Archivio | settembre 7, 2008

Berlusconi al sindaco di Vicenza: «Ritiri il referendum sulla base Usa»

Il Premer ha inviato una lettera ad Achille Variati. I «No Dal Molin»: «Guardate in Rete le violenze della polizia»

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VENEZIA – Il premier Silvio Berlusconi ha invitato con una lettera il sindaco di Vicenza Achille Variati a rinunciare al referendum sul Dal Molin organizzato per il 5 ottobre. «Le ricordo ancora una volta – ha scritto il capo del Governo – che la consultazione popolare da lei indetta si manifesta ancora più gravemente inopportuna». La lettera di Berlusconi è giunta a palazzo Trissino, sede del Comune di Vicenza, il 5 settembre, un giorno prima degli scontri di sabato tra manifestanti e polizia che hanno portato alla denuncia di sei attivisti del comitato del No. Berlusconi, come indica il Giornale di Vicenza, ricorda a Variati che il sito sul quale sta per nascere Ederle 2 «è demaniale e non è in vendita». Il quesito referendario proposto dal sindaco infatti non chiede ai vicentini se sono favorevoli o meno alla struttura militare ma di esprimersi sulla volontà comunale di acquistare la zona demaniale. «L’area – sottolinea Berlusconi a Variati – è stata consegnata agli Usa. La consultazione si porrebbe in netto contrasto con l’azione del governo e le valutazioni della magistratura».

I NO DAL MOLIN: «GUARDATE LE BOTTE SU INTERNET» Intanto sale il livello delle tensione fra i manifestanti e le Forze dell’ordine. «Manganellate contro cittadini pacifici e inermi, insulti, calci e donne sollevate da terra per i capelli. Il tutto documentato dai video che rendiamo pubblici». Il giorno dopo i tafferugli, il presidio permanente No Dal Molin contro la nuova base Usa di Vicenza invita tutti i cittadini a visionare i filmati immessi in Internet. «I cittadini hanno il diritto di sapere le verità su queste ingiustificabili violenze – affermano i No Dal Molin – La violenza è stata, evidentemente, pianificata da chi dirige l’ordine pubblico. Il Questore Sarlo se ne deve andare. Chi fa picchiare donne e uomini, giovani e anziani in maniera indiscriminata non ha il diritto di dirigere un’istituzione che dovrebbe tutelare i cittadini, non pestarli». Il Presidio definisce «deliranti le dichiarazioni del Questore di Vicenza che ha giustificato i pestaggi dicendo “di aver dovuto intervenire perchè non avevano il permesso per mettere la torretta”». I no base affermano invece che la manifestazione «era stata illustrata per filo e per segno il giorno precedente allo stesso questore e ai suoi funzionari, e che per la struttura era stata presentata regolare domanda agli uffici tecnici del Comune. »È normale – chiedono i No Dal Molin – che un abuso edilizio venga sanzionato dai manganelli della polizia? D’ora in avanti – concludono – ci aspettiamo di vedere il questore andare in giro per la città a menare a destra e a manca i responsabili di tanti abusi edilizi«.

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07 settembre 2008

fonte: http://www.corriere.it/politica/08_settembre_07/berlusconi_referendum_vicenza_320c84b0-7cf4-11dd-ba5e-00144f02aabc.shtml

PER CAPIRE – Il fascismo. La politica in un regime totalitario

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Salvatore Lupo, Il fascismo. La politica in un regime totalitario

Roma, Donzelli, 2000

[€ 29.95 – ISBN 88 7989 580 X]

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di Matteo Mazzoni
Università di Firenze

M. Mazzoni, «Review of S.Lupo, Il fascismo. La politica in un regime totalitario,
Roma, Donzelli, 2000», Cromohs, 7 (2002), 1-6 – <http://www.cromohs.unifi.it/7_2002/mazzoni_lupo.html>

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1. La “rivoluzione” politica fascista. Un lettore superficiale e distratto che si fermasse solo al titolo del volume di Salvatore Lupo, Il fascismo. La politica in un regime totalitario, effettivamente generico, senza riflettere sul sottotitolo, che lo precisa e lo identifica, forse non potrebbe cogliere l’originalità e l’importanza di questo libro e avrebbe aspettative inesatte nell’accingersi alla sua lettura. Questo testo, come ammette correttamente l’autore nell’Introduzione, non offre una nuova esposizione della storia d’Italia nel Ventennio, delle istituzioni e delle realizzazioni del regime in campo economico, militare, sociale, culturale. Attribuirgli una tale funzione significherebbe non solo esporlo a varie critiche per presunti limiti e mancanze presenti nella narrazione, ma anche distogliere l’attenzione dal suo significato più profondo ed originale. Esso è infatti un tentativo coraggioso ed ambizioso di analisi del fascismo come fenomeno politico impostosi sulla scena storica del ‘900 con un proprio progetto di riforma dello stato e di trasformazione della società, attraverso l’analisi degli spazi e dei modi della politica nella realtà del Ventennio e la conoscenza del punto di vista dei protagonisti del fascismo. L’analisi delle fonti interne del fascismo, introdotta da De Felice, è infatti considerato da Lupo uno strumento metodologicamente valido ed indispensabile con cui gli storici di tutti gli orientamenti devono confrontarsi per approfondire la conoscenza del fenomeno, tanto più per quelli che intendono contrastare le interpretazioni delle più recenti visioni revisioniste.

L’autore punta a raggiungere questo obiettivo attraverso un’ampia ricchezza espositiva di eventi, situazioni, personaggi ed una scrittura densa ed articolata che, intrecciando in modo complesso questioni storiografiche di grande interesse, offre molti spunti per la riflessione, che non possono essere facilmente sintetizzati in questa sede. Si è ritenuto più opportuno soffermarsi su alcuni concetti che per Lupo esprimono la nuova politica fascista e quindi sul significato centrale del volume.

Nella prima parte del libro l’autore cerca di presentare una definizione ragionata del fascismo ed un’analisi delle sue origini come fenomeno politico. Fin dal titolo del primo capitolo, Di ritorno dal fronte, Lupo ne ricostruisce le vicende iniziali sottolineando l’importanza della Grande Guerra e delle sue conseguenze sul contesto italiano. Nell’atmosfera interventista e nella tradizione combattentista vengono a fondersi in una prospettiva originale quelle correnti politiche fondate su un humus dottrinale di antiparlamentarismo, antiliberalismo e corporativismo che caratterizzavano il pensiero radicale di inizio secolo, quali soprattutto il nazionalismo e il sindacalismo rivoluzionario, fino ad allora separate e distinte. Il fascismo, con il suo programma organicista e gerarchico dello stato e della società, è un movimento politico originale che ha una funzione di disaggregazione e ricomposizione delle precedenti identità politiche: negli anni Venti, precisa Lupo, le tradizioni dell’antigiolittismo si dividono tra fascismo e antifascismo e il primo, pur derivando da importanti filoni della cultura prefascista, non può essere meramente dedotto da uno di essi, ma può essere distinto solo nel suo tempo. Insistere sull’originalità del fascismo significa prendere le distanze dalle visioni “continuiste”, che si soffermano sulle istituzioni e gli aspetti di lungo periodo della storia nazionale, e da tutte le precedenti interpretazioni del fenomeno come “restaurazione”, espresse secondo De Bernardi dal “paradigma antifascista” delle tradizioni crociana, gobettiana e marxista (A. De Bernardi – S. Guarracino, a cura di, Il fascismo, Milano, Bruno Mondadori, 1998), che, secondo Lupo, limitano la comprensione del fenomeno, cancellandone o emarginandone la componente e gli aspetti rivoluzionari che ne contraddistinguono la parabola politica.

