Archivio | settembre 28, 2008

Olocausto: mistificazioni, messaggi “subliminali” e memoria

In realtà il titolo potrebbe essere anche più lungo… ma poi diventa un post esso stesso.

E’ successo questo: ho ricevuto di recente un documento Powerpoint in cui si parla di Olocausto e del tentativo di negarlo (o minimizzarlo).

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L’ho guardato e mi ha talmente colpito che gli ho fatto fare un altro bel giro del mondo (o quasi).

Ma devo dire che non mi sono soffermata troppo sul testo… le immagini sono talmente shockanti (anche se non nuove, per chi ha buona memoria…) che, mi sono detta, bastano quelle a giustificare la decisione di inoltrarla a più persone possibili – per non dimenticare, perché nessuno si permetta di negarlo… e perché non succeda mai più.

Le categorie dei prigionieri nei lagher nazisti

Ma, si sa, io sono un’impulsiva: difficilmente medito “a priori”… fortunatamente c’è qualcuno che “mi cura” – e che mi segnala anche quello a cui io non arrivo.

Quindi, per completezza e per onestà, vi segnalo il sito di Paolo Attivissimo (famoso antibufalista) e vi prego di leggerlo, ad integrazione di quanto inviatovi (chi non ha ricevuto il documento ce lo trova. Ma leggete anche i commenti):

http://attivissimo.blogspot.com/2008/09/olocausto-tolto-dalle-scuole-in-gran.html

Conosco troppo bene la “fonte” da cui mi è arrivato questo documento per poter anche solo sospettare che si tratti di un tentativo subdolo di approfittare della mia incosciente/irruente buona fede per veicolare messaggi che non condividiamo (la fonte ed io… ma anche moltissimi di voi, credo).

E’ evidente che il fatto che la posizione della Gran Bretagna nella vicenda non sia quella adombrata nel testo ci fa piacere e ne prendiamo atto; non è d’altra parte mai stato nelle nostre mire anche solo istillare nelle vostre menti l’odio verso il mondo musulmano – che è più facile provenga da un personaggio che nel ’68 era orgogliosamente marxista e si ritrova miseramente, oggi, a dire “siamo tutti israeliani”. Lapsus? Io non credo. Avesse detto “siamo tutti ebrei” (nel senso, molto lato, che stiamo tutti dalla parte di chi, per motivi religiosi, o politici, o di sesso, etnia e quant’altro viene perseguitato in qualsivoglia modo), avrei condiviso.

Ma “israeliano” ha una connotazione politica ben precisa, e se è vero che non tutti gli israeliani sono nemici dei palestinesi, è pur altrettanto vero che il personaggio si riferiva alla politica espressa dal governo di quel paese (che purtroppo rappresenta tutti, esattamente come il nostro governo rappresenta pure me, che non l’ho votato e non lo apprezzo).

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Al di là di questa piccola polemica, voglio spendere due parole su quello che, per me, era il messaggio che doveva passare – forte e chiaro – da quell’infelice catena di sant’antonio: SIAMO CONTRO QUALSIASI TIPO DI VIOLENZA NEI CONFRONTI DI PERSONE PERCEPITE COME “INFERIORI”. SIAMO CONTRO IL RAZZISMO. IL GENERE UMANO HA UN’UNICA GRANDE ETNIA.

elena

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campo di sterminio

leggete anche qui – per approfondire un po’

Il Pdl all’attacco della legge Basaglia

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VOGLIONO RIAPRIRE I MANICOMI? E PERCHE’ NON UN BEL CAMPO DI STERMINIO? TANTO..

mauro

GENOVA – Daniele Macciantelli, vittima numero 3.500 della legge Basaglia. Il Pdl inquadra negli «errori della legge 180» anche l’omicidio dell’assistente capo di polizia. Aveva 36 anni, è stato accoltellato giovedì notte da un malato psichiatrico. Normativa ideologica la Basaglia, dice il Pdl; undici articoli che scaricano sulle famiglie il peso di malati troppo difficili da gestire, spesso violenti. A portare avanti la crociata contro la 180 è Paolo Guzzanti che nel trentesimo anniversario della legge ha depositato alla Camera un disegno di revisione «che la prossima settimana sarà presentato ufficialmente» afferma il deputato del Pdl. «Non si tratta di riaprire i manicomi, ma di rendere strutturale l’obbligo al trattamento sanitario per i malati psicotici, soprattutto per gli schizofrenici. È una correzione a protezione dei malati, ma anche di chi si ne occupa».

