Archivio | settembre 20, 2008

Costituente a sinistra, primo incontro con Fava e Vendola

di Rachele Gonnelli

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 Nichi Vendola, foto ANSA
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Attorno ad un lungo tavolo ovale, ospiti della Casa internazionale delle Donne a Roma – luogo storico del movimento femminista – si riuniscono sabato, per la prima volta dopo la lunga estate di congressi e liti furibonde, gli stati maggiori della sinistra un tempo arcobaleno.
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Si fonda  proprio attorno a quel tavolo, la nuova casa della sinistra. «È la prima pietra», dice il segretario della Sinistra democratica Claudio Fava. Ma la forma è ancora poco più che un abbozzo, la giornata di discussione a porte chiuse un incontro poco più che «seminariale». E Nichi Vendola, governatore della Puglia, preferisce parlare, più che di prima pietra, dell’inizio di un «percorso» per ricostruire «una sinistra che prenda atto della sconfitta anche culturale» e torni a aggregarsi nel sociale, «nei territori». Insomma ad esistere e ad avere voce.
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La sfumatura tra la «pietra» di Fava e il «percorso» di Vendola in verità è lieve. L’esperienza del cartello elettorale della Sinistra Arcobaleno uscita senza neppure un parlamentare dalle urne viene archiviata da entrambi in modo netto. E anche la prospettiva delle scadenze elezioni – sia il turno primaverile delle amministrative sia le europee con o senza soglia di sbarramento- è evocata solo come «punto di arrivo».
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Così, da questa prima riunione della «costituente della sinistra» non esce nessun coordinamento o organigramma. Solo un comunicato in cui si parla di «orizzonte nuovo» ma anche di «nuove pratiche e linguaggi». Più un calendario per le successive tappe che dovranno portare a questo processo di riaggregazione.
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La prima tappa è prevista già per sabato prossimo, 27 settembre, sempre a Roma, quando alla festa dell’area vendoliana di Rifondazione – a Garbatella – molti degli stessi oratori della riunione seminariale si troveranno a parlare in pubblico, cercando di entrare in collegamento anche con l’iniziativa delle “Cento Piazze” della Cgil. Poi, nell’agenda a breve, ci sarà la manifestazione nazionale convocata ancora una volta a Roma  il prossimo 11 ottobre.
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Per ora la «costituente» è animata, oltre che da Sd e vendoliani di Rifondazione – che comunque non vogliono concepirsi come corrente interna al Prc ma si identificano in qualcosa di più «largo e plurale» – anche da personaggi politici e del mondo della cultura e dello spettacolo: da Moni Ovadia a Ascanio Celestini e da Alberto Asor Rosa a Rita Borsellino. C’è uno spezzone dei Verdi, con l’ex sottosegretario Paolo Cento, e c’è l’area dissidente del Pdci, da Katia Belillo all’europarlamentare Claudio Guidoni. E molti altri, tra i quali anche Achille Occhetto, Aldo Tortorella, Fabio Mussi.
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In mattinata alla prima riunione ha partecipato anche il segretario della Fiom Gianni Rinaldini che poi però ha dovuto abbandonare la discussione per andare a Gubbio, alla Festa nazionale della corrente di Rifondazione che fa capo a Claudio Grassi – “Essere comunisti” – dove era chiamato come oratore a un dibattito sempre sulla crisi della sinistra -dal titolo emblematico: “Ricominciare a sinistra, come e da dove?” – insieme a Oliviero Diliberto e Paolo Ferrero.
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Il progetto di costituente di cui hanno iniziato a tessere la tela Fava e Vendola però al momento esclude sia il segretario del Pdci Diliberto sia quello di Rifondazione Ferrero. Anche se di fronte a una soglia di sbarramento per le elezioni europee tra il 3 e il 5 percento, secondo la modifica della legge elettorale che la maggioranza di centrodestra sembra orientata a voler approvare, potrebbe portare a rimescolare le carte. Per ora prevalgono i netti distinguo usciti dai congressi dei partiti. «La nostra idea di sinistra – spiega Fava – non sarà un’opzione minoritaria».
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Vendola è persino più duro nel giudizio. «Non riesco a pensare che resti solo una opposizione di corto respiro e in stato confusionale o una che si rinchiude in recinti e in invocazioni di una identità nostalgica». Per lui è fondamentale intanto guarire dal «torcicollo», da una sindrome che vede la sinistra innamorata solo del proprio passato, una sinistra ideologica che essendo «finita in un dirupo» «cerca solo di sopravvivere» aggrappata a vecchi simboli e richiami ideologici. Oltretutto sbagliati. «Io non posso partecipare a un corteo dove si suonano inni che riportano a un passato stalinista -chiarisce-. Non credo a una lettura solo storiografica dello stalinismo, non credo più, e ci ho creduto ma ora non più, a una ideologia giustificazionista rispetto a certi eventi storici, la rottura deve essere netta».

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Pubblicato il: 20.09.08
Modificato il: 20.09.08 alle ore 20.14

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79177

Rom, il governo dimentica i soldi per l’integrazione

di Marco Filippetti

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campo nomadi, sgombero
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«Una situazione che insulta la dignità umana». Così il Presidente della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento europeo Gerard Deprez, ha commentato lo stato di degrado in cui versava il campo nomadi del Casilino 900 a Roma durante la sua visita ufficiale di venerdì scorso. «Mi hanno detto che alcuni vivono qui da 35 anni – dice il Presidente – Mi chiedo come sia possibile: mancano le più elementari norme igieniche, non c’è l’elettricità».

Nel campo rom piu grande d’Italia, oltre l’elettricità, manca l’acqua potabile e le baracche sono in uno stato pietoso. Piove dentro ed il freddo della notte è l’unico ospite sicuro. Il Comune di Roma è latitante da mesi come ci dice Najo Adzovic , uno dei portavoce del campo. «Il campo sta qui da piu di 40 anni e mai è stato così trascurato. Oggi non abbiamo neanche i servizi primari». Continua Adzovic: «Non abbiamo acqua potabile e le cooperative sociali che lavoravano con noi non hanno soldi per continuare le attività. Siamo soli e senza un euro. Il Comune si deve muovere per portarci l’acqua, i servizi sanitari ed i trasporti per mandare i nostri figli a scuola»

Dalle parole di Adzovic e soprattutto del Presidente Deprez, sembra che la vera “emergenza nomadi” paventata dal governo, sia quella delle condizioni in cui versano i campi. Isolati dal tessuto sociale delle città e completamente abbandonati a se stessi.

Dove sono i soldi che il governo dice di aver stanziato per i rom? Secondo l’eurodeputato di Rifondazione Comunista Vittorio Agnoletto, presente al Casilino 900 venerdì, «il ministro Roberto Maroni nell’incontro del pomeriggio (quando la delegazione dei parlamentari Ue, guidata da Deprez, ha fatto una serie di incontri istituzionali tra cui il sindaco di Roma Gianni Alemanno ed il Prefetto di Roma Carlo Mosca) ci ha detto che per la schedatura etnica dei rom che si concluderà il 15 ottobre , sono stati investiti 3 milioni di euro», continua Agnoletto. «Non un euro per i servizi sociali e per migliorare le condizioni dei campi nomadi nel nostro Paese».

Altro mistero è la questione dei fondi strutturali
che la Commissione Ue mette a disposizione per l’integrazione del popolo rom ogni anno per ciascun stato membro. La direttiva 43 del 2000 garantisce ai rom e ai sinti il diritto all’assistenza sanitaria, al lavoro e all’alloggio. Dei 275 milioni di euro stanziati l’Italia non ne ha chiesti neanche uno ( a differenza ad esempio di Spagna, 52 milioni e Polonia, 8,5 milioni). Ad affermarlo è direttamente il presidente della Commissione Europea Manuel Barroso in un’intervista pubblicata da “La Repubblica”.

