Archivio | settembre 17, 2008

Ue, governo fischiato sui rom. Barrot: stop a Maroni su espulsioni / La paura sociale

E L’ITALIA HA PROTESTATO PER BOCCA DEL SUO RAPPRESENTANTE. FEROCI. CERTO CHE CON UN COGNOME COME IL SUO..

Bruxelles, il vertice sull’inclusione si trasforma in contestazione
Fischi al rappresentante del governo Berlusconi. E l’Italia protesta

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di ALBERTO D’ARGENIO

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stop a Maroni su espulsioni

Jose Manuel Barroso

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BRUXELLES – Doveva essere il vertice per trovare le soluzioni all’emarginazione degli 8 milioni di Rom europei, ma si è trasformato in una ennesima caotica contestazione del governo italiano con tanto di fischi al rappresentante dell’esecutivo Berlusconi, il sottosegretario Eugenia Roccella, e conseguente protesta formale della nostra diplomazia nei confronti dell’Ue. Il tutto mentre il commissario europeo alla Giustizia, Jacques Barrot, ha chiesto al ministro degli Interni Roberto Maroni significative modifiche al pacchetto sicurezza: nel mirino le espulsioni dei cittadini comunitari e l’aggravante di clandestinità.

“Against Ethnic Profiling”, contro la schedatura su base etnica. La cerimonia d’apertura del primo vertice Ue sull’inclusione Rom è stata bloccata dalla contestazione di decine di persone che sfoggiavano t-shirt contro l’ormai celebre provvedimento del governo. La protesta si è placata solo quando il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, ha scandito: “Siamo d’accordo con la maglietta, l’integrazione Rom è urgente a livello politico e umano”. Parole calibrate in modo da non attaccare l’Italia. Chi invece lo ha fatto, e duramente, è stato il miliardiario ungherese e filantropo George Soros, tra gli ospiti d’onore di giornata: “Sono estremamente preoccupato per la schedatura su base etnica in Italia. Queste misure dovrebbero essere illegali e spero che la Ue le bocci”.

Applausi scroscianti da parte del pubblico mentre dall’Italia le agenzie battevano la replica del ministro degli Esteri Franco Frattini, “preoccupato dal livello di disinformazione su una norma che è stata promossa dalla Commissione Ue”. Allusione al fatto che – nonostante le numerose bocciature politiche (tra gli altri Europarlamento e Onu) – dal punto di vista tecnico il censimento dei nomadi è stato ritenuto in linea con le regole comunitarie dal commissario Barrot, che comunque continua a vigilare affinché la sua realizzazione sia in linea con i diritti umani. E durante il summit di Bruxelles lo stesso Barrot ha puntualizzato: “Soros ignora i fatti o è in malafede. I testi normativi sui censimenti dei campi rom sono in regola”.

Insomma, un vertice dedicato ad uno scottante problema europeo si è trasformato in una nuova polemica sul caso Italia, sfociata in aperta contestazione, con tanto di incidente diplomatico, quando il sottosegretario al Lavoro, Eugenia Roccella, ha preso la parola a nome del governo. L’aula ha coperto la sua voce con fischi e urla e gli incandescenti rappresentanti delle comunità Rom hanno abbandonato la sala in segno di protesta.

In serata il rappresentante italiano presso l’Ue, l’ambasciatore Nelli Feroci, ha stigmatizzato “il deplorevole” episodio in una lettera di protesta all’organizzatore del vertice, il commissario europeo agli affari sociali Vladimir Spidla, lamentando che l’inviato del governo non ha potuto pronunciare il proprio intervento sull’inclusione dei Rom “in un clima sereno a causa di una serie di accese contestazioni da parte di alcuni elementi del pubblico”.

Intanto dietro le quinte proseguono i contatti tra Roma e Bruxelles per sbrogliare la matassa sulle norme più bersagliate del governo Berlusconi. Se Barrot per ora ha promosso il censimento, non è andato altrettanto bene al pacchetto sicurezza.

“Tutto ciò che è automatico è inaccettabile”, ha spiegato ieri riferendosi alle espulsioni dei cittadini comunitari (vedi romeni). Anomalia che il commissario la scorsa settimana ha chiesto di cambiare. In particolare Maroni dovrà chiarire che l’aggravante di clandestinità non si applica ai cittadini Ue, cancellare la loro espulsione automatica in caso di condanna a più di due anni di carcere e modificare una serie di passaggi del pacchetto sicurezza e di leggi precedenti contrarie al principio cardine dell’Unione europea secondo cui l’espulsione di cittadini comunitari può avvenire solo su decisioni prese caso per caso e secondo criteri stabiliti da Bruxelles. Punti – spiegano autorevoli fonti Ue – che il governo si è impegnato a correggere quanto prima. Pena la bocciatura Ue.

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17 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/sicurezza-politica-14/rom-governo-fischiato/rom-governo-fischiato.html

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La paura sociale


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di Francesco Codello
foto di Paolo Poce

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È il solito vecchio trucco. Si instilla la paura e poi si propongono soluzioni di stampo autoritario, invocate dal corpo sociale per avere “sicurezza”. È il solito vecchio trucco bastardo. Ma funziona.

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C’è forse un sentimento più diffuso di altri che incombe e pesa notevolmente nelle scelte quotidiane e in quelle più generali, tra gli uomini e le donne ma anche tra bambini e ragazzi, in questo periodo storico. Questo sentimento è la paura. Spesso si libera a seguito di un fatto banale o marginale, ma ancor più frequentemente avvolge complessivamente l’esistenza di ciascuno di noi e ne determina le scelte. Mi pare sempre più plausibile poter cogliere in tutto questo non tanto una reazione spontanea individuale, quanto piuttosto un vero e proprio costume sociale.
La paura, infatti, quando si trasforma da meccanismo reattivo in sentimento generale per poi divenire un effettivo atteggiamento culturale produce inevitabilmente continue, spesso sottili, ma importanti, trasformazioni sociali.

Così come altre sensazioni, essa tocca ogni aspetto della nostra personalità e incide in modo spesso travolgente nelle scelte che ognuno compie nella sua vita di relazione, andando a produrre vere e proprie azioni collettive. C’è inoltre un significato più politico che questo impulso assume quando, come mi pare stia avvenendo oggi, si diffonde in modo così preponderante ed esteso.

La paura non può costituire una sensazione sulla quale costruire nessun progetto liberatorio né, tanto meno, può favorire una serena e razionale valutazione della realtà e di un qualsiasi problema da affrontare. Essa è in grado di stravolgere radicalmente ogni seria analisi e compromettere pertanto tutte le possibili soluzioni ad un quesito dato. Nel nostro caso è poi ancora più evidente come questo stato d’animo, nel momento in cui diviene atmosfera sociale, sia in grado di segnare pesantemente ogni questione che si deve affrontare.

Uso strumentale

Fatta questa premessa (penso tutto sommato condivisibile) è chiaro che appare evidente come vi sia, da parte di chi detiene il dominio in tutte le forme socio-culturali, un evidente interesse ad agire su di essa per amplificarne a dismisura la sua potenza paralizzante e di chiusura alle relazioni nuove e aperte che invece molti di noi sarebbero disposti e inclini a vivere. Così accade che di fronte al diffondersi dell’aids si usi la paura del contagio per predicare la castità sessuale, di fronte ad un abbassamento del proprio tenore di vita la si strumentalizzi per scatenare una guerra tra poveri, nei confronti di fatti di cronaca nera per alimentare una richiesta sproporzionata di “severità” e di repressione, ecc. ecc.

