India, sulle colline tra i cristiani in fuga

Lacrime e rabbia: viaggio nei villaggi fantasma dove sono stati uccisi i cattolici. Ecco l’altra faccia dell’India

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di RAIMONDO BULTRINI

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India, sulle colline tra i cristiani in fuga

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BHUBANESWAR (Orissa) – “Ho sentito dire che i corpi sono ancora sulla strada e si decompongono perché qui tutti hanno paura di raccoglierli per seppellirli”. Padre Mathew è appena sceso dalle colline dei massacri, dove nei giorni scorsi almeno 14 cristiani sono stati uccisi a colpi di pietre, di machete, di bastoni. L’ultima vittima però era un hindu e si chiamava Dasaratha Pradhan ed era un contadino dalit o “Intoccabile”, l’ultimo anello della società. Nonostante appartenesse alla casta più bassa – dalla quale vengono molti dei convertiti – Dasaratha non aveva mai abbracciato il cristianesimo come avevano fatto molti altri per sfuggire a un destino di emarginazione sociale e per ottenere qualche vantaggio economico. Era rimasto hindu e pregava le stesse divinità dei suoi assassini. È stato ucciso mentre una folla di migliaia di suoi compagni di fede dava la caccia a missionari e cristiani attraverso i villaggi immersi nella fitta giungla del distretto Kandhamal. Dasaratha gli aveva gridato con tutto il fiato che aveva in corpo: “Fermatevi! Che fate? Un vero hindu non uccide nemmeno gli animali!”.

Non solo non lo sono stati a sentire. Lo hanno colpito a bastonate e lasciato moribondo sul posto, una strada del villaggio di Tiangia. “Solo ieri la polizia ha sotterrato il corpo, che ormai era stato quasi interamente divorato dai cani”, ci racconta Padre Nayak, un prete cattolico vestito da laico come gran parte dei missionari dell’Arcidiocesi di Bhubaneswar.
Prima di Dasaratha nello stesso agglomerato di case di fango nella giungla pluviale – oggi ancora off limits perfino per il potente ministro dell’Interno del Congresso giunto da Delhi – erano morti tre cristiani. Per loro c’era stata bene o male una sepoltura, ma non per Dasaratha “il traditore”.

I racconti dei testimoni diretti che incontriamo nell’Arcidiocesi sono però anche pieni di storie di eroismo di alcuni hindu. Mentre l’anziano Padre Mathew cercava un nascondiglio inseguito da centinaia di manifestanti con spade e bastoni, ha bussato a quattro porte sconosciute. Erano tutti hindu come scoprirà poi. Nelle prime tre hanno rifiutato di farlo entrare, nella quarta gli hanno offerto un bagno con un grande buco per lo scarico della fogna. Si è rintanato lì dentro mentre bussavano alla porta e cercavano in tutta la casa del generoso ospite. “È passata un’ora interminabile – racconta – finché mi hanno detto che potevo uscire per cercare un altro nascondiglio. Se sono ancora vivo è grazie a questa e altre tre famiglie induiste che mi hanno nascosto nella foresta”.

Anche il suo assistente e un’altra decina di preti rifugiati nell’Arcidiocesi provengono dai villaggi delle colline. Padre Mathew ricorda bene come è cominciata l’ennesima guerra. Aveva saputo al telefono che sabato notte era stato ucciso Swami Laskhanananda Saraswati, un santone hindu seguito da migliaia di fedeli. La polizia attribuiva il delitto ai maoisti tra i quali ci sono anche molti cattolici, ma il sacerdote sapeva che i seguaci dello Swami se la sarebbero presa con tutti loro. Il santone non voleva che i preti convertissero al cristianesimo i devoti delle divinità primordiali e si era trasferito apposta nelle colline di Kandhamal per riportare indietro le pecorelle smarrite. Di sicuro alla sua morte gli eredi avrebbero cercato vendetta e, a loro modo, giustizia. Tutti ne erano consapevoli da Raikia a Tiangia, da Phulbani e Bhubaneswar.

Infatti la domenica mattina la cappella della chiesa di Padre Mathew a Phulbani nel cuore delle colline era deserta. Nessuno immaginava però che stavolta – com’era già accaduto in misura minore nel Natale scorso dopo un fallito attentato allo stesso Swami – la caccia all’uomo si sarebbe trasformata in una strage.

Quella stessa domenica una folla di cinque o seimila hindu raggiunse Phulbani dopo aver attraversato villaggi e gruppi di case sparse. Le loro grida si udivano da lontano e tutti sentirono avvicinare l’orda minacciosa, ma c’era poco tempo per evacuare l’intero villaggio a maggioranza cattolico.

“Vanda Matherem, Maro Christian”,
“Ti saluto Madre, uccidiamo i cristiani!”, hanno sentito ripetere come un incubo quelli che sono rimasti come Padre Matthew. “Ero paralizzato dal terrore, e ho mandato i ragazzi e il mio assistente a scavalcare il muro che dà verso la foresta per salvarsi. Io sono rimasto nella chiesa e ho visto attraverso il portale che la folla portava con sé un feretro. Era il corpo dello Swami ucciso. Ma era solo un monito. Lo hanno fermato davanti alla mia chiesa e poi sono ripartiti portandeselo via. E all’indomani, dopo la cremazione, sono iniziati i massacri”.

A sentire i racconti di Padre Matthew e degli altri viene da domandarsi perché ci siano sono solo due agenti disarmati a proteggere i missionari quando entriamo nel giardino e negli uffici dell’Arcidiocesi che fanno angolo con una banca vigilata da una dozzina di poliziotti veri e privati.

Eppure tre giorni fa questo edificio nel centro della capitale è stato preso a sassate da centinaia di manifestanti. Se non fosse stata presente la polizia in forze, sarebbero sicuramente entrati come avevano fatto nell’orfanotrofio dove è stata bruciata viva lunedì scorso una ragazza di 22 anni.

A rendere tesi e nervosi preti giovani e anziani non è la preoccupazione per la loro sicurezza, piuttosto il loro senso di impotenza. Essere scappati ha salvato le loro vite, ma dietro restano migliaia di altri fratelli seguaci di Cristo che vivono rintanati nelle foreste, senza cibo e acqua potabile, senza medicine per la malaria che imperversa nella giungla, senza medici per le donne incinta.

Difficile dire come mai
la situazione sia finita “del tutto fuori controllo” – come ha detto il ministro degli Interni di Delhi. Il suo discorso ha fatto infuriare i governanti locali secondo i quali la polizia sta facendo il suo dovere e i casi di omicidio sono diminuiti se non addirittura finiti. Il capo ministro appartiene a un partito regionale moderato che gode però dell’appoggio determinante del Bjp, il partito di ultraortodossi sconfitto nel 2004 che tenta di riconquistare il potere a livello nazionale. Per questo suo obiettivo appoggia tutti i gruppi integralisti come il VHP del quale faceva parte lo Swami ucciso.

Facile immaginare perché
i fondamentalisti sono ancora i padroni delle colline dei massacri abitate da fantasmi che di giorno si azzardano a raggiungere i villaggi per prendere un po’ di cibo e di notte ritornano a nascondersi tra le foglie della fitta foresta, dove aspettano bambini e madri ansiose inzuppati di pioggia e ricoperti di spine. Di giorno infatti i fondamentalisti non girano troppo in gruppo, ma al tramonto si radunano e inizia la caccia. “Vade Matheram!”, gridano in mille, duemila, chissà quanti con le torce accese, come l’odio nei loro occhi.
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29 agosto 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/esteri/india-suora-bruciata/caccia-cristiani/caccia-cristiani.html?rss

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