PER CAPIRE – Il fascismo. La politica in un regime totalitario

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Salvatore Lupo, Il fascismo. La politica in un regime totalitario

Roma, Donzelli, 2000

[€ 29.95 – ISBN 88 7989 580 X]

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di Matteo Mazzoni
Università di Firenze

M. Mazzoni, «Review of S.Lupo, Il fascismo. La politica in un regime totalitario,
Roma, Donzelli, 2000», Cromohs, 7 (2002), 1-6 – <http://www.cromohs.unifi.it/7_2002/mazzoni_lupo.html>

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1. La “rivoluzione” politica fascista. Un lettore superficiale e distratto che si fermasse solo al titolo del volume di Salvatore Lupo, Il fascismo. La politica in un regime totalitario, effettivamente generico, senza riflettere sul sottotitolo, che lo precisa e lo identifica, forse non potrebbe cogliere l’originalità e l’importanza di questo libro e avrebbe aspettative inesatte nell’accingersi alla sua lettura. Questo testo, come ammette correttamente l’autore nell’Introduzione, non offre una nuova esposizione della storia d’Italia nel Ventennio, delle istituzioni e delle realizzazioni del regime in campo economico, militare, sociale, culturale. Attribuirgli una tale funzione significherebbe non solo esporlo a varie critiche per presunti limiti e mancanze presenti nella narrazione, ma anche distogliere l’attenzione dal suo significato più profondo ed originale. Esso è infatti un tentativo coraggioso ed ambizioso di analisi del fascismo come fenomeno politico impostosi sulla scena storica del ‘900 con un proprio progetto di riforma dello stato e di trasformazione della società, attraverso l’analisi degli spazi e dei modi della politica nella realtà del Ventennio e la conoscenza del punto di vista dei protagonisti del fascismo. L’analisi delle fonti interne del fascismo, introdotta da De Felice, è infatti considerato da Lupo uno strumento metodologicamente valido ed indispensabile con cui gli storici di tutti gli orientamenti devono confrontarsi per approfondire la conoscenza del fenomeno, tanto più per quelli che intendono contrastare le interpretazioni delle più recenti visioni revisioniste.

L’autore punta a raggiungere questo obiettivo attraverso un’ampia ricchezza espositiva di eventi, situazioni, personaggi ed una scrittura densa ed articolata che, intrecciando in modo complesso questioni storiografiche di grande interesse, offre molti spunti per la riflessione, che non possono essere facilmente sintetizzati in questa sede. Si è ritenuto più opportuno soffermarsi su alcuni concetti che per Lupo esprimono la nuova politica fascista e quindi sul significato centrale del volume.

Nella prima parte del libro l’autore cerca di presentare una definizione ragionata del fascismo ed un’analisi delle sue origini come fenomeno politico. Fin dal titolo del primo capitolo, Di ritorno dal fronte, Lupo ne ricostruisce le vicende iniziali sottolineando l’importanza della Grande Guerra e delle sue conseguenze sul contesto italiano. Nell’atmosfera interventista e nella tradizione combattentista vengono a fondersi in una prospettiva originale quelle correnti politiche fondate su un humus dottrinale di antiparlamentarismo, antiliberalismo e corporativismo che caratterizzavano il pensiero radicale di inizio secolo, quali soprattutto il nazionalismo e il sindacalismo rivoluzionario, fino ad allora separate e distinte. Il fascismo, con il suo programma organicista e gerarchico dello stato e della società, è un movimento politico originale che ha una funzione di disaggregazione e ricomposizione delle precedenti identità politiche: negli anni Venti, precisa Lupo, le tradizioni dell’antigiolittismo si dividono tra fascismo e antifascismo e il primo, pur derivando da importanti filoni della cultura prefascista, non può essere meramente dedotto da uno di essi, ma può essere distinto solo nel suo tempo. Insistere sull’originalità del fascismo significa prendere le distanze dalle visioni “continuiste”, che si soffermano sulle istituzioni e gli aspetti di lungo periodo della storia nazionale, e da tutte le precedenti interpretazioni del fenomeno come “restaurazione”, espresse secondo De Bernardi dal “paradigma antifascista” delle tradizioni crociana, gobettiana e marxista (A. De Bernardi – S. Guarracino, a cura di, Il fascismo, Milano, Bruno Mondadori, 1998), che, secondo Lupo, limitano la comprensione del fenomeno, cancellandone o emarginandone la componente e gli aspetti rivoluzionari che ne contraddistinguono la parabola politica.

