Archivio | settembre 13, 2008

LIBERA INFORMAZIONE – E ora quale blog verrà chiuso?

dopo accadeinsicilia

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Contrappunti/ E ora quale blog verrà chiuso?

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PI – Commenti

lunedì 08 settembre 2008

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Contrappunti/ E ora quale blog verrà chiuso?Roma – Nei giorni scorsi sono state infine rese pubbliche le motivazioni della sentenza di condanna che il giudice di Modica Patricia Di Marco ha inflitto allo storico siciliano Carlo Ruta nello scorso mese di maggio. Il sito web di Ruta, Accadeinsicilia.net, nel quale venivano raccolte testimonianze, appunti e articoli sulla storia recente dell’isola, è stato prima oscurato dalla Polizia Postale di Catania e poi definitivamente chiuso, per il reato di “stampa clandestina”. Senza entrare negli aspetti tecnici del dispositivo, commentati nei giorni scorsi da Guido Scorza su queste stesse pagine, vorrei dire che questa sentenza racconta in maniera chiara e puntuale la deriva ideale di questo paese.

Se il giudice di Modica avesse avuto una idea seppur vaga di come Internet abbia in questi ultimi anni mutato lo scenario della comunicazione in tutto il pianeta, forse il suo punto di vista sarebbe stato differente. Perché oggi, secondo la legge alla quale si è fatto riferimento nella sentenza, gran parte della comunicazione in rete potrebbe essere considerata “stampa clandestina”. Tutto può a questo punto essere definito in qualche misura clandestino nella rete italiana, qualsiasi manifestazione del pensiero non correttamente bollinata lo è, qualsiasi appunto redatto su un blog, qualsiasi cosa che abiti anche solo pochi secondi dentro la grande rete.

La legge sulla stampa è nata quando ovviamente il mondo era assai differente da quello attuale, ma oggi? Oggi, dopo le “opportune” modifiche del 2001, secondo quella legge quasi ogni cosa sul web è clandestina, per lo meno se scrutata dall’osservatorio minuscolo degli ex padroni della notizia.

Ormai deserte (o quasi) le tipografie, impolverati i ciclostili, annullata dalla presenza di Internet molta della necessaria diffusione fisica delle pagine, il reato di “stampa clandestina” diviene due cose assieme: il patetico déjà-vu dei treni a vapore e la invece concreta e contemporanea minaccia per la libertà di espressione del pensiero da parte di un potere abitato dai soliti figuranti. Politici, giornalisti, grandi editori, grandi aziende in genere, gli unici soggetti che continuano a potersi concedere il lusso di leggi che tutelino i propri privilegi a dispetto di ogni sopravvenuta evidenza.

Alcuni anni fa, quando gran parte del Parlamento votò la modifica alla legge sull’editoria che ha consentito la condanna dello storico siciliano, fummo facili profeti nel sostenere che una simile definizione di “prodotto editoriale” applicata al web era una seria minaccia per la libertà di espressione in rete. Lo scrivevamo nel 2001, non oggi. Ne eravamo talmente convinti che questo quotidiano indisse allora una petizione che raccolse oltre 50mila firme. I firmatari chiedevano che un singolo demenziale articolo di legge venisse modificato, ma nessuno nelle stanze del potere ritenne di prestare attenzione a quel grido di allarme.

Così oggi sinceramente non so bene come commentare il fatto che Giuseppe Giulietti, parlamentare esperto di informazione, ex diessino attualmente all’Italia dei Valori di Antonio di Pietro, abbia presentato una interrogazione parlamentare sul caso di Carlo Ruta parlando di sentenza preoccupante dagli “effetti devastanti in spregio ad ogni regola della democrazia”.

Giulietti forse soffre di una qualche grave forma di amnesia, visto che fu proprio lui il relatore della legge che ha portato alla condanna di Ruta. Furono lui e Vannino Chiti – purtroppo lo ricordiamo molto bene – che con qualche fastidio si preoccuparono allora di tranquillizzare le migliaia di persone che in Italia chiedevano a gran voce che una norma nata per finanziare l’editoria sul web non comprendesse all’interno della definizione di “prodotto editoriale” praticamente qualsiasi pagina web.

Oggi Giulietti invece di fare pubblica ammenda e ritirarsi in silenzio in un eremo sperduto, si cala con disinvoltura nei panni di paladino della libertà di espressione, chiedendo al Ministro della Giustizia se non sia vero che “secondo la logica prevalsa, la quasi totalità dei siti web italiani, per il solo fatto di esistere, potrebbero essere considerati fuorilegge, in quanto appunto “stampa clandestina”, e ciò – secondo l’interrogante – in spregio a ogni regola della democrazia”

Noi purtroppo abbiamo buona memoria
e ricordiamo che ad identica domanda postagli da Punto Informatico nell’aprile del 2001 in quanto relatore di quel contestato progetto di legge che oggi ha portato alla condanna di Carlo Ruta, Giulietti rispose in un piccato comunicato stampa nei seguenti termini:

La legge sull’editoria non ha mai avuto tra i suoi obiettivi quello di imbrigliare le attività editoriali sulla rete. Sono quindi falsi gli allarmi e le preoccupazioni diffusi in tal senso.”

Internet in Italia è clandestina e lo è anche per colpa di questi signori capaci di confezionare norme che nessun paese civilizzato si sogna, per poi pacificamente dimenticarsene. Ma lo è nell’ottica del potere i cui strumenti di controllo ormai hanno esclusiva valenza intimidatoria o dimostrativa. In nessun paese meno che borbonico ci si domanda se un sito web sia aggiornato più o meno regolarmente per determinarne la natura editoriale. In nessuna sperduta landa un giudice monocratico di provincia deve impiegare il proprio tempo per argomentare le differenze fra un quotidiano web e un blog. E non meraviglia che ciò che poi ne esce sia una sentenza dalle motivazioni assurde, ancorché tecnicamente plausibili, grazie, o per colpa, della vaghezza dolosa del legislatore.

Il risultato è comunque sotto i nostri occhi ed apre la strada ad altre prossime iniziative simili: questo paese ha una legge dello Stato capace di chiudere la bocca a chiunque voglia esprimere sul web punti di vista non preventivamente autorizzati. Lo dicevamo sette anni fa, lo ripetiamo oggi.

Internet in Italia è oggi tecnicamente clandestina. Lo sarà fino a quando non scompariranno dalla scena i vari Bonaiuti, Giulietti, Chiti, fino a quando Gabriella Carlucci e Luca Barbareschi non torneranno alle loro rispettabili professioni, fino al momento in cui non cambierà radicalmente la comprensione dello scenario della nuova informazione mediata da Internet, che in troppi vogliono adattare a forza ad un mondo vecchio che sta scomparendo. Si tratta di sforzi inutili ma ci vorrà altro tempo per capirlo.

