Archivio | settembre 23, 2008

Alitalia: dipendenti coraggiosi

Finalmente. Il commissario straordinario Augusto Fantozzi ha deciso ieri di bandire un’asta pubblica per l’acquisizione della compagnia di bandiera italiana. Era ciò che avrebbe dovuto fare da tempo. È proprio il caso di dire: Meglio tardi che mai“.

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foto del IlSole24ore

Era una scelta dovuta, una strada obbligata che da tempo noi dall’Italia dei Valori chiedevamo. A mio giudizio la scelta di porre sul mercato Alitalia, e la responsabilità che vogliono prendersi i piloti, gli assistenti di volo e il personale di terra di entrare nella gestione della compagnia, dimostra che una soluzione si può trovare.

Ieri, dopo le ennesime dichiarazioni di chiusura da parte del Governo ad ogni altra soluzione per il salvataggio della compagnia che non fosse quella proposta dalla Cai, posizione di chiusura ribadita tramite i ministri Sacconi e Matteoli, avevo affermato che l’esecutivo Berlusconi non deve ricattare i lavoratori e comportarsi con Alitalia come fanno i mafiosi con le loro vittime.

Il persistere del Governo in questa sua linea di condotta, costituisce una turbativa d’asta grossa come una casa ed ha evidenti risvolti di responsabilità civili, contabili e penali. L’Italia dei Valori chiede formalmente al garante dell’Autorità della concorrenza e del mercato, Antonio Catricalà, di fare il suo dovere e di aprire immediatamente una pratica a tutela del mercato e della trasparenza. Il premier, infatti, non può continuare ad affermare che la compagnia si avvia al fallimento, in quanto scoraggia i passeggeri a continuare a volare con Alitalia.

Se non è turbativa di mercato questa, ditemi voi quando lo è? Comunque, in questa vertenza, Berlusconi ha grosse responsabilità: ha voluto svendere la compagnia di bandiera. L’idea del governo di voler insistere sulla proposta Cai, infatti, per me è la dimostrazione palese che Berlusconi vuole favorire quattro amici suoi, i soliti furbetti del quartierino. Ha fatto una promessa elettorale che poi si è dimostrata una truffa ai danni dei lavoratori e dell’economia del Paese.

Come ho accennato, oggi le rappresentanze sindacali dei piloti, degli assistenti di volo e del personale di terra, in una conferenza stampa alla quale ho partecipato, hanno annunciato l’intenzione di mettere a disposizione una quota parte delle retribuzioni e l’intero montante del loro TFR, pari a circa 340 milioni di euro, anche più del doppio di quanto offerto da Colaninno, per il rilancio di Alitalia. Questa iniziativa dimostra che i lavoratori Alitalia non vogliono abbandonare la compagnia, ma sono pronti a rischiare in proprio per farla continuare a volare. Io intravedo la possibilità di arrivare ad una soluzione che sia soddisfacente sia per la compagnia che per i dipendenti. A questo punto il Governo si assuma la proprie responsabilità.

Fonte: http://www.antoniodipietro.com/

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Premetto che ho la febbre… ma io questa notizia al TG non l’ho sentita… certo per compiacere l’attuale capo del governo è meglio sbandierare il comportamento irresponsabile della CGIL o i privilegi accumulati da quei “lavativi dei dipendenti Alitalia”… le soluzioni alternative non si possono trovare se non le si vuole neppure cercare.

Io ci sto. Facciamo diventare Alitalia una specie di cooperativa nazionale, mettiamola in mano a chi se ne intende davvero – ed a chi ci lavora – e non ai soliti quattro amici che vogliono arricchirsi, e poi vediamo… qualche azione la compro (ovviamente dipende dal prezzo, mica sono miliardaria, io!).

Perché siamo sempre lì: a che pro mi dovrei accollare, io come tutta la collettività, i debiti della compagnia nazionale quando i profitti sono privati? Che pagassero i debiti e poi si procurassero i profitti, questi“benefattori”…


AMBIENTE – Gel e spray fv per produrre energia con qualsiasi supporto di vetro

22 settembre 2008 – Il successo del fotovoltaico nel nostro Paese e in giro per il mondo stimola la fantasia di istituti di ricerca e aziende che puntano a sistemi sempre meno impattanti anche dal punto di vista estetico.