In un articolo su “Le Monde” del 18 settembre
anche il magnate ungherese George Soros, noto difensore dei diritti dei rom, lancia un monito alla Ue sulla condizione dei nomadi in Europa (in particolare in Italia, prendendo il caso simbolo del “rogo di Ponticelli” dello scorso maggio) e sulla scarsa elargizione dei fondi per l’integrazione dei zingari e per la loro autonomizzazione. Soros è presidente di una fondazione, la Op Society Foundation che finanzia progetti per l’integrazione dei rom. Dall’inizio della sua attività la fondazione ha gia investito ben 70,70 milioni di euro per le politiche integrative. Il magnate ungherese a conclusione del suo appello chiede alla Commissione Ue di «riunire le risorse politiche, intellettuali ed economiche per mettere fine a questa vergognosa situazione che dura ormai da troppo tempo e che rappresenta uno dei fallimenti più gravi dell’Unione Europa, come società aperta». Conclude Soros «di investire maggiori fondi strutturali per la più grande minoranza etnica d’Europa». L’Italia intanto potrebbe cominciare da quelli che gia ci sono.

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Pubblicato il: 20.09.08
Modificato il: 20.09.08 alle ore 19.35

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79175

Colonia si ribella alla xenofobia: Vietata la manifestazione islamica

Il contatto tra gli autonomi che protestavano e le forze dell’ordine ha provocato il divieto

Erano previste 2.000 adesioni europee, si sono presentati poche decine di naziskin italiani

Ha preso la parola solo Borghezio, subito interrotto dallo stop della Polizia
La risposta civile della città. Il borgomastro: “Non c’è posto per razzismo e intolleranza”

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dal corrispondente ANDREA TARQUINI

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Colonia si ribella alla xenofobia  vietata la manifestazione islamica
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COLONIA – I populisti di destra, gli xenofobi, gli antiislamici, di tutta Europa hanno incassato in Germania la loro Stalingrado. La “conferenza contro l’islamizzazione” indetta qui dal movimento ‘Pro Koeln’ (per Colonia) e con la partecipazione di gruppi e partiti ultrà di tutto il continente, è stata proibita all’ultimo istante per imperativi di pubblica sicurezza dopo che la città intera si era mobilitata con cortei, sit-in e blocchi stradali per sbarrare il passo ai populisti sulla via della piazza del mercato, luogo previsto per il loro comizio.

“E’una vittoria di Colonia, città tollerante dove abita gente di 180 etnie e oltre venti religioni, ma città che ha tolleranza zero contro l’eurofascismo”, ha detto esultante il sindaco democristiano (Cdu, il partito della Cancelliera Angela Merkel) annunciando il divieto ai manifestanti democratici in piazza.

Si è conclusa così, con uno smacco dell’euroultradestra, la giornata che aveva fatto temere il peggio, la giornata che si preannunciava segnata da ore di violenze, tumulti etnici e guerriglia urbana tra estremisti di destra e di sinistra. Con l’appoggio del governo federale di Berlino, il borgomastro e la polizia hanno all’ultimo momento vietato il raduno convocato prima di tutto per condannare la decisione (appoggiata dal borgomastro) di costruire a Colonia una nuova, modernissima moschea che sarà la più grande di Germania.

VIDEO: DALL’INVIATO ALESSANDRA LONGO

La giornata era iniziata alle 9 del mattino, quando migliaia e migliaia di dimostranti anti-populisti avevano cominciato a radunarsi a Piazza Papa Roncalli, sul lato destro del maestoso, gotico duomo cattolico di Colonia. Militanti democristiani e socialdemocratici, verdi, sindacalisti, operai metalmeccanici, minatori della Ruhr, giovani venuti in treno o in autostop da ogni parte della Germania, avevano risposto all’appello del borgomastro Schramma e dei sindacati. Schramma, l’eroe della giornata, è stato il primo oratore. Ha detto che “a Colonia non c’è posto per razzismo, intolleranza, discriminazione e ogni odore di fascismo”, ha aggiunto che “a questa cricca marcia di eurofascisti noi possiamo indicare solo la porta d’uscita e cacciarli, non sono i benvenuti”. Fin da ieri venerdì, la resistenza passiva della città aveva reso la vita difficile ai manifestanti populisti: tassisti e conducenti di bus a noleggio si erano rifiutati di prenderli a bordo, ristoranti e alberghi hanno disdetto le loro prenotazioni.

A Piazza Roncalli ci sono stati i primi scontri tra polizia e gruppetti di autonomi e di black bloc che contestavano l’iniziativa xenofoba da posizioni estreme. Alcuni giovani hanno tentato di rubare la pistola d’ordinanza a un agente, la polizia ha subito reagito. Gruppi di estremisti hanno puntato su Heumarkt, la piazza del mercato luogo previsto del raduno di destra. La piazza già era bloccata da cordoni di dimostranti pacifici, gli autonomi hanno attaccato la polizia che ha reagito. Decisa ma senza esagerare, senza andare all’escalation. Manganelli e cariche a cavallo per contrattaccare, ma niente lacrimogeni né pestaggi. Intanto la piazza restava chiusa, solo pochissimi militanti di destra riuscivano ad arrivarci. E la tensione in strada restava alta. A quel punto è giunta la decisione di vietare il raduno. E all’euroultradestra non è restato che cercare la strada verso la stazione centrale o l’aeroporto.

In piazza, per il comizio,
era arrivato solo l’eurodeputato leghista, Mario Borghezio. Ha potuto pronunciare solo qualche parola, poi l’audio è stato spento e anche lui è dovuto scendere dal palco. Borghezio se n’è andato urlando: “Europa cristiana, mai muslmana” e sibilando: “La decisione delle autorità tedesche di impedire la manifestazione ‘stop Islam’ indetta dal comitato Pro-Koeln conferma pienamente la nostra tesi: siamo di fronte a una strategia islamista di criminalizzazione di chiunque osi parlare”.

Alla manifestazione dei democratici
erano presenti anche politici dell’opposizione italiana: c’erano Laura Garavini, eletta deputato nelle liste europee del Pd, Eugenio Marino, responsabile pd per l’emigrazione italiana, e Rossella Benati della comunità italiana di Colonia. Hanno portato la loro bandiera, sono saliti in tribuna, hanno detto “La nostra presenza qui è contro la xenofobia e il razzismo, e per l’identità multiculturale”. La Benati ha aggiunto: “I nostri padri venendo qui da emigrati vissero la discriminazione, oggi i bambini tedeschi giocano insieme ai bambini figli di immigrati”. Schramma accogliendoli sul palco li ha abbracciati, li ha salutati come simbolo dell’altra Italia.
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20 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/esteri/colonia-moschea/colonia-manifestazione/colonia-manifestazione.html?rss

ROMA – Vendono pane a un euro al chilo, distribuiti otto quintali in un’ora

Inziativa dei ‘Gruppi di acquisto popolari, supportati da associazioni cittadine e gruppi dei centri sociali. Tagliati i costi di trasporto

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Roma, pane a un euro al chilo Roma, 20 settembre 2008 – Pane a un euro al chilo. E’ questo il prezzo applicato questa mattina, in diversi quartieri di Roma, dai ‘Gruppi di acquisto popolari’ che, in meno di un’ora, hanno venduto otto quintali di prodotto. A prendere d’assalto i banchetti sono stati in particolare giovani coppie e anziani.

L’iniziativa, portata avanti anche grazie al supporto di diverse associazioni di cittadini e gruppi dei centri sociali, aveva lo scopo di promuovere ”un paniere diversificato e calmierato affinché le persone in difficoltà e con redditi bassi comprano beni di prima necessità a prezzi sostenibili”. E’ stato possibile vendere il pane alla metà del prezzo medio della Capitale ”perché sono stati tagliati i costi di trasporto”.

”Abbiamo intenzione di distribuire in futuro anche altri beni di prima necessità, come già ci è stato chiesto dai cittadini, per esempio pasta o latte a 1 euro al litro”, ha detto una rappresentante di Action, Simona Panzino.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/09/20/119704-vendono_pane_euro_chilo.shtml

Camorra al nord, perquisito l’Espresso: “Pesante intimidazione, andiamo avanti”

La Fnsi: “E’ un’azione invasiva grave e sconcertante”

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Camorra al nord, perquisito l'Espresso "Pesante intimidazione, andiamo avanti" ROMA – La Guardia di Finanza sta perquisendo in questi minuti, per ordine della procura di Napoli, la redazione del settimanale l’Espresso, a Roma e le case di tre giornalisti. La perquisizione sarebbe motivata dalla ricerca di prove sui responsabili di presunte fughe di notizie relative all’inchiesta con il titolo “Gomorra al Nord” pubblicata sul numero in edicola da Giuliano Di Feo ed Emiliano Fittipaldi. Per i due giornalisti è la seconda perquisizione a distanza di una settimana (la prima era già avvenuta dopo la pubblicazione nel numero precedente del settimanale di un servizio di copertina sui rifiuti a Napoli dal titolo (“Cosi’ ho avvelenato Napoli“).

