Archivio | settembre 21, 2008

MILANO – “Abdul vive”, corteo ad alta tensione

Rabbia e dolore per le vie di Milano

L’omaggio dopo i momenti di gelo con la polizia

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MILANO
Alla fine è stata la rabbia degli amici di Abdul a prevalere.
Il corteo anti-razzista per ricordare il giovane diciannovenne del Burkina Faso ucciso domenica scorsa a Milano, Abdul Guibre, si è concluso senza incidenti, ma non sono mancati i momenti di tensione. Le prime avvisaglie già in Corso Vittorio Emanuele, poi in piazza San Babila, dove un gruppetto di amici del giovane e altri manifestanti, sono riusciti a superare il cordone di polizia, diretti in via Zuretti. L’intenzione, dichiarata, era quella di riportare al bar Shihning i due pacchi di biscotti che il ragazzo avrebbe rubato e per i quali sarebbe stato ucciso dai titolari del locale, al momento in carcere. Un gruppetto di poche centinaia di ragazzi, sfuggito al controllo degli organizzatori e di qualsiasi associazione o sigla: solo ragazzi della cosiddetta seconda generazione, amici di Abdul, molti di Cernusco, il paese dove anche il giovane diciannovenne viveva. Al grido di «Abba vive, »Vogliamo giustizia«, i manifestanti hanno cominciato a prendere a calci le macchine ferme lungo via Manzoni. Qualche cartello è stato divelto, alcuni cassonetti rovesciati. E così di corsa fino a piazza della Repubblica, in zona stazione centrale, dove nel frattempo le forze dell’ordine in tenuta antisommossa avevano formato un cordone per impedire ai giovani di raggiungere il bar.

Ragazzi in corteo per Abba (Infophoto)

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Lì, dopo una lunga trattativa, e un lancio di bottiglie improvviso che ha fatto temere il peggio, una delegazione composta di tre persone, tra cui lo zio di John, uno dei ragazzi che era con Abdul la notte in cui è stato ucciso, è stata autorizzatata a lasciare davanti alle saracinesche del bar, abbassate, tre biscotti e poche monetine. «Non vogliamo la violenza, solo la giustizia – ha detto rivolto ai giornalisti presenti uno dei tre ragazzi – la violenza non serve a niente. Il il nostro sangue è come quello dei bianchi». E, con un biscotto in mano, diventato simbolo della manifestazione: «Ecco – ha detto – per cosa lo hanno ucciso. Per un biscotto. Aveva solo 19 anni. Guardate italiani per che cosa si uccide». Uno di loro si è inginocchiato a pregare. Intanto, via Zuretti diventava «Via Abba»: rimosso con lo spray nero il nome della via, sopra, in rosso, quello del ragazzo. E poi ancora, per terra, le scritte «Abba è uno di noi», «Non sarà il buio a far morire la tua anima. Abba vive». «Siamo negri orgogliosi di esserlo». «Mi vergogno di essere bianco».

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fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200809articoli/36653girata.asp

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La sorella di Abdul

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Abdul e quell’offesa che non sopportava

La sorella: sono italiana, ma oggi per la prima volta mi sento nera. Gli amici: non mandava giù gli insulti razzisti

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Una cosa sola non sopportava, sentirsi dire «negro». È una cosa che capita, nelle strade di Milano. «E anche spesso», raccontano gli amici di Abdul Guiebre, 19 anni, ammazzato la notte scorsa con una sprangata alla testa. «Lui rispondeva, si arrabbiava». Cade una pioggia leggera davanti all’ospedale Fatebenefratelli. Cielo scuro. Ragazzi che si abbracciano. Uno di loro, Prince, spiega: «Io lascio perdere e me ne vado, mi sento superiore alle offese. Gli insulti razzisti lui invece non riusciva a mandarli giù. Era fatto così». In compagnia lo chiamavano Abba, aveva 19 anni, corpo atletico, un tribale tatuato sulla spalla destra, brillantini luccicanti alle orecchie. L’ultima volta che i suoi amici l’hanno visto vivo era a terra, era inciampato mentre scappava, «uno di quei due gli è arrivato addosso e gli ha tirato una bastonata in faccia con tutta la forza». C’era anche la sua ragazza. Abdul è rimasto cosciente prima che arrivasse l’ambulanza. Gli amici gli hanno preso le mani, «aveva le braccia già rigide».

Tifava Milan e giocava a pallone con gli amici, Abba. Appesi alle pareti della sua camera, poster di giocatori di basket e fotografie di Ronaldinho. La passione per i vestiti firmati. Calvin Klein, Dolce e Gabbana. La pelle nera lo legava alla storia della sua famiglia: i genitori immigrati dal Burkina Faso vent’anni fa, ormai cittadini italiani. Padre operaio, sempre per la stessa ditta. Ieri hanno pregato a lungo, fino a notte, nella casa all’ottavo piano di un palazzo popolare a Cernusco sul Naviglio, paesone a nord di Milano. Sanno che la storia della famiglia è cambiata, non solo per la morte del ragazzo. Dicono che il razzismo, nella loro vita, fino a sabato sera è stato poco più di sottofondo puzzolente e fastidioso: «Spesso — racconta la sorella, Adiaratou— quando i ragazzi giocano a pallone volano insulti sul colore della pelle, a volte anche sputi. In qualche modo però ci eravamo abituati». Sensazioni pesanti, ma accettate. Come un male naturale della città. Con una convinzione, un forte senso di orgoglio: «Io sono italiana, mio fratello era italiano». Da ieri sera non è più così: «Oggi ho capito, abbiamo capito cosa vuol dire essere neri. È per questo che hanno ammazzato mio fratello. Oggi, per la prima volta, io mi sento nera ». Alla base di questa convinzione ci sono i racconti degli amici che l’altra notte erano con Abba. «Non ha rubato niente», afferma il padre, Assane Guiebre.

