Archivio | settembre 27, 2008

Fascino, talento e i mitici occhi blu: Addio alla leggenda Paul Newman

IN QUALCHE MODO, IN OGNI MODO, SIAMO TUTTI PIU’ POVERI.. DICIAMO GRAZIE AD UN UOMO DI TALENTO CHE HA SAPUTO VIVERE AL DI FUORI DEL MITO E CHE SI E’ ‘SPESO’ (POCHI LO SANNO) PER GLI ‘ULTIMI’ E I ‘DIMENTICATI’. IN SILENZIO.

Il divo stroncato da un male incurabile, Hollywood piange la scomparsa di una delle poche, vere supestar: sex-symbol, ma anche attore di razza

Nella sua carriera tanti ruoli memorabili, da “Lassù qualcuno mi ama” alla “Stangata”
Ha recitato per i registi più importanti. Fino al ruolo di doppiatore in “Cars”…

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di CLAUDIA MORGOGLIONE

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Fascino, talento e i mitici occhi blu Addio alla leggenda Paul NewmanPaul Newman

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ERA malato gravemente, Paul Newman. E adesso, il cancro terminale ai polmoni che gli è stato diagnosticato se l’è portato via, a 83 anni. Scompare così uno dei pochi, veri appartenenti all’Olimpo delle superstar. Non solo per la lunga carriera. Ma anche per una caratteristica fisica che è il suo vero marchio di fabbrica – prima ancora del talento indiscusso, delle interpretazioni memorabili, dell’aura da divo. Parliamo, naturalmente, degli occhi: blu, intensissimi, capaci sempre e comunque di bucare lo schermo. Per lui, quasi un destino: con uno sguardo così, non poteva che diventare ciò che è diventato. Un sex-symbol per più generazioni di donne, una leggenda hollywoodiana.

Chiarita l’importanza di questo dono di madre natura, c’è da dire che Paul Newman il suo posto al sole, nella storia del cinema, se l’è guadagnato. Col suo modo di incarnare personaggi o molto fragili (vedi lo sposo infelice di La gatta sul tetto che scotta, o l’avvocato in malora di Il verdetto) o molto sicuri di sé (Lo spaccone, La stangata). Insomma, un uomo diviso (artisticamente) in due. Tra la rappresentazione delle nevrosi americane e l’ostentazione dell’astuzia e della virilità maschili. Ma, in entrambi i casi, sempre all’insegna del cinema d’autore: da Alfred Hitchcock a Martin Scorsese, da Otto Preminger ad Arthur Penn, da Michael Curtiz ai fratelli Coen, quasi non c’è grande regista che non l’abbia voluto (giovane, maturo o anziano) sul set.

E già questi nomi danno un’idea della lunghezza e dell’abbondanza della carriera di Paul Newman. Che nasce il 26 gennaio 1925 a Shaker Heights, Ohio, da genitori titolari di un negozio di articoli sportivi. Dopo gli studi superiori, e un’esperienza in Marina nel ’46, il giovane Paul viene attratto dal mondo della recitazione e si iscrive prima alla Yale Drama School, poi alla Mecca degli aspiranti divi teatrali dell’epoca. Ovvero, il mitico Actor’s Studio di New York. Bello malgrado la statura non imponente, telegenico grazie allo sguardo blu dei suoi occhi, l’attore ottiene una parte nell’opera da palcoscenico Picnic.

Ma il suo destino si chiama Hollywood. E infatti, subito dopo quella esperienza teatrale Newman viene messo sotto contratto dalla Warner Bros, e sbarca in California. Così come un suo collega a cui sarà sempre paragonato, sia per l’avvenenza fisica che per il talento: Marlon Brando. Anche se, va detto, sul piano caratteriale i due sono molto diversi: Paul (malgrado alcuni problemi con l’alcol) non sarà mai vittima di quella brama eccessiva di vivere, di quella sorta di bulimia esistenziale, caratteristiche di Marlon.

Torniamo però agli esordi di Newman nel cinema: l’exploit arriva presto, nel 1956, interpretando un pugile ispirato a Rocky Graziano nel dramma Lassù qualcuno mi ama. Da allora, è una marcia inarrestabile: fra i tanti titoli, ricordiamo almeno La lunga estate calda di Martin Ritt (1958), La gatta sul tetto che scotta (1958, dal dramma di Tennesse Williams, accanto a Liz Taylor); Furia selvaggia (Arthur Penn, 1959), Exodus (Otto Preminger, 1960); Lo spaccone (Robert Rossen, 1961). Intanto, nella vita reale, Paul conosce e sposa (nel 1958) quella che sarà la compagna di una vita, la collega Joanne Woodward.

E in parallelo, la sua attività professionale non conosce sosta: restando negli anni Sessanta, interpreta Intrigo a Stoccolma (1963), Hud il Selvaggio (1963), Detective’s Story (1966), Il sipario strappato (1966, regia di Hitchcock), Butch Cassidy (1969).

Giunto ormai alla maturità artistica, Newman continua a sfornare ruoli celebri. Lasciando così il segno anche negli anni Settanta e Ottanta, grazie a pellicole come La stangata, L’inferno di cristallo, Diritto di cronaca, Il Verdetto. Ma l’Oscar, da lui sfiorato più volte, arriva solo nel 1986, con il non imperdibile Il colore dei soldi di Martin Scorsese, in cui affianca l’allora emergentissimo Tom Cruise. A coronamento di una carriera in cui ha collezionato, complessivamente, 36 premi in giro per il mondo e 47 nomination. E in cui è apparso spessissimo nelle hit parade della celebrità e del fascino: ad esempio, è il diciannovesimo nella classifica della prestigiosa rivista britannica Empire sulle cento superstar di tutti i tempi.

Negli ultimi vent’anni, la carriera di Paul – grande appassionato di corse d’auto, da lui amate almeno quanto il cinema – si dirada, ma non si spegne. Recita ad esempio con sua moglie in Mr and Mrs Bridge di James Ivory (1990), in Mister Hula Hoop dei fratelli Coen (1994). Il suo ultimo ruolo importante, in Era mio padre di Sam Mendes, accanto a Tom Hanks e Daniel Craig, di scena (ma lui era assente) alla Mostra di Venezia 2002. Prima di concludere la carriera cinematografica all’insegna del sorriso: come doppiatore nel cartoon Cars. Nella cui versione originale non apparivano, ovviamente, i suoi meravigliosi occhi blu, ma in cui la sua voce, quasi altrettanto bella, riusciva ancora a emozionare.

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27 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/spettacoli_e_cultura/paul-newman/paul-newman/paul-newman.html

Paul Newman

Paul Newman Interview

Paul Newman and Joanne Woodward – 50th Wedding Anniversary

«Stamani alle 7,30 ho ricevuto una mail dall’America che mi ha fatto sapere che Paul Newman non è più tra noi». Con queste parole Vincenzo Manes, presidente della fondazione Dynamo Camp di Limestre (Pistoia), che fa parte dell’organizzazione internazionale di solidarietà fondata dall’attore americano, ha annunciato la morte di Paul Newman alla festa annuale della fondazione.

È scattato, fra i presenti, un applauso durato alcuni minuti.

fonte: liberonews

Ho sempre avuto una particolare predilezione per Paul Newman. Non tanto per la sua bellezza (che è soggettiva, per quanto negare la sua è improbo…  voglio dire che mi piace anche Dustin Hoffman, che proprio un bellone non è… e Robert Redford ha cominciato a piacermi quando è invecchiato – come Sean Connery – quindi non è un discorso puramente estetico!), e nemmeno per i (due) particolari che avevamo in comune: l’altezza non esattamente vertiginosa e gli occhi azzurri (però i suoi sono più belli).

Di film belli, interpretati da lui, ce ne sono davvero tanti. Ma voglio ricordare uno di quelli che nell’elenco sopra non compare – e che invece a me è piaciuto, tanto: Nick mano fredda, diretto da Stuart Rosenberg, del 1967.