L’innovazione di cui parliamo oggi è un gel fotovoltaico che, iniettato nei doppi vetri delle finestre, cattura l’energia solare trasformandola in elettricità e riversandola in una normale batteria.

Bastano solo 25 metri quadrati di finestre riempite con questo gel per dire addio alla bolletta elettrica di un appartemento di normali dimensioni. Parola di Esco Energy, azienda di Potenza, che dopo quattro anni di studi ha finalmente brevettato e lanciato questo nuovo prodotto.

Secondo quanto spiegato dal responsabile della ricerca di Esco Energy, Alessandro Cariani, “il costo è pari alla metà di un normale pannello fotovoltaico”. Lo spazio tra i doppi vetri delle finestre viene riempito dal gel trasparente consentendo una normale visibilità e, come effetto secondario, anche l’isolamento termico dell’abitazione.

L’elettricità prodotta viene catturata e assorbita da piccoli terminali elettrici installati nelle finestre, per essere poi riversata in rete, permettendo una produzione di 100 Wh per ogni metro quadro di superficie “e può essere montato – ha detto Cariani – su strutture già esistenti”.

A breve sarà disponibile anche nell’innovativa versione Spray, applicabile sui vetri singoli.

Il gel è una sostanza amorfa, a base liquida, al cui interno viene iniettata una struttura cristallina di silicio. Il Gel Esco Energy è disponibile nella versione trasparente, o in una leggermente pigmentata con colore blu per dare un’eventuale connotazione estetica.
Con l’arrivo dello spray, in pratica lo stesso gel stesso ridotto allo stato liquido, sarà possibile produrre energia con ogni supporto vitreo: finestre, porte a vetro, finestrini.
L’impianto al gel fotovoltaico, dotato di un inverter, si adegua al funzionamento dell’impianto tradizionale e, come per il fotovoltaico, utilizza un contatore in entrata e uno in uscita. Ulteriori info.
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Bolivia, un neofascista italiano dietro la strage di indios

Marco Marino Diodato, . Foto foto tratta dal quotidiano boliviano La Patria

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di OMERO CIAI

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C’ è la mano di un neofascista italiano, Marco Marino Diodato, dietro il massacro di El Porvenir, in Bolivia, dove una settimana fa, nella notte tra l’ 11 e il 12 settembre, squadroni della morte legati ai gruppi civici che si battono contro Evo Morales per l’ autonomia regionale hanno ucciso quindici contadini indios che si recavano ad una manifestazione di appoggio al presidente.

Lo sostengono due giornalisti boliviani secondo i quali Diodato avrebbe organizzato squadre di killer e avrebbe fatto parte del gruppo armato che ha sparato sui contadini – più di un migliaio – in marcia verso il capoluogo regionale di Pando. Marco Marino Diodato è uno dei tanti neofascisti italiani che si rifugiarono all’ ombra delle dittature militari latino-americane sulla scia di Stefano Delle Chiaie, il killer fondatore di Avanguardia Nazionale. Il percorso fu più o meno simile per tutti, da Augusto Cauchi a Carlo Cicuttini.

Prima si misero al servizio della Spagna di Franco per svolgere azioni terroristiche contro l’ Eta basca poi, morto il dittatore spagnolo (1975), attraversarono l’ Oceano per collaborare con la Dina di Pinochet e prendere parte all’ Operazione Condor, l’ alleanza anti-comunista, finanziata anche dalla Cia, tra le dittature del Cono sud (Cile, Argentina, Paraguay, Uruguay, Bolivia e Brasile). Diodato è più giovane dei suoi maestri. Nato a San Giovanni Teatino (Chieti), oggi poco più che cinquantenne, Diodato è molto conosciuto in Bolivia dove si trasferì all’ inizio degli anni Ottanta. A Santa Cruz ha sposato una nipote del generale Hugo Banzer (al potere de facto dal ‘ 71 al ‘ 78 e poi eletto dal ‘ 97 al 2001) trasformandosi in un ricco uomo d’ affari e in “consulente militare”. Paracadutista – è stato anche nell’ esercito boliviano – Diodato avrebbe fondato dei gruppi paramilitari per proteggere i latifondisti.