2. Nel contesto drammatico del primo dopoguerra il successo del fascismo viene individuato da Lupo proprio nel suo originale proporsi come movimento restauratore della Nazione e insieme rivoluzionario, facendo breccia così da una parte sui ceti medi ex combattenti e sugli apparati dello stato, sugli agrari e sugli industriali ormai sfiduciati nei confronti dello stato liberale e impauriti dai miti rivoluzionari proletari, e dall’altra sugli esponenti del sindacalismo rivoluzionario e del radicalismo per i suoi progetti di nuovo ordine sociale. Il fascismo si configura così come una nuova destra espressione della nascente società di massa, che cerca di realizzare un progetto di trasformazione rivoluzionaria della società, secondo principi tradizionali quali nazione e gerarchia. Tra restaurazione e rivoluzione, riprendendo il titolo del secondo capitolo, il fascismo trova così la sua definizione in una prospettiva originale che getta una luce diversa sulle precedenti analisi del fenomeno, anche grazie ad una ricchissima serie di esemplificazioni tratte dalle vicende locali dei vari e diversi centri di diffusione dello squadrismo. La tradizionale divisione del fascismo in urbano e rurale, con il secondo, emanazione dei ceti agrari reazionari, vincente sul primo, viene messa in discussione dall’autore. Attraverso pagine dense e molto articolate egli fa emergere tutta la complessità del fascismo che, con il suo gruppo dirigente milanese diciannovista, con il sorgere di un proprio sindacalismo, espressione della sinistra radicale e non democratica presente in esso, e con gli elementi rivoluzionari diffusi nella realtà dello squadrismo, non può essere in alcun modo ridotto a “guardia bianca degli agrari” (p.93). Dopo la marcia su Roma, se la composizione del governo Mussolini e la fusione del PNF con i nazionalisti possono far pensare ad una svolta normalizzatrice, Lupo invita a non dimenticare la presenza di primo piano in ruoli chiave di esponenti diciannovisti e lo sviluppo di un sindacalismo dotato di una propria forza e dignità, ma soprattutto a considerare che dietro la “contrapposizione ideologica tra il gruppo radicale e quello normalizzatore-fiancheggiatore c’era dunque un più vasto fenomeno che coinvolgeva l’uno e l’altro: la costruzione di blocchi di potere” (p.122). Tra i vari gruppi contrapposti emerge la specificità della politica mussoliniana di attenta mediazione tra i diversi centri di potere, per proporsi alle vecchie classi dirigenti come l’unica possibile guida della complessa realtà fascista, e al popolo come l’insostituibile duce.

Dopo aver delineato l’essenza del movimento politico fascista, l’autore affronta la fase del regime nella parte centrale del volume, che è molto interessante perché evidenzia i tratti della nuova politica e offre importanti riflessioni e suggerimenti di carattere metodologico.

A quest’ultimo proposito questo studio offre un contributo fondamentale nell’individuazione della storia locale come prospettiva privilegiata per lo studio del movimento fascista e del regime nel contesto della realtà politica italiana, connotata da una fortissima “frantumazione localistica” (p. 66). Questa particolare attenzione per le diverse dinamiche territoriali costituisce uno dei pregi maggiori del volume e coglie un’esigenza, fortemente espressa dalla storiografia, di approfondimento degli studi locali come strumento opportuno per la comprensione del regime nella complessa realtà della penisola (cfr. N. Gallerano, “Le ricerche locali sul fascismo”, Italia Contemporanea, n. 184, 1991).

3. Anche il fascismo, secondo le regole della politica del tempo, si sviluppa come insieme di diversi gruppi di potere locale, simbolicamente rappresentati dalle figure dei più famosi ras. Contro questa prospettiva di sviluppo si muove Mussolini fin dalla trasformazione del movimento in partito, secondo una prospettiva di centralizzazione che si afferma sempre più con l’instaurarsi del regime, per costruire un sistema dittatoriale del tutto subordinato alla propria volontà. Ma per l’autore, che ne evidenzia così il carattere innovativo, questo processo è soprattutto una diretta conseguenza dell’ideologia fascista gerarchica e unitaria della nazione, che si oppone così ai rischi di restaurazione di vecchie logiche proprie della politica notabilare.

La categoria della centralizzazione della decisione politica, al centro nella figura del duce e in periferia in quella del prefetto, è infatti uno strumento fondamentale attraverso cui l’autore ricostruisce e spiega l’evoluzione delle vicende interne del fascismo, delineando le forme della nuova politica che lo contraddistinguono. Secondo la propria ottica interpretativa Lupo sostiene che è la componente squadrista ad essere maggiormente colpita dalla strategia delle epurazioni, non tanto perchè avversaria di un progetto di restaurazione e normalizzazione, ma in quanto antitetica al progetto gerarchico fascista portato avanti dal duce. Le epurazioni, che caratterizzano le vicende locali e nazionali del fascismo nella seconda metà degli anni Venti, vanno dunque lette non tanto come una sconfitta della componente radicale sotto una pretesa spinta restauratrice di moderati e fiancheggiatori, secondo l’interpretazione di Ragionieri e Aquarone – da cui Lupo prende le distanze -; secondo Lupo, “la scure della normalizzazione agisce soprattutto in direzione centralizzatrice e non intende privilegiare nessuna delle due opzioni ideologiche di fondo”(p. 166). Dietro i conflitti tra le varie fazioni locali vi è spesso la lotta tra diversi gruppi per il controllo degli spazi locali. Del resto l’analisi delle carriere, dei successi e delle “cadute” dei gerarchi testimonia che il fattore determinante è sempre la fedeltà al duce e l’assenza di poteri locali o istituzionali autonomi e indipendenti dall’unica catena di comando ammessa da Mussolini, anche nei confronti della stessa oligarchia dei ras. All’interno del sistema fascista il turnover nelle federazioni rappresenta un elemento importante per comprendere i caratteri del sistema politico, in quanto “può essere indicativo della tenuta o meno dei gruppi locali di fronte alla pressione centralistica e normalizzatrice” (p. 317) e l’instabilità testimonia “una persistente insoddisfazione circa la forma assunta dalla società politica che il regime esprime” (p. 319). I rapporti con l’affarismo, le tante faide e lotte tra fazioni, evidenziano tutta la complessa realtà del fascismo e la permanenza ben viva delle radici squadriste, del sindacalismo e del populismo, tipici del radicalismo estremista fascista. Infine le stesse epurazioni di fine anni Venti portano alla ribalta anche elementi delle “seconde file” o estremisti sconfitti nelle lotte di fazione del ‘23-’25, puntando solo sul criterio della fedeltà al di là dell’identità sociologica o ideologica delle persone: le epurazioni non portano quindi ad una totale omologazione del fascismo né alla cancellazione dei suoi tratti più radicali.

4. Il quarto capitolo è quello in cui emerge chiaramente fin dal titolo, La nuova politica al centro e alla periferia, l’interesse di Lupo per il contesto locale. Tra le tante vicende analizzate si ricordano qui soltanto il paragrafo dedicato al caso regionale siciliano, sottolineando la particolare attenzione che l’autore rivolge alle vicende dell’Italia meridionale nel corso di tutta la narrazione, evidenziandone l’inserimento nelle dinamiche della nuova politica fascista; l’attenta ricostruzione delle vicende legate alle epurazioni in importanti città come Firenze, Genova, Torino, Milano, l’interessante esame della complessa figura di Farinacci.

