Archivio | settembre 4, 2008

Solidarietà per una bimba

Non mi fido più degli allarmi lacrimevoli lanciati in rete (anche perché mi son già presa un paio di bufale…).

Ma conosco Pino, è un amico, e credo in lui. Se lui dice una cosa, è perché è vera. Quindi vi rilancio il suo appello (che trovate qui, in “Catene”):

Un caro amico, Ciccio Muci, mi ha segnalato una dolorosa vicenda, una bambina che si chiama Gabriela (www.aiutiamogabriela.it) è gravemente ammalata.

La sua malattia ha solo un filo di speranza e questo filo si trova negli Stati Uniti, questo filo ha bisogno di Duecentomila Dollari per essere dipanato. Non mi fido di queste catene, ho visitato il sito e ho chiamato uno dei più bravi primari di patologia neonatale, il mio amico Giuseppe. Gli ho chiesto di informarsi. Giuseppe mi ha detto che la situazione è gravissima e che lo stato di Gabriela è, allo stato attuale, al 90% irreversibile. Mi ha detto che è arrabbiato perché gli americani speculano sulle malattie di questo tipo e che, razionalmente, spendere una cifra così elevata per una probabilità così scarsa non ha molto senso. Poi ha aggiunto: se fosse nostra figlia non proveremmo ogni strada? Ci arrenderemmo alla razionalità? Non chiederemmo al cuore di prendere l’iniziativa? Pur in presenza del pessimismo della ragione non abbiamo l’obbligo dell’ottimismo della volontà?

Mi sono convinto. Bisogna avere il coraggio del sentimento, a volte, e fottersene della razionalità, e quindi vi chiedo, chiedo a ciascuno di voi che avete la pazienza di leggere quanto scrivo, di dare un piccolo contributo ai genitori di Gabriela. Le modalità le troverete sul sito: www.aiutiamogabriela.it.

L’appello di Carlo Ruta (Accadeinsicilia)

Emergenza libertà in Italia

La sentenza siciliana
che ha condannato l’informazione in rete,
ritenendola né più né meno che un crimine, sta suscitando proteste e
allarme sul web e in ogni ambito del paese civile e responsabile. E’
tempo di mobilitazione, e le ragioni sono pesanti come pietre. Sono
stati attaccati princìpi che hanno fatto la storia del pensiero
democratico: i medesimi per i quali, nel nostro paese, uomini come i
fratelli Rosselli, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Eugenio Curiel,
Giovanni Amendola, hanno speso il loro impegno e dato la vita. E’ stato
puntato e centrato in particolare il principio della libera
espressione, che, rappresentativo delle libertà tutte e momento
rivelatorio di uno Stato democratico, costituisce un cardine della
Costituzione repubblicana.

L’attuale governo italiano
, che si sta connotando sempre più in senso
illiberale, non può sottrarsi a questo punto al dovere morale di
rispondere al moto di protesta di questi giorni. Basta con gli
infingimenti. Non si aspetti che l´onda di piena dell’indignazione si
plachi. Si farà il possibile perché non si fermi. E’ in gioco appunto
la democrazia, nella sua frontiera più avanzata e aperta, rappresentata
dalla libera espressione in rete, dalla comunicazione che irrompe e
prorompe in senso orizzontale, che rende i cittadini protagonisti in
modo nuovo. E’ in gioco, come si diceva, la Costituzione, che, come ci
ha ricordato Piero Calamandrei, non è nata nei salotti, né nelle stanze
del potere, ma sulle montagne, accanto ai corpi degli uccisi, tra i
fuochi delle città in rivolta. L’onda di piena non scenderà.

E’ necessaria una legge subito
, che, distante da ogni possibilità di
equivoco sul piano interpretativo, fermi in via definitiva le trame
censorie e repressive dei poteri forti del paese, per vocazione
illiberali e antidemocratici. E’ altresì necessario che il legislatore
prenda atto che l’informazione sul web non può recare limitazioni di
principio. La rete è un luogo cardine del nostro tempo, in cui la
democrazia prende corpo e voce, con l’esercizio del confronto. Non può
essere quindi annichilita, come avviene in Iran e in Birmania.
Si fa appello allora alle realtà del web, della comunicazione a tutti
i livelli, del paese civile e responsabile, perché la mobilitazione
continui ad oltranza, con iniziative forti. La sentenza siciliana, come
ha scritto un blogger, potrebbe essere una delle ultime “perle” di una
collana che, giorno dopo giorno, sta mutandosi in un cappio. E si
tratta di fare il possibile perché questo non avvenga. Occorre impedire
che si consumi in Italia il rogo della libera espressione, memori del
resto che i roghi delle idee possono essere preparatori di regimi a
scena aperta.

Carlo Ruta

Per aderire a questo appello, comunicare a mezzo email, indirizzata
ad accadeinsicilia@tiscali.it, nome, cognome, professione e città.
Per testimonianze:
carlo.ruta@tin.it

Si prega vivamente di pubblicare e diffondere.

immagine di bradiponevrotico

SESSUALITA’ – “Io, rifugiata politica per diventare donna”

Fuggita dalla Turchia è stata operata alle Molinette. «Mia madre e le mie sorelle si sono vergognate di me, non potevo più studiare»

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di MARCO ACCOSSATO
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TORINO
Jasmine, finalmente, è una donna felice. Realizzata e serena, dopo essersi liberata di un corpo che non sentiva suo e di una famiglia, di un Paese, che l’hanno rifiutata e costretta a fuggire.
Soltanto la voce è quella di un tempo. Voce di donna fumatrice. Laureata in Chimica a Istanbul, rifugiata politica nel nostro Paese dal 2005, Jasmine Emily Tayfun, 36 anni, ha completato a Torino la sua trasformazione: ha cambiato sesso, ottenuto una nuova identità, conquistato un’altra vita. E’ diventata donna. Come sentiva di essere già a 20 anni, in Turchia, quando ha iniziato da sola, di nascosto, la terapia ormonale per far crescere il seno.