(Nel 2005 è stato scelto per la preservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Condannato ai lavori forzati, ribelle deviante è rinchiuso in un carcere famigerato per la sua durezza. Evade per due volte, diventando famoso. Al terzo tentativo… fonte mymovies)

Nick Mano Fredda foto 0

Grazie Paul per quello che ci hai dato, come attore e come uomo. elena

2008, fuga dalla Campania. Ma lo Stato fa finta di nulla / Quando gli albanesi eravamo noi

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La miseria. La guerra di camorra. Gli immigrati “che rubano il lavoro”

Gli italiani tra Napoli e Caserta si sentono assediati, e scappano: 120.000 “i pendolari della fame”

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dall’inviato di Repubblica GIAMPAOLO VISETTI

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CASERTA – I nove furgoni bianchi, senza sedili posteriori, accendono le luci alle undici di sera. Gli uomini, accovacciati sulla lamiera, ora ci sono tutti. Nel piazzale, fuori dal casello dell’autostrada a Caserta Nord, le donne finiscono di distribuire nel buio il bagaglio per la settimana. Una sporta verde a testa: birre e sette panini con la pancetta, scottata perché si conservi. Sembra tutto pronto e invece la carovana dei nuovi emigranti aspetta sotto la pioggia calda. Non tutti ottantacinque hanno soldi. I bambini che portano le sigarette li vogliono subito. Poi il primo Ducato, senza che qualcuno saluti, si muove. I poveri che ogni notte partono dalla Campania, a centinaia, leggono i biglietti con l’indirizzo di fabbriche e cantieri del Nord.

Venti euro al giorno, in nero.
Meno degli immigrati africani, o dell’Est, che cuciono pellami e stoffe nei capannoni abusivi di Casal di Principe. Se non c’è lavoro, niente. “Salire” però è un lusso. Chi “va via”, chi “lavora su”, acquista il diritto di credere in un imprevisto. “Il sottoproletariato marginale – dice Giovanni Laino, dell’Associazione Quartieri spagnoli di Napoli – è ormai un destino collettivo. Non ci sono più casi di riscatto: la povertà è diventata patrimonio ed eredità tra generazioni”. Il fallimento della politica, locale e nazionale, è questa esplosiva paralisi sociale.

Impensabile, per i nuovi emigranti italiani, pagare un affitto, o spostare la famiglia. Mangiano e dormono nei furgoni. Una settimana di fatica e una giornata di sonno, l’unica a casa, prima di tornare al casello. Gli altri, migliaia, fuggono dalla miseria in treno. I vagoni della notte, senza cuccetta, finiscono di riempirsi a Napoli. I giovani, carichi di valige di plastica e di neonati, raggiungono parenti a Bologna, Padova, o Milano. Oltre i quarant’anni invece sono pendolari. Camerieri, braccianti, autisti, operai, soldati: dall’alba alla notte fino a Roma, Firenze, Bologna, nelle Marche.

Il Meridione, per sopravvivere, dopo mezzo secolo si rimette in marcia. Il “rinascimento campano” è finito. In un anno, dal Sud al Nord, sono emigrati in 120 mila. Cinquantamila solo dalla Campania, più 65 mila emigrati pendolari e 26 mila finiti all’estero. Napoli nel 2007 ha perso il 14 per cento degli abitanti. Nel resto del Paese pochi se ne accorgono. Nessuno ne parla. Ma la massa impressionante dei poveri, in maggioranza invisibili alle statistiche, cresce e fa paura. “Più dei rifiuti – dice il sociologo Giovanni Sgritta – più dei tifosi violenti, dei rom o degli immigrati”.

Chi resta non ha alternative.
Concetta, a Giugliano, alleva sei figli in una stanza di dodici metri quadrati, senza pavimento e priva di intonaco. Ha ventidue anni ed è riuscita a finire le elementari. Quando tutti sono a letto, per qualche ora, fa entrare chi la paga. Antonio, in giugno, ha perduto la pizzeria di Mondragone. Strozzato dal mutuo, non ha pagato le rate all’usuraio cui lo ha indirizzato la sua banca. “Era un amico – dice – per punirmi mi ha fatto violentare la moglie, di cinquant’anni”.

È in questo deserto che lo Stato
consegna la Campania al “Sistema”. La camorra si nutre di vuoto. Ad Acerra, per dare una lezione ai bambini che non volevano diventare “pali”, in una notte ha fatto segare panchine, alberi e lampioni. A Benevento ferma i vecchi che rubano scatolette al supermercato. O pagano la metà, o il cibo viene sequestrato. “Ormai – dice Gaetano Romano, direttore della Caritas campana – solo la criminalità ha soldi da investire e lavoro da offrire. La regione si trasforma in una holding camorristica. Migliaia di genitori, in questi giorni, hanno potuto comprare i libri di scuola grazie agli spacciatori. Per la prima volta la stanchezza dei poveri, la rabbia degli immigrati e la concentrazione dei criminali, generano una spinta inarginabile. Così, Napoli e la Campania, precipitano nell’abisso del razzismo”.

Non è, purtroppo, un’emergenza. Lo è però la novità generata: i poveri del Sud, in crescita vertiginosa, in Italia non sono più un argomento pubblico e nessuno si muove davanti allo scoppio della loro disperazione. Decenni di allarmi, ingigantiti per battere cassa: e ora che la marea sale davvero, marcita nel razzismo, nessuno che ci badi. “I poveri sono anonimi e faticosi – dice padre Antonio Valletti nel centro Hurtado di Scampia – e ci fanno vergognare. Per il Paese non sono più una voce di spesa. Riconoscerli imporrebbe un intervento. Alla pubblicità, signora dell’opinione pubblica, non piacciono: in tivù, non esistono. Così la politica non ha interesse ad allargare lo spazio dei loro diritti. Dobbiamo prendere atto che siamo l’Africa dell’Europa: con più violenza e meno dignità”.

I numeri confermano. La Campania è ormai la regione europea con la concentrazione più alta di famiglie povere, di disoccupati, di donne che non lavorano e di minorenni in miseria. Poco meno di 2 milioni in regione, 240 mila solo a Napoli. Quasi uno su tre non ha il necessario per sopravvivere. Due su dieci non mangiano più di tre volte alla settimana. Otto su dieci non possono pagare l’affitto. I disoccupati sfiorano il 40 per cento. Tra chi lavora, due su dieci guadagna meno di mille euro al mese, uno su dieci meno di 500. Oltre la metà dei residenti accumula almeno 200 euro di debiti al mese. Il pil pro capite è di 16 mila euro all’anno, contro i 33 mila della Lombardia. Un contratto su due è a termine. La dispersione scolastica è del 45 per cento.

Tra le 80 regioni europee più arretrate, occupa la posizione numero 68. I poveri, nel Meridione, sono ormai poco meno di 6 milioni. “L’agghiacciante verità taciuta – dice Luigi Tamburro, presidente del banco alimentare di Caserta, il più grande d’Italia – è che migliaia di persone e di bambini ormai fanno la fame. La società della competitività, fondata sul consumo, ha esaurito il proprio serbatoio di umanità. Siamo soli davanti ad una tragedia italiana di cui si ignora la pericolosità”. Centinaia di dibattiti, politici, storici e letterari: retorica sulla “questione meridionale”, nessun aiuto concreto. L’Italia, con la Grecia, è l’unica nazione europea a non avere un piano di lotta contro la povertà. L’unica ad aver cancellato ogni sostegno.

Finiti i soldi anche per l’assegno, 350 euro al mese, della Regione Campania. Il rapporto annuale della Commissione contro l’esclusione sociale, è ignorato.
Il nuovo governo non l’ha mai nemmeno riunita. Per questo nel giorno di San Gennaro, patrono di Napoli, la mensa di piazza del Carmine scoppia. In fila, tra anziani e immigrati, anche genitori e figli. Parlano della strage degli africani, nella notte, a Castelvolturno. Condannano la rivolta degli immigrati contro gli omicidi. “Questa volta – dice Gaetano, disoccupato con due bambine in braccio – i Casalesi hanno fatto bene. I negri andavano puniti: rubano i lavori e noi finiamo a mangiare dai preti”.

Una guerra nuova: non solo tra i poveri, ma tra questi e la criminalità che, sconfitto lo Stato, deve difendersi dalla rivolta dei propri sicari, o di nuovi concorrenti. “La Campania – dice Alex Zanotelli, missionario alla Sanità – non è più un serbatoio significativo di schiavi per il Nord. Il Paese ha scelto: musulmani e neri, per pagare ancora meno la mano d’opera clandestina e ammorbidire l’islam. Lo scontro esplode qui: italiani poveri contro stranieri poveri. Vincono i secondi, perché la Campania ormai è la piattaforma logistica per le scorie non smaltibili dell’Europa. Solo un africano accetta di vivere in una discarica e riconosce l’affare spietato tra politica e criminalità, il patto massone per la “somalizzazione” del Sud. Lo Stato ci mette terra, uomini e miseria, la camorra soldi e controllo. Non si capisce che siamo prossimi all’esplosione. Chi può scappa: nelle strade si agita una massa di disperati che non ha più nulla da perdere”.