2. Nel contesto drammatico del primo dopoguerra il successo del fascismo viene individuato da Lupo proprio nel suo originale proporsi come movimento restauratore della Nazione e insieme rivoluzionario, facendo breccia così da una parte sui ceti medi ex combattenti e sugli apparati dello stato, sugli agrari e sugli industriali ormai sfiduciati nei confronti dello stato liberale e impauriti dai miti rivoluzionari proletari, e dall’altra sugli esponenti del sindacalismo rivoluzionario e del radicalismo per i suoi progetti di nuovo ordine sociale. Il fascismo si configura così come una nuova destra espressione della nascente società di massa, che cerca di realizzare un progetto di trasformazione rivoluzionaria della società, secondo principi tradizionali quali nazione e gerarchia. Tra restaurazione e rivoluzione, riprendendo il titolo del secondo capitolo, il fascismo trova così la sua definizione in una prospettiva originale che getta una luce diversa sulle precedenti analisi del fenomeno, anche grazie ad una ricchissima serie di esemplificazioni tratte dalle vicende locali dei vari e diversi centri di diffusione dello squadrismo. La tradizionale divisione del fascismo in urbano e rurale, con il secondo, emanazione dei ceti agrari reazionari, vincente sul primo, viene messa in discussione dall’autore. Attraverso pagine dense e molto articolate egli fa emergere tutta la complessità del fascismo che, con il suo gruppo dirigente milanese diciannovista, con il sorgere di un proprio sindacalismo, espressione della sinistra radicale e non democratica presente in esso, e con gli elementi rivoluzionari diffusi nella realtà dello squadrismo, non può essere in alcun modo ridotto a “guardia bianca degli agrari” (p.93). Dopo la marcia su Roma, se la composizione del governo Mussolini e la fusione del PNF con i nazionalisti possono far pensare ad una svolta normalizzatrice, Lupo invita a non dimenticare la presenza di primo piano in ruoli chiave di esponenti diciannovisti e lo sviluppo di un sindacalismo dotato di una propria forza e dignità, ma soprattutto a considerare che dietro la “contrapposizione ideologica tra il gruppo radicale e quello normalizzatore-fiancheggiatore c’era dunque un più vasto fenomeno che coinvolgeva l’uno e l’altro: la costruzione di blocchi di potere” (p.122). Tra i vari gruppi contrapposti emerge la specificità della politica mussoliniana di attenta mediazione tra i diversi centri di potere, per proporsi alle vecchie classi dirigenti come l’unica possibile guida della complessa realtà fascista, e al popolo come l’insostituibile duce.

Dopo aver delineato l’essenza del movimento politico fascista, l’autore affronta la fase del regime nella parte centrale del volume, che è molto interessante perché evidenzia i tratti della nuova politica e offre importanti riflessioni e suggerimenti di carattere metodologico.

A quest’ultimo proposito questo studio offre un contributo fondamentale nell’individuazione della storia locale come prospettiva privilegiata per lo studio del movimento fascista e del regime nel contesto della realtà politica italiana, connotata da una fortissima “frantumazione localistica” (p. 66). Questa particolare attenzione per le diverse dinamiche territoriali costituisce uno dei pregi maggiori del volume e coglie un’esigenza, fortemente espressa dalla storiografia, di approfondimento degli studi locali come strumento opportuno per la comprensione del regime nella complessa realtà della penisola (cfr. N. Gallerano, “Le ricerche locali sul fascismo”, Italia Contemporanea, n. 184, 1991).

