Archivio | agosto 28, 2008

Alitalia, metà la pagheremo noi. Al governo basta il nome italiano

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A Berlusconi basta il nome. Basta che Alitalia resti «nelle mani degli italiani», non importano i settemila esuberi e i debiti della compagnia che restano sulle spalle dei contribuenti. Per lui, il salvataggio è fatto. Come per l’emergenza rifiuti a Napoli. «Non è nazionalismo fuori moda – ha voluto sottolineare Berlusconi – ma è indispensabile se si vuole che i turisti vengano in Italia piuttosto che in altri paesi del mondo; è indispensabile se si vuole che i nostri imprenditori e manager vadano all’estero senza essere penalizzati in termini di tempo e denaro». La nuova Alitalia parte, ma la vecchia viene rottamata alla faccia del mercato, in barba ai tanti creditori e alle norme antitrust, visto che il commissario potrà vendere le parti attive con trattative private.

La good company Gli imprenditori che compongono la cordata messa insieme da Intesa San Paolo e che incorporerà Air One l’avevano detto subito: noi entriamo, ma non vogliamo accollarci i debiti della vecchia Alitalia. È così cje la parte sana dell’azienda diventa la Newco, la società Compagnia Aerea Italiana, con a capo Roberto Colaninno, che investirà complessivamente 150 milioni di euro per il rilancio della compagnia. A Colaninno, presidente operativo della società, è stato conferito ogni più ampio potere per «negoziare termini, condizioni e modalità dell’operazione». Una quota di minoranza della nuova società potrebbe essere acquisita addirittura da Air France-Klm, la compagnia con cui sfumò la trattativa mesi fa: un portavoce del vettore franco-olandese ha fatto sapere che l’azienda è «pronta a rilevare una partecipazione di minoranza sul capitale, al fianco degli investitori riuniti dalla Banca Intesa SanPaolo».

La bad company Il commissario della vecchia società (bad company) sarà invece Augusto Fantozzi, che «si assumerà questo grave, difficile ma non impossibile compito», come spiegato dal ministro per la Funzione pubblica, Renato Brunetta. Avvocato tributarista e docente di diritto tributario, ed ex ministro nei governi Dini (1995) e Prodi (1996), Fantozzi, 68 anni, dovrebbe quindi trovarsi a gestire lo spacchettamento degli asset da conferire alla «nuova Alitalia» (che nascerà integrando le attività operative di Alitalia con la compagnia Air One, in una nuova società creata da una cordata di imprenditori italiani) e la difficile gestione dei debiti e degli esuberi che resteranno sulle spalle della società commissariata, che poi dovrà essere liquidata. È lo stesso Brunetta a non gridare vittoria: «È iniziata una fase operativa – ha spiegato – si sono palesati i 16 capitani più o meno coraggiosi con il relativo capitale, si è ragionato anche di partnership internazionali, ma la compagnia sarà italiana con capitale fresco, interessata a partnership e questo la dice lunga sul diverso sistema di approccio. Prima si svendeva ad unico acquirente e si svendeva la compagnia di bandiera, oggi si risana la compagnia di bandiera, la si dota di capitale fresco e di management privato interessato; si cercano e si troveranno partnership internazionali».

Gli esuberi I numeri non li fa nessuno. E il silenzio fa presagire che saranno proprio quei settemila lavoratori di troppo di cui si era parlato nelle anticipazioni. Berlusconi si limita a chiamarli «sacrifici» e assicura che «il personale in eccedenza non sarà abbandonato». Il ministro delle Infrastrutture Matteoli aveva ventilato la possibilità che gli esuberi in Alitalia fossero assorbiti dalla Pubblica amministrazione, ma Brunetta ha già fatto capire che la pensa molto diversamente. «È assolutamente esclusa ogni forma di riassorbimento degli esuberi Alitalia nella pubblica amministrazione o nelle Poste – ha detto – Non esiste alcuna forma di ammortizzazione sociale attraverso passaggi nella pubblica amministrazione o in aziende assimilabili come le Poste».

Gli hub Oltre a ridurre la flotta e ad aumentare l’orario lavorativo dei dipendenti che sopravvivranno alla bufera, nella NewCo spariscono anche gli hub: ci saranno solo sei aeroporti principali (Milano, Torino, Venezia, Roma, Napoli e Catania). E ora Berlusconi viene tirato per la giacca da due suoi uomini che temono disgrazie. Formigoni e Alemanno stanno già alzando le barricate perché né Malpensa né Fiumicino vengano ridimensionate. Il presidente della Lombardia: «Per una valutazione complessiva – dice Formigoni a proposito dell’operazione – occorre attendere il piano industriale e in particolare vedere se la nuova Alitalia, come mi attendo, ripudia gli errori della vecchia e quindi decide di ripartire proprio dalla Lombardia». Il sindaco di Roma: «Chiedo al Governo – si preoccupa Alemanno – un incontro immediato che coinvolga tutti gli altri Enti locali del nostro territorio per valutare l’impatto che il nuovo piano di ristrutturazione di Alitalia avrà sulla città di Roma».

Una compagnia di bandierina Una soluzione «confusa che non fa gli interessi del Paese» e che trasforma l’Alitalia in una «compagnia di bandierina»: questa l’opinione di Walter Veltroni, commentando le decisioni del Consiglio dei ministri e le prospettive del’azienda. «La vicenda Alitalia – sostiene il segretario del Pd – è lo specchio fedele di come il governo Berlusconi sia vittima della sua demagogia e della sua inadeguatezza. Il Partito democratico auspica ovviamente che da questa situazione si possa venir fuori con il minor impatto possibile sui livelli occupazionali ma non può e non deve far passare in secondo piano il suo dovere di dire chiaramente e con forza che quella prescelta dal governo rappresenta una soluzione pasticciata, confusa, pericolosa e che non persegue affatto l’interesse del nostro Paese». «Sono mesi – ricorda Veltroni – che il Pd lancia l’allarme sull’inqualificabile prospettiva di scaricare le perdite della compagnia sui contribuenti italiani, sugli azionisti e obbligazionisti della società, sui lavoratori dell’azienda e sulle loro famiglie. In questi giorni i più autorevoli commentatori economici italiani hanno ripreso queste osservazioni sollevando anche altri pesanti interrogativi, riguardo ad esempio; l’approvazione europea di questo piano. Sono tutti dubbi molto gravi e fondati che il governo ha il dovere di chiarire immediatamente nelle sedi parlamentari e che fanno ancor di più rimpiangere l’incredibile occasione perduta mesi fa quando la destra respinse scelleratamente, per miopi calcoli elettorali, l’accordo di fatto già raggiunto con Air France». «Rispetto a quelle prospettive, Alitalia e i cittadini italiani si trovano oggi davanti un futuro peggiore sotto tutti i punti di vista. E, alla faccia della tanto decantata difesa dell’italianità, il piano presentato ci consegna una compagnia di bandiera che di fatto diventa di “bandierina”, con un inaccettabile ridimensionamento della capacità di espansione internazionale. Non era davvero questa – sottolinea – la nuova Alitalia che si sarebbe dovuta far nascere». «Le responsabilità del centrodestra sono state in questa vicenda enormi. Al di là degli escamotage comunicativi del governo, nessuno – conclude – potrà cancellare questa verità». Durissimo anche il commento del ministro ombra all’economia Pierluigi Bersani secondo il quale «sarà una compagnia più piccola, più domestica che dovrà cercare alleanze con Airfrance in condizioni meno favorevoli per noi, per i lavoratori, i consumatori e i risparmiatori».