Dodici anni di tormenti vissuti con l’unica certezza di non voler diventare uomo e la consapevolezza di sfidare tutti, non solo la religione. Lo scontro con la realtà è stato terribile: «Mia madre, per sfuggire a una vergogna simile in un Paese che rifiuta i transessuali, appena ha visto il mio corpo cambiare mi ha portata in ospedale e lì mi hanno operata, togliendomi tutto, come avessi un cancro». Tutto, «purché tornassi piatta», purché restasse uomo fuori.

Jasmine non ha accettato, «ho sofferto moltissimo, ma non ho potuto oppormi». Finché a 29 anni ha trovato la forza di fare le valige: ha lasciato il proprio Paese dopo la laurea ed è partita per l’Olanda. E di qui in Italia, dove è stata indirizzata alla Clinica urologica diretta dal professor Dario Fontana, che negli ultimi tre anni ha eseguito trenta interventi identici, trasformazioni da uomo a donna (28 casi) e da donna a uomo (2 casi).

Padre pensionato, madre agguerrita contro il suo desiderio di diventare donna, Jasmine ha vissuto anche il trauma del rifiuto delle sorelle, che non hanno mai appoggiato la sua scelta: «La più grande, che ha 33 anni e vive in Germania – dice Jasmine – ripete ancora oggi che non avrà mai il coraggio di presentarmi al suo fidanzato. Che si vergogna di me e della mia trasformazione».
Jasmine è una donna forte. Ha resistito a chi si opponeva e non è caduta nella trappola della prostituzione, per ottenere i soldi necessari a scappare: «Le umiliazioni – ricordano – non erano solo quelle in casa: all’Università i professori mi dicevano che con il seno non avrei più potuto entrare in aula. Che non mi avrebbero più permesso di studiare. Anche la polizia, quando mi fermava in strada, mi maltrattava».

Jasmine è riuscita a completare gli studi, ha persino insegnato Chimica in una città ad Est della Turchia. Ma il suo sogno, il suo primo e unico desiderio, si è realizzato il giorno in cui è partita per arrivare in Italia: «A Roma ho conosciuto don Ciotti e l’associazione Libera. Mi hanno accolta senza giudicarmi. Mi hanno aiutata a trovare una casa, e soprattutto a non vergognarmi, ad andare avanti».

Il tribunale ha detto sì. In Italia il cambiamento di sesso è regolamentato dalla legge, poiché l’asportazione degli organi della riproduzione è vietata, senza patologie. Ma non c’è stato alcun ostacolo: Jasmine è stata portata in sala operatoria per un intervento durato cinque ore. I suoi organi, ora, sono quelli di una donna. Fiera di dirlo: «In Italia sono rinata».

L’intervento è stato eseguito dall’équipe della seconda clinica urologica alle Molinette, diretta dal professor Dario Fontana. Ma Jasmine è stata seguita anche dagli specialisti dell’Endocrinologia diretta dal professor Ezio Ghigo e da quelli della clinica psichiatrica del professor Filippo Bogetto. «Mia madre e le mie sorelle non sanno ancora dell’operazione. E non lo sapranno finché non avrò ottenuto la cittadinanza italiana e la riconversione della laurea». Soltanto allora sarà iniziata pienamente la sua seconda vita.

Il centro
Il Centro Interdipartimentale per i Disturbi dell’Identità di Genere, alle Molinette, ha compiuto tre anni e ha ottenuto ieri il riconoscimento di centro di riferimento regionale. Ha permesso a molte persone provenienti da diversi Paesi del mondo di realizzare il sogno di cambiare sesso. Le sale operatorie sono state visitate da chirurghi francesi, americani, inglesi, iraniani e ogni anno gli interventi vengono seguiti dagli urologi che frequentano il Master universitario di Andrologia diretto dal dottor Luigi Rolle.

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fonte: http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200807articoli/7619girata.asp

Ricerca Usa, la nicotina non provoca dipendenza: Si fuma per premiarsi e regolare l’umore

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ROMA (4 settembre) – Appena svegli assaliti dall’irrefrenabile voglia di accendere una sigaretta? A far scattare la voglia pazza potrebbe non essere la dipendenza da nicotina ma il bisogno di premiarsi e di regolare il proprio umore. A rivelarlo una ricerca del professore di psicologia Matthew Palmatier, docente alla Kansas State University, che nello studio pubblicato su Neuropsychopharmacology ha dimostrato che il potere del fumo non dipende dalla nicotina, ma piuttosto dal fatto che fumare una sigaretta permette di rafforzare altre esperienze, di solito piacevoli.

Il fumo regola l’umore. «Se si pensa a dove la gente fuma o con chi lo fa, ci si rende conto che si scelgono posti e persone particolari con cui fumare. La sigaretta – spiega il professore – è una soddisfazione extra, una specie di premio, che ci si concede quando ci si dedica a una attività piacevole e ricreativa». Il fumo, insomma, servirebbe a regolare l’umore.

E la nicotina? Quale sarebbe il suo effetto? Per Palmatier, non si tratta di una potente droga in grado di indurre stati di piacere o euforia tali da provocare dipendenza.

Gli esperimenti.
Palmatier ha dimostrato il potere rinforzante del fumo con esperimenti su alcune cavie da laboratorio, messe nelle condizioni di autoassumere nicotina spingendo una leva. L’accesso alla nicotina permetteva alle cavie di spegnere una luce, che si riaccendeva dopo un minuto, segnalando la disponibilità di una nuova dose di nicotina. I topi, ha scoperto Palmatier, pigiavano la leva per spegnere la luce, non certo perché “nicotina-dipendenti”.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=30460&sez=HOME_SCIENZA

Gelmini, avvocato con l’esame ‘facile’. Da più parti l’invito a dimettersi

Piovono critiche dopo che l’articolo del Corriere della Sera ha rivelato come il ministro dell’Istruzione si era trasferita a Reggio Calabria per avere la matematica certezza di passare l’esame di Stato

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il ministro dell'istruzione, mariastella gelminiRoma, 4 settembre 2008 – Riflettori puntati su Maria Stella Gelmini, ministro dell’Istruzione, già al centro del dibattito mediatico per il ‘pacchetto’ sulla scuola che tra voto in condotta, maestro unico e altre ‘piccolezze’ promette di rivoluzionare il ‘piccolo mondo antico’ della scuola nostrana e ora al centro di un ‘caso personale’ dopo l’articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera.