Dopo trent’anni di rifiuti tossici
che hanno distrutto l’agricoltura, qui si aspettavano i soldati per bonificare i terreni. Invece i militari arrivano per presidiare nuove discariche e nuovi inceneritori. “L’immagine-simbolo – dice Maurizio Braucci, tra gli sceneggiatori di “Gomorra” – è quella di Ponticelli. Una folla di poveri, stracciati e sporchi, nascosti dietro montagne di immondizia, che prende a sassate famiglie di zingari in fuga. È il simbolo della Campania, ma pure del Paese che ha scelto la militarizzazione sociale. Indifferenti all’evidenza dello scandalo: perché i mediatori della miseria vivono di paura, perché chi ha voce e potere appartiene al sistema che trasforma l’emergenza cronica in povertà”.

Eppure l’Italia in recessione,
che nega o minimizza, con questa miseria che straripa deve fare i conti. L’abisso non è più costruito di casi estremi, ma di normalità. Lucia, a Sant’Angelo dei Lombardi, ritira ogni mese una pensione di 580 euro. Ne spende 360 d’affitto e 100 per aiutare il figlio disoccupato. “Per cibo, bollette, medicine e vestiti – dice – mi restano 4 euro al giorno”. Ad Aversa decine di bambini vanno a scuola lunedì, mercoledì e venerdì. Martedì, giovedì e sabato lavorano per la criminalità: 50 euro al giorno, per pagarsi vitto e alloggio in famiglia.

“Il Paese – dice don Luigi Merola, ex parroco a Forcella, costretto a lasciare per le minacce di morte e oggi sotto scorta – alla povertà si è arreso. Taglia i fondi all’istruzione, finge che l’occupazione sia una questione del mercato, condanna i poveri alla delinquenza. L’accelerazione della deriva di Campania e Meridione nella miseria, sotto gli occhi di tutti, è spaventosa. Se non diventa il problema centrale del Paese, il federalismo si tradurrà in una scissione nordista di fatto. L’unico esercito che al Sud faceva paura era quello degli insegnanti: toglierli significa ammettere di mirare al consenso attraverso il controllo della camorra”.

La gente, resa apatica da una storia di prepotenze e umiliazioni, è scossa da una paura nuova. “Anche la solidarietà – dice la sociologa Enrica Morlicchio – è allo stremo. Città e paesi sono in mano agli usurai, che riciclano denaro sporco ricattando i poveri. Le case della Campania sono depositi di armi e droga: unica fonte di sostentamento anche per le famiglie oneste”.

Nei salotti ci si consola ricordando la miseria del dopoguerra. Ma lo spettro ormai ha un profilo preciso: “l’assalto ai forni”, la rivolta dei poveri contro lo Stato assente che li ignora. “Il governo – dice Antonio Mattone della comunità di Sant’Egidio – non lotta più contro la povertà, ma contro i poveri. La violenza di quest’anno a Napoli, contro le discariche, contro i rom e contro gli immigrati, è stata premiata. La lezione è semplice: se è filmata dalle tivù, in base alle opportunità elettorali, la violenza della piazza decide. Un cortocircuito civile che in Campania può travolgere tutti. I poveri ormai sono la maggioranza, non rispondono più a nessuno, cominciano a unirsi. Il Sud in miseria, fondato su emigranti, immigrati e criminali, sta spazzando via la politica ostaggio della finanza: l’Italia rischia di smarrire la fiducia non nella ripresa, ma nella democrazia”.

Come Marina. Da trent’anni vive in un sottoscala a Villa Literno grazie ai 600 euro concessi alla figlia colpita da un’encefalite. È mezzogiorno e il figlio più grande, disoccupato, dorme davanti al focolare spento. L’altra figlia, separata, oggi non ha cibo per i tre bambini. Questa notte l’hanno presa mentre stava per tuffarsi dal balcone nel vicolo. “Se l’assisto – dice – non posso lavorare. Se lavoro, perdo il diritto al suo assegno”.

Una frattura storica, la rottura del vincolo tra miserabile, favore e potere. Migliaia di fantasmi, in Campania, si chiedono cosa significhi, se ancora abbia una valore, essere liberi. “La scure che sta tagliando il Paese – dice Marco Rossi Doria, maestro di strada – è la fine dell’interesse della politica per chi ha bisogno di giustizia. La vigliaccheria dell’italietta, la rimozione collettiva della povertà, consente alle istituzioni di confrontarsi esclusivamente con l’economia. I tagli alla scuola, che ricacciano i bambini del Sud nelle strade, sono il simbolo di una condanna definitiva alle mafie. Questo accanimento particolare contro i poveri, con l’arma dell’istruzione negata nel nome del rigore, è il via libera pubblico alla criminalità”.

Nessuno, in Campania, invoca il fallito assistenzialismo clientelare del passato. In una terra divisa tra fuga e guerra, non ci si vergogna però più di lanciare un “allarme nazionale sui poveri”. “Ogni settimana – dice il sociologo Enrico Rebeggiani – se ne vanno centinaia di donne sole. Non era mai accaduto. La regione, come il resto del Sud, si svuota di giovani intraprendenti. La politica è ridotta a reclutamento dei leader prepotenti delle moltiplicate ribellioni possibili: solitamente accade quando i regimi autoritari sono al tramonto”.

Per questo, affrontare il cambiamento con l’emergenza che mobilita esercito, polizia e ronde, alimenta la ritirata. “Il Paese – dice Andrea Morniroli della cooperativa Dedalus – deve riconoscere una responsabilità nuova verso i poveri. Sacrificare la Campania e il Meridione alla paranoia della sinistra contro Berlusconi, non legittima solo la corruzione del potere: distrae una coscienza civile e trascina l’Italia dalla povertà regionale alla cultura nazionale dell’arretratezza armata”. In via S. Maria Ante Saecula 109, rione Sanità a Napoli la casa grigia di Totò, chiusa e quasi introvabile, è abbandonata. Sembra crollare. Nel “basso” hanno aperto un’officina abusiva. Il Comune aveva promesso al mondo un museo. È stata venduta a un anonimo privato. Un vigile tira un lenzuolo blu, steso ad asciugare dalla casa di fronte. Copre anche la targa, sporca e illeggibile. Forse vuol cancellare chi, anticipando una tragedia, faceva ridere. Ed è stato confuso con un comico.

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/2008-fuga-campania/2008-fuga-campania/2008-fuga-campania.html?rss

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Per non dimenticare “quando gli albanesi eravamo noi”

https://i0.wp.com/digilander.libero.it/obiettivomafia/immigrati.jpgImmigrati italiani

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20 feb 2003

Gian Antonio Stella

L’orda

Ed. Rizzoli, € 17,00

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Circa sessanta milioni di italiani e di discendenti di italiani vivono sparsi nel mondo, in ogni continente. Il nostro è uno dei paesi con più emigranti, eppure l’arrivo di immigrati da paesi poveri dell’Est europeo e dall’Africa settentrionale ha provocato reazioni anche gravi di rifiuto, di razzismo, di intolleranza.

Gian Antonio Stella ha studiato attentamente il fenomeno dell’emigrazione italiana, dall’accoglienza che gli italiani incontravano nei paesi stranieri negli anni in cui – come recita il sottotitolo del suo saggio – «gli albanesi eravamo noi». «Oggi ricordiamo a noi stessi, con patriottica ipocrisia, che eravamo “poveri ma belli”, che i nostri nonni erano diversi dai curdi e dai cingalesi che sbarcano sulle nostre coste». In realtà, attraverso testimonianze, letture di libri, giornali e documenti di associazioni razziste dell’epoca, emerge una fortissima ostilità verso gli immigrati italiani.

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Clandestini, criminali, analfabeti, dediti all’alcool e alle risse, disposti a vendere i propri figli per pochi soldi, dovremmo «ricordare sempre come l’arrivo dei nostri emigranti coi loro fagotti e le donne e i bambini venisse accolto dai razzisti locali: con lo stesso urlo che oggi campeggia sui nostri muri. Lo stesso urlo, la stessa parola […]: l’orda».