La sua fortuna ufficiale in Bolivia terminò nel 1999 quando venne arrestato per una inchiesta su cellulari clonati delle Forze armate e, in seguito, accusato anche di riciclaggio e traffico di armi e droga. Condannato a dieci anni nel gennaio del 2004 riuscì a fuggire dalla clinica “Bilbao” di Santa Cruz dove era stato ricoverato per una insufficienza cardiaca. All’ epoca le indagini arrivarono fino al boss mafioso italiano Nitto Santapaola con il quale il gruppo di Diodato – insieme a lui vennero arrestati anche il padre Tullio, un console onorario e altri italiani residenti in Bolivia – avrebbe avuto dei legami per le forniture di armi e droga.

Dopo la fuga, ben inserito nell’ aristocrazia bianca della “mezzaluna” boliviana, le province della pianura, Diodato non avrebbe lasciato il paese ed oggi è segnalato come uno dei “consiglieri” di Leopoldo Fernandez, il governatore di Pando, e tra gli animatori dei gruppi civici più radicali nello scontro con La Paz per l’ autonomia regionale. Fernandez è stato arrestato tre giorni fa ed è accusato di essere il mandante del massacro degli indios filogovernativi. Poco prima di essere prelevato dai militari che lo hanno poi portato a La Paz, il governatore Fernandez ha chiesto asilo politico al Brasile. Magari sperava di avere lo stesso trattamento del dittatore paraguayano Stroessner, morto in esilio a Brasilia nel 2006, ma Lula ha detto di no.

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fonte: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/09/19/bolivia-un-italiano-dietro-la-strage-di.html

SICUREZZA – Sciopero (già precettato) per riassumere Dante

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di Massimo Franchi

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Lo hanno licenziato per la seconda volta a ferragosto. Mentre l’Italia era al mare, lui andava a ritirare la lettera delle Fs: procurato allarme per le denunce sulla sicurezza dei “Pendolini” alta velocità che si “spezzavano”. Per giorni la vicenda del macchinista Dante De Angelis ha occupato le prime pagine di giornali e telegiornali: sul fatto che la punizione fosse eccessiva tutti d’accordo, da Cicchitto a Epifani. Poi? Poi il silenzio: quello dei media e dell’azienda. I suoi colleghi e i tanti lavoratori che fanno della sicurezza sul lavoro un principio invalicabile hanno raccolto firme, 8 mila in calce ad una petizione che chiede a Trenitalia il reintegro immediato. Ma anche lì da qualche tempo l’oblio sembra sceso e man mano che passano i giorni le firme sono meno frequenti.

Per ridestare l’attenzione i macchinisti del Sdl e del Cub (autonomi, ma molto rappresentativi della categoria) hanno deciso di scioperare venerdì 26 settembre. Otto ore per «la riassunzione del macchinista Dante De Angelis e degli otto operai dell’Oml di Genova» (altri licenziati dell’ultim-ora perché accusati di farsi timbrare il cartellino da altre persone, senza però essere accusati di non lavorare), per un diverso piano di manutenzione ferroviaria «che preveda una massiccia reinternalizzazione delle lavorazioni ed ingenti assunzioni di lavoratori», e contro «lo smantellamento progressivo del servizio ferroviario merci».

Ma quasi sicuramente anche questo non succederà. La burocrazia, la Commissione di garanzia sullo sciopero, il ministero dei Trasporti si sono messi di traverso. Prima la richiesta di differirlo perché troppo vicino ad un altro sciopero, quello dell’intero settore dei trasporti. L’ultimo è nel fax appena ricevuto dal ministero dei Trasporti che intima la precettazione.

Una precettazione già annunciata dal ministro Altero Matteoli a Omnibus La7 con la scusa della crisi Alitalia. Un blocco dei voli che sarebbe in concomitanza con lo sciopero dei ferrovieri di venerdì che potrebbero essere precettati. Per questo, ha spiegato oggi il ministro dei Trasporti ad Omnibus su La7, «stiamo lavorando a un piano d’emergenza, ma se venisse confermato lo sciopero dei ferrovieri indetto per venerdì, sarei costretto a precettare».

Invece di «precettarci, Matteoli revochi i licenziamenti che sono il motivo per cui scioperiamo», chiedono i delegati Rsu-Rls dell’Assemblea Nazionale dei ferrovieri che, riferendosi ai casi degli otto operai delle officine di Genova e del macchinista Dante De Angelis, hanno aggiunto che «per evitare lo sciopero basterebbe una semplice telefonata a Mauro Moretti per ottenerne la revoca».