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Pubblicato il: 28.08.08
Modificato il: 28.08.08 alle ore 20.51

fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=78458

Putin attacca: gli Usa dietro l’attacco alla Georgia

georgia, guerra, proteste contro russia
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Toni sempre più da Guerra fredda nella crisi georgiana. Mentre le navi russe vengono accolte dalla gioia degli Abkhazi e a pochi chilometri le navi americane con gli aiuti militari vengono accolte dalle bandiere georgiane, è Vladimir Putin, ora primo ministro russo, ad attaccare gli Usa.

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Dietro alla decisione della Georgia di inviare truppe in Ossezia del sud c’erano gli Stati Uniti nel tentativo di facilitare la campagna elettorale di uno dei candidati in corsa per succedere al presidente, George W. Bush. Questa l’accusa che il primo ministro russo Vladimir Putin ha avanzato oggi nei confronti degli Usa in una intervista concessa in esclusiva alla Cnn e anticipata sul sito dell’emittente televisiva.

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Secondo Putin, la posizione degli Stati Uniti sarebbe stata presa in funzione elettorale, «per facilitare la campagna elettorale di uno dei candidati in corsa per la successione del presidente, George W. Bush», scrive la CNN, anticipando il senso di quanto dichiarato dal premier russo. La Russia – ha sostenuto il premier russo – dopo la mossa della Georgia non aveva altra scelta se non quella di rispondere alla Georgia. La Cnn precisa che Putin ha concesso l’intervista oggi nella città di Soci, sul Mar Nero.

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Putin spiega che la Russia è stata costretta ad intervenire in Georgia dopo l’uccisione di molti suoi peacekeepers e che si aspettava uno stop degli Usa alla Georgia. «L’8 agosto alla cerimonia di apertura dei Giochi di Pechino ho parlato con Bush. Gli ho spiegato le nostre ragioni e speravo che lui fermasse i georgiani».

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Poi Putin ha assicurato che lo stop ad alcune aziende agricole americane messe al bando dalla Russia non è una ritorsione sulla questione georgiana.

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La risposta americana è affidata al portavoce del Segretario di Stato Robert Wood, che bolla l’accusa come «ridicola». «Tutto il mondo ha dato la colpa dell’attacco alla Russia».

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Intanto Paesi europei che si riuniranno il prossimo lunedì a Bruxelles per discutere della crisi in Georgia hanno preso in considerazione l’ipotesi di imporre delle sanzioni contro Mosca. Lo ha reso noto il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner. A Parigi spetta la presidenza di turno dell’Unione europea.

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«E’ stata presa in considerazione l’ipotesi di sanzioni e anche di altri strumenti», ha detto Kouchner nel corso di una conferenza stampa a Parigi. È la prima volta che la Francia evoca la possibilità di sanzioni contro Mosca in questa crisi. «Stiamo cercando di elaborare un testo forte che esprima la nostra volontà di non accettare» la situazione in Georgia, ha aggiunto.

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La risposta di Mosca è arrivata a stretto giro di posta. Il ministro degli esteri russo Serghei Lavrov ha ironizzato: «Il mio amico Kouchner parla molto. Aveva detto che presto avremmo attaccato Moldavia, Ucraina e Crimea… Ma certe dichiarazioni sono figlie di un’immaginazione malata e credo che sia così anche per le sanzioni. A Mosca non ne sappiamo nulla», il collega francese Bernard Kouchner «parla molto». Per Mosca, è una dimostrazione dello «sconcerto» perchè «il cocchino delle capitali occidentali (Saakashvili, Ndr) non ha giustificato le speranze riposte in lui».

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Pubblicato il: 28.08.08
Modificato il: 28.08.08 alle ore 20.47

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=78437

Oms: «Disugualianza sociale uccide di più i poveri»

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Vivranno di più i bambini europei, ancor meglio se non crescono in periferia. È sempre più l´ingiustizia sociale a contare e uccidere su grande scala. La maggioranza dell’umanità non beneficia del livello di salute sufficiente in buona parte a causa dell’impatto congiunto di scelte politiche e misure economiche. Lo evidenzia il rapporto dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), basata su una ricerca durata tre anni sui “determinatori sociali” della salute.

Sono i fattori sociali molto più di quelli genetici a determinare la salute o la malattia delle persone nel mondo e la loro aspettativa di vita. Un ragazzo, infatti, che vive nella povera periferia di Calton a Glasgow vivrà in media 28 anni in meno di un ragazzo nato nel vicino ma ricco quartiere di Lenzie. Allo stesso modo, l’aspettativa di vita media nella ricca Hampstead a Londra è di 11 anni maggiore del vicino, ma degradato, St. Pancras. Fino ad arrivare a differenze abissali come questa: una ragazza che nasce nel Paese africano del Lesotho vivrà in media 42 anni meno di una ragazza che nasce in Giappone. E se in Svezia il rischio di una donna di morire per complicazioni della gravidanza o del parto è di un caso ogni 17.400, in Afghanistan è di uno su otto.

Lo studio, realizzato da un gruppo di esperti che fanno parte della Commissione sui “determinatori sociali” della salute (politici, universitari, ex capi di Stato e ministri della Salute), conclude che in quasi tutti i Paesi le cattive condizioni socioeconomiche si traducono in cattive condizioni di salute per gli abitanti. Le differenze sono così marcate da non potersi spiegare con fattori genetici o biologici.

L’Italia si piazza al terzo posto, a pari merito con Canada e Svezia, quanto ad aspettativa di vita alla nascita: in media, viviamo 81 anni “contro” gli 83 del Giappone e gli 82 dell’Australia. Ma se la stima, relativa al 2006, si confronta con quella di India (63), Mozambico (50) o Lesotho (42), ci si rende conto dell’enorme divario.