È quello che i ragazzi dicono di aver spiegato anche della polizia, le frasi che hanno fatto mettere nei verbali: «Nessun furto, è una bugia. Una menzogna infame che avranno inventato quei due, forse per trovare una giustificazione. Lo hanno insultato senza motivo. Questa è la verità». Parole di un’intera comunità sconvolta che cerca conforto: «Speriamo che i funerali di nostro figlio siano un’occasione per riflettere, per pensare, perché l’Italia sappia lanciare messaggi decisi e positivi contro il razzismo». La madre di Abdul, Bara Aminata, è rimasta per tutta la giornata di ieri sdraiata sul letto della sua stanza. Una fascia colorata tra i capelli. Parenti e amici che andavano ad accarezzarla. C’è qualcosa che non riuscirà mai a capire: «Come è possibile — continua a chiedersi — che un padre e un figlio commettano un omicidio insieme? Il figlio che insulta, suo padre accanto a lui che picchia. E uccidono un ragazzo di 19 anni. Non è concepibile». Abdul era arrivato in Italia all’età di tre anni, aveva studiato alle scuole di Don Milani, come le sue sorelle. Le medie, poi due anni di istituto professionale. Aveva bisogno di lavorare e quindi si era iscritto a un’agenzia di lavoro interinale. Era da quell’ufficio che di volta in volta arrivavano proposte di impiego. L’ultimo contratto, scaduto un paio di mesi fa, era per un posto da metalmeccanico. Anche in questo Abba era italiano al cento per cento: un ragazzo precario della provincia milanese. Ora tutti lo ricordano per le sue ultime parole. Di fronte a un locale di corso Lodi, il Tiny Cafè, in zona Sud di Milano: alle 5 e mezza del mattino il gruppo decide di andare in un altro bar a chiudere la nottata. C’è un amico con la macchina, ma ha solo due posti. Abba, che è con due amici e due ragazze, dice «non vi preoccupate, noi prendiamo l’autobus». Qualche ora prima, a casa, aveva spiegato con un sorriso: «Stasera farò un po’ tardi, non vi preoccupate». Ora sua madre guarda una foto: lei giovane, suo marito accanto che stringe la mano a un bambino. È Abba da piccolo, la camicia color crema abbottonata fin sotto il collo, l’espressione seria. In quella foto ha la stessa età di suo fratello minore. Che si chiama Abdel, ha cinque anni, e ora si muove un po’ spaesato per la casa chiedendosi cosa è successo.

Agostino Gramigna
Gianni Santucci

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15 settembre 2008

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fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_settembre_15/abdul_offesa_che_non_sopportava_f68a431c-82ea-11dd-a6c8-00144f02aabc.shtml

Financial Times: Alitalia perderà le ali perché Berlusconi le voleva italiane

"Alitalia perde 3 mln  di euro al giorno"

“Alitalia perde 3 mln di euro al giorno”
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Il Financial Times preconizza un imminente fallimento dell’Alitalia e lo imputa in buona misura alla promessa del premier Silvio Berlusconi di mantenere la compagnia in mani italiane. “Il nome Alitalia – scrive il quotidiano londinese nella rubrica lex, anticipata sul suo sito internet – intelligentemente giustappone le parole Ali ed Italia. AliFrancia o AliGermania non avrebbero lo stesso accento. Ma ora la compagnia di bandiera sta per perdere le ali, e in gran parte perché Silvio Berlusconi, il presidente del Consiglio italiano, ha promesso di mantenerla italiana”.

“Sei mesi fa – si legge ancora nel commento – l’imprenditore diventato politico ha bloccato un’offerta di Air France-Klm e ha condotto la sua campagna elettorale sulla promessa di trovare un compratore patriottico. E dopo essere stato eletto lo ha puntualmente fatto cambiando qualche legge qui e là e e porgendo su di un piatto d’argento un’Alitalia ripulita e senza debiti alla Cai. Questo gruppo di imprenditori e banchieri italiani sono stati successivamente soprannominati “capitani coraggiosi” per aver adempiuto al loro dovere patriottico e avere messo sul piatto fino a un miliardo di euro. Ora anche il coraggio di della Cai ha fallito. E, rumorose fino alla fine, solo tre delle nove organizzazioni sindacali dell’Alitalia hanno accettato l’offerta, che implicava orari più lunghi e il taglio di circa 3.000 posti di lavoro ma che assicurava anche una compagnia aerea redditizia. La Cai ha abbandonato la sua offerta e ora tutti i 19 mila lavoratori di Alitalia potrebbero perdere il posto di lavoro”.

“Il presidente del Consiglio – prosegue il Financial Times -di fronte a un’umiliazione personale, rifiuta di credere a questo cambiamento degli eventi. Solo poche settimane fa sembrava che avrebbe potuto tirare fuori una soluzione e mandare al tappeto i sindacati italiani. Sarebbe potuto essere un magico momento alla Margaret Thatcher. Invece, Berlusconi si sta preparando a un fine settimana frenetico. Potrebbe provare a persuadere la Cai a tornare al tavolo delle trattative. O potrebbe – si legge ancora – racimolare altri fondi altrove. Qualsiasi cosa per guadagnare più tempo”.