Secondo quanto scritto da Stella, che a sua volta cita Flavia Amabile, la Gelmini nel 2001 si sarebbe trasferita da Brescia a Reggio Calabria per avere la quasi matematica certezza di passare l’esame di Stato per diventare avvocato, visto che nel capoluogo calabrese la percentuale di ammessi agli orali era del 93,4%, il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7%).

A chiedere le dimissioni del ministro è, per primo, Gaetano Romano presidente dell’Unione Giovani Avvocati Italiani: “E’ nota a tutti l’enorme difficoltà di diventare avvocati in Italia – dice – dove a livello nazionale ormai solo il 35,40% dei candidati riesce ad abilitarsi, tuttavia è davvero incredibile che ad utilizzare la scorciatoia del trasferimento sia stata proprio colei che ha sottolineato la mancanza di preparazione di una parte degli insegnanti italiani che si trasferiscono al Nord Italia”.

“E’ bene che il Ministro si dimetta senza ritardo anche perché, se non lo farà, i giovani avvocati italiani sono ansiosi di verificare come si comporterà ad uno dei prossimi consigli dei ministri dove il ministro della Giustizia Alfano ha già anticipato che porterà all’interno della riforma della Giustizia la riforma dell’accesso forense che a nostro parere è tesa a rinforzare ancora di più la casta degli avvocati cassazionisti”.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/09/04/116082-gelmini_avvocato_prova_facile.shtml

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CERTO, POVERA STELLA, LEI DOVEVA LAVORARE SUBITO.. GLI ALTRI DOPO, O ANCHE MAI.

mauro

Nella città calabrese l’anno precedente il record di ammessi con il 93 per cento

Da Brescia a Reggio Calabria
Così la Gelmini diventò avvocato

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L’esame di abilitazione all’albo nel 2001.
Il ministro dell’Istruzione: «Dovevo lavorare subito»

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Novantatré per cento di ammessi agli orali! Come resistere alla tentazione? E così, tra i furbetti che nel 2001 scesero dal profondo Nord a fare gli esami da avvocato a Reggio Calabria si infilò anche Mariastella Gelmini. Ignara delle polemiche che, nelle vesti di ministro, avrebbe sollevato con i (giusti) sermoni sulla necessità di ripristinare il merito e la denuncia delle condizioni in cui versano le scuole meridionali. Scuole disastrose in tutte le classifiche «scientifiche» internazionali a dispetto della generosità con cui a fine anno vengono quasi tutti promossi.

La notizia, stupefacente proprio per lo strascico di polemiche sulla preparazione, la permissività, la necessità di corsi di aggiornamento, il bagaglio culturale dei professori del Mezzogiorno, polemiche che hanno visto battagliare, sull’uno o sull’altro fronte, gran parte delle intelligenze italiane, è stata data nella sua rubrica su laStampa.it da Flavia Amabile. La reazione degli internauti che l’hanno intercettata è facile da immaginare. Una per tutti, quella di Peppino Calabrese: «Un po’ di dignità ministro: si dimetta!!» Direte: possibile che sia tutto vero? La risposta è nello stesso blog della giornalista. Dove la Gelmini ammette. E spiega le sue ragioni.

Un passo indietro. È il 2001. Mariastella, astro nascente di Forza Italia, presidente del consiglio comunale di Desenzano ma non ancora lanciata come assessore al Territorio della provincia di Brescia, consigliere regionale lombarda, coordinatrice azzurra per la Lombardia, è una giovane e ambiziosa laureata in giurisprudenza che deve affrontare uno dei passaggi più delicati: l’esame di Stato.

Per diventare avvocati, infatti, non basta la laurea. Occorre iscriversi all’albo dei praticanti procuratori, passare due anni nello studio di un avvocato, «battere» i tribunali per accumulare esperienza, raccogliere via via su un libretto i timbri dei cancellieri che accertino l’effettiva frequenza alle udienze e infine superare appunto l’esame indetto anno per anno nelle sedi regionali delle corti d’Appello con una prova scritta (tre temi: diritto penale, civile e pratica di atti giudiziari) e una (successiva) prova orale. Un ostacolo vero. Sul quale si infrangono le speranze, mediamente, della metà dei concorrenti. La media nazionale, però, vale e non vale. Tradizionalmente ostico in larga parte delle sedi settentrionali, con picchi del 94% di respinti, l’esame è infatti facile o addirittura facilissimo in alcune sedi meridionali.

Un esempio? Catanzaro. Dove negli anni Novanta l’«esamificio» diventa via via una industria. I circa 250 posti nei cinque alberghi cittadini vengono bloccati con mesi d’anticipo, nascono bed&breakfast per accogliere i pellegrini giudiziari, riaprono in pieno inverno i villaggi sulla costa che a volte propongono un pacchetto «all-included»: camera, colazione, cena e minibus andata ritorno per la sede dell’esame.
Ma proprio alla vigilia del turno della Gelmini scoppia lo scandalo dell’esame taroccato nella sede d’Appello catanzarese. Inchiesta della magistratura: come hanno fatto 2.295 su 2.301 partecipanti, a fare esattamente lo stesso identico compito perfino, in tantissimi casi, con lo stesso errore («recisamente» al posto di «precisamente», con la «p» iniziale cancellata) come se si fosse corretto al volo chi stava dettando la soluzione? Polemiche roventi. Commissari in trincea: «I candidati — giura il presidente della «corte» forense Francesco Granata — avevano perso qualsiasi autocontrollo, erano come impazziti». «Come vuole che sia andata? — spiega anonimamente una dei concorrenti imbroglioni —. Entra un commissario e fa: “Scrivete”. E comincia a dettare il tema. Bello e fatto. Piano piano. Per dar modo a tutti di non perdere il filo».