«Questi dati non hanno nessuna
spiegazione biologica – si legge nel rapporto – . Le differenze tra Paesi e all’interno delle frontiere di un Paese sono dovute al contesto sociale nel quale le persone nascono, vivono, crescono, lavorano e invecchiano». «Le malattie causate da acqua contaminata, per esempio, non sono dovute a mancanza di antibiotici, bensì al fallimento dei Governi nel rendere disponibile per tutti acqua potabile; le morti per patologie cardiache sono causate non tanto dalla scarsa disponibilità di reparti specializzati, ma dallo stile di vita delle persone». La soluzione è dunque agire «sulle condizioni di esistenza quotidiane delle popolazioni, migliorando gli ambienti di vita e di lavoro, e attraverso la distribuzione regolare di risorse e di denaro». Lo studio lancia un appello e chiede ai governi di agire subito: senza alcun intervento la diseguaglianza è destinata ad aggravarsi, ma agendo immediatamente potrà ridursi in tempi relativamente brevi.

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Pubblicato il: 28.08.08
Modificato il: 28.08.08 alle ore 16.01

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=78446

India, violenze contro i cristiani. Quattordici morti

A nun prays during a silent protest in Kottayam town, in the southern Indian state of Kerala August 28, 2008. The protest was against the recent killings in India's eastern state of Orissa where police were ordered to shoot rioters on sight on Wednesday to tame rising violence between Hindus and Christians that has killed 11 people so far and left the Pope "profoundly saddened". From Reuters Pictures by REUTERS.A jeep, which was set on fire by a mob during a statewide strike protesting the killing of a Hindu leader, is seen in Padampur town in the eastern Indian state of Orissa August 25, 2008. Police were ordered to shoot rioters on sight in Orissa on Wednesday to tame rising violence between Hindus and Christians that has killed 11 people so far and left the Pope "profoundly saddened". Three bodies were found overnight in rural Kandhamal district, where Hindu mobs have damaged more than a dozen churches and attacked Christian homes and an orphanage this week. Picture taken August 25, 2008. From Reuters Pictures by REUTERS.Indian nuns lead a devotees in worship at The Sacred Heart Cathedral in New Delhi on August 28, 2008, during a protest prayer meeting against ongoing violence in the eastern Indian state of Orissa specifically targeting Christians in the wake of the killing of Vishwa Hindu Parishad (VHP) leader Swami Lakshamanananda Saraswati. Christian leaders in India have asked for the deployment of soldiers in the restive eastern state. At least seven people have died in Orissa's Kandhamal region and other areas since the Hindu holy man and four other people were shot dead by unidentified killers. From Getty Images by AFP/Getty Images.
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Morte e distruzione per i cristiani in India. Sono 14 le vittime delle violenze contro i cristiani nello stato orientale di Orissa, secondo la diocesi di Sambalpur. Più di quaranta le chiese bruciate, di cui una decina pentacostali e battiste, tre conventi cattolici, cinque ostelli, sette centri pastorali e circa 300 case date alle fiamme o danneggiate. «Per domani è stata convocata una riunione dei capi religiosi delle confessioni cristiane, musulmani e indù a Sambalpur, per discutere della situazione e come riappacificare le comunità», ha detto alla agenzia di stampa Misna padre Alphonce Toppo, segretario del vescovo di Sambalpur.

Nonostante il dispiegamento della polizia, la situazione resta tesa, soprattutto nelle zone rurali, dove le forze dell’ordine non arrivano, ha detto il religioso. Alphonce Toppo ha poi aggiunto: «Siamo molto preoccupati per gli sfollati, difficile dire quanti siano, che per fuggire dalle violenze sono scappati nelle foreste, e sono lì da quattro giorni senza cibo né acqua. In quelle zone la foresta è molto fitta e neanche la polizia sa bene come trovare e riportare indietro queste persone», mentre le autorità locali stanno prendendo i primi provvedimenti per creare centri di accoglienza.

Le violenze dei gruppi radicali indù Vhp (Forum mondiale indu), Bajaral Dal e Rss (Corpi volontari nazionali) sono state condannate da più rappresentanti politici dell’opposizione, ma nessuna aperta condanna è finora giunta da capo dell’esecutivo dell’Orissa, Naveen Patnaik, il cui partito di governo è alleato nel Bharatiya Janata parti, partito nazionalista indù vicino ai movimenti radicali.
Intanto, in segno di solidarietà, venerdì resteranno chiuse in India tutte le scuole gestite dalla chiesa cattolica, stando a quanto ha comunicato dalla Conferenza episcopale indiana in una nota pubblicata anche sul suo sito. Nel messaggio, il cardinale Varkey Vithayanthil, presidente della Conferenza dei vescovi, ha invitato «tutte le comunità cattoliche a protestare pacificamente, per dimostrare contro il ripetersi degli attacchi contro i cristiani in diverse parti della nazione». Le istituzione educative, di ogni grado, gestite dalla chiesa cattolica sono molto numerose e presenti in tutto il paese, e vi studiano studenti di tutte le religioni.

E il Papa è intervenuto sulla vicenda con un appello, durante l’udienza generale in aula Paolo VI. «Gli affanni delle Nazioni siano nelle nostre preghiere e nel nostro impegno missionario. Invito i leader religiosi ele autorità civili a lavorare insieme per ristabilire tra i membri delle varie comunità la convivenza pacifica» ha detto il Papa. Ricordando alcune fasi della vita di San Paolo, Benedetto XVI ha sottolineato come «si sia dedicato all’annuncio del Vangelo senza risparmio di energie, affrontando una serie di prove gravose» ed «esercitando con assoluta generosità» quella che egli chiama «preoccupazione per tutte le Chiese». Parlando in lingua francese ha poi aggiunto: «Possa l’esempio di San Paolo insegnarci a testimoniare infaticabilmente Cristo e affrontare con coraggio le prove della vita per metterle sotto lo sguardo di Cristo. Mettiamo, come lui, gli affanni delle Nazioni nelle nostre preghiere e nel nostro impegno missionario».

A Bologna la festa dell’Unità si aprirà con un minuto di silenzio in memoria delle vittime cristiane in India, domani alle 18,30, inaugurata dal segretario del Pd di Bologna, Andrea De Maria. Il Pd bolognese, spiega una nota – intende così esprimere la sua solidarietà alla comunità cristiana Indiana. Viene chiesto inoltre al governo italiano e all’Ue di mettere in atto tutte le azioni utili per far sì che il governo indiano si
impegni al massimo per far cessare le violenze.

Dal punto di vista della diplomazia: la Farnesina convocherà «l’ambasciatore indiano a Roma per rappresentare la forte aspettativa del Governo di una incisiva azione preventiva e repressiva da parte delle Autorità indiane nei riguardi di tali inaccettabili atti di violenza». È quanto si legge nel comunicato della presidenza del Consiglio.

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Pubblicato il: 28.08.08
Modificato il: 28.08.08 alle ore 15.53

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=78440

Aeroporto di Comiso, la destra cancella Pio La Torre

L'omicidio di Pio La Torre - foto Ansa - 250*179 - 26-08-08

La macchina crivellata di colpi di Pio La Torre
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Revisionismo di destra. L’aeroporto di Cosimo non si chiama più Pio La Torre. La memoria del segretario regionale del Pci ucciso dalla mafia nel 1982 viene calpestata dalla giunta di centrodestra del comune siciliano.