Il processo di trasformazione della politica trova un passaggio decisivo nella fase dell’instaurazione del regime, a cui è dedicato il terzo capitolo. Prendendo le distanze dall’interpretazione di Lyttelton (A. Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al 1929, Laterza, Roma-Bari, 1982), Lupo ritiene infatti che, anche dopo la svolta autoritaria del 1926, non si realizzi la morte della politica, ma il suo sviluppo in nuove forme e concezioni risultanti dalla dimensione di massa della società, dagli interessi dell’oligarchia dei gerarchi e dalla spinta mussoliniana alla dittatura personale. Anche il PNF viene così sottratto alla svalutazione tradizionale che lo presentava come un colosso dai piedi d’argilla e viene considerato come elemento centrale del nuovo sistema di potere all’interno del Ventennio. Lupo si colloca così implicitamente all’interno di quella tradizione storiografica che, da Ragionieri a Sabbatucci, da Gentile a Pombeni, ha colto nel corso degli anni la centralità della questione del partito nello studio delle vicende del fascismo. La spinta alla centralizzazione, durante la segreteria Turati, tende a trasformare il PNF in una milizia unitaria al servizio della nazione e del culto mussoliniano, attraverso l’abolizione di ogni meccanismo elettivo interno e di ogni iniziativa di proposizione politica autonoma: “l’addomesticamento del PNF non rispondeva soltanto alle pressioni dell’establishment per la normalizzazione ma anche a una logica interna alla rivoluzione” (p.244). Per Lupo, che si differenzia così dagli studi di E. Gentile sul fascismo quale nuova religione politica, il partito non si limita alle sole liturgie e cerca di proporsi come componente decisiva del regime, schierandosi nell’accanita guerriglia tra istituzioni. Infatti, pur essendo negato il dibattito politico-ideologico, “la lotta politica assume la veste di lotta tra le istituzioni” (p.240), divise nei loro reciproci interessi, e non tanto l’aspetto di un conflitto tra correnti diverse dell’ideologia fascista, visto che, ricorda l’autore, lo stesso campo intransigente si divide tra i sostenitori del partito, del sindacato e delle corporazioni, tesi a conquistarsi spazi di potere gli uni ai danni degli altri. Le polemiche ideologiche, specie in periferia, cedono il posto a quelle morali relative alla sfera pubblica e privata, attraverso il meccanismo dei memoriali anonimi e delle lettere di denuncia, armi di un nuovo professionismo politico, tanto che l’insieme dei rapporti e dei dossier delle varie istituzioni in lotta fra loro “rappresenta un sostitutivo dell’opinione pubblica, l’interlocutore privilegiato per un regime che rischia di perdere il polso dello spirito pubblico” (p. 328). All’interno di un processo che trova il suo culmine durante la segreteria Starace, il partito diventa un ufficio di collocamento per i privilegiati, un mezzo di conquista per uno spazio di potere personale, specie per personaggi e ceti che ne erano stati tradizionalmente esclusi e che possono raggiungerlo ora attraverso cambi della guardia, inchieste, ricatti e denunce. Il partito acquista in quegli anni un maggior peso giuridico e il suo presunto appiattimento al regime non è una sottomissione, ma l’adattamento al sistema, in forma né residuale né subalterna.

5. I federali e gli uomini di partito della fase staraciana sono professionisti della nuova politica, pienamente inseriti nelle logiche della lotta per il potere a colpi di dossier. Sarebbe però sbagliato attribuire al solo staracismo le peggiori deformazioni del nuovo professionismo politico, e quindi del regime, secondo uno schema tipico della memorialistica fascista. Starace realizza una struttura di partito che è centro attivo di potere e protagonista delle lotte politiche per la sua conquista, adattandola alla concezione di Mussolini, che pone se stesso come unico punto di riferimento e guida per la nazione. Il generale concorrere di tutti i gerarchi e dei vari apparati del regime nella diffusione del mito del duce e la contemporanea incapacità di formazione di una classe dirigente fascista per le contraddizioni intrinseche di questo sistema di potere, è vista da Lupo come una causa fondamentale per comprendere la degenerazione del regime.

Affrontando, nel quinto capitolo, il periodo centrale del regime, Lupo mette in discussione l’interpretazione di De Felice che definisce “anni del consenso” quelli tra il 1929 e il 1936, ritenendo del tutto discutibile l’uso del termine in quel contesto politico. Preferisce piuttosto parlare di «Nationbuilding» per i processi di inserimento nella vita pubblica delle classi medie e basse della popolazione e quindi di quel sostanziale inquadramento forzato della realtà sociale del paese nelle istituzioni e nelle direttive politiche del regime, che presenta una vasta gamma di fenomeni e atteggiamenti, che vanno dalle rivolte economiche dei primi anni Trenta, all’entusiasmo dei militi, passando per una scala di diverse ed intersecate gradazioni di accettazione più o meno passiva. Questo senza dimenticare lo sforzo immenso del regime per crearsi un consenso, specie verso i ceti medi, attraverso gli spazi creati con le nuove istituzioni e l’invenzione della nozione di tempo libero, l’immagine del paese come cantiere operoso in continua realizzazione di opere pubbliche e di sviluppo industriale. Non si può non sottolineare, come acutamente fa Lupo, che la spinta alla modernizzazione portata avanti dal regime, si basa su una prospettiva di disciplinamento gerarchico che lo condiziona in termini del tutto peculiari.
La trasformazione della politica e della società durante tutto il Ventennio testimonia per Lupo il carattere insostituibile della categoria del “totalitarismo” per il fascismo, che proprio in questa sua “smania di moto perpetuo” troverebbe, al di là dei limiti della propria esperienza storica, il punto di contatto fondamentale con gli altri grandi totalitarismi del XX secolo. Specialmente alla luce di questi interessanti spunti di riflessione sarebbe stato opportuno un maggiore approfondimento dell’evoluzione del fascismo della seconda metà degli anni Trenta, centrata sul tema della formazione dell’italiano nuovo, a cui si connettono la questione della razza, l’antisemitismo, la polemica antiborghese e l’imperialismo, descritte in rapida sintesi nell’Epilogo. Di fronte all’eccessiva compressione di questi temi, risulta tuttavia interessante la chiave di lettura interpretativa dell’entrata nel secondo conflitto mondiale come logica conseguenza di una rinnovata opzione radicale espressasi nell’ultimo fascismo, conseguenza del permanere della spinta radicale per tutto il Ventennio. Essa trova poi un’ulteriore possibilità di manifestazione nella RSI, le cui vicende sono riportate proprio per sottolineare, in una prospettiva storiografica sicuramente condivisibile, il forte radicamento dell’esperienza repubblichina in quella fascista precedente.

6. Questo volume offre così una prospettiva interessante e originale sullo sviluppo dell’essenza e delle forme della politica nel Ventennio, ricco di spunti di riflessione e discussione: dalla descrizione dei rapporti di potere in un regime tendenzialmente totalitario, e dall’evoluzione, o forse sarebbe meglio dire la degenerazione, del nuovo professionismo politico nel Ventennio. Proprio per la rilevanza della posizione interpretativa espressa, sarebbe stato forse opportuno da parte dell’autore una più approfondita riflessione sugli aspetti legati al rapporto tra il regime e i precedenti centri di potere trattati troppo sinteticamente, ma essenziali per capire la forza effettiva della nuova politica nel contesto della storia italiana e poter comprendere meglio il senso del fallimento del progetto totalitario, al di là delle tensioni e lotte interne tra gerarchi e fazioni del regime. Proprio l’accentuazione del carattere radicale della politica fascista porta infatti in alcuni casi ad interpretazioni non del tutto condivisibili. Per esempio, contrapponendosi alla tradizionale interpretazione del fallimento del corporativismo, Lupo dichiara che si deve parlare invece di una sua affermazione, se per esso si intende il sostegno pubblico al controllo monopolistico dei mercati e l’intenso intervento dello Stato in economia, e se si identifica la sua funzione con quella di fornire al fascismo un consenso trasversale da destra a sinistra. Forse sarebbe opportuno approfondire la riflessione sui condizionamenti esterni da parte dei poteri forti dell’economia e sulle differenze tra le tesi dei teorici fascisti del “corporativismo integrale” e la sua effettiva realizzazione da parte del regime. Sulla base di queste considerazioni, il volume, oltre all’apporto offerto alla riflessione storica sul tema specificatamente trattato, può diventare un punto di partenza per ulteriori ricerche e un significativo contributo alla riflessione sulla società italiana e alla sua trasformazione nel Ventennio.

Aggressione naziskin a Viterbo: ragazzo di sinistra pestato e ridotto in fin di vita

https://i1.wp.com/www.lastampa.it/Torino/cmssezioni/cronaca/200801images/naziskin01g.jpg

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VITERBO (7 settembre) – Durante i festeggiamenti di Santa Rosa una decina di teste rasate, con le braccia tatuate, hanno circondato un giovane di sinistra e lo hanno colpito a bottigliate ferendolo alla testa. L’aggressione è avvenuta al Sagrario.