Molte delle cose che sono state dette e scritte, che sono rimaste negli stereotipi anche dopo molti anni dalla grande emigrazione, sono invenzioni o esagerazioni, tuttavia qualche cosa di vero c’è: è innegabile che la mafia sia stata esportata dagli italiani e che nelle mani di italiani ci fossero molte imprese criminali. E’ anche vero che eravamo una delle popolazioni con il più alto tasso di analfabetismo, difficoltà d’inserimento e di apprendimento della lingua locale, disposti a far lavorare i figli ancora bambini in attività pericolose per la salute e per la vita come le miniere e le vetrerie, affetti da una religiosità che cadeva molto spesso nella superstizione e in rumorosi e alcolici festeggiamenti.

Gli italiani erano un popolo povero, spesso con nulla da perdere e che in maggioranza era composto di persone oneste, coraggiose, disposte ad affrontare viaggi lunghi e rischiosi per cercare un benessere e un futuro che in patria erano impensabili. Ma trovarono ostilità, chiusura, insulti e spesso anche brutalità fisiche fino alla morte.

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Oggi di tutto questo non si vuole parlare, si tenta di dimenticare un passato di difficoltà ma, dimenticandolo, si producono verso gli immigrati gli stessi atteggiamenti razzisti e spesso ingiusti di cui siamo stati vittime. Infatti, «se andiamo a ricostruire l’altra metà della nostra storia, si vedrà che l’unica e sostanziale differenza tra “noi” allora e gli immigrati in Italia oggi è quasi sempre lo stacco temporale. Noi abbiamo vissuto l’esperienza prima, loro dopo. Punto».

Il saggio di Stella offre una panoramica vasta su temi oggi di grande attualità e su atteggiamenti che stanno creando nuove ingiustizie, «alla larga dal buonismo […] ma alla larga anche da razzismo […] che monta, monta, monta in una società che ha rimosso una parte del suo passato».

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Il libro si conclude con una raccolta di punti di vista tratti da libri e giornali pubblicati, in quegli anni, nei paesi d’emigrazione e con un interessante elenco di nomignoli con i quali gli italiani erano definiti, le varie versioni dell’attuale “vu cumpra”. Non possiamo dimenticare: lo siamo stati anche noi, prima di loro, dei “vu cumpra”.

Gabriella Bona

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fonte: http://www.lagazzettaweb.it/Pages/rub_lib/2003/curiosando/r_cur_03-05.html


È l’ora dei diritti: la Cgil in Cento Piazze

 foto ansa
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La Cgil fa partire l’autunno caldo: il 27 settembre il maggior sindacato italiano ha indetto una mobilitazione per chiedere al governo un radicale ripensamento della politica economica, sociale e fiscale. Il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, vede l’appuntamento di fine settembre come una tappa di un più ampio percorso: «Il 27 settembre sarà l’avvio di una fase di mobilitazione di cui saranno poi definiti gli sviluppi e le modalità». Il leader della Cgil ha precisato che la manifestazione si svolgerà in tutte le città per chiedere all’esecutivo «un cambiamento di indirizzo della politica economica, sociale e fiscale, secondo gli orientamenti contenuti nella piattaforma sindacale unitaria proposta quasi un anno fa». Epifani ritiene che le priorità del Belpaese siano, in questo difficile momento, «l’occupazione e il lavoro, le sue condizioni, la sua qualità, la sua sicurezza in una fase di persistente crisi economica». Una difficile situazione in cui il governo, secondo il leader della Cgil, «non è stato in grado di mettere in campo scelte adeguate assumendo, anzi, politiche che inaspriscono le condizioni occupazionali e vanno nella direzione di un indebolimento delle condizioni di lavoro e di una ulteriore erosione del potere di acquisto di lavoratori e pensionati». Addirittura il governo che ha fatto della diminuzione delle tasse il suo cavallo di battaglia aumenta le imposte visto che, per il leader Cgil, «il fisco sta operando maggiori trattenute per 300 euro l’anno». Infine Epifani attacca: «Il governo è robin hood al contrario: preleva dai più poverie non redistribuisce dai più ricchi ai più poveri, ma allarga le distanze sociali».

Le critiche che la Cgil rivolge al governo, e che animeranno le manifestazioni del 27, non si mantengono su un piano generico ma entrano nel merito. Al primo punto ci sono il problema salari e carovita. Per il sindacato di Epifani le politiche del governo Berlusconi riducono il potere d’acquisto di pensioni e salari, non affrontano il disagio sociale, non combattono l’evasione. Aumentano le persone che arrancano, anche a causa dei tagli alle retribuzioni dei lavoratori pubblici e ai rinnovi di contratti con risorse inferiori all’inflazione. Ma la Cgil pone l’accento anche sui tagli al sistema pubblico, in particolare alla sanità ed al sistema di welfare. Inoltre peggiorano le condizioni dei lavoratori e degli immigrati, aumenta la disoccupazione, il precariato e la cassa integrazione per ampi settori produttivi.

Il sindacato guidato da Epifani non dimentica nemmeno la scuola e il Sud. Sul primo aspetto, l’indice è puntato contro la riforma Gelmini che ha tagliato più di 8 miliardi alla scuola pubblica, determinando più di 100.000 esuberi ed evidenziando i primi segni di privatizzazione della scuola. E per il Sud vengono tagliati gli investimenti e la realizzazione di infrastrutture.

Alla manifestazione hanno aderito le associazioni dei consumatori Federconsumatori ed Adusbef. Le due associazioni in una nota spiegano di voler partecipare perché «condividiamo pienamente le motivazioni sostenute dalla Cgil, in quanto le misure adottate da questo Governo penalizzano soprattutto le famiglie a reddito fisso, lavoratori e pensionati». Il tema che sta più a cuore alle due associazioni è sicuramente quello del caro vita: «I costanti aumenti di prezzi e di tariffe, che si susseguono incessantemente dal 2002, aggravano fortemente la situazione». Per questo i consumatori invitano i cittadini a partecipare a tutte le iniziative che si terranno nelle diverse città italiane, per costruire «una grande mobilitazione capace di dare finalmente una scossa, affinchè vi sia un cambiamento radicale dell’attuale direzione delle politiche di Governo». Dal mondo politico arriva invece l’adesione di Sinistra Democratica.

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Il volantino (pdf) | Le piazze principali

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Pubblicato il: 24.09.08
Modificato il: 27.09.08 alle ore 11.39

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79295

TRUFFE – Sulle rotte del formaggio avariato tra porti, società off shore e camorra

Ecco come la grande truffa porta i veleni nei nostri negozi
Prodotti a basso costo nelle ex repubbliche sovietiche, in Cina e India

Lo smistamento avviene a Ceuta, enclave spagnola in Marocco. Anche italiani i “cervelli”

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dall’inviato di Repubblica PAOLO BERIZZI

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Sulle rotte del formaggio avariato tra porti, società off shore e camorra CEUTA – Ceuta ciudad abierta è scritto sul cartello di benvenuto al di là del confine tra Spagna e Marocco. Superato il filtro della Guardia Civil, tra i profili sgangherati e il respiro rugginoso dei taxi Fiat 132, in mezzo ai frontalieri marocchini che si avviano a fare incetta di qualsiasi merce da rivendere in Africa, da subito, in questa enclave spagnola sullo stretto di Gibilterra, ti accorgi che quasi nulla è, o accade per caso.

Gli avamposti militari, le palme spettinate dal vento. Il porto che tutto ingoia, che si interfaccia con quello di Algeciras, sull’altra sponda dello stretto. Poche miglia di Mediterraneo e danzano come mulinelli i miliardi della “cheese connection”. Qui s’incrociano le rotte mondiali di una delle più grosse frodi alimentari che l’Europa abbia mai conosciuto.

Migliaia di tonnellate di formaggio e derivati lattiero caseari importati illegalmente dall’Asia. Dalla Russia (e Bielorussia, Ucraina, Georgia, Moldavia), dall’India, dalla Cina. Centinaia di container pieni di merce prodotte da fattorie e aziende di paesi “non conformi”: che non possono cioè esportare in Europa poiché non allineati ai livelli standard – igienico-sanitari e di lavorazione – imposti dalla Ue. E però questi container arrivano, ugualmente. Cinquecento tonnellate ogni settimana. Soltanto nei porti di Ceuta e Algeciras.