Insomma chi ha interesse a far si che l’ordine regni sovrano, per coprire i propri interessi e consolidare il proprio dominio, agita lo spettro della paura e ne determina un suo strumentale uso immaginario.
Ma esiste anche un altro aspetto della questione che mi preme qui sottolineare e che, purtroppo, vede anche chi sta dall’altra parte, talvolta, più o meno inconsci protagonisti. Per spiegare questo concetto mi sembra opportuno fare un esempio di quanto può accadere in una piccola città di provincia (una delle tante), tra gente tutto sommato benestante (e non per questo deprecabile), nella quale personaggi politici più o meno grezzi, trasformano ogni piccolo e insignificante fatto di cronaca in un’occasione per farsi della pubblicità (di pessimo gusto e dai toni anche deprecabili) creando così una cassa di risonanza di notevole impatto mediatico. In queste occasioni parte una controffensiva, da parte di chi non la pensa in questo modo, del tutto giusta e sacrosanta ma che può, talvolta, produrre un valore aggiunto alla negatività già abbondantemente disseminata. Spesso, come abbiamo visto anche recentemente nelle macro-scelte politiche nazionali, l’identificare un nemico diviene la ragione unica di chi non ha niente da dire di significativamente diverso e migliore e l’unico comune denominatore che tiene insieme fittiziamente, mascherandole, incongruenze e povertà culturali.

Una delle più diffuse pratiche di contestazione sono, ad esempio, gli appelli pubblici che permettono spesso a chi li firma di mettersi in pace la propria coscienza, consente di esprimere la propria presunta superiorità culturale, spesso invece gonfiando a dismisura un’immagine negativa che non risponde alla realtà. Se un sindaco o un politico qualsiasi si lascia andare ad affermazioni persino aberranti non significa che i cittadini, anche quelli che sottovalutano il fatto e prendono erroneamente per folclore tutto ciò, siano come lui.

Ma se certi spocchiosi pseudo-intellettuali gridano al razzismo e alla vergogna, alimentando a dismisura il fatto incriminato, possono contribuire a creare un’immagine altrettanto irreale della società locale o nazionale, facendo passare, in questo mondo così virtuale e mediatico, valori e principi che in realtà poi contribuiscono a fomentare paura, incertezza, reazione. Non sarebbe meglio, ad esempio, parlare e raccontare tutte quelle positività che esistono tra le nostre comunità, che non trovano spazio e voce nella stampa e nei media in genere, che fanno sì che le nostre provincie non siano in realtà affatto come spesso vengono descritte?

Più semplicità e modestia

Intendo dire che probabilmente a forza di diffondere negatività (magari per giustificare la nostra esistenza) si corre il serio rischio di far passare in modo irreversibile questo sentimento di paura trasformandolo nell’elemento determinante per produrre ogni forma di paralisi sociale e soprattutto per impedire veramente il cambiamento.

Se si ha invece la prontezza di contrapporre un fatto, e ce ne sono tanti, positivo, se si coglie l’opportunità di presentare le tante azioni spontanee e auto-promosse che uomini e donne compiono giornalmente creando tante micro-società ricche di solidarietà e sostegno reciproco, probabilmente riusciremmo a contrastare con più efficacia quell’immaginario sociale che il potere in tutte le sue espressioni ha tutto l’interesse ad alimentare. E di positività ce n’è tanta, basta solo volerla vedere e valorizzare.

In questo modo, penso, possiamo contribuire a creare tanti esempi efficaci perché positivi e a far crescere un sentimento di speranza e di sogno che il mondo possa divenire almeno un po’ migliore, sconfiggendo la paura e ogni altro sentimento negativo. Talvolta un po’ più di semplicità e di modestia può giovare a creare un clima di maggiore tolleranza e rispetto. Forse (ne sono anzi convinto) la mancanza di tutto ciò è una delle cause principali del perché la cosiddetta sinistra antagonista ha perso. Se è proprio così allora è un bene che sia accaduto.

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Francesco Codello

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fonte:  http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/index.htm

La spesa “chilometro zero”: Cosa si guadagna quando compriamo italiano

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Mirtilli che arrivano dal Cile e pere dal Sudafrica. Merci che volano (e inquinano) da un continente all’altro. Ma i consumatori ora vogliono i prodotti locali: che convengono anche al pianeta

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Federica Cavadini per il Magazine

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La copertina del Magazine di questa settimana
La copertina del Magazine di questa settimana

Metà settembre, spesa in un supermercato di Milano, bancone della frutta e della verdura. I mirtilli arrivano dal Cile, i porri dalla Germania, lo scalogno dalla Turchia, i ravanelli dai Paesi Bassi, di pere ce ne sono quattro tipi ma soltanto uno è Made in Italy, gli altri arrivano da Spagna e Sudafrica. Oggi importiamo anche i prodotti di stagione, non soltanto le primizie. Facciamo viaggiare merce da un continente all’altro, ma è sempre necessario? E conviene ancora con il prezzo del petrolio alle stelle? I nostri agricoltori sostengono di no: anche i consumatori ci perdono, in qualità e sicurezza e oltretutto spendono di più, «pagano anche il gasolio quando comprano frutta e verdura d’importazione». A proposito: i mirtilli cileni li abbiamo pagati 18 euro al chilo, quelli italiani, in un altro supermercato, meno di 16; per le pere Forelle del Sudafrica abbiamo speso 4 euro al chilo e le William spagnole erano più care delle William italiane, 2, 49 euro al chilo contro 2,19. E non è soltanto questione di soldi. “Comprando prodotti locali si possono risparmiare cento euro al mese (su 467 di spesa media) ma anche mille chili di CO2 l’anno”, è lo slogan strillato quest’anno da Coldiretti. E lo slogan è stato convincente. Ai consumatori piace l’idea di fare una spesa risparmiosa, di qualità e anche sostenibile. Piacciono i prodotti “chilometro zero”, quelli che arrivano dai campi vicini, che sono meno “energivori” perché viaggiano meno e inquinano meno.

Quest’estate sono già state approvate due leggi ad iniziativa popolare (25mila firme raccolte), in Veneto e in Calabria, per promuovere le produzioni locali. E Legambiente e Coldiretti hanno elaborato una proposta di legge già depositata alla Camera che sarà presentata entro la fine di settembre (“norme per la valorizzazione dei prodotti provenienti da filiera corta a chilometro zero e di qualità”). Spiega Ermete Realacci, ministro dell’Ambiente nel governo ombra del Pd: «Una legge quadro nazionale è necessaria per potenziare i prodotti del territorio e per andare incontro alle esigenze dei consumatori che cercano prezzi contenuti ma vogliono prodotti di qualità, sicuri e anche ecosostenibili. Sarà una battaglia comune, mi sono già confrontato con parlamentari del centrodestra». La normativa veneta – ribattezzata “legge dei bisi” (per il piatto tipico locale risi e bisi, riso e piselli) – prevede un 50% di prodotti locali nelle mense di scuole, ospedali, caserme, case di riposo; spazi per la vendita diretta dei produttori agricoli nei mercati; controlli sull’etichettatura.

