Archive | settembre 2008

Partigiani arrabbiati con Spike Lee “il revisionista” / Il Pm di Stazzema: fu una strage pianificata dai nazisti

di Pasquale Colizzi

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spike lee, miracolo a sant'anna
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È probabile che stavolta la polemica tutta italiana esplosa intorno a Miracolo a Sant’Anna di Spike Lee non sia frutto di un’operazione mediatica. Però invita a non essere approssimativi con la memoria storica. La coproduzione italo-americana del regista di Fa la cosa giusta e Summer of Sam parla di un gruppo di soldati neri che combattevano in Italia nel ’44, incrocia la strage di Sant’Anna di Stazzema e la ricollega al tradimento di un partigiano.

Un fatto che ha turbato non poco l’Associazione nazionale dei partigiani, che parla di «menzogne storiche» e mercoledì 31 a Viareggio farà volantinaggio per dire la sua mentre nessun loro rappresentante è stato invitato alla proiezione di martedì alla Regione Toscana.

L’Anpi critica anche le parole di Spike Lee alla presentazione della pellicola. A precisa domanda ha risposto, legittimamente: «Come regista, non chiedo scusa a nessuno». Poi però ha pure spiegato che «i partigiani non erano amati da tutti, anche perché dopo aver fatto le loro azioni contro i nazisti, scappavano e lasciavano che i tedeschi compissero le loro rappresaglie contro i civili. Questa è Storia e non è certo una mia invenzione».

Il libro e i fatti Il regista ha lasciato che a sceneggiare fosse James McBride, l’autore del romanzo omonimo (pur sempre storico) da cui è tratto il film, scritto soprattutto per rendere onore ai “Buffalo Soldier”, i combattenti neri della 92ma divisione dell’esercito Usa, finiti tra Toscana e Liguria nel ’44, in mezzo al fuoco di fila tra nazisti e partigiani.

Ambientando l’azione nella Val del Serchio, McBride l’ha legata alla mattanza drammatica citata nel titolo, quella del 12 agosto: a Sant’Anna di Stazzema almeno 560 civili vennero ammazzati, impalati, accatastati e bruciati coi banchi della chiesa dai nazisti in un’azione di terrorismo che rasenta il subumano.

La strage. Ferita lacerante, cinquant’anni d’attesa, un armadio pieno di segreti, un’inchiesta del pm Intelisano, un processo militare e nel 2005 la condanna all’ergastolo di 10 ufficiali tedeschi ultraottantenni (e tutti contumaci). Altre ombre non furono mai diradate: anche nel sito ufficiale del comune toscano si leggono testimonianze di sopravvissuti che parlano di «qualche italiano al seguito dei nazisti». Ma si parla di delatori e simpatizzanti repubblichini che nulla avevano a che fare con la Resistenza.

Il film Nel film invece Lee e McBride immaginano un partigiano (il bravissimo Sergio Albelli) che tradisce i suoi (a capo della banda Piefrancesco Favino) e si rende complice della strage. Alla presentazione romana lo sceneggiatore si è scusato: «Non volevamo offendere la memoria dei partigiani».

Ma sapevano i due che hanno girato con fondi di Cicutto e Musini e della Toscana Film Commission, in che palude culturale andavano a mettere i piedi? In ordine: Berlusconi al governo, fascisti scatenati, revisionismo aggressivo, memoria della Liberazione denigrata (e travisata) e “Il sangue dei vinti” di Pansa tra poco nei cinema.

Forse toccava all’altro sceneggiatore, Francesco Bruni (ha lavorato per Virzì e Calopresti), metterli sull’avviso, spiegando che non si può far risalire un fatto vero (e così drammatico) a un’azione puramente immaginata. Tanto più se collegato alla delicata memoria della guerra di Liberazione.

La pellicola in realtà si concentra sui quattro soldati neri dispersi nella Val di Serchio che s’accampano in un paesino, occupando la casa di un fascista (Omero Antonutti) con bella figliola (Valentina Cervi) che parla pure inglese. Uno di loro, un gigante sempliciotto, si porta dietro un bimbo (Matteo Sciabordi) scampato alla strage di Sant’Anna che lo chiama “gigante di cioccolato” e parla con l’amico immaginario.