Dura la critica dei sindacati nei confronti dell’atteggiamento del ministro Matteoli «rimasto immobile di fronte alla denuncia di numerosi Rls su importanti questioni di sicurezza ferroviaria», dalle porte killer agli Eurostar ‘spezzatì ai ricorrenti guasti dei pendolini in corsa. «La delicata questione Alitalia – hanno sottolineato i delegati Rsu – non può essere utilizzata oggi come argomento per impedire ai ferrovieri di difendersi dai violenti attacchi aziendali sulla sicurezza e sui diritti sindacali».

E un’altra petizione, che finora ha raccolto più di 1500 firme, è stata lanciata on line dai Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, Marco Bazzoni, Andrea Coppini, Mauro Marchi. Si chiede il reintegro immediato del macchinista. «Se adesso un rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, non si può più permettere neanche di andare in assemblea, e dire i problemi che ci sono per la sicurezza sul lavoro nella sua azienda, che in questo caso riguardano anche tutti i cittadini, dato che i treni, bene o male, li prendiamo tutti, significa che siamo messi davvero male».

Sul sito di Trenitalia la notizia ha avuto molto spazio. Si parla dello sciopero, sì, ma si parla solo dei disagi, senza fare alcun accenno alle motivazioni. “Sarà di otto ore, dalle 9 alle 17, lo sciopero nazionale proclamato da alcune sigle autonome per venerdì 26 settembre. Chi vorrà partire dovrà informarsi in anticipo”, si legge nel messaggio.

Tanto delle ragioni di uno sciopero non frega più niente a nessuno. Anche se è fatto per far riassumere un collega ingiustamente licenziato.

Ma per fortuna almeno 8 mila persone che la pensano diversamente in Italia ci sono. E hanno deciso che continueranno a lottare.

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Pubblicato il: 23.09.08
Modificato il: 23.09.08 alle ore 18.48

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79256

MUSICA – L’album finisce in rete. La band: “E vabbé!”

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PI – News

martedì 23 settembre 2008

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Roma – Lavorare 16 ore al giorno, per mesi, e poi ritrovarsi il frutto di tanto impegno distribuito su Internet, senza che nessuno paghi un centesimo e senza nemmeno prima avvertire. È quanto successo all’ultimo album della band canadese The Dears, che in una mail spedita ai fan si dice “devastata” e nel contempo eccitata per l’accaduto, che coinvolge un gruppo in fondo ancora “da vecchia scuola” ma che non vuole tentare di contrastare (per giunta inutilmente) il progresso tecnologico dettato dalla diffusione del file sharing.

“Non era esattamente nostra intenzione, ad essere onesti – si legge nella mail inviata dalla band – e anche se è in qualche modo fico non possiamo non sentirci turbati. Siamo sempre stati consapevoli della possibilità che accadesse, perché viviamo in questa epoca. Né ci aspettiamo che qualcuno enfatizzi il fatto”.

Le cose, per quanto RIAA e le major ci mettano impegno a far finta di vivere fuori dalla realtà, oggi vanno così e non c’è granché da fare. Piuttosto, continua il gruppo, anche se l’album è oramai in rete disponibile a chiunque per il download a costo zero, val la pena chiedere a chi dà valore alla musica e vuole sostenere gli artisti di scegliere tra “a) scaricarlo ora; b) aspettare e acquistarlo in seguito; c) entrambe”.

Missiles cover

Missiles è un lavoro “massiccio, intricato, stratificato”, che ha richiesto “parecchio amore, parecchia cura” e ha tra l’altro testimoniato lo scontro artistico tra i due membri principali del gruppo (Murray Lightburn e Natalia Yanchak) e i musicisti di supporto, che alla fine della fase di registrazione avevano tutti lasciato la band. Gli autori lo spiegano, sperando di suscitare l’interesse nei fan, di stimolarne le riflessioni.

Il gruppo teme inoltre che la qualità dei file distribuiti non sia all’altezza di un’esperienza sonora degna, e anche in questo caso invita i potenziali acquirenti/fan ad ascoltare più volte (“magari quattro”) il lavoro e ad acquistare l’album ufficiale in uscita a ottobre in tutto il mondo, masterizzato “nella massima qualità” dalla leggenda dell’industria musicale Bob Ludwig.