Consideriamo benevolmente tutti questi signori come gli attori sul palco di una stagione di mezzo, che prima o poi terminerà. Non vediamo l’ora. Quel giorno tutti noi saremo definitivamente clandestini e così, come per magia, nessuno lo sarà più. Solo allora forse sarà possibile smetterla di vergognarci di abitare in un paese dove per poter liberamente e civilmente esprimere il proprio parere ci sia bisogno dell’avvallo di un professionista iscritto all’albo. Un po’ come se per iniziare il mio prossimo respiro dovessi attendere la firma di un pneumologo.
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Massimo Mantellini
Manteblog

Tutti gli editoriali di M.M. sono disponibili a questo indirizzo

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fonte: http://punto-informatico.it/2396774/PI/Commenti/contrappunti-ora-quale-blog-verra-chiuso.aspx

La solitudine dei lavoratori Alitalia

un grazie a Cinzia per la segnalazione

La solitudine dei lavoratori Alitalia

La solitudine dei lavoratori Alitalia

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Ventimila persone potrebbero trovarsi tra poche ore senza lavoro. Una tragedia di dimensioni enormi, che peserà per lunghi anni sulle spalle del Paese. Poi ci sono il dolore e la sofferenza di persone messe davanti ad un futuro ignoto. Nessuno che tenda una mano.

La lenta agonia dell’Alitalia sta mostrando lo stano volto di questo Paese. Lo Stato, in questi anni, ha certamente speso molto per garantire alla compagnia di sopravvivere. Tuttavia, questi soldi non hanno regalato ai dipendenti villette al mare, suv, motoscafi d’altura. Neanche hanno permesso la sostituzione dei vecchi aerei con nuovi, la modernizzazione del sistema di trasporto aereo in Italia. Hanno in gran parte preso la strada del fiume degli sprechi, divorati da amministratori non sempre capaci di gestire l’azienda.

E’ indubbio che il sottogoverno abbia pascolato tra assunzioni di comodo, logiche clientelari, serbatoi elettorali. Insomma, la malattia di Alitalia è vecchia e complessa, permetterà a molti studenti universitari di trovar spunto per le tesi di laurea.

La vita, nel suo andare, guarda al passato, consuma il presente, immagina il futuro. I più fortunati son capaci di imparare dall’esperienza, evitano di giudicare, ma riescono a migliorare comprendendo gli errori.

In questi giorni nelle stanze di palazzo Chigi, nelle segreterie dei partiti, nei ministeri, nelle sedi dei sindacati il via vai di persone occupate in estenuanti quanto improduttive trattative è incessante.

I giornali e la televisione non si risparmiano nel dar conto all’opinione pubblica della cronaca degli incontri, minuto per minuto, quasi stessimo assistendo ad una finale del campionato di calcio.

Nel frattempo ventimila persone, le loro famiglie e gli amici, stanno a guardare, con la scure sul collo del licenziamento. In un Paese dove non si trova lavoro in dieci minuti, selezionando tra le inserzioni di un giornale. Qui siamo in un posto nel quale il ‘precariato’ è diventata la legge ferrea del sistema produttivo.

Sono operai e assistenti di volo, piloti ed autisti, meccanici e segretarie. Ma prima di tutto sono uomini e donne.

Sono esseri umani contro i quali, per inspiegabili motivi, la stampa si è scagliata. Raccontando di privilegi, improduttività, svogliatezza, inefficienza. C’è chi ruba la frase ad un’assistente di volo, ieri Cruciani alla ‘zanzara’ di Radio24, per raccontare al pubblico che l’unica preoccupazione di questi bamboccioni del cielo è poter andare a casa a riposare. Chi si impegna a descrivere minuziosamente il modello di pullmino che porta il personale di volo in aeroporto. Ed è inutile continuare. Inutile dire che la produttività dei lavoratori dell’azienda esiste, a dispetto delle incredibili modalità di gestione applicate dagli amministratori mandati dal governo. Sostenere che gli stipendi sono per una grandissima parte dei dipendenti del tutto allineati al resto del Paese potrebbe essere considerata un’eresia. Scoprire che il ‘passaggio’ in aeroporto gli assistenti di volo se lo pagano è un esempio di giornalismo investigativo degno dell’inchesta sul Watergate dell’irragiungibile, in Italia, Washington Post.

Ed ecco allora lo strano volto del Paese. A giorni si rischia di vedere questi ventimila lavoratori per la strada. Comunque cinquemila, settemila, ottomila di loro (i numeri sono incerti) è certamente segnato, destinato alla ‘mobilità’. In parole semplici: sarà licenziato.

Lontano a Torino, nelle catene di montaggio della Fiat, i lavoratori metalmeccanci, nonostante tutto ancora l’anima di quello che un tempo si chiamava ‘movimento operaio’, non hanno speso una parola di solidarietà per questi compagni lavoratori sull’orlo del baratro. Nessun altro comparto industriale, per quanto si sappia, muove un dito per i ‘fratelli lavoratori’ a rischio.

Dalle sedi dei partiti della sinistra qualcuno ha parlato, qualcun altro ha fatto una visita di prammatica, ma non molto di più.

In questo Paese all’etere sembra che l’opinione pubblica, i partiti (almeno quelli vicini al mondo del lavoro), le associazioni, i ‘riformisti’ e i ‘riformatori’, non sentano la drammaticità di un evento nel quale è possibile che un bel paesetto pugliese come Giovinazzo possa essere desertificato. Che vuol dire? Sono ventimila le persone coinvolte in questa tragedia, quanti sono gli abitanti del comune sul mare in provincia di Bari. E non vogliamo ‘contare’ le famiglie.

In caso di fallimento le responsabilità di questo governo sono evidenti. Berlusconi, durante la campagna elettorale gridò la sua ira contro la denazionalizzazione di Alitalia, fece di tutto (in ottima compagnia) per far saltare l’accordo con Air France-Klm e appena eletto si presentò davanti alle telecamere addirittura con uno slogan: “Ama l’Italia chi vola Alitalia”.

Il suo giornale di famiglia, oggi titola:”Più che piloti, kamikaze”. Il quotidiano, poi, in un articolo di Claudio Borghi, aggiunge: “Le lotte sindacali hanno spesso avuto dalla loro il consenso popolare: anche chi non era direttamente coinvolto nella vertenza poteva in qualche modo immedesimarsi con il lavoratore in sciopero, spesso icona dello sfruttamento e della povertà. Nel caso delle proteste e delle intransigenze dei dipendenti di Alitalia invece si respira un atteggiamento opposto: pressoché nessuna voce, anche fra chi di solito è più sensibile alle rivendicazioni del mondo del lavoro, sembra levarsi a sostegno delle numerose sigle sindacali che ieri hanno fatto paurosamente traballare la trattativa per mantenere in volo gli aerei della compagnia di bandiera. Anzi, non è difficile riscontrare fra la gente e nei forum di internet (interessante polso di una parte della società particolarmente informata) un misto di fastidio e di ostilità nei confronti di una categoria ritenuta, a torto o a ragione, scandalosamente privilegiata e immeritevole di qualsiasi corsia preferenziale che ne differenzi le sorti dalle numerose e «normali» altre situazioni di disagio lavorativo”.

Il paradosso è compiuto. I governi che hanno delegato uomini di fiducia per dilapidare un patrimonio in Alitalia, quelli che hanno messo la compagnia in ginocchio, sono spariti. Nessuna denuncia, nessuno che ricordi la nomina di Cimoli o di Bonomi. Nessuno che individui i tanti protagonisti.

L’obiettivo della telecamera ed il microfono dei giornalisti sono per i sindacati, che conducono trattative per garantire stipendi da favola. I lavoratori sono buffoni strapagati. Le difficoltà di adesso non sono nelle proposte dalla Cai, nel tentativo di demolire i contratti nazionali di lavoro, nell’essersi inventati cordate dai contorni poco chiari.

