Archivio | settembre 24, 2008

IMMIGRAZIONE – Dagmawi vale 30 dinari, e non sa quanti anni ha

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di Paola Zanca

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Cominciamo col dire che questo non è un film. È la vita vissuta di Dag, di Fikirte, di Senait, di Negga. Ragazzi fuggiti dall’Etiopia, dall’Eritrea, dal Sudan. Emigrati. Ragazzi di cui siamo abituati a conoscere le storie che li hanno fatti scappare, le guerre, le dittature, le crisi umanitarie. Ragazzi che conosciamo per quelle facce erose dal sole e dalla sete quando sbarcano a Lampedusa o in qualche altro punto del Mediterraneo. Ragazzi di cui tutt’al più conosciamo le storie di integrazione o più spesso gli episodi che li vedono discriminati. Ma di loro quasi mai conosciamo un pezzo. È il viaggio che li ha portati fin qui. Andrea Segre, Riccardo Biadene e Dagmawi Yimer, su quel viaggio ci hanno fatto un film. Si chiama Come un uomo sulla terra e sta girando l’Italia (prima Milano e Roma, ora al Salina Doc Festival) per raccontare quei mesi che separano i migranti dalla loro vecchia vita alla nuova che sognano. Già, perché quello che si legge negli occhi di Dawit, di Tighist, di Damallash, è che c’è un prima e un dopo. Quel viaggio è la frattura irreparabile che li separa.

Ma quella che ‘Come un uomo sulla terra‘ racconta non è solo l’umana sofferenza di chi è costretto a partire, magari senza salutare, perché aveva «paura che mio padre si offendesse». È soprattutto vergogna per quello che ci sta dietro. È un viaggio che comincia da Addis Abeba, da Asmara, da Mogadiscio. Passa attraverso il deserto del Sudan, a bordo di Land Rover guidate da trafficanti che costringono a viaggiare in 45 su una sola jeep, che non si fermano nemmeno se uno deve vomitare. Ma si stringono i denti, la Libia è vicina, si dicono i ragazzi. E non sanno che il peggio deve arrivare. La polizia di Bengasi li arresta appena il trafficante li ha scaricati. Sono d’accordo. Li stipa in carceri indegne, violenta le donne, picchia gli uomini, pungola con un bastone la pancia di una ragazza incinta. Poi li libera, ma non è per clemenza. È per portarli nell’inferno della prigione di Kufrah. E poi per liberarli di nuovo, venderli per 30 dinari ad altri trafficanti che li scaricheranno a Bengasi per 400 dollari. E poi li riarrestano, li riportano a Kufrah, li liberano di nuovo e li rivendono per altri 30 dinari. C’è chi l’ha vissuto anche per cinque volte. Mesi e mesi di agonia, tanto che all’arrivo in Italia non sai più quanti anni hai.

Il punto è che questa non è solo una storia di malaffare libico, di polizia corrotta. C’entriamo anche noi. I container su cui la polizia caricano gli arrestati sono italiani, i soldi per finanziare i centri di detenzione in Libia sono italiani. E l’ultimo accordo siglato da Berlusconi con Gheddafi non è che la coronazione di un’intesa che va avanti almeno dal 2003 e che, per usare le parole dello stesso premier «ci darà più gas e petrolio e meno clandestini». Complici anche gli osservatori internazionali. Quelli di Frontex, l’agenzia europea che controlla le frontiere esterne, sono stati a Kufrah nel 2007. Nel rapporto conclusivo citano «la grandezza e la varietà del deserto», ma quanto ai diritti umani non sanno dire di più che «c’è spazio per un miglioramento».

Ora Dag, che valeva 30 dinari e non ricordava quanti anni aveva, ha girato questo film e cucina spaghetti al pomodoro per la sua Elena. «Ci sono migliaia come me tra la vita e la morte in Libia». Novantacinquemila lo scorso anno. «E non hanno commesso nessun crimine. Sono solo emigrati».

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Pubblicato il: 24.09.08
Modificato il: 24.09.08 alle ore 13.18

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79294

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COME UN UOMO SULLA TERRA

Dal 2003 Italia ed Europa chiedono alla Libia di fermare i migranti africani. Ma cosa fa realmente la polizia libica? Cosa subiscono migliaia di uomini e donne africane? E perchè tutti fingono di non saperlo?