3. Anche il fascismo, secondo le regole della politica del tempo, si sviluppa come insieme di diversi gruppi di potere locale, simbolicamente rappresentati dalle figure dei più famosi ras. Contro questa prospettiva di sviluppo si muove Mussolini fin dalla trasformazione del movimento in partito, secondo una prospettiva di centralizzazione che si afferma sempre più con l’instaurarsi del regime, per costruire un sistema dittatoriale del tutto subordinato alla propria volontà. Ma per l’autore, che ne evidenzia così il carattere innovativo, questo processo è soprattutto una diretta conseguenza dell’ideologia fascista gerarchica e unitaria della nazione, che si oppone così ai rischi di restaurazione di vecchie logiche proprie della politica notabilare.

La categoria della centralizzazione della decisione politica, al centro nella figura del duce e in periferia in quella del prefetto, è infatti uno strumento fondamentale attraverso cui l’autore ricostruisce e spiega l’evoluzione delle vicende interne del fascismo, delineando le forme della nuova politica che lo contraddistinguono. Secondo la propria ottica interpretativa Lupo sostiene che è la componente squadrista ad essere maggiormente colpita dalla strategia delle epurazioni, non tanto perchè avversaria di un progetto di restaurazione e normalizzazione, ma in quanto antitetica al progetto gerarchico fascista portato avanti dal duce. Le epurazioni, che caratterizzano le vicende locali e nazionali del fascismo nella seconda metà degli anni Venti, vanno dunque lette non tanto come una sconfitta della componente radicale sotto una pretesa spinta restauratrice di moderati e fiancheggiatori, secondo l’interpretazione di Ragionieri e Aquarone – da cui Lupo prende le distanze -; secondo Lupo, “la scure della normalizzazione agisce soprattutto in direzione centralizzatrice e non intende privilegiare nessuna delle due opzioni ideologiche di fondo”(p. 166). Dietro i conflitti tra le varie fazioni locali vi è spesso la lotta tra diversi gruppi per il controllo degli spazi locali. Del resto l’analisi delle carriere, dei successi e delle “cadute” dei gerarchi testimonia che il fattore determinante è sempre la fedeltà al duce e l’assenza di poteri locali o istituzionali autonomi e indipendenti dall’unica catena di comando ammessa da Mussolini, anche nei confronti della stessa oligarchia dei ras. All’interno del sistema fascista il turnover nelle federazioni rappresenta un elemento importante per comprendere i caratteri del sistema politico, in quanto “può essere indicativo della tenuta o meno dei gruppi locali di fronte alla pressione centralistica e normalizzatrice” (p. 317) e l’instabilità testimonia “una persistente insoddisfazione circa la forma assunta dalla società politica che il regime esprime” (p. 319). I rapporti con l’affarismo, le tante faide e lotte tra fazioni, evidenziano tutta la complessa realtà del fascismo e la permanenza ben viva delle radici squadriste, del sindacalismo e del populismo, tipici del radicalismo estremista fascista. Infine le stesse epurazioni di fine anni Venti portano alla ribalta anche elementi delle “seconde file” o estremisti sconfitti nelle lotte di fazione del ‘23-’25, puntando solo sul criterio della fedeltà al di là dell’identità sociologica o ideologica delle persone: le epurazioni non portano quindi ad una totale omologazione del fascismo né alla cancellazione dei suoi tratti più radicali.

4. Il quarto capitolo è quello in cui emerge chiaramente fin dal titolo, La nuova politica al centro e alla periferia, l’interesse di Lupo per il contesto locale. Tra le tante vicende analizzate si ricordano qui soltanto il paragrafo dedicato al caso regionale siciliano, sottolineando la particolare attenzione che l’autore rivolge alle vicende dell’Italia meridionale nel corso di tutta la narrazione, evidenziandone l’inserimento nelle dinamiche della nuova politica fascista; l’attenta ricostruzione delle vicende legate alle epurazioni in importanti città come Firenze, Genova, Torino, Milano, l’interessante esame della complessa figura di Farinacci.