La giunta ha deliberato il ripristino del vecchio nome dell’aeroporto che torna a essere intitolato al generale dell’Aeronautica Vincenzo Magliocco, morto in Africa nel 1936. La precedente intitolazione a Pio La Torre era stata decisa il 30 aprile dello scorso anno, quando l’allora sindaco di centrosinistra, Pippo Digiacomo, organizzò una cerimonia per i 25 anni dell’assassinio di La Torre, a cui presero parte i ministri del governo Prodi, Massimo D’Alema e Alessandro Bianchi, atterrati a Comiso con un Airbus, insieme al presidente dell’Enac Vito Riggio. Era il primo volo civile in un aeroporto la cui riconversione è costata circa 60 milioni e che entro la fine di quest’anno dovrebbe essere consegnato per iniziare la sua attività e diventare il quarto scalo della Sicilia.

«Come annunciato in campagna elettorale – dice il neo sindaco di centrodestra Giuseppe Alfano, eletto a giugno – abbiamo ripristinato la denominazione dell’infrastruttura che ere stata intestata a Magliocco fin dalla sua costruzione avvenuta fra il 1937 e il 1939. Non vogliamo mettere in discussione la figura e gli straordinari meriti di La Torre, ucciso dalla mafia che non gli perdonava di essere stato l’ispiratore della legge Rognoni-La Torre, ma riteniamo più giusto conservare una denominazione che fa parte da più di mezzo secolo della memoria collettiva della città».

«Come rileva un sondaggio effettuato a suo tempo – dice il sindaco -, l’intitolazione a La Torre aveva riscontrato scarso gradimento fra i cittadini».

«La figura di Pio La Torre è quella di un uomo politico che con enorme coraggio si è battuto contro la mafia e, per mano della mafia è stato ucciso. Cambiare nome all’aeroporto di Comiso è una scelta che non offende solo la sua memoria ma quella di tutti i siciliani onesti che sperano e credono che sia possibile costruire un futuro diverso e migliore per la propria terra». Così Walter Veltroni, segretario del PD, commenta la decisione del sindaco di Comiso di cambiare nome all’aeroporto dedicato a Pio La Torre. «Voler cancellare – afferma il leader del Pd – la memoria di uomini che, per come hanno speso la loro vita, rappresentano un patrimonio collettivo e non di parte rappresenta un atto arrogante e davvero incomprensibile. Non è questa la strada per costruire una storia condivisa, non è questa la strada per restituire alla Sicilia e al Mezzogiorno orgoglio e memoria di se e del proprio passato migliore».

«Apprendo questa notizia con un sentimento di tristezza, di dolore, di sconforto e di lutto». Così l’ex sindaco di Comiso, Pippo Di Giacomo – commenta la decisione del Comune di togliere l’intitolazione del locale aeroporto a Pio La Torre. «Mi pare che, per la seconda volta – dice Digiacomo – è stato ammazzato Pio. Un’azione politica brutale, ottusa, sconsiderata, condotta con malafede, recuperando l’intitolazione di un non più esistente aeroporto militare distrutto dalle forze alleate oltre 60 anni fa. Mi vergogno di essere siciliano, me ne vergogno senza scusanti».

Il presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro aggiunge di considerare la scelta di cambiare nome all’aeroporto «offensiva e inaccettabile».

Per il coordinatore nazionale
di Sinistra democratica, Claudio Fava «sottraendo alla propria città la memoria di Pio La Torre, il sindaco di Comiso ragiona come un mafioso. La decisione adesso di cancellare il nome di Pio La Torre ha tutta la forza simbolica d’una violenza mafiosa: negare i morti, negare la memoria, parlar d’altro».

Ma anche in casa Pdl c’è chi non apprezza il cambio di nome fatto dal sindaco di Comiso. E così, Carlo Vizzini Presidente della commissione Affari costituzionali del Senato e Rappresentante speciale OSCE per la lotta alle mafie transnazionali parla di «profondo dolore politico e personale» e mette in risalto la condotta incomprensibile di chi lo depenna e nello stesso giorno definisce La Torre «un uomo di grande valore che ha lottato contro la mafia».

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Pubblicato il: 27.08.08
Modificato il: 28.08.08 alle ore 11.38

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=78420

SOCIETA’ e AMBIENTE – Un campus per la “decrescita felice”

di Giovanna Nigi

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Maurizio Pallante del movimento per la decrescita felice, foto web

Maurizio Pallante del Movimento decrescita felice
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«Ce n’è abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l’avidità di ciascuno». Una frase di Ghandi che ben riassume la tragedia che ci troviamo a vivere, la cui consapevolezza, fino a qualche anno fa ristretta a una cerchia ridottissima di economisti, accademici e scienziati, si va ogni giorno di più allargando, anche grazie a iniziative come quella del Parco Regionale dei Monti Lucretili – “Sarà per amore o non sarà?” -, consigli su come agire il cambiamento dati dai massimi esperti italiani della decrescita e messi in pratica in un campus-laboratorio fino a domenica 31 agosto. Il cambiamento è inevitabile, grazie alla fine del petrolio e alla drammatica erosione dei beni comuni, come acqua, aria e terra. Bisogna imparare a fronteggiarlo, non come un nemico o un triste ritorno al passato, ma come un’occasione da non perdere per acquisire nuovi occhi, occhi felici, come la decrescita che viene proposta in lavori di gruppo, escursioni guidate, laboratori pratici.

Da decolonizzare, come sottolinea Peter Berg, c’è anche e soprattutto il nostro immaginario: «La nostra generazione è stata allevata con un mito che, nell’ultimo secolo, ha fondato l’immaginario sociale: il mito della crescita». Questa credenza, cui è connessa l’idea di uno sviluppo illimitato, ha portato con sé le parole d’ordine della massimizzazione della produzione, dei consumi e dei profitti fino a consegnarci all’attuale religione del mercato globale. Eppure, di fronte alla percezione crescente dei limiti sociali ed ecologici dello sviluppo, del degrado indotto dai processi di mercificazione della vita, della crescente conflittualità internazionale attorno alle risorse fondamentali, oggi comincia a farsi strada l’idea che per imboccare sentieri veramente alternativi sia necessario proprio rimettere in discussione il mito fondativo. Almeno questa è la scommessa dei bio-campeggiatori. «È possibile oggi decolonizzare il nostro immaginario e provare a pensare una società non improntata a uno sviluppo fine a se stesso. Il rifiuto di indicazioni chiare su come fronteggiare la crisi planetaria è deludente e pericoloso» dicono gli organizzatori degli incontri. Del resto battaglie per l’uso e l’approvvigionamento di energia, limitazioni sull’acqua e altre risorse essenziali, carenza di cibo e aumento della popolazione sono già diventati la base di guerre che mettono a repentaglio approcci ragionevoli, contribuendo a squilibri ecologici sempre più vasti.