COME CENTO ANNI FA

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di Alessandro Triulzi

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Dagmawi Yimer è uno dei tanti giovani del Corno d’Africa che hanno scelto di lasciare il proprio paese per venire a vivere tra noi. Come alcuni dei rifugiati intervistati nel film, Dagmawi viene da un quartiere povero e ribelle di Addis Abeba, Kirkos, dove ragazzi come lui si riuniscono la sera a parlare di cambiamento e di come migliorare la propria condizione. Come cento anni fa si faceva anche da noi in Italia. Poi la svolta, improvvisa. La decisione di partire – per motivi politici, per necessità, per scelta irrinunciabile – verso l’ignoto, la dispersione, lo spaesamento. La necessità di imparare le leggi del viaggio e della sopravvivenza, passare le fitte maglie della violenza organizzata, della collusione tra polizia e mercanti di uomini, della corruzione, dello sfruttamento.

L’odissea narrata dai giovani intervistati nel film è una metafora del mondo contemporaneo e della mobilità transnazionale oggi, con i suoi assurdi divieti, le sue regole e complicità, le sue politiche di esclusione. Solo una piccola parte dei migranti africani viene in Europa, e solo una piccola parte approda sulle nostre spiagge, intorno al dieci per cento in entrambi i casi.

Ma la storia dei sopravissuti ‘libici’, perché tali sono, è una storia esemplare che pone domande angosciose a un paese, come l’Italia, che è stato a lungo paese di migranti, e alla Libia, dove l’Italia durante l’occupazione coloniale ha condotto i suoi primi esperimenti di campi di concentramento e di repressione delle popolazioni nomadi.

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Per ulteriori informazioni comeunuomosullaterra@zalab.org

Annozero, un caso Granbassi: l’Arma dice no. L’atleta ribadisce: «Parteciperò in ogni caso»

Margherita Granbassi e Michele Santoro (foto Scavolini-Lapresse)

ROMA (24 settembre) – L’impegno in tv è compatibile con la divisa da carabiniere? Per Gianfranco Siazzu, comandante egenerale dell’Arma no e così nel giorno della conferenza stampa di presentazione del nuovo Annozero, e alla vigilia della prima puntata del programma di Michele Santoro la partecipazione di Margherita Granbassi, atleta dell’Arma, viene messa in forse.

Della cosa si occuperà anche il ministro della Difesa Ignazio la Russa. Il nodo si dovrebbe sciogliere nelle prossime ventiquattro ore. La Granbassi è ottimista: «Spero che tutto si risolva. Tengo molto all’arma così come alla mia partecipazione ad Annozero. Io domani ci saro», garantisce la campionessa e candidamente confessa di non avere ben chiari i motivi dello stop. «C’è un problema di incompatibilità ma francamente non ne so molto di più», aggiunge. In realtà, spiega, per l’Arma è il primo caso di questo tipo e forse questa circostanza pesa sulla decisione. In caso di no, cosa farà la Granbassi? Lei sembra non voler assolutamente rinunciare alla sua avventura televisiva e potrebbe appendere la divisa al chiodo come è già accaduto ad Alberto Tomba e Aldo Montano con diverse motivazioni.

Margherita ha la coscienza a posto perché ha fatto tutti i passi necessari ma, dice Santoro, «evidentemente sono sorte delle difficoltà successive». Le speranze di evitare una dolorosa rottura sono riposte nel lavorio diplomatico di La Russa: «Esistono delle regole precise. Io ho la buona volontà di fare in modo che si rispettino queste regole e, allo stesso tempo, di dare alla Granbassi la possibilità di fare questa esperienza, nei limiti del consentito. Mi auguro che si riesca a trovare una strada».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=31626&sez=HOME_INITALIA

Tagli al finanziamento all’editoria. Appello de Il Manifesto : «Fateci uscire»

FATECI USCIRE!

Non lasciateci soli

Non rimanete da soli

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Una nuova emergenza bussa alle nostre porte. Ha qualcosa di simile alle tante dei nostri 37 anni di vita, perché sempre di bilanci in rosso si tratta. Ma è molto diversa da tutte le altre che l’hanno preceduta, perché stavolta non si tratta di raccogliere qualche soldo per sopravvivere ma di trovare le risorse per una battaglia di libertà che non riguarda solo noi.