LE INFORMAZIONI SULL’ETICHETTA
Oggi sulle confezioni deve essere indicata l’origine, in futuro potremmo trovarci anche la distanza percorsa, i chili di petrolio consumati e le emissioni di CO2 e magari il logo di un aereo sulle confezioni che hanno volato da un Paese all’altro. Le pesche del Sudafrica in vendita quest’estate nei supermercati hanno viaggiato per 8mila chilometri e per ogni pacco da un chilo sono state emessi 13,2 chili di CO2: se questo dato fosse comparso sulla confezione forse molti clienti, a parità di prezzo, avrebbero rinunciato alle pesche del Sudafrica. E la grande distribuzione come si regolerà? Piermario Mocchi è il direttore marketing di Carrefour Italia, il che significa che parla per i loro 67 ipermercati, per i 495 supermercati GS, i 1013 Dìperdì e i 20 Cash and Carry. «Oggi i nostri fornitori sono all’80% italiani e siamo molto attenti ai microlocalismi. Ma ci teniamo anche a garantire una copertura completa della gamma dodici mesi l’anno perché è vero che ci sono clienti sensibili ai prodotti “Km0” ma ci sono anche quelli che vogliono trovare le ciliegie a dicembre e il nostro obiettivo è soddisfare le esigenze del maggior numero di persone».

Che cosa incide sulla scelta dei fornitori? «Abbiamo una centrale d’acquisto unica, devono garantire oltre alla qualità le quantità necessarie alla grande distribuzione. E sono pochi i produttori italiani che riescono a farlo. L’uva pugliese, per esempio, riusciamo a proporla anche nei punti di vendita del gruppo all’estero, in Francia, Spagna, Belgio, Polonia, Romania. Ma è un’eccezione». Secondo Mocchi le aziende di questo settore non sono sempre competitive: «La filiera agroalimentare della Spagna è più efficace. I loro prodotti, nonostante il costo del trasporto ci garantiscono un prezzo d’acquisto inferiore: se possiamo comprare la stessa pesca a un euro e mezzo anziché due euro e mezzo noi scegliamo di comprarle entrambe, naturalmente in volumi diversi, perché la maggior parte dei consumatori non sono disposti a pagare un euro in più per il frutto italiano».

Diverso il punto di vista dei nostri agricoltori. Sergio Marini, presidente di Coldiretti: «Nelle catene distributive a capitale straniero le centrali d’acquisto prescindono dal territorio in cui i supermercati si insediano e penalizzano i prodotti locali. E in questo modo penalizzano anche i consumatori che rischiano di pagare più per il gasolio necessario al trasporto che per il prodotto. Il costo del petrolio ha messo in discussione il principio della globalizzazione per cui si consumano i prodotti realizzati dove costa meno. Oggi dobbiamo sostenere la produzione vicino ai luoghi di consumo». «Far viaggiare le merci da un continente all’altro è un lusso che non possiamo più permetterci», è quello che ripetono anche gli ambientalisti, a partire del premio Nobel Al Gore che nel suo libro Una scomoda verità scrive: “Oggi un pasto medio prima di arrivare sulla nostre tavola percorre più di 1900 chilometri in aereo, nave o camion”.

I NUOVI FARMERS MARKET
Anche queste ragioni spingono i consumatori a puntare sui prodotti nazionali , meglio ancora, regionali. Ma spendono di più? No, quando la filiera è corta. Ed ecco spiegato il successo dei nuovi “farmers market”, i mercati degli agricoltori dove la vendita è diretta, senza intermediari. Adesso si trovano anche nelle grandi città, non saremo più costretti a prendere l’auto nel fine settimana per andare a fare la spesa ecologica e genuina in fattoria. E si stanno moltiplicando i mercati stabili, come quello di Taranto, duecento metri quadrati al piano terra di un palazzo di corso Umberto, nel cuore della città. O quello di Monselice, avviato già da quattro anni, dove l’altro sabato hanno rischiato di fare a botte per riuscire ad entrare e alle 10 del mattino i banconi erano già vuoti, saccheggiati.

Da ieri anche Milano ha il suo punto vendita, si trova nel piazzale del Consorzio agrario di via Ripamonti e sarà aperto tutti i mercoledì mattina. Idem per Roma, anche nella capitale sta per aprire un farmers market. Promette Marini: «Il nostro obiettivo è averne uno in ogni città. Nel comparto dell’ortofrutta il prodotto locale in filiera corta è vincente per qualità e prezzo, è più sicuro perché la nostra legislazione sanitaria è più rigida, è meno manipolato ed è meno inquinante. Coldiretti si impegna a monitorare sui prezzi e ad aumentare la convenienza: oggi il risparmio è almeno del 30% ma si potrebbe arrivare al 50% già entro la fine dell’anno». I farmers market sono una formula ormai collaudata anche in Francia e Gran Bretagna, negli Stati Uniti sono aumentati del 53% in dieci anni, sono più di quattromila, da New York a Los Angeles, ce ne sono cinquecento soltanto in California. In Italia procediamo più lentamente, ma la direzione è la stessa.

Ricordate l’esperimento del latte fresco alla spina lanciato pochi anni fa? A grande richiesta i distributori adesso sono centinaia, il latte viene venduto a un euro al litro, contro l’euro e sessanta che si paga in negozio. È un classico esempio di “Chilometro Zero” e in più c’è il vantaggio “ambientale” della confezione, perché la bottiglia (volendo di vetro) te la porti da casa, quindi non ci sono cartoni da smaltire. La filiera corta inizia a rendere: secondo un’indagine di Coldiretti sette italiani su dieci l’anno scorso hanno comprato direttamente nelle aziende agricole e il fatturato è stato di 2,5 miliardi di euro, i prodotti più acquistati sono stati vino, ortofrutta, olio, formaggi, carne e miele. Ormai sono più di 50mila (20mila perà sono stagionali) le aziende che fanno vendita diretta. Qualcuno dagli Stati Uniti ha copiato anche la formula “pick your own”: i clienti di alcune aziende agricole – hanno iniziato nel Lazio e in Sicilia – possono andare nei campi a raccogliere frutta e verdura, con la formula del self service risparmiano ancora di più. E passano qualche ora all’aria aperta. I clienti metropolitani ne vanno matti.

INVITO A CENA SOSTENIBILE
E ormai chi crede al vantaggio dei prodotti locali li cerca anche al ristorante. Uno dei primi a proporre un menu “Km0” è stato l’Osteria Vitanova, nel centro storico di Padova: dall’olio alla grappa, tutto arriva dalle aziende agricole della zona. In Veneto ormai sono una ventina i locali che in vetrina hanno l’adesivo “Menu a Km0”, questo significa che quando ci portano la carta scopriamo che l’olio del Garda ha viaggiato (per raggiungere Padova) 123 chilometri, che la gallina di Polverara utilizzata per preparare le polpette ne ha percorsi 16 e il risotto di zucca di Sottomarina con i funghi di Crocetta del Montello ne ha totalizzati meno di 130. Se avremo mangiato e speso bene saremo fieri di aver preferito un pasto poco inquinante. Alla trattoria Antica Ballotta di Torreglia, sempre in zona, hanno fatto un primo bilancio: «Risparmiamo il 18% sulla spesa e in più abbiamo aumentato del 18% i coperti».