Miracolo chiude in maniera circolare, svelando il motivo di un anomalo omicidio nella New York di oggi. Luigi Lo Cascio (il bambino da adulto) appare seduto ad un bar a Firenze e su una spiaggia alle Bahamas: non per colpa sua, gli istanti più grotteschi del racconto.

Nonostante aleggi la sensazione – come ha detto Alberto Crespi su questo giornale – che sia stata un’occasione sprecata, Spike Lee è bravo nelle sue prime scene di guerra, toccante nella supplica collettiva di italiani, tedeschi e americani in contesti diversi. Molto “politico” con la scena di ordinario razzismo in Louisiana e gli annunci civetta tedeschi per incoraggiare la diserzione dei neri dell’esercito Usa: era propaganda nazista ma coglieva spesso nel segno.

Peccato che i 144 minuti non reggano tutti allo stesso modo e la vicenda un po’ s’accartoccia (servivano le forbici). Ma da qui a dire, come fa Variety, che è persa “battaglia e guerra”, ce ne passa.
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pcolizzi@gmail.com

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Pubblicato il: 30.09.08
Modificato il: 30.09.08 alle ore 19.45

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79499

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http://memoriastorica.files.wordpress.com/2008/03/stazzema.jpg

Il Pm di Stazzema:
fu una strage pianificata dai nazisti

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«La strage di Sant’Anna di Stazzema fu pianificata a tavolino dai nazisti in fuga nell’agosto del 1944, come quella di Marzabotto, e non fu frutto di decisioni prese a caldo». Non ha dubbi l’ex procuratore militare della Spezia Marco De Paolis, che nel 2005 ottenne la condanna all’ergastolo per dodici ex ufficiali e sottufficiali delle SS. Rintracciato in auto, mentre da Verona (sua nuova sede dopo la soppressione del tribunale militare spezzino) si reca a Firenze per assistere alla prima del film di Spike Lee, il magistrato commenta: «Un film è solo un film. Non ha pretese documentaristiche, è un’opera d’arte ed è personale». «In generale – prosegue il procuratore militare – sono dispiaciuto per le polemiche di questi giorni, suscitate dall’arrivo del film di Spike Lee sulla strage di Sant’Anna di Stazzema. Trovo che di polemiche non dovrebbero più essercene, dopo che il processo celebrato alla Spezia ha chiarito nei minimi dettagli la verità storica dei 560 civili, assassinati dai nazisti in fuga verso la Germania».

De Paolis, che ottenne dal tribunale dodici condanne all’ergastolo per altrettanti nazisti, tutti contumaci, si limita a sottolineare che «dal processo è emerso che la strage di Sant’Anna fu pianificata a tavolino e non fu frutto di decisioni prese a caldo». «Questo – precisa – è assolutamente fuori di dubbio. Sotto il profilo giuridico abbiamo ormai la certezza, e possiamo affermarlo in tutta coscienza». Il procuratore militare prosegue: «Le responsabilità dei partigiani non sono state oggetto del procedimento: non abbiamo toccato questo aspetto in aula. I partigiani nel processo non ci sono entrati, non sono stati un elemento funzionale all’accertamento delle responsabilità materiali e morali dell’azione criminosa di guerra attuata contro civili inermi. Un’azione, lo ripeto, che fu pianificata a tavolino, e non improvvisata».

Il Pm, dopo anni di indagini, era riuscito a ritrovare e far testimoniare i pochissimi superstiti della mattanza: racconti angosciosi, di bambini e donne straziati, senza alcuna pietà, perfino sul piazzale della chiesa. De Paolis dunque ritiene che si debbano separare i fatti storici dal film: «Forse questa polemica è gonfiata, rispetto a quanto dovrebbe – afferma – io il film non l’ho ancora visto, e non ero presente alla conferenza stampa del regista Spike Lee. Non ritengo comunque che alcun film possa ribaltare una realtà storica e nemmeno che lo voglia. Dobbiamo riconoscere all’arte la licenza di azione, e non lasciarsi trascinare da interpretazioni di tipo diverso. La realtà giuridica è e resta una, il film è e resterà un’altra cosa». Il magistrato è partito comunque da Verona nel pomeriggio per andare a Firenze, al cinema Odeon, alla prima del film: «Lo guarderò con questo spirito – anticipa – vado in una sala cinematografica, sapendo che non è un’aula di giustizia». De Paolis, per il suo lavoro da Pm, ha ricevuto dal Comune di Sant’Anna di Stazzema la cittadinanza onoraria, a conferma della stima della gente.