Le polemiche si trascinano per mesi e mesi al punto che il governo Berlusconi non vede alternative: occorre riformare il sistema con cui si fanno questi esami. Un paio di anni e nel 2003 verrà varata, per le sessioni successive, una nuova regola: gli esami saranno giudicati estraendo a sorte le commissioni così che i compiti pugliesi possano essere corretti in Liguria o quelli sardi in Friuli e così via. Riforma sacrosanta. Che già al primo anno rovescerà tradizioni consolidate: gli aspiranti avvocati lombardi ad esempio, valutati da commissari d’esame napoletani, vedranno la loro quota di idonei raddoppiare dal 30 al 69%.
Per contro, i messinesi esaminati a Brescia saranno falciati del 34% o i reggini ad Ancona del 37%. Quanto a Catanzaro, dopo certi record arrivati al 94% di promossi, ecco il crollo: un quinto degli ammessi precedenti.

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà a Flavia Amabile: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l’esame per ottenere l’abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l’esame. Per gli altri, nulla. C’era una logica di casta, per fortuna poi modificata perché il sistema è stato completamente rivisto». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l’esame a Reggio Calabria».
I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c’era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme.

Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell’Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». Del resto, aggiunge, lei ha «una lunga consuetudine con il Sud. Una parte della mia famiglia ha parenti in Cilento». Certo, è a quasi cinquecento chilometri da Reggio. Ma sempre Mezzogiorno è. E l’esame? Com’è stato l’esame? «Assolutamente regolare». Non severissimo, diciamo, neppure in quella sessione. Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno. Così facevan tutti, dice Mariastella Gelmini. Da oggi, dopo la scoperta che anche lei si è infilata tra i furbetti che cercavano l’esame facile, le sarà però un po’ più difficile invocare il ripristino del merito, della severità, dell’importanza educativa di una scuola che sappia farsi rispettare. Tutte battaglie giuste. Giustissime. Ma anche chi condivide le scelte sul grembiule, sul sette in condotta, sull’imposizione dell’educazione civica e perfino sulla necessità di mettere mano con coraggio alla scuola a partire da quella meridionale, non può che chiedersi: non sarebbero battaglie meno difficili se perfino chi le ingaggia non avesse cercato la scorciatoia facile?

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Gian Antonio Stella
04 settembre 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_settembre_04/stella_dbaef098-7a47-11dd-a3dd-00144f02aabc.shtml

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La prof Gemma Politi al ministro Gelmini

Schiave del sesso globalizzate: così il crimine cambia il mercato

L’Antimafia: “Spariscono le vecchie aste di schiave, sostituite
da nuove forme di traffico”. Dove la violenza è “solo” psicologica

Dalle donne vendute all’ingrosso nel cuore dell’ex Jugoslavia alla tratta “fai da te” da parte di tanti criminali “normali”

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di RANIERI SALVADORINI

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Schiave del sesso globalizzate così il crimine cambia il mercato
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FINO a poco tempo fa le ragazze venivano sequestrate con la forza e poi vendute all’asta, e da lì smistate sui marciapiedi di tutta Europa. Un ‘lavoro’ decisamente rischioso per i malviventi e che ha finito per esporli alle polizie di tutti i Paesi. Il racket, in risposta a questa repressione su larga scala, ha scelto la strada dell’evoluzione: oggi è quasi soft, la violenza è sfumata nelle forme e la catena reclutamento-vendita-trasferimento delle ragazze non viene più gestita da grosse concentrazioni di criminali ma da un immenso arcipelago di piccoli gruppi. Insomma, il meccanismo è esploso, ed è rinato sparpagliandosi sul territorio. Per questo la tratta delle donne è ancora più difficile da contrastare. Il 23 agosto l’Organizzazione internazionale del lavoro ha celebrato la “Giornata internazionale contro la schiavitù”. Proviamo adesso, con l’aiuto di alcuni esperti dell’Antimafia e delle Ong, a ricostruire queste nuove forme di schiavitù sessuale e la loro evoluzione.

Il “Mercato Arizona”. E’ di pochi anni fa – poco dopo il 2004 – lo smantellamento del ‘Mercato Arizona’. Era un centro di smistamento “all’ingrosso” di donne, droghe e armi e si trovava in zone impervie nei boschi al confine tra Serbia e Croazia. “All’Arizona Highway”, spiega l’economista ed esperta in terrorismo Loretta Napoleoni, “i mercanti ordinavano alle ragazze di spogliarsi e quelle rimanevano nude sul ciglio della strada: gli uomini si avvicinavano, le toccavano, ispezionavano la pelle e controllavano perfino la bocca prima di fare l’offerta”. In quegli anni era Israele il maggior acquirente di slave, “molto ricercate da una clientela di ebrei ortodossi” che, spiega Nissan Ben-Ami, dirigente di Awareness Centre, un’Ong israeliana che lotta contro il traffico e la prostituzione, “per motivi religiosi non possono masturbarsi e sprecare sperma: devono farlo per forza con una donna”. Spiega la Napoleoni nel libro “Economia canaglia”: “In Israele le donne sono trafficate per il ‘corridoio’ Egitto-Striscia di Gaza: da Rafah, infatti, si snodano complicati labirinti di sotterranei di cui si servono terroristi e anche trafficanti, anche di donne”.

La violenza non “rende” più. Visto che l’efferatezza degli anni Novanta aveva provocato una risposta dura dell’antimafia, anche in Italia il crimine ha abbandonato la violenza che “accende i riflettori” per dare il via a una vera e propria mutazione. Il nuovo sfruttamento è “dolce” e poco visibile. Proprio così. Un quadro della situazione attuale su cui sono d’accordo due autorità nella lotta alla tratta delle donne: il magistrato antimafia della Procura di Lecce, Cataldo Motta, uno degli uomini-chiave della Dia (Direzione investigativa antimafia) e il sociologo Pino Arlacchi, esperto mondiale di mafia, ex sottosegretario generale delle Nazioni Unite e direttore, dal 1997 al 2002, sempre per l’Agenzia internazionale, dell’Undccp (l’ufficio Onu per il controllo delle droghe e la prevenzione del crimine).