Anche la capitale sta assaggiando il “migliozero”, sono già una quindicina i ristoranti che propongono piatti preparati con materie prime prodotte nel Lazio. E puntano sulle produzioni locali di stagione anche i grandi chef. È stata la scelta vincente di Davide Oldani, che al suo ristorante “D’0” di San Pietro all’Olmo, appena fuori Milano, riesce a proporre un menu low cost a 32euro perché sceglie soltanto prodotti locali di stagione: “Il D’0 è la dimostrazione che si può dare altissima qualità semplicemente rispettando la stagionalità. La melanzana adesso esce dalla mia cucina e rientra a giugno, adesso entrano zucca, broccoli, cavolfiori, melograno. Il mio consiglio? Quando andate a fare la spesa non lasciatevi tentare. Il pomodoro a dicembre, anche se è bello, tondo e rosso non dovete comprarlo: lasciatelo lì, lasciate quella merce a marcire nei negozi e vedrete che anche i supermercati faranno acquisti diversi”. Certo, le scelte dei consumatori saranno determinanti.

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Federica Cavadini
16 settembre 2008-ultima modifica: 17 settembre 2008

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fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_settembre_16/magazine_compriamo_italiano_9abe9cde-83f0-11dd-8a6a-00144f02aabc.shtml

La Fao denuncia “l’emergenza cibo”: Oltre 925 milioni di affamati nel mondo

La Fao denuncia "l'emergenza cibo" Oltre 925 milioni di affamati nel mondo ROMA – “Il numero delle persone denutrite prima dell’impennata dei prezzi del 2007-2008 ammontava a 850 milioni. Solamente nel 2007 tale numero è aumentato di 75 milioni raggiungendo quota 925 milioni”. Lo ha detto Jaques Diouf, direttore generale della Fao, nel corso di un’audizione al Senato, alla presenza delle Commissioni congiunte Affari Esteri e Agricoltura dei due rami del Parlamento. L’audizione rientra nell’ambito di un’indagine conoscitiva voluta dal Parlamento, per verificare gli esiti del vertice internazionale organizzato dalla Fao a Roma sull’emergenza cibo.

Dopo il +12% tra il 2005 e il 2006 e il +24% nel 2007, nei primi sette mesi dell’anno l’indice Fao dei prezzi alimentari ha registrato un aumento di circa il 50%. Nonostante le previsioni migliori per la produzione cerealicola mondiale, che dipenderà dall’aumento delle superfici coltivate soprattutto nella Federazione Russa, secondo la Fao, i prezzi resteranno ancora sostenuti per diversi anni e nei paesi poveri la crisi alimentare continuerà.

Il contesto dell’emergenza alimentare mondiale è uno dei più difficili degli ultimi decenni e in questo quadro l’Italia, che presiederà il G8 l’anno prossimo, “ha una responsabilità storica” ha detto ancora Diouf, che ha poi spiegato che “l’Italia quest’anno è uno dei Paesi che hanno più contribuito ai fondi fiduciari della Fao”: 100 milioni di euro, già annunciati nel 2002, di cui 87 sono stati già versati. I finanziamenti italiani hanno permesso di realizzare 29 progetti in 41 Paesi, oltre a progetti regionali in 15 Paesi della Comunità dei Caraibi e in 15 Paesi insulari del Pacifico.

Il lavoro dell’agenzia Onu sull’emergenza cibo, partito con l’iniziativa contro il rialzo dei prezzi alimentari lanciata da Diouf nel dicembre scorso e proseguito con il vertice internazionale, al quale hanno partecipato oltre 43 capi di Stato e di governo, proseguirà nei prossimi giorni con la diffusione di nuovi dati sulla crisi alimentare mondiale. La sfida che attende la comunità internazionale nei prossimi anni per rispondere alla domanda alimentare globale è “di grandi proporzioni” e, sempre secondo Diouf, occorrono almeno “30 miliardi di dollari all’anno per raddoppiare la produzione alimentare utile a sfamare i 9 miliardi di abitanti del pianeta”.

Si tratta di una “cifra assai modesta – ha detto Diouf – se messa in rapporto con il sostegno che i Paesi Ocse danno al proprio settore agricolo, che ammonta a 376 miliardi di dollari, e con le spese per gli armamenti che hanno raggiunto, nel 2006, i 1204 miliardi di dollari”.

Il direttore generale ha poi rivolto
un appello all’unità della comunità internazionale che in occasione del vertice tenutosi a Roma nel mese di giugno ha annunciato risorse per un totale di 11 miliardi di dollari. Se si aggiungono i contributi promessi prima e dopo la conferenza, l’ammontare complessivo, stima la Fao, è di circa 23 miliardi di dollari. “Molte di queste promesse – ha concluso – devono però ancora concretizzarsi”.

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17 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/esteri/fao-emergenza-cibo/fao-emergenza-cibo/fao-emergenza-cibo.html?rss

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In Europa 43 milioni di persone hanno difficoltà
a comprarsi da mangiare, 500 milioni di aiuti Ue

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Foto Luca Toni

BRUXELLES (17 settembre) – La Commissione europea ha proposto oggi di portare da 300 a 500 milioni di euro l’aiuto europeo per distribuire gratuitamente prodotti alimentari agli indigenti in Europa. Nell’Ue, sebbene i livelli di vita siano in media tra i più alti del mondo, la Commissione europea stima che «43 milioni di persone siano a rischio povertà alimentare: in media non possono permettersi un pasto con carne, pollo o pesce ogni due giorni». Circa 19 Stati membri partecipano attualmente al programma alimentare. L’Italia è uno dei paesi più attivi e quest’anno è la prima beneficiaria, con il 23% dei finanziamenti europei.

Di fronte all’impennata dei prezzi dei generi di prima necessità che mette a dura prova il reddito di milioni di cittadini nell’Ue, gli Stati membri potranno venire in aiuto a famiglie in difficoltà, anziani con mezzi insufficienti, bambini a rischio nutrizionale, lavoratori scarsamente retribuiti, ma anche senzatetto, lavoratori emigranti e richiedenti asilo.

Bruxelles chiede però
agli Stati membri di cofinanziare le spese del programma alimentare che potrà partire dal 2009, ma sarà disponibile nella nuova versione dal 2010.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=31185&sez=HOME_NELMONDO

Berlusconi: “Io antifascista? Penso solo a lavorare”

Dopo le polemiche dei giorni scorsi, il premier non si schiera. Al comitato costituente del Pdl chiude sulla legge elettorale per le europee e attacca Veltroni: “Inesistente. Dialogo impossibile”

La replica di Bettini: “Dichiarazioni gravissime e offensive”

"Io antifascista? Penso solo a lavorare"

Silvio Berlusconi

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ROMA – “Io antifascista? Penso solo a lavorare, per risolvere i problemi degli italiani”. Silvio Berlusconi risponde così, senza sbilanciarsi, a Enrico Lucci de “Le Iene” che gli ha chiesto se si dichiarerebbe antifascista, dopo le polemiche all’interno di An sul ruolo della Repubblica di Salò e sui valori della Resistenza.

Intervenendo al comitato costituente del Pdl, il presidente del Consiglio ha ribadito poi la sua posizione sulla legge elettorale per le europee – sbarramento al 5 per cento e liste bloccate, senza preferenze – e ha attaccato l’opposizione con cui “non si può dialogare” e Walter Veltroni, “inesistente”.

Legge elettorale ed Europee. Chiusura netta sulla legge elettorale: Silvio Berlusconi ribadisce che “il sistema delle liste bloccate permette di avere professionisti che possono autorevolmente rappresentare il Paese all’interno delle commissioni del Parlamento europeo”. Le liste bloccate, secondo il premier, “selezionano chi rappresenta autorevolmente gli interessi europei ma soprattutto italiani”.