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fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/italia_e_mondo/2008/09/30/1101786300872-pm-stazzema-fu-strage-pianificata-nazisti.shtml

PARMA – La storia del “negro” Emmanuel: E’ di nuovo scandalo

Uno studente ghanese ha presentato denuncia: scambiato per un pusher, sarebbe stato picchiato e offeso dai vigili urbani

La Procura apre un’inchiesta, il comandante difende i suoi: “Si è ferito da solo, una caduta fortuita”. Avevano il sospetto che facesse da “palo”

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dalla REDAZIONE di REPUBBLICA

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La storia del "negro" Emmanuel a Parma è di nuovo scandaloEmmanuel Bonsu

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PARMA – Il volto tumefatto dello studente ghanese e la sua denuncia (“sono stato insultato e picchiato dai vigili”) incendiano il dibattito politico nella città della sicurezza. Un ritorno di fiamma che investe le istituzioni di Parma a poche settimane dalla foto di una prostituta accasciata a terra sul pavimento di una cella della polizia municipale.

La procura ha aperto un’inchiesta affidata al sostituto procuratore Roberta Licci. Chiede ai carabinieri che hanno raccolto la denuncia del giovane di non diffondere informazioni. Hanno disposto una visita medica per il ragazzo. Nel frattempo, anche il Comune cerca di far luce sull’episodio. L’assessore alla sicurezza Costantino Monteverdi ha convocato una riunione con i dirigenti della polizia municipale. Del caso si sta interessando anche l’Ufficio antidiscriminazioni del ministero delle Pari opportunità. La Cgil parla di “episodio sconcertante e di una gravità inaudita”. Il caso diventa nazionale con interrogazioni e prese di posizione dell’intera opposizione, dalla Sereni a Ferrero.


In serata il sindaco di Parma,
Pietro Vignali, è stato ricevuto a Palazzo Chigi dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta. “Non conosco i fatti da vicino perchè sono stato tutto il giorno a Roma. Ho parlato con il mio assessore: il rapporto dei vigili afferma che nella busta c’era scritto solo ‘Emmanuel’ non ‘Emmanuel negro’. La parola ‘negro’ potrebbe essere stata aggiunta successivamente, magari da lui stesso. Questo è quanto riportato dal rapporto dei vigili urbani”.

IL VIDEO-TESTIMONIANZA IMMAGINI

La denuncia. Emmanuel Bonsu si è presentato ai carabinieri insieme alla sua famiglia, con in mano una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale e un verbale del pronto soccorso. Spaventato più che arrabbiato, ha mostrato una busta del Comune di Parma con la scritta “Emmanuel negro” (LA FOTO). Dice che gliel’hanno data i vigili quando, dopo cinque ore passate nella cella del comando, lo hanno rilasciato. Il comandante della polizia municipale Emma Monguidi ipotizza che sia stato lui stesso a fare quella scritta e spiega che l’occhio nero è il frutto di una caduta a terra, rovinosa e fortuita: voleva sottrarsi ai controlli.

LEGGI LA CRONACA DEL NOSTRO SITO DI PARMA

Cercavano uno spacciatore, ma in manette c’è finito uno studente che, ironia della sorte, sta per iniziare a lavorare come volontario in una comunità di recupero per tossicodipendenti.

La versione dei vigili. In serata anche la Polizia municipale ha fornito la propria versione sui fatti.
“Un agente si è avvicinato al giovane mostrando il tesserino di riconoscimento. Il ragazzo è fuggito divincolandosi due volte dagli agenti. Ne è nata una colluttazione, con due agenti feriti, uno dei quali ha riportato una distorsione al ginocchio e un altro al polso. I due sono stati portati al Pronto soccorso e, secondo referto, ne avranno il primo per venti giorni e, il secondo, per tre. Il giovane è stato fermato per resistenza a pubblico ufficiale”.

Gli agenti hanno sospettato che il giovane facesse ‘da palo’, perché era nel parco dalle 17,30 (l’arresto è avvenuto un’ora più tardi). “Continuava a telefonare e fare gesti in direzione del pusher poi arrestato, e infine di fronte al tesserino si è dato alla fuga, opponendosi poi in maniera violenta all’identificazione”.
“Inoltre al Comando ha fornito generalità imprecise – è scritto nella nota – E non è vero nemmeno che sia stato malmenato con manganelli quando questo strumento non è in dotazione alla municipale.