«Non si può aspettare oltre per invertire una rotta che ci porta verso la distruzione sicura e imparare a vivere integrandoci con il resto degli abitanti, vegetali o animali di questo pianeta», è allora il punto di partenza dell’esperimento del bio campus. Insomma, la sostenibilità ecologica non può continuare a essere vista come un lusso che possono permettersi solo le nazioni più ricche. Deve trasformarsi in un imperativo universale e anche un automatismo civile. «È un obiettivo essenziale per ogni società umana senza distinzioni di livello economico, localizzazione geografica o cultura», sui Monti Lucretili ne sono convinti.
Certo, imparare a trovare soluzioni a livello dell’intera biosfera può essere una meta troppo lontana da raggiungere per molte persone. Però almeno si può iniziare a capire come diventare ecocompatibili con il sistema di vita locale n el proprio luogo di residenza. Si tratta di obiettivi comprensibili e realistici, anche piccoli sforzi locali possono fare moltissimo a livello planetario.

«Due terzi delle risorse mondiali sono state sperperate, e l’ecosistema planetario non riesce più a metabolizzare le ingiurie che quotidianamente gli vengono fatte», dice il profesor Marco De Riu, uno dei relatori degli incontri. «Oggi che la razza umana vive al di sopra delle proprie possibilità, è tempo di tirare le somme, e il bilancio è drammaticamente in rosso: in anni recenti il flusso delle acque dei fiumi si è drasticamente ridotto, molti si seccano prima di arrivare agli oceani, abbiamo perso il 90% dei predatori degli oceani, il 12% delle specie degli uccelli, il 25% dei mammiferi, il 30% anfibi e la tendenza è in crescita, grazie anche al cambiamento del clima a cui non tutte le specie riescono ad adattarsi. La maggior parte degli eventi nazionali e internazionali dei quali siamo stati testimoni può essere direttamente ricondotta a cause le cui radici sono ecologiche.

Le giornate di Orvinio, dove sono previsti, fra gli altri, oltre all’intervento di Marco De Riu, quelli di Paolo Cacciari, Maurizio Pallante, autore del libro “La decrescita felice” e Raffaele Salinari, vogliono essere un punto di riferimento per conoscere le risposte pratiche – «e gioiose»- di chi ha già fatto scelte di vita diverse e vuole comunicarle a chi avverte il grande disagio di vivere questo tempo ma non sa che cosa fare materialmente per non sentirsi complice della comune follia distruttiva. La natura – dicono al laboratorio itinerante della decrescita, organizzatore dell’evento – non può essere solo un lusso da godere nei week end. Perché non si può mangiare il denaro. Né si può bere il petrolio.

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Campodecrescita@gnail.it per informazioni 338 2144489

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27.08.08

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=78415

Bergamo, a scuola si canta l’inno. E la Lega: “Una sceneggiata”

Circolare ai presidi: “Sono i simboli dello Stato, giusto che gli studenti li conoscano”. Scoppia la polemica

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di FRANCO VANNI

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"Una sceneggiata"

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BERGAMO – In provincia di Bergamo la scuola comincia con l’inno d’Italia, cantato in coro da un migliaio di studenti. Lo ha deciso il dirigente scolastico provinciale (che ha sostituito la figura del provveditore) Luigi Roffia, per cui “l’inno è simbolo dello Stato e dell’unità nazionale, ed è giusto che i ragazzi lo cantino”. Sulle note di Fratelli d’Italia, un gruppo di cadetti della guardia di finanza in alta uniforme farà l’alzabandiera, aprendo così ufficialmente l’anno scolastico.

La cerimonia si terrà il 16 settembre nel cortile dell’istituto tecnico Natta di Bergamo. Oltre ai 900 studenti della scuola (di cui 30 stranieri), saranno invitati a cantare anche i rappresentanti dei ragazzi di altre scuole. La scelta della data, il giorno dopo l’inizio delle lezioni, dà il tempo agli studenti per esercitarsi. Oltre alle prevedibili polemiche della Lega (che nel Bergamasco alle ultime elezioni aveva il 31% dei voti), un altro inciampo alla cerimonia potrebbe essere infatti la poca conoscenza che i ragazzi hanno dell’inno.

Luca Capelli, studente al Natta e rappresentante in consiglio d’istituto, parla anche per i compagni: “Ci dovremo preparare, questo è sicuro. Io dell’inno ne so metà, altri nemmeno quella”. E il provveditore annuncia: “Andrò a parlare con loro il primo giorno di scuola. Se lo chiederanno, potremmo distribuire il testo nelle classi”. E se per imbarazzo, o per orgoglio padano, alcuni non volessero cantare? Roffia non ci crede: “L’anno scorso organizzammo nelle scuole incontri con la Guardia di Finanza.
Durante l’alzabandiera veniva suonato l’inno, e gli studenti erano commossi”. Da qui l’idea di farlo cantare a loro, e di farne la sigla della scuola che comincia.

Ieri il provveditorato ha stampato l’invito “alle autorità” per la cerimonia: il vescovo di Bergamo Roberto Amadei, il presidente della Provincia Valerio Bettoni (Forza Italia) e Roberto Bruni, sindaco di Bergamo, di Centrosinistra. “E’ una bella iniziativa, ci sarò – annuncia Bruni – nei giovani si deve affermare il senso delle istituzioni e dell’identità nazionale”. E sul fatto che non tutti i ragazzi conoscano le parole dell’inno, rilancia: “Fratelli d’Italia va insegnato a scuola, è grave che alle superiori ci sia chi non lo conosce”. Il provveditorato ha anche mandato una circolare a tutte le scuole della provincia, invitandole a organizzare per l’inizio dell’anno cerimonie simili.

E arriva la polemica della Lega. Per Daniele Belotti, presidente della commissione Cultura in consiglio regionale, “cantare l’inno in cortile è una sceneggiata, per rinsaldare un’identità che in realtà è debole.
Sarebbe stato meglio fare cantare ai ragazzi Notèr de Berghèm, inno cittadino che li rappresenta davvero”.
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28 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/cronaca/inno-scuola/inno-scuola/inno-scuola.html?rss

Dal Molin, respinto il ricorso. Il sindaco: a ottobre la città parlerà

Manifestazione No Dal Molin
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La IV sezione del Consiglio di Stato che ha respinto il ricorso del Codacons per la revoca dell’ordinanza che dava il via libera ai lavori di ampliamento della base Usa. Secondo il Presidio permanente «No Dal Molin», il Consiglio di Stato, nel respingere il ricorso, ha comunque «riconosciuto il valore della consultazione popolare del prossimo 5 ottobre e la legittimità del Tar ad esprimersi, il prossimo 8 ottobre, dopo la sospensiva decretata lo scorso giugno». «Fino a queste date – affermano i no base – al Dal Molin non deve essere toccato nemmeno un filo d’erba; se, come hanno annunciato gli statunitensi, le demolizioni degli edifici storici presenti all’interno dell’area inizieranno, questo sarà un atto di arroganza e di prevaricazione sulla città e sul Tar». Secondo i «No Dal Molin», infatti, «una forzatura rappresenterebbe una dichiarazione di guerra a Vicenza, a cui – avvertono – noi risponderemo con la nostra creatività e la nostra determinazione».

