Archivio | settembre 2, 2008

Informazione libera? No, clandestina…

Ricevo via mail (con sgomento) e raccolgo l’invito alla divulgazione. Non solo perché il tentativo di tappare la bocca a qualsiasi forma di dissenso (o di informazione, senza aggettivi. Quello che dovrebbe essere l’informazione, almeno…) non è evidentemente più solo un tentativo, non solo perché sono contraria alla censura… ma perché questa sentenza potrebbe tra breve riguardarci tutti. E non voglio che, come diceva Brecht, “quando vennero a prendere me, non c’era più nessuno che potesse protestare”…

Giacomo Fabbri

Immagine di  http://giacomofabbri.blogspot.com

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Comunicato stampa

Libertà sul web e caso Ruta. Sentenza shock

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Le motivazioni della condanna non appartengono ai contesti di una vera democrazia. Secondo il giudice, il blog Accadeinsicilia era addirittura un giornale quotidiano. Per l’informazione in rete potrebbe essere l’inizio del countdown.
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Il testo della sentenza emessa dal giudice Patricia Di Marco, che per la prima volta in Italia e in Europa ha condannato per stampa clandestina il curatore di un blog, non solo legittima la preoccupazione e la protesta che si sono levati dalle rete e dal paese negli ultimi mesi, ma offre ulteriori motivi di allarme. Come attestano le carte processuali e le note informative della polizia postale di Catania, la periodicità regolare di “Accadeinsicilia” non è stata assolutamente provata. Non poteva esserlo del resto, trattandosi di un normale blog. Il giudice conclude nondimeno che il sito citato non era soltanto un periodico: era addirittura un giornale quotidiano, condotto in clandestinità. Un assurdo, evidentemente: ma per far quadrare il circolo di una condanna necessaria, a dispetto della discontinuità di pubblicazione che emergeva dai dati, non ci poteva essere altra soluzione.

Tale fatto giudiziario viene da un contesto difficile. Come testimoniano numerosi eventi, alcuni poteri forti della Sicilia, sottoposti a critica, stanno facendo il possibile per far tacere Carlo Ruta, reo solo di credere nel proprio lavoro di ricerca e documentazione. Basti dire che solo negli ultimi mesi sono state inflitte allo storico ben quattro condanne, a pene pecuniarie e risarcimenti ingentissimi, per complessivi 97 mila euro, presso tre tribunali della regione. La gravità della condanna di Modica, pur rappresentativa del “senso della giustizia” che vige in taluni ambiti della frontiera siciliana, va comunque ben oltre gli scenari di riferimento, recando un naturale riscontro nell’attuale situazione politica, che sempre più pone in discussione le libertà sancite dall’articolo 21 della Costituzione.

Lontana dai motivi di una vera democrazia, ma prossima alle logiche che vigono a Teheran e a Pechino, la sentenza siciliana apre di fatto un varco pericolosissimo, offrendo ai potentati italiani, sempre più timorosi della libertà sul web, un precedente per poter colpire i blogger scomodi, i siti che fanno informazione libera, documentazione, inchiesta. E´ quindi importante che la risposta a tale atto, già imponente in rete e significativa in altri ambiti, si estenda ulteriormente.

Giovanna Corradini (redattrice)
Nikos Klitsikas (storico – Grecia)
Paolo Fior (giornalista)
Nello Lo Monaco (geologo)
Vincenzo Gerace (cancelliere)
Roberto S. Rossi (giornalista)
Carlo Gubitosa (giornalista scrittore)
Carla Cau (associazionismo ragusano)
Serena Minicuci (giornalista)
Vincenzo Rossi (giornalista)
Teodoro Criscione (studente)
Antonella Serafini (giornalista)

Per contatti e informazioni: accadeinsicilia@tiscali.it – cell. 347-
4862409 – http://www.giornalismi.info/vocilibere
Per testimonianze: carlo.ruta@tin.it

Si prega di pubblicare e diffondere il presente comunicato. Viene altresì suggerita la pubblicazione e la diffusione della sentenza, trasmessa in allegato, ritenendo sia importante farne conoscere appieno
i contenuti, ai fini della discussione e delle risposte possibili. Si ringrazia vivamente.

Per saperne di più su Carlo Ruta:

http://www.leinchieste.com/accade_in_sicilia.html

Ne hanno parlato già (lista incompleta):

http://owblog.wordpress.com/2008/06/15/accadde-in-sicilia/

http://www.minotti.net/2008/08/31/carlo-ruta-i-motivi-della-sentenza/

http://www.giornalismi.info/vocilibere/articoli/art_1092.html

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/7832/48/

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TRIBUNALE DI MODICA

SENTENZA

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice penale monocratico dr.ssa Patricia Di Marco, alla pubblica udienza dell’08.05.2008 ha pronunziato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente:

SENTENZA

nei confronti di:

Ruta Carlo, nato a Ragusa il 26.08.1953, residente in Pozzallo Via G. Ungaretti

n. 46 Libero Assente

IMPUTATO

del reato p. e p. dagli artt.5 e 16 della L. 08.02.1948 n. 47, per avere intrapreso la pubblicazione del giornale di informazione civile denominato “Accade in Sicilia” e diffuso sul sito internet http://www.accadcinsicilia.net senza che fosse stata eseguita la registrazione presso la cancelleria del Tribunale di Modica, competente per territorio per avere il Ruta comunicato al provider Tiscali il proprio indirizzo di posta elettronica in Pozzallo via Ungaretti n.46, con registrazione avvenuta in data 16 dicembre 2003.

In Pozzallo il 16.12.2003 e fino al 07.12.2004.

Con la recidiva di cui all’art. 99 C.P.

Con l’intervento del Pubblico Ministero dr.ssa V. Di Grandi V. Proc. O.

del difensore dell’imputato, Avv. G. Di Pasquale

Le parti hanno concluso come segue:

Il Pubblico Ministero chiede la condanna dell’imputato alla pena di € 250,00 di multa.

Il difensore dell’imputato chiede l’assoluzione perché il fatto non sussiste o per non averlo l’imputato commesso ed in subordine, ex art.530, 2° co. c.p.p..

MOTIVAZIONE

Ruta Carlo veniva citato a giudizio davanti al Tribunale di Modica in composizione monocratica con decreto emesso il 31.05.2006 dal Pubblico Ministero presso questo Tribunale per rispondere del reato di cui agli artt. 5 e 16 della legge n. 47 dell’8.02. 1948 meglio specificato in rubrica.

All’udienza dcl 25.09.2007, alla presenza dell’imputato, dopo diversi rinvii dovuti ad impedimenti del difensore di fiducia dell’imputato, si dava inizio all’istruzione dibattimentale mediante l’esame dei testi indicati in lista dal P.M..

Alla stessa udienza l’imputato rendeva spontanee dichiarazioni.

All’udienza del 29.01.2008 il Tribunale disponeva degli ulteriori accertamenti mediante la Polizia Postale di Catania relativamente alla cadenza con cui il sito veniva aggiornato e con cui venivano pubblicati gli articoli.

Indi all’udienza dell’8 maggio 2008, dopo avere escusso l’Assistente della Polizia Postale di Catania Vito Latora, esaurita l’istruttoria dibattimentale, le parti formulavano ed illustravano le rispettive conclusioni come da verbale in atti.

All’odierno imputato è stato contestato il reato di cui agli artt. 5 e 16 della L. n. 47 dell’8.02. 1948 per avere intrapreso la pubblicazione del giornale di informazione civile denominato “Accade in Sicilia” e diffuso, con registrazione avvenuta il 16.12.2003, sul sito Internet WWW.accadeinsicilia.net. senza che fosse stata eseguita la registrazione presso la cancelleria del Tribunale di Modica, competente per territorio.

In diritto occorre preliminarmente osservare che l’art. 5 della L. n. 47/1948 stabilisce che nessun giornale o periodico può essere pubblicato se non sia stato preventivamente registrato presso la cancelleria del tribunale, nella cui circoscrizione la pubblicazione deve effettuarsi. Il successivo art. 16 dello stesso testo normativo punisce penalmente chiunque intraprenda la pubblicazione di un giornale ovvero di un periodico, senza che sia stata eseguita la suddetta registrazione.

Va chiarito che il provvedimento di registrazione consiste in un mero controllo di legittimità della regolarità formale dei documenti prodotti e della rispondenza del loro contenuto alle disposizioni di legge. La registrazione di un periodico, quindi, non costituisce un limite preventivo alla libertà di stampa, essendo esclusa nell’emissione del suddetto provvedimento ogni valutazione discrezionale circa l’opportunità di consentire o meno la pubblicazione.

La finalità della registrazione è unicamente quella di garantire la repressione degli abusi e di individuare i soggetti responsabili di eventuali illeciti commessi a mezzo stampa. Essa rappresenta soltanto una condizione di legittimità della pubblicazione, la cui mancanza dà luogo al reato di stampa clandestina.

D’altro canto anche la Corte Costituzionale con sent. N. 2 del 1971 ha escluso che le disposizioni in esame compromettano le libertà riconosciute e garantite dall’art. 21 della Cost., avendo ivi affermato che l’obbligo della registrazione riguarda esclusivamente i giornali quotidiani o periodici, sicché non pone alcuno ostacolo a che un soggetto manifesti il proprio pensiero con singoli stampati o con numeri unici.

Peraltro deve precisarsi che, sulla scorta di fondamentali enunciati del Giudice Costituzionale (sent. Cort. Cost. n. 826 del 14.07.1988), la nozione di libertà di manifestazione del pensiero fa oggi riferimento non solo alla libertà di colui che intende avvalersene in senso attivo, ma anche al diritto dei destinatari del messaggio comunicativo.

Pertanto, al fine di assicurare un equilibrio tra queste due posizioni, entrambe costituzionalmente protette, appare legittimo l’intervento del legislatore volto a regolare l’esercizio dell’attività d’informazione.

Ciò posto, occorre rilevare che, sino all’entrata in vigore della legge n. 62 del 2001, il prevalente orientamento giurisprudenziale aveva adottato un’interpretazione restrittiva dell’art. 1 della L. n. 47 del 1948, ritenendo che, affinché una pubblicazione potesse essere ricompresa nella nozione di prodotto editoriale di cui alla citata disposizione, dovesse necessariamente sussistere il requisito ontologico della riproduzione del giornale su supporto cartaceo.

Secondo tale orientamento veniva esclusa la possibilità di estendere ai giornali telematici le disposizioni relative alla registrazione previste per la stampa periodica.

Infatti la Legge n. 47 del 1948 all’art. 1 statuiva che, ai fini della suddetta legge, per stampa o stampati dovessero considerarsi tutte le riproduzioni tipografiche o comunque ottenute con mezzi meccanici o fisico chimici, in qualsiasi modo destinate alla pubblicazione

Solo successivamente con la legge n. 62 del 2001 il legislatore ha esteso il concetto di prodotto editoriale, ricomprendendo in esso non solo il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ma anche quello realizzato su supporto informatico destinato alla pubblicazione anche con mezzo elettronico, ed ha, conseguentemente, esteso l’applicazione degli artt. 2 e 5 della L. n. 47 del 1948 anche ai giornali e periodici c.d. telematici. Ed invero la nuova legge all’art. 1, comma 1°, statuisce che per prodotto editoriale, ai fini della presente legge, si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora e televisiva, con esclusione dei prodotti disco grafici o cinematografici” e stabilisce al successivo comma 3° che “al prodotto editoriale si applicano le disposizioni di cui all’art. 2 della legge 8 febbraio 1948 n. 47. I1 prodotto editoriale diffuso al pubblico con periodicità regolare e contraddistinto da una testata, costituente elemento identìficativo del prodotto, è sottoposto, altresì, agli obblighi previsti dall’art. 5 della medesima legge n. 47 del 1948″.

A seguito dell’entrata in vigore della suddetta legge si sono affermati due contrapposti orientamenti interpretativi circa l’ambito di applicazione del menzionato testo normativo. Secondo l’interpretazione fornita da alcuni autori il regime prescritto dall’art. 1 della L. n. 62/2001 troverebbe applicazione solo per coloro i quali intendono usufruire delle agevolazioni previste dalla medesima legge. Diversamente secondo altra parte della dottrina e secondo la giurisprudenza di merito (Trib. Milano, Il sez. Civile, 10-16 maggio 2006 n. 6127; Tribunale Salerno, 16.03.2001; Tribunale Latina, 7.06.200 1) la norma, che accomuna in un sistema unitario la carta stampata e i nuovi media, ha valore generale, così da poter affermare l’assoluta equiparabilità di un sito internet ad una pubblicazione a stampa, anche con riferimento ad un eventuale sequestro di materiale «incriminato».

Questo giudicante ritiene di aderire al secondo orientamento dianzi illustrato in quanto lo stesso, oltre che più razionale da un punto di vista sistematico, appare peraltro confermato dal fatto che il titolo della legge del 2001 reca “Nuove norme sull’editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 5 agosto 1981, n. 416”, il che lascia intuire che l’intenzione del legislatore non fosse solo quella di dettare regole sulle provvidenze, ma anche di introdurre modifiche attinenti all’intero settore dell’editoria.