“Circa la busta con all’interno i documenti del giovane ghanese, la Polizia municipale sostiene che al momento della consegna era bianca e non riportava alcuna scritta”.

Secondo il sindaco, invece c’era scritto solo il nome del ghanese, che comunque si è detto pronto alla perizia calligrafica.

Sette ordinanze. In attesa dell’esito degli accertamenti, è la politica a occupare la scena. Da giorni s’interroga sulle sette ordinanze anti-degrado firmate dal sindaco Vignali sulla scia del decreto Maroni. Ordinanze che colpiscono prostitute, clienti, accattoni, gente che schiamazza e che butta i mozziconi di sigaretta per terra. La scorsa settimana è stato annunciato l’arrivo di un elicottero, unità cinofile, diciotto nuovi agenti e manganelli per i vigili urbani. Ma ci si interroga sull’opportunità di affidare a questi ultimi compiti di polizia, per i quali non sono adeguatamente preparati.

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30 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/cronaca/prostituta-reazioni/nuovo-caso-vigili/nuovo-caso-vigili.html?rss

Il maestro unico? Sarà pagato con i fondi delle scuole

di Massimo Franchi

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scuola, istruzione, gelmini
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Ennesimo colpo di mano del governo sul maestro unico. Non è bastato il decreto, né la minaccia della fiducia pur di esautorare il Parlamento e le relative proteste. C’è altro e ancora più grave: le due ore in più che i maestri delle scuole primarie (dalle 22 attuali alle 24) saranno costretti a pagarle attingendo agli stessi fondi di istituto.
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Alla faccia dell’autonomia scolastica, ogni singola scuola dovrà accollarsi anche finanziariamente la scelta del governo di ridurre a uno i maestri per classe. saranno costretti per di più a tagliare altre attività che al momento facevano parte dell’offerta formativa di ogni scuola, come corsi di recupero, attività extracurricolari, eccetera.
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Il tutto è contenuto in un emendamento presentato dal relatore della conversione del decreto legge Gelmini. Di chi si tratta? Ma di Valentina Aprea, ex vice della Moratti ai tempi dello smantellamento della scuola pubblica nel precedente governo Berlusconi.
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La furbata della Aprea è dovuta alla richiesta di copertura finanziaria della commissione Bilancio. Nonostante gli 7 miliardi di tagli che il maestro unico produrrà, l’aumento delle ore lavorative da 22 a 24 non aveva copertura. Tremonti non voleva problemi e allora si è arrivati alla brillante conclusione: i costi aggiuntivi (ancora non stimati) saranno a carico dei “fondi di istituto” come prevede l’emendamento 2-ter della Aprea.
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I tagli della Gelmini e di Tremonti previsti nella manovra infatti non si possono toccare. Il governo pensa di ottenere dei risparmi ma solo dal 2010, mentre il maestro unico entrerà in vigore dal 1 settembre 2009.
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La questione riguarda anche il contratto di lavoro dei maestri, visto che le due ore in più sarebbero a tutti gli effetti “straordinario”. Un costo ancora più alto per il governo che infatti corre ai ripari e prevede di definire «con apposita sequenza contrattuale il trattamento economico rispetto all’orario d’obbligo di insegnamento stabilito dalle vigenti disposizioni contrattuali», come previsto nell’emendamento 2-bis. Ciò significa che andrà riscritto il contratto di lavoro e andrà fatto tramite trattativa con i sindacati e l’Aran, l’agenzia che si occupa dei contratti degli statali.
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Immediata la denuncia del Pd. «Siamo alla farsa – spiega Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura – è un modo del tutto inconsueto di finanziare un provvedimento governativo, e non si capisce per quale ragione debbano essere le scuole, che sono con l’acqua alla gola, a pagare le scelte populiste di questo governo. Alla faccia dell’autonomia scolastica!». «Ancora una volta – conclude – abbiamo la dimostrazione che mentre il governo continua a dichiararsi a parole federalista le sue scelte politiche sono sempre più centralistiche e penalizzanti per l’offerta formativa».
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Tra tante note scure, c’è almeno una positiva: le modifiche previste anche un recupero di fondi per l’edilizia scolastica e l’inserimento in graduatoria dei precari delle siss «a pettine e non più in fondo alla lista come avevamo proposto noi con un nostro emendamento», chiude Coscia.
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Il decreto Gelmini verrà votato dalla aula di Montecitorio la prossima settimana, a partire da lunedì. Lo ha stabilito la riunione dei capigruppo. Venerdì invece ci sarà la discussione sugli emendamenti.
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Il governo per ora non ha posto la fiducia sul provvedimento; l’auspicio di Elio Vito, ministro dei rapporti per il Parlamento, è che non sia necessario un voto di fiducia. Ma il sottosegretario Giuseppe Pizza (quello dello scudo crociato della Democrazia Cristiana) dice: «Non posso escludere che si ricorra alla fiducia sul dl Gelmini, ma l’ultima parola spetta al Cdm. Il ministro dell’istruzione, comunque, non ha ancora deciso in proposito».

