale, chiuso in un portabagagli? Mi rallegra solo pensare che le persone presenti abbiano avvertito la stupida cattiveria dell’accaduto e abbiano protestato”.
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25 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/cronaca/ambulante-termoli/ambulante-termoli/ambulante-termoli.html?rss

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La Russia vota per l’indipendenza in Ossezia del sud e Abkhazia

25/8/2008 (8:53) – LA CRISI NEL CAUCASO

Risoluzione approvata all’unanimità
Frattini frena: più cautela da Mosca

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MOSCA
La Duma, la Camera bassa russa,
ha approvato un documento che sostiene il riconoscimento da parte di Mosca delle repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossezia del sud. Il voto segue quello del Consiglio della federazione, la camera alta. I 447 deputati presenti hanno votato «un appello al presidente russo Dmitri Medvedev sulla necessità di riconoscere l’Ossezia del sud e l’Abkhazia», repubbliche che hanno proclamato la loro indipendenza dalla Georgia. Il voto a favore del documento è stato unanime, ma comunque non è legalmente vincolante per Medvedev, che prenderà la decisione finale. L’approvazione unanime da parte della Duma segue un voto simili presso il COnsiglio della federazione.

Medvedev alla Moldavia: «Gli avvenimenti in Ossezia siano da avvertimento»
Gli avvenimenti in Ossezia del sud sono «un avvertimento serio per tutte le parti in altri conflitti congelati»: lo ha detto il leader del Cremlino Dmitri Medvedev ricevendo a Soci, sul Mar Nero, il presidente moldavo Vladimir Voronin. La Moldavia, ex repubblica dell’Urss, ha un ’conflitto congelatò in casa, nella regione russofona del Transdniestr, ma sembra propensa a risolvere la questione per via negoziale. Voronin ha detto che il suo paese è pronto a usare «coraggio e energie per non permettere un aggravarsi della situazione attorno alla regione contesa, e non permettere la ripetizione di quanto è successo in Ossezia del sud».

Saakashvili: «Disastro se Russia riconosce Ossezia»
Il riconoscimento da parte della Russia dell’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del sud «avrà dei risultati disastrosi». Lo afferma in un’intervista al quotidiano francese Liberation il presidente della Georgia Mikhail Saakashvili, che aggiunge di «non credere» che «qualcuno nella comunità internazionale sia abbastanza irresponsabile da accettarlo». «Io credo che si tratti di un grave errore, di un tentativo di cambiare con la forza le frontiere dell’Europa. Ciò avrà conseguenze disastrose, anche per la Russia», ha detto il leader georgiano. Saakashvili ringrazia anche la Francia, e in particolare il presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy, per l’impegno nelle trattative con la Russia e nel raggiungimento di un cessate il fuoco. «Se l’Unione Europea fosse stata presieduta da un piccolo Paese – si legge nell’intervista – o se Sarkozy fosse andato in vacanza, molto probabilmente i carri armati russi sarebbero già a Tbilisi».

Frattini: «Cautela su indipendenza»
Nel prendere atto del voto unanime della Camera Alta del Parlamento russo a favore del riconoscimento da parte del Cremlino dell’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud, il ministro Frattini ha rivolto al Ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov, un invito alla particolare cautela in considerazione della delicatezza dell’attuale situazione nella regione. È quanto si legge in un comunicato della Farnesina che riferisce di una conversazione telefonica tra Frattini e l’omologo russo Lavrov.

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PRIVACY – Come ti aggiro Google

https://i2.wp.com/mattkazz.netsons.org/images/google-anni-9.jpg

Quattro mosse per rendere difficile la «profilazione»

Ecco come usare il motore di ricerca di Mountain View (e non solo) senza finire nella sua banca dati

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 I 4 software per evitare la «profilazione» di Google. 1) Privoxy (un proxy installabile sul pc); 2) Track me Not (invia ricerche simulate nascondendo quelle reali); 3) Scookies  (scambia a caso i cookies degli utenti); 4) Sgroogle (cripta le ricerche)
I 4 software per evitare la «profilazione» di Google. 1) Privoxy (un proxy installabile sul pc); 2) Track me Not (invia ricerche simulate nascondendo quelle reali); 3) Scookies (scambia a caso i cookies degli utenti); 4) Sgroogle (cripta le ricerche)

Smettere di usare Google perché traccia la nostra navigazione è un impresa impossibile. Come rinunciare alla comodità del più famoso motore di ricerca al mondo? Eppure il problema esiste. Sono milioni i dati relativi alle nostre ricerche che ogni giorno immettiamo nella banca dati di quello che qualcuno chiama il nuovo Grande Fratello del Web. I dati profilati attraverso la navigazione servono per fare pubblicità mirata come AdWords, Adsense e molti altri. Ma per alcuni tra i più smaliziati cittadini della rete la propria privacy è più importante di ricevere degli accurati consigli per gli acquisti. Così sono nati alcuni applicativi per ovviare al problema quasi senza controindicazioni. Il problema dello User Profiling poi, va ben oltre Google e i grandi player dell’ IT, riguarda le nostre sessioni di navigazione in generale, per questo molti dei software proposti sono validi anche per tutti quei siti internet che fanno net tracking.