Pertanto l’inciso contenuto nell’art. 1 della legge in esame “ai fini della presente legge” avrebbe valore generale e non limitato all’erogazione dei contributi.

Orbene, alla luce della suddetta normativa, al prodotto editoriale, per come definito dal comma 1 dell’art. 1 della L. n. 62/2001, si applicano le disposizioni di cui all’art. 2 della L. n. 47/1948, mentre i prodotti editoriali diffusi al pubblico con periodicità regolare e contraddistinti da una testata sono ulteriormente sottoposti agli obblighi previsti dall’art. 5 della medesima legge n. 47 del 1948.

In sintesi devono essere inscritte, nell’apposito registro tenuto dai tribunali civili, le testate giornalistiche on-line che abbiano le stesse caratteristiche e la stessa natura di quelle scritte o radio-televisive e che, quindi, abbiano una periodicità regolare, un titolo identificativo (testata) e che diffondano presso il pubblico informazioni legate all’attualità. In particolare, le testate telematiche da registrare e perciò sottoposte ai vincoli rappresentati dagli articoli n. 2, 3 e 5 della L. n. 47/1948 sulla stampa sono quelle pubblicate con periodicità (quotidiana, settimanale, bisettimanale, trisettimanale, mensile, bimestrale) e caratterizzate dalla raccolta, dal commento e dall’elaborazione critica di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale, dalla finalità di sollecitare i cittadini a prendere conoscenza e coscienza di fatti di cronaca e, comunque, di tematiche socialmente meritevoli di essere rese note.

Ed è, altresì, ovvio che il richiamo contenuto nell’art. 1, comma 3, della L. n. 62/2001 agli att. 2 e 5 della L. n. 47/1948 implica automaticamente il richiamo anche all’art. 16 della stessa legge e, quindi, alle sanzioni penali prescritte per l’ipotesi di inottemperanza alle disposizioni di cui agli artt. 2 e 5. Sicché l’art. 16 della legge sulla stampa si applica anche ai giornali telematici non già in via analogica, come da alcuni sostenuto, ma perché è lo stesso legislatore che rinvia a detta disposizione nel momento in cui impone alle testate periodiche l’obbligo della registrazione.

D’altra parte diversamente opinando sarebbe irragionevole prevedere ed imporre anche ai periodici telematici gli stessi obblighi prescritti per la stampa ed escludere l’irrogazione delle sanzioni penali fissate per l’inosservanza dei suddetti obblighi.

Detto quadro normativo, per quello che in questa sede interessa, non è stato intaccato dall’entrata in vigore del D.Lvo n. 70 del 2003, il quale, per come risulta dalla stessa rubrica del decreto, disciplina esclusivamente “i servizi della società dell’informazione nel mercato interno, con particolare riferimento al commercio elettronico”.

Le finalità della nuova normativa sono rese esplicite dal l° comma dell’art. 1 del d.lgs. n. 70/2003 e consistono nella promozione della libera circolazione dei servizi della società dell’informazione (SSI), e segnatamente nell’attività di commercio elettronico.

Tale normativa, da un punto di vista oggettivo e per come stabilito dall’art. 2 dello stesso decreto, si riferisce a “qualsiasi servizio della società dell’informazione, vale a dire qualsiasi servizio prestato normalmente dietro retribuzione, a distanza, per via elettronica e a richiesta individuale di un destinatario di servizi”.

Sostanzialmente, rientra nell’ambito regolato dalla nuova disciplina il c.d. commercio elettronico, inteso quale attività di contrattazione telematica e relative operazioni propedeutiche, oltre che qualsiasi tipo di servizio, che comunque costituisca un’ attività economica.

In relazione, poi, all’ambito soggettivo di applicazione, tre sono le definizioni rilevanti. Il «prestatore», che viene definito, sempre dall’art. 2, come la persona fisica o giuridica che presta un servizio per la società dell’informazione (SSI); il «destinatario del servizi» quale soggetto che, a scopi professionali e non, utilizza un SSI, in particolare per ricercare o rendere accessibili informazioni; il «consumatore» come qualsiasi persona fisica o giuridica che agisca con finalità non riferibile all’attività commerciale, imprenditoriale o professionale eventualmente svolta.

Deve di conseguenza concludersi che il decreto legislativo in parola regola esclusivamente l’attività di prestazione di servizi di informazione, resa dalle società di informazione e da coloro che prestano servizi per le suddette società, mentre non si applica al singolo che svolge l’attività d’informazione non in forma commerciale e, quindi, non in qualità di prestatore di servizi nel senso dianzi delineato.

A tal fine va anche evidenziato che l’art. 1, ultimo periodo, della 1. n. 62/2001 risulta immutato e non è stato abrogato dal D.L.vo n. 70/2003, né la norma contenuta nel comma 3° dell’art. 7 può essere considerata norma di interpretazione autentica del citato art. 1 della 1. n. 62/2001, essendo il decreto legislativo in commento applicativo, nell’ambito dell’ordinamento interno, di una direttiva comunitaria, la quale, al momento della sua emanazione, non poteva, evidentemente, avere a riferimento la legislazione interna preesistente.

L’orientamento che, al momento dell’entrata in vigore della 1.n. 62/2001, interpretava restrittivamente l’art. i, comma 3° ultimo periodo, della 1. n. 62/2001, affermando come in realtà tale norma sancisse l’obbligo di registrazione solo per le testate giornalistiche on-line che volessero accedere ai finanziamenti statali, non è, dunque, condivisibile proprio in ragione dell’emanazione del D.L.vo n. 70/2003, il quale ha dovuto introdurre, successivamente ed all’uopo, una disposizione ad hoc, che, si ribadisce, non è di interpretazione autentica e che esenta dalla registrazione le testate editoriali telematiche riferibili alle società di servizi.

Non può, quindi, sostenersi, sic et simpliciter, che l’art. 7, comma 3°, D.L.vo n. 70/2003 abbia sostanzialmente sancito l’inoperatività dell’art. 1, comma 3° ultimo periodo, della 1. n. 62/2001, facendo salva solo la marginale ipotesi dell’accesso al finanziamento pubblico. Semmai al contrario, avuto riguardo all’oggetto della disciplina del D.L.vo n. 70/2003 ed alla portata generale dell’art. 1, commi 1 e 3, della 1. n. 62/2001, il complesso sistematico delle norme impone un’esegesi delle medesime nel senso che al singolo giornalista, che non svolge la propria attività in forma economica e che non presta servizi in favore di una società di informazione, non può applicarsi la disposizione di cui all’art. 7, comma 3, del D. Lvo n. 70/2003, che esonera dalla registrazione le testate editoriali telematiche che non intendono accedere alle provvidenze di cui alla legge n. 62/2001, perché tale disposizione riguarda solamente il c.d. prestatore di servizi, rimanendo conseguentemente il singolo giornalista sottoposto all’obbligo di cui all’art. 1, comma 3° ultimo periodo, della 1. n. 62/2001.

A conferma di quanto sopra asserito (in operatività del comma 3°art. 1 L. n. 62/2001) va ulteriormente chiarito che la registrazione cui fa riferimento l’art. 7, comma 3, del D. Lvo n. 70/2003 non può che essere quella da effettuarsi presso il Registro Operatori della Comunicazione (ROC), istituito con la L. n. 249 del 1997 (art. 16 L. n. 62/2001), e non quella da effettuarsi ai sensi dell’art. 5 della L. n. 47/1948 (art. 1, comma 3, L. n. 62/2001), essendo la prima sostitutiva della seconda, ai sensi dell’art. 16 della L n. 62/2001, ed essendo tenute le società dei servizi di informazione, cui si applica il D. Lvo n. 70/2003 e fatta salva l’esenzione di cui all’art. 7, comma 3°, del D.L.vo n. 70/2003, all’iscrizione presso il suddetto registro, anche in funzione sostitutiva della registrazione prevista dall’art. 5 della 1. n. 47/1948, quale obbligo connesso al singolo servizio ex art. 7, comma 1°, del D.L.vo n. 70/2003 e ai sensi del combinato disposto dell’art. 16 della 1. n. 62/2001 con l’art. 1 comma 6 lett. a) numero 5) della L. 249/1997. Le stesse, infatti, rientrano tra i soggetti individuati all’uopo dalla legge del 1997 e cioè tra “i soggetti destinatari di concessione ovvero di autorizzazione in base alla vigente normativa da parte dell’Autorità o delle amministrazioni competenti, le imprese concessionarie di pubblicità da trasmettere mediante impianti radiofonici o tele visivi o da diffondere su giornali quotidiani o periodici, le imprese di produzione e distribuzione dei programmi radiofonici e tele visivi, nonché le imprese editrici di giornali quotidiani, di periodici o riviste e le agenzie di stampa di carattere nazionale, nonché le imprese fornitrici di servizi telematici e di telecomunicazioni ivi compresa l’editoria elettronica e digitale”.

In conclusione, alla stregua della normativa introdotta con il D.L.vo dcl 2003, devono inscriversi nel Roc soltanto i soggetti editori che pubblicano una o più testate giornalistiche diffuse al pubblico con regolare periodicità per cui è previsto il conseguimento di ricavi qualora intendono avvalersi delle provvidenze previste dalla L. n. 62 del 7.03.2001 o che, comunque, ne facciano specifica richiesta.

Tale differenziazione di trattamento per le società di servizi di informazione e per il prestatore di servizi che opera in favore della stessa, i quali qualora non intendano beneficiare del finanziamento pubblico sono esonerati dall’obbligo di iscrizione al Roc, si giustifica in considerazione del fatto che detti enti collettivi sono già sottoposti ad una normativa che consente facilmente di individuarli e, dunque, garantisce la trasparenza ed il controllo sullo svolgimento della loro attività (vedi appunto D. Lvo n. 70/2003 e segnatamente lo stesso art. 7, commi i e 2, che impone al prestatore l’obbligo di fornire una serie di dettagliate informazioni circa la propria attività).

Una diversa interpretazione delle disposizioni in commento, a parere di questo Decidente, sarebbe suscettibile di irragionevolezza ed in contrasto con il principio di eguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione.

Difatti, qualora dovesse ritenersi che la disposizione di cui all’art. 7 comma 3 del D.Lvo n. 70/2003 abbia escluso l’obbligo della registrazione di cui all’art. 5 della L. n. 47/1948 per tutti coloro i quali pubblicano un periodico tramite la rete Internet, si creerebbe un’ingiustificata disparità di trattamento tra i giornalisti della carta stampata, i quali soli sarebbero costretti a rispettare il dettato della legge del 1948 sulla stampa, ed i giornalisti telematici i quali, invece, potrebbero pubblicare in rete senza alcuna limitazione e senza alcuna forma di controllo.

Si aggiunga che proprio la pubblicazione di una pagina web rappresenta la forma più efficace e potenzialmente più insidiosa di diffusione di una notizia, dato o informazione, giacché tale “luogo” virtuale può essere visitato non solo da colui che è specificamente e direttamente interessato a conoscere una certa notizia, ma può essere visitato anche da soggetti che, inserendo uno o più termini in un motore di ricerca, vengono indirizzati al sito in oggetto.

Al riguardo proprio la Suprema Corte in una recente sentenza ha rilevato come nel caso in cui un utente di Internet “crei o utilizzi uno spazio web, la comunicazione deve intendersi effettuata potenzialmente erga omnes (sia pure nel ristretto -ma non troppo – ambito di tutti coloro che abbiano gli strumenti, la capacità tecnica e, nel caso di siti a pagamento, la legittimazione a connettersi)” (Cass. pen. 27 dicembre 2000).

Tanto premesso in diritto, nel caso in esame risulta acclarata la sussistenza del reato contestato all’odierno imputato.

Dalla documentazione in atti emerge inequivocabilmente che l’imputato ha pubblicato sul sito internet denominato http://www.accadeinsicilia.net, un giornale che rientra nel paradigma del prodotto editoriale descritto dall’art. 1, comma 3, L. n. 62/2001.

In primo luogo è lo stesso imputato che, intitolando il proprio prodotto “Accade in Sicilia giornale di informazione civile”, ha definito e qualificato il proprio prodotto come giornale diretto a svolgere attività di informazione e, dunque, come prodotto editoriale.

Ad ulteriore conferma che quanto pubblicato dal Ruta sul sito in parola sia un prodotto editoriale proviene dal contenuto degli articoli in esso pubblicati, i quali hanno ad oggetto fatti di cronaca locale, inchieste giudiziarie, testimonianze dirette e fatti storici (vedi: “omicidi Tumino e Spampinato”; “affare acqua e mafia”; 8.08.2003 “emergenze e giustizia il questore Casabona viene trasferito da Ragusa   “; 29.06.2003 “caso Carbone-Antonveneta. Nell’est siciliano si vilipende la legge fino alla vergogna”; 15.04.003 “Operazione privè negli iblei”).

In secondo luogo, l’attività istruttoria ha consentito di accertare che il sito internet creato dall’imputato presentava le caratteristiche di un periodico per la sistematicità con cui veniva aggiornato e con cui venivano pubblicati gli articoli.