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Pubblicato il: 30.09.08
Modificato il: 30.09.08 alle ore 18.00

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79495

LO STRAORDINARIO TRIONFO DI RAFAEL CORREA IN ECUADOR

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di Gennaro Carotenuto

30 settembre 2008

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Un altro presidente integrazionista, Rafael Correa in Ecuador, trionfa in America Latina ottenendo in maniera schiacciante, col 64% dei voti, l’approvazione di una delle Costituzioni partecipative più avanzate al mondo e che sanziona che nessuna base militare straniera potrà restare sul suolo ecuadoriano. Diranno che è populista e amico di Hugo Chávez, diranno che ha liquidato l’opposizione (liquidatasi da sola) e lo calunnieranno in mille modi, ma questo giovane democristiano con dottorato a Lovanio in Belgio sta cambiando la storia di uno dei paesi più depredati del mondo.

Il giorno dopo la schiacciante approvazione della nuova Costituzione la sensazione a Quito è che tutti i sogni siano diventati possibili. Perfino superare la triste perversione del neoliberismo, perfino smettere di pagare quello che il Presidente chiama “l’illegittimo debito estero”, perfino risolvere l’inestricabile groviglio della dollarizzazione del paese, che ha arricchito vergognosamente pochi e portato alla fame e costretto all’emigrazione mezzo paese.

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I movimenti indigeni, sociali e popolari del paese, da sempre fortissimi, avevano più volte sbagliato al momento di scegliere il presidente, uno dei problemi più gravi del presidenzialismo. Con Lucio Gutiérrez, dopo averlo votato si erano addirittura ritrovati il nemico in casa, uno dei peggiori capi di Stato della Storia, che prendeva ordini dall’Ambasciata degli Stati Uniti come i più manovrati dittatori di questo paese e questo continente. Ma con Rafael Correa gli ecuadoriani non hanno sbagliato e il presidente esce dal voto per la Costituzione fortissimo. In un paese dalla cronica instabilità politica, per la prima volta in almeno 40 anni il presidente incarna un progetto politico di lunga durata, quello della costruzione di un nuovo paese partecipativo e che si appoggia sul consenso dei due terzi della popolazione.

Ed è fortissima quella che Correa ha battezzato la “rivoluzione della cittadinanza”, la scommessa di trasformare tutti gli ecuadoriani, e non solo le élite creole di sempre, in cittadini pieni in grado di partecipare alla vita democratica del paese.

E sono proprio le élite creole l’ultimo ridotto del vecchio fondamentalismo neoliberale. La Confindustria, arroccata a Guayaquil, si lamenta della caduta degli investimenti stranieri che loro stessi manovrano per destabilizzare, temono che si smantelli la dollarizzazione, con la quale loro si sono arricchiti sulla perdita di sovranità del paese e la maggioranza del paese si è impoverita e sono ovviamente scandalizzati dalla crescita di spesa pubblica. Quella che per Correa e la maggioranza del paese serve a costruire quello che più che uno “stato sociale” è un embrione di “stato di diritto”.

fonte www.gennarocarotenuto.it

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fonte: http://www.giannimina-latinoamerica.it/visualizzaNotizia.php?idnotizia=174

Partito Democratico: ecco “PeR” l’associazione di Rutelli e dei Teodem

Francesco Rutelli, 220, foto corrispondente, 14/7/2007

L’articolato arcipelago del Pd si arricchisce di una nuova isola, fuor di metafora di una nuova associazione: PeR, acronimo che sta per “Persone e Reti”. Alla nuova associazione, promossa dagli esponenti cattolici del Pd di area rutelliana, hanno aderito quasi tutti gli ex Teodem come Luigi Bobba, Paola Binetti, Marco Calgaro, Cristina De Luca, Renzo Lusetti, Luigi Lusi, Marco Olivetti, Donato Mosella, Andrea Sarubbi. Unica defezione quella di Enzo Carra. Obiettivo dell’associazione, come chiarito nel documento di presentazione è «rinnovare la cultura politica democratica e ricostruire una presenza popolare ancorata ai valori fondanti della Repubblica e ispirata al Magistero sociale della Chiesa».