Sull’argomento l’opposizione non condivide la linea scelta dalla maggioranza e ha già annunciato battaglia: il Pd è per lo sbarramento al 3 per cento e per le preferenze, mentre l’Udc non pone questioni di sbarramento ma è nettamente contraria all’abolizione delle preferenze, che “strangola la democrazia perché toglie ossigeno alla libertà dell’elettore di scegliere il proprio candidato”.

Intanto la conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha deciso che la legge non seguirà una corsia d’urgenza e approderà in aula tra il 27 e il 31 ottobre.

Veltroni inesistente, alternanza non auspicabile. Berlusconi attacca poi duramente Walter Veltroni. “Il leader del Pd aveva cominciato bene, ma nei fatti ora è del tutto inesistente. Dimentichiamo ogni speranza di poter collaborare con loro”. “La sinistra – continua – ha scelto la vecchia linea e i vecchi vizi della loro provenienza storica, dovrà passare un’altra generazione” prima di poter dialogare, perché i protagonisti di oggi “sono posseduti da invidia e odio di classe”. “Con questa opposizione – ha aggiunto – e con questo modo che ha di interpretare il bipolarismo, l’alternanza non è auspicabile, non è un valore”. “Governeremo a lungo”, ha aggiunto.

La replica del Pd. Pronta la risposta di Goffredo Bettini. Per il coordinatore democratico, il partito è “ben messo in campo” e nel ruolo di opposizione al governo “sta mordendo e convincendo”. “Le dichiarazioni di Berlusconi e di altri esponenti della destra sono gravissime politicamente e offensive sul piano personale” scrive in una nota. “Si attacca Veltroni in modo virulento per coprire i fallimenti del governo”. E il coordinatore democratico passa ad elencare: “L’Alitalia è nel caos dopo che la destra nei mesi passati ha affossato l’intesa con Air France, che avrebbe mille volte di più tutelato l’azienda ed i lavoratori; le tasse sono aumentate, il caro-vita non è sotto controllo, nulla è stato deciso per una ripresa dell’economia, mentre pagano in modo intollerabile i giovani, i pensionati, i salariati e tutti coloro che vivono con un reddito fisso”.

Per Bettini la maggioranza di governo è “nervosa, non solo perché il Pd è ben messo in campo, altro che inesistente, ma perché la sua opposizione sta mordendo e convincendo, come si vedrà nella grande manifestazione di popolo”.

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17 settembre 2008

fonte:  http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/politica/berlusconi-europee/berlusconi-europee/berlusconi-europee.html?rss

Dichiarazioni di La Russa: no pasaràn!

Ricevo da Mario il testo dell’esposto che ha preparato e ve lo giro.

Se lo condividete, copiatelo nei vostri blog, inoltratelo alle vostre mailing list, diffondetelo in ogni modo… e speditelo tramite raccomandata.

Per favore, segnalate la vostra adesione o in un commento a questo post, o direttamente a info@ritaatria.it, Associazione che per prima ha aderito e raccoglie l’elenco delle adesioni.

In fucsia ho evidenziato le parti che dovete personalizzare… Grazie a tutti!

“Quello allegato è il testo definitivo che ho inoltrato alla Procura
di Roma in data odierna con Racc. A/R 12578001835-8 da Lucca.

Chiunque volesse potrà riprendere il testo, come singolo o come
Associazioni di appartenenza, completarlo con i propri dati di
esponente o modificarlo come meglio ritiene ed inoltrarlo al medesimo
destinatario. Sarebbe importante segnalare poi l’invio al mio indirizzo
in modo da poter avere conoscenza dell’ampiezza di eco che possa
essersi innescata su questa vicenda.

Grazie a tutti. Un abbraccio.

Mario”

Vs. città, data dell’inoltro

Alla Attenzione de

IL  CAPO  DELL’ UFFICIO della

PROCURA  della  REPUBBLICA  di

00100     R O M A     RM

SEDE  ISTITUZIONALE

Da

Vostro nome

Cittadino

e

eventuale Associazione di cui fate parte

CITTA’ DELL’ASSOCIAZIONE

Oggetto:  Esposto di circostanze per la valutazione dell’Ufficio sulla eventuale rilevanza penale dei comportamenti segnalati.

Lo scrivente vs. nome e cognome, Cittadino Italiano, nato a ………. il ..-..-…. e residente a ……………………………. – ove elegge domicilio per la specifica circostanza di questo esposto -, in nome proprio ed anche per conto della Associazione ….., con sede in ……………., per la quale sottoscrivo come uno dei soci responsabili

Premesso che

§                     L’onorevole Ignazio La Russa intervenendo, nella sua qualità di Ministro per la Difesa della Repubblica Italiana, alle celebrazioni per la memoria della difesa di Roma (8 Settembre 1943), nell’ambito delle azioni della Resistenza e della Lotta di Liberazione dal Nazifascismo, e dunque nelle vesti di garante dell’onore e della lealtà delle Forze Armate e di quelle della Liberazione (che nessuno ha diritto di vilipendere come esplicitamente recita l’art. 81 del C.P.M.P.) ha testualmente affermato:

“Farei un torto alla mia coscienza  se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell’esercito della Rsi, soggettivamente, dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli anglo-americani e meritando quindi il rispetto, pur nella differenza di posizioni, di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d’Italia”.

§                     La Costituzione italiana si fonda sullo spirito antifascista – che la ispirò e che guidò la Resistenza – e sul suo dettato – che vieta la ricostituzione del disciolto Partito Fascista – e dunque nega ogni forma di apologia di tale espressione politica, principio che è stato infatti reso successivamente attuativo dal testo predisposto ed approvato con L. 20 Giugno 1952 nr. 645 “Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione” che all’art. 4 esplicitamente recita:

“4. Apologia del fascismo.

Chiunque fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità indicate nell’articolo 1 è punito con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da lire 400.000 a lire 1.000.000.

Alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni.”

Considerato che

§                    L’onorevole La Russa, in quanto Ministro di questa Repubblica Italiana, ha giurato fedeltà alla sola Costituzione che ne definisce la forma e ne fissa i valori ed i principi fondamentali sui quali impegna comunque ogni Cittadino e non i suoi soli rappresentanti Istituzionali,

Tutto ciò premesso gli scriventi (la/lo scrivente)

Chiedono (chiede)

Che l’Ufficio adito valuti se esistano nei comportamenti e nelle frasi dell’On. Ignazio La Russa, gli estremi per la incolpazione per

1. Apologia del Fascismo

2. Alto Tradimento

3. Vilipendio delle Forze Armate e di Liberazione

e ogni altro reato che l’Ufficio riterrà eventualmente di individuare nei suoi comportamenti e nella specifica e pubblica esternazione.

Si consenta di segnalare comunque all’Ufficio in indirizzo la profonda indignazione, personale ed associativa, per le espressioni del Ministro La Russa che non hanno inteso accomunare nella pubblica pietà quanti siano eventualmente caduti su fronti contrapposti, quanto esaltare chi abbia ritenuto di operare (“combatterono” dice infatti il Ministro e non “caddero“) la stessa scelta di militanza nelle formazioni della RSI ed additare, non la loro eventuale morte, ma il loro comportamento e le motivazioni della loro scelta, al rispetto dei Cittadini Italiani, arrivando ad accusare di mancanza di obiettività quanti dissentissero da tali affermazioni.