Quello che ci assumiamo e a cui vi chiediamo di partecipare è un compito tutto politico. I tagli ai finanziamenti per l’editoria cooperativa e politica non sono misurabili «solo» in euro, in bilanci che precipitano nel rosso, in giornalisti e poligrafici che rischiano la disoccupazione. Sono lo specchio fedele di una «cultura» politica che, dall’alto di un oligopolio informativo, trasforma i diritti in concessioni, i cittadini in sudditi. Non sarà più lo stato (con le sue leggi) a sostenere giornali, radio, tv che non hanno un padrone né scopi di lucro. Sarà il governo (con i suoi regolamenti) a elargire qualcosa, se qualcosa ci sarà al fondo del bilancio annuale. Il meccanismo «tecnico» di questa controrivoluzione lo abbiamo spiegato tante volte in queste settimane (e continueremo a ricordarlo), ma il senso politico-culturale dell’operazione è una sorta di pulizia etnica dell’informazione, il considerare la comunicazione giornalistica una merce come tante altre. Ed è la filosofia che ha colpito in questi ultimi anni tanti altri beni comuni, dal lavoro all’acqua.

Noi ci batteremo con tutte le nostre forze e pubblicamente contro questa stretta: porteremo questo obiettivo in tutte le manifestazioni dell’autunno appena iniziato, stringeremo la cinghia come abbiamo imparato a fare in 37 anni di vita difficile ma libera, incalzeremo la politica e le istituzioni perché ne va della democrazia, spenderemo l’unico nostro patrimonio, cioè il nostro lavoro, per fornire il supporto giornalistico a questa battaglia di civiltà. E ci apriremo all’esterno ancor di più di quanto abbiamo fatto fino a oggi per raccogliere forze e saperi nuovi e capire come essere più utili a chi si oppone ai poteri che ci vogliono morti.

Faremo tutto questo, come sempre e più di sempre. Ma oggi siamo di nuovo qui a chiedere aiuto ai nostri lettori e a tutti coloro che considerano un bene essenziale il pluralismo e la libertà d’informazione. A chiedervi di sostituire ciò che questo governo ci nega con uno sforzo collettivo. In un panorama politico e culturale disastrato, di fronte alla lunga sconfitta che in un ventennio ha smantellato la stessa idea di «sinistra», non ci rassegneremo alla scomparsa. Perché, a differenza del protagonista di «Buio a mezzogiorno» di Arthur Koestler, non crediamo che «morire in silenzio» sia una lodevole testimonianza finale. Se questo governo e i poteri che rappresenta vogliono chiuderci, noi vogliamo riaprire. Con tutti voi, perché altrimenti è impossibile.

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Ecco come potete partecipare alla nostra campagna di sottoscrizione:

On line, versamenti con carta di credito sul sito ed è il metodo più veloce ed efficace.

-telefonicamente, sempre con carta di credito, al numero 06-68719888, o via fax al numero 06-68719689. Dal lunedì al venerdì, dalle ore 10,30 alle 18,30. Dove potete telefonare anche per segnalare, suggerire e organizzare iniziative di sostegno.

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“Minacciare la bocciatura è reato”. Cassazione conferma pena a prof

Per la corte i timori ingenerati “hanno inciso sulla libertà morale dell’allieva”

Respinta la tesi difensiva secondo cui un solo insegnante non ha un tale potere

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"Minacciare la bocciatura è reato" Cassazione conferma pena a prof ROMA – Minacciare la bocciatura? Non si può. Anzi, è reato. Lo ha stabilito, con una sentenza destinata a far discutere, la corte di Cassazione. Insomma, il professore che intimidisce i suoi studenti promettendogli la bocciatura commette il reato di minaccia aggravata. E nella sentenza si legge che per i ragazzi “la ingiusta prospettazione di una bocciatura rappresenta una delle peggiori evenienze” e un simile atteggiamento del docente è “idoneo ad ingenerare forti timori, incidendo sulla libertà morale” degli allievi.

Per questo motivo la Suprema Corte ha confermato la condanna per Marcello P., (50 anni) insegnante del liceo scientifico ‘Paolo Lioy’ di Vicenza. I difensori del docente – condannato anche per abuso d’ufficio in quanto dava ripetizioni private a pagamento agli studenti costringendoli anche a fargli dei regali – avevano sostenuto che il reato di minaccia non era configurabile “in quanto il tale minacciato (l’ingiusta bocciatura) non dipendeva solo dalla sua volontà, ma dall’intero collegio dei docenti”.