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«Non permetteremo – proseguono – che la consultazione popolare venga delegittimata da chi vuole imporre la nuova base militare; la difenderemo, assieme all’area verde del Dal Molin e ai suoi edifici che rappresentano un patrimonio della città». «Il sindaco Variati – concludono – ha promosso la consultazione popolare dichiarando che avrebbe preteso rispetto dagli statunitensi; ora è il momento che difenda la dignità di Vicenza, che ha il diritto ad esprimersi a lavori fermi. Se i lavori inizieranno prima della consultazione, sarà anche un fallimento dell’amministrazione comunale».

L’ennesimo ricorso al Consiglio di Stato «non era la nostra battaglia», ha detto il sindaco. «Al punto da non esserci costituiti in giudizio in questo secondo round – ha precisato Variati – così come non si è costituito in giudizio il comune di Padova». Per noi – ricorda – le date centrali sono due, «l’8 ottobre, quando il Tar darà finalmente il suo giudizio di merito, e noi ci saremo per combattere fino in fondo sui temi che ci appartengono, come la tutela ambientale di un’area strategica dal punto di vista idrico». «E soprattutto tre giorni prima, il 5 ottobre – conclude il sindaco – quando a prendere la parola saranno, finalmente, i cittadini di Vicenza».

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Pubblicato il: 28.08.08
Modificato il: 28.08.08 alle ore 12.13

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=78435

Riabilitata l’ultima strega d’Europa

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La decisione del parlamento del Cantone svizzero di Glarona è il primo caso al mondo

Anna Göldi fu decapitata nel 1782 in Svizzera. Sotto tortura confessò un patto con il Diavolo

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Un ritratto di Anna Göldi
Un ritratto di Anna Göldi

La decisione del legislativo glaronese era quasi scontata, dopo che anche il governo del cantone si era espresso in tal senso, annullando la condanna perché espressa da un’istanza non competente e in violazione dello stesso ordinamento giuridico dell’epoca.

Il governo aveva chiesto al parlamento di riconoscere che Anna Göldi è stata vittima di un «assassinio giudiziario». Il legislativo glaronese aveva già approvato nel novembre scorso una mozione che chiedeva la riabilitazione della donna, contro il parere del governo, che all’epoca riteneva una riabilitazione superflua e proponeva piuttosto di realizzare uno studio storico sulla vicenda.

Anche il consiglio sinodale della Chiesa riformata del canton Glarona (la condanna fu pronunciata da un tribunale riformato) aveva deciso un anno fa di rinunciare ad un «atto formale» per la riabilitazione di Anna Göldi, argomentando che la vicenda è stata sufficientemente studiata e che nei fatti Anna Göldi è già stata riabilitata.

La decisione del legislativo glaronese è una prima mondiale. Nessun parlamento al mondo ha finora riabilitato una donna condannata per stregoneria – anche se a dire il vero Anna Göldi non fu formalmente condannata per «stregoneria», bensì per «avvelenamento».

Una lunga vicenda

Scena tratta dal film "Anna Göldin, l'ultima strega" di Gertrud Pinkus

Didascalia: Scena tratta dal film “Anna Göldin, l’ultima strega” di Gertrud Pinkus

Dal punto di vista giuridico, la riabilitazione di Anna Göldi segna la fine di una vicenda che aveva suscitato ampi dibattiti nella stampa tedesca già all’epoca dei fatti – la decapitazione di Anna Göldi avvenne decenni dopo le ultime condanne per stregoneria in Germania. Di recente si è scoperto che fu il cancelliere del canton Glarona, contrario alla pena di morte e all’uso della tortura, a passare gli atti del processo ad alcuni giornalisti tedeschi.

Negli ultimi decenni del XX secolo, la storia di Anna Göldi è stata resa nota al grande pubblico da un romanzo di Eveline Hasler («L’ultima strega» nell’edizione italiana) e da un film di Gertrud Pinkus. Il caso è diventato paradigmatico dei residui di oscurantismo e fanatismo nell’antica Confederazione in pieno secolo dei lumi e pochi anni prima della Rivoluzione francese.

Un anno fa, in occasione del 225esimo anniversario dell’esecuzione, un nuovo libro pubblicato dal giornalista glaronese Walter Hauser ha contribuito a riaprire il caso. L’opera ha avuto un ruolo centrale nell’innescare il processo di riabilitazione e ha avuto ampia eco anche all’estero. La stessa BBC ha dedicato un servizio all’autore e alla storia di Anna Göldi.

Abuso di potere

Nel libro di Hauser è dato particolare rilievo al ruolo di Johann Jakob Tschudi nel processo e nella condanna della donna. Tschudi era magistrato, membro di una delle più influenti famiglie del notabilato glaronese e datore di lavoro di Anna Göldi,.

Secondo l’autore, il magistrato ebbe una relazione sessuale con la sua domestica. Il timore di uno scandalo, che avrebbe messo in pericolo la sua reputazione, lo indusse a far di tutto per ottenere la condanna di Anna Göldi.

Nata nel 1734 nel canton San Gallo in una famiglia di modestissime condizioni economiche, Anna Göldi fu costretta fin dalla prima giovinezza a lavorare come domestica. Attorno al 1765 partorì un figlio che morì la stessa notte del parto. Per questo fu condannata alla gogna e agli arresti domiciliari per infanticidio.

Nel 1780 entrò al servizio della famiglia Tschudi a Glarona. Poco tempo dopo la figlia dei Tschudi cominciò ad avere delle convulsioni e, secondo la testimonianza dei familiari, a vomitare degli spilli. Anna Göldi, sospettata di aver avvelenato la bambina, fu licenziata. Ma la donna si rivolse al magistrato per difendersi dalle accuse. Johann Jakob Tschudi la denunciò allora per stregoneria e avvelenamento.

Condannata a morte, Anna Göldi fu decapitata sulla piazza di Glarona il 13 giugno 1782.

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swissinfo, Andrea Tognina

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fonte: http://www.swissinfo.org/ita/prima_pagina/Riabilitata_l_ultima_strega_d_Europa.html?siteSect=105&sid=9261891&cKey=1219838060000&ty=st

Nuova Alitalia, il governo decide sul piano. Sindacati all’attacco; Di Pietro: «Una truffa»

https://i1.wp.com/www.enzocosta.net/images/fantozzi2.jpgFantozzi commissario Alitalia?