Dalle pagine del suddetto giornale rinvenute dalla Polizia Postale di Catania e da quelle già acquisite al fascicolo per il dibattimento si evince chiaramente che gli articoli venivano pubblicati con cadenza giornaliera, dato peraltro confermato, come già anticipato, anche dalla denominazione data dallo stesso imputato di “Giornale” che letteralmente significa quotidiano di informazione” (vedi articoli datati 27.11.2004, 25.11.2004, 15.11.2004, 17.11.2004, 10.11.2004, 6.11.2004, 3.11.2004, 1.11.2004, 30.10.2004, 28.10.2004, 14.10.2004, 13.10.2004).

In conclusione, il prodotto pubblicato dal Ruta sul sito internet denominato WWW.accadeinsicilia.net si inquadra esattamente nell’ambito del prodotto editoriale di cui all’art. 1, commi 1° e 3° del D. lvo n. 62/2001 per la cui pubblicazione era necessaria la registrazione presso la cancelleria del tribunale, non operando nel caso di specie l’esenzione di cui all’art. 7, c. 3°, D. Lvo n. 70/2003 perché l’imputato non ha svolto l’attività d’informazione per cui è processo in forma commerciale o comunque economica, né ha operato quale prestatore di servizi per le società di servizi d’informazione.

L’inottemperanza al predetto obbligo, in applicazione di principi di diritto sopra enunciati, integra il reato di cui all’art. 16 della L. n. 47/1948.

In ultimo va chiarito che non assume rilevanza, al fine di escludere la penale responsabilità dell’imputato, l’affermazione resa dallo stesso in sede di spontanee dichiarazioni, secondo cui il prodotto dallo stesso pubblicato non fosse un quotidiano, ma semplicemente un “blog” inteso come diario di informazione civile.

Al riguardo giova innanzitutto evidenziare che il “blog” è principalmente uno strumento di comunicazione ove chiunque può scrivere ciò che vuole e come tale può anche essere usato per pubblicare un giornale.

Infatti un “blog” può anche essere utilizzato come metodo di presentazione di un giornale, cioè di una testata registrata con una sua linea editoriale, per coinvolgere il pubblico.

Pertanto diverso può essere l’uso che si fa del blog nel senso che lo si può utilizzare semplicemente come strumento di comunicazione ove tutti indistintamente possono esprimere le proprie opinioni sui i più svariati argomenti ed in tal caso non ricorre certamente l’obbligo di registrazione, ovvero come strumento tramite il quale fare informazione.

Nella fattispecie de qua, come risulta dalle pagine acquisite agli atti e come ha riferito il teste La Tora, per pubblicare degli articoli sul sito creato dal Ruta era necessario contattare costui e sottoporre alla sua preventiva valutazione l’articolo che si intendeva pubblicare.

Pertanto appare evidente come il sito in questione non fosse un blog, al quale chiunque potesse accedere e partecipare al dibattito, ma era un vero e proprio giornale dotato di una testata e di un editore responsabile.

A suggello e conferma di quanto sopra va, del resto, richiamato che lo stesso imputato ha definito la propria pubblicazione come “Giornale di informazione civile”.

L’imputato va, quindi, condannato in ordine al reato allo stesso contestato.

L’imputato appare meritevole della concessione delle attenuanti generiche attesa la sua incensuratezza.

Così affermata la penale responsabilità di Ruta Carlo in ordine al reato ascrittogli, avuto riguardo ai criteri indicati dall’art. 133 c.p., riconosciute le attenuanti generiche per l’incensuratezza dell’imputato, si ritiene equo determinare la pena in € 150,00 di multa (pena base € 225,00 di multa ridotta nella misura finale ex art. 62 bis c.p.).

All’affermazione di responsabilità dell’imputato segue ex lege la condanna al pagamento delle spese processuali.

Data la complessità delle questioni trattate è stato fissato in giorni novanta il termine per il deposito della motivazione.

P.Q.M.

Visti gli artt. 533 e 535 c.p.p.;

dichiara Ruta Carlo colpevole del reato allo stesso ascritto e, concesse le attenuanti generiche, lo condanna alla pena di € 150 di multa oltre al pagamento delle spese processuali; visto l’art. 544 c.p.p.;

fissa per il deposito della motivazione il termine di giorni novanta.

Modica 8.05.2008

IL GIUDICE

Patricia Di Marco

Ma scusate…

Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948:

  • art. 18: Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione;
  • art. 19: Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali ratificata dall’Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848:

  • 1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.
  • 2. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.

Costituzione:

Art. 13.

La libertà personale è inviolabile.
Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.

Art. 21.

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo di ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

… è già stato abolito tutto???



Google Chrome, il browser di BigG

PI – News

martedì 02 settembre 2008

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Google Chrome, il browser di BigG

Roma – Non una vera e propria rivoluzione, ma poco ci manca. Google deposita nelle caselle di posta (quelle vere, non quelle fatte di bit) di alcuni addetti ai lavori statunitensi un album a fumetti e alza il velo su una novità per certi versi inaspettata: BigG sta lavorando ad un browser web di nuova generazione, basato su WebKit e completamente open source. Progettato tenendo in mente il web 2.0 e la sicurezza dei netizen.

L'inizio dell'album a fumetti che presenta ChromeSi chiama Google Chrome, e ha visto la luce negli scorsi mesi nei laboratori di Mountain View: come detto, la sua base è il motore WebKit utilizzato anche da Apple, già sfruttato da BigG per il browser di Android. A differenza però di altri prodotti che condividono lo stesso engine, Chrome adotta un principio originale per la gestione della memoria. Ciascuna tab di navigazione risiede in un processo separato e questo, spiegano, garantisce diversi vantaggi: primo su tutti, una occupazione ridotta e più razionale della memoria di sistema.

Sotto il cappello di Chrome ciascuna pagina web godrà di totale indipendenza: se questo da un lato eliminerà in un colpo solo tutte le attese legate alla virtual machine java o javascript che congela l’intero browser per colpa di una sola finestra, dall’altra garantirà anche maggiore velocità operativa e sicurezza. La velocità sarà garantita da una macchina virtuale javascript riscritta da zero, denominata V8 e definita più rapida di qualsiasi altra in circolazione: merito, spiegano i tecnici Google, di una garbage collection altamente perfezionata e di una gestione avanzata di classi fantasma che consentono una più efficace gestione degli oggetti generati durante l’esecuzione.

La sicurezza, invece, si deve ad una gestione più attenta dei processi in corso in ogni tab, con un occhio di riguardo al malware e al phishing. Il tutto grazie anche all’impegno di lunga data di Google su questo fronte, che ha permesso la nascita di blacklist utilizzate spesso anche nei servizi di altri produttori di software. Le eventuali finestre pop-up, poi, vengono gestite all’interno della finestra che le genera, e vengono visualizzate dall’utente se e solo in caso di una sua esplicita richiesta con un clic. E poi c’è pure il porn-mode una finestra per la navigazione che non lascia traccia nella cronologia.

Per ribadire l’originalità di Chrome, BigG ne ha anche variato l’interfaccia: le tab migrano da sotto la barra degli strumenti alla sommità della finestra, a sottolineare l’indipendenza delle pagine che potranno essere facilmente separate in finestre distinte o riunite, magari riorganizzandole per argomento. Il tutto, garantiscono i tecnici disegnati con china e matita, è stato ampiamente testato da Google stessa su milioni di pagine web, così da garantire la rispondenza agli standard e la capacità del browser di confrontarsi con veri siti.

La rappresentazione della divisione tra processiNon mancano poi una sorta di “nuova tab” di default che contiene i 9 siti più visitati, una barra degli indirizzi più intelligente che sa perfettamente cosa l’utente vuole digitare, per non parlare dell’integrazione di Google Gears nel pacchetto affinché la scrittura di applicazioni e plugin risulti sempre più semplificata sotto l’egida del marchio di Mountain View. C’è persino una sorta di “monitor di sistema” (task manager) integrato nell’applicazione, per tenere d’occhio quali finestre e quali plugin stiano eventualmente attingendo alle ultime sacche di RAM rimaste libere.

Tutto questo, garantisce BigG, in perfetto stile e filosofia open. Chrome sarà in un certo senso donato alla comunità, chiunque potrà farne quello che vuole (ovviamente nel rispetto della licenza d’uso): Google dice di voler ripagare tutti quei navigatori e quegli sviluppatori che hanno fatto la sua fortuna, puntando a contribuire all’evoluzione del World Wide Web e ad offrire un aiuto concreto allo sviluppo di altri progetti come quelli di Mozilla.

Sono proprio questi ultimi ad avere più da temere dalla discesa in campo di Google nella guerra dei browser. Il peso e i capitali di BigG potrebbero senz’altro schiacciare la lunga rincorsa di Firefox al primato di Explorer: sempre che a Mountain View decidano di trasformare Chrome in una applicazione vera e propria, piuttosto che in una dimostrazione di stile in stato di beta o addirittura di alpha.

Alcuni indizi potrebbero lasciar supporre che per il momento Google non faccia (ancora) troppo sul serio: gli accordi con Mozilla Foundation per le provvigioni sulle ricerche effettuate nei loro browser sono stati appena rinnovati fino al 2011, segno probabilmente che c’è ancora qualche mese qualche anno di tempo.

Luca Annunziata

(fonte immagini)

fonte: http://punto-informatico.it/2390562/PI/News/google-chrome-browser-bigg.aspx

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Google Chrome (BETA) per Windows

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Google Chrome è un browser progettato per rendere più veloce, facile e sicuro l’uso del Web con un design minimo che non intralcia la navigazione.

Una casella multifunzione
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Per Windows Vista/XP

Z32, «Il pentimento in musica di Israele»

https://i2.wp.com/www.coolidge.org/balagan/images/avi_mograbi_web.jpgAvi Mograbi, il regista

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di Laura Putti

La Repubblica
01 settembre 2008

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Z32, il documentario israeliano che sarebbe stato bello vedere in concorso (invece è in Orizzonti), mostra un uomo mascherato. È un giovane soldato che ha ucciso due militari palestinesi per rappresaglia. Avi Mograbi, regista politico per autodefinizione, ha chiesto al soldato di raccontare la sua storia. Lui ha accettato, a patto che il suo viso fosse coperto. «Con un cappuccio nero, bucato sugli occhi, sarebbe parso un terrorista» dice Mograbi. Allora, siccome la difficoltà aguzza l´ingegno, il regista ha fatto appello a Avi Mussel, mago degli effetti speciali. Al soldato è stata applicata (in post produzione) una maschera fatta al computer, anzi una per ogni situazione nel quale Mograbi lo ha posto. Giocato sull´intreccio di tre racconti – uno in casa del regista, l´altro sul luogo del massacro e un terzo con la fidanzata davanti a una telecamera fissa – più uno musicale nel quale il regista stesso esprime la sua opinione cantando con orchestra (canzoni brechtiane, più Eisler che Kurt Weill), Z32 ha come sottotitolo «una tragedia musical-documentaristica» («Z32» è un numero di dossier nell´archivio di «Shovrim Shtika-Rompendo il silenzio», associazione di giovani ex soldati israeliani che raccolgono testimonianze su atti militari commessi nei Territori, nella quale il regista milita).

Il cinema israeliano sembra chiedere attenzione con ogni mezzo: dopo il cartone animato su Sabra e Chatila (“Un valzer con Bashir” di Ari Folman) arriva il soldato mascherato. All´inizio vediamo soltanto gli occhi e la bocca: il resto del viso è completamente sfocato, mentre il ragazzo racconta di come alcuni corpi speciali dell´esercito israeliano vengano tenuti disoccupati proprio per caricarli ancor più di energia e di odio. Poi una maschera gli copre il viso; ma solo quando si tocca il mento o fuma si capisce che quel volto non è il suo (perché la mano scompare dietro alla maschera). Arriva dove si sono svolti i fatti. Non trova più la casa del massacro, ma ricorda che il cadavere, il primo che toccava in vita sua (per controllare se fosse stato armato, non lo era), gli aveva fatto schifo perché «aveva una consistenza gelatinosa». Il tono cambia quando è con la sua ragazza, una pacifista, una che non sa spiegarsi un atto del genere. Entrambi sono coperti dalla maschera fatta al computer ed entrambi sembrano a viso scoperto. Lei gli chiede di spiegare e lo provoca anche. Gli dice che il tiro all´arabo è quello che i soldati israeliani preferiscono. Lui non risponde, ma poco prima aveva affermato di essere pronto, dopo l´astinenza militare, a tirare su tutto, «anche su un bambino di 5 anni».

«All´inizio pensavo di trasformare il film in un´opera, poi ho optato per le canzoni. A scriverle ci ho messo un anno» ha detto il regista durante l´incontro con la stampa. «È già difficile, per un regista, esprimere in un film un´opinione diretta. Figuriamoci in musica. Ma dovevo spiegare. Il dilemma era: che cosa sto facendo? Sto coprendo un criminale di guerra?». Come è stato accolto il film in Israele? «Credo che quelle maschere su una sola persona abbiano posto anche un problema di identità personale. Dopo la prima proiezione a Tel Aviv, un signore mi si è avvicinato e mi ha detto: il soldato è qui in sala, sono sicuro di averlo visto».