I cittadini italiani non sanno e non capiscono. Telefonano durante le trasmissioni sull’argomento e dicono: “Cosa vogliono questi, che vadano a casa, coi soldi che guadagnano neppure son disposti ad un sacrificio”.

Certo, il minstro Scajola ha ragione quando dice: “Io non voglio parlare della storia di questa vicenda, si andrebbe troppo indietro”.

Forse, per il rispetto che si deve a chi ha lavorato e oggi rischia la disoccupazione sarebbe proprio il caso di osservar bene il passato. Ma non fa comodo.

E sarebbe utile per la democrazia di questo Paese accorgersi che la solitudine dei lavoratori di Alitalia è un dramma, perchè svela quanto sia debole il mondo del lavoro. Il Paese è sommerso dalla demogagia del Palazzo e dell’informazione. La stampa, ormai, in grandissima parte non racconta l’Italia  ed è incapace di svolgere quel ruolo di controllo che è nell’etica della professione giornalistica.

La solitudine dei lavoratori di Alitalia è la solitudine di tutti noi.

Roberto Barbera

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13 Settembre 2008

Inviato Speciale

fonte: http://www.inviatospeciale.com/2008/09/la-solitudine-dei-lavoratori-alitalia/

Scuola, la Gelmini ammette: ridurremo le ore di insegnamento

 bambini a scuola
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Altro che tempo pieno aumentato. Al massimo, e sarà molto difficile se non impossibile, rimarrà come è adesso. Mentre la re-introduzione del maestro unico farà calare drasticamente a 24 ore le ore di lezione alle elementari con gravissimi problemi per le famiglie con entrambi i genitori che lavorano che non sanno dove lasciare i figli.
L’ammissione arriva dal ministro Gelmini: la spesa per l’istruzione è «fuori controllo». Ospite della festa dell’Udc a Chianciano Terme, la Gelmini ha annunciato che venerdì prossimo, 19 settembre, presenterà alle parti sociali il piano programmatico che attuerà la Finanziaria basato innanzitutto su una riduzione delle ore di insegnamento.

«È chiaro che non vengono licenziati gli insegnanti di ruolo – ha rassicurato Gelmini – ma la spesa per l’istruzione è aumentata del 33%, è fuori controllo, senza avere aumentato stipendi, senza avere adeguato le strutture. Secondo voi possiamo andare avanti così? Posso raccontare che i soldi aumenteranno? Non sono un prestigiatore: le ricorse sono queste troviamo la modalità per riqualificare la spesa». Il ministro ha ricordato che negli anni la politica sia di destra che di sinistra «ha sovrastimato la capacità della scuola di assorbire posti lavoro creando un numero notevolissimo di precari cui la politica non è in grado di dare risposte. Non voglio essere responsabile nel creare illusioni che poi diventano cocenti illusioni. Non possiamo prendere in giro una generazione, dobbiamo dire le cose come stanno».

Tuttavia Gelmini ha parlato della «possibilità di introdurre misure premiali per gli insegnanti, di aumento delle borse di studio, grazie a quel 30% di risparmi contenuti nella finanziaria. Venerdì 19 presenterò alle parti sociali il piano programmatico che attuerà la manovra. È una proposta che si basa su un dato: la nostra scuola ha il maggior numero di ore in Europa, è il caso che le rivediamo e puntiamo sugli insegnamenti fondamentali: italiano, matematica, scienze, lingua straniera».

Gelmini ha assicurato che non verrà toccato il tempo pieno: «Il governo sa perfettamente quanto il tempo pieno sia importante per le famiglie, nessuno di noi si sogna di farlo venire meno».

Poi via al dibattito tra governo ed opposizione sul «progetto scuola» con il ministro ombra del Pd Mariapia Garavaglia. Dal voto in condotta, alla revisione della materie di insegnamento, puntando su italiano, matematica, scienze e lingue straniere , ai tagli al settore, il ministro Gelmini difende la sua riforma e per primo il voto in condotta che non è «per punire», ma costituisce un «giudizio esaustivo» sull’alunno, un modo per riprendere ed educare i ragazzi che non tengono comportamnenti adeguati. Quanto alle polemiche suscitate dalle sue misure, il ministro auspica che «sulla scuola non si faccia bassa politica e si evitino scontri ideologici». La platea applaude e si sente solo qualche fischio isolato.

«Sette miliardi di tagli in tre anni sono troppi», afferma il ministro ombra del Pd Garavaglia sollecitando il governo a «venire in aula a parlare del progetto scuola e non solo dei tagli. L’eliminazione dell’Ici – attacca – è stata finanziata a danno dell’istruzione, della ricerca e dell’università». Sulla riforma, poi la discussione è avvenuta in sede di commissione Bilancio al Senato, quindi «l’opposizione non ha potuto neanche entrare nel merito e presentare emendamenti». E la situazione è così grave che il nostro capogruppo al Senato – ha ricordato – aveva dato disponibilità a votare il decreto se il governo avesse dimezzato i tagli. Il voto in condotta? Andrebbe pure bene, ma c’è ben altro: in realtà difficili come Scampia un ragazzo se lo si boccia lo si perde per sempre…».

Come venerdì con D’Alema e Cicchitto, la platea centrista riserva fischi per l’esponente del Pdl e applaude l’ex vicesindaco di Roma. E anche quando la Gelmini prova a conquistare la platea citando Ratzinger e Don Giussani, la Garavaglia se la riprende: il fondatore di Cl lo chiama, familiarmente, «il Gius» e, ricorda, «quella è la mia storia, quelle citazioni non mi impressionano».

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Pubblicato il: 13.09.08
Modificato il: 13.09.08 alle ore 16.04

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=78972

Bolzaneto, la morte della dignità. Storie dal massacro della democrazia

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Un libro di Massimo Calandri sui fatti del G8: il dolore e le umiliazioni nel racconto delle vittime dei pestaggi: un lavoro su documenti inediti

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di MASSIMO CALANDRI

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GENOVA L’85 per cento delle 252 vittime di Bolzaneto non andava neppure fermato. E chissà se i ragazzi torturati – che ci sia stata tortura lo dice la recente sentenza – sono stati ‘solo’ 252: dagli interrogatori e dalle interviste ne spuntano altri, finora sconosciuti. Arriva oggi in libreria “Bolzaneto. La mattanza della democrazia” (DeriveApprodi, pp. 256, euro 15), primo libro “vero” sul massacro nella caserma di Genova-Bolzaneto durante il G8 del 2001. Vero perché parte dalla sentenza del luglio scorso. Vero perché l’autore, Massimo Calandri di Repubblica, ha raccolto atti in gran parte inediti e ha aggiunto col suo lavoro, ricostruzioni, interviste e racconti. Una documentatissima prefazione di Giuseppe D’Avanzo rende perfettamente il clima e spiega i retroscena. Un lungo filo rosso per capire come mai, oggi, in Italia, possano esistere torturatori e torturati. (r. n.)

Ecco, di seguito, un estratto del secondo capitolo.