Duemila al mese. Ventiquattromila all’anno. Derrate di cui prima era praticamente impossibile rintracciare l’origine e il percorso. Troppi passaggi e cambi di mano, troppe “triangolazioni”. Ora gli investigatori dell’Olaf (l’Ufficio europeo per la lotta alle frodi) in sinergia con alcune polizie del Vecchio continente hanno avviato una dura offensiva contro i pirati mondiali della sofisticazione e dell’adulterazione lattiero casearia. Stanno scoprendo che ai vertici della filiera ci sono anche e soprattutto italiani. Imprenditori milionari. Legati a clan criminali (ai casalesi della camorra casertana e alle famiglie attive nella Campania avellinese e nell’hinterland napoletano), o businessman indipendenti. Ma non meno spudorati.

L’obiettivo delle indagini è stroncare la tratta all’origine. Se ne stanno ricostruendo le complesse ramificazioni. Come funziona il giro. Su quali rotte viaggia. Chi lo gestisce. “Buona parte dei prodotti acquistati dagli stabilimenti europei, soprattutto italiani, spagnoli e inglesi, provengono da Russia, Cina e India – spiega da Bruxelles uno degli esperti anti frode – . Formaggi, caseina (le proteine del formaggio, ndr), latte, latte in polvere, prodotti semilavorati: difficile, oggi, se non impossibile, garantire sulla loro qualità. I trafficanti acquistano a 5, dai paesi di produzione, e rivendono a 10, a Ceuta, a Tunisi o a Algeri. Cambiano le etichette, scrivono che il formaggio arriva dalla Nuova Zelanda e invece arriva da Pechino o da Minsk (Bielorussia). Lo fanno in più passaggi, potendo contare, certo, su autorità portuali particolarmente corrompibili. Il tutto a danno della salute dei consumatori”.

Una tonnellata di formaggio in Russia costa 2 mila euro; quando arriva a Ceuta il suo prezzo lievita a 4 mila. Per 1000 kg di caseina cinese bastano 3500 euro; se tu azienda italiana o spagnola la acquisti quando “transita” dal Nord Africa di euro devi sborsarne 7 mila. Ma poi la rivendi di nuovo al doppio. Libero mercato? No. Frode. Multiforme, subacquea. I canali di approvvigionamento e le corsie di trasporto sono sparse su tre continenti. Asia. Africa. Europa.

Arrivano in Italia, dopo incredibili “sponde” extraeuropee, i formaggi “low cost”, e le nostre industrie sanno bene come utilizzarli. Fa niente se – come documentano i recenti sequestri – sono scaduti o avariati. Basta mischiarli con il prodotto fresco. Come facevano le aziende “riciclone” di Cremona e Piacenza smascherate dalla Guardia di Finanza. Ritiravano formaggio avariato (destinato alla zootecnia) da grandi marchi nazionali e internazionali. Lo “ripulivano” e lo immettevano nel circuito alimentare. A volte rivendendolo agli stessi fornitori tra cui figurano marchi come Galbani, Granarolo, Biraghi, Medeghini, Ferrari.

Non è un caso che gli investigatori stanno accertando avviati legami commerciali tra i titolari di queste aziende (Domenico Russo, della Tradel di Casalbuttano, e Alberto Aiani, della Delia di Monticelli d’Ongina che è collegata a due aziende di Barcellona, già arrestato il primo, denunciato il secondo) e un terzo imprenditore, italianissimo, a capo di un’industria che ha sede proprio a Ceuta. Qui si sono posati i riflettori della polizia olandese e dei carabinieri delle politiche agricole.

Da e per l’enclave spagnola, il cui territorio fa parte del sistema doganale dell’Ue (è qui il trucco), passano quantitativi enormi di “lavorati” da piazzare sul mercato europeo. Porto franco e porto sicuro. La conferma arriva dal dossier sul quale stanno lavorando i detective dell’Olaf. Ceuta è uno snodo strategico. Ma la tratta parte da molto più lontano. Porto di Odessa, Ucraina. Dalle banchine sul Mar Nero i produttori asiatici vedono partire il frutto del loro lavoro: due settimane di navigazione e le navi arrivano a destinazione.

Scali intermedi: Tunisi e Algeri. Qui viene fatto un primo maquillage. Che significa: cambiare le etichette di provenienza della merce, farla risultare “pulita” e in regola, e cioè esportata da paesi “conformi”. Quelli autorizzati a vendere alle nostre aziende. Nuova Zelanda, Stati Uniti, Canada. Gli investigatori ipotizzano che dal Nord Africa siano passati grossi quantitativi di latte alla melamina prodotto a Pechino: una scorciatoia per aggirare le frontiere europee, per permettere alla Cina di esportare da noi nonostante i rigidi divieti.

Dopo i transiti nordafricani i container possono ripartire con appiccicati sopra marchi posticci. A Ceuta e ad Algerciras li aspettano come l’oro. Ancora mezz’ora di mare, da una sponda all’altra dello stretto di Gibilterra. Poi i muletti s’infilano nella pancia dei bastimenti, e iniziano a scaricare. “Cina? No grazie, io mangio solo formaggi italiani”, dice il ministro dell’agricoltura, Luca Zaia.

Già, peccato che a decine di importatori nostrani il mercato asiatico non dispiaccia affatto. Sono i clienti dei banditi del formaggio. Nel giro si conoscono tutti. Stessi canali di rifornimento. La pirateria casearia – aggiunge uno degli uomini che partecipano alle indagini – attira, tra gli altri, potenti magnati russi che godono di protezioni da parte dell’oligarchia del Cremlino. Nel risiko della megatruffa alimentare, i loro traffici si incrociano, anche geograficamente, con quelli dei cartelli criminali della Campania. E con le aziende “virtuose” del profondo Nord.

Da Ceuta a Salerno hanno viaggiato le 90 tonnellate di formaggi scaduti che i carabinieri delle politiche agricole hanno sequestrato pochi giorni fa su ordine della Procura di Nocera Inferiore (Salerno). La camorra (tre arresti, 16 denunce) acquistava nell’enclave spagnola, lavorava chimicamente il prodotto, e lo rivendeva a grosse aziende nazionali. Come? La “cheese connection” dispone di braccia tanto quanto di sofisticate menti finanziarie. C’è una società off shore con sede a Ginevra, uffici in un elegante boulevard. Fa da “lavanderia”: fattura tutta la merce “triangolata” dall’Asia; “ripulisce” i contratti di importazione stipulati da un’altra grossa società olandese con sede a Bladel, 40 km a Sud di Eindhoven.

Il gioco è fatto: le derrate arrivano a Ceuta già targate Suisse. Tutto è apparentemente a posto. Eccolo, dunque, il triangolo della mafia del formaggio: Odessa, Ceuta, Ginevra. In mezzo ci sono almeno cinque Paesi europei, tra cui l’Italia, che ogni settimana buttano linfa vitale nelle vene dell’organizzazione. I sequestri a macchia di leopardo sul nostro territorio altro non sono che piccoli balzelli che il sistema deve pagare alla giustizia. Ma i motori della frode funzionano a pieni giri. Spostano il formaggio e i suoi scarti da un continente all’altro: li trasformano in euro sonanti. Al porto di Ceuta sono le sei del mattino e il sole sta nascendo: il primo bastimento diretto a Algeciras si è appena staccato dal molo Espana. L’orizzonte sfuma le linee dei container.
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27 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/rotte-form-avariato/rotte-form-avariato/rotte-form-avariato.html?rss

SAVIANO – Siamo tutti casalesi

DA LEGGERE SU L’ESPRESSOhttps://i1.wp.com/www.unita.it/images/ImmiNa2.jpg

Le stragi e i racket. I silenzi della società civile. Le connivenze di chi dovrebbe rappresentare lo Stato. E a Castel Volturno a dire basta, sono stati solo gli immigrati clandestini

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di Roberto Saviano

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Questo giornale due settimane fa ha dedicato la sua copertina alle dichiarazioni di un pentito secondo il quale l’attuale sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino sarebbe stato organicamente coinvolto nel business dei rifiuti gestiti dalla camorra casalese. E cosa succede? Il clima cittadino sembra non turbarsi. Caserta città assorbe ogni cosa. Pigra, orgogliosa nel sentirsi periferia di Roma, lontana da Napoli. Le pagine degli scrittori Antonio Pascale e Francesco Piccolo su questa sorta di laboratorio delle peggiori contraddizioni e corruzioni sono esaustive più d’ogni inchiesta. In genere, quando si svelano i meccanismi della corruzione, la prateria prende fuoco da questa scintilla. Ma qui, oltre i titoli sui soliti giornali locali e alle relative pagine di rito, non ne è scaturita nessuna discussione, nessun dibattito, nessun allarme.