È stato fatto un calcolo delle vittime provocate dalla Basaglia, legge che stabilì la chiusura dei manicomi e trasferì ai servizi psichiatrici territoriali l’assistenza dei malati: 180.000 feriti e 3.500 assassinati. E tra questi anche l’assistente capo Daniele Macciantelli. «Pubblicherò un libro bianco di novelle nere della psichiatria – annuncia Guzzanti – Sono sempre i famigliari, i genitori, i fratelli e le sorelle, a fare le spese della malattia di chi assistono, senza aggiungere che gli stessi malati hanno il diritto di essere curati in modo adeguato». Legge Basaglia da smantellare anche per un altro motivo, «è servita come moltiplicatore di primariati grazie al fatto che per ogni reparto psichiatrico prevede un numero molto basso di posti letto» afferma Guzzanti che intorno al suo progetto di revisione ha raccolto il consenso dell’Associazione dei parenti di malati di mente (Arap) e dello psichiatra Luigi De Marchi.

A Guzzanti, in Liguria, si accoda tutto il Pdl. Il consigliere regionale Gianni Plinio (Alleanza nazionale) ha presentato un’interrogazione per sapere quali sono «le procedure seguite dalle Asl liguri per il trattamento dei pazienti di quel tipo» spronando la giunta regionale ad appoggiare la cancellazione della Basaglia «normativa semplicemente demagogica». Stesso tranciante giudizio politico espresso anche dal deputato Michele Scandroglio. «La legge 180? Un eccesso del ‘68, figlia di un momento sbagliato». Vittima Daniele Macciantelli lo è anche per il Partito socialista. «Di un insieme di situazioni – spiega il vice segretario provinciale Angela Burlando – mancano mezzi e finanziamenti per organizzare ed equipaggiare le forze dell’ordine: tutto questo non sarebbe accaduto se avesse indossato un giubbotto protettivo, come quello in dotazione al reparto della polizia municipale che si occupa dei trattamenti sanitari obbligatori». Parla chiaro l’esito dell’autopsia effettuata ieri mattina all’istituto di medicina legale dell’ospedale San Martino di Genova: la morte di Daniele Macciantelli è stata provocata da un’«emorragia massiva», provocata da una lesione dell’aorta. Le indagini sarebbero quindi sostanzialmente chiuse: tre le coltellate vibrate da Danilo Pace, una schivata dal poliziotto, due arrivate a colpire gli organi vitali.

Intanto ieri gli amici e i colleghi dell’assistente capo ucciso si sono stretti attorno alla famiglia nella camera ardente allestita nella cappella della caserma di Bolzaneto. Presente anche il vice capo della Polizia con funzioni vicarie, Nicola Izzo: «In questi momenti – ha detto – prendiamo coscienza di quanto il nostro lavoro sia difficile».

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fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/genova/2008/09/28/1101781292412-pdl-all-attacco-legge-basaglia.shtml

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Da La nonviolenza è in cammino, Centro di ricerca per la pace di Viterbo Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it – N. 1038 del 30 agosto 2005

Maria Grazia Giannichedda ricorda Franco Basaglia
Dal quotidiano “Il manifesto” del 27 agosto 2005.

https://i2.wp.com/www.diapsi.it/comunicati/franco_basaglia1.jpgFranco Basaglia
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In una conferenza a Rio de Janeiro
nel 1979, pochi mesi prima di ammalarsi, Franco Basaglia rispondeva così a una domanda sul significato del suo lavoro: “la cosa più importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. Dieci, quindici anni fa era impensabile che un manicomio potesse venire distrutto. Magari i manicomi torneranno a essere chiusi e più chiusi di prima, ma noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo”. Da quel pomeriggio di fine estate del 1961 a Gorizia, quando per la prima volta nella sua vita era entrato in un manicomio, Basaglia si era tormentato sulla forza di quell’istituzione, che lo aveva indignato e angosciato al punto di indurlo alla tentazione di mollare l’impresa impossibile che sarebbe consistita nel mettere a frutto, là dentro, ciò che negli anni della clinica universitaria aveva studiato e tentato di fare.