La torta al cioccolato
Quando mi hanno presa per un braccio. E’ in quel momento che tutto ha avuto inizio. Una mano mi ha afferrata forte, poco sotto la spalla. In realtà non ho sentito vero dolore. Cioè, niente che poi abbia lasciato lividi, o graffi, un qualche arrossamento della pelle. Nessun segno, davvero. Però una sensazione precisa e strana. Qualcosa di buio. Un male profondo. Come l’alito d’una bestia crudele. Come una scossa elettrica. Come una puntura velenosa. E’ cominciato esattamente allora, mi ricordo bene. Non un minuto prima. Non quando mi hanno legato le mani dietro la schiena. Neppure quando la poliziotta mi ha colpita con un pugno. Mi si è avvicinata e credevo sorridesse, ho pensato: finalmente, una donna. Lei capirà, mi porterà via. Invece le orecchie hanno cominciato a ronzare. Il sapore ferroso del sangue in bocca. Non è stato quando mi hanno portata via, in quell’auto senza sedili. La testa che sbatteva da una curva all’altra. L’aria che mancava. Ma non è stato allora. Posso giurarlo. Perché il male è arrivato dopo. Dopo, quando la macchina è arrivata a Bolzaneto. Dopo, quando mi hanno presa per un braccio.

Valérie Vie è stata la prima a violare la Zona Rossa. La prima ad essere arrestata. La prima a venire accompagnata nel carcere provvisorio genovese. Caserma Nino Bixio, Bolzaneto. Era in cucina, stava preparando una torta al cioccolato per i figli, guardava la televisione. Ha visto quelle grate assurde. E tre giorni più tardi, alle 15.30 di venerdì 20 luglio 2001, una mano l’afferra forte.

Qualcuno che mi prende, che mi trascina fuori dall’auto della polizia. Siamo arrivati, è chiaro. Attraverso i vetri ho intravisto un piazzale e quella che mi sembrava una piccola folla. Ero confusa, spaventata. Si è aperta la portiera. Quella sulla destra. E mi hanno afferrato. Era una splendida giornata di sole, il riverbero mi ha costretto a chiudere gli occhi. Non so quando sia durato, quanto dura di solito? Un paio di secondi. Uno, due. Buio. Luce. Intorno a me vedo solo uomini. Immobili. Come una folla dipinta in una piazza dipinta. In borghese, in divisa. Intorno alla macchina, sui gradini di un edificio poco lontano. Potrebbero essere cinquanta, o forse mille. Vorrei contarli ma non ci riesco. Mi guardano tutti, nessuno apre bocca. Non arrivano segnali e allora provo io a pensare, ad essere razionale. E quello che mi viene in mente è paradossale. Perché razionalmente vedo dei manichini. Quei guerrieri di terracotta cinesi, è chiaro di cosa sto parlando? Non umani. Senz’anima. E’ una situazione assurda, mi dico. E la cosa più assurda è proprio quel silenzio. E’ un film, è un palcoscenico, è una presa in giro? Perché quegli uomini mi guardano così? Scarto subito l’idea di essere diventata sorda.

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Nelle orecchie mi è rimasta l’eco della portiera della macchina che si chiude. Vedo delle aiuole poco lontano, e con tutto quel sole per una frazione di secondo immagino di ascoltare le cicale. Magari il canto di un uccellino. Invece no. Solo il silenzio. Gli sguardi su di me. Manichini, statue. E quella mano che mi tiene stretta. Che si impadronisce di me. L’inquietudine arriva così, mi sembra di sentire addosso l’odore del pericolo. Io sento che sta per cominciare qualcosa di pericoloso.

Valérie non sa di essere il primo prigioniero del G8. Valérie non sa nulla. E’ un alieno, per tutti quegli agenti che l’attendevano. E che ora la scrutano, l’annusano. Sospettosi, ancora prudenti ma avidi di capire. Ci vorrebbe un bastone, per toccarla. Meglio una lunga canna. Per irretirla, ed osservarne la reazione. Come si fa con un animale sconosciuto. Con un nemico. I tre lunghi giorni di Bolzaneto stanno per cominciare.

La poliziotta e il suo collega, quelli che mi avevano portato fino lì, sembrano spariti. Forse la macchina è già andata via, io ormai sono entrata in un’altra galassia. E c’è questo agente grande e grosso. Che mi tiene forte. Che naturalmente non parla. Mi spinge in direzione di un edificio di fronte a me. La sensazione di paura sembra salire, e allora mi ripeto di stare calma. Adesso arriverà un ufficiale, recito mentalmente. Mi chiederà i documenti e gli spiegherò tutto. Speriamo sia una persona giovane, speriamo che capisca. Lo scoprirò subito, mi dico, me ne accorgerò dalla sua espressione. Ma capirà, ne sono certa. E fra dieci minuti sarò fuori di qui. Mezz’ora, al massimo.

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Ecco, è entrata. Ma nessuno le rivolge la parola. Nessuno rompe quel silenzio assurdo. Valérie adesso è in cella, il volto contro il muro.

E allora aspettiamo, dico. Forse dovranno parlare con quelli che mi hanno fermato, forse stanno cercando un interprete. O magari l’ufficiale sta riposando. Con questo caldo… Sicuro, dev’essere così: stava riposando. Ora hanno bussato alla sua stanza, lui si riveste e scende. Scende fino alla cella, mi stringe la mano e mi chiede: cosa è successo, madame?
Passano i minuti. Silenzio. Silenzio. Silenzio.
Sono così immersa nei miei pensieri. Così immersa, distante. Rifletto su quanto sia grottesca questa situazione. Perché la ragione ancora prevale. Sono così immersa – dico – che neppure mi accorgo che nella cella adesso c’è un’altra persona. E’ una ragazza. Giovane, meno di trent’anni. Bionda, forse tedesca. Mi dà le spalle. Sembra sussultare. Ma cosa fa, piange? Piange, singhiozza. Provo a comunicare in inglese, che ti è successo? Appoggia la fronte al muro, e piange.

Non fare così, non siamo nel Medioevo. Trema. Avanti, staccati da quel muro, va tutto bene. Va tutto bene, non avere paura. No. No, mi risponde. Non va tutto bene. Lasciami così, ti supplico. Mi hanno ordinato di stare così. Faccia contro il muro, gambe divaricate, faccia contro il muro. Ti hanno ordinato? E fai attenzione, bisbiglia: mettiti così anche tu, altrimenti saranno guai. Vorrei rispondere a questa ragazza, vorrei spiegarle che non c’è motivo di preoccuparsi.

Vorrei prometterle che non siamo in pericolo, vorrei abbracciarla. Ma non muovo un muscolo. Ma non mi esce una sola parola di bocca. Anche io, adesso, sto in silenzio. Paralizzata. Perché temo di aver compreso. Perché adesso sono consapevole che la situazione è molto più grave di quanto avessi immaginato. Perché qualche minuto dopo arriva e mi prende, senza nessun motivo. Il terrore.

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Da dove dovrei cominciare? Dalla stretta al braccio, d’accordo. Perché quello è l’inizio di tutto. Ma dopo, dico. Devo raccontare le manganellate. Oppure gli schiaffi, i calci. L’umiliazione di spogliarsi davanti a uomini e donne che ridono di te. Che ti guardano, che scrutano ogni centimetro del tuo corpo, che ti penetrano con i loro occhi. Tu sei nuda, e ti senti così fragile. Sola. E tutto intorno a te è sporco, corrotto, nero. Appoggi i piedi sul pavimento e ti fa schifo, ti spingono da una parte all’altra e ti fa schifo, ti ticono alza braccia, e girati, e allarga le gambe, e accucciati e ti fa schifo. Vorresti solo gettarti a terra, perdere conoscenza. Dormire. E scoprire che era tutto un sogno. Forse potrei parlare di uno, che era finito lì dentro solo per essere identificato. Voleva il suo nome, tutto qui. L’hanno picchiato, l’hanno umiliato. E poi: scusa tanto, è tutto a posto. Puoi andare. Quella è l’uscita. E lui è andato fuori, e non sapeva che fare.