L’associazione rutelliana vedrà il battesimo martedì nel corso di un convegno che si snoderà nel corso di tutta la giornata. Toccherà a Luigi Bobba, in mattinata, presentare il Manifesto dell’associazione per una «moderna laicità». Prevista la partecipazione dei rappresentanti di numerose associazioni cattoliche. La parte clou sarà sicuramente quella finale in cui è prevista una tavola rotonda dal titolo «Religione e democrazia: la laicità del futuro» a cui prenderanno parte il leader del Pd Walter Veltroni, Pierferdinando Casini dell’Udc e Maurizio Lupi del Pdl. A concludere l’evento sarà Francesco Rutelli, punto di riferimento della nuova associazione.

Il tema privilegiato su cui i cattolici di PeR discuteranno è quello della laicità. I rutelliani, come chiarisce Marco Olivetti, uno dei promotori del Manifesto di PeR, sono convinti che vada superata la «laicità ostile alla religione» della tradizione francese giudicata «un’impostazione non condivisibile e che mortifica i cattolici». Olivetti chiarisce invece che la laicità moderna è «conseguenza della libertà di coscienza e di religione, ed è uno metodo di confronto, che impone ai credenti di argomentare razionalmente le proprie posizioni».

Ovviamente al centro dell’azione di PeR non mancheranno i temi eticamente sensibili. Questi temi «saranno il banco di prova su cui misurare la capacità del Pd di realizzare una moderna laicità» si afferma nella nota di presentazione. E sui temi eticamente sensibili gli esponenti di PeR non escludono alleanze trasversali: «una legge sulla vita e la morte richiede maggioranze qualificate, non può essere approvata, magari per un voto, da un solo schieramento» spiega Paola Binetti.

Alleanze trasversali sui temi di bioetica ma fedeltà al Pd ed al centrosinistra. «Se guardate le nostre proposte sull’economia si vede che siamo di sinistra, e in quelle sull’immigrazione c’è la cifra del Pd» dice Andrea Sarubbi.

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Pubblicato il: 29.09.08
Modificato il: 30.09.08 alle ore 9.09

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79470

CRISI USA – Lo strappo dei peones repubblicani: “E’ bolscevismo, viva la libertà”

George W. Bush
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NEW YORK – Sono stati tutta la mattina attaccati al telefono, a pregare i deputati di non tradire la “loro” Casa Bianca. George Bush, Dick Cheney, il ministro del Tesoro Paulson e il capo di gabinetto Josh Bolton si erano divisi le chiamate in una disperata lotta contro il tempo: 25 a testa per convincere i ribelli ad approvare il piano di salvataggio da 700miliardi di dollari.

Servivano 100 voti repubblicani, ne sono arrivati soltanto 65. Wall Street che già perdeva, quasi avesse presagito il disastro, è crollata senza scampo e ora nessuno può immaginare cosa succederà.

A 35 giorni dalle elezioni la rabbia del popolo conservatore ha pesato molto più delle preghiere di un presidente a fine corsa. Le aveva provate tutte Bush, anche l’appello televisivo – deciso all’ultimo momento domenica sera – all’alba di lunedì. I giornalisti avevano ricevuto un’inattesa e irrituale convocazione urgente che diceva di presentarsi alla Casa Bianca alle sei e mezza del mattino. “Ogni membro del Congresso ed ogni americano – aveva sottolineato – devono aver ben chiaro che un voto per questa legge è un voto per prevenire un danno economico a voi e alla vostra comunità. Il piano Paulson è una legge coraggiosa di cui è necessaria rapida approvazione”.

Tutto inutile. E’ bastato ascoltare gli interventi dei repubblicani conservatori nel dibattito alla Camera per rendersi conto che la ribellione non era stata per nulla domata: “Nella rivoluzione bolscevica lo slogan era: pace, terra e pane. Oggi la scelta è tra pane e libertà. La gente della strada – ha scandito il deputato del Michigan Thaddeus McCotter – ci ha detto che preferisce la libertà e io sono con loro”. Inutile anche che i capigruppo si affannassero a spiegare che c’erano stati dei miglioramenti.