Ma gli ermellini hanno bocciato questa tesi e confermato il verdetto di colpevolezza emesso dalla Corte di Appello di Venezia il 23 ottobre 2007. “L’impossibilità di realizzare il male minacciato – si legge nella sentenza – esclude il reato solo se si tratti di impossibilità assoluta, non quando la minaccia sia idonea ad ingenerare comunque un timore nel soggetto passivo”. Come dire che forse il docente non era in grado di mettere effettivamente in atto il suo proposito, ma era legittimo da parte della studentessa temere che potesse invece realizzarlo, per quanto ingiustamente.

In particolare, il professore aveva detto a Silvia C. che “non aveva più alcuna possibilità di essere promossa”, per ‘vendicarsi’ di un intervento fatto nell’Assemblea dei genitori dalla mamma della ragazza che proponeva di rimuovere il docente, per la sua scorrettezza, nel triennio successivo.

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24 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/scuola_e_universita/servizi/cassazione-bocciatura/cassazione-bocciatura/cassazione-bocciatura.html?rss

E’ “Gomorra” il candidato italiano nella corsa agli Oscar 2009

Il film di Matteo Garrone rappresenterà l’Italia nella corsa alle statuette
Battuti il “Divo” di Sorrentino, “Giorni e nuvole” di Soldini, e poi Virzì e Amoroso

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di CLAUDIA MORGOGLIONE

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E' "Gomorra" il candidato italiano nella corsa agli Oscar 2009Matteo Garrone e Toni Servillo a Cannes

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ROMA – Tutto secondo previsioni: è Gomorra di Matteo Garrone – ritratto potente, feroce ed efficacissimo della Campania strangolata dalla camorra – il candidato italiano nella corsa agli Oscar. L’annuncio è stato dato oggi dalla commissione selezionatrice, che ha scelto la pellicola (all’unanimità) in una rosa di cinque candidati: gli altri quattro erano Il Divo di Paolo Sorrentino, Tutta la vita davanti di Paolo Virzì, Cover Boy di Carmine Amoroso e Giorni e nuvole di Silvio Soldini.

Una scelta non facile, vista l’abbondanza di titoli di alta qualità usciti negli ultimi tempi. Quella appena trascorsa, del resto, è stata una stagione d’oro, per il cinema made in Italy: basta pensare ai premi ottenuti, a Cannes, proprio da Gomorra e dal Divo. Ma, alla fine, ha prevalso l’opera che – per i temi e lo stile – è quella che forse, delle cinque prese in considerazione, parla il linguaggio più universale: caratteristica importante, per conquistare i cuori e le menti dei giurati dell’Academy Awards. Coloro chiamati a selezionare, tra le decine di pellicole in rappresentanza di quasi tutti i paesi del mondo, la cinquina di finaliste, che gareggeranno nella categoria di miglior film straniero.

Poco parlato e molto visivo, asciutto e non didascalico: Gomorra ha davvero tutte le caratteristiche per piacere al pubblico americano. Compresi gli addetti ai lavori chiamati ad assegnare le statuetta. Anche perché il film affronta un argomento che, oltreoceano, ha sempre esercitato un fascino inestinguibile: la violenza della criminalità organizzata, nelle sue varie forme.

A scegliere la pellicola di Garrone (che qui in Italia ha già incassato 10 milioni di euro) come candidata italiana agli Oscar, è stata una commissione che si è riunita questa mattina all’Anica, composta da Conchita Airoldi (produttore); Gianni Amelio (regista); Pio Angeletti (produttore); Angelo Barbagallo (produttore); Gaetano Blandini (direttore generale per il cinema Mibac); Paolo D’Agostini (giornalista e critico cinematografico); Aurelio De Laurentiis (produttore); Adriano De Micheli (produttore); Dante Ferretti (scenografo); Fabio Ferzetti (giornalista e critico cinematografico); Francesco Pamphili (produttore); Gabriella Pescucci (costumista); Piero Tosi (costumista); Riccardo Tozzi (produttore); Grazia Volpi (produttore).

L’unico rimpianto, a questo punto, riguarda Il Divo: in un anno meno ricco di opere di altissimo livello, il film di Paolo Sorrentino – altrettanto bello ma leggermente più “europeo”, più intellettuale, rispetto a quello di Garrone – sarebbe stato il candidato naturale nella corsa agli Oscar. Per sapere come va a finire, invece, bisogna aspettare il 22 gennaio 2009, quando verrano annunciate le nomination; i premi, invece, verranno consegnati il 22 febbraio.