Era buio, non c’erano indicazioni. E’ tornato indietro. Gli hanno detto: tranquillo, vai a destra e cammina per un paio di chilometri. Troverai il centro. Naturalmente, era dall’altra parte che doveva andare. O devo dire del sangue, di ragazzi grandi e grossi che piangono e tremano, che obbediscono terrorizzati – come automi – ad ogni ordine. Della notte passata abbracciati, a darci un po’ di coraggio. E quei mostri che trascinano i loro caschi contro le sbarre delle celle, o s’affacciano all’improvviso alla finestra e cominciano ad urlare. A fare versi di animali. A grugnire come maiali. E a ridere.

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No, forse è meglio tornare
ancora indietro. Scappare via con l’orologio del tempo. Facciamo che siamo ancora all’inizio del pomeriggio di venerdì. Che non mi hanno portato a Bolzaneto. Che sono in piazza Dante, insieme ai francesi di Attac e a centinaia di persone che protestano. Davanti a noi, quelle stupide grate.

L’obiettivo lo sapete. Volevamo ritrovarci, e dire che un altro mondo è possibile. Volevamo entrare, oltre la Zona Rossa, volevamo spiegare a tutti i politici che non è vero quello che dicono. Non è vero che non ci sono alternative. Perché loro si giustificano così: purtroppo non possiamo fare altro, amici, compagni, sarebbe bello cambiare – siamo tutti d’accordo, miei cari: chi non vorrebbe un mondo migliore – ma disgraziatamente non ci sono alternative. Invece no.

Si può cambiare, eccome. E loro lo sanno benissimo. Dunque, volevamo entrare. Abbiamo cominciato a spingere, a spingere. Come è successo che sono stata la prima? Beh, è abbastanza semplice da raccontare. Avete presente un barattolo di quelli sotto vuoto? Marmellata, verdure sott’olio, conserva di pomodoro.

Fa lo stesso. Allora: c’è questo barattolo, e naturalmente non si apre. Chiami tuo marito, che prova a svitarlo. Non ce la fa, s’arrabbia. Chiede uno straccio da avvolgere, perché scivola. Ci riprova. Bestemmia. Niente da fare. Arriva un altro uomo. Il nonno. Svita, svita. Niente. Ma dove ce l’hai la forza, ma lascia fare a me, ma passami questo barattolo. Arriva il figlio maggiore, il fratello. Insomma. Uomini, uomini, uomini. Quando il più intelligente di loro – sconfitto, esasperato – propone di prendere le pinze o peggio ancora un martello, sai che tocca a te. Che ci devi riprovare tu. E il barattolo – tlac! – magicamente si apre. Bastava ancora una piccola pressione. Ecco, quel pomeriggio è andata così. Che hanno spinto in quattrocento per più di un’ora. E ad un certo mi sono trovata lì, davanti a tutti. Ho appoggiato le mani e la grata di è aperta. Tlac. Come un barattolo di marmellata.

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A Bolzaneto sono arrivata venerdì pomeriggio. Me ne sono andata domenica notte. Mi hanno fatto male. Male dentro. E perché? Perché avevo fatto un passo in avanti, a braccia alzate. Ho visto un ragazzo per terra in un corridoio. Privo di conoscenza. Era a faccia in giù, in una posizione così innaturale – come disarticolato – che ho pensato: questo è ubriaco fradicio. Lo so che è una sciocchezza, però ho pensato che fosse sbronzo. E poi ho scorto il sangue che gli usciva dalle orecchie. Fuori dalla cella ne ho visto pestare uno di brutto. Pugni, calci, bastonate.

Sembrava un fantoccio, ad un certo punto ha smesso persino di provare a ripararsi dai colpi con le braccia. Uno dei poliziotti ha ‘sentitò che qualcuno li stava osservando. Ha alzato lo sguardo, ha incrociato il mio. E’ entrato in cella come una furia, mi ha preso per il collo, mi ha sbattutto con la faccia al muro. ‘Ti ho detto che devi stare ferma!’, ha ringhiato. Ho pianto. Ho pianto perché avevo vergogna di me stessa. Perché quando sono entrata in quella prigione ho guardato con stupore quella ragazza che mi diceva di stare zitta e buona. L’ho giudicata. Qui non siamo nel Medioevo, tu sei un essere umano, dov’è la tua dignità? Ma mezz’ora più tardi ero come lei. Stavo zitta, e pensavo solo a sopravvivere. E questo è il male più grande che mi hanno fatto, perché quel rimorso me lo porto dentro. Ce lo portiamo dentro tutti.

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Dove ero rimasta? La griglia che si apre di mezzo metro. Giusto lo spazio per infilarmi. Diciamo che è stato come essere a teatro. Le tende che si aprono, il palcoscenico. S’accendono le luci. Tutti hanno fatto un passo indietro, ma qualcuno doveva entrare in scena. E’ toccato a me. Ho pensato che avevamo vinto. Che bastava fare ancora un piccolo passo per smascherare questa parodia. Ho capito che era l’istante da vivere. E’ stato come quando vedi dei bambini che attraversano la strada. E tu fai un passo in avanti, istintivamente.

Ero a fianco di Joseph Bové, dietro di me c’era una delle madri di Plaza de Mayo. Ho fatto un passo ed ero felice. Nell’altro mondo. Nella Zona Rossa. Non so quanto tempo sia passato. Qualche secondo, credo. Sono arrivati degli uomini in divisa, con i caschi e le maschere anti-gas. Mi hanno portato lontano, io ho alzato le braccia perché tutti mi vedessero. Perché tutti mi seguissero. E’ fatta, mi sono detta. Adesso anche gli altri entreranno da nuovi varchi. Adesso gli abbiamo dimostrato come erano ridicoli, con queste barriere, con le loro assurde gabbie. Adesso ci riceveranno i rappresentanti degli Otto. Parleremo, parleremo, parleremo. Capiranno l’assurdità di questo isolamento. Adesso succederà tutto questo. Invece no.

E’ alta, sottile, ha modi gentili e pacati. Valérie avuto un’infanzia difficile, dice. Oggi ha quarant’anni, tre figli. Vive non lontano da Avignone, fa la giornalista. Nella sua famiglia ci sono stati molti poliziotti, conosce bene i meccanismi di chi veste la divisa.

Me ne ricordo uno, a Bolzaneto. Credo sia quello che ha avuto la condanna più pesante. Aveva una faccia da brav’uomo. Gli occhi chiari, lo sguardo fermo. Robusto, calvo. Sapeva un po’ di francese. Uno con cui si potrebbe parlare a lungo. Ma lontano da quella caserma. Là dentro mi ha preso il passaporto, lo ha sfogliato. Mi ha mostrato le fotografie dei bambini. ‘Li vuoi davvero rivedere? Allora firma questo verbale.

Altrimenti gli puoi dire addio’. Così mi ha detto, quel brav’uomo. Voleva farcela pagare, ecco. Non mi chiedete perché. Voleva punirci. Lui, gli altri. Dicevano: i ‘rossì li trattiamo così, in Italia. Chiedevi un avvocato e si mettevano a ridere. ‘Devi firmare’, mi diceva. Con quegli occhi dolci. Quel sorriso paterno.