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ROMA (28 agosto) – Nuova Alitalia al decollo: stamani il consiglio dei ministri varerà il decreto che consentirà al commissario Augusto Fantozzi, che ieri si è recato a Palazzo Chigi, di cedere subito gli asset “sani” di Alitalia alla cordata italiana messa in piedi da Intesa Sanpaolo. Intanto è già scontro sugli esuberi, anche se il governo rassicura: nessuno verrà lasciato a casa. Lunedì partirà la trattativa con i sindacati, mentre la Cgil affila già le armi.

Di Pietro. «La questione Alitalia rappresenta una truffa colossale che a tratti durante questi tristi mesi di agonia della società ha sconfinato anche nell’illegalità, oltre che far precipitare la già poco rosea immagine internazionale di questo Paese ai minimi storici». Lo dice, in un intervento sul suo blog, Antonio Di Pietro. «Dopo aver preso ai cittadini 600 miliardi delle vecchie lire per un contributo a fondo perduto alla compagnia di bandiera, oggi Berlusconi è promotore interessato di una nuova compagnia che a costo zero sfrutta il marchio e le rotte del vettore Alitalia, scaricando i debiti sullo Stato e su una miriade di piccoli azionisti che perderanno tutto», dice Di Pietro.

«Grazie a Berlusconi perderanno il lavoro 7000 dipendenti, qualcuno in più di quelli che previsti da Air France (si parlava di circa 2100 esuberi). Quello che accadrà è semplice, ancora una volta i debiti di Alitalia e della Bad Company ricadranno sui cittadini, allo stesso tempo nascerà una nuova compagnia utile a Berlusconi e ai suoi amici del cuore», sottolinea il leader di Idv. «Non sono contrario al fatto che la compagnia Alitalia rimanga “italiana”, come qualcuno può pensare, a patto che lo sia nel rispetto delle regole del libero mercato e nel rispetto degli interessi dei cittadini italiani e non di una cerchia ristetta di privilegiati», conclude Di Pietro.

Angeletti. Gli esuberi in Alitalia «sono al massimo duemila e devono essere tutti ricollocati». Ad affermarlo è il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, che, in un’intervista al Corriere della sera, fa anche un po’ di autocritica. «Forse – dice – potevamo accettare lo spezzatino dell’azienda, quando il precedente governo ce lo propose. Ma fu proclamato uno sciopero e il governo si bloccò». Troppe, secondo Angeletti, nove sigle sindacali all’interno della compagnia: «più patologico di così si muore – sottolinea. Siccome la politica si mostrava molto sensibile nei confronti dell’Alitalia, i sindacalisti puntavano a influenzare i partiti, facendo così soccombere l’azienda. Si rifiutavano di parlare con l’amministratore delegato e volevano al tavolo i politici, come hanno fatto Cgil e Cisl quando sono arrivati i francesi». Proprio confrontando il piano Fenice con la precedente opzione Air France-Klm, Angeletti sottolinea che «l’unica critica che si può fare è quella di Francesco Giavazzi: se si vendeva ai francesi, lo Stato incassava dei soldi, ora invece li dovrà tirare fuori. Ma ci possiamo permettere di avere sempre meno asset nel Paese? I francesi – conclude – avrebbero ridotto Alitalia a compagnia regionale e poi l’avrebbero fagocitata».

Sdl. Critiche di carattere più prettamente tecnico arrivano dal Sindacato dei Lavoratori intercategoriale. «Non siamo soliti fare dichiarazioni sulle indiscrezionì di stampa, ma ciò che emerge sul Piano Alitalia ci porta a due semplici considerazioni, una di carattere industriale, l’altra prettamente sindacale. Ci chiediamo chi ha potuto pensare che un Piano che si basa sul forte ridimensionamento della flotta e sulla concentrazione sui voli nazionali, possa avere realmente successo». Ecco quanto sottolinea Fabrizio Tomaselli, coordinatore nazionale SdL. «Industrialmente questa scelta porta alla chiusura entro poco tempo perchè è ormai risaputo che il settore con il quale è possibile rendere redditizia una compagnia aerea, che non sia una low cost, è soltanto quello intercontinentale che ha costi unitari più bassi ed è soggetta a minore concorrenza».

Sulle conseguenze, Tomaselli è d’accordo con Di Pietro: «Inevitabile una riduzione enorme del personale, con tagli e fuoriuscite che non possono essere gestite con ammortizzatori sociali e non possono neanche essere comprese dal punto di vista dell’efficienza dell’azienda. Condizioni che per tutte le categorie presenti in Alitalia non possono essere accettate. «Gli impegni pubblici presi dal Governo in questi mesi – conclude il coordinatore – sono ben diversi da quelli che sembrerebbero emergere dal piano predisposto dai tecnicì di Banca Intesa. È quindi evidente che se il Piano contenesse le indiscrezionì uscite oggi sulla stampa, la risposta del sindacato e dei lavoratori sarà durissima. Nessuno pensi di poter mettere 20.000 lavoratori con le spalle al muro con tempi ristretti e ricatti politici e mediatici come abbiamo già assistito nel passato, perchè la reazione sindacale sarebbe ancor più forte».

Avia. Il presidente di Avia, Antonio Divietri, assume toni battaglieri in linea con quelli del Sdl: «se i numeri di questa “Caporetto” del trasporto aereo italiano venissero confermati, ci troveremo di fronte ad una cinica operazione di cartolarizzazione, dove si garantiscono guadagni percentuali a due cifre ad alcuni, mentre migliaia di famiglie sfrattate finiscono nei containers».

«Il progetto di ridurre la nostra flotta del quaranta per cento ed abbattere ulteriormente il numero e la qualità dei collegamenti intercontinentali – spiega ancora Divietri – è ben oltre i più rosei sogni di Air France o Lufthansa. Non ci preoccupano le indiscrezioni sui paventati rinnovi contrattuali. La categoria degli Assistenti di Volo è già “ai piedi di Pilato”: i nostri contratti ci fanno già operare ai limiti previsti dalle leggi, con salari del ventisei per cento inferiori a quelli della media europea». Poi Divietri conclude: «Dai vari governi che si sono succeduti non abbiamo mai ricevuto attenzioni, siamo da anni costretti a rivolgerci ai tribunali per vedere finalmente riconosciuti quei diritti previdenziali pretestuosamente negati. Ma se ora qualcuno vuole anche approfittare della confusione del momento per fare “macelleria sociale” con la nostra categoria, non accetteremo in letizia, ma venderemo cara la pelle».