SCUOLA – Gelmini a sorpresa: nel decreto maestro unico e libri per 5 anni/Mariastella Gelmini: una donna un perchè

Diverse le novità introdotte, dal voto in condotta al giudizio espresso in numeri
Nella gazzetta ufficiale: un solo maestro alle elementari e libri per un quinquennio

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Gelmini, a sorpresa nel decreto maestro unico e libri per 5 anni ROMA – La “nuova” scuola del ministro Gelmini, oltre al voto in condotta, al giudizio espresso in numeri e l’insegnamento dell’educazione civica, prevede – da subito – anche il maestro unico per la scuola primaria, anche se nell’anno scolastico 2009-2010 riguarderà solo la prima classe del ciclo, e il prolungamento dei tempi di utilizzazione dei libri: gli istituti scolastici dovranno adottare i testi solo da editori che si sono impegnati a mantenere il contenuto invariato per un quinquennio. Maestro unico e libri sono stati introdotti a sorpresa nel decreto legge varato dal Governo nel primo consiglio dei Ministri al rientro delle vacanze, il 28 agosto e pubblicati sulla gazzetta ufficiale. Quindi sono già legge.

Un unico insegnante alle elementari. Nel testo del dl contenente disposizioni urgenti in materia di istruzione e università si legge all’articolo 4 che l’insegnante unico nella scuola primaria sarà introdotto ”nell’ambito degli obiettivi di contenimento di cui all’art. 64 del decreto-legge 25 giugno 2008″. In più le classi funzioneranno con un orario di 24 ore settimanali. La misura rientra tra gli interventi varati dal Governo per una maggiore razionalizzazione dell’utilizzo delle risorse umane e strumentali disponibili. Questa norma è destinata ad aprire un duro confronto con i sindacati, visto che potrebbe costare, secondo una stima del Centro studi per la scuola pubblica, oltre 83mila posti. Ma il ministro ha precisato che sarà un cambiamento soft: “Dall’anno scolastico 2009-2010 sarà introdotto solo nella prima classe del ciclo e quindi entrerà a regime gradualmente” ha spiegato Mariastella Gelmini.

Libri validi per cinque anni. Quanto al caro-libri, su cui è sempre in corso un monitoraggio dell’Antitrust, il decreto-legge prevede che gli organi scolastici adottino libri di testo per i quali l’editore si sia impegnato a mantenere invariato il contenuto nel quinquennio, salvo appendici di aggiornamento eventualmente necessarie, da “rendere separatamente disponibili”: l’adozione dei libri di testo avverrà dunque con cadenza quinquennale. Questo provvedimento ha alzato un polverone nell’Associazione Italiana Editori (Aie). Enrico Greco, presidente del Gruppo Editoria scolastica dell’Aie ha letto “con raccapriccio” l’articolo 5 del dl. “Senza nessuna consultazione del settore il ministro Gelmini ha deciso di bloccare per 5 anni le adozioni dei libri di testo, ignorando i costi sociali altissimi che ne deriveranno. Se ne assume ogni responsabilità”.

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2 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/scuola_e_universita/servizi/gelmini/anticipo-riforma/anticipo-riforma.html

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MARIASTELLA GELMINI. UNA DONNA, UN PERCHE’

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Vi fidereste mai di un ministro che intende rivoluzionare la scuola con i grembiulini e dichiara:

Ma chi é sta Gelmini? La biografia sul sito ufficiale del Governo inizia così: “Mariastella Gelmini è nata a Leno, in provincia di Brescia, il 1° luglio del 1973. Avvocato, è specializzata in diritto amministrativo.
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Peccato che non dice che….

“E’ difficile non far caso alla notizia in questi giorni di dure polemiche sulle scuole del sud e del nord, in cui Mariastella Gelmini prima fa un riferimento ai docenti del sud da formare poi corregge il tiro e sostiene che il problema è il divario fra le scuole evidenziato da indagini al di sopra di ogni sospetto come i test Ocse-Pisa.

Nel caso del ministro la vicenda riguarda non la scuola ma il periodo post-universitario. Sono gli anni tra il 2001-2002: in Italia si parla molto dello scandalo di Catanzaro: l’avvocatificio lo hanno ribattezzato perché ha un tasso di abilitazioni del 94%. Proprio nel 2000, un’inchiesta fa emergere che all’esame di tre anni prima su 2301 partecipanti ben 2295 (tutti meno 6) avevano copiato.

In quell’epoca Mariastella Gelmini è già da tempo in politica nelle fila di Forza Italia, ha un diploma di maturità classica e una laurea in Giurisprudenza presa a Brescia, ma ha anche 27 anni e necessità di iniziare a guadagnare. «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l’esame per ottenere l’abilitazione alla professione».

Mariastella Gelmini è di Brescia ma in città riuscire a superare l’esame non è facile. «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati ed altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l’esame. Per gli altri, nulla. C’era una logica di casta, per fortuna poi modificata perché il sistema è stato completamente rivisto. Allora, ad esempio, anche le modalità in base alle quali veniva corretto il compito erano molto opinabili. E, allora, insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l’esame a Reggio Calabria».

E quindi il gruppo di 30-40 aspiranti avvocati bresciani si trasferisce. Ma perché proprio Reggio Calabria? «Si faceva così: molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi. Ma ho una lunga consuetudine con il Sud, una parte della mia famiglia ha parenti in Cilento. Non mi sono posta il problema di dove andare».

Andare, infatti, vuol dire trasferirsi anche da un punto di vista burocratico. Mariastella Gelmini per un anno fa praticantato in uno studio di Brescia, il secondo anno è ormai residente a Reggio Calabria e cerca uno studio per terminare il periodo di praticantato richiesto dalla legge.”

Ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah,
ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah,
ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah,
ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah!
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27 commen

vignetta tratta da “La Stampa”

Pizzo, Confindustria Sicilia sospende 51 imprenditori

Racket - foto Ansa - 250*167 - 02-09-08
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Sono 51 gli imprenditori sospesi o espulsi da Confindustria Sicilia dal 1 settembre scorso, data in cui l’associazione ha adottato il nuovo codice antiracket. Di questi, 30 sono sospesi e se non decideranno di collaborare saranno espulsi; per altri 10 è scattata la sanzione massima, mentre 10 si sono allontanati spontaneamente prima dell’espulsione.

È quanto emerge da un primo bilancio di Confindustria Sicilia sull’applicazione del Codice etico che prevede l’incompatibilità fra l’essere associati a Confindustria e avere rapporti con la criminalità organizzata.

Sono 64 gli imprenditori che hanno deciso di collaborare con le forze dell’ordine denunciando gli estorsori. Prima del primo settembre dello scorso anno la cifra era inferiore a 5.

In particolare, Confindustria Trapani e Messina hanno invitato gli associati a produrre i certificati antimafia e dei carichi pendenti, e quelli che non l’hanno fatto saranno deferiti ai probiviri per l’adozione dei provvedimenti necessari. «Sotto il profilo qualitativo – ha spiegato il presidente degli industriali siciliani, Ivan Lo Bello – è aumentata notevolmente la percezione del fenomeno mafioso come fattore che impedisce lo sviluppo economico e civile e, in questo contesto, oggi la Sicilia è percepita nel Paese e all’estero come la regione del Mezzogiorno che sta cercando più concretamente di cambiare. Registriamo un fronte importante di imprenditori che sta valutando positivamente l’esistenza finalmente di condizioni per realizzare investimenti nella nostra regionale».

Lo Bello ha spiegato che è «aumentata la collaborazione con le associazioni antiracket e con le altre organizzazioni di categoria». Gli imprenditori hanno scelto di collaborare soprattutto nei casi in cui si è consolidata la fiducia nelle istituzioni. Per il prossimo anno, Lo Bello rinnova l’invito agli associati a prendere coraggio e denunciare gli estorsori «per disboscare la zona grigia e di collusione fra la mafia e una minoranza dell’imprenditoria che non paga il pizzo». Di questo tema, stamani si è discusso in un incontro con il neo-questore di Palermo, Alessandro Marangoni.

Il presidente degli industriali siciliani ha annunciato la nascita al più presto di nuove associazioni antiracket e ha ricordato la possibilità, introdotta per la prima volta ad Agrigento in un procedimento penale, di svolgere l’incidente probatorio molto tempo prima dell’avvio del dibattimento. Un sistema che consente agli imprenditori di confermare le denunce e di sottrarsi subito alle minacce di ritorsione.

L’azione antimafia, ha concluso il presidente Ivan Lo Bello, ha prodotto altri due risultati positivi: chi deve aprire una nuova azienda, piuttosto che chiedere alla mafia la «messa a posto», oggi chiede assistenza preventiva alle forze dell’ordine e alle associazioni industriali. E l’azione per la legalità è diventata «un punto di forza del sistema associativo, tanto che le richieste di nuove iscrizioni alle associazioni provinciali nell’ultimo anno sono aumentate».

Per Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato «I dati diffusi dalla Confindustria Sicilia dimostrano che la decisione presa da Ivan Lo Bello e dall’associazione di categoria degli imprenditori siciliani va nella giusta direzione e soprattutto che combattere la mafia e rialzare la testa si può, anche in Sicilia». «A un anno dalla decisione di Confindutria dell’Isola di adottare un codice etico che prevede l’espulsione per le aziende colluse – sottolinea – i dati sulle denunce del pizzo dimostrano che la paura si può vincere e che dal mondo delle aziende stanno arrivando segnali importanti». «Il coraggio di sganciarsi dalle dinamiche mafiose – aggiunge – viene ripagato dalla risposta positiva della società. Il progetto di Confindustria Sicilia di proseguire su questa strada e di colpire l’area grigia dell’intreccio tra burocrazia, imprenditoria e mafia va sostenuto dalla politica e dalle istituzioni in modo deciso e aperto, come ha fatto il Pd nella scorsa campagna elettorale».

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Pubblicato il: 02.09.08
Modificato il: 02.09.08 alle ore 17.00

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=78612

Rifiuti, è ancora emergenza: 150 tonnellate nelle strade di Quarto. Giovedì Berlusconi a Napoli

MA NON ERANO SCOMPARSI? AH, SI.. DAI TELEGIORNALI.

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Rifiuti per strada a Caserta (foto LaPresse)

NAPOLI (2 settembre) – «Più fatti e meno promesse». Questa la richiesta al governo del sindaco di Quarto, Sauro Secone, che denuncia una situazione di emergenza per l’accumulo dei rifiuti nella cittadina in provincia di Napoli: 150 le tonnellate di immondizia che da tre giorni non vengono raccolte. «Basta chiacchiere – dice Secone – più che degli spot pubblicitari del premier Berlusconi e delle sue passerelle mediatiche con tanto di ramazza in mano, i comuni della provincia di Napoli hanno bisogno di stanziamenti economici e mezzi per potenziare la raccolta dei rifiuti, a cominciare dalla differenziata. In zone come Quarto abbiamo ancora in strada circa 150 tonnellate di spazzatura che non riusciamo a smaltire da alcuni giorni a causa delle lunghe code al di fuori dei Cdr, mentre le casse comunali sono ormai prosciugate, dopo anni di emergenza». Il sindaco è critico nei confronti del governo: «Siamo stanchi di promesse gridate e di proclami sbandierati», afferma, e conclude lodando «l’ottimo lavoro fatto in silenzio e con discrezione dal prefetto Gianni De Gennaro e dall’esercito. Berlusconi dice di aver risolto il problema della spazzatura – continua – ma in strada ci sono ancora tonnellate di rifiuti».

Giovedì Berlusconi a Napoli.
Una riunione sullo stato generale del piano d’interventi in Campania è in programma giovedì a Napoli. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sarà in prefettura dove, alla presenza del sottosegretario all’emergenza rifiuti Guido Bertolaso, coordinerà l’incontro sulle attività in corso.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=30343&sez=HOME_INITALIA

STRANA ITALIA – «Il petrolio cala e la benzina aumenta»

Federconsumatori: «Il greggio si avvicina ai 100 dollari,
ma ci guadagnano solo le compagnie petrolifere»

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Rifornimento di benzina
Rifornimento di benzina

ROMA – «Con il petrolio che si sta avvicinando ai 100 dollari al barile, sarebbe logico aspettarsi una diminuzione dei prezzi dei carburanti, che dovrebbero attestarsi ben al di sotto di 1,40 euro al litro». Lo afferma in una nota Federconsumatori, che arriva persino a chiedere l’abolizione della Robin Tax sulle compagnie petrolifere, per rimpinguare un po’ le tasche dei consumatori. «Di diminuzioni non vi è stata neanche l’ombra, anzi, i prezzi – sottolinea l’associazione – sono vergognosamente aumentati, attestandosi intorno a 1,47-1,48 euro al litro, con un sovrapprezzo di 7-8 centesimi al litro. Questi centesimi di euro bastano per fare il pieno non di carburante, ma di guadagno da parte di chi opera nella filiera. Infatti, le compagnie petrolifere, ‘vessate’ dalla Robin Tax, guadagnano in questo modo ‘appena’ 315 milioni di euro al mese. Come al solito, a farne le spese, saranno sempre e solo i cittadini, che, per i carburanti, subiranno ricadute di 7 euro al mese, pari ad 84 euro all’anno».