“Il piano è una grossa merda di vacca con un dolcetto in mezzo”, ha replicato dal suo banco Paul Broun, un rappresentante della Georgia. Adesso nessuno ha più chiaro cosa fare: Bush ha mandato avanti uno dei suoi portavoce il giovane Tony Fratto per dire che “era molto contrariato”; la presidente della Camera Nancy Pelosi ha ammesso che “il piano è fallito” e che ora ricominceranno le trattative; Barack Obama, che era a Denver, ha cercato di mostrarsi tranquillo: “Il piano non è morto: ho fiducia nel fatto che ci arriveremo ma sarà un percorso accidentato. E’ importante che in questo momento gli americani e i mercati finanziari mantengano la calma”.

Si pensa di riprovare, ma oggi è impossibile: dal tramonto di ieri è cominciata la festa di Rosh Hashanah, il capodanno ebraico, e il Congresso sarà chiuso. Impossibile anche immaginare da dove ripartire: dopo una settimana di trattative il piano era già “lievitato” da 3 a 106 pagine, si era riempito di clausole volute dai due partiti, ma non era mai abbastanza. Hanno votato contro 95 democratici e 133 repubblicani, per i primi il piano era troppo sbilanciato verso Wall Street e troppo penalizzante per i cittadini comuni. Per i secondi invece era indigeribile una legge che si presentava come il più consistente intervento pubblico nell’economia degli Stati Uniti dai tempi della Grande Depressione, non si poteva approvare un piano in odore di “socialismo”.

Per la base repubblicana George Bush è ormai irriconoscibile, la sua predicazione “conservatrice” e “liberista” appare gettata alle ortiche e anche John McCain, dopo il blitz a Washington della scorsa settimana ieri ha preferito defilarsi e tornare in campagna elettorale. Un suo portavoce aveva detto che sarebbe stato a Washington mercoledì e che “sperava di riuscire ad arrivare al Senato per votare, ma che tutto dipendeva dagli orari”. Il candidato repubblicano era convinto che alla fine la legge sarebbe passata ma se ne voleva tenere lontano e per non farsi infettare dall’impopolarità del presidente è corso a fare un comizio insieme a Sarah Palin a Columbus in Ohio e oggi sarà in Iowa a parlare di piccole imprese. Nel discorso dai toni populisti che si era preparato prometteva di “ripulire Wall Street dalla corruzione e di riformare Washington”, ma dopo la bocciatura è rimasto in silenzio e nessuno dei suoi ha fatto commenti.

Anche tra chi aveva deciso di dare il via libera alla legge i malumori e le incognite erano numerosissimi: nessuno sapeva davvero quanto sarebbe costato alla fine il piano, le cifre fornite al Congresso erano stime indicative ma era chiaro a tutti che il prossimo presidente si sarebbe trovato con le mani legate, un deficit stellare e poche possibilità di una politica di spesa.

Anche per questo McCain e Obama erano freddi e distanti. Ma ora chiunque vinca rischia di trovarsi di fronte ad un cumulo di macerie.

Come in ogni dramma che si rispetti alla fine della giornata è cominciato lo scaricabarile: i leader repubblicani della Camera hanno accusato Nancy Pelosi per il voto negativo: “Gli americani sono arrabbiati e anche noi – ha detto il capogruppo dei deputati John Boehrer – perché ha fatto un discorso di parte e ha avvelenato i repubblicani: per colpa sua abbiamo perso almeno una dozzina di voti”. La leader dei democratici aveva detto di aver vinto “concessioni importanti” dal governo ma poi aveva aggiunto: “Quando è stata l’ultima volta che qualcuno ti ha chiesto di dargli 700 miliardi di dollari? E’ una cifra pazzesca che ci dice qual è il costo della politica fallimentare dell’Amministrazione Bush costruita su bilanci spericolati, su una mentalità in cui tutto è permesso e su un sistema senza regole e controlli. Il nostro messaggio a Wall Street – aveva concluso – è che la festa è finita”.