Il processo di trasformazione della politica trova un passaggio decisivo nella fase dell’instaurazione del regime, a cui è dedicato il terzo capitolo. Prendendo le distanze dall’interpretazione di Lyttelton (A. Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al 1929, Laterza, Roma-Bari, 1982), Lupo ritiene infatti che, anche dopo la svolta autoritaria del 1926, non si realizzi la morte della politica, ma il suo sviluppo in nuove forme e concezioni risultanti dalla dimensione di massa della società, dagli interessi dell’oligarchia dei gerarchi e dalla spinta mussoliniana alla dittatura personale. Anche il PNF viene così sottratto alla svalutazione tradizionale che lo presentava come un colosso dai piedi d’argilla e viene considerato come elemento centrale del nuovo sistema di potere all’interno del Ventennio. Lupo si colloca così implicitamente all’interno di quella tradizione storiografica che, da Ragionieri a Sabbatucci, da Gentile a Pombeni, ha colto nel corso degli anni la centralità della questione del partito nello studio delle vicende del fascismo. La spinta alla centralizzazione, durante la segreteria Turati, tende a trasformare il PNF in una milizia unitaria al servizio della nazione e del culto mussoliniano, attraverso l’abolizione di ogni meccanismo elettivo interno e di ogni iniziativa di proposizione politica autonoma: “l’addomesticamento del PNF non rispondeva soltanto alle pressioni dell’establishment per la normalizzazione ma anche a una logica interna alla rivoluzione” (p.244). Per Lupo, che si differenzia così dagli studi di E. Gentile sul fascismo quale nuova religione politica, il partito non si limita alle sole liturgie e cerca di proporsi come componente decisiva del regime, schierandosi nell’accanita guerriglia tra istituzioni. Infatti, pur essendo negato il dibattito politico-ideologico, “la lotta politica assume la veste di lotta tra le istituzioni” (p.240), divise nei loro reciproci interessi, e non tanto l’aspetto di un conflitto tra correnti diverse dell’ideologia fascista, visto che, ricorda l’autore, lo stesso campo intransigente si divide tra i sostenitori del partito, del sindacato e delle corporazioni, tesi a conquistarsi spazi di potere gli uni ai danni degli altri. Le polemiche ideologiche, specie in periferia, cedono il posto a quelle morali relative alla sfera pubblica e privata, attraverso il meccanismo dei memoriali anonimi e delle lettere di denuncia, armi di un nuovo professionismo politico, tanto che l’insieme dei rapporti e dei dossier delle varie istituzioni in lotta fra loro “rappresenta un sostitutivo dell’opinione pubblica, l’interlocutore privilegiato per un regime che rischia di perdere il polso dello spirito pubblico” (p. 328). All’interno di un processo che trova il suo culmine durante la segreteria Starace, il partito diventa un ufficio di collocamento per i privilegiati, un mezzo di conquista per uno spazio di potere personale, specie per personaggi e ceti che ne erano stati tradizionalmente esclusi e che possono raggiungerlo ora attraverso cambi della guardia, inchieste, ricatti e denunce. Il partito acquista in quegli anni un maggior peso giuridico e il suo presunto appiattimento al regime non è una sottomissione, ma l’adattamento al sistema, in forma né residuale né subalterna.

5. I federali e gli uomini di partito della fase staraciana sono professionisti della nuova politica, pienamente inseriti nelle logiche della lotta per il potere a colpi di dossier. Sarebbe però sbagliato attribuire al solo staracismo le peggiori deformazioni del nuovo professionismo politico, e quindi del regime, secondo uno schema tipico della memorialistica fascista. Starace realizza una struttura di partito che è centro attivo di potere e protagonista delle lotte politiche per la sua conquista, adattandola alla concezione di Mussolini, che pone se stesso come unico punto di riferimento e guida per la nazione. Il generale concorrere di tutti i gerarchi e dei vari apparati del regime nella diffusione del mito del duce e la contemporanea incapacità di formazione di una classe dirigente fascista per le contraddizioni intrinseche di questo sistema di potere, è vista da Lupo come una causa fondamentale per comprendere la degenerazione del regime.