Fuori e dentro le mura Il lavoro di umanizzazione delle strutture e dei rapporti che vi si intrattenevano gli aveva poi chiarito che il manicomio in realtà non si limitava ai confini della istituzione storica da lui diretta, ma, al fondo, coincideva con l’idea stessa di “internamento”, cioè della custodia in nome della tutela, della riduzione della libertà in nome della liberazione dalla malattia. Questo era il nucleo del manicomio, lì stava la sua forza e la capacità di riprodursi nelle istituzioni e nel corpo sociale, attraverso la legge, l’amministrazione e la legittimazione non disinteressata degli operatori psichiatrici.

Negli anni del grande movimento antistituzionale, Basaglia rimproverò spesso a collaboratori e compagni di strada italiani ed europei la tendenza a sottovalutare la potenza del manicomio, che per quanto lo riguardava avrebbe dovuto essere smontato “pezzo per pezzo”, perchè non rinascesse fuori dalle sue mura e dentro ciascuno di noi. Sono dunque il prodotto di questa cultura le molte invenzioni nate per scomporre il manicomio e spesso evolute nelle strutture nate a seguito della riforma, “gli infiniti machiavelli istituzionali”, come Basaglia li chiamava negli anni di Trieste: la prima cooperativa degli internati, che avevano voluto chiamarsi “Lavoratori Uniti”; la trasformazione dei ricoverati in “ospiti” per consentire loro libertà e asilo; i centri di salute mentale aperti ventiquattro ore e organizzati come spazi di vita; le abitazioni nei condomini del centro col sostegno informale degli operatori. Tutto questo prendeva forma in mezzo a scontri e negoziazioni, conflitti e compromessi tra gli operatori non meno che con la città, in un clima allora tutt’altro che facile poiché si camminava per una strada non ancora segnata, cercando un possibile che fosse adeguato alla posta in gioco e che quel gioco riuscisse a mantenerlo aperto e a governarlo.
Franco Basaglia era straordinariamente dotato di quel “senso della possibilità“ di cui parla Robert Musil nelle prime pagine dell’Uomo senza qualità, ossia della “capacità di pensare tutto quello che potrebbe egualmente essere, e di non dare maggior importanza a quello che è, che a quello che non è“.

Tra aspirazioni e progetto politico A questo senso del possibile come “volontà di costruire, come consapevole utopia che non si sgomenta della realtà bensì la tratta come un compito e un’invenzione”, Basaglia ha saputo dare spessore e valore politico, riuscendo a coinvolgere istituzioni e persone nella costruzione di altri orizzonti che si allargano tuttora sulla società italiana, e non solo entro i suoi confini. È vero, però, che il senso della possibilità oggi è più visibile come aspirazione che non come progetto politico, e fa impressione il fatto che, quando si parla di questione morale, tutto quanto è legittimo attendersi – laddove quote rilevanti di potere siano nelle mani di persone e di istituti della sinistra – sia limitato al rispetto delle regole. Ma se l’idea di trasformare l’esercizio del potere per trasformare con esso pezzi di mondo viene messa in ombra, o tutt’al più relegata in spazi residuali e ideologici sarà molto difficile rendersi riconoscibili come alternativa al presente e porre le premesse per un diverso futuro.
Quindici anni prima di quella conferenza a Rio, Basaglia aveva già intuito che la distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione (come dice il titolo della sua comunicazione al primo congresso di psichiatria sociale a Londra, nel 1964) era “un fatto urgentemente necessario, se non semplicemente ovvio”. In quel testo ci sono già gli elementi che avrebbero fatto evolvere il lavoro appena iniziato a Gorizia in una direzione tutta diversa da quella su cui si erano incamminate le esperienze innovative sorte nella psichiatria pubblica in Francia e Inghilterra. Basaglia criticava il fatto di essersi limitati, in quei paesi, a creare una psichiatria territoriale responsabile, in realtà, di continuare a servirsi dei manicomi, che all’epoca internavano in Europa più di ottocentomila persone.