Ma qui in Italia, l’avere scelto il candidato all’unanimità rappresenta già una vittoria: l’anno scorso la commissione si spaccò tra Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti e La sconosciuta: alla fine, il film di Giuseppe Tornatore prevalse per otto voti a sette. E non riuscì nemmeno a entrare nella cinquina di finalisti. Stavolta però le cose sono andate diversamente. Come sottolinea il produttore del film, Domenico Procacci: “Su Gomorra – dichiara – si è registrato tanto consenso in Italia, ma anche fuori. Abbiamo un’ottima distribuzione negli Stati Uniti, la Ifc, e una buona strategia di promozione con la partecipazione a tanti festival: dopo Toronto, New York e a Chicago”. E stavolta c’è da scommettere che gli appassionati di cinema italiani faranno tutti il tifo per Garrone.

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24 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/spettacoli_e_cultura/gomorra-oscar/gomorra-oscar/gomorra-oscar.html

Trailer: Gomorra

La terra dei fuochi

Mi dispiace per Franca, Schiavioliberi, Teo, ilRusso ed altri affezionati lettori che possiedono un blog proprio e hanno già parlato di questa iniziativa… saltate a pié pari che lo sapete già! 🙂

Ma dato che non tutti i nostri lettori sono, come dire, co-lettori… è giusto ed opportuno diffondere ancora.

Riporto quindi da laterradeifuochi e invito chi ancora non l’avesse fatto a divulgare a sua volta. Il codice HTML per copiare il banner è sotto.

https://i1.wp.com/www.laterradeifuochi.it/images/loghisito/La-Terra-dei-Fuochi.it-banner.jpg

Altroché Inceneritori!

Fuochi che non ci bruciano, ma ci avvelenano. Ogni giorno, centinaia di “piccoli” fuochi ardono in tutta la provincia tra Napoli e Caserta. In modo particolare, nei  territori dei Comuni di Giugliano, Qualiano e Villaricca. Tristemente denominati la terra dei fuochi, anche nel best seller “Gomorra“.

In questo libro, lo scrittore e giornalista Roberto Saviano ci racconta la realtà! Anzi, possiamo dire con certezza che forse è stato fin troppo “buono”.

Dalle riprese effettuate e dalle prove raccolte, considerata la situazione attuale, il fenomeno è ben più grave di quanto noi stessi potevamo immaginare.

Col nostro impegno, abbiamo “semplicemente” fornito e reso pubbliche le prove di tutto ciò.

In questi incendi, detti oramai roghi, si brucia di tutto. A essere dati alle fiamme sono Rifiuti Speciali.*

Materiali che non andrebbero bruciati e neanche gettati in strada. Tanto meno nelle campagne, in prossimità di allevamenti, frutteti e coltivazioni di ogni genere.

Questa società sembra che non abbia più nulla di civile. Ciò nonostante, voglio essere fiducioso e ottimista. Ecco perché, insieme ad alcuni amici, abbiamo dato vita a questo spazio di denuncia e informazione.

Crediamo che le centinaia di migliaia di persone che popolano i nostri territori non siano realmente consapevoli. Infatti, anche se talvolta qualcuno vede, forse, non ha idea di quanto possa essere grave e drammatica la situazione.

Tutti devono sapere, dai “buoni” ai “cattivi“.

Niente al mondo può e deve giustificare quanto sta accadendo, indisturbato, proprio sotto i nostri occhi.

La mattina, come il pomeriggio. La sera, ma ancor peggio di notte. Quando  il buio nasconde il fumo nero.

I roghi spesso son piccoli. Nascosti in stradine di campagna, a volte inaccessibili.

Ecco perché tutto è contaminato.

C’è chi dice che tutto ciò non esiste, che non è vero. Ora BASTA!

E’ inutile nascondersi dietro un dito. Tutto è INCREDIBILMENTE VERO.

A quanti non credono diciamo: CHI NEGA levidenza VUOLE il MALE della sua TERRA, dei suoi FIGLI e di QUANTI la abitano.

Omertà è complicità. Silenzio è assenso.

Segnalazioni

Anche se diversi enti già conoscono il fenomeno,   per dovere civile e obbligo morale, di nuovo e per l’ennesima volta…
a tutte le Istituzioni che ci rappresentano, amministrano e tutelano rivolgiamo l’ACCORATO APPELLO:

SI FERMI SUBITO QUESTO SCEMPIO!!!

Possiamo non bere l’acqua della terra in cui abitiamo. Possiamo pure non mangiare i prodotti della terra in cui cresciamo.
Ma l’unica cosa di cui non possiamo fare a meno, è respirare la sua aria
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La stiamo “appestando”, pur non avendo industrie.

Quand’è che ci risvegliamo??