Affrontando, nel quinto capitolo, il periodo centrale del regime, Lupo mette in discussione l’interpretazione di De Felice che definisce “anni del consenso” quelli tra il 1929 e il 1936, ritenendo del tutto discutibile l’uso del termine in quel contesto politico. Preferisce piuttosto parlare di «Nationbuilding» per i processi di inserimento nella vita pubblica delle classi medie e basse della popolazione e quindi di quel sostanziale inquadramento forzato della realtà sociale del paese nelle istituzioni e nelle direttive politiche del regime, che presenta una vasta gamma di fenomeni e atteggiamenti, che vanno dalle rivolte economiche dei primi anni Trenta, all’entusiasmo dei militi, passando per una scala di diverse ed intersecate gradazioni di accettazione più o meno passiva. Questo senza dimenticare lo sforzo immenso del regime per crearsi un consenso, specie verso i ceti medi, attraverso gli spazi creati con le nuove istituzioni e l’invenzione della nozione di tempo libero, l’immagine del paese come cantiere operoso in continua realizzazione di opere pubbliche e di sviluppo industriale. Non si può non sottolineare, come acutamente fa Lupo, che la spinta alla modernizzazione portata avanti dal regime, si basa su una prospettiva di disciplinamento gerarchico che lo condiziona in termini del tutto peculiari.
La trasformazione della politica e della società durante tutto il Ventennio testimonia per Lupo il carattere insostituibile della categoria del “totalitarismo” per il fascismo, che proprio in questa sua “smania di moto perpetuo” troverebbe, al di là dei limiti della propria esperienza storica, il punto di contatto fondamentale con gli altri grandi totalitarismi del XX secolo. Specialmente alla luce di questi interessanti spunti di riflessione sarebbe stato opportuno un maggiore approfondimento dell’evoluzione del fascismo della seconda metà degli anni Trenta, centrata sul tema della formazione dell’italiano nuovo, a cui si connettono la questione della razza, l’antisemitismo, la polemica antiborghese e l’imperialismo, descritte in rapida sintesi nell’Epilogo. Di fronte all’eccessiva compressione di questi temi, risulta tuttavia interessante la chiave di lettura interpretativa dell’entrata nel secondo conflitto mondiale come logica conseguenza di una rinnovata opzione radicale espressasi nell’ultimo fascismo, conseguenza del permanere della spinta radicale per tutto il Ventennio. Essa trova poi un’ulteriore possibilità di manifestazione nella RSI, le cui vicende sono riportate proprio per sottolineare, in una prospettiva storiografica sicuramente condivisibile, il forte radicamento dell’esperienza repubblichina in quella fascista precedente.

6. Questo volume offre così una prospettiva interessante e originale sullo sviluppo dell’essenza e delle forme della politica nel Ventennio, ricco di spunti di riflessione e discussione: dalla descrizione dei rapporti di potere in un regime tendenzialmente totalitario, e dall’evoluzione, o forse sarebbe meglio dire la degenerazione, del nuovo professionismo politico nel Ventennio. Proprio per la rilevanza della posizione interpretativa espressa, sarebbe stato forse opportuno da parte dell’autore una più approfondita riflessione sugli aspetti legati al rapporto tra il regime e i precedenti centri di potere trattati troppo sinteticamente, ma essenziali per capire la forza effettiva della nuova politica nel contesto della storia italiana e poter comprendere meglio il senso del fallimento del progetto totalitario, al di là delle tensioni e lotte interne tra gerarchi e fazioni del regime. Proprio l’accentuazione del carattere radicale della politica fascista porta infatti in alcuni casi ad interpretazioni non del tutto condivisibili. Per esempio, contrapponendosi alla tradizionale interpretazione del fallimento del corporativismo, Lupo dichiara che si deve parlare invece di una sua affermazione, se per esso si intende il sostegno pubblico al controllo monopolistico dei mercati e l’intenso intervento dello Stato in economia, e se si identifica la sua funzione con quella di fornire al fascismo un consenso trasversale da destra a sinistra. Forse sarebbe opportuno approfondire la riflessione sui condizionamenti esterni da parte dei poteri forti dell’economia e sulle differenze tra le tesi dei teorici fascisti del “corporativismo integrale” e la sua effettiva realizzazione da parte del regime. Sulla base di queste considerazioni, il volume, oltre all’apporto offerto alla riflessione storica sul tema specificatamente trattato, può diventare un punto di partenza per ulteriori ricerche e un significativo contributo alla riflessione sulla società italiana e alla sua trasformazione nel Ventennio.

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