Il crimine impara a negoziare. Spiega Motta: “Il fenomeno si è modificato, va detto che i criminali sono riusciti a neutralizzare le misure di contrasto con nuove modalità di reclutamento. Gli sfruttatori si sono fatti più morbidi e ora le ragazze non parlano più, grazie a una maggiore partecipazione agli utili e a maggiori margini di movimento”. Questa l’istantanea di Arlacchi: “Nonostante la presenza di un forte elemento di costrizione – motivo per cui non si può certo parlare di vero “accordo” – è stato introdotto un minimo di elemento volontario”.

“Schiavismo moderato”. “Questa nuova forma di “semi-schiavitù” – prosegue il sociologo – se da un lato riduce la dimensione dello sfruttamento – che però rimane – dall’altro consente un allargamento del mercato a nuove vittime”. Il cosidetto ‘reclutamento morbido’, facendo leva su incentivi che spengono il moto di ribellione nelle ragazze, rende inadeguate molte delle norme antimafia. Certo, un forte elemento di coercizione non è cambiato: il sequestro dei documenti per “mantenere le ragazze in uno stato continuativo di ricattabilità e vulnerabilità”, spiegano gli esperti riportando le parole stesse del Protocollo contro la tratta. “I grossi numeri si stanno spostando verso questa nuova forma di dominanza”, evidenzia Arlacchi, “si può affermare che almeno due casi su tre avvengono secondo le nuove modalità di reclutamento. Prima la violenza caratterizzava tutta la filiera della tratta, ora le ragazze vanno incontro a dure sanzioni fisiche qualora si ribellino e violino l’accordo”.

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Schiave del sesso globalizzate così il crimine cambia il mercato

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E che le modalità più “crude” siano in via di sparizione lo testimoniano gli stess operatori di Ong che lavorano a contatto con le ragazze sfruttate: “Poco tempo fa abbiamo trovato una giovane ragazza albanese quasi-morta, con evidenti segni di tortura e sevizie: un un orecchio mozzato, bruciature ovunque e segni di percosse di ogni tipo. Ma gli episodi di efferatezza sono residuali, appartengono ormai agli anni Novanta”, spiega Marco Bufo, coordinatore dell’Ong “On the road”. “Proprio per questo”, sottolinea, “la situazione è più complicata, il fenomeno è sempre meno visibile e al tempo stesso più ampio”.

Le speranze delle schiave. Sono sempre meno le donne a essere sequestrate e tenute in scacco con la violenza: oggi nella fase di reclutamento le ragazze contraggono un debito verso i trafficanti, che gli procurano documenti falsi in cambio di quelli veri e le portano a destinazione. Ma le “trattenute” sul lavoro delle ragazze sono alte, che riconquisteranno la libertà e i veri documenti solo una volta saldato il debito. Un debito che in genere i trafficanti tendono a gonfiare nel tempo più che possono. “Se la situazione che viene prospettata alle ragazze per il pagamento del debito – un costo variabile da etnia a etnia, ma che si aggira sui 50-60 mila euro – è a “tempo determinato”, queste possono sempre pensare: “Tutto questo un domani finirà”. Insomma, si convincono di aver a disposizione sempre una seconda possibilità. Nel frattempo – spiegano gli operatori – “prostituendosi possono mandare soldi alle famiglie, mantenere i figli che spesso lasciano nelle case d’origine e sperare di sollevarle dalla miseria e dall’indigenza. Rispetto all’inferno da cui scappano, anche le condizioni di sfruttamento peggiore finiscono per essere accettate”.

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Schiave del sesso globalizzate così il crimine cambia il mercato

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La “vecchia scuola”. Nigeria, Albania e Moldava hanno fatto scuola in fatto di strumenti efferati di reclutamento: violenze, mutilazioni, lo sterminio delle famiglie, l’uso sistematico della violenza, dello stupro e, sopratutto, racconta Arlacchi “l’umiliazione”. “La violenza caratterizzava qualsiasi momento della vecchia filiera della tratta”, spiega. Al tempo stesso gli esperti concordano: non si può affatto escludere che, specie in paesi dove la legge non c’è, l’efferatezza sia lo strumento principe della coercizione. “Come in certe zone della Russia, dell’Albania o dell’Africa”, aggiunge Arlacchi.

Quell’articolo è obsoleto? Con l’introduzione dell’articolo 18 della legge Turco-Napolitano contro la tratta il grande traffico ha subito un grosso colpo, prima di “polverizzarsi in un arcipelago di piccoli gruppi”, dice Arlacchi”. Il reato di tratta è violazione dei Diritti umani e la sanzione arriva fino a 18 anni. “Le strategie di contrasto hanno funzionato”, dicono all’unisono Motta e Arlacchi, sottolineando: “L’articolo 18 è fatto molto bene” ma la struttura del traffico si è talmente fluidificata che, spiega Motta, “non si riesce più ad arrivare alla configurazione del reato, e l’articolo 18 viene neutralizzato”. In una parola: la realtà cambia velocemente e le norme faticano a comprenderla.

E l’Europa che fa? Alla già difficile situazione di una normativa poco adeguata ai tempi, si aggiungono rallentamenti dovuti alla complessità delle procedure europee: “In Europa la posizione delle polizie rispetto alle vittime è diversa da paese a paese”, spiega Carla Olivieri, Project Manager di “Tratta NO!”, una campagna di sensibilizzazione europea realizzata in collaborazione con il Ministero delle Pari Opportunità. Sottolinea la Olivieri: “Nel resto d’Europa non c’è l’obbligo della denuncia da parte delle vittime. In Italia si, e questo è uno snodo fondamentale: perché se la denuncia è volontaria, come nella maggioranza dei paesi, mette in pericolo le ragazze e soprattutto le loro famiglie all’estero”. Sempre la Olivieri evidenzia che anche se “la Convenzione di Varsavia del 2005 auspica una maggiore coerenza normativa da parte di tutti i paesi e un allineamento delle legislature, fino a ora quasi nessun paese, Italia inclusa, ha ancora ratificato la Convenzione, perché la ratifica implicherebbe l’adeguamento normativo obbligatorio”. Anche queste complicazioni di procedura, di tipo tecnico, semplificano la vita al crimine.