Ad avvertire le forze dell’ordine un commerciante che ha assistito all’aggressione. La Digos e alcune volanti hanno identificato nella vicina piazza delle Erbe il gruppo di naziskin, in tutto una decina di persone.
Il raid del Sagrario è stato identico ad uno compiuto la sera di mercoledì scorso nel quartiere medievale di San Pellegrino, dove decine di persone si erano barricate in una pizzeria.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=30591&sez=HOME_ROMA

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LE ORIGINI

Il naziskin marcia su Roma

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di Gianluca Di Feo

Il fondatore del Movimento politico delle teste rasate. E il leader degli ultrà più duri. Assolti dalle inchieste per raid e ora candidati nelle liste di Francesco Storace

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Pochi possono vantare una legge ad personam, una modifica del codice penale ritagliata su misura per le proprie imprese: un privilegio che riguarda solo i protagonisti di vicende che hanno influito sulla vita della Repubblica. Ma in questo caso non si tratta di risolvere i problemi di un singolo, bensì di punire le sue attività. Ed è per questo che non può non sorprendere la candidatura di Roberto Valacchi nelle liste del movimento di Francesco Storace. Per carità: che il partito creato dal transfuga di An rivaluti la tradizione fascista è cosa nota. Non fa nemmeno scandalo il coro ‘Duce! Duce!’ che ha accolto Daniela Santanchè sul palco di Milano o le falangi di saluti romani che segnano ogni comizio della Destra. Il nome di Valacchi però ha una storia particolare, che nasce direttamente dai naziskin e dalla più violenta formazione nata in Italia nell’ultimo ventennio. È stato infatti uno dei cinque padri fondatori del Movimento politico, l’organizzazione che alla fine degli anni Ottanta diede una struttura unitaria alle teste rasate di tutta la Penisola. Finché, dopo una serie di aggressioni e di scontri, nel 1993 il Parlamento votò la legge Mancino: la legge che punisce l’istigazione all’odio razziale venne contestata per la prima volta proprio alla galassia skin che faceva capo a Valacchi e agli altri ideatori del Movimento politico, primo fra tutti Maurizio Boccacci. Il processo istruito dalla Procura di Milano si chiuse però sostanzialmente con un nulla di fatto e l’assoluzione degli indagati: una costante che ha caratterizzato la maggioranza delle inchieste penali sull’ultima stagione dell’estremismo nero.

All’epoca Valacchi era un leader, che non aveva esitato a parlare con Riccardo Luna delle sue imprese in un’intervista a ‘Repubblica’: “Ricordo una volta all’università nell’87. Dovevamo fare un volantinaggio e venni aggredito da un autonomo. Gli saltai addosso sfondandogli la faccia a pugni e calci. L’ho rovinato senza nemmeno levarmi la cinta. Ho una fibbia da mezzo chilo, è l’unica arma che porto”. E ancora: “La scorsa estate ho spaccato la testa a un negro. Non perché era negro: poteva essere anche bianco ma aveva toccato il seno alla mia ragazza. L’ho appoggiato su una Mercedes e l’ho picchiato con la fibbia. Quando ho riaperto gli occhi, il cofano bianco, era rosso sangue”. Hai pensato che potevi ucciderlo? “Quando ti sale l’adrenalina non pensi a nulla. Eppoi quel negro dava sempre fastidio a donne bianche”. Infine il nazismo: “Il nazismo mi piace, non lo nego. L’Olocausto è una balla, forni crematori e camere a gas non sono mai esistiti”. Già allora il giovane non aveva solo fama d’uomo d’azione. È lui, per esempio, a prendere posizione per criticare la lettera aperta contro le teste rasate scritta da Valerio Fioravanti e Francesca Mambro: “Non sanno niente del nostro progetto e sono convinti che si faccia ancora politica come negli anni Settanta, senza nessun programma e con la pistola in mano”.

In quei mesi si riteneva che le squadre ispirate dal Movimento politico avessero condotto pestaggi e raid punitivi contro immigrati, spacciatori, associazioni ebraiche. Al massimo però i procedimenti penali si sono fermati alle responsabilità del singolo picchiatore, senza mai toccare il vertice del partito, che dalla provincia romana si è esteso in tutta Italia con la sigla Base autonoma. Così nel 1997, a 32 anni Valacchi si presenta incensurato alle elezioni comunali di Grottaferrata, dove con la famiglia manda avanti un ottimo laboratorio dolciario, e conquista un posto da consigliere nelle liste di An. Il pasticcere nazi-fascista ha rinunciato al bomber con la croce celtica, porta i capelli meno corti e pesa le parole con più attenzione: “Il cosiddetto Olocausto? Non neghiamo i campi di concentramento, ma il fatto che esistesse una soluzione finale pianificata a tavolino.

Le mie foto con il poster di Rudolph Hess? Erano ironiche e poi Hess non ha fatto nulla”. Non cancella i due tatuaggi sui bicipiti – un cavaliere teutonico come quelli che dalla Tuscolo medievale facevano strage di avversari e il dio Thor – e le sue convinzioni. Inevitabile quindi l’abbandono di Alleanza nazionale dopo la svolta di Gianfranco Fini e l’approdo nelle liste di Fiamma Tricolore dove ritrova vecchi camerati come Boccacci. Per la Fiamma l’imprevista alleanza con Storace, spiazzato dal rapido riavvicinamento tra Fini e Forza Italia, apre all’improvviso prospettive nuove. Valacchi, per esempio, è candidato alla Provincia nei Castelli Romani e la sua elezione non appare improbabile. Dalla sua non ci sono pochi skins, ma una militanza nella destra sociale sempre più estesa, tornata forte nelle scuole, che unisce la battaglia contro clandestini e nomadi al problema della casa e all’assistenza agli anziani. Una presenza attivissima sul territorio abbandonato dagli altri partiti, con mobilitazione concrete anche sulle questioni ambientali. “Facce nuove e radici antiche”, è il suo slogan.

È uno sbaglio considerare figure come Valacchi solo folklore. Perché raccolgono un consenso crescente tra un elettorato confuso e insicuro. E perché hanno una riserva significativa: quella delle curve, dove la destra estrema esercita più del fascino. E che nel Lazio secondo alcune stime possono portare anche 30 mila voti. Lì il protagonista è il responsabile romano di Fiamma Tricolore, Giuliano Castellino, coregista assieme a Boccacci dell’ultima fase di Base autonoma. Negli scorsi 12 anni ha collezionato accuse e assoluzioni, mantenendo una fedina immacolata sotto la camicia nera. Il primo fermo a 19 anni, nel 1996, con un gruppo di ultrà capeggiato da un veterano dei Nar. Per la Digos è stato uno dei registi della svolta dell’estrema destra capitolina, conquistando la leadership sul campo e trasformando l’Olimpico in un sipario per la propaganda.

L’anno chiave è il 1999: si parte dall’assalto del primo maggio contro le forze dell’ordine. Poi a settembre la conquista della Curva Sud mentre all’ingresso dello stadio viene scoperto un sacco con un ordigno micidiale e un gigantesco striscione contro l’allora ministro dell’Interno Rosa Russo Iervolino: l’ipotesi è che la scritta di insulti dovesse spingere la Celere a intervenire, per poi colpirla con la bomba. Una ricostruzione che non si traduce in incriminazioni. A novembre un attentato colpisce il Museo della Liberazione, nella prigione nazista di via Tasso, mentre un altro congegno esplosivo viene piazzato davanti al cinema che proietta un documentario su Adolf Eichmann, uno dei pianificatori dell’Olocausto. Per la Digos le bombe sono opera di Castellino: gli investigatori sostengono che ci sia la sua saliva sul mozzicone usato per accendere la miccia, che sia lui il ragazzo ripreso da una telecamera e che la voce della telefonata di rivendicazione sia la sua. Gli indizi raccolti sono giudicati insufficienti dalla Procura, che archivia tutto scagionandolo. Nove anni dopo, è candidato alla Camera al fianco di Storace e della Santanchè, ma sembra più a suo agio mentre urla con il megafono dal cassone di un camion, in un’atmosfera da comizi anni Settanta, o distribuisce pane gratis ai pensionati. Il suo habitat è la curva giallorossa, dove guida i Padroni di casa e manifesta grande solidarietà anche verso i supporter laziali più duri, in un fronte comune che supera il tifo e tende a coalizzarsi contro la polizia.