LE PROPOSTE – Ecco perché Federconsumatori rinnova le richieste di «controllo della doppia velocità; completa liberalizzazione del settore, con una decisa apertura alla grande distribuzione; blocco, riduzione e restituzione del carico fiscale sui carburanti; sospensione della Robin Tax»

02 settembre 2008

fonte:  http://www.corriere.it/economia/08_settembre_02/petrolio_benzina_prezzi_918dcf96-78fa-11dd-b720-00144f02aabc.shtml

Bioetica, il Vaticano cambia idea: “La morte cerebrale non basta”

Editoraile dell’Osservatore Romano. Cambia la dottrina sul Rapporto di Harvard
Gli anestesisti replicano: “E’ l’unico criterio valido per stabilire il decesso”

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Bioetica, il Vaticano cambia idea "La morte cerebrale non basta"
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CITTA’ DEL VATICANO – La dichiarazione di “morte cerebrale” non può sancire più la fine di una vita e va rivista in nome delle nuove ricerche scientifiche: è quanto scrive l’Osservatore Romano, in un editoriale in prima pagina dedicato ai 40 anni del cosidetto “Rapporto di Harvard” che modificò la definizione di morte, da allora non più basata sull’arresto cardiocircolatorio, ma sull’encefalogramma piatto.

Anche la Chiesa cattolica, ricorda il giornale del Papa, accettò quella definizione, proclamandosi favorevole al prelievo degli organi da pazienti cerebralmente morti. Successivamente è stato dimostrato però -spiega il quotidiano – che “la morte cerebrale non è la morte dell’essere umano”.

Ed anche la Chiesa si trova ora in una situazione delicata perchè l’assunto di “morte cerebrale” – si legge nell’articolo -“entra in contraddizione con il concetto di persona secondo la dottrina cattolica, e quindi con le direttive della Chiesa nei confronti dei casi di coma persistenti”.

Una presa di posizione che provoca la reazione dei medici, secondo i quali la morte cerebrale “resta al momento l’unico criterio valido, in mancanza di nuove evidenze scientifiche, per definire il decesso di un individuo”. Sono parole del presidente dell’Associazione anestesisti-rianimatori ospedalieri italiani (Aaroi), Vincenzo Carpino, che aggiunge: “Quando in rianimazione i medici rilevano un accertamento di encefalogramma piatto, trasmettono la notizia alla direzione sanitaria, che a sua volta istituisce un collegio di tre medici (un anestesista-rianimatore, un medico legale e un neurofisiologo) che, a prescindere dalla fascia di età del paziente, effettua un periodo di sei ore di osservazione con un protocollo preciso”. “La morte cerebrale, conclude Carpino, “è la morte dell’individuo”.

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2 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/vaticano-morte-celebrale/vaticano-morte-celebrale/vaticano-morte-celebrale.html?rss

Il lavoro nobilita? Mobilita? Debilita? Ma poi: cui prodest?

Non avete voluto commentare la “perla di saggezza” che vi ho propinato in questo post di qualche giorno fa? Bene, adesso vi sorbite questo (e siccome ovviamente non è tutto, l’invito è ovviamente ad approfondire. Il fatto di citare questo libro non vuol dire che sia totalmente d’accordo: non ho ancora terminato la lettura, quindi non mi pronuncio – per ora. Ma dacché per criticare bisogna conoscere…):

https://i2.wp.com/files.splinder.com/dbaaa5a4a677d2a4bfc6786dab1787c9.jpeg

Immagine tratta da congiunzionediduelune

L’ideologia del lavoro

di Alain de Benoist – 09/07/2008

L’ideologia del lavoro sembra avere origine nella Bibbia, dove l’uomo è definito, sin dal momento della creazione, dall’azione che esercita sulla natura: «Fruttificate, moltiplicatevi, riempite la terra, sottomettetela (Gen., 1, 28). Dio ha collocato l’uomo nel giardino dell’Eden ut operatur, perché lavori» (Gen., 2, 15). Questo brano precede il racconto del peccato originale; il risultato di quel peccato non è quindi il lavoro, come troppo spesso si dice, ma solamente la condizione più penosa in cui esso dovrà da quel momento in poi essere svolto. Dopo il peccato, l’uomo si guadagnerà il pane “con il sudore della fronte”.

Con la missione assegnata all’uomo di “sottomettere” la terra si inaugura già il dispiegamento planetario e incondizionato dell’essenza della tecnica moderna, come punto d’arrivo di una metafisica che instaura tra l’uomo e la natura un rapporto puramente strumentale. L’uomo ha la vocazione al lavoro, e il lavoro ha la vocazione a trasformare il mondo; esso rappresenta pertanto una rottura con l’essere, un dominio su un mondo fatto oggetto della signoria umana. Come l’uomo è l’oggetto di Dio, così la terra diventa l’oggetto dell’uomo, che la trasforma assoggettandola alla ragione tecnica. Nel contempo, il lavoro assume un valore eminentemente morale. Dirà san Paolo: «Se qualcuno non vuole assolutamente lavorare, non mangi», frase originariamente enunciata sotto forma di constatazione (“chi non lavora non mangia”) ma che ben presto diventa una formula prescrittiva: «Chi non lavora non ha il diritto di mangiare».

Liberarsi dalla necessità
Questa visione del mondo, che oggi ci appare cosi familiare, è segnata da una rottura totale con la concezione prevalente nella quasi totalità delle società tradizionali, dove non solo la necessità non detta legge, ma l’ambito di ciò che è specificamente umano si situa viceversa nel rifiuto di assoggettarsi al regno della necessità materiale. Marshall Sahlins, ad esempio, ha mostrato in maniera convincente che le società “primitive”, sono società nelle quali non si lavora mai più di tre o quattro ore al giorno, perché i bisogni vengono volontariamente limitati e «al tempo libero, viene assegnata la priorità rispetto all’accumulazione dei beni.»[1]

Nell’Antichità europea, il lavoro viene disprezzato proprio perché è considerato il luogo per eccellenza dell’assoggettamento alla necessità. Questo disprezzo lo troviamo tanto nei Greci e nei Romani quanto nei Traci, nei Lidii, nei Persiani e negli Indiani. L’idea più comune è che, essendo per definizione deperibile tutto ciò che l’economia produce, il lavoro, motore dell’economia, non è adatto a rappresentare quel che va oltre la semplice naturalità dell’esistenza umana. In Grecia, soprattutto, il lavoro è percepito come un’attività servile che, in quanto tale, è in antagonismo con la libertà, e quindi anche con la cittadinanza.[2] «Un pastore ateniese», nota a questo proposito Alain Caillé, «è un cittadino, a differenza dei ricchi artigiani, non perché è un lavoratore, come penserebbero i moderni, ma al contrario perché è un ozioso, perché dispone di quel tempo libero (skholè) che è la sola prerogativa in grado di rendere gli uomini pienamente umani.»[3]
«Non è possibile esercitare la virtù quando si fa la vita di un artigiano» scrive Aristotele.[4]

Sarebbe sbagliato vedere in questa svalutazione del lavoro semplicemente il riflesso di una visione gerarchica della società e la conseguenza della “comodità”, rappresentata dall’esistenza di schiavi. Essa esprime in realtà un’idea molto più importante: l’idea che la libertà (come del resto anche l’eguaglianza) non può risiedere nella sfera della necessità, e che vi è autentica libertà solo nell’affrancamento da tale sfera, ovverosia al di là dell’economico. AI limite, come spiega Hannah Arendt, lo schiavo non lavora perché è schiavo, ma è schiavo perché lavora. «Il lavoro era indegno del cittadino», aggiunge André Gorz, «non in quanto era riservato alle donne e agli schiavi; anzi, era riservato alle donne e agli schiavi perché “lavorare significava asservirsi alla necessità”. E poteva accettare quell’asservimento soltanto chi, alla maniera degli schiavi, aveva preferito la vita alla libertà e dunque dato prova di spirito servile. L’uomo libero, invece, rifiuta di sottomettersi alla necessità; padroneggia il proprio corpo onde non essere schiavo dei suoi bisogni e, se lavora, lo fa solo per non dipendere da ciò che non controlla, cioè per assicurare o accrescere la propria indipendenza». Per questo motivo, «l’idea stessa di “lavorare” era inconcepibile in quel contesto: il “lavoro”, votato alla servitù e alla reclusione nella domesticità, lungi dal conferire un'”identità sociale”, definiva l’esistenza privata ed escludeva dall’ambito pubblico quelle e quelli che gli erano asserviti.»[5]

Il fatto che questa contrapposizione tra regime della necessità e ambito della libertà si sovrapponga, nell’ideale antico, alla contrapposizione tra sfera privata e sfera pubblica è rivelatore. Secondo Aristotele, l’economia ha a che vedere con l’ambito “familiare”. Essa si definisce, in senso proprio, come un insieme di regole di amministrazione domestica (oikos-nomos), che Aristotele distingue del resto nettamente dalla produzione di beni in vista di uno scambio mercantile, cioè dalla crematistica; in quanto tale, si contrappone alla sfera pubblica, ambito della libertà, il cui godimento e la partecipazione presuppongono l’«oziosità». La libertà è una faccenda pubblica; non può essere ottenuta nel privato o attraverso di esso.

Non esisteva d’altronde all’epoca nessuna parola generica per designare il lavoro. I termini più correntemente utilizzati dai greci (ponos, ergon, poiesis) testimoniano un apprezzamento qualitativamente differenziato delle attività umane, giudicate secondo la conformità alla natura o in base al valore d’uso e alla qualità del prodotto. «Nel contesto della tecnica e dell’economia antica», sottolinea Jean-Pierre Vernant, «il lavoro appare solo […] nel suo aspetto concreto. Ogni compito viene definito in funzione del prodotto che punta a fabbricare […] Non si considera il lavoro nella prospettiva del produttore, come espressione di un unico sforzo umano creatore di valore sociale. Non troviamo quindi, nell’antica Grecia, una grande funzione umana, il lavoro, che copre tutti i mestieri, bensì una pluralità di mestieri diversi, ciascuno dei quali costituisce un tipo particolare di azione che produce la propria opera.»[6]

Lo stesso stato d’animo vige a Roma. A proposito del lavoro manuale, Seneca dice che è “privo d’onore e non potrebbe rivestire neppure la semplice apparenza dell’onestà”. Cicerone aggiunge che il «salario è il prezzo di una servitù», che «niente di nobile potrà mai uscire da un negozio», che «il posto di un uomo libero non è in una fabbrica.»[7] La lingua latina distingue nettamente il labor, che evoca il lavoro penoso ed oppressivo, e l’opus, l’attività creativa. “Lavorare” (laborare) ha spesso il significato di “soffrire”: laborare ex capite, “soffrire di mal di testa”, Viceversa, la parola otium non designa affatto la pigrizia o il fatto di “non fare niente”, bensì l’attività superiore orientata verso la creazione, di cui il commercio rappresenta la negazione (negotium, “negozio”). Quanto alla parola moderna francese travail, essa viene, come è noto, da tripalium, che in origine era uno strumento di tortura…

Sin dai primi secoli della nostra era, il cristianesimo si è sforzato di lottare contro il disprezzo del lavoro.
Gesù e i suoi apostoli erano dei lavoratori manuali. In breve tempo non si conteranno più i santi patroni dei diversi mestieri. Ciononostante, per Secoli sopravviverà l’idea che l’uomo non è fondamentalmente fatto per lavorare, che il lavoro non è altro che una triste necessità e non qualcosa da nobilitare o lodare, e che talune attività sono incompatibili con la qualità di uomo libero. Per reagire a questa idea fortemente radicata, la borghesia, soprattutto a partire dal XVII secolo, moltiplicherà le critiche contro il carattere “improduttivo”, e quindi “parassitario”, del modo di vita aristocratico.