  • “I rifiuti speciali sono quelli derivanti da: attività agricole – attività di costruzione, demolizione e scavo – lavorazioni industriali, artigianali, commercianti – attività di servizio, di recupero e smaltimento rifiuti – attività sanitarie – macchinari obsoleti e veicoli a motore dismessi. – (art. n°  7  D. Lgs. 22/97)

<a href=”http://www.laterra
deifuochi.it” target=”_blank”>
<img src=”http://www.laterra
deifuochi.it/images/bannertdf.jpg”
border=”0″></a>

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02 Settembre 2008 – La Terra dei Fuochi esce dalla Rete – Tg3 Nazionale edizione delle 19,00

Blitz della Digos in case estremisti di destra: un arresto e tre denunce a Viterbo

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VITERBO (24 settembre) – Blitz della Digos questa mattina all’alba nelle abitazioni di cinque estremisti di destra viterbesi. Dei cinque, uno è stata arrestato, tre sono stati denunciati a piede libero e un altro è stato sottoposto agli obblighi di firma. Gli agenti della polizia di stato hanno sequestrato inoltre diverso materiale.

L’operazione fa seguito ad alcuni episodi di squadrismo, l’ultimo quello avvenuto intorno all’una e trenta della notte dopo il trasporto della Macchina di Santa Rosa la scorsa settimana. La scintilla che fece incendiare gli animi pare sia partita in un bar del quartiere di San Pellegrino. Poi la rissa all’esterno. Il gruppo quella sera si diresse anche in una pizzeria vicina che in quel momento stava chiudendo. Il gruppetto cercò di entrare ma la prontezza del proprietario e i vetri antisfondamento ressero l’urto, anche se all’esterno furono distrutti tavoli e sedie e alcuni giovani rimasero feriti.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=31594&sez=HOME_ROMA

Madri denunciano furti in casa: Scoperto giro di droga tra adolescenti

I ragazzini rubavano soldi e suppellettili nelle loro abitazioni per poi rivenderli e così comprarsi gli stupefacenti. Perquisite le abitazioni di tre minorenni.

La mamma di una 15enne ha fatto partire l’inchiesta

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spaccioTreviso, 24 settembre 2008 – La Squadra Mobile della Polizia di Treviso, dall’alba di stamani, sta esguendo una serie di perquisizioni nell’ambito di una delicata indagine che riguarda il traffico di droga nelle scuole. Nel blitz coinvolti anche minorenni: tre abitazioni di questi sono state perquisite.

A dare avvio alle indagini la scomparsa di denaro denunciata da una madre che poi la Polizia ha ricondotto ai prelievi abusivi fatti dalla figlia, di soli quindici anni, che con quei soldi si pagava droga e feste in locali da ballo.
Individuati altri furti in famiglie trevigiane dove i figli facevano sparire monili per poi rivenerli. Lo spaccio, che avveniva oltrechè nelle discoteche anche nelle scuole, constava in cocina e altre sostanze: tra queste anche la chetamina, medicinale utilizzato in veterinaria.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/09/24/120465-madri_denunciano_furti_casa.shtml

Statali, il governo “abolisce” il contratto: Dal prossimo anno aumenti solo per legge

A gennaio in arrivo 65-70 euro lordi

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Una manifestazione di statali (foto Toiati)

di Pietro Piovani

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ROMA (24 settembre) – Il contratto dei dipendenti pubblici si può anche non fare. È il governo che decide quanti soldi in più mettere in busta paga, anche se i sindacati non sono d’accordo. Perciò, come già aveva annunciato il ministro Renato Brunetta, a dicembre si comincerà a pagare l’indennità di vacanza contrattuale (8-9 euro lordi al mese, più 115 euro una tantum di arretrati). E già da gennaio potrebbe arrivare l’aumento che il governo considera definitivo: 65-70 euro lordi.

Con un comma inserito nel testo della legge finanziaria, ieri il Consiglio dei ministri ha introdotto una norma davvero rivoluzionaria. Di fatto, si sancisce la fine della contrattazione sindacale nel pubblico impiego. Gli stipendi del personale possono essere rivalutati «mediante atti unilaterali». Il governo ha stanziato le risorse che ritiene opportune (circa 3 miliardi di euro), se i sindacati vorranno firmare un contratto utilizzando questi soldi bene, altrimenti gli aumenti saranno distribuiti ugualmente con una legge o un decreto.