Le Fiamme gialle sono arrivate anche a casa Claudio Pappaianni, collaboratore dell’Espresso che non ha firmato tra l’altro nessun articolo dell’inchiesta. A quanto risulta, sono stati sequestrati il pc dell’abitazione e il computer portatile utilizzati dallo stesso Pappaianni.

In una nota la direzione del settimanale parla “di una seconda pesantissima azione di intimidazione da parte della procura di Napoli” assicurando ai lettori “che il settimanale continuerà nella sua opera di puntuale informazione e denuncia e che non si farà intimidire da spettacolari e gravi iniziative della magistratura tese a limitare la libertà di informazione”.

Molto critico anche il cdr del settimanale. “Nelle perquisizioni di oggi, offensivi per il lavoro dei nostri colleghi sono apparsi i modi con cui l’intervento della Guardia di Finanza è stato effettuato. Gli agenti, che hanno sequestrato i computer di Di Feo e Fittipaldi, si sono presentati in redazione di sabato, un giorno dopo l’uscita in edicola. Ci chiediamo se il ritardo non sia legato all’obiettivo di trovare gli uffici sguarniti per poter operare con mani più libere. Alla luce di queste considerazioni, ci domandiamo se anche in Italia abbiano valore le sentenze europee che tutelano la libertà di stampa. E invitiamo le istituzioni che credono nei valori democratici, a partire dal Presidente della Repubblica, a difendere l’esercizio del diritto di cronaca”.

Solidarietà al settimanale è arrivata anche segretario generale della Fnsi, Franco Siddi, che parla di una “azione invasiva grave e sconcertante”. “La gravità e lo sconcerto – continua Siddi – è data anche dal fatto che la perquisizione avviene a redazione chiusa in assenza dei colleghi nei confronti dei quali è condotta l’indagine. C’è da chiedersi cosa valgano le ripetute sentenze della corte di Cassazione che hanno giudicato illegittime azioni di questo tipo in quanto arrecano potenziali e reali limitazioni alla libertà di stampa”.

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20 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/espresso-inchiesta/espresso-inchiesta/espresso-inchiesta.html?rss

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L’ARTICOLO ‘INCRIMINATO’

Gomorra fronte del nord

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Bologna, Modena, Parma, Reggio: è la nuova terra di conquista dei casalesi. Il pentito Bidognetti descrive l’assalto camorrista. Con il gioco d’azzardo, il racket, l’ingresso nei cantieri. E con la sfida dei padrini campani a Felice Maniero: ‘Fatti da parte’

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di Gianluca Di Feo e Emiliano Fittipaldi

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L’arresto di Francesco Schiavone detto ‘Sandokan’
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Tra la via Emilia e il West, nella Modena cantata da Francesco Guccini, c’è gente che le pistole le usa davvero. “Gli interessi dell’organizzazione dei casalesi si estendono oltre la provincia di Caserta, anche ai territori dell’Emilia-Romagna, e in particolare alle province di Modena, Reggio Emilia e Bologna. L’interesse dei casalesi e la loro presenza sul territorio inizia sin dalla fine degli anni Ottanta, ma in realtà molti miei concittadini, per motivi attinenti ad attività da loro prestate, in modo particolare nel settore edile, si trasferirono in Emilia già negli anni ’70. Oggi si può dire che, vista la numerosa presenza di casalesi in quella zona, Modena e Reggio Emilia corrispondono a Casal di Principe e San Cipriano D’Aversa….”.

Domenico Bidognetti è stato un protagonista del romanzo criminale che in vent’anni ha portato i camorristi di tre paesini alla costruzione di un impero. Lui Gomorra l’ha vista crescere e prosperare. È cugino del padrino Francesco Bidognetti, quel Cicciotto ‘e Mezzanotte che anche dal carcere ha dominato l’ascesa dei mafiosi campani. La sua collaborazione con i magistrati, che va avanti da un anno, sta svelando nuove dimensioni della conquista casalese. Partendo dall’occupazione di quelle province del Nord dove maggiore era la prospettiva di guadagno e minore il rischio di entrare in guerra con le cosche siciliane e calabresi, radicate in Lombardia e Piemonte: l’Emilia-Romagna, appunto, e parte del Veneto. Con il sogno proibito di mettere un piede a Milano, realizzando quell’assalto alla capitale morale già tentato da Raffaele Cutolo nei primi anni Ottanta.

Giochi d’azzardo
Il contagio avviene sempre partendo dai soldi. Prima le bische e gli investimenti immobiliari. Solo in una seconda fase si mettono sul tavolo le armi e la violenza per imporre il racket. Con un obiettivo strategico: entrare nel giro delle grandi opere, trasferendo sopra la linea gotica gli accordi con le aziende padane collaudati nei cantieri campani dell’Alta velocità. Si comincia quindi dall’industria dell’allegria. Bidognetti elenca night e ristoranti gestiti dagli affiliati, racconta della spartizione del territorio con i calabresi e con il boss del Brenta Felice Maniero, parla delle mazzette estorte ai costruttori Pizzarotti di Parma, in un’Emilia inedita in cui i camorristi sembrano muoversi come fossero a casa loro.

Rivelazioni pagate a caro prezzo
Il padre di Bidognetti è stato assassinato tre mesi fa. Lui invece è andato avanti. Le sue parole intersecano e completano anni di indagini della Procura antimafia di Napoli, che già hanno svelato la penetrazione della famiglia Zagaria a Parma. Ma anche l’altro collaboratore di giustizia, Gaetano Vassallo, fornisce retroscena illuminanti sui traffici di cocaina tra Riviera romagnola e Costa domiziana, completando l’affresco dell’arrembaggio malavitoso.

Soldi facili
La scoperta della terra promessa avviene secondo il modello classico: il soggiorno obbligato. Un capoclan spedito dai giudici a Modena fa di necessità virtù criminale: sfrutta le colonie di emigrati campani onesti per imporre il modello camorrista. “Accadeva tra l’89 e il ’90. All’epoca noi ritenevamo questa zona molto sicura, una sorta di fortezza. Sui casalesi e i sanciprianesi residenti lì esercitavamo pressioni, quando eravamo a Modena o Reggio per latitanza o provvedimenti di natura giudiziaria”. Domenico Bidognetti si trasferisce in Emilia una prima volta a 15 anni: è apprendista di una ditta casertana, ma dopo tre mesi torna indietro “perché mi sentivo sfruttato”.

Scopre così che ci sono soldi molto più facili. Le bische, ad esempio, e i videopoker che i casalesi decidono di gestire “in regime di monopolio”. La rete che unisce Caserta, Modena e Reggio frutta oltre 200 milioni di lire al mese, che i boss venuti dal Sud non vogliono dividere con nessuno. “Venimmo a sapere che c’era un gruppo riconducibile a Felice Maniero e a un calabrese che volevano inserirsi in quell’attività. Decidemmo di incontrare il Maniero, e da Casal di Principe partì una squadra di notevole spessore criminale”: una delegazione che somma diverse condanne all’ergastolo. Due auto con pezzi da novanta come i cugini Bidognetti, Raffaele e Giuseppe Diana e l’imprendibile latitante Antonio Iovine. “Nell’incontro imponemmo a Maniero di lasciar perdere. Quando tornammo, mio cugino Cicciotto commentò l’inutilità del loro intervento, dando del ‘drogato’ a Maniero”. L’atteggiamento cambia nei confronti della ‘ndrangheta. I padrini casertani si fanno più rispettosi e stringono patti. Le zone dove incassare il racket vengono divise in base alla provenienza: ognuno impone il pizzo a negozianti e ditte create in Emilia da emigrati della zona d’origine, riproducendo al Nord omertà e regole di casa. È una situazione paradossale: nella gogna finiscono imprenditori che avevano lasciato il Sud proprio per sfuggire alla prepotenza dei clan. Per i boss invece le spedizioni hanno parentesi felici: nei ristoranti e nei night emiliani non devono chiedere, tutto viene offerto, tutto è gratis. “Tirammo fuori solo una mancia per le ragazze che ci avevano intrattenuto…”.

Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere

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Caccia all’uomo
Le faide si spostano spesso da Caserta al Nord. Bidognetti descrive inseguimenti nella nebbia e vendette incrociate lungo la direttrice dell’Autosole. C’è il pedinamento nel centro di Modena condotto durante i giorni di Natale: dopo lunghi appostamenti, il bersaglio viene sorpreso in una piazzetta, ma all’ultimo momento arriva un’auto e i killer rinunciano a colpire. Solo un rinvio: la condanna verrà poi eseguita ad Aversa. A Modena ci sono parenti fidati che custodiscono le armi e altri designati come autisti per la conoscenza dei luoghi. Ma al volante non si dimostrano all’altezza: uno degli agguati fallisce proprio perché la vittima riesce a seminare il commando. Le sentenze nascono anche da semplici sospetti. Uno degli ambasciatori delle famiglie si vanta di guidare senza patente e non temere i controlli della polizia. E due boss venuti da Caserta per incontrarlo vengono invece bloccati dagli agenti: quanto basta per qualificarlo come infame e decretarne l’esecuzione.

La legge del clan
Il pentito non lesina dettagli. Elenca i capi militari a cui era affidata la custodia del fronte Nord. “Nel 1995 Francesco ‘Sandokan’ Schiavone ci rappresentò la necessità di sottoporre a estorsione non solo i commercianti casertani, ma anche quelli non campani, come ad esempio gli emiliani. Per noi fu una novità: sino ad allora le estorsioni venivano praticate solo a danno di imprenditori che realizzavano grossi appalti”. La richiesta è legata a un momento di grande crisi economica del clan, con le prime operazioni antimafia che avevano fatto finire in cella capi e gregari e quindi la necessità di mantenere le famiglie. Anche in questo caso c’è un’osmosi tra le attività campane e quelle emiliane. Le commesse pubbliche più importanti a Caserta andavano spesso a colossi del Nord, che poi accettavano la legge dei camorristi, concedendo quote di lavoro e mazzette cash. Il collaboratore ripercorre la storia della Pizzarotti di Parma, che scese a patti per la costruzione del nuovo carcere di Santa Maria Capua Vetere, destinato a custodire proprio i camorristi. Un appalto da 82 miliardi di lire, portato avanti dal ’93 in poi, quando Mani Pulite aveva azzerato i cantieri settentrionali. A vincerlo è un consorzio guidato dalla celebre coop ravennate Cmc e dalla Pizzarotti. Gli emissari delle aziende emiliane e i loro geometri vennero intimiditi con schiaffi, percosse e pistole spianate. “Partecipai a una riunione con l’ingegnere della Pizzarotti per sollecitare i lavori che spettavano a una delle nostre ditte di fiducia”. I boss ottengono un duplice vantaggio: denaro in nero, pagato attraverso giri di fatture false, e contratti leciti per entrare in una dimensione imprenditoriale.

Scacco alle due torri
“Anche a Bologna da tempo i casalesi hanno propri interessi economici”. Bidognetti però sugli investimenti non sa essere più preciso: è un uomo d’azione, che ricorda tutto delle pistolettate, ma non ha amministrato capitali. Sul riciclaggio sotto le due torri gli investigatori lavorano da tempo nel segreto. Ma le indagini hanno già smantellato parte della rete creata a Parma dagli Zagaria, assieme ai Bidognetti e agli Schiavone la terza grande famiglia casalese: lì si erano uniti a immobiliaristi locali, trovando agganci nella politica cittadina e sfiorando il colpo grosso. Uno degli Zagaria riesce a incontrare Giovanni Bernini, leader emergente di Forza Italia e presidente uscente del consiglio comunale ma soprattutto consigliere dell’allora ministro Pietro Lunardi. Dalle intercettazioni emerge come la ricerca di un contatto con Lunardi e con i costruttori parmensi fosse quasi un’ossessione per gli Zagaria. Non è un caso. Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna scandiscono l’asse delle opere più

importanti in ballo: l’Alta velocità, le tangenziali, le nuove corsie dell’autostrada. Un Eldorado di cantieri e subappalti che hanno tentato in tutti i modi di infiltrare. Finora non c’è prova che ci siano riusciti. Ma i padrini casertani contano sul fattore protezione: quasi tutti i colossi italiani hanno costruito nel territorio chiave tra Roma e Napoli. Dove avrebbero ricevuto dai casalesi servizi importanti: sicurezza, manodopera a basso costo e pace sindacale. Il tutto in cambio di subappalti, portati a termine con efficienza. Un contratto che molti manager settentrionali hanno trovato vantaggioso.

La dama bianca
In Romagna i casalesi scoprono anche delle professionalità innovative. Ne parla Gaetano Vassallo, ‘il ministro dei rifiuti’ della camorra, descrivendo l’ammirazione del clan per un narcos romagnolo, che apre una nuova rotta per i rifornimenti di cocaina dal Sudamerica. Un personaggio che viene subito ammesso nella cerchia che conta per la capacità di far entrare fiumi di droga attraverso tanti corrieri insospettabili: dieci chili a settimana, 40 al mese. Li chiamavano ‘criature’, ossia bambini. Ma l’amico della Romagna era anche in grado di fornire rifugi sicuri per i latitanti che volevano stare alla larga dalle retate e dai killer avversari. Quando il clima ad Aversa e a Casal di Principe si faceva teso, quale migliore esilio che il divertimentificio adriatico?

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LA FINANZA PERQUISISCE LA REDAZIONE PER LA SECONDA VOLTA
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LEGGI:

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18 settembre 2008

fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Gomorra-fronte-del-nord/2041523&ref=hpstr1

EFFETTO MOZART – La musica di Mozart, e non solo, aiuta lo sviluppo intellettivo

Created by Kathy Yoshimura

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LA MUSICA COME ABILITA’ COGNITIVA

Sappiamo che la musica aiuta a strutturare il pensiero e il lavoro delle persone nell’apprendimento delle abilità linguistiche, matematiche e spaziali; soprattutto l’intelligenza musicale influisce sullo sviluppo emotivo, spirituale e culturale più di altre intelligenze. Meno risaputo è che la musica possa influenzare l’organismo modificando lo stato emotivo, fisico e mentale: tale fenomeno viene denominato ‘effetto Mozart‘.

John A. Sloboda; Wolfgang Amadeus Mozart; Alfred Tomatis

Uno dei maggiori studiosi del suono dal punto di vista medico, Alfred Tomatis, dichiara che Mozart è un’ottima madre, provoca il maggior effetto curativo sul corpo umano.
L ‘Effetto Mozart’ riesce ad agire essenzialmente come tecnica psicologica nella modificazione di problemi emotivi e può modificare le varie patologie di cui è affetto l’essere umano: è un’eccellente tecnica di comunicazione ma anche un aiuto ad altre tecniche terapeutiche.
Prima di analizzare questo ‘effetto curativo musicale’ bisogna conoscere quali processi psicologici si innescano nella mente musicale, che rapporto sussiste tra musica e linguaggio e quali localizzazioni cerebrali sono specifiche delle abilità musicali. Specificamente, i problemi psicologici insiti nella comprensione musicale, vanno affrontati in termini di processi cognitivi facendo riferimento all’opera di John A. Sloboda, psicologo sperimentale: egli analizza la componente cognitiva insita nella comprensione e nell’apprezzamento di un fatto musicale; tale processo di apprendimento è concepito in due fasi:
le abilità musicali si costruiscono sulla base di capacità e tendenze innate, troviamo prima un insieme comune di capacità primitive poi subentra un bagaglio di esperienze che la cultura fornisce , con la crescita, ai bambini. L’educazione sembra contribuire ad un approfondimento delle conoscenze e ad un miglioramento dei risultati all’interno di una certa abilità ma non ha implicazioni particolarmente ampie per la formazione dell’intero sistema cognitivo

IL LINGUAGGIO MUSICALE

Linguaggio e musica sono caratteristiche della specie umana e appaiono universali in tutti gli uomini; nel linguaggio esistono componenti minimali privi di significato (fonemi), che vengono utilizzati per creare componenti minimi che posseggono un significato (morfemi), i quali, a loro volta, vengono usati per formare parole e frasi. Nella musica si trovano le note che sono, in sé, prive di significato e che vengono usate per creare intervalli e accordi , cioè il materiale utilizzato per strutturare temi e frasi musicali.