“Sfortunatamente – conclude il Financial Times nel suo commento – il tempo per l’Alitalia è scaduto molto tempo fa. L’ultimo utile d’esercizio risale al 1999. Perde 3 milioni di euro al giorno. E un mese fa aveva liquidità per soli 50 milioni, il che significa che i soldi stanno finendo adesso. Le autorità di controllo dei trasporti dicono che Alitalia potrebbe essere messa a terra presto. Questo è il problema di non avere un piano B e – sottolinea il Ft – di aver congelato potenziali acquirenti esteri nel nome di un incauto patriottismo”.

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fonte: http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsID=86168

Scandalo del latte tossico, in Cina 13mila bambini ricoverati

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Sono circa 13.000 bambini i ricoverati in Cina, in gran parte bamnini, per avere ingerito latte concentrato contaminato dalla melamina una sostanza tossica utilizzata nella fabbricazione di colle, plastiche e fertilizzanti. Lo ha comunicato ufficialmente domenica il ministero della Sanità di Pechino. Finora i decessi accertati in Cina sono quattro da metà settembre dopo l’avvio dell’inchiesta statale a seguito della denuncia degli importatori di latte cinese in Nuova Zelanda.

E ora anche le grandi case produttrici, colossi come la Nestlé si sentono minacciate dalla proporzione dello scandalo. Dopo la denuncia di un caso di un bambino di tre anni residente a Hong Kong  ricoverato in ospedale per un calcolo renale, la Nestlè, colosso svizzero dell’alimentazione, ha diffuso un comunicato in cui sostiene che «nessuno dei suoi prodotti in Cina è fatto con latte contaminato». Mentre il gruppo alimentare giapponese Maurdai Food ha deciso di ritirare dal commercio cinque dei sei prodotti fabbricati in Cina.

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La Francia, presidente di turno dell’Unione europea, ha indicato che «nessuna presenza di latte in provenienza dalla Cina è stata individuata sul territorio europeo» e ha ricordato che l’importazione di prodotti lattiero-caseari cinesi è proibita nell’Ue.

In Italia però la Coldiretti, di fronte all’estendersi dell’allarme sui rischi di importazione più o meno dichiarata di prodotti cinesi, torna a chiedere l’immediata estensione dell’obbligo di indicare in etichetta la provenienza di tutti gli alimenti per favorire i controlli, permettere l’immediato ritiro dal mercato dei prodotti eventualmente pericolosi e garantire così la sicurezza dei cittadini. Marudai ha tolto dal commercio per precauzione due tipi di brioches alla crema, altre due varietà di pane per hamburger e di crepes, per i quali tra gli ingredienti vi era il latte fornito dall’azienda Yili Industrial.

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Pubblicato il: 21.09.08
Modificato il: 21.09.08 alle ore 20.13

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79193

Il gioco dei Casalesi: stasera tiro al negro

Un mazzo di fiori sulla scena del crimine  (Controluce)
Un mazzo di fiori sulla scena del crimine (Controluce)

CASTELVOLTURNO (Caserta)- Teddy è andato via perché adesso sa cosa significa essere una boccetta. «Vogliono la tua sottomissione, gli interessa solo questo. Abbiamo provato a renderci utili. Ma a loro non interessa. Siamo schiavi, e tali dobbiamo rimanere». In un’intercettazione di 12 anni fa, uno dei tanti macellai dei Casalesi saluta il suo compare. Lo saluta dicendo che in serata magari se ne va a Castelvolturno «per giocare a boccette con i negri». Poche ore dopo, da una macchina in corsa parte una raffica di mitra contro tre extracomunitari che aspettavano l’autobus sulla Domiziana. «Siamo i loro giocattoli, ma fanno così perché sanno che agli altri italiani in fondo non dispiace ».

Il 19 agosto di quest’anno il nigeriano Teddy Egonwman e sua moglie Alice sono diventati birilli a casa loro. All’ora di cena un gruppo di quattro uomini si mise a sparare sulle finestre del container dove vivevano, ne sfondò la porta e continuò a fare fuoco anche dentro. Un’ottantina di colpi. Due giorni dopo, Teddy e la sua famiglia erano su una macchina diretta a Torino. Così finiscono le illusioni, da queste parti. I coniugi Egonwman si erano messi in testa di fare qualcosa. In modo confuso, arruffato, pasticcione. Ma ci avevano provato. Erano arrivati in Italia da clandestini, come tutti. Teddy trovò lavoro e permesso di soggiorno in un’azienda edile, Alice si buttò nell’import- export di oggetti africani. Lui fondò un’associazione per raccogliere tutti gli immigrati provenienti da Benin City. L’anno scorso aveva deciso di redimere le sue connazionali che lavorano in strada. Faceva addirittura le ronde, non risparmiava qualche schiaffone, alle ragazze a ai loro galoppini. «Non avevano capito che nulla deve e può cambiare. I “miei” e i “tuoi” non vogliono seccature».