I piloti. «Anpac, Associazione Nazionale Piloti Aviazione Commerciale,
valutate le indiscrezioni emerse circa il Piano industriale per Alitalia denominato Fenice, ritiene essenziale che il Governo ed il Consiglio dei Ministri valutino attentamente il rischio di ridurre la Compagnia di Bandiera del paese ad un piccolo vettore non in grado di garantire la giusta mobilità al paese e le relative opportunità ai cittadini italiani». È quanto si legge in una nota dell’Anpac. «I piloti di Anpac non accetteranno mai un confronto che si limiti all’analisi della gestione degli esuberi ma ritengono essenziale entrare nel merito delle strategie che caratterizzerebbero il futuro Piano Industriale dell’Azienda. Ogni rinuncia fatta sul mercato attraverso la dismissione di rotte e aeromobili si è sempre trasformata in un vantaggio per i competitors ed in un profondo danno per il vettore di riferimento del paese», continua la nota.

«Unico caso in Europa, Alitalia ha dovuto sopportare la nascita di un vettore concorrente sulle tratte più importanti (Airone) ed il maggior livello di penetrazione del traffico low cost. Oggi si vedrebbe costretta a subire un ulteriore ridimensionamento stabilendo così prematuramente la sua inevitabile fine».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=30076&sez=HOME_ECONOMIA

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Alitalia, Cgil all’attacco: “Ora vogliamo chiarezza”

Il ministro rassicura: “Non vogliamo lasciare nessuno su una strada”
E apre ad Air France: “Nulla contro di loro, felici se vorranno collaborare”

Fantozzi probabile nuovo commissario. Bersani: “Si rischia
una mini-Parmalat”. Ue: “Ricevuto il piano, lo analizzeremo”

Alitalia, Cgil all'attacco "Ora vogliamo chiarezza"


RIMINI – “Sarebbe assurdo” quantificare oggi il numero di esuberi per Alitalia, perché prima “ci deve essere il confronto con i sindacati”. Si esprime così sulla compagnia di bandiera il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, a margine di un incontro al Meeting di Rimini, dopo la costituzione della nuova società che si sostituirà ad Alitalia. “Sicuramente”, continua il ministro, “se domani il Consiglio dei ministri approva tutto, se dopodomani il consiglio di amministrazione di Alitalia procede, ovviamente subito dopo, bisogna aprire il confronto con i sindacati”. Sindacati che per ora sembrano molto perplessi, e chiedono di saperne subito di più.

Gli esuberi. Matteoli assicura che “sono previsti anche ammortizzatori sociali. Non vogliamo lasciare nessuno in mezzo a una strada”. E circa la ventilata possibilità di assorbimento di alcuni esuberi alle Poste, al Demanio e all’Agenzia delle Entrate “è tutto da decidere”, spiega il ministro. Che parla anche di Air France: “Non abbiamo nulla contro di loro”, continua. “Anzi se ora vorrà collaborare con la nuova Alitalia ci farà piacere”. “La vecchia proposta di Air France l’abbiamo sempre ritenuta un errore”, dice ancora, “perchè era una annessione di Alitalia ai francesi con un ritorno non positivo per il nostro turismo”.

Cgil: “Ora chiarezza”. “Aspettiamo l’annunciata convocazione per l’apertura del confronto, fino ad oggi il sindacato è rimasto all’oscuro di tutto”, ha detto il segretario generale della Filt-Cgil, Franco Nasso. “Non siamo disponibili – ha spiegato – a discutere solo degli effetti sul lavoro, accettando a scatola chiusa le conseguenze di un piano industriale di cui leggiamo solo sui giornali. Pretendiamo chiarezza e il necessario confronto”.

Ue: “Ricevuto il piano, lo analizzeremo”. La Commissione Europea, come confermato dal commissario per i trasporti Antonio Tajani, ha ricevuto il piano Alitalia da parte del Governo italiano. “Il piano è giunto sotto forma di bozza e ora lo analizzeremo”. Due, comunque, i passaggi che la Commissione Ue dovrà esaminare meglio. Innanzitutto, se la scissione in due società e la creazione di una Bad Company, che erediterà debiti ed esuberi, non si configurino come un aiuto di Stato illegale; poi, se restrizioni alla concorrenza saranno causate anche dal trasferimento degli slot dalla vecchia alla nuova Alitalia, che si fonderà con Air One.

Tremonti: “Piccoli risparmiatori tutelati”. “Il risparmio è un bene pubblico che va tutelato”. Questo ha detto, riferendosi ad Alitalia, il ministro Giulio Tremonti, a margine di un convegno al meeting di Rimini. Il ministro ha anche aggiunto che il precedente Governo “ci ha lasciato due disastri, Napoli e l’Alitalia. Il primo è stato risolto dal presidente Berlusconi a fine luglio e domani si risolverà anche il secondo”.

Fantozzi commissario? Per Augusto Fantozzi l’ipotesi di un commissariamento è “verosimile”. Lo ha detto al termine di un incontro con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e a chi chiede se accetterà l’incarico risponde di sì. Quanto all’ipotesi se su Alitalia si farà un decreto ad hoc o si modificherà la legge Marzano l’ex ministro delle Finanze risponde: “Chi ha il provvedimento per le mani sa cosa si farà”.

Avvocato tributarista e docente di diritto tributario, ed ex ministro nei governi Dini (1995) e Prodi (1996), Fantozzi, 68 anni, dovrebbe quindi trovarsi a gestire lo spacchettamento degli asset da conferire alla “nuova Alitalia” (che nascerà integrando le attività operative di Alitalia con la compagnia Air One, in una nuova società creata da una cordata di imprenditori italiani) e la difficile gestione dei debiti e degli esuberi che resteranno sulle spalle della società commissariata che, una volta spogliata della parte operativa, dovrà essere liquidata.

Il piano e le critiche.
Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Autostrade e Atlantia, parte della cordata imprenditoriale coinvolta nel salvataggio di Alitalia e parla di un progetto fattibile e di un rischio che vale la pena di essere corso. Ma Pierluigi Bersani, ministro dell’Economia nel governo ombra del Pd, ammonisce il governo a non creare una “mini-Parmalat”: “E’ chiaro a tutti che oggi le condizioni sono ben peggiori di quell’accordo buttato a mare. Sono peggiori per numero di esuberi, per risorse messe a disposizione e per il ricorso ad una bad company”, conclude.

Lega: sì ma senza esborsi nè modifiche a Marzano. Nessuna modifica alla legge Marzano e nessun altro esborso: queste le condizioni che la Legaha imposto per il via libera all’operazione Compagnia Aerea Italiana. Marco Reguzzoni, vice presidente dei deputati del Carroccio e “titolare” nel partito della questione Alitalia, ha precisato che “è fondamentale che il Governo rispetti il libero mercato”. Ma quello che più sta a cuore alla Lega è il futuro di Malpensa: “Se il libero mercato viene garantito, ho la certezza che Malpensa si riempirà, perchè la maggior parte dei biglietti vengono venduti al nord”. Stesso discorso per l’ipotesi ventilata da Matteoli: “Non credo che la P.A. abbia bisogno di altre assunzioni”.

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27 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/economia/alitalia-24/esuberi-matteoli/esuberi-matteoli.html