  • sia la musica che il linguaggio sono sistemi di comunicazione universali fra gli uomini;
    entrambi i linguaggi usano, fondamentalmente, lo stesso canale uditivo-vocale;
  • ambedue possono produrre un numero illimitato di frasi;
  • i bambini imparano tutti e due i linguaggi, esponendosi agli esempi prodotti dagli adulti;
  • esiste una forma scritta;
  • in entrambi i linguaggi è possibile distinguere una fonologia (componenti del linguaggio), una sintassi (le regole per combinare fra loro le componenti) e una semantica (attribuzione di significato ai prodotti del linguaggio).

Legame perpetuo tra musica e linguaggio può essere suggerito da un’analisi della suddivisione del cervello: il piano temporale, situata nel lobo temporale della corteccia cerebrale è l’area del cervello che sembra essere associata all’elaborazione del linguaggio e sembra anche che ‘classifichi i suoni’.

BIOLOGIA DEL PENSIERO MUSICALE

Le componenti delle abilità musicali, come di ogni altra abilità cognitiva, hanno precise localizzazioni cerebrali. L’orientamento biologico della psicologia cerca di spiegare il comportamento umano in termini di operazioni del cervello e del sistema. Non dobbiamo dimenticare, nell’analisi biologica del pensiero musicale, il ruolo cardine svolto dall’orecchio o, meglio, dalle orecchie:

come l’emisfero destro e quello sinistro operano in maniera diversa, così fa ciascuna delle orecchie. L’orecchio destro è dominante perché è in grado di trasmettere gli impulsi uditivi ai centri del cervello che regolano il linguaggio in maniera più veloce di quello sinistro. L’organo dell’udito non presiede soltanto la facoltà di udire, ma anche la capacità di ascoltare; sappiamo che non occorre sentire per ascoltare, è importante notare come la funzione dell’ascolto sia direttamente collegata alla concentrazione della memoria, alle condizioni psicologiche, alla consapevolezza, alla comunicazione.
Se sussiste l’incapacità di saper ascoltare si può verificare l’incapacità di progredire verso sofisticate tecniche di apprendimento. Sviluppare un ascolto corretto è il segreto per accedere allo ‘effetto Mozart’

MUSICA E INTELLIGENZA SPAZIO TEMPORALE

L’ Effetto Mozart è in grado di far risaltare, migliorando, le abilità cognitive dell’individuo, attraverso lo sviluppo del ragionamento spazio-temporale.
Sappiamo come l’esperienza sonora, durante la prima fase della vita e come l’uso dei linguaggi musicali, per la loro esperienza strutturante, stimolino l’intelligenza e la personalità. A
Il bambino vive in un mondo caratterizzato dalla presenza simultanea di stimoli sonori moderni, il cui disorganico sovrapporsi può comportare il rischio sia di una diminuzione della attenzione e dell’interesse per il mondo dei suoni, sia di un atteggiamento di ricezione soltanto passiva. Ancora prima di nascere, il piccolo vive esperienze sonore-musicali, percependo, voci, rumori, suoni e musiche che provengono dall’ambiente circostante. L’orecchio del bambino, già a tre anni è sensibile alla dinamica, al colore timbrico, al riverbero ambientale e alla dislocazione delle sorgenti nello spazio.
Nel numero di ‘Newsweek’ del 19/02/96, venne pubblicato un servizio dal titolo “Your child brain ” (il cervello del tuo bambino) dove vennero riportati i risultati di numerosi studi compiuti in vari istituti di ricerca e Università amerine, sulle modificazioni che si realizzano nel cervello di un bambino che sia precocemente avviato all’uso dei linguaggi musicali.

Di particolare interesse sono i risultati di ricerche compiute da Gordon Shaw,

presso la Irvine University della California dove, a gruppi di bambini della scuola materna, sottoposti a test specifici per la determinazione del Quoziente Intellettivo, sono state impartite lezioni di canto e di piano. Dopo sei mesi di insegnamento della tastiera del pianoforte, questi piccoli ottenevano un miglioramento, un accrescimento straordinario del ragionamento spaziale-temporale rispetto ad altri fanciulli che non avevano svolto attività musicali; inoltre l’effetto ottenuto durava molti giorni e le implicazioni istruttive erano rilevanti Anche l’esperimento effettuato , nel 1993, da Gordon Shaw e Frances Rauscher, pubblicato sulla rivista scientifica ‘ Nature’ è particolarmente significativo: 84 studenti appartenenti ad un collegio parteciparono ad una delle tre prove per la durata di 10 minuti ; il primo gruppo ascoltò la “Sonata per due pianoforti in D maggiore” di Mozart, il secondo gruppo ascoltò una cassetta di musica rilassante, il terzo gruppo non ascoltò musica (silenzio). Questi giovani partecipanti all’esperimento completarono poi una prova di ragionamento spaziale tratta dal test di intelligenza “Stanford-Bine”. I risultati indicarono che gli studenti che avevano ascoltato il pezzo di Mozart ,avevano ottenuto risultati di 8/9 punti più alti di quelli che nelle altre due condizioni. L’esito di tale esperimento è stato visto come un ulteriore passo avanti per l’affermazione dell’ “effetto Mozart”, come causa determinante nei processi di apprendimento .

IN CHE MODO LA MUSICA RINFORZA L’INTELLETTO?

L’apprendimento, sino allo sviluppo di un’evoluzione cerebrale durante gli anni della scuola elementare, si manifesta attraverso movimento e associazioni emotive. Infatti, verso i 2/3 anni il cervello comincia a fondersi con il corpo, nel camminare, ballare e sviluppare un senso di ritmo fisico.
Vero progresso neurale si verifica fra i 7 e gli 11 anni: il bambino sviluppa abilità più complesse: ascoltare, elaborare informazioni visive, coordinare il movimento nel cervello e nella mente; le vie uditive rinforzano il linguaggio e l’ascolto. In questo stadio, il ponte fra la parte sinistra e destra del cervello, chiamato corpo calloso,

si sviluppa completamente, permettendo ad entrambi gli emisferi cerebrali di essere in grado di rispondere contemporaneamente ad un evento. La maturazione della capacità della corteccia cerebrale fa sì che l’emisfero destro e quello sinistro acquistino delle specificità:l’emisfero sinistro è quello deputato al controllo delle capacità linguistiche, mentre l’emisfero destro è competente nell’analisi degli insiemi della musicalità e delle dimensioni spazio-temporali. Verso i 15 anni comincia a svilupparsi la consapevolezza di sé e, discipline quali musica, arte, educazione fisica, sono importanti per completare l’integrazione corpo/mente. Ovviamente, alla fine dell’adolescenza, il cervello continuerà a svilupparsi sino ai primi anni dell’età adulta.

MA PERCHE’ LA MUSICA DI MOZART

Gordon Shaw spiegò di aver scelto tale musica per i loro esperimenti, perché il grande musicista componeva in giovane età sfruttava il repertorio inerente i modelli di fissazione spazio-temporale nella corteccia ma questo fenomeno – chiamato effetto Mozart – non si verifica solo ascoltando le sinfonie del grande Amadeus.

Don Campbell ha raccolto in un saggio le esperienze di medici e sciamani, musicisti e ricercatori, per mostrare come anche i canti gregoriani, un certo tipo di jazz e di pop, i ritmi sudamericani, le armonie new age e persino un po’ di sano e robusto rock’n’roll possa influenzare l’ansia, la pressione alta, il dolore, la dislessia e alcune malattie mentali.

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fonte:  http://www.musicaint.it/Magazine/XVII01/effetto_mozart/effetto_mozart.html

La truffa dei semafori truccati: “Tangenti per 300 comuni”

E il comandante dei vigili disse: “Si sposa mia figlia, mi servirebbero mille euro”

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A fare luce le rivelazioni di un ex dipendente di una ditta americana

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MILANO – C’è il comandante di polizia municipale che dice: “In agosto si sposa mia figlia… Mi servirebbe un prestito da mille euro”. E c’è il sindaco di un paese in provincia di Imperia che riesce a sistemare la figlia come dattilografa in una società di controllo degli impianti semaforici. Ma soprattutto, ci sono le tangenti. Quelle che secondo una “gola profonda” della Guardia di finanza sarebbero state pagate a vigili urbani e amministratori locali per aggiudicarsi la gestione degli impianti che fotografano gli automobilisti troppo veloci o troppo incuranti dei colori del semaforo.