Se Castellino e i suoi giurano di riconoscere i principi democratici, come conferma la scelta elettorale, quello irrisolto è il rapporto con la violenza. Dentro e fuori gli stadi. A ottobre prima del match con il Napoli contesta pure l’appello dell’allenatore della Roma Luciano Spalletti contro chi va alla partita con i coltelli: “Io credo che l’allenatore debba fare l’allenatore, il giocatore il giocatore e il tifoso il tifoso. Noi andremo allo stadio a sostenere la Roma. E basta. Naturalmente, non tollereremo violenze in casa nostra”. Quindici anni fa Valacchi teorizzava un concetto di reazione molto determinato: “Quando reagiamo cerchiamo di fare più male possibile. La reazione dipende da una ghiandola. Se secerne più adrenalina, faccio più male”.

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03 aprile 2008

Catania, Dance Attack antimafia: cento ragazzi bloccati dalle famiglie / LIBRO – Parole d’onore

I genitori vietano la partecipazione perché non gradiscono lo slogan “Arte (contro cosa) nostra” coniato dal teatro Bellini che ha organizzato l’evento

Il sovrintendente: “Dedichiamo l’iniziativa ai giovani ballerini assenti”.

Catania, Dance Attack antimafia cento ragazzi bloccati dalle famiglie
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CATANIA – Cento giovani ballerini tra i 14 e i 18 anni sono stati bloccati dalle famiglie che hanno impedito loro di partecipare al Dance Attack antimafia promosso dal teatro Bellini di Catania, in programma nel pomeriggio in piazza Palestro. Durante gli ultimi preparativi, mentre lo staff del teatro distribuiva le t-shirt con il logo antimafia “Arte (contro cosa) nostra”, coniato per l’occasione dal Bellini, un centinaio di ballerini non si sono presentati all’appuntamento, pur avendo precedentemente garantito la loro adesione.

Per qualche ora la vicenda ha avuto i contorni di un giallo. Poi il chiarimento, come riferisce una nota del teatro. Alcuni di loro, in lacrime, hanno raccontato di aver ricevuto il divieto da parte dei genitori a partecipare alla manifestazione. A scatenare la reazione delle famiglie sarebbe stato proprio il logo antimafia che si legge sulle magliette che saranno indossate da tutti i partecipanti al Dance Attack.

“A poche ore dall’evento”, ha detto il sovrintendente del Teatro Massimo Bellini, Antonio Fiumefreddo, “abbiamo appreso che gli allievi di una scuola di danza di uno dei quartieri più a rischio della città hanno dovuto rinunciare a scendere in piazza su pressione dei genitori, che non avrebbero gradito il messaggio antimafia della manifestazione. Dedichiamo a questi cento ragazzi l’iniziativa di oggi pomeriggio. Rispetto ai tempi in cui in piazza non scendeva nessuno” ha aggiunto, “registriamo che oggi sono solo in cento a restare a casa, e per giunta costretti. E’ una svolta storica”.

Il teatro aveva lanciato nei giorni scorsi un appello alla mobilitazione pacifica, invitando per domenica pomeriggio i giovani della città a un Dance Attack per dire no a tutte le mafie. Un happening con mille giovani ballerini assieme in strada per invadere pacificamente le piazze di Catania, a cominciare da piazza Palestro, in un quartiere simbolo di disagio sociale, protagonista in passato di drammatiche vicende criminali. Con l’occasione il teatro ha voluto inaugurare un ciclo di eventi artistici con il marchio “Arte (contro cosa) nostra”, manifesto di impegno sociale e civile che “dal teatro arriva nella città, tra la gente, in nome della lotta all’illegalità”.

“Considero utili iniziative come questa” ha dichiarato il sindaco di Catania, Raffaele Stancanelli, “che nascono con il preciso intento di educare i giovani alla legalità e alla lotta alla mafia. Apprendere che la manifestazione di oggi non abbia trovato consenso dimostra quanto si debba ancora lavorare per diffondere la cultura della legalità”.

“Un atto molto grave che ci porta indietro nel tempo” è stato il commento del presidente della Provincia di Catania, Giuseppe Castiglione. “La lotta a Cosa nostra – ha osservato Castiglione – è fondamentale per il futuro economico e sociale della Sicilia, e non si possono dare segnali di cedimento proprio in questo momento, visti i buoni risultati che si stanno ottenendo contro la criminalità organizzata”. Il presidente della Provincia ha quindi espresso “apprezzamento per l’iniziativa del Bellini” e ha auspicato che le “famiglie dei giovani interessati ci ripensino, mostrando il vero volto della nuova Catania”.

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7 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/mafia-4/ballerini-catania/ballerini-catania.html?rss

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Un cronista ha annotato nei suoi taccuini in anni di lavoro le frasi-chiave dei mafiosi
voci minacciose o all’apparenza innocenti, cariche però sempre di un messaggio

Mafia, le parole d’onore
Ecco il codice di Cosa Nostra

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di ATTILIO BOLZONI

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Mafia, le parole d'onore Ecco il codice di Cosa NostraPassanti in una strada di Marsala

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SONO VOCI che provengono da un altro mondo. Salgono minacciose, stordiscono. A volte arrivano sfuggenti e all’apparenza innocue, a volte sono volutamente cariche di presagi. Nascondono sempre qualcosa, portano sempre un messaggio. Tutto è messaggio nella loro parlata. Anche i dettagli che sembrano più irrilevanti, i gesti che accompagnano o prendono il posto delle voci. Anche i silenzi. È un coro inquietante che ho ritrovato sul mio taccuino. Quelle parole e quei “discorsi” sono diventati i miei appunti.

In questo libro i mafiosi parlano di moralità e famiglia, di affari e delitti, di regole, amori, amicizie tradite, di religione e di Dio, di soldi e di potere, di vita e di morte. Del rapporto con il carcere e con la legge, di latitanze infinite, della Sicilia e dello Stato. In alcune circostanze scoprono fragilità, in altre mostrano una stupefacente fibra. E ricordano con rimpianto i loro antichi privilegi, descrivono i luoghi-simbolo della loro autorità. L’Ucciardone, primo fra tutti. Confessano il loro passato o difendono il loro presente. Raccontano ancora di mogli e di figli, di padri, di sorelle o fratelli rinnegati. Spiegano chi sono e da dove vengono. Uno di loro dice: “Perché in Sicilia, quello a cui non si può rinunziare, è la considerazione che hanno gli altri per te”.

È quella che loro chiamano la dignitudine. Il libro è una raccolta di pensieri e di “ragionamenti” mafiosi. Parole d’onore. È un inventario di follie. Una combinazione fra il delirio e la logica più implacabile, fra la paranoia e una spaventosa razionalità. Non è solo un linguaggio e non è solo un codice quello di mafia: è esercizio d’intelligenza, esibizione permanente di potere. Ogni riflessione è un calcolo, ogni modo di dire svela una natura di criminali molto speciali.

“Conoscere i mafiosi ha influito profondamente sul mio modo di rapportarmi con gli altri e anche sulle mie convinzioni… Per quanto possa sembrare strano, la mafia mi ha impartito una lezione di moralità”, spiegava Giovanni Falcone in Cose di Cosa Nostra a Marcelle Padovani. Falcone è stato il primo, con il rigore del magistrato e la passione civile di certi grandi siciliani, a esplorare sino in fondo la mentalità mafiosa. Diceva: “Conoscendo gli uomini d’onore ho imparato che le logiche mafiose non sono mai sorpassate né incomprensibili. Sono in realtà le logiche del potere, e sempre funzionali a uno scopo. In certi momenti, questi mafiosi mi sembrano gli unici esseri razionali in un mondo popolato da folli. Anche Sciascia sosteneva che in Sicilia si nascondono i cartesiani peggiori”.

In Parole d’Onore protagonisti sono mafiosi grandi e piccoli, noti e meno noti, i palermitani e quegli altri delle province interne. Ogni capitolo è una storia a parte, mai del tutto però separata dalle altre. È come un fiume sotterraneo che scorre nella vicenda siciliana per oltre cinquant’anni. È un andare avanti e indietro nel tempo con un ordine dettato dalle loro argomentazioni. Sempre le stesse, sempre uguali. Eterne. Ogni capitolo ha dentro una frase pronunciata da un mafioso. Riferita a un processo o a un pubblico ministero. Carpita da una microspia. Urlata o sussurrata in una piazza. Sono molte voci ma la trama è una sola. Tutto si tiene in Cosa Nostra.