A Castelvolturno Teddy era un personaggio così isolato da risultare addirittura patetico nei suoi sforzi. La spedizione punitiva fu bipartisan, nigeriani e casalesi d’accordo nel dare una lezione a un pesce piccolo che veniva considerato un traditore del suo popolo e metteva in crisi il patto tra mafiosi africani e Casalesi. «Volevo dare il mio contributo per liberare la Domiziana dalla prostituzione. Mi hanno urlato che ero un venduto alla Polizia. Mi hanno sparato. Nessun italiano mi ha dato solidarietà, perché un negro che cerca di darsi da fare deve avere per forza qualcosa di storto, no? Tanti saluti, allora». Quelli che restano però rischiano davvero di diventare boccette a disposizione di giocatori anfetaminici e fuori controllo, schiacciati da due poteri simili e alleati nel tenere oppressi i pochi che si muovono sulla linea di confine. «Le uniche vere comunità che ancora esistono sul territorio sono quelle criminali», ragiona un investigatore e le sue parole sono simili a quelle di padre Giorgio Poletto, il prete comboniano che da anni cerca di togliere le ragazze nigeriane dalla strada. «Non è mai stato così difficile. Abbiamo davanti un mare di persone anonime, con rappresentanti che sanno di non rappresentare nulla. La frammentazione li rende più deboli. Sono soltanto individui, alla mercé di un sistema criminale perfetto nella gestione del territorio. In una parola: schiavi».

La strage di Varcaturo rappresenta il disprezzo per i più deboli, quelli che si trovano in mezzo. Il simbolo di questa violenza «terrorista e razzista», come la definisce il magistrato Franco Roberti. La Spoon river delle vittime racconta di gente molto diversa dal prototipo dello spacciatore. Francis era felice perché due settimane fa aveva avuto il riconoscimento dello status di rifugiato politico, dopo sei anni in Italia. Faceva il muratore e frequentava le associazioni di Caserta che si battono per i diritti degli immigrati. Elaj il sarto partecipava alle assemblee settimanali sui diritti degli immigrati, anche lui frequentava i centri sociali impegnati. Akej il barbiere è morto con 700 euro nei calzini. Stava andando a spedirli alla famiglia da quella sorta di Western Union non autorizzata che sorge accanto al locale della strage. Lavorava a Napoli, in un locale del centro. Nei locali devastati dai proiettili e nelle loro case delle sei vittime non è stata trovata droga. Puliti.

Marco Imarisio

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21 settembre 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_settembre_21/casalesi_imarisio_ea1facc2-87b1-11dd-b5e4-00144f02aabc.shtml

Iran, Ahmadinejad contro Berlusconi: “Indegno paragonarci a Hitler”

Iran, Ahmadinejad contro Berlusconi "Indegno paragonarci a Hitler"Mahmoud Ahmadinejad
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Protesta ufficiale del governo di Teheran contro il premier

“Parole non degne del popolo italiano e della sua cultura”

La Farnesina replica: “Teheran sia più responsabile”

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TEHERAN – “Parole non degne del popolo italiano e della sua ricca cultura”. Teheran ha ufficialmente protestato con l’Italia per alcuni commenti del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha paragonato il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ad Adolf Hitler durante un incontro il 16 settembre a Parigi con l’organizzazione ebraica Keren Hayesod. Secca la replica del ministero degli Esteri italiano: “L’Iran sia più responsabile”.

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Il portavoce della diplomazia iraniana, Hassan Qashqavi, citato dall’agenzia ufficiale Irna, ha deplorato i commenti di Berlusconi, affermando che essi “non sono degni del popolo italiano e della sua ricca cultura” e rappresentano “un atteggiamento non equilibrato che va oltre le regole protocollari per un capo di governo europeo”. Qashqavi ha anche sottolineato che vi sono “casi precedenti di tali prese di posizione e affermazioni non calcolate e adulatorie da parte di Berlusconi”.

Nei giorni scorsi un avvertimento all’Italia era già arrivato da parte di un deputato iraniano, sia in relazione alle dichiarazioni di Berlusconi che alla recente visita in Italia di un dissidente di primo piano, Maryam Rajavi, presidente del Consiglio nazionale della resistenza iraniana. “Se continuerete su questa strada, dovrete pagare un prezzo molto elevato, poiché saremo obbligati a rivalutare le nostre relazioni politiche ed economiche” aveva dichiarato uno dei componenti della commissione sicurezza nazionale ed esteri del Parlamento di Teheran.

Alle proteste di Teheran replica un lapidario comunicato della Farnesina: “L’Italia auspica che l’Iran, depositario di una grande cultura millenaria, adotti un approccio politico-diplomatico costruttivo ed assuma un atteggiamento più responsabile in campo internazionale nel rispetto della dignità e del diritto all’esistenza di ogni nazione e cultura”. E ancora: “Le parole del Presidente Berlusconi a Parigi si riferivano alle ripetute dichiarazioni di parte iraniana che hanno messo in dubbio eventi storici acclarati come l’Olocausto e addirittura l’esistenza dello Stato di Israele”.

Le affermazioni che hanno suscitato le dure critiche iraniane sono state pronunciate da Silvio Berlusconi durante l’incontro con la Keren Hayesod, organizzazione sionista che ha lo scopo di promuovere l’arrivo di ebrei in Israele, che ha assegnato al premier italiano il premio ‘Uomo dell’anno’. In quell’occasione il presidente del Consiglio aveva stigmatizzato, pur senza nominarlo, le affermazioni di Ahmadinejad sulla necessità di cancellare Israele dalle carte geografiche, definendole “follie”. “Già una volta – aveva aggiunto Berlusconi, con riferimento a Hitler – c’è stato un tal signore che all’inizio sembrava un democratico e che poi ha fatto quello che ha fatto”.

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21 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/esteri/iran-berlusconi/iran-berlusconi/iran-berlusconi.html?rss

Alitalia, Fantozzi cerca compratori: “Chi è interessato si faccia vivo”

Il commissario straordinario fissa la scadenza al 30 settembre.