A rivelarle è un ex dipendente di un’azienda con sede nel Delaware, negli Stati Uniti, ma attiva tra le province di Brescia e di Verona. Una delle ditte su cui sta indagando il pubblico ministero Alfredo Robledo della procura di Milano. Il testimone parla esplicitamente di “atti di corruzione” e assicura: i compensi hanno riguardato trecento amministrazioni comunali.

Le rivelazioni del “pentito delle multe selvagge” disegnano un sistema diffuso in tutt’Italia, una sorta di tangentopoli che è al contempo anche una “parentopoli”. La corruzione, infatti, sarebbe avvenuta attraverso il coinvolgimento di familiari dei funzionari pubblici da oliare che venivano assunti come dipendenti della società. Si era stabilita una tariffa: per ogni verbale notificato 3 euro dovevano andare al vigile corrotto. Il “contratto” veniva stipulato direttamente dal titolare della società con il sindaco, il segretario comunale o il comandante di polizia municipale di turno.

La Finanza ha già trovato numerosi riscontri: in un comune in provincia di Rovigo, ad esempio, una società ha assunto il fratello del comandante dei vigili come videoterminalista, ritrovando anche un documento in cui si attesta il pagamento di un anticipo di 500 euro.

Con le amministrazioni, inoltre, la società stipulava dei contratti di “progetto obiettivo”: una volta raggiunto determinati introiti, il compenso destinato all’azienda. “In realtà tale compenso – dice il testimone – andava alla polizia municipale”, in una percentuale che oscillava tra il 5 e il 7 per cento. Al centro di questo sistema c’era un imprenditore che, direttamente o attraverso vari prestanomi, controllava otto società diverse che in più casi si presentavano come concorrenti nelle gare d’appalto, riuscendo in questo modo a pilotarle. Gli accertamenti delle Fiamme gialle si stanno concentrando su decine di comuni italiani, da Brianzé, in provincia di Vicenza, a Sant’Olgese, in provincia di Genova, da Lurago d’Erba, in provincia di Como, a Palestro, in provincia di Pavia. Del cartello di società faceva parte anche un’azienda incaricata di attestare la taratura degli autovelox ogni volta che la Prefettura e il Giudice di pace lo richiedeva dopo i ricorsi presentati dagli automobilisti. Quasi sempre, però, “si trattava di false attestazioni”: le operazioni tecniche, in realtà, non venivano mai eseguite.

A capo del gruppo imprenditoriale c’era un imprenditore bresciano legato, secondo la testimonianza resa alla Guardia di finanza e coperta da segreto, anche a un’associazione di polizia locale.
Le rivelazioni fanno parte della stessa inchiesta che ha portato, mercoledì scorso, all’arresto di quattro imprenditori che farebbero parte, per la procura, di un altro cartello, al cui vertice ci sarebbe Raoul Cairoli, amministratore della Citiesse srl. Ieri Cairoli è stato interrogato dal gip Andrea Ghinetti, alla presenza dell’avvocato Davide Bartulli e ha chiesto di poter essere ascoltato nei prossimi giorni dal pm Robledo.

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20 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/truffa-semafori/truffa-semafori/truffa-semafori.html?rss

Strage nel Casertano, un altro morto. Guerriglia urbana nel corteo di protesta

{B}Camorra, la strage nel Casertano{/B}

Si aggrava il bilancio dell’agguato a Castel Volturno: muore uno dei ricoverati

Per gli inquirenti un’azione punitiva contro gli immigrati che non pagavano le tangenti ai Casalesi

La folla ha percorso oltre 10 chilometri, tra numerosi atti di vandalismo. Il prefetto Monaco: “Potrebbe arrivare l’esercito”

{B}Castelvolturno, la protesta diventa guerriglia{/B}

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CASERTA – Una protesta partita per manifestare la propria rabbia contro la strage di extracomunitari, si è conclusa in una vera e propria guerriglia urbana con il ribaltamento di automobili e il lancio di pietre. Amici, parenti e semplici appartenenti alla comunità africana di Castel Volturno hanno sfilato in corteo per alcune ore, fermandosi solo dopo un incontro con il sindaco del comune. Mentre in strada si scatenava la protesta, gli inquirenti andavano avanti nelle indagini, seguendo la pista della “punizione” inferta dai casalesi a quegli spacciatori che non volevano rispettare le regole imposte dalla camorra. Un’ipotesi non accettata dalla comunità africana che rivendica l’innocenza delle vittime, sottolineando che nessuna di questa era di origine nigeriana, l’etnia che gestisce una parte del traffico di droga in campania.

Il bilancio di morte si è aggravato. Sette le vittime nei due agguati. Sei i morti nella mattanza di Castel Volturno, sulla Domiziana: tre ghanesi, un liberiano e un immigrato del Togo morti sul posto più un altro liberiano morto stamane in ospedale, tutti tra i 25 e i 34 anni. Resta in gravi condizioni un altro straniero. E poi c’è il titolare della sala giochi di Baia Verde, massacrato con venti colpi di mitraglietta 20 minuti prima dell’esecuzione degli immigrati. “Due episodi collegati”, ripetono le forze dell’ordine.

LE IMMAGINI DELLA STRAGE LE IMMAGINI DEL CORTEO

Rafforzata la sicurezza. Per affrontare l’emergenza si è riunito il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza a Caserta. “Il quadro è allarmante. E’ stata esaminata la possibilità di irrobustire presidio del territorio in parallelo all’attività investigativa già in corso – ha spiegato il direttore centrale del servizio anticrimine della Polizia di Stato Francesco Gratteri -. Sono previsti carabinieri, finanzieri e poliziotti. In seguito, ci saranno riunioni tecniche per definire nel dettaglio il dispositivo di intervento”.

Non esclude l’intervento dell’esercito il prefetto di Caserta Ezio Monaco, dopo aver contattato telefonicamente il capo della Polizia Manganelli. “Stiamo riflettendo anche sulla possibilità di usare l’esercito. Quello che è successo è il massimo, ma ci sono stati episodi simili che si sono verificati prima di questo commessi in tranquillità. Siamo di fronte a una emergenza criminale”.

Perquisizioni e interrogatori. All’alba, agenti del commissariato di Castel Volturno e della Squadra Mobile di Caserta hanno perquisito le case di parecchi spacciatori d’origine africana e interrogato alcuni pregiudicati affiliati al clan dei Casalesi, “padroni” nella zona dove spacciavano gli extracomunitari uccisi la scorsa notte. Nessun fermo finora, ma le indagini puntano dritto verso il clan egemone nel Casertano.

Indagini su tre latitanti. Le autorità concentrano gli sforzi investigativi su tre latitanti dei Casalesi, Alessandro Cirillo, detto ‘o sergente’ , Giuseppe Setola e Giuseppe Letizia detto ‘o zuoppo’. I tre, insieme con i boss Antonio Iovine e Michele Zagaria, sono considerati tra i latitanti più pericolosi d’Italia. Da mesi stanno portando avanti, tra Villa Literno, Casal di Principe ed il litorale domiziano, una vera strategia del terrore.

Sette i killer. La notte scorsa i killer erano almeno 6 o 7. Hanno sparato più di cento colpi: una pioggia di piombo contro il nuovo clan degli immigrati. I sicari indossavano i giubbetti dei carabinieri. Sono piombati dentro la sartoria retta dagli extracomunitari, centro di spaccio secondo le forze dell’ordine, intorno alle nove e mezza di sera e hanno sparato con kalashnikov e pistole calibro 9. Non hanno lasciato scampo neppure a un giovane di colore che era a bordo di un’auto ferma lì vicino: i carabinieri lo hanno trovato ancora seduto al volante, la cintura di sicurezza ancora allacciata. Tra le vittime forse anche degli innocenti senza alcun legame con il narco traffico.