Il crimine “fai da te”. L’indentikit degli sfruttatori offre una sorpresa. “Quelle che organizzano il traffico sono persone assolutamente normali”, spiega Arlacchi. “Questa nuova forma di assoggettamento apre il mercato a imprenditori del traffico ‘fai da te'”. E’ una delle conseguenze della mutazione del mercato del sesso, che trova riscontri nelle considerazioni della prima linea dell’Antimafia. Spiega il Procuratore di Lecce: “Nascono ‘piccole libere iniziative’, perché non c’è più bisogno di entrare in contatto con la grande criminalità organizzata, un tempo l’unica ‘agenzia di servizi’ per la gestione degli ingressi in Europa”. In poche parole: finché la mafia albanese era capace di passare il Canale d’Otranto utilizzandolo come ingresso per l’Europa era inevitabile che avesse rapporti solo con altre grandi reti criminali. Adesso però, conclude Motta, “le vie di ingresso sono le più disparate e il controllo è diventato complicatissimo”. Così il grande crimine si è decentralizzato.

Il commercio è al dettaglio ma i numeri restano all’ingrosso. Ma quanto denaro muove questo traffico? Fare stime è quasi impossibile per la natura sommersa e continuamente mutevole del fenomeno del traffico e per i diversi criteri adottati da stato a stato per tentare di quantificarne i flussi. Eppure qualcosa si può dire. Secondo complesse stime dell’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro), che molti ritengono al ribasso, sono trafficate nel mondo almeno 1,7 milioni di schiave del sesso e il trend è in crescita. Per quel che riguarda il mercato italiano Transcrime – il Centro interuniversitario di ricerca sulla criminalità transnazionale dell’Università degli Studi di Trento e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che collabora sulla tratta con il Parlamento Europeo – ha stimato in quasi 6 miliardi di euro gli introiti tra il 2004 e il 2005. Con un traffico stimato di donne che varia tra 18.000 e 36.000. Introiti che, sottolineano sempre gli esperti, finiscono quasi per intero nelle tasche dei trafficanti.

Nuovi problemi per l’antimafia. “Da quando la violenza è sparita non riusciamo più a far collaborare le ragazze, il lavoro si è complicato, anche per le stesse unità di strada”, spiega Motta, “prima alla violenza le donne finivano per ribellarsi e collaboravano, e questo è indispensabile per ricostruire la filiera criminale, ma oggi – prosegue il magistrato – basta osservare che tra il 2007 e il 2008 non si è avuto nemmeno un solo procedimento per tratta di esseri umani”. Infatti “i procedimenti penali, a fronte dei successi ottenuti negli anni scorsi, sono crollati e questo può dar conto di quanto la situazione adesso sia molto più complicata”. Lo stesso, continua Motta, si riscontra dalle intercettazioni telefoniche: “Non c’è più traccia, oggi, dei resoconti di violenza inaudita degli anni Novanta.”

Insistono sia Arlacchi che Motta: la violenza logora la “merce” e al tempo stesso espone chi la esercita a rischi continui. “Comprare un essere umano e trattarlo come “merce”, spiega Arlacchi, non conviene: gli esseri umani non sono come un pacco di droga proprio perché non sono una merce: vanno gestiti, nutriti e, alla fine, e questo è incontrovertibile, l’essere umano si ribella, sempre”.

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4 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/esteri/tratta-anniversario/tratta-anniversario/tratta-anniversario.html?rss

Sbilanciamoci. E ripartiamo da Mirafiori

di Paola Zanca

sbilanciamoci, controfinanziaria 2009

La politica economica del governo Berlusconi ha già mostrato il suo volto feroce. Nei suoi primi cento giorni al governo, la compagine di governo capitanata dal ministro Tremonti ha chiarito, per chi ci avesse creduto, che di Robin Hood non sa che farsene. Il taglio dell’Ici – che è sparito solo per i più ricchi, visto che ai meno abbienti l’aveva già levato il governo Prodi – si è rivelato un boomerang per gli Enti locali, costretti a tagliare i servizi per recuperare le entrate sparite via insieme all’imposta sugli immobili. La tassa sui banche e petrolieri, non c’è stato un analista economico che l’abbia apprezzata: per i consumatori finali, sostengono gli esperti, anziché la prospettata riduzione, si determinerà un ulteriore aumento dei prezzi, visto che la trovata di Tremonti non prevede sanzioni nel caso di rincari non «adeguatamente motivati». La social card ai pensionati altro non è che un’elemosina da 400 euro l’anno. E poi tagli alla spesa sanitaria, che potrebbero costringere le Regioni a reintrodurre il ticket anche per gli esenti: i medici sono pronti allo sciopero, e persino il governatore della Lombardia Roberto Formigoni è andato su tutte le furie. Sforbiciate letali anche per scuola e Università. E tante brutte notizie per i lavoratori precari, che non possono più sperare nel posto fisso nemmeno dopo 36 mesi di flessibilità, nemmeno se un giudice gli ha detto che hanno diritto a un contratto serio.

Tutto questo, è solo un assaggio. Entro dicembre verrà approvata la Finanziaria 2009 e possiamo solo aspettarci che il volto feroce delle politiche economiche di Berlusconi, si farà ancora più nero. Per questo, per ristabilire un’agenda delle priorità e per ricordare agli industriali riuniti a Cernobbio proprio in questi giorni di che cosa ha bisogno il Paese, torniamo a sbilanciarci. Questa volta, ad ospitare il Forum per un’economia diversa giunto alla sua sesta edizione, tocca a Torino, Mirafiori. Patria del lavoro, anche di quello che uccide. E non a caso, Sbilanciamoci, apre la tre giorni dedicata all’economia sostenibile che quest’anno si intitola Un bel lavoro con un incontro con gli operai della ThyssenKrupp. In sostanza, il Forum, che animerà la Cascina Roccafranca di Torino dal 4 al 6 settembre, è dedicato ai temi del lavoro in generale ed in particolare alla sostenibilità (ambientale e sociale) di un modello di sviluppo fondato sull’automobile e sulla grande fabbrica. Insomma a tutto quello che Torino Mirafiori ha rappresentato nell’ultimo secolo.