Lettera dell’Anpac al premier: “Piloti umiliati nella vertenza”

Bossi: “Era una trattativa prendere o lasciare, il sindacato non l’ha capito”
Matteoli: “Tra pochi giorni aerei a terra”. A Fiumicino voli regolari

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Alitalia, Fantozzi cerca compratori "Chi è interessato si faccia vivo"

Augusto Fantozzi

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ROMA – Annunci sui giornali. O sul sito internet. Non è ancora un’asta pubblica ma ci siamo quasi. Chi vuole Alitalia si faccia vivo. Il commissario straordinario di Alitalia, Augusto Fantozzi, continua la sua azione di esploratore per individuare alternative al progetto di Cai. In attesa di capire se la cordata di Colaninno tornerà in pista, martedì verrà pubblicata su tre giornali italiani e su un quotidiano finanziario internazionale una sollecitazione a presentare, entro il prossimo 30 settembre, manifestazioni di interesse da parte di chi potrebbe essere in grado di garantire la continuità del servizio per uno o più rami di azienda del gruppo. Individuando anche il numero dei dipendenti coinvolti nel progetto. Una mossa che cozza contro le parole di Silvio Berlusconi: “L’unica strada percorribile per evitare il fallimento di Alitalia è la Cai”.

Commissario e governo sembrano quindi attestarsi su posizioni diverse. Di sicuro Fantozzi deve tenere conto della legge e delle procedure che in questi casi impongono di escludere la trattativa con un unico offerente ma di ricercare il più possibile il mercato. Nel vero senso del termine. Più esperti di fallimentare si sono espressi in questo senso in questi giorni richiamando il commissario Fantozzi al rispetto delle regole.

Anche per i sindacati che chiedono di trattare ancora, autonomi e Cgil, Fantozzi sta diventando l’interlocutore primario, anzi l’unico visto che il governo continua a parlare con dichiarazioni ufficiali e interviste sui giornali e in tv e di Cai si sono perse le tracce. Sabato hanno parlato a lungo. E ancora lo faranno domani.

Anche per questo si fa di nuovo vivo Epifani. “Se Fantozzi, che può svolgere un ruolo terzo, riprende in mano la trattativa, noi ci sediamo a quel tavolo” dice il segretario della Cgil rispondendo a Lucia Annunziata al programma In mezz’ora. Secca la replica del ministro dei trasporti Altero Matteoli: “‘Il negoziato non si può riaprire: o si firma o no. La terza strada non c’è, l’unica è che sindacati e piloti firmino l’accordo”.

Se Epifani dice di aver chiamato invano il presidente del Consiglio (e palazzo Chigi replica che non risultano telefonate), l’Anpac scrive una lettera aperta a Berlusconi. “Non vogliamo essere i ‘padroni di Alitalia’ – dicono i piloti tramite il loro presidente Fabio Berti – La nostra priorità è salvare Alitalia e certamente non il sindacato. Rimane però il fatto che le associazioni professionali sono fondamentali in tutto il mondo per garantire un alto livello di standard operativi ed un sempre più alto livello di sicurezza delle operazioni di volo. In questa trattativa i piloti di Alitalia sono stati umiliati e non riesco a comprenderne il motivo”. “Oggi – prosegue Berti – veniamo additati come i responsabili di quanto sta avvenendo; ma quali categorie professionali avrebbero accettato un simile trattamento? Mi rendo conto di quanto sia importante la positiva chiusura di questa trattativa ed è per questo che ogni giorno ho chiesto di riaprire nuovamente il confronto sui temi di merito. Purtroppo mi sono invece trovato di fronte a continui ultimatum senza via di uscita”.

Umberto Bossi prova a guardare oltre è convinto che poi i sindacati faranno “un passo indietro”: “Noi ce lo auguriamo perchè a Malpensa arriveranno i tedeschi di Lufthansa ma ci serve anche Alitalia”. Per il leader leghista ‘il sindacato non ha capito che quella non era una trattativa normale e che bisognava prendere o lasciare”. Quanto alle responsabilità del fallimento della trattativa con la Cai, Bossi ha una certezza: “Chi ha sbagliato? I sindacati hanno sbagliato, non era una trattativa normale, era un prendere o lasciare e loro non lo hanno capito”.

Nel frattempo il conto alla rovescia
è iniziato. Secondo Matteoli tra 5-6 giorni gli aerei potrebbero restare a terra. Ma a Fiumicino, dove i voli sono regolari, i lavoratori non mollano. Ed hanno affidato ad un tazebao i loro pensieri: “Non lottiamo solo per i nostri soldi, lottiamo per la nostra vità: dignita!”.

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21 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/economia/alitalia-29/fantozzi-cerca/fantozzi-cerca.html?rss

La Stanford University pubblica i suoi corsi. Online e Gratuiti

PI – News

venerdì 19 settembre 2008

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Roma – La Stanford University, tra i più prestigiosi atenei degli States, con l’aiuto dei finanziamenti di Sequoia Capital si lancia in una serie di corsi online gratuiti, nell’ambito dell’iniziativa Stanford Engineering Everywhere. Un piano che l’Ateneo ha progettato per dar corso al suo scopo principale: il Technology Transfer, il trasferimento di tecnologie. Un’iniziativa che anche l’Italia insegue faticosamente.

Nell’ambito più strettamente informatico, dal tecnodotto stanfordiano sgorgano i corsi di metodologia, di astrazione e quello sui paradigmi della programmazione. Chi è interessato all’intelligenza artificiale, potrà assistere ad una introduzione in materia di robotica, seguita da un corso sull’elaborazione dei linguaggi naturali e finire con il concetto di machine learning.