La reazione da queste parti è invece stata ‘e allora?’ oppure ‘ma che ti stupisci: non sai che le cose funzionano così?’. Persino il ceto dei professionisti, degli intellettuali, degli imprenditori, in breve quella borghesia che in Campania si è sempre vista come la parte nobile, appare incapace di protestare. Possibile che persino loro abbiano barattato il loro voto e il loro silenzio per una manciata di soldi come la plebe famelica e feroce dalla quale da sempre si sentono tanto diversi ed estranei?

No, evidentemente non è così. E allora perché non esigono, una volta per tutte, di essere rappresentati da persone limpide e capaci, perché non chiedono di poter partecipare al mercato e allo sviluppo della loro terra in condizioni non irrimediabilmente compromesse dall’interferenza criminale che non produce altro che marcescenza e stallo?

A Caserta come a Napoli, ci si sarebbe aspettati un vento di tempesta che gonfiasse onde di sdegno. Invece nulla: una grande bonaccia delle Antille, micidiale perché stringe tutto in un’immobilità letale, rassegnata, asfissiante. Anime morte prima ancora che corpi. Avvocati, professori, ingegneri, medici, architetti, industriali, che hanno convissuto con la marea di rifiuti per mesi, rinunciando ai loro diritti minimi di cittadini dell’Europa, non provano un senso di nausea alle notizie sul ruolo di un uomo di governo nella desertificazione tossica di un territorio. La classe politica che loro hanno espresso invece volta lo sguardo altrove e tira a campare, delegando la gestione della regione a una pattuglia di personaggi sempre più invischiati nelle indagini della magistratura per ogni genere di reato, inclusi i patti con i camorristi d’ogni clan. Nessuno reagisce a nulla, nemmeno davanti agli imprenditori uccisi a catena, ai negozianti ogni settimana abbattuti per avere peccato contro la legge dei casalesi. Nessuno chiede un riscatto a Caserta, a Napoli e nemmeno a Roma.

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Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l’un l’altro
La testa piena di paglia. Ahimè!
Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra vetri infranti

Nella nostra arida cantina
Figura senza forma, ombra senza colore,
Forza paralizzata, gesto privo di moto;
Coloro che han traghettato
Con occhi diritti, all’altro regno della morte
Ci ricordano – se pure lo fanno – non come anime
Perdute e violente, ma solo
Come gli uomini vuoti. Gli uomini impagliati.

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Una volta, quando mi sono domandato che cosa ho sottovalutato quando scrivevo il mio libro, ho ricordato questi versi di T. S. Eliot. Perché alla fine mi sono dato la risposta che non sono stati i clan, non è stato il loro potere e la loro ferocia. Non è stato nemmeno sapere fino a che punto riescono ad estendere il loro raggio d’azione, condizionare impresa e politica, gesti quotidiani, menti e cuori. Eppure quel che ho sottovalutato è stata proprio la zona grigia. Sarà perché è grigia già a partire dal suo nome, perché è sfuggente, opaca, nebulosa, perché è fatta di infinite tonalità di grigio. Perché la massa di tutto quel grigio sfuma di fronte al rosso del sangue, perché la violenza e la ferocia nascondono quel grigio, e forse sanno istintivamente quel che nascondono, sanno che senza tutto quel grigio non avrebbero sussistenza.

Solo dei neri, degli immigrati neri di Castel Volturno l’altro giorno sono scoppiati in rivolta. Di fronte alla loro rabbia, mi sono tornate in mente le parole di una canzone dei Cosang: “La Francia s’atteggia/ ma là/ nun esiste sistema che pava i stipendi/ e i peggio nun stanno insieme a chi fa e’ leggi”… CONTINUA A LEGGERE CLICCANDO QUI

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fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Siamo-tutti-casalesi/2042418&ref=hpsp

Pakistan. Msf: «Bimbi malnutriti, tanti non ce la fanno»

Medici senza frontiere in prima linea nella battaglia contro scarsità di cibo e malattie nel Baluchistan

medici (in questa immagine il dottor Amhed Bilal) e personale di supporto di Msf all'opera nella regione del Baluchistan (Msf)Medici (in questa immagine il dottor Amhed Bilal) e personale di supporto di Msf all’opera nella regione del Baluchistan (Msf) – clicca sull’immagine per vedere altre foto

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ROMA – Per diversi anni le equipe di Medici senza frontiere (Msf) in Pakistan hanno gestito cliniche e i centri sanitari nelle regioni confinanti con l’Afghanistan dove l’insicurezza diffusa, causata dalla guerra, ha avuto un grave impatto sulla sanità. Ma è ormai chiaro che vi sono altre zone rurali in Pakistan, dove molte persone trovano grande difficoltà, o sono del tutto impossibilitate ad accedere a cure mediche alla loro portata economica.

RISCHIO SANITARIOQuesta situazione è particolarmente diffusa nella provincia orientale del Baluchistan che presenta una delle peggiori situazioni sanitarie del paese. La vita qui è dura, con inverni freddi e secchi, ed estati molto calde. Ci sono ripide montagne aride nel nord della provincia, e deserti nel sud che finiscono nella valle di Indus. «Abbiamo cercato di lavorare nell’est del Balochistan, su base permanente, per diversi anni – spiega Chris Lockyear, capo della missione di Msf in Pakistan -. Il nostro nuovo programma nel distretto di Jaffarabad spera di affrontare alcune delle esigenze più grandi».

REGIONE CONTESALa regione orientale della provincia di Baluchistandel Pakistan è ricca di riserve di gas e per questo motivo è stata teatro di un conflitto interno vecchio di 30 anni. «Oltre a rispondere alle alluvioni del 2005 e il terremoto, per molti anni Msf ha lavorato in zone di frontiera con l’Afghanistan, dove il deteriorarsi della sicurezza su entrambi i lati del confine, ha avuto un grave impatto sulla sanità – afferma Chris Lockyear, capo missione di Msf in Pakistan -. Ma è importante non dimenticare coloro che vivono in situazioni sanitarie precarie in altre zone del paese».

MORIRE DI DISSENTERIA Nel giugno dello scorso anno, il ciclone Yemyin ha portato le inondazioni nel Balochistan. «Ho fatto parte di una grande equipe di Msf giunta nella città di Usta Muhammad – afferma Ahmed Bilal medico pakistano che lavora per Msf -. Abbiamo iniziato a lavorare in un settore molto difficile da raggiungere, e una volta lì, abbiamo visto quali fossero le terribili condizioni. Interi villaggi erano stati distrutti e abbiamo allestito centri di trattamento all’aperto. Msf ha curato circa 3mila persone nel giro di due settimane. Avevamo sentito di una zona in cui vi erano bambini che morivano di dissenteria, dopo delle rapide valutazioni, è arrivata la conferma che si trattava di colera. La base di Msf a Islamabad ha immediatamente fatto arrivare kit medici e logistici specifici e abbiamo istituito sei centri di trattamento per il colera. Abbiamo curato più di 300 bambini. Prima del nostro arrivo quattro bambini erano morti di colera, ma dopo aver istituito i centri di trattamento non ci sono stati più decessi. Le condizioni in cui lavoravamo erano molto, molto difficili, con poca acqua e cibo. Abbiamo coperto l’intera zona e i funzionari regionali hanno davvero apprezzato il lavoro di Msf hanno detto che MSF era in prima linea, ed era la prima ad arrivare in queste condizioni terribili.

BAMBINI MALNUTRITI «Ho lavorato con Msf per più di tre anni e ho visto molti luoghi, e credo davvero che il Baluchistan orientale sia uno dei posti che ha più bisogno di aiuto. La terra in Baluchistan è una delle più ricche, ma la maggior parte di essa è proprietà di pochi e la maggioranza delle persone lavora come operai a giornata. I lavoratori spesso non possono pagare il cibo per se stessi e per i loro figli. Le madri sono spesso molto malnutrite e nel periodo di allattamento, non hanno cibo a sufficienza da dare ai loro bambini. Le acque reflue finiscono nei canali di acqua potabile che vengono utilizzati per bere, cucinare e per tutto. Il numero di casi di diarrea, tifo ed epatite è molto elevato, in queste condizioni i bambini diventano rapidamente malnutriti». Nel luglio di quest’anno abbiamo fatto una rapida indagine nutrizionale e abbiamo trovato alti tassi di malnutrizione in questa zona. Quindi abbiamo concordato con le autorità l’avvio di un programma nutrizionale. Stiamo lavorando in un vecchio ospedale costruito nel 1944 con 40 posti letto. E’ in pessime condizioni, e abbiamo allestito un reparto separato occupato dalle persone che vengono da tutta la regione. Essi sanno che ci sono nuovi medici in ospedale, “i medici per i bambini deboli” li chiamano. Se le persone hanno un bambino malnutrito in casa lo portano al nostro programma».