André Gorz è uno di coloro che hanno colto meglio in che misura ciò che noi oggi chiamiamo lavoro è, nella sua stessa generosità, un’invenzione della modernità. «L’idea contemporanea del lavoro», scrive, «appare in effetti solo con il capitalismo manifatturiero. Sino a quel momento, cioè sino al XVIII secolo, il termine “lavoro” (laboul, arbeit, travai) designava la pena dei servi e dei giornalieri che producevano beni di consumo o servizi necessari alla vita che dovevano essere rinnovati giorno dopo giorno, senza che nulla potesse essere dato per acquisito. Gli artigiani, invece, che fabbricavano oggetti durevoli, accumulabili, che gli acquirenti di regola trasmettevano ai posteri, non “lavoravano”, “operavano”, e nella loro “opera” potevano utilizzare i “lavoro” di uomini di fatica chiamati a svolgere i compiti grossolani, poco qualificati. Soltanto i giornalieri e i manovali erano pagati per il loro “lavoro”; gli artigiani facevano pagare la propria “opera” in base a un tariffario fissato da quei sindacati professionali che erano le corporazioni e le gilde, le quali proibivano severamente qualsiasi innovazione ed ogni forma di concorrenza. […] La “produzione materiale” non era dunque, nell’insieme, retta dalla razionalità economica.»[9]

Per molto tempo infatti il lavoro, benché riabilitato, è rimasto in una certa misura al riparo da considerazioni puramente utilitarie o mercantili. Nel Medioevo, in particolare, il mestiere ha un valore li integrazione sociale. E innanzitutto un modo di vita, una maniera di stare al mondo, e, in quanto tale, rimane dipendente da un certo numero di atteggiamenti etici, che vanno al di là della sfera della sola materialità ed impregnano nel suo insieme una società nella quale si giustappongono e si incrociano modi di vita organica differenti. I mestieri hanno le proprie regole, le proprie tradizioni. Alloro esercizio sono associate abitudini festive e credenze p0polari che contribuiscono a limitare gli effetti della sola ragione economica.

Il lavoro speso nella costruzione delle cattedrali è tutto salvo che un lavoro che miri all’utilità, come ha rimarcato, in una pagina molto nota, Georges Bataille: «L’espressione dell’intimità nella chiesa […] risponde al vano consumo del lavoro: sin dall’inizio la destinazione sottrae l’edificio all’utilità fisica, e questo primo movimento si esprime in una profusione di vani ornamenti. Perché la costruzione di una chiesa non è l’impiego vantaggioso del lavoro disponibile, ma il suo consumo, la distruzione della sua utilità. L’intimità è espressa in modo condizionato da una cosa: purché questa cosa sia in fondo il contrario di una cosa, il contrario di un prodotto, di una merce: un consumo e un sacrificio.»[10]

È a questa forma di lavoro che Péguy allude quando evoca la pietà dell’«opera ben fatta», il tempo in cui si cantava mentre si lavorava e si dava nel lavoro il meglio di sé perché in quel lavoro ne andava della realizzazione di se stessi: «Abbiamo conosciuto operai che avevano voglia di lavorare […] Lavorare era la gioia stessa, la radice profonda del loro essere […] Esisteva un onore incredibile del lavoro […] Bisognava che un bastone di sedia fosse ben fatto […] Non doveva essere fatto bene per il salario o a causa del salario […] per il padrone o per i conoscitori […] Bisognava che fosse fatto bene in sé […] E lo stesso principio delle cattedrali…».
Péguy, tuttavia, respinge sia la concezione calvinista, in cui la coazione al lavoro trova la propria legittimità nell’ordine della fede (il lavoro come sottomissione necessaria all’esigenza di salvezza), sia la concezione borghese, che considera lavoro autentico solo quello che non procura alcun divertimento. Egli non fa del lavoro lo scopo supremo dell’esistenza. Pone al di sopra dei compiti necessari alla sussistenza le attività dello spirito che permettono alla personalità di fiorire. Sa che i valori etici e culturali sono superiori alla semplice produzione deg!i oggetti. Ed è il primo a convenire che il lavoro è radicalmente cambiato da quando è governato solamente dalle leggi economiche dell’offerta e della domanda, della produzione e del mercato.

Con la Riforma, e poi con l’emergere delle teorie liberali, il “valore-lavoro” diventa infatti nel contempo valore dominante e valore in sé. In Locke, ad esempio, la proprietà si fonda sul lavoro e non più sui bisogni, atteggiamento che già giustifica l’appropriazione illimitata (e che Louis Dumont giustamente definisce tipicamente moderna). Nel contempo, la giustizia viene fondata su un diritto di proprietà posto come assoluto, agli antipodi del pensiero tradizionale che rapporta la giustizia all’equità e a relazioni ordinate all’interno di un tutto. La proprietà risalirebbe allo “stato di natura” e sarebbe il frutto del lavoro individuale, cioè dell’appropriazione da parte dell’individuo di tutto ciò che egli sottrae alla natura e prende alla terra. E la nascita di quello che Macpherson chiama “individualismo possessivo”.

Il lavoro è non meno fondamentale in Adam Smith. L’introduzione de La ricchezza delle nazioni si apre su queste parole: «Il lavoro annuo di una nazione è il fondo primitivo che fornisce al suo consumo annuale tutte le cose necessarie e comode della vita, e queste cose sono sempre o il prodotto immediato del lavoro, o acquistate dalle altre nazioni assieme a quel prodotto.»[11]
Smith aggiunge immediatamente l’idea concomitante che la ricchezza prodotta dal lavoro (le “cose necessarie e comode della vita”) può essere accresciuta dal progresso costante dei metodi di rendimento. Sostiene inoltre che lo scambio fra le ricchezze in tal modo prodotte, scambio il cui unico motore è l’esclusiva ricerca dell’interesse egoistico, consente la diffusione ottimale di tutti i benefici risultanti dalla divisione del lavoro. Il valore si identifica quindi essenzialmente con il lavoro, che ne costituisce in un certo senso la sostanza e ne è l’unico metro di misura, ed è nello scambio mercantile che questo valore si cristallizza. «Il lavoro», scrive Adam Smith, «è la misura reale del valore scambiabile di ogni merce.»[12]

Per Smith, il giusto prezzo è dunque quello del mercato: la merce che viene scambiata sul mercato è venduta esattamente per ciò che vale («prezzo naturale»), e il suo valore espresso in denaro rimanda al lavoro che essa rappresenta: «Il lavoro misura il valore, non soltanto di quella parte del prezzo che si risolve in lavoro, ma anche di quella che si risolve in rendita, e di quella che si risolve in profitto.»[13] E ancora: «Non è con l’oro o con l’argento, ma con il lavoro che tutte le ricchezze del mondo sono state acquistate originariamente; e il loro valore per coloro che le possiedono e che cercano di scambiarle con nuove produzioni è esattamente uguale alla quantità di lavoro che esse li mettono in condizione di acquistare o di ordinare.»[14]
L’intera opera di Smith si fonda su questo legame fra lo scambio e il lavoro, in cui il primo ingloba il secondo nelle condizioni moderne dell’attività economica ma il secondo forma la pietra angolare dell’intero edificio. L’uomo pertanto è così «naturalmente» commerciante che è «lavoratore»: «ln tal modo, ogni uomo vive di scambi e diventa una sorta di mercante, e la società stessa è propriamente una società commerciante.»[15] Come scrive Louis Dumont, «insomma, ogni cosa è lavoro e il lavoro è ogni cosa, cosicché noi lavoriamo persino quando non lavoriamo e ci accontentiamo di scambiare.»[16]
In effetti, in Smith troviamo due definizioni del valore-lavoro. Nella prima, che è implicita, il valore consiste nella quantità di lavoro necessaria alla produzione di un bene. Nella seconda, che ne deriva ed è altresì la principale, il valore di un bene consiste nella quantità di lavoro che è possibile ottenere in cambio di quel bene (giacché lo scambio consente in un certo senso di “verificare” il valore-lavoro connesso alla sola produzione). In entrambi i casi, ci si trova di fronte ad un’affermazione (o ad un argomento di diritto naturale) priva di ogni valore empirico od operativo. La teoria si limita semplicemente a postulare che l’uomo crea il valore per i) tramite del proprio lavoro, che lo fa padrone e sovrano trasformatore della natura. «Questa relazione naturale dell’uomo individuale con le cose», nota Louis Dumont, «si riflette in qualche modo nello scambio egoistico tra uomini che, pur essendo un succedaneo del lavoro, impone ad esso la propria legge e ne consente il progresso. Come nella proprietà di Locke, è il soggetto individuale ad essere esaltato, l’uomo egoista che scambia o lavora, che, nella pena, nell’interesse e nel profitto, lavora […] al bene comune, alla ricchezza delle nazioni.»[17]
Adam Smith tuttavia devia quando, basandosi sulla teoria del valore-lavoro, si sforza di giustificare il sistema dei salari e il gioco del capitale. Egli afferma infatti che il lavoratore deve condividere con il datore di lavoro il prodotto del capitale. Questa affermazione sembra smentire la convinzione secondo cui il valore del prodotto si ricollega alla quantità di lavoro necessaria alla produzione, dal momento che tale quantità è stato solo il lavoratore a produrla.
Consapevole della difficoltà, Smith scrive: «La quantità di lavoro comunemente spesa per acquistare o produrre una merce non è più dunque l’unica circostanza sulla quale si deve regolare la quantità di lavoro che quella merce potrà comunemente acquistare, ordinare od ottenere in scambio. E chiaro che sarà dovuta ancora una quantità addizionale per il profitto del capitale che ha anticipato i salari di tale lavoro e ne ha fornito i materiali.»[18]
Questa «quantità addizionale» rimane però misteriosa. Smith tenta in effetti di assimilare il valore-lavoro inerente ad un prodotto al salario che il lavoratore riceve per quel prodotto, come se il valore del lavoro pagato dal salario fosse identico al valore reale creato da quel lavoro: «Quel che costituisce la ricompensa naturale o il salario del lavoro, è il prodotto del lavoro.»[19] Ma questa assimilazione è arbitraria, cosa che Marx non mancherà di rilevare. L’approccio di Smith trova il suo fondamento nell’idea che la diversità delle attività umane possa essere interamente ricondotta a un’unica sostanza, e che sia tale sostanza, nella fattispecie il lavoro, a permettere di trasformare l’eterogeneo in omogeneo, la qualità in quantità. Nel contempo, Smith afferma che ogni lavoro deve essere “produttivo”, cioè diretto verso la produzione di merci utili il cui consumo c0nsentirà a sua volta di produrre nuove cose consumabili. Ne consegue che l’attività non “produttiva” è un non-senso rispetto alla vita delle società.

Questa idea di un lavoro che sarebbe alla base dell’esistenza umana la si ritrova in Ricardo, per il quale «il valore di una merce dipende della quantità relativa di lavoro necessaria alla sua produzione.»[20] I successori di Smith si divideranno in seguito sull’importanza relativa da attribuire rispettivamente al lavoro e allo scambio.

La teoria neoclassica, particolarmente in Walras, cercherà di assimilare valore di scambio e valore d’uso spiegando il primo attraverso la limitazione di una quantità utile, cioè attraverso la rarità. L’idea che il valore debba essere indicizzato esclusivamente sull’utilità non è infatti sostenibile: l’acqua è più utile del diamante ma infinitamente meno costosa; il piano del prezzo e quello dell’utilità sono irriducibili l’uno all’altro. Gli economisti liberali si sforzeranno, quindi, di prendere contemporaneamente in considerazione l’utilità e la rarità, e i marginalisti svilupperanno un punto di vista che consisterà nel valutare non più la quantità globale di beni, bensì il valore “marginale”, assunto dall’ultimo di essi, ma «senza riuscire a operare la sintesi utilità-rarità in una spiegazione coerente.»[21] Questa teoria finisce infatti con il rendere insolubile il problema della trasformazione del valore in prezzo di produzione.

Il modo in cui ai nostri giorni la parola “lavoro” viene indistintamente applicata a qualunque forma di attività o di occupazione regolare, in diretta contrapposizione con l’ideale ereditato dall’Antichità, riflette piuttosto bene le teorie di cui abbiamo or ora sinteticamente accennato. Operai, dirigenti, artisti, ricercatori, intellettuali, creatori: ormai tutti “lavorano”. Anche i contadini si sono trasformati in “produttori agricoli”, il che dimostra che i loro compiti quotidiani non definiscono più un modo di vita incomparabile rispetto a tutti gli altri. Nondimeno, questo onnipresente lavoro esige di essere colto e definito con precisione. «Il “lavoro”, nel senso contemporaneo», scrive André Gorz, «non si confonde né con i bisogni, ripetuti giorno dopo giorno, che sono indispensabili al mantenimento e alla riproduzione della vita di ciascuno; né con la fatica, per quanto impegnativa possa essere, che un individuo fa per realizzare un compito di cui lui stesso o i suoi sono i destinatari e i beneficiari; né con quel che noi decidiamo di fare di testa nostra, senza tener conto del tempo e della fatica, per uno scopo che ha importanza soltanto ai nostri occhi e che nessuno potrebbe raggiungere al posto nostro. Se ci capita di parlare di “lavoro” a proposito di queste attività del “lavoro domestico”, del “lavoro artistico” de “lavoro di autoproduzione”, lo facciamo assegnando all’espressione un significato fondamentalmente diverso da quello che ha il lavoro posto dalla metà alla base della propria esistenza, strumenti cardinale e nel contempo obiettivo supremo… La caratteristica essenziale di quel tipo di lavoro quello che noi “abbiamo”, “cerchiamo”, “offriamo” consiste infatti nell’essere un’attività nella sfera pubblica, richiesta, definita, riconosciuta utile da altri e, a questo titolo, da essi remunerata. Grazie al lavoro remunerato (e più in particolare attraverso il lavoro salariato) apparteniamo alla sfera pubblica, acquisiamo un’esistenza e un’identità sociali (vale a dire una “professione”), siamo inseriti in una rete di relazioni e di scambi nella quale ci misuriamo con gli altri e ci vediamo conferire dei diritti su di loro in cambio dei nostri doveri verso di loro. La società industriale viene intesa come “una società di lavoratori” e, a questo titolo, si distingue da tutte quelle che l’hanno preceduta, perché il lavoro socialmente remunerato e determinato è anche – per colui e colei che lo cerca, vi si prepara o ne manca – il fattore di gran lunga più importante di socializzazione.»[22]