Potrebbe essere vista come un ritorno al passato. Un tempo le retribuzioni dei dipendenti pubblici venivano decise per legge. Fu nel 1993 che si instaurò l’attuale sistema basato sui contratti nazionali, in virtù di una riforma voluta dall’allora sottosegretario socialista Maurizio Sacconi (oggi ministro del Lavoro). C’è però una differenza sostanziale fra il metodo seguito nella prima Repubblica e quello adottato adesso dall’esecutivo Berlusconi: allora gli aumenti erano sì previsti da un atto legislativo, ma venivano preventivamente concordati con le organizzazioni sindacali; oggi invece il governo sembra voler andare dritto per la sua strada, senza alcuna concertazione. Ha autonomamente indicato nella manovra economica i soldi disponibili, e non intende aprire trattative con i sindacati per aggiungere altre risorse. Viene insomma applicato quell’«approccio Thatcher» teorizzato da Brunetta: «Anche se non c’è l’accordo con i sindacati, si deve andare avanti» ha detto più volte il ministro.

La norma uscita dal Consiglio dei ministri in effetti lascerebbe aperta anche la possibilità di venire incontro ai sindacati. Il pagamento «unilaterale» degli aumenti potrebbe essere solo un gesto preliminare compiuto in favore dei dipendenti: per adesso si danno i soldi che ci sono, ma non si esclude un successivo «conguaglio all’atto della stipulazione dei contratti». Se così accadesse, si potrebbe parlare non di «metodo Thatcher», bensì di «metodo Marchionne» (la Fiat l’anno scorso diede ai suoi dipendenti un primo aumento unilaterale, per integrarlo poi quando sono stati firmati i contratti). Al momento però l’aria sembra diversa. E i sindacati, già in mobilitazione, parlano di sciopero. Salvatore Bosco della Uil annuncia «più incisive azioni di lotta», e Michele Gentile della Cgil definisce l’iniziativa del governo «quasi un golpe».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=31593&sez=HOME_ECONOMIA

La Parentopoli siciliana, tra assunzioni e gratifiche

Col governatore Lombardo continua il “banchetto” di Cuffaro
I casi di Schifani e Alfano. E ogni assessore ha 25 collaboratori…

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di ATTILIO BOLZONI

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La Parentopoli siciliana tra assunzioni e gratificheRaffaele Lombardo

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PALERMO – E’ anche peggio di quando Totò spartiva il bottino fra i suoi clienti. Duecento euro a chi allevava una capra “girgentana” (agrigentina) e 500 a chi accudiva in giardino un asino pantesco (di Pantelleria), un contributo “per la lotta mondiale contro l’inquinamento” a chi viaggiava in nave, 12 euro per ogni chilo di manna tirata giù dall’albero. L’ultimo assalto alla Regione è più sfacciato. Ci sono di mezzo i parenti.

Tanti. E’ così che don Raffaele sta già oscurando la fama del suo predecessore sopraffatto da una velenosa guantiera di cannoli.

E’ un arrembaggio. Più fratelli e cugini e più figli.
E più nipoti e più compari. Non c’è più soltanto Palermo (dove Cuffaro ha il suo quartiere generale) ma c’è anche Catania (dove il boss dei boss è Lombardo) e – chissà come – in Sicilia ci saranno pure più soldi. Quelle che tecnicamente vengono definite le “risorse della nuova programmazione” sono in sostanza 6 miliardi e mezzo di euro che pioveranno sull’isola da qui alla primavera del 2013. Alla Regione si preparano a un altro grande banchetto. Con un condottiero che pubblicamente promette rigore e regole ma poi fa sempre finta di niente.

A parole annuncia rivoluzioni nella spaventosa macchina burocratica e intanto lascia i soliti noti ai loro posti, giura di ridurre da 26 a 12 le società regionali e invece non taglia mai nulla, in nome della trasparenza sceglie come assessori due noti magistrati e poi però il suo governo scivola ancora nella vergogna dei familiari più intimi assunti per chiamata diretta. Alla muta muta – zitto zitto come si dice in Sicilia – Raffaele Lombardo è in corsa per battere tutti i record nella Sicilia delle abbuffate.

Nella Regione che per la sua Sanità spende 8,5 miliardi di euro (il 30% in più della Finlandia, ha fatto notare a luglio la Corte dei Conti) tutto è come prima e più sconcio di prima. A pochi mesi dalla sua incoronazione il nuovo governatore sembra stia diventando un altro Cuffaro più smoderato di Cuffaro. Lo scandalo è diventato scandalo con Giuliana, la figlia di Giovanni Ilarda, il giudice che don Raffaele ha messo all’assessorato al Personale. Ma la lista di quei cognomi eccellenti assunti in Regione è infinita. Quelli che hanno una parentela molto stretta e gli altri, cognati, nuore, ex autisti, ex deputati “trombati”.