RICHIESTE FANSTASMATrack Me Not è un’estensione per il browser Firefox pensata per proteggerci dal data-profiling attivato dai motori di ricerca, funziona per tutti i motori, non solo per Google. TMN lavora in background quando Firefox è aperto ed invia periodicamente delle ricerche casuali. Il motore di ricerca riceverà le nostre ricerche reali mescolate a molte altre, simulate dal programma. In questo modo Google non sarà in grado di recepire nitidamente quali siano gli argomenti che ci interessano, poiché questi compariranno in modo offuscato. In altre parole l’applicazione nasconde il percorso di ricerca in un insieme indistinto di domande fantasma rendendo difficile l’aggregazione di tali dati in un profilo preciso che identifichi l’utente.

IL DONO DELL’ INVISIBILITA’. Scroogle è un sito internet che si colloca tra l’utente e Google rendendo anonime le ricerche. Dal sito si può scegliere la lingua di ricerca (compreso l’italiano) e se usare connessioni criptate HTTPS. Passando attraverso Scroogle si diventa praticamente invisibili a Google perché sarà il sito stesso a raggiungere il motore di ricerca per noi. In più sono eliminate pubblicità, cookie e ogni sistema di tracciamento lesivo. Navigando su Scroogle si avranno gli stessi risultati di Mountain View, senza pubblicità e profilazione. Scroogle è stato creato da Daniel Brandt, creatore di un altro sito anti-google: Google Watch questa sorta di osservatorio si occupa di raccogliere tutte le malefatte più o meno note di Google offrendo sempre ottima documentazione aggiornata e validi suggerimenti per difendere la propria privacy.

SCAMBIAMOCI I COOKIE! Scookies è un’ estensione per il Browser Firefox e funziona per tutti i motori di ricerca e siti internet che cercano di tracciare gli utenti tramite i cookie. Scookies cambia i cookie degli utenti mescolandoli gli uni agli altri. In questo modo vengono alterati i profili di ciascun utilizzatore intorbidendo il tracciato originale. Inoltre ogni user può segnalare nuovi siti internet che fanno profilazione contribuendo a migliorare l’anonimato di tutti gli altri. Scookies aumenta la sua performance ogni volta che un nuovo utente si aggiunge alla comunità. Questo applicativo è una creazione di Andrea Marchesini coautore del volume Luci e Ombre di Google, edizione Feltrinelli un utile saggio sui pericoli che si incorrono nel fidarsi troppo di Google.

RISOLVERE IL PROBLEMA ALLA RADICE Privoxy è un proxy anonimizzante. Ovvero un applicazione che si colloca tra il nostro browser e i siti internet che vogliamo raggiungere. Con questo proxy possiamo davvero controllare la privacy della navigazione. Consente di cambiare lo user agent (nome del browser e del sistema operativo) , bloccare banner pubblicitari, filtrare cookie e molto altro. Può essere installato anche sul proprio computer in semplici passaggi ed è altamente configurabile. Privoxy è uno strumento essenziale per qualunque progetto che miri a proteggere la navigazione dell’utente.

CHE COSA MANCA? Gli applicativi descritti non garantiscono una certezza riguardo la protezione della privacy. Rappresentano un segnale d’attenzione circa il comportamento spesso non propriamente trasparente di chi ci offre servizi «gratuiti». Manca la protezione verso servizi utili (mappe) che non richiedono l’autenticazione, manca ancora un vasto fronte di opposizione al monopolio della ricerca da parte di pochi motori. Manca soprattutto una conoscenza critica riguardo i sistemi di profilazione e una visione d’insieme delle sottoreti costituite dai grandi player dell’IT che spesso vengono scambiate per l’interezza di Internet

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Hanay Raja
24 agosto 2008 – ultima modifica: 25 agosto 2008

fonte: http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/08_agosto_24/come_aggirare_google_60c8a6bc-71f5-11dd-8174-00144f02aabc.shtml

Israele rilascia 198 prigionieri palestinesi

Un gesto che Tel Aviv considera di sostegno al presidente Abu Mazen

Portati con i camion a Ramallah, in Cisgiordania. La Rice in Medio Oriente cerca l’accordo di pace

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I primi detenuti palestinesi escono dal carcere di Ofer (Ap)
I primi detenuti palestinesi escono dal carcere di Ofer (Ap)

TEL AVIV – Israele ha rilasciato 198 prigionieri palestinesi, comprese quattro donne. Il rilascio è considerato da parte israeliana un atto per sostenere Abu Mazen, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, che da tempo ha chiesto il rilascio dei circa 11 mila prigionieri ospitati nelle carceri israeliane. Usciti dalla prigione di Ofer, i detenuti sono stati fatti salire su camion diretti a Ramallah. Appena giunti in Cisgiordania, i palestinesi sono scesi dai mezzi e hanno baciato il suolo. Tra i rilasciati c’è anche il prigioniero palestinese detenuto in Israele di più tempo, Said al-Atabeh, 57 anni, del Fronte democratico per la liberazione della Palestina. Atabeh è stato arrestato nel 1977 e condannato all’ergastolo per il coinvolgimento in un attentato che ha ucciso una donna israeliana e ferito decine di persone.

RICE IN MEDIO ORIENTE – Il rilascio dei palestinesi giunge a poche ore dall’arrivo in Medio Oriente del segretario di Stato americano Condoleezza Rice, per cercare la mediazione per un accordo di pace israelo-palestinese prima della fine del mandato del presidente Bush, che darebbe lustro a otto anni di presidenza considerati fallimentari sul piano diplomatico. La Rice ha in programma colloqui con i negoziatori israeliani e palestinesi e probabilmente incontrerà anche Abu Mazen.

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25 agosto 2008

fonte: http://www.corriere.it/esteri/08_agosto_25/israele_rilascia_prigionieri_b079317c-7277-11dd-b748-00144f02aabc.shtml