Perciò, prosegue André Gorz, «la razionalizzazione economica del lavoro non è consistita semplicemente nel rendere più metodiche, e meglio adattate allo scopo, le attività produttive preesistenti. Fu una rivoluzione, una sovversione del modo di vita, dei valori, dei rapporti sociali e con la natura, l’invenzione nel senso pieno del termine di qualcosa che non era ancora mai esistito. L’attività produttiva veniva privata del suo senso, delle sue motivazioni e del suo oggetto per diventare il semplice mezzo per guadagnarsi un salario. Smetteva di far parte della vita per diventare il mezzo per “guadagnarsi da vivere”. Il tempo di lavoro e il tempo di vivere venivano staccati; il lavoro, i suoi strumenti, i suoi prodotti acquistavano una realtà separata da quella del lavoratore e dipendevano da decisioni estranee. La “soddisfazione di operare” in comune e il piacere di “fare” venivano soppressi a vantaggio esclusivo delle soddisfazioni che il denaro può acquistare […] La razionalizzazione economica del lavoro avrà pertanto ragione dell’antica idea di libertà e di autonomia esistenziale. Essa dà vita a un individuo che, alienato nel lavoro, lo sarà anche, per forza, nei consumi ed, infine, nei bisogni.»[23]

NOTE
[1] Cfr. Marshall Sahlins, Age de pierre, age d’abondance.
L’économie des soclétés primltlves, Gallimard, Parls 1976 (tr. It. Economia dell’età della pietra, Bompiani, Milano 1980).
[2] A queslo proposito si veda sopraltutto Hannah Arendt, La condition de l’homme moderne, Calmann-Lévy, Parls 1961 (tr. it. Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1993).
[3] Alain Caillé, Vers de nouveaux fondements symboliques. Pour une création mondiale de revenus de citoyenneté nationaux, in «Dossier n. 3, Transversales science/culture», pag. 28.
[4] Aristotele, Politica, 111, 2, 8. Si sa anche che uno dei motivi del. rostilità di Platone nei confronti dei sofisti (Protagora, Gorgia, Prodico) stava nel fatto che costoro accettavano di farsi pagare per il loro insegnamento filosofico.
[5] André Gorz. Métamorphoses du travail. Quete du senso Critique de la raison économique, Galilée, Paris 1991, pagg. 26-28 ttrad. it. Metamorfosi del lavoro, Bollati Boringhieri, Torino 1992).
[6] Jean-Pierre Vernant, Mythe et pensée chez les Grecs, La Découverte, Paris. Pag. 296 (tr. il. Mito e pensiero presso i greci, Eiraudi. Torino 1981).
[7] Seneca, Ce Officiis I, 42.
[8] Questo significato è sopravvissuto in francese e in italiano nell’espressione che evoca il ..travaglio» (travai/) della donna partoriente e i dolori che lo accompagnano.
[9] André Gorz. op. cit., pagg. 28-29.
[10] Georges Bataille, La part maudite. Précédé de: La notion de dépense, Minuit, Paris 1990. pago 168 (tr. it.
La parte maledetta, Bertani. Verona 1972).
[11] Adam Smith, Recherches sur la nature et les causes de la richesse des nations. vol.
I, Flammarion, Paris. p. 65 (ed. il. Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Mondadori. Milano 1977).
[12] Ibidem. libro I, capitolo S, pag, 100.
[13] Ibidem, libro I. capitolo 6, pago 120.
[14] Ibidem. libro I, capitolo S, pag.101.
[15] Ibidem. libro I, capitolo 4, pago 91.
[16] Louis Dumont, Homo Aequalls. Genèse et épanouissement de l’idéologie économique, Gallimard, Paris 1977, pago 225 (tr. il. Homo Aequalis, Adelphi, Milano 1984).
[17] Ibidem, pag, 122.
[18] Adam Smith. op. cit., libro I, capitolo 6, pago 119. Ibidem, libro I, capitolo 8, pago 135.
[19] David Ricardo, Sui principii dell’economia politica e della tassazione, Mondadori, Milano 1979. capitolo I.
[20] André Piettre, Pensée économique et théories contemporaines, Sa ed., Dalloz, Paris, pag, 93. La nozione di rarità tende inoltre a fare della relazione economica un gioco a somma zero (cosa che essa non è). da! momento che, in un universo interamente assoggettato alla rarità, non si potrebbe dare all’uno senza prendere all’altro. Simmel ha fatto osservare che. dal punto di vista economico, il momento dell’utilità corrisponde alla domanda, quello della rarità all’offerta. Thorstein Veblen (Teoria della classe agiata, Einaudi, Torino 1971) mostra inoltre che il prezzo e l’utilità di un bene non ne esauriscono il significato. nella misura in cui quel bene è anché l’esponente di uno status sociale. I’oggetto economico diventa perciò il referente dell’oggetto-segno. Cfr. anche Jean Baugrillard, Le système des objets, Gallimard, Paris 1968.
[21] André Gorz, op. cit., pagg. 25-26.
[22] Ibidem, pagg. 36-37.

[tratto dal libro di Alain de Benoist Comunità e decrescita, Arianna editrice, 2006]

Fonte: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=20180

TRAVAGLIO – Alitalia: una commedia italiana

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“Buongiorno a tutti, riprendiamo il nostro appuntamento settimanale dopo le vacanze. Spero che vi siate riposati, tutti o quasi tutti, perché quest’anno ci sarà molto da fare. Forse avete visto sul blog di Beppe Grillo che abbiamo raccolto le prime dieci puntate di “Passaparola” in un DVD: chi fosse interessato trova le istruzioni per procurarselo.

La notizia di oggi è che l’operazione Alitalia è un grandissimo successo per il governo. Chi l’ha detto? Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che si loda e si imbroda da solo, anche perché dagli esperti ha ricevuto soltanto pernacchie e critiche, per non parlare della stampa e di tutti operazioni internazionali che si misurano sul libero mercato e non sull’italietta autarchica che sta ritornando insieme ai rigurgiti di fascismo giustamente denunciati da Famiglia Cristiana. Non si capisce bene che cosa stia festeggiando questo signore visto che negli utlimi quindici anni è stato Presidente del Consiglio per circa sette, cioè la metà: in questi quindici anni, Alitalia ha perso quindi miliardi di euro di soldi nostri, quindi la metà dei soldi persi è colpa sua, dei suoi governi, e l’altra metà è colpa dei governi di centrosinistra perché la politica ha sempre tenuto le mani su Alitalia e, come vedremo, continuerà a tenercele anche dopo averla fatta fallire innumerevoli volte.

Prodi e Padoa Schioppa, una delle poche cose buone fatte dal governo di centrosinistra, avevano trovato la quadra: erano riusciti a convincere AirFrance a rilevare tutto. Il che avrebbe comportato niente fallimento, niente ricorso alla legge Marzano sulle aziende decotte, nascita di un polo europeo molto grosso, avrebbe compreso AirFrance, KLM e Alitalia, che si sarebbe potuto misurare sui mercati internazionali dove ormai le compagnie aeree sono grandi, consorziate, fondate su alleanze tra più Paesi. Ce la saremmo cava con 2150 esuberi: questo era il piano che era stato presentato da Messieur Spinetta, e così sarebbe stato se si fosse chiusa la trattativa con i francesi subito, all’inizio della primavera, mentre adesso ne avremo 6-7000, di esuberi, cioè il triplo. L’AirFrance avrebbe pagato un miliardo e settecento milioni per comprarsi le azioni dell’Alitalia e avrebbe investito 750 milioni, in pratica avrebbe sborsato e ci sarebbero arrivati dalla Francia la bellezza di due miliardi e seicento milioni. Ora vedremo che, invece, quei soldi glieli diamo noi. Non solo non li incassiamo, ma li perdiamo. In più sarebbe stata salvata e ristrutturata Malpensa e sarebbe stato potenziato l’aeroporto di Fiumicino. Questo, in sintesi, era ciò che era stato concordato tra il governo Prodi e l’AirFrance e che è saltato perché sono arrivati Berlusconi e suoi lanzichenecchi e perché i sindacati, completamente accecati dal breve periodo, non hanno saputo scegliere tra un piccolo sacrificio oggi e un enorme dissanguamento domani, quello che invece avremo.

Cosa non va in questo nuovo piano che è stato chiamato “Fenice”, perché pare quasi l’araba Fenice che risorge dalle sue ceneri – è un truffa naturalmente: sono abilissimi a chiamare le cose con un nome diverso da quello reale per nascondere la realtà -? L’Alitalia viene divisa in due società. La Bad Company, la discarica, rimane a noi, allo Stato, con tutti i debiti. E’ una società che contiene debiti. La Good Company, invece, è quella meravigliosa, profumata, balsamica. Quella va ai privati, sedici privati, scelti privatamente con trattativa privata da Berlusconi e dai suoi uomini, che hanno ottime armi per chiedere piccoli favori agli imprenditori in vista di restituirli in grande stile, come vedremo, con vari conflitti di interessi. Quindi noi ci teniamo i debiti e quel poco che vale di Alitalia lo regaliamo ai privati che fanno anche la figura dei salvatori della Patria, dei Cavalieri Bianchi.

La Bad Company, affidata a uno che si chiama Fantozzi perchè si capisca bene qual è il problema, è dunque piena di buchi e li ripianeremo noi. I conti pubblici verranno ulteriormente sfasciati, saranno più in rosso che mai e noi pagheremo progressivamente una “tassa Alitalia” anche se non la chiameranno così, ce la nasconderanno sotto qualche voce strana. Anche perchè Alitalia viene incorporata ad AirOne che a sua volta è piena di buchi. Oltre a non incassare, spenderemo, probabilmente, intorno al miliardo di euro – un terzo dei tagli alla scuola decisi da questo governo – e in più avremo 6-7000 persone per la strada che verranno messe in cassa integrazione a zero ore, avranno vari scivoli, ovviamente pagati con la cassa integrazione sempre con soldi nostri, e alla fine qualcuno verrà licenziato e – questi sono liberisti – vogliono infilare del personale in esubero nelle Poste. Un mese fa ci avevano detto che le Poste sono sovradimensionate e devono ridurre il personale, adesso ci raccontano che il personale delle Poste aumenterà perché arriveranno gli steward, le hostess, forse qualche pilota. Verranno travestiti da postini così risolveremo il problema. Naturalmente pagheremo noi.

La Good Company, quella buona che viene regalata ai privati nell’ambito della famosa usanza tutta italiana di privatizzare gli utili e statalizzare le perdite, è formata da sedici grandi e lungimiranti capitani coraggiosi che, tutti insieme, sono riusciti a mettere da parte la miseria di un miliardo di euro; che non basta, naturalmente, a rilanciare Alitalia. Basti pensare che il prestito ponte, fatto ad aprile dal governo Prodi morente su richiesta del nascente governo Berlusconi, era di 300 milioni e l’Alitalia in tre mesi se li è mangiati. Dove prenderanno questi soldi? Mica li tirano fuori dalle loro tasche: in gran parte arriveranno dalle banche che sono molto coinvolte, come vedremo, in questa cordata. Taglieranno tutto il tagliabile, ridurranno le rotte internazionali, squalificheranno ulteriormente Fiumicino, Malpensa resterà al palo con Bossi, la Moratti e Formigoni che ululeranno alla Luna: mentre prima se la prendevano col governo di centrosinistra adesso gli sarà un po’ più difficile prendersela con il loro. In compenso abbiamo una caterva, un groviglio, una giungla di conflitti di interessi perché non c’è solo quello di Berlusconi. Il conflitto di interessi, non risolto da nessuno quando ce l’aveva soltanto lui, adesso è diventato un’epidemia e ce l’hanno in tanti.

Primo conflitto di interessi: abbiamo Carlo Toto, proprietario dell’AirOne, che con 450 milioni di debiti riesce a piazzare il colpo della vita. L’AirOne viene incorporata all’Alitalia, intanto il nipote Daniele è stato candidato ed eletto nel Popolo della Libertà. E’ li a vigilare, evidentemente. Abbiamo tre soggetti che sono impegnati in opere pubbliche e sono addirittura pubblici concessionari dello Stato. Lo Stato, in questo conflitto di interessi, li ha convocati facendogli sapere che era bene per loro se aderivano all’appello del Presidente del Consiglio. Sono Salvatore Ligresti, noto immobiliarista, assicuratore, palazzinaro, pregiudicato per Tangentopoli. Marcellino Gavio, un altro che ai tempi di Di Pietro entrava e usciva dalla galera. L’ottimo Marco Tronchetti Provera che dopo aver ridotto come ha ridotto la Telecom è anche lui nel settore immobiliare. In più abbiamo la famiglia Benetton, l’apoteosi del conflitto di interessi perchè è pubblico concessionario per le Autostrade, è gestore, dopo averlo costruito, dell’aeroporto di Fiumicino, e in futuro sarà uno dei proprietari di Alitalia. Come gestore di Fiumicino deciderà lui quali tariffe far pagare all’Alitalia per usare Fiumicino. Tutto in famiglia.