Si comincia con Piero Cammarata, primogenito di Diego, sindaco di Palermo, e si finisce con una Misuraca (parlamentare di Forza Italia) e uno Scoma (assessore di Lombardo), con un Davola (ex autista di Gianfranco Micciché) e con un Mineo (figlio di un deputato regionale). Quasi tutti sono negli staff degli assessori. Come Rosanna Schifani, sorella di Renato, presidente del Senato della Repubblica. Era già dipendente della Regione, assunta per concorso nel ’91, poi è stata “chiamata” dall’assessore alla Famiglia Francesco Scoma. O come Viviana Buscaglia, cugina del ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano. La signora, un'”esterna”, è nello staff dell’assessore all’Agricoltura Giovanni La Via. L’elenco di chi si piazza lì dentro con un cognome che conta mese dopo mese è sempre lungo.

Ogni assessore può avere 25 collaboratori fra segreteria particolare e segreteria tecnica, un terzo di loro arriva da fuori l’amministrazione. Così fan tutti. Pagando ciascuno degli 8 prescelti come dirigente 41.807 euro lordi più un’indennità di 7.747 euro e un’altra di 23.500. Come minimo, i fortunati che entrano in uno staff, portano a casa 70 mila euro. Gli uffici di gabinetto si trasformano in vere e proprie segreterie politiche.

Come quella dell’assessore ai Beni Culturali Antonello Antinoro dell’Udc. Ha chiamato vicino a sé: Giovanni Antinoro (non parente) che era l’autista di Cuffaro; Domenico Di Carlo, segretario del braccio destro di Cuffaro, Saverio Romano; Vito Raso, amico di Cuffaro; Gianni Borrelli, ex candidato Udc amico di Cuffaro e dello stesso assessore Antinoro. Lo chiamano staff ma è una tribù.

Rispetto a tutti gli altri 21 mila dipendenti regionali quelli degli staff non firmano il cartellino, hanno un rapporto solo con il loro capo – l’assessore – e tanto per gradire per gli interni un’altra indennità annua dai 7 ai 15 mila euro.

E se nei “felicissimi” di Totò Cuffaro sembrava che non ci fossero limiti al limite, l’esordio come governatore di don Raffaele è stato segnato da nuovi aumenti per 72 onorevoli su 90. Il parlamento ha voluto altre tre commissioni, altri “gettoni”, altri incarichi e gratifiche da aggiungere ai 19 mila euro lordi di stipendio per ogni parlamentare. Totale delle spese in più per le tre nuove commissioni: 200 mila euro. Nelle stesse settimane del bonus per gli onorevoli, tutti i dirigenti dei vari assessorati sono stati valutati e promossi. Il minimo in “pagella” era un punteggio di 70, tutti sono andati oltre il 90. Dai 3 ai 15 mila euro in più per ogni burocrate.

“Il mio governo è già impegnato a tagliare gli sprechi”, aveva solennemente giurato don Raffaele nel giorno del suo insediamento.

Numeri e nomi raccontano come sono andate le cose. A giugno il governatore aveva proclamato che avrebbe finalmente messo mano alle 25 società collegate alla Regione, 3.546 precari poi stabilizzati e in pratica tutti amici di amici, un bel po’ di altri parenti di eccellenti siciliani, tutti entrati senza concorso. A luglio e a settembre ha ripetuto il proclama. Le 25 società sono sempre lì, una dependance della Regione Sicilia che conta quasi gli stessi impiegati che ha la Regione Lombardia.

Sulla carta si occupano di tutto. Trasporti. Informatizzazione. Patrimonio artistico. Qualche mese fa una società ha pubblicato un avviso per comunicare l’assunzione da parte di un’altra società di 38 ingegneri. Il nome dell’altra società è stato tenuto segreto “per motivi di privacy”. Poi si è scoperto che era la Sicilia e-innovazione, una struttura che gestisce almeno 300 milioni di fondi europei e statali. Ma Lombardo non prende decisioni. Parla, parla ma non si mette mai contro nessuno. Immobile come una statua, assiste alle scorrerie nel gorgo di Palermo.

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24 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/figlia-assessore/ab/ab.html