Per i più golosi, c’è modo di prepararsi su sistemi lineari e ottimizzazioni: si imparerà cos’è la Trasformata di Fourier e se ne vedranno le applicazioni. Si verrà quindi introdotti ai sistemi lineari dinamici. I più bravini in matematica impareranno, in due distinte sessioni, a confrontarsi con le ottimizzazioni convesse.

Non è prevista alcuna interattività tra studenti e docenti (tra studente e studente sì: tramite Facebook, in una linguetta presente in ogni schermata delle lezioni), non viene riconosciuto alcun credito, non c’è bisogno di alcuna registrazione. I corsi sono esattamente gli stessi di quelli a cui assistono gli studenti iscritti, dunque di identico valore didattico. Rilasciati sotto licenza Creative Commons 3.0 Unported, proprio per incoraggiarne l’uso, il riuso e la diffusione, i corsi sono disponibili – oltre che sul sito dello stesso Ateneo – anche su YouTube, in iTunes, Vyew e in vari tipi di distribuzioni Torrent.

Jim Plummer, preside della Scuola di Ingegneria della Stanford, dice: “Siamo entusiasti di estendere la nostra attività didattica e le opportunità di imparare in tutto il mondo attraverso il programma SEE. Speriamo che il progetto riesca a portare i propri insegnamenti ad un vasto pubblico, a far condividere le idee e far portare a ciascuno i propri contributi alla conoscenza”.

Unico “neo”: occorre conoscere l’inglese. Ma può essere una golosa occasione per perfezionarlo, tanto più che il player può essere in ogni momento fatto arretrare, facendo ripetere parte della lezione. E, per chi volesse custodire in proprio il materiale, ogni scheda-corso permette di scaricare un file ZIP (di qualche centinaio di Megabyte) con tutto il contenuto e le letture della lezione.

Marco Valerio Principato

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fonte: http://punto-informatico.it/2409885/PI/News/stanford-pubblica-suoi-corsi-online-gratuiti.aspx

“Sesso per fare carriera”: Il 18% delle studentesse dice sì

Nel caso preferirebbero uomini con il potere televisivo. Il 24% delle ragazze che si dichiarano disponibili se la prende con la propria famiglia: “Se fossi nata ricca non ne avrei avuto bisogno”

L’indagine condotta dall’associazione ‘Donne e Qualità della Vita’

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Una coppia in intimitàRoma, 20 settembre 2008 – Se fossi nata ricca non lo farei. E comunque se devo selezionare a chi concedermi per fare carriera è molto meglio un anchorman come Bruno Vespa o Antonio Ricci che un top manager come Matteo Arpe o Matteo Marzotto. Il 18 per cento delle studentesse italiane accetterebbe di vendere il proprio corpo per un avanzamento di carriera: in tal caso preferirebbero uomini col ‘potere televisivo’ (18%) a personaggi influenti del mondo della finanza (15%). Finiscono al terzo posto i professori (13%). Seguono calciatori (12%); stilisti (9%); aristocratici (6%). Precipita l’appeal degli sceicchi (4%) mentre sale quello dei ricconi russi che raggiungono un 10%.

Delle 540 studentesse studiate dalla associazione ‘Donne e Qualità della Vita’ sul tema, il 20 per cento si dichiara indisponibile a qualsiasi compromesso. Il restante 62 per cento ostenta un diplomatico ‘non so’. Ma se proprio la contrattazione dovesse virtualmente aprirsi (e qui accettano di rispondere anche le irriducibili), ecco allora che per il sogno televisivo una relazione di interesse con un personaggio televisivo come Bruno Vespa verrebbe preso in considerazione dal 54% del campione.

Il miraggio della ricchezza e della vita sfarzosa fa sì che un manager come Matteo Arpe conquisti una ragazza su tre. I numerosi casi di abusi sessuali di professori su studentesse nelle città italiane ha messo in luce una questione spinosa. Che però viene confermata dai dati: concedersi a un docente della propria università non verrebbe giudicato disdicevole da una studentessa su quattro.

Solo 33 ragazze su cento condannano la ex concorrente del GF che ha deciso di vendere la propria verginità via internet. Per un 15% di disincantate “anche la propria integrità è un business”. Motivo? Per il 22% “non lo farà mai era una strategia pubblicitaria ed è riuscita”. Un 12% osserva “oggi sono gli uomini stessi a non apprezzare più il dono della verginità quindi…..” Sotto accusa anche la famiglia. Per una ragazza su sei “spesso sono i genitori ad alimentare basse aspirazioni”.

Analizzando quel 18% delle ragazze che si sono dichiarate da subito pronte a vendersi vengono fuori motivazioni inquietanti. Un 10% dice che la “cripto prostituzione ormai è promossa dai mass media”. Il 24% se la prende addirittura col destino e la propria famiglia: “Se fossi nata in una famiglia di ricchi non ne avrei avuto bisogno”. Un corposo 8% indica in Elisabetta Gregoraci un modello di successo. “Accusata di cose ingiuste ha invece dimostrato la propria abilità e il proprio sangue freddo”. E un 21% giustifica certi cedimenti con i costi della vita di studentessa di oggi. “Se ci si vende a fin di bene non c’è nulla di male”.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/09/20/119692-sesso_fare_carriera.shtml

Tra i fantasmi di Castelvolturno dove i neri chiedono più Stato

REPORTAGE / Viaggio nel paese dopo l’assassinio di sei immigrati africani

Gli amici delle vittime: “Dicono che erano delinquenti per insabbiare tutto”

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dall’inviato di Repubblica GIUSEPPE D’AVANZO