Del resto, neppure gli premeva costruire “una nuova utopia” che si sarebbe tramutata “in una nuova ideologia” il cui solo valore sarebbe stato quello di “consentirci di sopportare il tipo di vita che siamo costretti a vivere”, come scrisse in uno dei saggi dell’Istituzione negata, il libro collettivo del 1968. A Basaglia non interessava, perciò, rifugiarsi nell’esperimento, che elabora nuove tecniche di interpretazione della malattia mentale e forme di trattamento non oppressive al riparo dalla legge psichiatrica e dall’obbligo di accettare qualunque tipo di paziente. In Europa e negli Stati Uniti, già alla fine degli anni ’60, cominciavano a diffondersi molte di queste utopie in piccola scala, non poche delle quali si dimostravano efficaci con chi vi approdava per caso o per denaro, e alcune di esse – come quelle di Ronald Laing a Londra e quella di Felix Guattari a Laborde – era contagiate dal fascino, dalla intelligenza e dalla radicalità dei loro leader. Ma, allora come oggi, questi esperimenti non erano in grado di scalfire l’apparato dei manicomi, nè la cultura psichiatrica dominante veniva intaccata dalle nuove teorizzazioni, e tanto meno il senso comune vacillava di fronte al senso del pericolo, dalla vergogna e dalla scarsa intellegibilità che la follia portava con sè. L’esperienza di Gorizia indicò una strada più ambiziosa e al tempo stesso più politica che consisteva nel lavorare al centro del potere psichiatrico, l’istituzione pubblica, per introdurvi una pratica e un progetto alternativi al manicomio, al suo ruolo sociale e alla sua cultura. Fu un progetto che incontrò in Italia un sistema istituzionale dove il bisogno di innovazione era fortissimo e l’immobilismo dell’establishment psichiatrico, culturalmente provinciale e concentrato sugli interessi di scuola e di bottega, lasciò molto spazio a quelle che negli anni ’70 venivano chiamate “le esperienze esemplari”: esperienze che egemonizzarono i processi di innovazione, sperimentando e mettendo in circolo modelli di servizi che chiedevano e dimostravano possibile la ridefinizione del trattamento psichiatrico nel quadro della Costituzione democratica. Per questo Basaglia aveva voluto chiamare “psichiatria democratica” il movimento per la riforma, intendendo indicare con questo aggettivo l’intenzione di costruire una psichiatria che interiorizzasse e rendesse vissuti i principi del patto democratico, così come la psichiatria manicomiale si era sviluppata nel quadro di uno Stato liberale che escludeva dalla cittadinanza più di “metà del cielo”.

Oggi il sistema istituzionale nel quale Basaglia ha lavorato non c’è più, e lo stesso campo psichiatrico è profondamente cambiato. Basti pensare al protagonismo acquisito delle multinazionali del farmaco, che dominano la ricerca, invadono la comunicazione di massa, conquistano i medici; basti considerare la penetrazione del linguaggio psichiatrico e psicologico nei media, nella vita quotidiana, nella scuola, nei servizi sociali; e il diffondersi delle tecniche psichiatriche e psicologiche – dall’uso degli psicofarmaci ai test – per il controllo dell’efficienza e della vita delle persone.
Dunque oggi non è certo minore che trent’anni fa la necessità di leggere il contesto che abbiamo di fronte in chiave politica. Eppure la depoliticizzazione della società italiana, drammaticamente svelata dal referendum sulla fecondazione assistita, si è resa lampante: lo dimostrano i tecnici interessati a coltivare il proprio orto, a mettere a punto la gestione di problemi e rischi o metodi di formazione nel grande mercato per il controllo delle condotte che Basaglia aveva visto formarsi negli Stati Uniti degli anni ’70 e di cui scrisse in diversi saggi, dal Malato artificiale a La maggioranza deviante a Condotte perturbate. Sembra che solo una minoranza di operatori dei servizi pubblici, di ricercatori e di intellettuali sia oggi interessata a esprimere la sua preoccupazione per i caratteri dello scenario che abbiamo di fronte, e che si affanni a studiarlo e a trovare i punti in cui potrebbe venire attaccato.