Con il loro appello i Dears sperano di convincere gli appassionati del fatto che loro non ce l’hanno con il file sharing, ma di certo hanno bisogno di soldi per continuare a fare musica. D’altronde è un fatto che nemmeno Comcast, l’ISP ammazza-BitTorrent sulla graticola nei mesi passati per aver strozzato le connessioni dei condivisori statunitensi, ce l’abbia con il P2P a prescindere.

Nel tentativo di riappacificarsi con gli organi statunitensi di regolamentazione delle telecomunicazioni, il chiacchieratissimo ISP ha appena comunicato alla FCC i dettagli sul suo nuovo sistema di gestione intelligente (anche se si parla di throttling, strozzamento appunto) della banda, un sistema che dovrebbe risultare agnostico rispetto al tipo di traffico assicurandosi solo di garantire a tutti la stessa qualità di fruizione della rete. Qualcosa, dunque, sembra proprio muoversi.
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Alfonso Maruccia

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fonte: http://punto-informatico.it/2411764/PI/News/album-finisce-rete-band-vabbe.aspx

Cassazione: sì al cognome materno ai figli

«Patronimico retaggio di una concezione vecchia della famiglia»

La Corte accoglie il ricorso di una coppia milanese. «No a discriminazioni basate sul sesso, Italia si adegui alla Ue»

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MILANO – No a qualunque discriminazione fondata sul sesso. Così la Cassazione ha motivato una sentenza in favore dell’attribuzione del cognome materno ai figli legittimi nel caso entrambi i genitori siano concordi. La Suprema corte cita l’approvazione, il 13 dicembre 2007, del Trattato di Lisbona, per sottolineare che anche l’Italia, come tutti i 27 stati membri, ha il dovere di uniformarsi ai principi fondamentali della Carta dei diritti Ue. In pratica, mentre in una precedente sentenza del 2006 gli Ermellini si erano limitati a un appello al Parlamento affinché con una legge consentissero l’adozione del cognome materno, adesso i magistrati di piazza Cavour dicono di essere pronti – proprio in forza della novità costituita dal Trattato di Lisbona – a rimuovere, disapplicandole, o avviando gli atti alla Consulta, le norme italiane in contrasto con i principi del Trattato.

COPPIA MILANESE – Questo nuovo affondo della Cassazione a sostegno del cognome materno in sostituzione del patronimico – «retaggio di una concezione patriarcale della famiglia non più in sintonia con l’evoluzione della società e le fonti di diritto soprannazionali» – nasce dal ricorso di una coppia milanese che da anni conduce la battaglia per dare ai propri figli il cognome materno. Si tratta dei coniugi Alessandra Cusan e Luigi Fazzo che per la seconda volta si sono appellati alla Suprema corte dopo il no pronunciato dalla Corte d’appello di Milano. Con la sentenza 23934 della I Sezione civile di Piazza Cavour, i supremi giudici rilevano che ormai da quasi trent’anni (la prima proposta di legge a favore del cognome materno è del 30 ottobre 1979) il Parlamento, pur avendo affrontato il tema, «non è ancora pervenuto a soluzioni concrete».

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23 settembre 2008

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/08_settembre_23/cassazione_cognome_materno_6d209d20-897e-11dd-8235-00144f02aabc.shtml

I ghiacci dell’Artico si sciolgono: allarme metano

Nave canadese nell'Artico (foto Jonathan Hayward - Ap)

LONDRA (23 settembre) – L’allarme è stato lanciato da alcuni scienziati che stanno monitorando le masse glaciali polari: lo scioglimento dei ghiacci nell’Artico sta liberando nell’atmosfera milioni di tonnellate di metano che si trovano sotto il fondo marino. E avvertono: il metano è assai più potente dell’anidride carbonica (circa 20 volte) nel provocare il riscaldamento globale.

Il metano, normalmente imprigionato dal fondo marino ghiacciato, fuoriesce attraverso “camini” o piccole aperture determinate dallo scioglimento del ghiaccio in superficie.