E’ importante ricordare che, stante il doveroso senso dello Stato e dei Suoi fondamentali principi di prevalenza e legittimità funzionale ed istituzionale, la RSI fu una forma di illegittima usurpazione del potere statuale fin dal suo insorgere per volontà esplicita del Führer nazista Adolf Hitler.

Infatti la sola Autorità che al tempo avesse il potere di affidare o revocare responsabilità di Governo era la Persona del Sovrano, e la fiducia fu revocata al Primo Ministro Benito Mussolini solo in virtù dell’ordine del giorno di sfiducia deliberato dallo stesso Gran Consiglio del Fascismo. Dunque in piena e totale legittimità.

Ferme restando le gravissime ed imperdonabili responsabilità successive dei responsabili governativi per aver abbandonato, subito dopo l’armistizio con le forze alleate, l’Esercito e la Popolazione, lasciandoli privi di qualsiasi direttiva e garanzia in balia dei combattenti tedeschi – ai quali si era consentito, dal 25 Luglio all’8 Settembre, di occupare l’intero territorio nazionale -, non sembra agli esponenti affatto sostenibile che a quanti scelsero di schierarsi con una entità politica costituitasi extra legem contro lo Stato legittimo italiano e per volontà straniere, e solo dopo l’8 Settembre 1943, possa essere riconosciuta la stessa dignità di coloro che, permanendo nelle truppe regolari dello Stato Italiano ovvero scegliendo di combattere nelle fila delle Formazioni Partigiane al fianco delle truppe Alleate e per la Liberazione dalla occupazione Nazifascista, scelsero di servire la Patria e lo Stato (che valgono sempre di più dei propri rappresentanti – siano essi tali per volontà del Popolo Sovrano o per “volontà di Dio e della Nazione” – e delle loro eventuali responsabilità per qualsivoglia nefandezza) mettendo a rischio la propria vita e quella dei propri familiari, e spesso furono consegnati dagli avversari della RSI alle torture e violenze feroci del sistema repressivo nazista, privo di qualsiasi umanità e rispetto per i Diritti Fondamentali della Persona Umana. In violazione di qualsiasi statuizione e convenzione sottoscritta pur in condizioni di belligeranza.

Non è in discussione la comune pietà con cui è sempre possibile (se non doveroso) accomunare i morti di fronti contrapposti. Questo aiuta e costruisce una effettiva riconciliazione. Recentemente ciò è avvenuto anche tra il Popolo Americano e quello Vietnamita dopo un conflitto devastante, come d’altra parte lo stesso regime franchista aveva eretto un mausoleo dedicato a tutti i caduti della feroce Guerra Civile che vide contrapposti gli uni contro gli altri i Cittadini e le Cittadine spagnoli e giovani di diverse nazioni intervenuti sui contrapposti fronti di lotta. Dunque può ben essere promosso un simile stile e sentimento di pietà condivisa per i caduti ed  un simile atteggiamento di riconciliazione nazionale anche in questo nostro Paese.

Ma in questa ultima vicenda, piuttosto che fare memoria di giovani vite consumate nella barbarie della guerra e della conflittualità fratricida, si è esaltata la scelta stessa e le motivazioni valoriali di quanti aderirono alla RSI, con uguale enfasi delle scelte e delle motivazioni dei Resistenti Italiani e di quanti nelle file dell’Esercito regolare continuarono la lotta di Liberazione della Patria e dello Stato dal NaziFascismo. Questo rende inaccettabile, e forse sanzionabile penalmente, il tono e le argomentazioni utilizzate dal Ministro per la Difesa.

Il ricordo e la memoria dei tanti torturati – i prigionieri di via Tasso ed i martiri delle Fosse Ardeatine su tutti – e delle popolazioni inermi massacrate in ripetute azioni combinate di truppe naziste e della RSI, hanno infatti subito da una simile equiparazione di valori etici e morali – come presunti e dichiarati dall’on. La Russa – una offesa inquietante ed inaccettabile.

E se la storia della civiltà umana, spesso evolutasi su conflitti acerrimi, può ben cercare una composizione a posteriori delle ragioni stesse del conflitto, questo non potrà mai significare la rinuncia a giudicare le opposte ragioni del confliggere partendo da una base condivisa di valori. E la Costituzione segna un invalicabile confine e discrimine tra ciò che può essere valutato come giusto e nobile e ciò che non lo è e non potrà mai essere giudicato come tale.

Si può infatti anche pensare che gli stessi aderenti a cosche di criminalità organizzata, avendo ritenuto che l’Antistato avesse ai loro occhi una maggiore legittimazione dello Stato Nazionale e delle sue Istituzioni, possano aver agito in buona fede nel servire le aspettative e le direttive, pur criminose, di quanti essi avvertivano come legittime espressioni di un potere statuale. Questo può forse suggerire di aver compassione per loro, specie se morti violentemente a causa delle loro attività, unitamente alla consapevolezza dello Stato di dover operare per rendere chiara anche ai loro occhi, o a quelli dei loro emuli, la maggiore superiorità dello Stato di Diritto e della Legalità Democratica.

Ma quando la loro attività criminale avesse determinato un conflitto aperto con uomini delle Forze dell’Ordine, e questo conflitto avesse a sua volta causato caduti da entrambe le parti, sarebbe ignobile, a parere degli esponenti, voler riconoscere, proprio nel giorno in cui si celebrasse la memoria del sacrificio dei servitori dello Stato (e nel nostro caso dei veri padri fondatori – uomini e donne del Popolo – della Patria costituzionale), una pari dignità alle motivazioni degli antagonisti criminali.

Così pure sarebbe se una parte di cittadini del territorio, per aspirazioni egoistiche e pretestuose, decidesse di aggredire l’unità nazionale, sancita dalla Costituzione, e proclamasse in modo unilaterale una secessione, anche con l’uso della forza e con mezzi di violenza. Nessuno, ritengono gli esponenti, potrebbe riconoscere loro una pari dignità delle motivazioni valoriali con quanti si fossero impegnati ed immolati per la difesa dell’Unità Nazionale. E tanto meno sarebbe legittimato a farlo quando si facesse memoria del sacrificio dei difensori dell’Unità del Paese.

E’ per questa serie di ragionamenti che gli esponenti (l’esponente) ritengono (ritiene) che le intervenute modifiche alla Legislazione sui reati di Attentato agli Organi Costituzionali – le quali, inserendo la clausola “con atti violenti” per la concretizzazione del reato, sembrerebbero escludere la perseguibilità per la sola espressione libera, e costituzionalmente garantita, di opinioni personali, per quanto prefiguranti una alterazione istituzionale della Repubblica – non dovrebbero costituire un ostacolo insormontabile alla applicazione di sanzioni penali, in quanto la “istigazione a compiere reati” di qualsivoglia natura permane in tutta la sua rilevanza penale. Ed a giudizio degli esponenti i concetti espressi .dal Ministro La Russa sono tali da poter ben configurare attività di istigazione, soprattutto di giovani generazioni spesso ignare della realtà storica, a sentirsi sganciati dalla fedeltà esclusiva alla Stato Costituzionale che ci è stato dato.