Non lo sapevo di essere la sola, dentro la Zona Rossa. Non lo sapevo che avevano subito chiuso il varco, che li avevano ricacciati indietro. Non lo sapevo che mi avrebbero portato a Bolzaneto. Non lo sapevo ed ero tranquilla. Anche se mi guardavano male, anche se mi spintonavano lontano da lì. Mi hanno consegnato a degli agenti in borghese, poi è arrivata quella strana macchina. E la poliziotta. Che mi ha tirato un bel pugno in bocca, senza motivo. Mi hanno legato le mani dietro la schiena, e sono finita in macchina, Una strana vettura, senza sedili, con dei vetri scuri. Avevo la sensazione di soffocare, ma un secondo agente, quello che si è messo al volante, mi ha fatto segno che sul pavimento c’erano dei buchi per l’aria. Abbiamo attraversato la città, ho scorto il centro storico e il porto di Genova. Mi sono commossa, mi è sembrata una città bellissima e ho pensato come sarebbe stato bello venirci per un gita. Forse era esattamente questo, che i poliziotti avrebbero voluto dirmi: qui non ci dovevi venire, per manifestare. Sei venuto, e ora ti meriti tutto ciò. La prossima volta vieni per visitare la città, sarà meglio.

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13 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/g8-genova-4/libro-calandri/libro-calandri.html?rss

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Il Pg: i disobbedienti dovevano essere fermati

“Genova, al G8 agenti Usa autorizzati a sparare”

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di MASSIMO CALANDRI e MARCO PREVE

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"Genova, al G8 agenti Usa autorizzati a sparare"Scontri durante il G8 a Genova

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GENOVA – A Genova, nel luglio del 2001, durante i giorni del G8, un contingente di militari e agenti dei servizi statunitensi era stato autorizzato all’uso delle armi sul territorio italiano, ed era pronto a sparare per fermare eventuali aggressioni ai propri rappresentanti istituzionali.

E’ una novità assoluta, quella rivelata in un documento di 20 pagine depositato pochi giorni fa nell’ufficio impugnazioni del tribunale di Genova. Si tratta del ricorso con il quale il sostituto procuratore generale di Genova, Ezio Castaldi, chiede il processo d’appello per alcuni dei 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio che, nel dicembre scorso, mentre molti vennero condannati a pene pesantissime, evitarono una sentenza più dura.

Accadde perché il tribunale riconobbe ai cosiddetti “disobbedienti” coinvolti negli scontri di via Tolemaide, di essersi ritrovati in una situazione di guerriglia originata da un errore del plotone di carabinieri il quale, diretto in altra parte della città, deviò e caricò all’improvviso il corteo delle tute bianche, dando così il via agli scontri.

Castaldi, nel ricostruire quegli eventi, critica l’interpretazione del tribunale, sostiene che la maggior parte dei manifestanti presenti in via Tolemaide aveva intenzioni non pacifiche e giustifica quindi l’operato delle forze dell’ordine e dello stesso contingente dei carabinieri. Per dare forza a quest’impostazione rivela un retroscena fino ad oggi sconosciuto.
“… Le forze dell’ordine – scrive a pagina 6 – dovevano impedire che entrassero in azione, e con mezzi estremi, le forze di sicurezza degli stessi stati partecipanti al G8”.

Non si parla di pochi agenti della security del presidente George W. Bush. “Dette forze di sicurezza – continua infatti l’ex procuratore di Tempio Pausania – , per lo più statunitensi, erano infatti ampiamente dislocate nella “zona rossa” a tutela ravvicinata e diretta dell’incolumità personale dei capi di Stato presenti a Genova: ed erano pronte alla reazione immediata ed armata. Su ciò nessun dubbio è possibile… “.
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20 luglio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/g8-genova-4/g8-genova-4/g8-genova-4.html

Fini: “La destra si riconosca nei valori antifascisti. I repubblichini stavano dalla parte sbagliata”

Alemanno plaude alle dichiarazioni del presidente della Camera: “Ora basta con le polemiche”

Ma Veltroni osserva: “Grande passo avanti di Fini, ma frutto di evoluzione personale”

Nella commemorazione dell’8 settembre il ministro La Russa aveva sostenuto
che chi aveva combattuto per la Repubblica di Salò comunque aveva difeso la Patria

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ROMA – Chi è democratico “è a pieno titolo antifascista” e la destra deve riconoscersi nei valori dell’antifascismo. Lo ha detto Gianfranco Fini alla festa di Azione giovani ‘Atreju 08’ a Roma. Il presidente della Camera ha anche affrontato la questione della Repubblica di Salò, sollevata qualche giorno fa in occasione della cerimonia di commemorazione dell’8 settembre dal ministro della Difesa Ignazio La Russa. “I resistenti stavano dalla parte giusta, i repubblichini dalla parte sbagliata”, ha detto Fini. Subito dalla platea si sono levate grida di contestazione: “Sei stato chiaro ma non coerente, presidente”.

Subito la replica: “A Salò
c’è stata buona fede, riconoscerla è in molti casi doveroso ma è altrettanto doveroso dire che non si può equiparare chi stava da una parte e dall’altra. Onestà storica e compito di una destra che vuole fare i conti con il passato è dire che non è equivalente chi combatteva per una parte giusta e chi, fatta salva la buona fede, combatteva dalla parte sbagliata. La destra deve ribadirlo in ogni circostanza non per archiviarlo ma per costruire una memoria che consenta al nostro popolo di andare avanti”.

La terza carica dello Stato ha sottolineato che “la destra politica italiana e a maggior ragione i giovani devono senza ambiguità dire alto e forte che si riconoscono in alcuni valori della nostra Costituzione, come libertà, uguaglianza e solidarietà o giustizia sociale. Sono tre valori che hanno guidato il cammino politico e ribadire che la destra vi si riconosce è un atto doveroso”.

“Se in Italia – ha aggiunto Fini – non è stato così agevole, è perché non c’è stata una destra in grado di dire che ci riconosciamo in pieno nei valori antifascisti”. Giorni fa hanno fatto molto discutere le dichiarazioni del sindaco di Roma Gianni Alemanno, secondo il quale “il fascismo non fu un male assoluto”, mentre lo furono senza dubbio le leggi razziali.

“Quando ci si confronta con la storia – ha ribadito Fini – serve la consapevolezza che un periodo storico va giudicato nel suo complesso, e il giudizio complessivo da parte della destra del periodo del fascismo storico, dal 1922 al 1945 deve essere negativo, in ragione della limitazione e poi della soppressione della libertà. Non possiamo prescindere dai dati storici, il passato non lo possiamo né ignorare, né mistificare”. Il presidente della Camera ha scandito a chiare lettere che non solo le leggi razziali sono state la colpa grave del fascismo, ma anche “la soppressione della libertà, la negazione dell’uguaglianza e infine la dichiarazione della guerra, una catastrofe che i nostri padri non hanno dimenticato”.

Alemanno ha dichiarato di trovarsi perfettamente d’accordo con quanto affermato da Fini: “Le dichiarazioni del Presidente Fini sulla condanna storica del fascismo chiudono definitivamente le polemiche di questi giorni: tutto il gruppo dirigente di Alleanza Nazionale, compreso il sottoscritto, ha elaborato le Tesi di Fiuggi, ha guidato il Partito in questi anni e quindi non può non ritrovarsi in questo percorso e in queste dichiarazioni”.