Barricate e cortei: “Siete razzisti”. “Noi con la camorra non c’entriamo niente, lavoriamo dalla mattina alla sera”, si disperano gli amici delle vittime. Davanti al negozio Ob Ob exotic Fashions, teatro dell’agguato, c’è anche lo zio di una delle vittime. Steven, ghanese, fa il giardiniere: “Mio nipote Giulios non ha mai fatto nulla di male”, dice mostrando le mani indurite dalla fatica per dimostrare che “noi non siamo camorristi”. “Siete razzisti”, gridavano stamane gli amici nordafricani delle vittime, “Ci vogliono cacciare, ce l’hanno con noi, ma non siamo camorristi”. Davanti al negozio della strage, hanno bloccato la Domiziana costruendo una barricata con cassonetti della spazzatura, materassi e vecchi mobili ed hanno dato vita ad un corteo spontaneo. Nella protesta, che è degenerata in una guerriglia urbana, sono state scagliate pietre, ribaltate auto e distrutte le vetrine di vari negozi: “Italiani bastardi” è il coro intonato dalla folla, che ha percorso oltre 10 chilometri.
Dopo alcune ore di caos, i dimostranti si sono fermati dopo un incontro tra il sindaco e cinque delegati degli immigrati in cui sono stati rassicurati sulla velocità delle indagini. Come gesto di distensione i manifestanti si sono detti pronti ad aiutare gli addetti del comune che da domani ripuliranno le strade di Castel Volturno.

Le parole del Cardinale. Durante le celebrazioni di San Gennaro, il Cardinale Crescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli, ha lanciato un duro monito alla camorra e ai sicari, definendoli “serpenti velenosi”. “Deponete le armi, queste armi con cui uccidete domani uccideranno anche voi, le vostre famiglie e i vostri figli. Questa terra, questa città, non può morire e non morirà. Lo ripeto con forza e con convinzione perchè il popolo napoletano ha con sè il coraggio delle sue radici e della sua identità”.

Agguato nella sala giochi. Poco prima della mattanza a Castel Volturno, i sicari erano passati dalla sala giochi in via Giorgio Vasari a Baia Verde. Avevano il volto coperto, erano armati di pistole dello stesso calibro di quelle usate contro i sette immigrati. Hanno esploso 20 colpi contro il titolare del locale, Antonio Celiento, 53 anni, ritenuto affiliato al clan degli Schiavone. Era solo; l’hanno centrato all’addome e alla testa. E’ morto poco dopo in ospedale senza più riprendere coscienza.

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19 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/caserta-sparatoria/morto-in-ospedale/morto-in-ospedale.html

Intervista a Carlo Ruta

Da “Accadeinsicilia“, con preghiera di diffusione a tutti i bloggers disponibili:

In difesa della libertà di espressione, della Costituzione, della democrazia.

A cura di Enrico Natoli

Ci può raccontare la nascita di “accadeinsicilia”? Che tipo di informazione poteva trovare un lettore nelle pagine del sito?

Faccio una premessa. A partire dalla metà degli anni novanta, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio ho deciso di integrare il mio impegno, prevalentemente di tipo storiografico, con una serie di inchieste sul terreno, su talune realtà della Sicilia, volgendo in particolare l’attenzione sulle aree orientali, da Catania a Gela, da Siracusa a Vittoria. In tali luoghi infuriavano in quel periodo guerre di mafia che sconfessavano il mito di una Sicilia “differente”. Sono stati quindi anni difficili, in cui mi trovavo a fare i conti con avvertimenti di ogni tipo. Raccoglievo gli esiti delle inchieste su libretti che mi venivano pubblicati da “La Zisa”, una casa editrice palermitana, condotta da Maurizio Rizza dell’Istituto Gramsci. E in quel contesto ho scoperto, a fine decennio, il web. Ho valutato le possibilità di comunicazione inedite che mi avrebbe potuto offrire tale strumento, quindi ho creato “Accadeinsicilia”, nel 2001. Sin dall’inizio la mia idea è stata di congiungere le due prospettive: quella storiografica e quella dell’informazione. Dalla prima è nata la sezione “Giuliano e lo Stato”, con altre che documentano l’immagine della Sicilia nei secoli della modernità. Dalla seconda sono scaturite le inchieste sul presente, a partire da quella sull’uccisione del giornalista Giovanni Spampinato.

Bavaglio

fonte immagine: peacelink

Come è avvenuta la chiusura di “accadeinsicilia” e la successiva apertura di “leinchieste”?

Dopo il 2000 ho deciso di portare l’investigazione sul terreno dei poteri forti. Mi sono occupato, con resoconti cartacei e on-line, di alcune potenti banche, dall’Antonveneta del nord-est alla BAPR, del caso appunto di Giovanni Spampinato, dei nessi fra Danilo Coppola e i salotti della finanza nazionale, di tangenti miliardarie nell’est della Sicilia. Le reazioni al lavoro d’inchiesta si sono fatte allora differenti. I boss avevano dimostrato di possedere una sorta di codice, che in qualche modo me li aveva reso prevedibili. Ne sentivo il fiato addosso, e tuttavia riuscivo ad avvertire in loro una specie di rispetto, seppur malinteso, nei riguardi del mio lavoro. I poteri forti dell’isola, quando si sono sentiti posti in discussione, hanno messo in opera una strategia di attacco che fino ad oggi non ha conosciuto soste. E in tale cornice nel dicembre 2004 è arrivato l’oscuramento di “accadeinsicilia”. Si è trattato di un atto gravissimo, fortemente lesivo di un diritto costituzionale. Ho provveduto quindi, dopo una breve interruzione, a ripristinare il lavoro di documentazione e d’inchiesta on-line attraverso l’apertura di un altro blog, “Leinchieste” appunto, presso un server degli Stati Uniti.

Come sono nati i processi? Di cosa è imputato? Come si sono conclusi?

Quando mi sono occupato delle mafie militari, delle bande che imperversavano nel Gelese, nell’Ippari, nel Siracusano e in altre aree, ho ricevuto circa quindici querele, soprattutto da parte di amministratori pubblici, a vario titolo chiamati in causa. E da tutti i processi che ne sono scaturiti sono uscito vincente. Ma negli anni successivi, quando si sono mossi i potentati finanziari e alcuni ambiti istituzionali, le cose sono cambiate: a partire appunto dall’oscuramento di “Accadeinsicilia”. Solo per aver denunciato gli insoluti del caso di Giovanni Spampinato, oggi riconosciuti pure dalla Commissione Antimafia, sono stato investito, perlopiù su sollecitazione di un magistrato, da otto procedimenti giudiziari per diffamazione, fino a oggi in corso. Nel 2006, fatto che ha suscitato indignazione in Italia, sono stato condannato da un giudice non togato a otto mesi di carcere solo per aver accolto nel blog la testimonianza di un cittadino su un affare di tangenti. Nel luglio 2008 sono stato condannato in Appello, ancora per diffamazione, a un risarcimento inaudito, solo per aver espresso delle critiche, che il giudice di primo grado aveva riconosciuto come legittime, nei riguardi di tre magistrati catanesi, due dei quali fatti oggetto peraltro di diverse interrogazioni parlamentari. Rappresentativa della situazione rimane comunque la condanna, unica in Italia e in Europa, che mi è stata inflitta nel maggio scorso per stampa clandestina, solo per aver curato Accadeincilia, un normalissimo blog appunto, che tuttavia è stato reputato dal giudice Patricia Di Marco né più né meno che un giornale quotidiano.

Negli ultimi anni ci sono stati altri casi di richieste di risarcimento e di condanne nei confronti di storici e studiosi. In genere le richieste provengono dal mondo politico. Ci può dare il suo punto di vista su questi episodi? Hanno dei punti di contatto con la sua vicenda? Infine, come funziona il rapporto tra informazione e politica? Bossi nel’ 98 diceva che Berlusconi era l’uomo di Cosa Nostra al Nord e oggi governano insieme. Può essere sufficiente la spiegazione che Bossi usa un linguaggio colorito, mentre per gli storici fioccano i processi?