A raccontare il lavoro di ieri, oggi e domani,
ci saranno 50 organizzazioni della società civile italiana e delegati sindacali da tutto il mondo. Ma non ci saranno solo belle parole: a conclusione del Forum, la campagna Sbilanciamoci! presenterà la propria Controfinanziaria, consegnando al Governo Berlusconi le “Cento proposte” per la Finanziaria 2009, redatte da un team di analisti economici, basate su un modello di sviluppo sostenibile e di qualità.
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Scarica qui il programma completo

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Pubblicato il: 04.09.08
Modificato il: 04.09.08 alle ore 16.37

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=78695

Thyssen-Krupp, Urla dal Silenzio. Commuove il film di Calopresti

La docufiction sulla strage di Torino, atto d’accusa contro il sindacato
“Pensano alla ripresa economica e intanto la gente muore”

Tra i momenti più emozionanti, la telefonata al 118 subito dopo il rogo
“Aiutateci, vedo gli operai che bruciano…”. E sullo sfondo le loro grida

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dall’inviato di Repubblica CLAUDIA MORGOGLIONE

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<b>Thyssen-Krupp, urla dal silenzio<br/>Commuove il film di Calopresti</b> Il regista sul set
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VENEZIA – La parte più emozionante di ‘La fabbrica dei tedeschi‘, la docufiction che Mimmo Calopresti ha dedicato alla tragedia della Thyssen-Krupp di Torino, è il finale. In cui ascoltiamo la tefonata al 118 di un operaio di un altro padiglione, il primo a capire cos’era accaduto all’interno della famigerata “Linea 5”: “Ci sono alcuni colleghi bruciati, camminano e mi chiedono aiuto”, grida, a una centralinista che nemmeno riesce a capire l’indirizzo preciso a cui mandare le ambulanze. Mentre, sullo sfondo, di sentono le urla strazianti delle vittime…

Piccolo stacco, ed ecco l’ultimissima sequenza: da YouTube vediamo lo spot promozionale del gruppo tedesco, in cui bambini sorridenti si tengono la mano. Un contrasto che più stridente non si può, dunque. Per documentare l’assurdità della strage, la schizofrenia di un gruppo industriale che, almeno stando alle testimonianze dei lavoratori, ha mandato alcuni suoi dipendenti incontro al rischio e alla morte. In uno stabilimento che stava per essere smantellato: “Giuseppe me lo aveva detto qualche giorno prima di morire – racconta, tra le lacrime, la mamma di uno dei ragazzi morti – ‘ci hanno abbandonato a noi stessi, non c’è più sicurezza’. Avrei dovuto capirlo in quel momento, che in quella fabbrica non doveva andarci più”.

Per il resto, il film – evento speciale della sezione Orizzonti – convince davvero. Forse perché tutto costruito su parole, sguardi, voci, pianti di parenti e amici delle vittime. Nella prima parte, interpretati da attori – da Valeria Golino a Monica Guerritore si sono prestati in tanti; e poi filmati mentre parlano in prima persona, confessandosi davanti al regista. Conosciamo così la vedova ancora innamoratissima del marito morto; o sentiamo raccontare degli operai che non ci sono più, e che sognavano di lasciare l’acciaieria per aprire un bar o una trattoria. Parla anche Antonio Boccuzzi, sopravvissuto per miracolo al rogo, ora deputato Pd.

Ma a colpire non sono solo le testimonianze. Perché La fabbrica dei tedeschi è anche, indirettamente, un atto d’accusa contro i sindacati: è a loro che si rivolge ad esempio la rabbia delle migliaia di persone che, dopo la strage, manifestarono in piazza. “E’ vero, questo elemento c’è – racconta il regista, battagliero come suo solito, dalla terrazza dell’hotel Excelsior – il problema è che il sindacato fa la politica nazionale. Anche Veltroni, che però mi ha contattato e ha organizzato la proiezione del mio film il giorno 24, a Roma. Ma noi non possiamo lasciar morire la gente perché intanto ci concentriamo solo sul fatto che tra due anni ci sarà la ripresa. Stasera a vedere il film viene Adriana Polverini (leader dell’Ugl, ndr): lei sì che è una ancora battagliera”. Il che, detto da un autore dichiaratamente di sinistra, fa riflettere.

E comunque Calopresti ne ha per tutti:
i politici indifferenti, i giornali che si occupano troppo spesso di futilità. L’unico che si salva è Giorgio Napolitano: “Lui interviene tutti i giorni sul tema delle morti bianche. E’ più lucido di tutti quei pazzi messi insieme”. E mentre rivela che non gli dispiacerebbe fare anche delle fiction (“ma a modo mio, raccontando ad esempio gli operai che adesso se la prendono con quei poveri disgraziati dei rom”), non risparmia critiche alla Rai: “Perché un canale come RaiTre non trasmette un documentario sulle morti bianche? Il mio va su La7, e in prima serata. Perché loro non hanno il coraggio di farlo?”.

Ultimissima annotazione: sullo stesso tema, e sempre come evento speciale della sezione Orizzonti, qui alla Mostra domani è di scena anche un altro docufilm: si chiama ThyssenKrupp Blues, ed è diretto da Pietro Balla e Monica Repetto.

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4 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/spettacoli_e_cultura/cinema/venezia/calopresti-fabbrica/calopresti-fabbrica/calopresti-fabbrica.html

“Dal Molin, niente ampliamento” Gli Usa: il piano è morto

dal nostro inviato MASSIMO PISA

VICENZAPiù che i comitati e i cortei, più che i ricorsi al Tar e i preannunciati blitz alla Mostra del cinema di Venezia, poterono un ufficio tecnico comunale e una leggina regionale. Che obbligano l’esercito americano a cancellare il contestatissimo ampliamento della caserma Ederle, le famigerate 215 villette da tre, quattro e cinque stanze da costruire a ridosso dell’aeroporto Dal Molin.

il piano è morto


E a ripensarne uno meno ampio
e più frazionato, piccoli insediamenti intorno a Vicenza sul modello della base Nato di Aviano. Il progetto originale, infatti, avrebbe obbligato il comune di Quinto Vicentino, 5.383 abitanti a nord-est del capoluogo, a bloccare ogni nuova costruzione per i prossimi dieci anni, in base al regolamento urbanistico della regione Veneto governata da Giancarlo Galan, proconsole di Berlusconi e ultrà della prima ora della base americana.
Da qui il passo indietro volontario dell’esercito a stelle e strisce.