Il mio mestiere di giornalista mi ha portato anche a far conoscenza con molti di loro. Nei palazzi di giustizia. Nelle borgate. Qualche volta anche nello loro case. Li ho incrociati sulle strade di Palermo, dove un quarto di secolo fa infuriava la guerra di mafia. Fra gli ultimi orti di Brancaccio e dopo le case diroccate sul mare della Bandita, dietro i palazzoni di Passo di Rigano e dell’Uditore, in mezzo ai vicoli dell’Acquasanta e dell’Arenella. Li ho rivisti qualche anno dopo, rinchiusi nelle gabbie delle aule bunker. Un osservatorio unico per capire il loro pensiero.

Dal maxi processo di Palermo dell’inverno 1986 alle ultime scorribande della primavera del 2008. Dai Buscetta e dai Liggio – passando per Totò Riina e per le stragi – fino al “decalogo” ritrovato nel covo dei Lo Piccolo, padre e figlio, capi improvvisati di una Cosa Nostra dall’incerto futuro.

L’idea di questo libro è nata tanto tempo fa, forse nel 1993. Nelle settimane successive all’arresto di Totò Riina ho soggiornato per qualche tempo a Corleone, in più di un’occasione ho avuto modo di incontrare suo fratello Gaetano. Ero là per ricostruire la vita di quei “contadini” siciliani che avevano tenuto in ostaggio lo Stato italiano. Con Gaetano Tanuzzo Riina abbiamo parlato di tante cose. Anche di Tommaso Buscetta. Di quello che aveva confessato al giudice Falcone. Di quello che aveva fatto nella sua esistenza fra la Sicilia e l’America, Palermo e il Brasile. Gaetano Riina, un giorno, mi ha dato una risposta che ho riconosciuto come una delle più formidabili parole d’onore mai sentite. Mi ha detto, a proposito del pentimento di Buscetta: “Ha visto il mondo e gli è scoppiato il cervello”.

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7 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/mafia-4/codice-mafia/codice-mafia.html

ALITALIA – Dove volano i furbetti

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Gianluigi Aponte, il padrone del gruppo Msc, uno degli armatori più potenti del mondo, l’Italia l’ha mollata da un pezzo, una quarantina d’anni fa. Ha preso moglie e residenza in Svizzera, preferendo Ginevra alla natia Sorrento. I figli Alexa e Diego hanno studiato all’estero. Le sue aziende italiane sono controllate da un dedalo di finanziarie off shore. La sua flotta batte bandiera panamense e le nuove gigantesche navi da crociera le fa costruire in Francia da una società a capitale coreano. Un uomo di mondo, Aponte. Che però sembra avere d’improvviso riscoperto l’amor di patria. Lo ha fatto per l’Alitalia. Lo ha fatto per impedire, come ha dichiarato al ‘Sole 24Ore’, che la compagnia di bandiera “vada a finire nelle mani degli stranieri”.

Anche
Roberto Colaninno,
l’uomo immagine, la mente, il capofila della cordata di 16 investitori pronti ad aprire il portafoglio per rilanciare gli aerei di Stato, dice di muoversi “per il bene del Paese”. Perfino l’industriale torinese Davide Maccagnani, fin qui sconosciuto alle cronache, si è detto disposto a puntare una fiche di qualche decina di milioni nel salvataggio di Alitalia pur di sbarrare la strada ad eventuali offerte d’oltrefrontiera. Lui però non ha dato il buon esempio. La Simmel Difesa, la sua azienda di famiglia, è stata venduta l’anno scorso al gruppo inglese Chemring. E Maccagnani ha reinvestito una parte del ricavato nella società britannica, quotata in Borsa.

Facili slogan a parte, ora più che mai il richiamo nazionalistico appare un comodo rifugio per chi deve proteggere concreti interessi personali o aziendali. Il tricolore diventa un sipario per nascondere i reali obbiettivi dei 16 imprenditori (ma potrebbero arrivarne altri) che hanno risposto all’appello di Intesa Sanpaolo e del governo di Silvio Berlusconi. Tocca a loro finanziare un progetto, nome in codice Fenice, che punta a far rinascere Alitalia dalle ceneri a cui l’ha ridotta un ventennio di dissennata gestione pubblica. La nuova compagnia, dotata di un capitale di partenza di circa un miliardo, sta ancora rollando sulla pista di decollo. Serve il via libera dei sindacati sui tagli di personale. E c’è l’ostacolo più insidioso: superare il prevedibile fuoco di sbarramento dei concorrenti internazionali e ottenere il placet dell’Antitrust europeo.

L’happy end non è scontato. Fin d’ora però sembra chiaro lo scenario di fondo dell’intera operazione. Su Alitalia si consuma il grande scambio tra il governo berlusconiano e il fronte degli imprenditori. E la presenza nella cordata, pur con un ruolo marginale, della stessa presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, appare come un sigillo simbolico. Nel nome di un’operazione che a suon di decreti ed eccezioni antitrust fa a pezzi quelle regole di mercato a cui la Confindustria non manca mai di richiamarsi.

Comprando un’azienda sgravata da debiti, dipendenti in eccesso e altre passività, Colaninno e soci corrono un rischio tutto sommato limitato rispetto ai potenziali guadagni. Gli oneri derivanti dalla vecchia gestione restano in carico alla collettività, mentre i nuovi padroni a tempo debito sapranno riscuotere la cambiale firmata da Palazzo Chigi. L’intreccio di contratti, concessioni e appalti è fittissimo. Tanto da far apparire risibile una dichiarazione del numero uno di Intesa, Corrado Passera: “La maggioranza degli investitori (in Alitalia, ndr) non ha neanche rapporti con il mondo pubblico”, ha detto in un’intervista al ‘Corriere della Sera’.

Grandi opere connection
Numerosi soci della cordata si apprestano a spartire una torta miliardaria. Aeroporti, autostrade, il Ponte sullo Stretto di Messina, gli appalti milanesi per la realizzazione dell’Expo 2015.La famiglia Benetton, le aziende di Salvatore Ligresti e l’imprenditore piemontese Marcellino Gavio sono i nomi di spicco di uno schieramento che con il governo si confronta ogni giorno su tariffe, permessi di costruzione, gare pubbliche, via libera ambientali. A questo terzetto fa capo l’Impregilo, una delle maggiori imprese di costruzioni italiane. È suo l’appalto per il Ponte sullo Stretto, progetto congelato dal governo Prodi e tornato ora in auge. Un’opera faraonica, che forse non si farà ma che rappresenta la punta dell’iceberg dei lavori in corso. Così di recente l’Impregilo si è aggiudicata due commesse da 600 milioni l’una: la superstrada Vicenza-Treviso e il primo tratto dell’autostrada tra Malpensa e Bergamo. L’appalto lombardo è l’antipasto dei lavori per l’Expo 2015, che comprendono la futura direttissima Milano-Brescia, una nuova tangenziale e due metropolitane (il totale previsto vale 11,2 miliardi).

La partita con il governo, però, si sta giocando anche su altri fronti. I Benetton e Gavio sono i maggiori gestori di autostrade d’Italia. I loro ricchi profitti erano stati messi in forse dalla revisione delle regole delle concessioni voluta dall’ex ministro Antonio Di Pietro. L’intervento presentava però una serie di zone d’ombra che una specifica legge voluta dal nuovo governo, e che incide in particolare sulla convenzione dei Benetton, ha chiarito a loro favore. D’ora in poi saranno blindati gli aumenti delle tariffe pagate dagli automobilisti, finora soggette a una lunga trafila di autorizzazioni: ogni anno cresceranno in misura non inferiore al 70 per cento dell’inflazione reale.

Il terzo fronte aperto è quello degli aeroporti. Allo scalo di Fiumicino, gestito dalla società Aeroporti di Roma (Adr), l’intreccio degli interessi appare addirittura infernale. Tutto ruota attorno ai Benetton. Saranno azionisti di Alitalia. Sono già soci di maggioranza di Adr, nella cui catena di controllo figurano altri partecipanti alla cosiddetta cordata dei volenterosi: oltre a Ligresti c’è anche il fondo Clessidra gestito da Claudio Sposito, l’ex amministratore delegato della Fininvest che conta ancora su Berlusconi come sponsor e alleato. E, infine, ai Benetton fa capo anche la tenuta agricola di Maccarese, un vasto terreno situato accanto all’aeroporto, dove in futuro Fiumicino dovrà essere raddoppiata.