Boehrer, che è lo storico rappresentante dell’Ohio, ora cerca di liberarsi dall’accusa di essere lui il grande sabotatore, ma è difficile dimenticare come proprio la scorsa settimana si fosse messo alla guida dei ribelli: aveva osando opporsi al suo presidente e bocciare il piano andando a dirglielo direttamente alla Casa Bianca. E ieri prima di votare a favore (non poteva fare altro) aveva detto: “E’ il voto più difficile: nessuno vuole farlo, nessuno vuole starci vicino e anch’io non voglio che il mio nome sia associato a questo piano”.

Mentre il Dow Jones crollava di oltre 700 punti, battendo il record negativo stabilito dopo l’11 settembre, i centralini della Camera sono stati intasati dalle telefonate. I contatti e le mail hanno mandato in tilt il sito internet del Congresso, dove i cittadini possono scrivere direttamente ai loro rappresentanti. A guardare i sondaggi si potrebbe immaginare che la maggioranza volessero complimentarsi per la bocciatura del piano, ma da questa mattina forse tutta l’America si renderà conto che il fallimento di Wall Street trascinerà tutto il Paese al fondo dell’abisso.

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30/09/2008

fonte: http://finanza.repubblica.it/scripts/cligipsw.dll?app=KWF&tpl=kwfinanza\dettaglio_news.tpl&del=20080930&fonte=RPB&codnews=193470

Contratti, Epifani: trattativa con Confindustria esaurita

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Mercoledì si incontreranno per discutere della riforma dei contratti. Ma la Cgil, alla vigilia del vertice con Confindustria, Cisl e Uil, fa già sapere che trattare non ha più senso. «La trattativa con Confindustria – ha spiegato Epifani – ha esaurito il suo significato. Dobbiamo rilanciare la nostra piattaforma unitaria e chiedere formalmente l’allargamento del tavolo di confronto alle altre rappresentanze datoriali».

La riforma proposta da Confindustria si basa soprattutto sul rafforzamento della contrattazione aziendale a discapito di quella nazionale, e per la presidente Emma Marcegaglia «è l’unico modo, oggi, per poter aumentare anche gli stipendi». Tre settimane fa, in un’intervista, la Marcegaglia aveva duramente attaccato il sindacato guidato da Guglielmo Epifani. «La Cgil è liberissima di dire no – aveva detto a proposito della riforma dei contratti – Poi però dovrà spiegarlo ai propri iscritti nelle fabbriche». Il sindacato le aveva immediatamente risposto, spiegandole che di certo «i toni usati mettono in difficoltà la trattativa».

Ora al direttivo della Cgil, Epifani, ha spiegato perché la proposta della Marcegaglia non convince: «Arriveremmo al rischio di avere 4 o 5 diversi modelli contrattuali a seconda dei settori, cosa che determinerebbe un dumping sociale molto grave con la corsa alla tipologia contrattuale più conveniente, in una fase di riorganizzazioni aziendali e settoriali profonde». Epifani ha ribadito le critiche al documento presentato da Confindustria definito «non coerente» alla piattaforma sindacale unitaria e quindi «inadeguato» perchè, fra l’altro, non allarga nè innova la contrattazione di secondo livello, ma sovraccarica di regole e norme il contratto nazionale, per di più tagliando il salario: «In ogni caso – aggiunge – le trattative si fanno sulla base delle piattaforme presentate e non delle risposte della controparte ad esse», ha osservato il segretario generale della Cgil. «non è accettabile, inoltre – ha concluso Epifani- il principio di scaricare sul lavoro gli effetti dell’inflazione importata, cosa che, tra l’altro, toglierebbe a imprese e governo la responsabilità di praticare politiche antinflazionistiche». La Marcegaglia gli ha già risposto, dicendosi «disponibile a trattare sul nostro documento» ma precisando che «ci sono dei punti per noi irrinunciabili» e che «non sarebbe accettabile rinunciare a un ammodernamento delle relazioni industriali in un momento così drammatico dell’economia e della finanza».

Infine, un messaggio ai colleghi di Cisl e Uil, dopo la rottura dell’unità sindacale nella trattativa per Alitalia. «Lavoriamo per l’unità – ha detto Epifani – se si muove da sola la Cgil lo fa perché, tentate tutte le strade possibili, considera necessario che ci sia chi si batta per le riforme, a favore dei precari, dei pensionati, delle categorie più deboli».

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Pubblicato il: 30.09.08
Modificato il: 30.09.08 alle ore 16.04

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79494