“Quinto è morto”, sentenzia l’ingegner Kambiz Razzaghi, il responsabile dell’ampliamento della Ederle che ha annunciato il passo indietro sull’edizione online del quotidiano Stars and Stripes, il giornale dell’Us Army per i soldati stanziati in Europa e nel Pacifico. Dove, curiosamente, in home page campeggia l’annuncio dell’esercito per il reclutamento di nuove truppe in Germania e a Vicenza. “Le leggi del posto salvaguardano le aree agricole dagli insediamenti urbani – spiega Razzaghi – e se il consiglio comunale di Quinto avesse dato il via libera, avrebbero superato la loro quota di costruzioni per i prossimi dieci anni. Nessun cittadino si sarebbe potuto costruire la casa. Loro non volevano, i nostri contractor italiani nemmeno e così è saltato tutto”.

Colpa di un progetto, quello per l’ingrandimento del quartier generale della 173ª Brigata aerea americana, concepito con regolamenti diversi. Scartata la ricerca di una zona alternativa, visto che i regolamenti riguardano l’intero Veneto e che i lavori della Ederle 2 non erano ancora partiti, si è quindi deciso di adottare il modello Aviano, dove oltre una ventina di piccoli insediamenti sono sparpagliati nei comuni limitrofi.

La retromarcia promette di ridar fiato al Comitato “No Dal Molin”, fiaccato dalla sentenza del Consiglio di Stato di fine luglio, aveva dato il via libera ai lavori smentendo una sentenza del Tar del Veneto e svuotando di significato il referendum consultivo annunciato dal sindaco di Vicenza Achille Variati (Pd) per il 5 ottobre. E rischia di cambiare anche il calendario delle proteste: per sabato i comitati avevano annunciato il via di un “campeggio nazionale” intorno alla Ederle, sorta di presidio per impedire l’avvio dei lavori.

E oggi una delegazione dei No-Dal Molin è attesa al Lido di Venezia per consegnare al commissario governativo alla base Paolo Costa il Premio Attila d’oro “come miglior devastatore di territori”. L’ennesima polemica, l’ultima di quattro anni di battaglie, pareri governativi e carte bollate.

Costa ha già fatto sapere che “grazie al riutilizzo di edifici già esistenti, la base americana si amplierà conservando il più grande spazio verde vicentino che precedenti soluzioni volevano sacrificare”. Il ritiro americano cancella tutto.

4 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/base-vicenza-tar/molin-stop/molin-stop.html

NO DAL MOLIN

“Il petrolio scende ma il prezzo della benzina no”

“Con il petrolio che si sta avvicinando a 100 dollari al barile, sarebbe logico aspettarsi una diminuzione dei prezzi dei carburanti, che dovrebbero attestarsi ben al di sotto di 1,40 euro al litro”. Lo afferma in una nota Federconsumatori, che arriva persino a chiedere l’abolizione della Robin Tax sulle compagnie petrolifere, per rimpinguare un po’ le tasche dei consumatori.

sotto accusa la Robin Tax
“Di diminuzioni non vi è stata neanche l’ombra, anzi, i prezzi – sottolinea l’associazione – sono vergognosamente aumentati, attestandosi intorno a 1,47-1,48 euro al litro, con un sovrapprezzo di 7-8 centesimi al litro. Questi centesimi di euro, bastano per fare il pieno non di carburante, ma di guadagno da parte di chi opera nella filiera. Infatti, le compagnie petrolifere, ‘vessate’ dalla Robin Tax, guadagnano in questo modo ‘appena’ 315 milioni di euro al mese. Come al solito, a farne le spese, saranno sempre e solo i cittadini, che, per i carburanti, subiranno ricadute di 7 euro al mese, pari ad 84 euro all’anno”.

Ecco perché Federconsumatori rinnova le richieste di “controllo della doppia velocità; completa liberalizzazione del settore, con una decisa apertura alla grande distribuzione; blocco, riduzione e restituzione del carico fiscale sui carburanti; sospensione della Robin Tax”.

Ma l’Unione petrolifera ribatte che le valutazioni della Federconsumatori “sono fuori della realtà” perchè non tengono conto del fatto che “il greggio si apprezza in dollari e la moneta americana ora è risalita sull’euro”. Quindi quel meccanismo lineare che dovrebbe vedere scendere il prezzo della benzina ogni volta che la valutazione del greggio diminuisce non “regge” secondo l’Up per il fattore del cambio euro dollaro.

Bisogna aggiungere che nel pomeriggio il petrolio è tornato leggermente a salire a quota 108 dollari, mentre un euro vale 1,45 dollari.

http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=85423

E’ lo stesso discorso che fa anche questo articolo e che ci è stato bellamente propinato dal TG1 di ieri sera… già.

MA PERCHE’ NESSUNO OBIETTA AI PETROLIERI ED ALL’INFORMAZIONE “LIBERA” CHE, QUANDO L’EURO ERA FORTE NEI CONFRONTI DEL DOLLARO, CI HANNO RACCONTATO CHE L’APPREZZAMENTO DELL’EURO SUL DOLLARO NON CONTAVA NULLA SUL COSTO DEL PETROLIO??? E adesso invece la rivalutazione del dollaro pesa sul costo del petrolio???

Semplice… perché sperano che abbiamo la memoria corta e che basti parlare diffusamente della gravidanza di un ministro francese che non vuol fare il nome del padre del nascituro (questa sì è una notizia di interesse nazionale!!!) per distogliere l’attenzione dei cittadini dal fatto che, come sempre, chi paga siamo noi.

RIPRENDIAMOCI IL CERVELLO!!!