Così pure ritengono gli esponenti che le intervenute previsioni normative che sottraggono alla procedibilità per contestazione di responsabilità penali le più alte cariche rappresentative dello Stato durante la pienezza delle loro funzioni, non possano trovare applicabilità nelle fattispecie di reato che l’intervento pubblico del Ministro potrebbe avere concretizzato. Come d’altra parte la stessa Costituzione rende irresponsabile il Presidente della Repubblica per gli atti compiuti durante il suo mandato, fatto salvo il caso di “Alto Tradimento“.

Certo i meccanismi costituzionali non sono un moloch e sono soggetti ad eventuali interventi correttivi se supportati da larghe e qualificate maggioranze come previsto per espressa volontà dagli stessi Padri costituenti, ma i suoi valori fondanti (la Democrazia e la Legalità Democratica – conquistate come Liberazione dal regime Nazifascista -, la forma di Stato e la sua Unità, i principi e valori fondamentali inscritti nella prima parte della Costituzione) non sono soggetti a progetti politici di mutamento, violento o surrettizio che sia.

Gli esponenti chiedono infine di essere avvisati, secondo le previsioni di Legge, al domicilio di elezione ed alla sede associativa, degli orientamenti dell’Ufficio e sulle conclusioni cui il Magistrato ritenga di pervenire nel suo libero convincimento, ed ancora chiedono che – qualora venissero prefigurate dall’Ufficio responsabilità penali per le attività poste in essere dal Ministro – sia riconosciuto all’esponente, in qualità di cittadino sovrano, di potersi costituire come parte lesa nell’eventuale giudizio.

Ringrazio per la attenzione e saluto con rispetto istituzionale.

In fede.

Vs. nome e cognome

immagine di  http://www.leftyouth.it/

Roma, multe a prostitute e clienti. Il primo colpito: “Non rivoterò Alemanno”

Ordinanza del sindaco di Roma che punta sul decoro e sul codice della strada

Multa di 200 euro che presto saranno 500. Ma cominciano proteste e distinguo

Pia Covre: “Faremo ricorso al Tar”. I vigili: “Quanto deve essere corta una gonna?”

"Non rivoterò Alemanno"

Prostitute su via Salaria a Roma

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ROMA – Roma contro le minigonne delle prostitute. “Un abbigliamento indecoroso e indecente” è “motivo di distrazione”, per gli automobilisti e va multato. In attesa dell’approvazione del ddl Carfagna, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha deciso di puntare sul decoro e sul codice della strada per varare un’ordinanza contro “i clienti e chi adesca al fine di prostituirsi”.

Il provvedimento prevede una multa di 200 euro, che presto diventeranno 500. Ma già arrivano le prime proteste e le richieste di chiarimento: “Chi specificherà quanto corta deve essere una gonna affinché si manifesti inequivocabilmente l’intenzione di adescare?”, si chiede uno dei sindacati della municipale che invita “le donne di Roma a non vestirsi in maniera succinta”. Intanto le prostitute annunciano ricorso al Tar.

I primi multati. Su via Salaria e viale Togliatti, strade periferiche di Roma, anche oggi molte ragazze straniere erano “al lavoro” nonostante le multe e la penuria di clienti, fuggiti dal d-day anti meretricio. “Tanto le multe non le paghiamo”, ha commentato più di una disincantata e discinta. Un cliente, uno dei pochi colto in flagrante mentre abbordava un trans, quasi incredulo ai vigili ha urlato: “E’ proibito? Ma è una trasgressione innocua, non voterò più Alemanno”.

Codice della strada. Nell’ordinanza del sindaco di Roma Gianni Alemanno contro la prostituzione, si sottolinea che “l’attività di meretricio produce gravi situazioni di turbativa alla sicurezza stradale, a causa di comportamenti gravemente imprudenti, in violazione del Codice della strada, di soggetti che, alla guida dei propri veicoli, sono alla ricerca di prestazioni sessuali”.

L’abbigliamento. Nel provvedimento inoltre si sottolinea anche come l’uso da parte delle prostitute “di un abbigliamento indecoroso e indecente” sia “motivo di distrazione per gli utenti della strada e causa di frequenti incidenti stradali”, e si cita il Regolamento della Polizia Municipale che “prevede il divieto di atti offensivi alla decenza e alla morale”.

Rischio incidenti stradali. L’ordinanza vieta dunque nelle strade del comune di Roma, e soprattutto sulle vie consolari, “dove maggiore è il rischio di gravi incidenti stradali di contattare soggetti dediti alla prostituzione”. Inoltre vieta a chiunque di “assumere atteggiamenti, modalità comportamentali ovvero indossare abbigliamenti che manifestino inequivocabilmente l’intenzione di adescare o esercitare l’attività di meretricio”.

Alemanno. In attesa dell’approvazione del ddl Carfagna, “con il quale siamo completamente d’accordo”, spiega Alemanno, da oggi e fino al 30 gennaio, “data in cui prevediamo che il disegno di legge sia approvato”, entra in vigore nel comune di roma un’ordinanza anti-prostituzione “che verrà prorogata in caso in cui il ddl non venisse approvato”.

Le multe. “L’ordinanza – ha aggiunto il sindaco di Roma – colpisce i clienti e chi adesca ed è uno strumento per combattere la tratta della prostituzione che è una vera e propria piaga sociale”. La pena pecuniaria prevista è, al momento, di 200 euro “per un problema legato ai regolamenti che stabilisce questo tetto che è molto basso”. In realtà l’importo di questa sanzione durerà appena due settimane perchè “presenteremo un’ulteriore modifica al regolamento comunale che possa consentire di elevarla fino a 500 euro.

Multa sul posto. “Se la verbalizzazione della sanzione avverrà sul posto” dove il trasgressore verrà fermato “la multa non sarà mandata a casa”, ha detto il sindaco. Ma “chi scappa dall’intimazione non invochi il tema della privacy”.

Il racket. “Se dovesse essere accertato che una prostituta sorpresa in strada è in qualche modo oggetto di problemi sociali o vittima del racket, non sarà multata. Queste ragazze – ha spiegato Alemanno -, saranno avviate ai servizi sociali per un’opera di recupero e di assistenza”.

Il sindacato dei vigili. Critico il sindacato dei vigili Sulpm: “Chi specificherà quanto corta deve essere una gonna affinché si manifesti inequivocabilmente l’intenzione di adescare?”. Il Sulpm chiederà al sindaco di “fare una circolare chiarificatrice” e nel frattempo invita, ironicamente, “le donne di Roma a non vestirsi in maniera succinta”.

L’opposizione. “L’ordinanza del sindaco non tiene conto del fatto che ormai la maggior parte delle prostitute a Roma provenienti dall’Est, lavora con un accordo economico al 50% col protettore: quando si arriva a guadagnare oltre 500 euro a notte, è molto difficile accettare l’alternativa dell’avviamento ai servizi sociali”. E’ il commento di Monica Cirinnà, del Pd, presidente della Commissione delle Elette in Campidoglio.

Le prostituite al Tar. Il Comitato per i diritti delle prostitute, guidato da Pia Covre, promette battaglia legale contro l’ordinanza anti-prostituzione del sindaco Gianni Alemanno e del sindaco di Verona e sta valutando il ricorso al Tar. “La prostituzione non è reato – ha spiegato Pia Covre del Comitato -. Un’ordinanza, come quella di Verona, non può prevalere su una legge dello stato. Quando poi sarà approvato, se sarà approvato, il ddl Carfagna, allora le cose cambieranno. L’ordinanza di Roma non la conosciamo nel dettaglio ma da quanto abbiamo appreso, anche qui ci sono le condizioni se non altro per valutare seriamente l’opportunità di fare ricorso”.