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Tra i fantasmi di Castelvolturno dove i neri chiedono più StatoIl luogo della strage

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CASTELVOLTURNO – Dell’albergo di un tempo, ai bordi della pineta di Castel Volturno, al chilometro 32 della statale Domitiana, c’è oggi soltanto uno scheletro di cemento, annerito e bruciato come un tizzone nel fuoco. Le finestre, come occhi vuoti, annunciano da lontano un paesaggio spettrale e il mondo livido di morte abitato dai tossici. Se ne vedono entrare e uscire. Sono frenetici, quando riescono a camminare diritti. I più entrano barcollando, escono tonici e “felici”. Rifiuti umani, vite di scarto abbandonate al loro destino come la spazzatura putrefatta che è dovunque, qui intorno. Rimasugli di cibo, cessi sbreccati, tavoli senza gambe, copertoni d’auto bruciati, vetri rotti, la tappezzeria di un’auto, scarpe senza tacco, un rugginoso schedario, preservativi, colmano la piscina vuota e il giardino dove il numero delle siringhe – un tappeto bianco latte – è superiore al numero degli aghi di pino.

Un tempo, l’albergo si è chiamato “Boomerang”, tre stelle “con ristorante annesso”, lo Zagarella. Oggi è la “Casa dei Nigeriani”. O meglio il mercato di droghe (eroina, cocaina, kobret) organizzato da una banda di nigeriani che la vende a cielo aperto. Vivono nell’albergo senza acqua, senza luce, senza servizi igienici. E accolgono gli zombi, in astinenza penosa, alla luce delle candele. Mettono a disposizione siringa, cucchiaino e, se si vuole, ci si può anche dormire per qualche ora, se hai già pagato la tua dose. Il bagliore delle candele si vede al pianterreno e al primo piano. È impossibile avvicinarsi. Ben prima del bordo della piscina – e l’edificio è ancora lontano cinquanta passi – la voce arrochita di un uomo grida (deve essere di vedetta da un bel po’): “Fratello, fermati lì, gira le spalle e vattene, se non vuoi guai”.

L’uomo è nascosto dietro una coperta di lana che fa da tenda. Parla da uno squarcio della coperta. Agita un braccio. Indica la direzione verso cui filare subito. Un altro passo. Un altro urlo ancora più minaccioso. Un bianco che passa di lì – abita a meno di duecento metri al “Villaggio agricolo” di Castelvolturno – consiglia di darci un taglio: “Và via, sono pericolosi e ti scatenano contro i tossici: sono i loro cani da guardia. Per una bustina in premio, quelli ti aprono la testa come un melone”.


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La “Casa dei Nigeriani”, conosciuta da tutti lungo la Domitiana con quel via vai di vite perdute, è la più palese contraddizione del racconto “ufficiale” della strage di San Gennaro. Si dice (lo dicono le polizie): i Casalesi, e quella loro banda di cocainomani fuori di testa armati, in libertà e introvabili, “hanno voluto ribadire la loro egemonia, uccidendo i sei neri”. Hanno voluto far sapere che la festa (la loro sfarzosa festa) non è finita, anzi raddoppia: ogni pagliuzza dei commerci illegali deve sottostare alla loro fiscalità predatoria. E, con i tempi che corrono (arresti, sentenze definitive d’ergastolo, avvocati da pagare, famiglie da sostenere, pentiti da punire), non è più sufficiente tassarsi del venti per cento, bisogna tirar fuori il cinquanta. Per ogni cosa che produce euro. Per un negozio, per una fabbrica, per le puttane, per la droga, per il lavoro nero. Sarà anche vero, ma se questo doveva essere il messaggio degli assassini perché non sono venuti qui, alla “Casa dei Nigeriani”, a dare la loro “lezione” agli uomini “giusti”? Perché hanno sparato e ucciso alla cieca contro sei ghanesi innocenti, tredici chilometri più in là?

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Non è una novità che i Casalesi azzannino, di tanto in tanto, i neri con ferocia. Quasi ogni settimana un nero viene picchiato e ferito con qualche pistolettata “volante”, da queste parti. Altra cosa, è una strage. I Casalesi, una strage, l’hanno fatta con clamore anche nel passato, nel 1990 (come racconta Gigi Di Fiore nel suo L’impero dei Casalesi, fresco di stampa per Rizzoli). Quella volta, gli assassini, armati di tre pistole calibro 9, due calibro 7.65, una P.38, due fucili a pallettoni invasero, a Pescopagano, il bar Centro e accopparono cinque uomini e ne ferirono sette. Un nigeriano, Salim Kindy, il Cinese, s’era messo per conto suo a vendere eroina. Per trovarlo si dovevano seguire i cartelli stradali dove aveva dipinto una freccia e il suo nome, il Cinese.

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Salim fu il primo ad essere ucciso quel giorno nel bar di via Consortile. L’eccidio fu rivendicato con una telefonata al centralino del quotidiano Il Mattino. Con il tempo, s’è scoperto il nome dell’uomo che al telefono disse: “Siamo della camorra della Domitiana e siamo stati noi a sparare a Pescopagano. Noi non trattiamo droga e non la vogliamo”. Era una balla, come ha spiegato l’uomo quando si è “pentito”. Si chiama Augusto La Torre e ha raccontato: “Fu Sandokan (Francesco Schiavone, il capintesta dei Casalesi) a dirmi che serviva un’azione eclatante. Si doveva fare una strage e far ritrovare la droga, così i carabinieri si sarebbero decisi a mandare via i negri”.