VISITE A DOMICILIO Le équipe stanno visitando un numero crescente di pazienti di giorno in giorno. Una delle più grandi sfide è fare in modo che i pazienti continuino il trattamento dopo la prima visita in ospedale. «Avere vari operatori che possono visitare i pazienti a casa è molto importante perché alcune persone non tornano per il check-up e non prendono quindi la loro prossima razione di cibo terapeutico – spiega Shah Aleem, anch’egli di Msf -. Le persone qui sono molto povere e non possono pagarsi il trasporto. Il 90 per cento delle madri in questa zona lavora quotidianamente, come operaie, soprattutto nei forni per mattoni, mescolano creta per fare mattoni crudi, o lavorano in campi di riso. Sono impegnate dalle 8 alle 10 ore, a temperature fino a 50 gradi nel mese di luglio, e se non lavorano un giorno intero non vengono pagate. Quindi è molto difficile trovare il tempo per venire in ospedale. Così andiamo noi nelle loro case».

SFIDE DA VINCEREEssere accettati è anche una sfida quando si inizia a lavorare in una nuova area. «Una madre aveva portato i suoi 2 bambini di due anni a dorso di asino – continua Shah -. Il bambino era gravemente malnutrito, gli abbiamo dato del cibo terapeutico e alimenti ricchi di vitamine e minerali. La prima volta la madre era venuto da sola, ma poi ha portato il suo bambino per un check-up accompagnata dalla suocera. Il bambino stava migliorando, ed entrambe le donne si sono commosse. Il bambino aveva carenza di vitamina probabilmente fin dalla nascita ed era cieco. Hanno spiegato che passava le giornate sdraiato a terra ma ora è più attivo e mostra segni di vivacità. Ho visto le lacrime di gioia e di felicità sul volto della madre. Questa è la cosa migliore, meglio delle parole, e mi fa sentire che quello che stiamo facendo è veramente utile. Dopo che questa famiglia è tornata al suo paese, abbiamo avuto più di trenta pazienti provenienti da quella zona, quindi è chiaro che Msf è ora conosciuta anche li».

NUTRIZIONE E PREVENZIONEPer ora MSF ha iniziato un programma nutrizionale, ma Bilal suggerisce che Msf avrà bisogno di fare di più in futuro: «La tubercolosi è diffusa; così come l’epatite; le condizioni generali di salute sono molto precarie; non esiste praticamente consapevolezza circa l’educazione alla salute; la mortalità materna è molto elevata, e non ci sono reparti di chirurgia cesarea in questo distretto. L’ospedale più vicino è a 200 km di distanza, ma le persone sono troppo povere per spostarsi. L’assistenza sanitaria in questa zona è praticamente inesistente. Per le persone all’interno e intorno Usta Muhammad penso ci sia un grande bisogno di Msf”.

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26 settembre 2008

fonte: http://www.corriere.it/esteri/08_settembre_26/pakistan_medici_senza_frontiere_cca79768-8bdf-11dd-9547-00144f02aabc.shtml

Alitalia vola, accordo Cai e piloti: Contratto e 139 assunzioni in più

In nome della trattativa, all’improvviso scompaiono ultimatum e aut-aut

Confederali, commissario, Cai, tutti a palazzo Chigi fino alle due del mattino

Il sottosgretario Letta trova la quadra dopo 14 ore di trattativa serrata: “Grazie a Cai”
Adesso mancano solo gli assistenti di volo. La soluzione nel partner straniero

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di CLAUDIA FUSANI

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Alitalia vola, accordo Cai e piloti Contratto e 139 assunzioni in piùMassimo Notaro(Up)e Fabio Berti (Anpac), i rappresentanti sindacali dei piloti

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ROMA – Dopo un mese di guerriglia hanno spazzato via ultimatum, scadenze e aut aut. Si sono messi seduti al tavolo, come volevano, hanno impugnato la cloche con sangue freddo e mente lucida e hanno riaperto il dossier esattamente nei punti che avevano segnato con la penna rossa. All’una di notte, dopo quattordici ore di confronto serrato, sul dossier Alitalia arriva la prima firma comune di piloti, Cai e dei quattro sindacati confederali. Arriva un contratto specifico, cento assunzioni in più, la qualifica di dirigenti per i comandanti e “garanzie a pioggia” per tutti.

La trattativa su Alitalia, data per blindata e non modificabile, è stata invece riaperta. Il governo ha tenuto aperto il tavolo a oltranza, notte compresa; piloti e assistenti di volo si sono messi a sedere e a ragionare, senza pistole puntate alle tempie e senza ricatti sul ritiro delle licenze di volo; Cgil, Cisl, Uil e Ugl hanno accettato modifiche di documenti appena firmati e considerati blindati. All’una di notte è arrivata la firma.

I “tavoli” aperti a palazzo Chigi. Forse si sono concessi qualche panino. Forse. Di sicuro Letta, assistenti di volo e i leader dei piloti, Fabio Berti e Massimo Notaro, ieri si sono imposti ritmi forsennati. Primo round alle 10 del mattino con le tre sigle degli assistenti di volo. Firma Anpav (circa 400 iscritti), prendono tempo Avia e Sdl che in serata rinviano ancora a lunedì. Alle 11 e 30 arrivano Berti e Notaro: “Ieri (giovedì ndr), per quello che ci riguarda, non c’è stato alcun passo avanti. Andiamo a vedere adesso”. I due comandanti vengono inghiottiti nel portone di palazzo Chigi. Ne usciranno solo alle due di questa mattina. Fino alle 19 hanno trattato con Letta, Colaninno e Sabelli. Raggiunto un parziale accordo, il sottosegretario ha dovuto riconvocare i segretari generali di Cgil, Cisl, Uil e Ugl perchè dovevano modificare e rivedere i verbali firmati giovedì. A questo punto i tavoli sono stati sdoppiati: da una parte sono rimasti piloti e Sabelli; dall’altra Letta, Colaninno, il commissario Fantozzi – anche lui richiamato in tutta fretta – e i quattro segretari generali. Una cosa è certa: chi ieri alzava le dita in segno di vittoria, ha avuto fretta. Troppa, come è successo spesso in questa storia.

I nodi da sciogliere. In generale piloti e steward considerano “sbagliata” la cordata Cai. Da giorni c’è stato un presidio quasi fisso davanti a Montecitorio. Arrivano in divisa, con i trolley, e in borghese. “Ma ti pare – dicono al megafono – che finiamo nelle mani di una cordata che alla camera di commercio di Milano risulta essersi costituita nel 1999 come Compagnia abbigliamento italiano e nel 2004 ha cambiato ragione sociale per diventare Compagnia aerea italiana…”. A parte criticare l’operazione in sè, “una truffa ai danni di tutti i cittadini e in favore di pochi amici”, i punti da sciogliere riguardano il numero dei voli (“troppo pochi per una compagnia che guarda al futuro”), gli esuberi (“equipaggi non sufficienti, richiameranno a cottimo quelli in cassa integrazione”), il contratto unico e la conseguente unica rappresentanza sindacale. “In questo modo – avvisano – vogliono smantellare il sistema sindacale di questo paese, esattamente quello che chiede Confindustria”.

Le soluzioni: contratto separato, 139 assunzioni in più.
Dopo 14 ore resta un documento in quattro punti che porta il titolo: “Chiarimento a verbale contratto 14 settembre 2008”. Fondamentali i primi due punti. Il primo prevede che “al personale tecnico con qualifica di Comandante è riconosciuta ad ogni effetto di legge, la categoria di dirigente”. Cai, inoltre, si doterà di un “contratto collettivo di lavoro dirigenti comandanti” che sarà redatto entro l’inizio dell’attività della nuova Alitalia. Un contratto separato, era il nodo più difficile. Per il personale senza la qualifica di comandante, il contratto dovrà trovare “adeguata coerenza” con il contratto di lavoro dei dirigenti comandanti Cai.

