Ucraina in fibrillazione dopo la crisi caucasica

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30 agosto 2008

di Piero Sinatti

AP Photo/Sergei Chuzavkov, File

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Il prossimo 2 settembre la Rada Suprema, il parlamento ucraino, riaprendo i propri lavori, affronterà il tema della crisi russo-georgiana e dei suoi riflessi sui rapporti tra Kiev e Mosca.
L’opposizione, costituita attorno al predominante Partito delle Regioni, che rappresenta soprattutto l’elettorato russofono e filorusso delle regioni più industrializzate del sud e dell’est del Paese – metterà in discussione la politica sin qui seguita dal presidente Jushchenko. Con la leadership governativa “arancione” che si regge su soli due voti ed è ormai lacerata dal contrasto tra i due grandi alleati di un tempo: il presidente Viktor Juschenko e la premier Julija Timoshenko. Quest’ultima, già sostenitrice della linea dura contro Mosca, non condivide lo zelo filo-Saakashvili del suo presidente (in calo di consensi negli ultimi sondaggi), che ha ulteriormente inasprito i rapporti tra Kiev e Mosca.
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L’Ucraina e la crisi caucasica

Infatti, Jushchenko è volato a Tbilisi l’11 agosto mentre era ancora in corso il conflitto per portare al collega georgiano il sostegno di Kiev, assieme ai massimi dirigenti baltici e polacchi. Tre giorni dopo ha varato un “ukaz” che limita i movimenti della Flotta Russa del Mar Nero basata nel porto di Sebastopoli, in territorio ucraino, secondo un accordo ventennale tra Russia e Ucraina firmato nel 1997 dagli allora presidenti Eltsin e Kuchma. Quella flotta consta di 25 mila uomini, 338 navi da guerra, 22 jet. La base è affittata a Mosca per 98 milioni di dollari all’anno, che Jushchenko vorrebbe moltiplicare.
Il decreto, emesso dal presidente ucraino per “ragioni di sicurezza nazionale”, una volta entrato in vigore, impone al comando della Flotta russa di comunicare dettagliatamente a ben quattro enti ucraini, tra cui il ministero della Difesa, con un anticipo di 72 ore, i movimenti che le unità militari intendono compiere varcando i confini marittimi ucraini e il loro scopo. Kiev potrà decidere se consentirli o vietarli.
Il decreto è stato sottoscritto soltanto due settimane dopo dalla più prudente Timoshenko, dopo pesanti accuse (“tradimento dello Stato”) e forti pressioni nei suoi confronti da parte degli ambienti presidenziali.
Il presidente Medvedev ha negato qualsiasi validità all’ukaz, affermando tra l’altro che la Flotta russa sul Mar Nero obbedisce solo al suo comandante in capo, cioè al capo di Stato russo.
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Armi e condanna del riconoscimento russo

Inoltre, Kiev ha baldanzosamente confermato la fornitura a Tbilisi di ingenti quantitativi di armi (e specialisti militari) e ha dichiarato che è intenzionata a farlo anche in futuro, partecipando direttamente alla ricostruzione delle FFAA georgiane.
Infine, Jushchenko si è allineato alla condanna occidentale del riconoscimento russo delle repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossetia del sud e ha riproposto con forza l’associazione di Kiev e di Tbilisi al MAP (Membership Plan Action) per l’ammissione nella NATO.

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Gli obiettivi dell’opposizione ucraina

Alla Rada l’opposizione si propone l’obiettivo di modificare la politica internazionale di Kiev, e riportare i rapporti tra Mosca e Kiev sui binari previsti dal “Trattato d’amicizia, buon vicinato e cooperazione” sottoscritto nel 1997 da Kuchma e Eltsin. Esso scade nell’aprile 2009 (a dieci anni dalla sua ratifica parlamentare). Tuttavia, con sei mesi di anticipo (cioè nel prossimo ottobre) ciascun firmatario può dichiarare l’intento di non confermarlo.
Il Partito delle Regioni – che non ha condannato la politica georgiana di Mosca – chiederà sia l’interruzione delle forniture di armi ucraine nei “punti caldi” e segnatamente alla Georgia, sia un referendum popolare che decida sull’adesione o meno del Paese alla NATO. Secondo il suo leader Janukovich, il principio del referendum popolare deve essere accettato per determinare lo status di “tutte le repubbliche non riconosciute”.
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A rischio l’integrità ucraina ?

E qui si tocca un punto cruciale, che riguarda l’ “integrità territoriale” dell’Ucraina, Stato unitario con uno status di autonomia concesso alla penisola di Crimea, dove si trova Sebastopoli. Che è l’unica base di cui dispone Mosca, assieme a quella più a est di Novorossijsk, in un Mar Nero che con l’eventuale entrata dell’Ucraina e della Georgia nella NATO diverrebbe un mare quasi interamente controllato da questa alleanza politico-militare (Turchia, Romania, Bulgaria).
Nel Mar Nero nei giorni scorsi hanno fatto rotta verso la Georgia – per portarvi – si è detto – “aiuti umanitari” – navi da guerra della NATO, di cui alcune dotate di missili che possono colpire fino a 2500 chilometri di distanza ed essere dotati di testate nucleari.
La Crimea ha circa due milioni di abitanti, di cui il 65-70% russi e russofoni e 100 mila già provvisti di passaporto russo. Durante il loro rientro a Sebastopoli, alcune navi russe impegnate davanti alle coste georgiane sono state accolte entusiasticamente da migliaia di persone.

La Crimea ha uno status determinato da complesse vicissitudini: nel 1954 passò dalla Repubblica sovietica russa (RSSFR) all’Ucraina, per volontà dell’allora leader del PCUS Khrusciov, nonostante la prevalenza in essa di russi e russofoni. Quanto a Sebastopoli, un decreto sovietico del 1948 – non abrogato dalla cessione del 1954 – l’aveva posta sotto diretta giurisdizione della RSSFR.
Il “Trattato di amicizia, buon vicinato e cooperazione” del 1997 garantisce l’integrità territoriale e i confini di Russia e Ucraina. Una volta che quel Trattato non sia rinnovato da una delle due parti, quella garanzia può cadere. Crimea e Sebastopoli, magari con referendum, potrebbero rivendicare il loro distacco da Kiev. E generare un processo dalle conseguenze imprevedibili, dal momento che in ben nove regioni ucraine prevale la popolazione russa e russofona. Mosca potrebbe appoggiare rivendicazioni separatiste, in caso di entrata di Kiev nella NATO, del resto mai sopite dopo il crollo dell’URSS.
Mentre la riapertura della Rada si preannuncia all’insegna di un duro scontro politico (e di molteplici divisioni), il sorgere di una questione nazionale ucraina, potrebbe generare ulteriori tensioni. Già lo rilevano articoli apparsi in questi giorni su giornali autorevoli, come ad esempio le “Izvestija”.
In questo caso, il teatro del Mar Nero si potrebbe rivelare un nuovo punto caldo dell’area ex-URSS. Ben più pericoloso e critico, per i Paesi e le alleanze che coinvolge, di quanto già si sia rivelato il Caucaso.

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fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2008/08/ucraina-russia.shtml?uuid=ec18ba6c-767e-11dd-b5fd-788af8f0e2dc&type=Libero

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