Adr però non scoppia di salute. Anzi, il bilancio è pieno di debiti e per rimettersi in sesto avrebbe bisogno di aumentare i ricavi che arrivano dalle compagnie. Le tariffe, però, sono state a lungo bloccate per consentire la sopravvivenza di Alitalia: far atterrare un Airbus A320 a Fiumicino costa oggi 1.251 euro, a Parigi 2.635. E un discorso simile vale anche per gli altri aeroporti che vedono tra i soci la famiglia di Treviso, da Torino a Firenze.

Nelle partita delle grandi opere e dei contratti statali, entra infine anche Aponte, il sedicente difensore di un’Alitalia tricolore. La sua compagnia di navigazione Snav trasporta ogni anno milioni di passeggeri su rotte in concessione pubblica. E il gruppo dell’armatore sorrentino da sempre è in prima linea per allargare la sua presenza nei grandi porti (da Genova a Napoli fino a Civitavecchia e altri ancora), sottoposti alla vigilanza di Authority di Stato. Poi c’è il business delle cosiddette autostrade del mare, con i possibili incentivi governativi per togliere le merci dal trasporto stradale dirottandole sulle navi. Senza contare che da anni Aponte guarda alla possibile privatizzazione dei traghetti Tirrenia. Se queste sono le sue scommesse per il futuro prossimo, non sorprende che l’armatore con base a Ginevra sia disposto a investire circa 150 milioni nel piano Fenice. Poca cosa, tutto sommato, per un imprenditore che naviga con un fatturato superiore ai 4 miliardi. Solo una stima, perché, con buona pace della trasparenza, i bilanci del gruppo restano un segreto ben custodito nella cassaforte di qualche holding off shore.

Aerei & mattoni
Indicato fin da principio come uno dei sicuri partecipanti, anche Marco Tronchetti Provera alla fine avrà nella cordata una posizione poco più che simbolica: le indiscrezioni lo accreditano di un investimento non superiore ai 20 milioni. Anche se minima, la puntata sul piatto Alitalia può servire a garantire, oltre che il tradizionale buon rapporto con Berlusconi, anche specifici interessi immobiliari del gruppo. Da quelli legati all’Expo 2015 fino all’eventuale partecipazione alla futura vendita del patrimonio immobiliare dello Stato. Un bersaglio da tempo nel mirino di Pirelli Real Estate.

Nel suo piccolo, anche Francesco Bellavista Caltagirone (da non confondere con il cugino Francesco Gaetano, editore e costruttore) punta da tempo su immobili e aeroporti. Gestisce i servizi a terra per conto di alcune grandi compagnie negli scali di Linate, Venezia e Bologna. È proprietario di innumerevoli aree che necessitano del nulla osta politico per essere valorizzate. E sta costruendo il nuovo porto di Imperia, primo di una serie di interventi che lui dice di volere al servizio “del Paese più ricco di bellezze naturali”. Uomo di relazioni e salotti, dotato di contatti ad altissimo livello a destra come a sinistra, Bellavista è pronto a monetizzare il capitale di amicizie che si è costruito nel tempo. Talvolta con qualche infortunio, come gli stretti rapporti con i furbetti di Gianpiero Fiorani.

Anche la famiglia Fratini, dopo aver accumulato una fortuna con la moda (erano proprietari dei jeans Rifle) e con gli outlet, ora cerca visibilità per aggiudicarsi i progetti più redditizi soprattutto nel’immobiliare. Da Firenze, dove vengono considerati una potenza, hanno puntato su Roma. Assieme alla Pirelli, si sono aggiudicati il palazzo nel quartiere Parioli dove c’era la Zecca e tutte le aree dell’ex Poligrafico di Stato. Ora sono in gara per aggiudicarsi l’area della vecchia Fiera, un progetto le cui sorti dipendono dalla volontà della amministrazione capitolina di centrodestra.

I Passera boys
Ai piani alti di Intesa non erano molti nei mesi scorsi quelli pronti a dare Passera vincente sulla ruota di Alitalia. E invece il manager comasco ha spiazzato tutti. Si è accreditato come grande banchiere al servizio del sistema Paese. E questo proprio mentre la rivale Mediobanca, tradizionale perno dei salvataggi delle grandi imprese, è dilaniata dalle lotte interne. Per centrare l’obiettivo Passera ha lasciato briglia sciolta a Gaetano Miccichè, responsabile della divisione corporate della banca. È lui che ha riannodato le fila delle trattativa con la cordata degli investitori. Alcune risposte positive erano date in partenza per scontate. Poteva defilarsi Salvatore Mancuso, vecchio amico e sodale di Miccichè, nonché gestore del fondo Equinox nel quale Intesa è di gran lunga il maggior investitore? Nella compagine di Equinox, che ha sede in Lussemburgo, troviamo altri nomi di primo piano coinvolti nell’Alitalia story: da Marcegaglia alla Fininvest di Berlusconi. Ma una lunga consuetudine d’affari lega Miccichè allo stessoColaninno. Sarebbe stato difficile per il presidente di Piaggio sottrarsi al pressing di Passera che lo voleva alla guida della cordata. Per dire di no, avrebbe dovuto voltare le spalle alla propria banca di riferimento.

È stata Intesa, dopo la fine dell’avventura in Telecom Italia, a chiamarlo cinque anni fa al capezzale di una Piaggio sull’orlo del tracollo. Per favorire il rilancio, e quindi il rientro dalla loro pesante esposizione, Passera e gli altri banchieri hanno trasformato in capitale una parte dei loro crediti verso l’azienda motoristica. Nel frattempo è ripartito anche il mercato delle due ruote e così il risanamento si è concluso a tempo di record con lo sbarco in Borsa del gruppo. I proventi della quotazione sono serviti a rimborsare in parte gli istituti di credito. Ma di recente la marcia trionfale di Piaggio ha rallentato il passo. In Borsa, nell’ultimo anno, il titolo ha perso il 50 per cento circa contro un calo del 30 per cento del listino. E i piani industriali sono stati corretti al ribasso alla luce della diminuzione delle vendite. La scommessa per il futuro è quella dei mercati dell’Estremo Oriente, dove Piaggio è già presente in forze. Ma è una scommessa che richiede ancora pesanti investimenti. Per questo da tempo la Borsa ipotizza che Colaninno possa essere tentato da un disimpegno. E le voci sono aumentate quando è entrato da protagonista nella partita Alitalia. Saltare dalla Vespa all’aereo sarebbe un modo per salvare i bilanci e la sua immagine di imprenditore vincente.

Anche su Carlo Toto Passera aveva puntato fin dall’inizio. Intesa Sanpaolo ha sostenuto i tentativi del patron di Air One nelle prime fasi della privatizzazione, dove Toto si presentava come l’unico candidato italiano capace di risanare l’Alitalia. Il risultato finale può dunque sembrare sorprendente: Toto venderà la sua Air One alla nuova Alitalia e solo allora deciderà se e quanto reinvestire nella società, con un ruolo di secondo piano. Un legame forte con la nuova Alitalia sembra destinato a rimanere. Al momento del passaggio di proprietà, infatti, l’Air One potrebbe portarsi dietro solo i venti nuovi Airbus A320 che la compagnia si è già vista consegnare. Gli altri novanta aerei che Toto aveva ordinato potrebbero restare di proprietà delle sue holding, per essere affittati proprio all’Alitalia.

Gli outsider Marco Fossati, erede della dinastia della Star, è uno degli uomini più liquidi d’Italia, accreditato di simpatie berlusconiane. Per questo era dato in pole position fra i cavalieri bianchi di Alitalia. Lo è ancora di più ora che sta giocando una partita dalle forti implicazioni politiche come quella su Telecom Italia. Sulla compagnia telefonica ha investito più di 800 milioni di euro. Una scommessa sfortunata, visto che il titolo ha perso quasi la metà del suo valore da quando il finanziere milanese ha cominciato a farne incetta in Borsa. Serve un paracadute. E Fossati potrebbe tentare di accrescere la propria influenza inserendosi nel difficile rapporto tra i sostenitori dell’amministratore delegato Franco Bernabè e gli spagnoli di Telefonica. Il suo gettone di 20 milioni in Alitalia si rivelerebbe quindi un investimento con un valore aggiunto ben più rilevante.