Il segretario del Pd Veltroni si dice tuttavia poco convinto che le parole di Fini riflettano davvero le posizioni di An: “Quello che ha detto il presidente Fini – afferma Veltroni – è un grande passo avanti dopo le polemiche sollevate da alcuni esponenti del suo partito. Lasciatemi dire che si tratta di una evoluzione personale del presidente Fini. Non posso dire la stessa cosa di alcuni esponenti autorevoli del suo partito. Sono convinto che La Russa e Gianni Alemanno pensano realmente quello che hanno detto sul fascismo”.

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13 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/politica/alemanno-razziali/fini-13-set/fini-13-set.html?rss

Prosit a Pavia

di Laura Cappellari


Ancora una volta in piazza a bere birra per protestare contro le scelte del sindaco. Questa volta, però, la protesta si sposterà da piazza Duomo a piazza del Municipio. L’appuntamento è per lunedì 15 settembre alle 21, in concomitanza con il Consiglio Comunale. A organizzare la serata è il Partito della Rifondazione comunista (*) che fa appello a tutti i cittadini perché partecipino a questa iniziativa. “Dobbiamo far sentire con forza la voce di Pavia Democratica ed Antifascista – recita un comunicato del Prc – e ricordare ai politicanti alla deriva quali sono i veri problemi da affrontare. Con grande rammarico constatiamo che il Sindaco di Pavia e la sua giunta invece di affrontare i problemi sempre più urgenti che colpiscono la città, dall’emergenza casa all’emergenza lavoro, rispettando il programma con cui è stata eletta, insiste nel creare emergenze che non esistono, onde creare nemici di comodo su cui concentrare l’attenzione. Infatti le ordinanze proposte sul divieto di consumare alcolici nelle vie della città hanno un intento vessatorio e persecutorio nei confronti di chi non può permettersi di consumare la birra nei bar, e ricordano il proibizionismo in vigore negli Stati Uniti d’America. Il problema di Pavia è opposto: vi è una profonda carenza di locali di aggregazione e socializzazione per i giovani, proprio in una città che ha 25mila studenti e vede nella sua prestigiosa Università una delle principali realtà di attrazione e di sviluppo, culturale, economico e sociale”.
Criticata da Rifondazione anche “la criminalizzazione indiscriminata dei writers, che spesso fanno delle vere e proprie opere d’arte” e giudicata “gravissima la sottovalutazione dei movimenti fascisti nella città”. “Su questo – prosegue il Prc – il Sindaco e la giunta tacciono ostinatamente, non un provvedimento viene preso per arginare la crescita di gruppi neofascisti come Forza Nuova. Ora persino il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha duramente criticato il revisionismo storico, tanto caro invece al ministro della Difesa La Russa che è arrivato ad elogiare i morti della RSI, infangando così la nostra Repubblica, nata grazie alla lotta durissima dei Partigiani che combatterono eroicamente i fascisti italiani e tedeschi, di Mussolini e di Hitler, alleati e fratelli gemelli. Anche per questo abbiamo chiesto al Sindaco di esporre di fronte al Municipio uno striscione “Pavia città antifascista e antirazzista”, ma attendiamo ancora la sua riposta”. E poi Rifondazione sposta l’accento su questioni che le stanno tanto a cuore come quelle del lavoro: “Essere lavoratori in questo paese sta diventando sempre più un incubo, si finisce massacrati tra salari sempre più ridotti, infortuni sul lavoro, lavoro nero, sfruttamento sempre più spinto. E se hai la sfortuna di aver dovuto percorrere migliaia di chilometri per poter trovare questo agognato lavoro, magari in un cantiere edile illegale, sotto il sole cocente e sotto il caporale urlante, ancora devi essere additato come “clandestino”, come pericoloso criminale, da borghesi benpensanti che vivono di sola speculazione, rentiers della peggior specie, curatori fallimentari di un’economia allo sbando. Queste sono le emergenze del nostro paese e della nostra città, non il consumo di alcolici per le vie della città, si colpiscano i veri colpevoli della situazione di disagio e di sfruttamento delle masse!”

(*) Aderiscono anche IdV, PdCI ed il Gruppo Amici di Beppe Grillo pavese.

Fonte: circolopasolini

Sciopero per la libertà di bloggare?

Riceviamo questo comunicato da Accadeinsicilia e lo pubblichiamo:

Chiuso per sciopero. Parte la protesta dei blogger italiani


L’indignazione per la condanna di Carlo Ruta per stampa clandestina
dilaga sempre più sul web, con risvolti che vanno facendosi clamorosi.
Su iniziativa di alcuni blogger è partito uno sciopero in rete, da cui
potrebbe uscire un evento di portata notevolissima, unico in Italia e in
tutto l’Occidente. Hanno già aderito un discreto numero di siti.
Giungono notizie che l’adesione potrebbe farsi imponente. I blogger che
hanno promosso la protesta hanno espresso con determinazione che
intendono resistere alla morsa oscurantista che va stringendosi sul
paese, reclamando la piena libertà d’informazione e di espressione,
garantita dall’articolo 21 della Costituzione.
Ecco alcuni link pervenutici dei blogger in sciopero:

http://sergioberto.blog.tiscali.it//sciopero_1925650.shtml
http://marcopetrulli.blog.tiscali.it//CHIUSO_PER_SCIOPERO_1926017.
shtml
http://julien.blog.tiscali.it//SCIOPERO_1925628.shtml
http://procopio.blog.tiscali.it//Condannato_Carlo_Ruta_1925145.shtml

I blogger che aderiscono alla mobilitazione sono pregati di darcene
comunicazione con urgenza. Degli sviluppi della protesta verrà dato
conto con ulteriori comunicati.

Giovanna Corradini; Paolo Fior; Nello Lo Monaco; Vincenzo Gerace;
Carlo Gubitosa; Carla Cau; Serena Minicuci; Teodoro Crescione; Angelo
Genovese; Giuseppe Virzì; Luisa La Terra; Andrea Mangano.

Si prega dipubblicare e diffondere. Grazie

Di Carlo Ruta e della sentenza liberticida che lo condanna abbiamo già parlato; vi invitiamo comunque, se ancora non l’avete fatto, a leggere questo suo pezzo e la mail che ci ha inviato:

Cari Elena e Mauro,
vi ringrazio vivamente per il tangibile sostegno all’iniziativa civile che si è intrapresa per la libertà sul web. A questo punto va reclamata una legge subito, e ritengo si possa riuscire a farcela, perché la mobilitazione sta facendosi sentire e alcune prese di posizione in ambito politico sono al riguardo piuttosto sintomatiche. Avete un bel sito, inutile dirlo, che reca pure un nome che in questo momento mi è assai congeniale. “Solleviamoci” potrebbe essere la parola d’ordine di questi giorni, di tutti.
Un fraterno saluto
Carlo Ruta”

Alla luce di quanto sopra, il comitato di redazione ristretto di Solleviamoci si è riunito e ha deciso all’unanimità di NON ADERIRE ALLO SCIOPERO.

Non per pigrizia o per incapacità nell’oscurare i post precedenti, e nemmeno per non condivisione dello spirito che anima questa iniziativa.