Orjan Gustafsson, dell’università di Stoccolma, che si trova sulla nave scientifica russa Jacob Smirnitskyi, ha detto all’Indipendent: «Ieri per la prima volta abbiamo visto un campo dove il rilascio era così intenso che il metano non aveva tempo di sciogliersi in acqua ma arrivava in superficie sotto forma di bolle».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=31553&sez=HOME_SCIENZA

Addio a Abba, giovedì torna in Burkina Faso

abba, abdul, milano
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Sono le 12 in punto quando nell’auditorium della scuola Don Milani di Cernusco sul Naviglio, trasformata in camera ardente per Abdoul, il giovane ucciso a 19 anni dalle sprangate di due baristi, scende il silenzio. Un minuto per ricordare Abba, come lo chiamavano i suoi amici, diventato simbolo della violenza contro il diverso, dell’odio per chi ha la pelle di un altro colore. L’iniziativa era stata promossa dall’Arci per dare «un gesto di vicinanza alla famiglia, per chi non potrà essere presente al funerale, e un estremo omaggio a un ragazzo che voleva vivere come i suoi coetanei, da nero italiano».

Dopo il silenzio, un applauso commosso, accompagnato dalle preghiere cantate da alcune donne africane. Il rito islamico del funerale, che consiste nel lavaggio della salma, si è già concluso, Abdul ora verrà portato in Burkina Faso, nella terra dove è nato, e sarà sepolto lì giovedì prossimo. Centinaia di persone hanno voluto salutarlo, un via vai continuo di amici o di semplici concittadini che lo hanno conosciuto solo ora.

Una ventina di amici di Abdoul, dopo aver lasciato la camera ardente, si sono recati nei giardinetti vicino alla scuola, dove hanno deposto alcuni mazzi di fiori di fronte al murales che recita «Abba vive» e che era stato realizzato un paio di giorni dopo l’omicidio del diciannovenne italiano.

Infine, l’Arci invita tutti coloro
che vogliono far giungere la loro solidarietà alla famiglia ed esprimere la loro indignazione per quest’atto di razzismo a inviare la loro testimonianza via mail all’indiririzzo milano@arci.it. I messaggi verranno girati alla famiglia di Abba. Perché non accada mai più.

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Pubblicato il: 23.09.08
Modificato il: 23.09.08 alle ore 14.11

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79250

Finlandia, studente fa irruzione nella sua scuola e apre il fuoco: uccisi dieci ragazzi

Le foto pubblicate online da Wumpscut86 ovvero Matti Juhani Saari, l'autore della strage nella scuola di Kauhajoki in FinlandiaLe foto pubblicate online da “Wumpscut86” ovvero Matti Juhani Saari, l’autore della strage nella scuola di Kauhajoki in Finlandia (guarda)

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A Kauhajoki, nella parte occidentale del paese. il precedente nel 2007

Ha sparato all’impazzata e poi contro se stesso: è morto poi in ospedale. Lunedì era stato interrogato dalla polizia

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La scuola di Kauhajoki in fiamme dopo la strage (Ansa)
La scuola di Kauhajoki in fiamme dopo la strage (Ansa)

HELSINKI – Dieci studenti della vocational school di Kauhajoki, in Finlandia (mappa), sono morti nella sparatoria compiuta da un compagno che ha fatto irruzione nell’edificio e ha aperto il fuoco contro i 150 ragazzi presenti, intorno alle 11 di martedì (ora locale). Due i feriti. Dopo aver compiuto la strage, il killer ha tentato di uccidersi sparandosi alla testa ma è sopravissuto ed è stato ricoverato in gravi condizioni. È morto poche ore dopo in ospedale.

TESTIMONIANZE – La “Palvelualojen Oppilaitos”, una scuola professionale per ragazzi dai 16 ai 21 anni, è stata evacuata. Secondo l’agenzia Stt il killer, che frequentava la sezione alberghiera, aveva con sé anche dell’esplosivo e nell’edificio si è sviluppato un incendio. «Ho sentito dei colpi di pistola, le ragazze urlavano. Due di loro sono venute da me dicendo che un uomo stava sparando – ha raccontato uno dei custodi della scuola, Jukka Forsberg – Sono andato dove mi indicavano e ho visto il ragazzo che lasciava una borsa nera nel corridoio. Poi è entrato in una classe e ha chiuso la porta. Sono andato a vedere cosa succedeva attraverso la porta a vetro e lui ha sparato nella mia direzione. Allora ho chiamato la polizia. Non sono stato colpito. Mi sparava addosso ma sono riuscito a salvarmi correndo a zig-zag». Forsberg è quindi uscito dall’edificio per aspettare i soccorsi. «Ho sentito degli spari incessanti. Ha ricaricato la pistola, era ben preparato. Era vestito di nero e si comportava come un militare, muovendosi con calma». «Credevo fosse un adulto – ha aggiunto Forsberg -. Poi ho saputo che si trattava di un allievo della scuola, uno dei più grandi. È stato orribile».