Nella cordata Alitalia la presenza di Emilio Riva, ottantenne re dell’acciaio italiano, ha destato infine parecchia sorpresa. Certamente nella sua carriera le frequentazioni con Berlusconi, cene elettorali comprese, non sono mancate. Forse, però, non bastano i buoni rapporti con il premier per spiegare l’ingresso in Alitalia per uno che, come lui, non ha mai sopportato di dover mediare le proprie scelte con quelle di altri soci. E non ha mai partecipato a nessuna operazione finanziaria. Nelle ultime settimane la maggiore acciaieria del suo gruppo, l’Ilva di Taranto, si è ritrovata però di fronte a un problema la cui soluzione dipenderà dalle decisioni dal governo. La Regione Puglia ha reso note le rilevazioni sulle emissioni di diossina dello stabilimento. Troppo alte, ha sentenziato il presidente Nichi Vendola, affermando che se non ci saranno investimenti per ridurle non darà il benestare nell’ambito della procedura di autorizzazione ambientale in corso. Il parere della Regione, però, non è vincolante. Il via libera definitivo spetta al governo. E il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo si è già incontrata con i vertici dell’Ilva per rassicurarli. A Ferragosto la sorpresa: in una lettera agli uffici regionali, il ministero ha contestato la bontà delle misurazioni degli inquinanti. L’Ilva non chiuderà.

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ha collaborato Giuliano Foschini

04 settembre 2008

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Che vantaggi esuberanti

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di Paola Pilati

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Nella riffa degli esuberi di Alitalia, passati da settemila a 4.500, c’è di strano che lo sconto sia stato ‘confessato’ in segreto dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi ai sindacati, invertendo quello che di solito capita: è la cifra più alta che si passa sottobanco. Il che fa pensare che la riffa sia apertissima, ma che il sindacato sia in difficoltà a dire sì dopo aver mandato a monte l’offerta Air France che ne tagliava 2.500, e che Sacconi offra quindi un dosaggio pediatrico per una medicina amara.

Oggi si chiude con lo sconto, domani si potrebbero inghiottire altre tranche. Di certo l’operazione Cai, la nuova compagnia italiana del volo, rappresenterà le forche caudine del sindacato, che dovrà spiegare come mai i dipendenti di AirOne saranno tutti salvi (1.800 nella compagnia, tremila compreso l’handling), mentre quelli di Alitalia (seimila del volo e 10 mila di terra) dovranno passare al setaccio dei nuovi padroni che sceglieranno fior da fiore chi assumere, secondo le nuove esigenze e cambiando le condizioni contrattuali.

Anche il nuovo ‘welfare’, il sistema di ammortizzatori sociali che si sta cucendo su misura su Alitalia, rischia di essere come il veleno sulla coda: come potranno accettare, i rappresentanti dei lavoratori, che non si applichi anche ad altri il protocollo Alitalia se più vantaggioso? In realtà la storia presenta luci e ombre. Vediamo quali.

Intanto, i soldi a disposizione. La tabella stima l’esborso da parte dell’Inps in almeno un miliardo in sette anni. Una tombola, ma in cassa i soldi ci sono: il Fondo previdenziale ‘per le integrazioni salariali’ dispone di 3 miliardi e mezzo l’anno, e ne spende 1,5 (dati 2006). Ma di questi tempi di crisi ci si attende una crescita delle domande, e Alitalia rischia di dover sgomitare. Perciò le serve una corsia preferenziale: gli esuberi potranno contare su sette anni tondi, tre di cassa e quattro di mobilità. Quest’ultimo strumento oggi varia da 12 mesi per chi ha meno di 40 anni a 4 anni per chi è sopra i 45, ma per Alitalia si adotta comunque il termine massimo. È vero che i sette anni sono stati concessi a tutte le grandi crisi recenti: ai mille lavoratori della Fiat e a quelli del polo chimico (Enichem) e del polo elettronico aquilano (Finmek) per un totale di tremila. Ma Alitalia surclassa queste cifre, pesando da sola molto di più del totale, e assorbirà quindi molte più risorse. Con queste si pagherà ai lavoratori un assegno di circa mille euro al mese. Non certo allettante, soprattutto per i piloti.

Ma servirà almeno ad arrivare alle pensione? Per chi ha più di 51 anni, sì, visto che il requisito oggi sono i 58 anni. Peccato che tra qualche anno quel termine verrà spostato a 61: per evitare una inutile rincorsa, per i lavoratori Alitalia la riforma previdenziale dovrà essere congelata. Un bel precedente per altri nelle stesse condizioni.

E per i più giovani, a cui la concessione dei sette anni, di fatto uno scivolo verso la pensione, non serve a nulla? Questi dovranno cercare una via d’uscita. I piloti, che sulla carta hanno le maggiori chance per via delle loro competenze, non si sa a chi potranno venderle visto che l’unico concorrente AirOne non sarà più tale. Ancora meno le speranze di continuare a volare per gli assistenti di volo. Dovranno riconvertirsi, accettando un altro lavoro. Come quelli di terra. Avendo ben chiaro che anche qui le regole sono cambiate, ma a loro sfavore. Se finora un lavoratore in cassa integrazione non poteva rifiutare un lavoro con una retribuzione più leggera fino al 10 per cento di quella di provenienza, ora questo limite sparisce. E quindi alle offerte al ribasso non si potrà più dire di no. Tanto che gli ‘ex’ di Alitalia potranno davvero diventare un affare per le aziende: il costo contributivo per chi assume è pari al 10 per cento invece del 33, cioè parificato a quella di un apprendista. Lo sconto sui versamenti, va da sé, andrà integrato dalla mano pubblica. Risultato: imprese avvantaggiate, lavoratori trasformati in dipendenti di serie B, e il solito Stato-Pantalone.

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04 settembre 2008

fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Dove-volano-i-furbetti/2039761&ref=hpstr1

L’uragano Ike riacquista forza. Cuba chiede agli Usa la revoca dell’embargo

Gustav

Gustav
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L’Uragano Ike ha riacquistato forza ed e’ tornato a categoria 4 e dovrebbe colpire le Bahamas fra poche ore. Martedi’, al massimo mercoledi’ prossimo Ike dovrebbe colpire le coste americane.

Cuba ha chiesto agli Stati Uniti di revocare l’embargo, per permettere l’arrivo di aiuti umanitari per le vittime del passaggio dell’uragano Gustav. Le autorita’ cubane hanno “ringraziato” Washington per aver manifestato il loro “rammarico” per i gravi danni causati una settimana fa da Gustav, denunciando allo stesso tempo l’embargo che pesa sull’Avana. “Oggi, con la parte orientale del Paese gia’ in allarme per l’arrivo dell’uragano Ike, potente come Gustav, Cuba afferma che l’unica azione corretta da compiere – si legge nel comunicato diffuso dalle autorita’ – sarebbe quella di eliminare completamente l’embargo economico, commerciale e finanziario applicato da quasi mezzo secolo dagli Stati Uniti”. Non e’ chiaro se, rifiutato l’invio di una delegazione di esperti americani per valutare i danni sull’isola, Cuba abbia fatto lo stesso con gli aiuti proposti dal governo degli Stati Uniti: Washington, infatti, venerdi’ aveva annunciato di aver offerto, lo scorso 3 settembre, aiuti per 100.000 dollari, gestiti da una organizzazione non governativa.

Negli USA Hanna non ha provocato i disastri temuti: allagamenti in Sud e Nord Carolina, ma nessuna vittima. Ad Haiti invece i morti provocati dal passaggio di Gustav e di Hanna sono 577, oltre 60 mila le persone evacuate. E sul fronte degli aiuti, il ministero degli esteri cubano ha di fatto rifiutato la somma stanziata da Washington, chiedendo invece la sospensione del’embargo per consentire alle societa’ statunitensi di aprire linee di credito e sostenere la popolazione cubana.

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7 settembre 2008

fonte: http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=85601