Semplicemente, non intendiamo offrire ulteriormente il fianco all’attacco alla libertà di informazione e di pensiero che questo governo sta portando avanti con il sostegno attivo dei “media” – che infatti non parlano di Carlo Ruta, né degli altri interventi contro blogger ed informatori liberi. Nemmeno L’Espresso è al riparo dalla censura: vedi inchiesta sull’immondizia a Napoli.

Ma non intendiamo certo stare zitti: per questo motivo “rilanciamo” con un’iniziativa alternativa: vogliamo offrire la cittadinanza onoraria a Carlo Ruta in questo blog – cosa che ci sembra più in linea con il suo pensiero.

Lo nominiamo AUTORE del blog e gli diamo tutto lo spazio che vuole per diffondere il suo pensiero (eventuali discrepanze di idee verranno risolte in rete, pubblicamente, come si fa nei regimi democratici seri).

INVITIAMO TUTTI I BLOGGER A FARE ALTRETTANTO ed a darne comunicazione.

Grazie.

elena e mauro

RESISTERE, RESISTERE, RESISTERE!

PS: resta comunque inteso che daremo il nostro spazio anche agli aggiornamenti sullo sciopero!

Muore in cella dopo le botte della Polizia

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Un detenuto tossicodipendente sarebbe stato picchiato dalla polizia di Velletri, e poi condotto in carcere, con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale. Le sue condizioni in cella si sarebbero aggravate e trasportato in ospedale, l’uomo è morto. È quanto denuncia l’associazione “Antigone”, che si batte per i
diritti nelle carceri.

Il fatto sarebbe avvenuto qualche giorno fa. A quanto ha appreso l’associazione, il giovane dopo essere stato fermato sarebbe stato violentemente picchiato. Una volta in carcere è stato visitato dal medico penitenziario, che il giorno seguente, ha constatato l’aggravarsi delle sue condizioni di salute. L’uomo, malato di cirrosi, è morto subito dopo il trasporto in ospedale. «Chiediamo un intervento delle autorità amministrative – dichiara il presidente di ‘Antigonè, Patrizio Gonnella, – affinché facciano chiarezza sull’episodio. Segnaleremo il caso agli organismi internazionali che si occupano di tortura».

È stato il medico del carcere di Velletri a richiedere con urgenza il ricovero del detenuto. Secondo quanto si è appreso, il medico penitenziario, dal momento dell’entrata in carcere del detenuto tossicodipendente, ha visitato tre volte l’uomo «constatandone un grave stato di sofferenza». Al termine di una ulteriore ecografia epatica il medico ha chiesto che il detenuto fosse trasportato nell’ospedale di Velletri.

La procura di Velletri ha aperto un’inchiesta sulla morte, e si attendono i risultati dell’autopsia. Lunedì sera Stefano Brunetti è stato sorpreso da una coppia di coniugi di Nettuno che abitano in via Vittorio Veneto, al centro della città, mentre tentava di aprire il garage della loro casa.

Brunetti, secondo gli agenti e i testimoni, ha cominciato ad aggredire i poliziotti che erano intervenuti dopo la chiamata dei proprietari. Una volta giunto in commissariato l’uomo è stato chiuso nella cella di sicurezza, ma ha cominciato a rompere le suppellettili e a gettarsi contro la porta. Il suo stato di agitazione ha portato gli agenti a chiedere l’intervento della guardia medica per poterlo sedare. Alle 22 circa di lunedì Brunetti è stato portato nel carcere di Velletri. Ma nel dopopranzo di martedì ha accusato un forte malore ed è morto intorno alle 15, malgrado l’intervento dei medici del carcere.

«Prima di morire in ospedale Stefano Brunetti disse a un medico che a ridurlo in quelle condizioni erano state le “guardie” senza specificare a quali forze dell’ordine appartenessero. Lo ha rivelato il garante dei diritti dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni. Marroni è tornato, con un comunicato, sulle ultime ore dell’uomo. «Era stato arrestato dopo il tentato furto di una bicicletta e la colluttazione con il proprietario e portato nel commissariato di Anzio. Qui ha dato in escandescenza distruggendo alcune suppellettili della camera di sicurezza e, per questo motivo, è stato sedato e trasferito, sempre sedato, nel carcere di Velletri, dove è arrivato in precarie condizioni di salute».

«La notizia, se corrisponde al vero, è di gravità inaudita». Lo ha detto l’assessore regionale al Bilancio Luigi Nieri, sottolineando che chiunque abbia un ruolo istituzionale deve fornire chiarimenti sulla vicenda. Secondo l’assessore regionale se i fatti corrispondessero a verità sarebbe evidente il nesso con un clima di violenza e di intolleranza che si respira nell’aria «a causa di irresponsabili opzioni politiche della destra al governo». Nieri ha poi auspicato che si faccia luce sull’episodio, tanto più, ha aggiunto, che la vittima «non pare essere un pericoloso criminale bensì una persona rispetto alla quale era prioritaria un’azione di sostegno sociale».

E l’intervento dei ministri della Giustizia Angelino Alfano e dell’Interno Roberto Maroni affinché avviino indagini sulla vicenda è stato chiesto da Pino Sogbio, della segreteria nazionale del Pdci. «I ministri dell’Interno e della Giustizia avviino un’indagine su quanto denunciato dall’associazione Antigone a Velletri – ha detto Sgobio in un comunicato – Sull’episodio è opportuno che chi di dovere faccia piena luce, nell’interesse della civiltà giuridica del nostro paese».

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Pubblicato il: 12.09.08
Modificato il: 12.09.08 alle ore 21.35

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=78948

Abusa della figlia per nove anni: Dal rapporto nascono cinque figli

Un nuovo caso di incesto scuote la Polonia. L’ultimo scoperto solo quattro giorni fa

La giovane e il padre rischiano entrambi una condanna fino a cinque anni di reclusione

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Abusa della figlia per nove anni Dal rapporto nascono cinque figli

La casa dove l’uomo viveva con la figlia

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VARSAVIA – Sono passati appena quattro giorni dalla la divulgazione di un caso di incesto e violenze sessuali di un padre sulla figlia e la Polonia è di nuovo sotto shock. Un altro uomo è stato arrestato con l’accusa di avere abusato per nove anni di sua figlia.
Dai rapporti tra i due sarebbero anche nati cinque figli.

Secondo quanto reso noto dall’agenzia di stampa polacca Pap, l’uomo, originario del villaggio di Pyrzyce, nella Pomerania occidentale, è accusato dalla procura polacca di avere avuto per almeno nove anni rapporti sessuali con sua figlia adulta.

Il tribunale lo ha condannato a tre mesi di reclusione in attesa del processo, mentre alla donna è stato vietato di lasciare il Paese. Entrambi rischiano una condanna fino a cinque anni di reclusione. Altri particolari sulla vicenda e l’identità dei protagonisti non sono stati resi noti.

Solo quattro giorni fa era venuto alla luce un caso di incesto che ha scioccato la Polonia: un uomo di 45 anni arrestato per aver abusato, per sei anni, di sua figlia. Dalla relazione sarebbero nati due bambini, dati in adozione. La vicenda aveva indotto i media a fare accostamenti con la storia agghiacciante di Amstetten, in Austria, dove Josef Fritzl (oggi 72enne) è accusato di avere tenuto segregata per oltre 20 anni la figlia Elisabeth e di averla sistematicamente violentata procurandole sette gravidanze.

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12 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/esteri/polonia-segregazione/nuovo-caso-incesto/nuovo-caso-incesto.html?rss