La querela per diffamazione, come di recente ha bene argomentato Giovanna Corrias Lucente su Micromega, rappresenta oggi un esteso business. Per tradizione costituisce in ogni caso una importante arma che i potentati del paese, centrali e territoriali, possono usare, senza rischi e con guadagno facile, per impedire l’esercizio dell’informazione libera. La censura legale serve in effetti a intimidire il giornalista, detta norme di condotta all’intera categoria, lancia suggerimenti di cautela alle comunità di riferimento, all’opinione pubblica. Mi pare emblematico al riguardo il caso di Paolo Barnard: portato in tribunale da una multinazionale farmaceutica con pretese di risarcimento inaudite, isolato per tale motivo dal team di Report per cui lavorava, privato infine di ogni difesa legale da parte della RAI. Va d’altra parte considerato che il giornalista d’inchiesta, una volta rinviato a giudizio, non sempre può difendersi in modo pieno. Il vincolo della riservatezza della fonte, cui non può sottrarsi, può impedirgli infatti di esibire per intero gli elementi in suo possesso. E non per questo smette di essere, come ci viene ricordato dal mondo anglosassone, il cane di guardia della democrazia. Si può disattivare allora l’arma della querela temeraria, intimidatoria appunto, senza che si debba correre il rischio opposto; quello cioè di una sorta di impunità, in tutto e per tutto, per chi esercita il mestiere di cronista? Delle soluzioni, degne di una democrazia matura, esistono. Dovrebbero essere fissati dei limiti al risarcimento civile, per liberare il giornalista dalla minaccia di una condanna a vita, tale da condizionarne per intero l’iter professionale. Dovrebbe scomparire lo spauracchio delle pene carcerarie perché anacronistiche, incivili, a misura dei regimi autoritari. Dovrebbe essere impedito per legge il “primo colpo” della querela, attraverso la riformulazione dell’istituto della rettifica.

mani

Perché si avverte l’esigenza di muoversi al di fuori dei canali informativi tradizionali? Quanta parte della storia siciliana e nazionale deve essere ancora raccontata?
A ragione viene detto che il giornalista d’inchiesta deve possedere l’indole del “lupo solitario”, che lo porta nei luoghi più impervi, i meno accessibili, i più pericolosi, per ciò stesso i più prossimi alle verità taciute. Per quanto mi riguarda, mi trovo spesso a percorrere vie divergenti, che richiedono il massimo di scioltezza operativa. Di certo, tale modo di essere può sollecitare l’approccio a canali informativi differenti. Ed è il mio caso, essendomi espresso maggiormente attraverso i libri e, più di recente, la rete. Ma non esiste una regola precisa, perché, come testimoniano innumerevoli storie personali, da Tommaso Besozzi ai nostri giorni, anche nei media tradizionali, perfino in quelli ostentatamente d’ordine, possono aprirsi varchi d’inchiesta di tipo divergente: cosa che accade quando il cronista riesce a imporre alla proprietà della testata la propria competenza. Per quanto riguarda l’altra parte della domanda, sulla storia non ancora raccontata, la situazione può essere resa come una scena teatrale, al buio, solcata da fasci di luce, che raffigurano lo stato delle conoscenze effettive, liberate cioè, oltre che dalla dimenticanza, dallo stereotipo e dal mito. In tale buio dominante, si perdono gli affari di Stato, lo stragismo, le trame dell’alta finanza, i delitti siciliani degli anni ottanta-novanta. E non solo: si cela tutto quel che non conosciamo, dalle mafie che non sono state mai classificate come tali alle ingiustizie senza voce e senza nome che percorrono il presente. Per il “lupo solitario”, evidentemente, il lavoro non manca. Ma non mancano pure i rischi.

Carlo Ruta

fonte immagine: LSDI

E in tale scena, come si collocano gli affari dei poteri forti: stanno al buio o alla luce?

I poteri forti di oggi, quelli che tirano in particolare le fila della finanza, non fanno la democrazia. Costituiscono bensì un punto di collasso della medesima. Tanto più in Italia sono da tenere quindi sotto stretta osservazione. Quelli di un tempo, pensiamo agli Agnelli del primissimo Novecento, potevano permettersi di rispettare le regole di un regime liberale, potendone trarre anche guadagno. E quando tali regole andavano strette esistevano delle vie praticabili: la dittatura, come si ebbe con i fascismi europei degli anni venti e trenta, l’avventura bellica, l’assalto neocoloniale, lo stato d’assedio, e così via. Gli scenari adesso sono cambiati, nell’Occidente tutto, quindi pure in Italia. E negli ultimi tempi, quelli dell’economia senza confini e del web, in modo determinante. Non sono praticabili o consigliabili le svolte reazionarie vecchio stampo. Le guerre sono divenute un affare di pertinenza americana. Trovandosi allora a dover operare su un terreno stabilmente definito, senza poter uscirne con atti di forza dentro o fuori, i potentati finanziari si trovano nella “necessità” di violare in modo strategico le leggi, di corrodere la sostanza democratica, travisandone il senso, con l’adozione di metodi che, avallati da ceti politici ad hoc, non differiscono tanto da quelli delle società “onorate”. E’ un po’ la genesi del berlusconismo, del regime delle impunità dei nostri giorni. Compito essenziale del giornalista d’inchiesta, guardiano appunto delle libertà civili, è allora quello di alzare i sipari delle trame, di togliere la maschera ai poteri che vilipendono lo Stato di diritto, al centro come in periferia, ovunque. E’ utile sottolineare che i potentati finanziari sono forti proprio perché stanno al buio. Quando vengono illuminati diventano vulnerabili e talora, sotto il peso delle loro responsabilità rese pubbliche, si afflosciano. E’ stato il caso del governatore di Bankitalia Antonio Fazio, referente dei concertisti di Antonveneta. Assume perciò significato strategico la repressione in atto nei riguardi della libera comunicazione, quella che colpisce Paolo Barnard e tanti altri. Rivelano una logica mirata le nuove normative sulle intercettazioni telefoniche. E con tutto questo va coordinandosi l’attacco, destinato probabilmente a fare testo oltre i confini italiani, alla libertà sul web.

Perché i potentati della Sicilia hanno deciso di spegnere la sua voce? Quale pericolo hanno ravvisato nelle sue inchieste? E lei come reagisce a tali atti repressivi?

Il giornalista d’inchiesta, se fa il proprio mestiere con correttezza e dedizione, costituisce, come dicevo prima, un pericolo in sé, a prescindere da tutto. Per quanto mi riguarda ho sempre fatto il possibile per essere sufficientemente razionale, distaccato dalle situazioni che mi sono trovato ad esaminare. Ho sempre cercato di tenermi distante dalle paludi, che pure in Sicilia sono insidiose e pervadenti. Probabilmente, si vuole colpire questo mio modo di essere, che peraltro mi ha permesso di comunicare con tanta gente. Credo che non venga sopportato inoltre il mio scrupolo di documentazione, che mi viene un po’ dall’interesse per i fatti storici. E poi, naturalmente, tutto il resto. Come reagisco a tali atti repressivi? Continuando a studiare il passato e il presente, a documentare, a informare. Gli ultimi eventi, comunque, hanno fatto maturare in me una decisione. In quasi venti anni di lavoro ho raccolto un archivio personale che si compone di circa ventimila documenti, in massima parte originali. Con tali documenti ho potuto operare con profitto su una varietà di casi, a partire appunto dalle trame dell’immediato dopoguerra. Ecco, ho deciso di rendere pubblico e fruibile a chiunque questo archivio, spero entro l’anno corrente. E ne sto studiando i modi. Sento infine di dover intensificare il mio impegno sulla linea della libertà di espressione, perché la situazione nel paese, davvero preoccupante, ci sollecita tutti, operatori della comunicazione e cittadini, a una mobilitazione responsabile.

Fonte: http://www.cuntrastamu.org/

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Poteva mancare l’apporto di Mauro Biani? Certo che no…

https://i0.wp.com/www.liberainformazione.org/img/2661827483_2bff70556f_o_copy_1.gif

Importante: per chi volesse copiarlo, il codice html della vignetta “Clandestini come Carlo Ruta” è

<a href=”http://tastimancanti.blogspot.com”><img border=”0″ alt=”Image Hosted by ImageShack.us” <img src=”http://img522.imageshack.us/img522/870/clandestincomecarlogl9.jpg”/></a><br/&gt;

ma per wordpress è invece (provare per credere…) – senza riga in mezzo!

<a href=”http://tastimancanti.blogspot.com/&#8221; target=”new”>

<img src=”http://img522.imageshack.us/img522/870/clandestincomecarlogl9.jpg&#8221; border=”0″></a>