In realtà, i Casalesi che avevano scoperto la vena d’oro dei rifiuti tossici e del calcestruzzo non volevano polizia tra i piedi e pretendevano che fossero più discreti e nascosti i traffici criminali di strada che attiravano le divise, come le mosche il miele.
Anche se fossero queste le motivazioni di oggi per fare una strage, la domanda non cambia: perché aggredire gli innocenti ghanesi e non quei nigeriani che davvero spacciano droga, come il Cinese, come l’uomo nascosto dietro la coperta all’hotel degli zombi? Il posto giusto per trovare una risposta accettabile è il chilometro 43 della Domitiana, dove c’è stato l’eccidio.

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Sulla serranda della sartoria “Ob Ob exotic fashions” – é dentro e fuori il piccolo laboratorio che gli assassini hanno ucciso nella notte di San Gennaro – ci sono quattro mazzi di fiori. E più in là, in circolo o appoggiati alle auto, sono gli amici di Samuel, Awanga, Yulius, Eric, Alex, Cristopher. La rabbia non si è spenta. Si passano il foglio di giornale con la fotografia di Eric. È seduto nella sua auto. Ha il capo riverso sulla spalla sinistra e un rivolo di sangue ai lati della bocca e una larga macchia rosso scuro ai lati del collo. Gli hanno sparato l’ultimo proiettile alla testa. Era già morto, dicono.

Racconta Alì: “Tutti conoscevamo Eric. Lavorava in un’impresa edile come piastrellista. L’altro sera era venuto qui per farsi rattoppare il pantalone che aveva addosso. Nella sartoria gli hanno detto che avrebbero pensato a lui soltanto prima della chiusura, alle “nove”. È andato a sedersi in macchina. Era stanco o forse si vergognava a farsi vedere con quello strappo nei calzoni. Ora lo seppelliranno con quel pantalone lacero”.

Il ricordo di Alì riaccende, d’improvviso, la collera. È una scintilla di follia rabbiosa che prende prima uno e poi un altro, come se con un’idrofobia umana esplodesse finalmente il sovraccarico di umiliazioni, la bolla di paura in cui molti di questi giovani uomini sono costretti a vivere. Un ragazzo, in tuta bianca e solido come una quercia, corre verso la strada. Raggiunge un’auto con un bianco a bordo che guarda curioso verso la sartoria. Il ragazzo grida come un ossesso: “Va via, italiano di merda. Vattene, razzista”.

E mentre urla, come intossicato dal dolore e dal rancore, comincia a tirare calci e pugni contro l’auto. Gli altri lo trattengono a fatica mentre altri ancora urlano: “Non vogliamo bianchi qui. Andate tutti via”. E spingono e smanacciano. Intorno non ci sono più bianchi, se si esclude un ragazzo che sta sistemando il suo mazzo di fiori accanto alla macchia di sangue dinanzi alla porta chiusa della sartoria.

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Kwane mi tira via, lontano. Dice: “Come è possibile che avvenga tutto questo, come è possibile che avvenga qui in Europa? L’Africa fa schifo, okay. Veniamo qui per non vivere in quello schifo. Veniamo qui soltanto perché siamo poveri. Non è una colpa. Non lo dovrebbe essere in Europa. Vogliamo soltanto sopravvivere alla miseria e, quando ci riusciamo, aiutare le nostre famiglie. Dicono oggi che i nostri poveri morti erano spacciatori di droga. È una menzogna. Una grande menzogna. Si spezzavano la schiena nei campi e nei cantieri. Chi lavorava nella sartoria lo faceva dalla mattina alla sera, senza alzare la testa dal banco. È un’offesa che brucia sentire e leggere che erano delinquenti. Lo dicono soltanto per mettere tutto a tacere. La droga lì dentro non l’hanno trovata e non l’hanno trovata addosso ai morti. E non gliel’hanno trovata perché non avevano nulla a che fare con la droga. La polizia ve lo dice per dimostrare che poi non è successo nulla: soltanto criminali italiani che uccidono criminali africani. Siamo poveri, ma non stupidi e non è giusto che finisca così”.

Kwane sembra averne abbastanza. Si allontana come per andarsene. Si ferma, come paralizzato, dopo qualche metro. Ritorna indietro e non si vergogna a farsi vedere in lacrime: “Non è giusto, siamo brava gente. Anche la nostra vita dovrebbe avere un valore. Quando uccisero quella signora a Roma, subito trovarono il rumeno assassino. Accadrà anche per noi, per i nostri amici innocenti? No, che non accadrà. Perché noi siamo negri e la nostra vita non vale quella di un italiano, nemmeno quella di un italiano assassino. Siamo noi – non i bianchi di qui, non gli italiani che accettano di vivere con quella gente armata – siamo noi a chiedere: dov’è lo Stato in questo Paese? Perché non fa il suo mestiere? Perché per avere il rinnovo di un permesso di soggiorno si deve attendere due anni? Perché nel cantiere dove lavoro non ho alcun diritto? Perché degli assassini possono andarsene in giro liberi e nessuno li cerca davvero? Perché per dormire in un tugurio devo pagare quanto, uno di voi, un appartamento vero?”.

Kwane si asciuga gli occhi con un gesto rapido. “Sono cattolico. Accanto a voi prego in chiesa. Anche lì non riesco a sentirmi un essere umano. Questa strage è soltanto razzismo – li hanno uccisi perché, per loro, per voi, un negro vale l’altro – ma quell’insulto ai nostri poveri morti di essere delinquenti è un razzismo peggiore”.

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21 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/caserta-sparatoria/castelvolturno-reportage/castelvolturno-reportage.html