Gli immobiliaristi di cui sopra, e di cui anche sotto come vedremo, sono tutti molto interessati a una colata di miliardi che sta arrivando su Milano e la Lombardia per l’Expo. L’Expo prevedere 16 miliardi freschi per pagare nuove infrastrutture, costruzioni, palazzi, due autostrade, due metropolitane, una tangenziale, una stazione, ferrovie, ecc… indovinate chi si accaparrerà questi lavori? Esattamente coloro che hanno fatto i bravi e hanno accolto l’appello del governo.

Poi abbiamo Francesco Bellavista Caltagirone che con l’ATA ha delle mire su Linate. Abbiamo Emilio Riva, un acciaiere eccezionale supporter di Berlusconi. E abbiamo l’ottima famiglia Marcegaglia: non solo c’è la Emma, che è un’ottima valletta di Berlusconi, che cinge con il suo braccio nelle riunioni di Confindustria come se fosse una Carfagna o una Brambilla qualsiasi, ma abbiamo anche la sua famiglia, il gruppo imprenditoriale Marcegaglia, famoso per condanne e patteggiamenti assortiti da parte del padre e del fratello della signora. Che è presidente di Confindustria, tra l’altro, e quindi tratta per conto di tutti gli industriali con il governo e privatamente si è infilata in questa meravigliosa avventura.

Abbiamo la banca Intesta dell’ottimo banchiere Passera, banchiere di centrosinistra che si è messo subito a vento, e che fungerà con il conflitto di interessi: prima ha fatto l’advisor per trovare la soluzione per Alitalia e poi è entrata nella compagine azionaria della nuova Alitalia, la Good Company.
Abbiamo i fratelli Fratini che sono, anche loro, immobiliaristi toscani, magari interessati a mettere un piedino a Milano in occasione dell’Expo, per prendere la loro fettina di torta.

Abbiamo un certo Davide Maccagnani che è molto interessante: Alberto Statera su Repubblica ha raccontato chi è, uno che produceva missili per testate nucleari e adesso si è riconvertito all’immobiliare. Si presume che avrà anche lui le sue contropartite sotto forma di terreni.
In realtà gli interessi stanno a terra anche se Alitalia dovrebbe volare.

Poi, dulcis in fundo, il presidente dei sedici campioni del Tricolore, che è Roberto Colaninno, che già ha dei meriti storici per avere riempito di debiti, comprandola a debito, la Telecom ai tempi della Merchant Bank D’Alema & C. a Palazzo Chigi, e adesso si propone anche lui per il suo bel conflitto di interessi familiare in quanto suo figlio, Matteo, è ministro ombra dell’industria del Partito Democratico. Così ombra che non ha praticamente proferito verbo di fronte a questo scandalo nazionale perché prima era contrario, naturalmente alla soluzione Berlusconi, poi è arrivato papà. Come si dice “i figli so’ piezz ‘e core”, ma pure i padri! Ha detto “sono un po’ in imbarazzo”, poi il giorno dopo ha detto “no, non sono per niente in imbarazzo”. Insomma, non ha detto niente e soprattutto continua a rimanere ministro molto ombra, diciamo ministro fantasma, dell’industria del Partito Democratico.

Fatto interessante: qualche anno fa furono condannati in primo grado per bancarotta nel crack del Bagaglino Italcase, una brutta e sporca faccenda immobiliare, alcuni big dell’industria e della finanzia italiana come il banchiere Geronzi, Marcegaglia papà – il papà della valletta – e Colaninno Roberto – papà del ministro fantasma. Bene, tutti e tre a vario titolo sono impegnati, dopo la condanna in primo grado, in questa meravigliosa avventura, perché anche Mediobanca si sia mossa dietro le quinte poiché Geronzi sta per diventare il padrone unico della finanza italiana eliminando anche quei pochi controlli che venivano dalla gestione duale della banca che fu di Cuccia. Insomma, questo è il quadro. E’ interessante perché probabilmente sono state violate una mezza dozzina di leggi, d’altra parte non ci sarebbe Berlusconi se fossimo tutti in regola con la legge.

Intanto la legge del mercato: vengono addirittura sospese le regole dell’Antitrust e i poteri del garante dell’antitrust perché bisogna dare tempo di consumare tutti questi conflitti di interessi e queste occupazioni del libero mercato. Intanto, il matrimonio Alitalia-AirOne che sgomina qualsiasi concorrenza in Italia soprattutto sulla tratta Milano-Roma. Sarà gestita in monopolio da questa nuova Good Company dove c’è dentro Toto e l’Alitalia. Non ci sarà concorrenza, non si potrebbe e allora si sospendono le regole. Che sarà mai, una più una meno… un piccolo lodo Alfano per la nuova Alitalia non si nega a nessuno. La concorrenza va a farsi benedire: i prezzi quindi li fisserà il monopolista quindi non ci sarà possibilità di gare al ribasso. La condizione che ci era stata imposta dalla Commissione Europea, dal governo europeo, per autorizzare il famoso prestito ponte che ha consentito all’Alitalia di fumarsi quegli ultimi 300 milioni di euro, era che l’Alitalia per un anno non si espandesse, restasse esattamente così com’era. Con questo accordo viene violata quella condizione perché Alitalia si mangia AirOne e quindi si espande, altroché! Ben prima di quell’anno che era stato imposto dalla Commissione Europea che quindi, se le parole e gli accordi hanno ancora un senso, dovrebbe condannarci e vietarci questa operazione.

In più viene cambiata un’altra legge italia, la legge Marzano sulle imprese decotte, che dovrà essere modificata perché questi capitani coraggiosi mica entrano in Alitalia rischiand qualcosa: non rischiano niente! Vogliono mettersi preventivamente al riparo dal rischio che qualche creditore o dipendente della vecchia Alitalia si rivalga sulla nuova, cioè chieda loro di sobbarcarsi qualche rischio. Verranno tutelati in tutto e per tutto, saranno inattaccabili, anche loro anche uno scudo spaziale, il loro piccolo Lodo Alfano per cui se qualcuno gli chiede qualcosa fanno finta di niente, dicono “io non so chi sei, mi trovo qua per caso”. Nessun rischio di revocatoria o di rivalsa da parte dei creditori e dipendenti. E dove andranno a rivalersi? Naturalmente dalla Bad Company, quella decotta, quella nostra, dello Stato: pagheremo tutto noi. Per cambiare gli ammortizzatori sociali, altra deroga alla legge Marzano perché ci sarà bisogno di risorse per queste 6-7000 persone che finiranno per la strada o alle Poste, come ci è stato raccontato spiritosamente, in quanto non siamo attrezzati per far fronte a questa fiumana di lavoratori in uscita. In più, il governo promette di detassare le aziende che assumono ex dipendenti dell’Alitalia. E’ un’altra cosa spettacolare: l’Italia è piena di aziende decotte, di gente che finisce per la strada: quei lavoratori lì si fottono, mentre gli ex-lavoratori Alitalia avranno il privilegio di poter andare da alcune aziende che se li assumeranno avranno riduzioni fiscali. Così: cittadini di serie A e cittadini di serie B.

L’Europa ci tiene d’occhio anche perchè il prestito ponte aveva anche escluso che per un anno la società Alitalia venisse messa in liquidazione in regime concordatario. L’Alitalia aveva dunque garantito di pagare tutti i creditori. Adesso, se la nuova società non li paga, quelli si rivalgono ma non solo. La Good Company dovrà comprarsi tutti gli aerei e gli slot dalla Bad Company – l’attuale Alitalia moribonda – e rifare tutti i contratti dei dipendenti o almeno di quelli che terrà con sé. Quanto pagherà tutti questi beni la Good alla Bad? Se li pagassero per quello che valgono sulla carta, la vecchia Alitalia probabilmente avrebbe i soldi per onorare i suoi debiti, circa 2-2.5 miliardi di euro. Naturalmente, visto l’aria che tira, se i nuovi proprietari tirano fuori un miliardo di euro per comprare quella roba è già tanto. Quindi, la vecchia Alitalia rimarrà in profondo rosso, non avrà i soldi per pagare i creditori, e i creditori da chi andranno? Non potendo andare dalla Good che è immunizzata andranno dal governo che dovrà tirare fuori i soldi. A questo punto ci arriva addosso l’Europa perché se lo Stato paga i debiti di un’azienda si configura come aiuto di Stato. Questo è vietato perché, altrimenti, tutte le altre aziende d’Europa si incazzano e dicono “perchè noi dobbiamo andare avanti con le nostre gambe e se non ce la facciamo falliamo mentre in Italia lo Stato interviene a rabboccare quando i conti delle sue società sono in rosso?”. Ci arriverà addosso una procedura di infrazione, con condanna, con multa che aggraverà ancora la spesa di questa operazione folle e faraonica. In più, la nuova Alitalia, dato che sarà l’unico soggetto solvibile dovrà sobbarcarsi, allora sì, tutti i debiti che lo Stato non poteva pagare. Dovrà pagare tutti i creditori e rimborsare quei trecento milioni di prestito ponte allo Stato, visto che la Bad Company è dello Stato. Lo Stato non può restituirsi i soldi da solo, sarebbe una partita di giro.

Come avete visto Berlusconi ha risolto brillantemente anche l’emergenza Alitalia con lo stesso sistema con cui dice di aver risolto l’emergenza monnezza a Napoli: nascondendo il pattume sotto il tappeto. Che succederà in futuro? Questi 16 capitani coraggiosi devono rimanere fermi per cinque anni. Dopo cinque anni possono rivendere le loro quote della Good Company. Secondo voi che cosa fanno? Sono 16 soggetti nessuno dei quali ha il minimo interesse e il minimo background per occuparsi di voli. Non gliene frega niente dell’Alitalia, gliene importa in virtù delle contropartite. Prenderanno le loro quote e le venderanno a quello che sta per diventare il partner industriale, quello che sa come si fa a volare, che sarà AirFrance se vincerà Tremonti o Lufthansa se vincerà Gianni Letta che ha gestito questa operazione. Entro il 2013 questi possono rivendere. E che faranno? Svenderanno, come si sa, ai francesi o ai tedeschi, così i francesi dell’AirFrance si prenderanno la compagnia italiana, che diventerà compagnia francese – non ci sarà più nessuna bandierina da nessuna parte, è tutto finto che questa sia una cordata italiana – a condizioni migliori di quanto se l’avrebbero presa se si fosse dato retta a Prodi e Padoa Schioppa. Pagheranno quattro lire invece che due miliardi e seicento milioni che si erano impegnati a pagare. La prenderanno anche molto più snella perché non ci saranno più i dipendenti in esubero e i debiti da cui li avremo liberati a spese nostre. Questa sì è la svendita di Alitalia ai francesi e agli stranieri, mentre quella di Prodi non lo era. Avremo così una compagnia francese che si chiamerà Alitalia e che probabilmente raschierà via molto presto il simbolino dalle ali degli aerei.

Ci resta comunque una consolazione in tutto questo: in questi cinque anni potranno continuare a fare il bello e il cattivo tempo in Alitalia: potranno continuare a metterci il naso, avendo portato loro questi imprenditori. Faranno fare a questi imprenditori più o meno quello che vorranno, sono tutti imprenditori assistiti o amici dei politici, nel solco di quella tradizione per la quale Alitalia è sempre rimasta in rosso: che la gestivano con criteri politici e non manageriali.

Pensate soltanto che un mese fa il governo Berlusconi ha stanziato un milione di euro per ripristinare l’imprescindibile volo Roma-Albenga tanto caro al ministro Scajola che sta a 30 km da Albenga, cioè Imperia, e ci tiene ad atterrare con l’aereo nel cortile di casa.E’ meglio che rimanga ancora un po’ in mani italiane perchè la gestiscono così, un po’ come il vecchio ministro Nicolazzi gestiva le Autostrade e si faceva fare lo svincolo a Gattico, proprio sotto casa sua, nella famosa autostrada Roma-Gattico.

Ci resta un’altra consolazione, cioè il fatto che ritorna il comunismo: Berlusconi che convoca imprenditori, cambia leggi, organizza cordate, il governo che dirige gli affari dell’impresa privata, sistema debiti, sposta dipendenti, fa piani quinquennali, ecc. ricorda tanto la grande Unione Sovietica di Stalin, di Breznev, di Cernienko. Il modello Putin sta entrando in Italia e sta tornando il dirigismo, la pianificazione sovietica. Il Cavaliere, che non sa e non ha mai saputo cosa sia il libero mercato, ripristina, se Dio vuole, l’industria di Stato. L’ultimo vero comunista è lui. Passate parola.”

Marco Travaglio

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fonte: http://www.beppegrillo.it/2008/09/pp_1-9-08.html