SU YOUTUBE – Il killer si chiama Matti Juhani Saari era già noto alla polizia perché pochi giorni prima della strage aveva messo su internet quattro video in cui si esercita sparando in un poligono di tiro. Ad agosto aveva ottenuto un permesso temporaneo per la detenzione di un’arma, una calibro 22. Nella pagina di YouTube si definisce Mr. Saari e utilizza il nickname Wumpscut86 (tratto dal nome di un gruppo tedesco di cui è fan). Dice di avere 22 anni, di vivere a Kauhajoki e di essere interessato a «computer, armi, sesso e birra», con una predilezione per i film dell’orrore. Dunque lunedì, poche ore prima della strage, ‘Mr. Saari’ era stato interrogato dalla polizia. Lo ha reso noto il ministro dell’Interno finlandese Anne Holmlund, aggiungendo che era la prima volta che il giovane aveva un permesso per porto d’armi. Nei filmati, messi in rete i giorni scorsi, il ragazzo esplode diversi colpi. «Il prossimo a morire sarai tu» dice in una delle clip.

UN ANNO FA – In Finlandia c’è stato un tragico precedente. A novembre del 2007 un 18enne aveva aperto il fuoco in un liceo a Tuusula, uccidendo 9 persone. Quella strage era stata annunciata con un video messaggio su YouTube (guarda).

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fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_settembre_23/finlandia_sparatoria_scuola_f4132200-894a-11dd-8235-00144f02aabc.shtml

Immigrati, vacilla l’accordo con la Libia. Tripoli a Maroni: “Non detti tu le regole”

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Il ministro aveva annunciato un suo arrivo nel paese africano a bordo di una motovedetta

Il governo di Gheddafi: “Decidiamo noi se e come si viene qui”

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"Non detti tu le regole"

Roberto Maroni

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ROMA – E’ polemica fra Maroni e la Libia. Il ministro dell’Interno, in un’intervista, ha accusato il governo libico di scarsa collaborazione per contrastare l’immigrazione clandestina e ha annunciato una sua visita a bordo di una motovedetta. Una dichiarazione che non è piaciuta per niente a Tripoli che, in un comunicato replica: “Decideremo noi, se e come verrà”.

Il ministro dell’Interno, si era detto “contrariato perché – nonostante il trattato di amicizia firmato il 30 agosto a Bengasi da Berlusconi e Gheddafi – nella prima metà di settembre gli sbarchi provenienti dalla Libia non sono diminuiti rispetto allo scorso anno. L’accordo – ha spiegato Maroni- prevede due misure per arginare l’immigrazione clandestina: il controllo delle frontiere meridionali della Libia per evitare l’arrivo di profughi da Eritrea, Etiopia, Somalia e Ciad e l’invio di sei motovedette italiane con equipaggio misto italo-libico che pattuglino le coste settentrionali della Libia per rimandare indietro le barche sfuggite ai controlli. Io stesso – ha concluso – sarò a bordo di una motovedetta per il viaggio inaugurale”.

Pronta la replica delle autorità libiche: “La Libia non ha mai chiesto aiuti in passato al alcun paese, compresa l’Italia e conferma i suoi impegni con Roma derivanti dalla sottoscrizione di trattati ed accordi, compresa la lotta all’immigrazione clandestina. Per quanto riguarda la dichiarazione del ministro Maroni di arrivare a bordo di una motovedetta che sarà prestata alla parte libica, lo informiamo che la Libia rifiuta il suo arrivo in questo modo spettacolare. Se sarà nostra intenzione riceverlo – conclude la nota – saremo noi ad indicare la data e il modo con cui potrà arrivare nella Giamahiria”.

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22 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/esteri/libia-italia/maroni-immigrati/maroni-immigrati.html?rss