Polemiche su ddl Carfagna. Non si placano le polemiche anche sul ddl Carfagna, al punto che lo stesso ministero, in serata, dirama una nota per precisare alcuni punti: “Sarà compito delle forze dell’ordine procedere alla identificazione dei soggetti fermati (clienti e prostitute). Alla identificazione seguirà un regolare processo, al termine del quale, l’eventuale condanna verrà eseguita al momento del rintraccio”. Ricorda inoltre, il dicastero delle Pari opportunità, che il ddl “prevede per le prostitute minorenni il cosiddetto rimpatrio assistito, che sarà ovviamente preceduto da una accurata identificazione e da un trattenimento in appositi luoghi di accoglienza. E’ di tutta evidenza come la prostituzione di strada sia organizzata, gestita e controllata da trafficanti di esseri umani, che vanno colpiti anche sottraendo loro forzosamente la fonte del profitto”.

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16 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/prostituzione-divieti/ordinanza-alemanno/ordinanza-alemanno.html?rss

I giovani di An contro Fini: “Non saremo mai antifascisti”

Il presidente di Ag Roma dopo l’appello del leader di An ad aderire ai valori della Costituzione

Iadicicco: “Noi non possiamo essere, non vogliamo essere e non lo saremo mai”

Il Pd: “Nuova testimonianza che le parole del presidente della Camera non sono condivise dalla sua base “

I giovani di An contro Fini "Non saremo mai antifascisti"

Manifestazione di Azione Giovani

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ROMA – “Ce l’ho messa tutta per trovare un motivo valido per essere antifascista ma non l’ho proprio trovato anzi ne ho trovati molti per non esserlo”, è uno dei passaggi della lettera aperta che Federico Iadicicco, consigliere provinciale del Pdl e presidente di Azione Giovani a Roma, rivolge sul sito http://www.azionegiovaniroma.org agli italiani in merito al dibattito di questi giorni sull’antifascismo. Il Pd: “Cosa ne pensa il ministro Meloni?”.

Dibattito aperto dalle parole
del sindaco di Roma Gianni Alemanno sulle leggi razziali e dal ministro della Difesa Ignazio La Russa su resistenza e Salò. Fino alle parole del presidente della Camera: “La destra politica italiana e a maggior ragione i giovani – ha detto Gianfranco Fini alla festa di Azione giovani ‘Atreju 08’ a Roma – devono senza ambiguità dire alto e forte che si riconoscono in alcuni valori della nostra Costituzione, come libertà, uguaglianza e solidarietà o giustizia sociale”.

“Circa due anni fa – scrive oggi Iadicicco -, non nel 1943, il più importante sito della rete antifascista italiana, Indymedia, pubblicò un articolo di commento a una iniziativa di Azione giovani di Roma e ritenne utile mettere vicino al mio nome anche il mio indirizzo di casa, con l’evidente intento di puntare l’indice contro di me e di indicarmi come bersaglio da colpire. Ho pensato: ‘Come potrei aderire alla cerchia dei miei aguzzini? Come potrei dichiararmi antifascista?'”.

Ed ancora: “Sono andato un po’ indietro nel tempo fra gli anni Settanta e Ottanta, comunque non nel 1943, e mi è venuto alla mente che alcune decine di ragazzi come me, che facevano quello che faccio io oggi, sono stati uccisi dall’odio degli antifascisti e francamente a quel punto sono crollato”.

“Ce l’ho messa tutta – conclude Iadicicco – per trovare un motivo valido per essere antifascista ma non l’ho proprio trovato anzi ne ho trovati molti per non esserlo. A questo punto ti prego di capirmi e con me tutti i ragazzi di Azione Giovani. Prego Dio affinché ci dia la forza di perdonare chi in nome dell’antifascismo ha ucciso giovani vite innocenti; ma cerca di comprenderci noi non possiamo essere, non vogliamo essere e non saremo mai antifascisti”.

La reazione. La presa di posizione di Iadicco scatena la reazione di Pina Picierno, ministro ombra delle politiche giovanili del Partito Democratico. “La lettera di Iadicicco, è un documento preoccupante, ma fa finalmente chiarezza. Iadicicco ci fa partecipi del suo sofferto quanto inconcludente percorso interiore per ripudiare il fascismo, che lo avrebbe portato invece a scorgere nuovi motivi per continuare ad esserne fieramente sostenitore. Non è che l’ennesima testimonianza del fatto che – continua la Picierno – purtroppo, le coraggiose affermazioni di Fini alla festa dei giovani di An non sono condivise dalla stragrande maggioranza del partito, come dimostrano le goffe precisazioni di Alemanno e La Russa. Anzi, proprio i militanti più giovani, che sabato hanno ascoltato dalla viva voce del loro leader quelle affermazioni, ne prendono nettamente le distanze”.

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16 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/politica/alemanno-razziali/ag-mai-antifascisti/ag-mai-antifascisti.html?rss

Al Qaida si ramifica nel Maghreb. Scontri a Gaza con Hamas

 Algeria, Algeri, palazzo governo, foto ANsa

Algeri, palazzo del governo
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Una battaglia strana quella scoppiata a Gaza lunedì notte e martedì mattina, sanguinosa – 11 morti e 40 feriti – e diversa dai soliti scontri a fuoco che hanno impegnato negli anni o Hamas e l’esercito israeliano o Hamas e le milizie di Fatah. Questa volta ad impegnare in un combattimento le forze di sicurezza di Hamas sono stati gli uomini di una famiglia: del clan Doghmush. Si tratta di una famiglia che intrattiene rapporti ravvicinati con miliziani islamici e bande criminali locali, e che lo scorso anno era stata addirittura coinvolta nel rapimento di un giornalista della Bbc. Lunedì, la polizia di Hamas aveva circondato la casa dei Doghmush, dopo che membri del clan avevano ucciso un agente e resistito all’arresto. Da lì è nato lo scontro a fuoco che ha fatto 11 vittime, tra cui anche due passanti. Hamas sostiene che tra i morti c’è anche un membro dell’Esercito dell’Islam, una organizzazione legata ad Al Qaida.

Di certo c’è che negli ultimi tempi viene segnalata da più parti una diffusione della presenza di organizzazioni in qualche modo legate alla rete di Osama Bin Laden, ad esempio in Libano nei campi palestinesi della zona meridionale, quella dove finora più forte era stata casomai la presenza di Hezbollah – ora entrato nella compagine di governo a Beirut – o in Algeria. Da un giornale algerino – El Khabar – viene la notizia dell’arrestato del responsabile del rifornimento di armi da guerra e di armamenti pesanti all’organizzazione di Al Qaeda nel Maghreb islamico. L’uomo, Massoud Aouissat, noto per essere il braccio destro del leader dell’organizzazione terroristica e padre di quattro figli, sarebbe stato adescato da Al Qaida che gli avrebbe offerto un appartamento sulla costa Est dall’Algeria per convincerlo ad arruolarsi nelle sue fila. E lo stesso giornale, nel suo sito, afferma che un gruppo armato legato ad Al Qaida è responsabile dell’assalto e dell’uccisione di 12 soldati in Mauritania, al confine con il Sahara occidentale.

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Pubblicato il: 16.09.08

Modificato il: 16.09.08 alle ore 19.57

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79033