Alitalia vola, accordo Cai e piloti Contratto e 139 assunzioni in piùDivietri (Avia) e Tomaselli (Sdl), rappresentanti degli assistenti di volo

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Al secondo punto, l’accordo prevede che 1.550 piloti assunti da Cai full time. Un altro 9% (139) saranno assunti part-time. Il totale è quindi di 1.689 assunzioni tra full time e part time.

Gli assistenti di volo.
“Ci rivediamo lunedì” dicono intorno alle 18 lasciando palazzo Chigi Divietri (Avia) e Tomaselli (Sdl), sigle che hanno in carico l’80 per cento di hostess e steward. “Le distanze ci sono ancora ma sono stati fatti passi avanti” spiegano “con realismo” da non confondere con l’ottimismo.

Divietri ha fiducia
nel partner straniero: “Il piano industriale è scritto sulle tavole di pietra e non è modificabile. Sarà modificato presumibilmente dal partner internazionale, che io ritengo sia Lufthansa. L’arrivo di una grande compagnia è un elemento di garanzia”. Il partner industriale dovrebbe arrivare “subito” e con una quota del 15 per cento che lo metterebbe al pari, e quindi al di sopra visto il know how, di tutti gli altri soci della cordata Cai.

La vittoria di Letta, il mediatore.
Si cercherà di non dirlo, per evitare tensioni. Si cercherà di usare parole neutre come “chiarimento” invece che modifica. Il week end e la stanchezza faranno il resto. ma in tutta questa storia – ancora non chiusa – sono chiari vincitori e vinti. Vince, su tutta la linea, Gianni Letta. Come sempre succede nelle sue trattative, il premier tiene aperte due strade: una di mediazione e una decisionista che via via alterna a seconda del tempo che fa e dell’aria che tira. Nel dossier Alitalia-italiana Berlusconi ci ha messo la faccia e la campagna elettorale. In un modo o nell’altro doveva portarla in fondo per non perdere faccia e credibilità. Nella fase uno ci ha provato con il ministro Sacconi coadiuvato da Enac: gli aut aut, gli ultimatum e i penultimatum, le scadenze. Ancora ieri Sacconi diceva alzando le dita in segno di vittoria: “Entro le 20 di stasera i piloti firmeranno”. Non hanno firmato alle 20 di giovedì e neppure alle 13 di ieri.

E gli ultimatum non ci sono più. E’ stato Gianni Letta, ieri, assente Sacconi, a prendere in mano la situazione. Per prima cosa ha fermato le lancette dell’orologio. E ha smesso di dare ultimatum. Si è messo a sedere al tavolo alle dieci del mattino ed è andato avanti, inossidabile, fino al mattino dopo ascoltando uno per uno tutti i rappresentanti del cosiddetto Fronte del No. Si presume che ci sia stata, via via, qualche pausa ristoro. Ha detto Antonio Divietri, responsabile Avia: “Oggi, per la prima volta, si sono aperti spiragli e si può parlare di trattativa. C’è maggiore disponibilità del governo perchè sono cambiati gli attori, oggi al tavolo c’è Gianni Letta”. E dire che ieri la giornata si era aperta con il ministro Sacconi che diceva deciso: “Andiamo avanti, anche senza i piloti”. Poi è partito per Viareggio. E a palazzo Chigi è rimasto solo Letta.

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26 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/economia/alitalia-31/alitalia-31/alitalia-31.html?rss

Diliberto: “ci avete sconfitto ma non ci avete domato”

Forte iniziativa a Roma in preparazione della manifestazione dell’11 ottobre contro il governo

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Image «La sinistra, ed in particolare i comunisti, deve tornare ad essere la rappresentanza politica del mondo del lavoro salariato»

Non usa mezzi termini il segretario dei Comunisti italiani, Oliviero Diliberto nel corso della partecipata iniziativa del Pdci “Contro Berlusconi, legittima difesa”, in vista della manifestazione dell’11 ottobre a Roma. Insieme a lui sul palco il segretario della federazione romana del Pdci Fabio Nobile, il presidente dell’Anpi Roma-Lazio Massimo Rendina, Adriano Pace, rappresentante Cgil Alitalia e Francesca Pandolfi, insegnante precaria iscritta ai Cobas.

Alitalia, precari, l’attacco al contratto nazionale di lavoro, passando dal processo di riunificazione dei comunisti, di tutto questo parla Diliberto: «I lavoratori non sono un’astrazione, una statistica, ma persone in carne ed ossa che si sono sentiti abbandonati e quando i lavoratori si sentono abbandonati non è mai colpa loro, ma è colpa dei partiti politici e dei loro dirigenti». Diliberto fa capire che non è più tempo di giustificazioni o attendismi. E’ ora di agire.

«L’abbiamo pagata duramente, ora bisogna ripartire dai bisogni, dalla materialità delle condizioni di vita delle persone noi avremo un grande spazio, quello che oggi viene occupato da forze politiche che non hanno niente a che fare con i lavoratori ma che vengono votate dai lavoratori» e fa l’esempio della Lega Nord che «non dà risposte ai problemi ma li sposta. Ai lavoratori del nord che l’hanno votata, la Lega non risolve il problema del salario perché rimane basso o della pensione perché l’età non cambia. Sposta il problema, gli crea un nemico, un avversario per cui “dagli all’immigrato”. Gli crea una falsa coscienza».

O nelle borgate di Roma, ricorda Diliberto, dove il Pci aveva l’egemonia, «oggi il primo partito è An e dove la disperazione non ha più uno sbocco politico e diventa frustrazione che viene sfogata nella tifoseria violenta, negli attacchi fascisti, nei tatuaggi con la croce celtica, tutto basato su disvalori e false prospettive. Noi le abbiamo abbandonate le periferia, non c’è più organizzazione del consenso, non c’è risposta ai loro problemi». Il messaggio è chiaro: «Dobbiamo ripartire da lì. Sarà lungo e difficile ma noi lo faremo».

Così il segretario del Pdci introduce due grandi progetti del partito: la raccolta di firme per due proposte di legge di iniziativa popolare. La prima per il ripristino della scala mobile, cioè del meccanismo di adeguamento automatico dei salari e delle pensione all’effettivo costo della vita. La seconda ha una grande valenza simbolica, vietare per legge i finanziamenti pubblici alla scuola privata. Oltre ad annunciare l’intenzione di chiedere l’indizione del referendum abrogativo della legge 30. Un forte passaggio è stato dedicato all’informazione, oggi più che mai schierata a prescindere dalla parte di chi vince «con la nuova legge sui finanziamenti pubblici all’editoria ci vogliono colpire» spiega Diliberto, «è un disegno preciso, come quello sulla scuola». Viene tagliata l’istruzione, la ricerca, la cultura, il sapere, hanno l’obiettivo di rendere più ignoranti i nostri concittadini «perché più sono ignoranti i cittadini, più votano a destra perché non avranno coscienza dei propri diritti», un’idea precisa di società, quella di Berlusconi, dove il cittadino non è più tale ma rimane solo un consumatore dove i valori scompaiono per lasciare posto ai disvalori: «Se non sei ricco e non produci, arrangiati».

Oggi, continua Diliberto, un concetto che è nel dna dei comunisti, e dovrebbe essere nel dna di le forze le persone democratiche è che tutti gli uomini e le donne sono uguali ed hanno uguali diritti, «oggi è una bestemmia, ma è l’articolo 3 della Costituzione». Un disegno preciso, si diceva, dove può accadere che l’Italia mandi i Tornado in Afghanistan, entrando così in guerra, senza che nessuno ne parli, senza un voto del Parlamento, dove può accadere che l’esercito pattugli le strade delle città… e che tutto questo sembri normale, per la maggioranza e per l’opposizione che non c’è, «c’è un annientamento dei principi fondamentali della nostra democrazia».

Per tutti questi motivi Diliberto spiega che «è indispensabile che diamo un messaggio. Noi ci giochiamo l’osso del collo, noi Italia, l’11 ottobre, dobbiamo far riuscire alla grande la manifestazione per dire che “ci siamo non ci arrendiamo”».

Non c’è spazio per la pigrizia, né per la rassegnazione, chiude Diliberto, e avverte gli illusi: «Ci avete sconfitto ma non ci avete domato».

fonte: laRinascita