È un clima, questo, in cui l’opera di Basaglia può risultare inattuale, o può magari suscitare più nostalgie che stimoli; può forse indurre alla tentazione di una lettura accademica delle sue idee, che invece sono legate a un forte senso etico della responsabilità sociale, segnate come sono da un rapporto intenso, fondante, tra teoria e pratica politica, la sola chiave in cui possono essere capite e spese. Basaglia ha temuto che la riforma potesse essere l’inizio della fine della trasformazione, e questo – come scrisse nella prefazione al Giardino dei gelsi – proprio “nel momento in cui si potrebbe cominciare ad affrontare i problemi in modo diverso, disarmati come siamo, privi di strumenti che non siano un’esplicita difesa nostra di fronte all’angoscia e alla sofferenza”. Come sempre, cercò di giocare sul terreno della pratica la sfida della riforma, accettando la proposta della Regione Lazio di riorganizzare le politiche di salute mentale.

Le sue interviste sulla 180 Lavorò a Roma pochi mesi, formulando alcuni progetti: un concorso di idee rivolto a tutta la città per il riuso del manicomio da chiudere; il riassetto del pronto soccorso di uno degli ospedali più problematici del centro storico, per cercare di trovare risposte diverse alle persone marginalizzate che là avevano il loro punto di riferimento; il coinvolgimento di alcune cliniche private in un programma di riorientamento delle strutture. Nello stesso tempo, mise in piedi un’iniziativa curiosa e assai emblematica del suo stile. Mentre le forze politiche, all’indomani della riforma già ne prendevano le distanze, Basaglia decise di intervistare dirigenti politici di spicco sulle ragioni che avevano spinto i partiti ad approvare la “180” e sui mezzi con cui intendevano governarla: riuscì a fare parlare due alti dirigenti della Democrazia Cristiana, Paolo Cabras e Bruno Orsini, il vice-segretario del partito socialista Claudio Signorile e il segretario del partito socialdemocratico Pietro Longo. Aveva avviato i contatti con Enrico Berlinguer, ma non fece in tempo a incontrarlo. Da quelle interviste fu ricavato, alcuni anni dopo, un film di mezz’ora, che testimonia quale fosse il clima del tempo, quale la libertà di Basaglia da ogni schema prefigurato, quale la sua capacità di mettersi in gioco e, come lui diceva, di “tenere aperte le contraddizioni”.

Certo Basaglia non si è sottratto alle responsabilità di governo ne ha sottovalutato il problema del consenso. Però ha agito il suo ruolo di tecnico per spingere la politica, soprattutto gli amministratori, ad andare oltre l’orizzonte dato, oltre gli assetti consolidati, che generalmente fanno pagare ai più deboli il prezzo di una precaria o apparente pace sociale. Così lui, uomo di sinistra, non è stato un interlocutore facile neppure per la sinistra, che certo nella ormai lunga vita della “legge 180” ha svolto un ruolo fondamentale in parlamento nel bloccare le controriforme, sia con la scelta di candidare al Senato Franca Ongaro Basaglia, sia nella fase di chiusura dei manicomi, con Romano Prodi al governo e Rosi Bindi alla sanità. Ma gli amministratori locali è ancora necessario conquistarli ad uno ad uno, anche quelli di sinistra, per riuscire a dare aggettivi ai processi di innovazione, a introdurvi una qualità diversa.

Il posto di chi non trova posto Il manifesto dell’ultimo convegno promosso da Basaglia, Psichiatria e buongoverno (Arezzo 28 ottobre 1979), riportava, accanto ad alcuni particolari dell’Allegoria del Buongoverno di Ambrogio Lorenzetti, un commento che si concludeva così: “se ciascuno sta al suo posto regnano l’ordine e il potere; e chi non trova posto in questo ordine e in questo equilibrio?”. È un interrogativo che vale sempre, ma oggi non ci sono persone altrettanto autorevoli a difenderlo, ed è cresciuto il numero di chi non trova posto in questo ordine delle cose, per la verità assai fragile; perciò vale di più.

Postilla: Da Gorizia a Trieste Franco Basaglia era nato a Venezia l’11 marzo del 1924. Dopo tredici anni di lavoro all’università di Padova, nel 1961 aveva vinto il concorso di direttore nell’ospedale psichiatrico di Gorizia, dove avviò l’esperienza di apertura del manicomio divenuta nota attraverso due libri, Che cos’è la psichiatria? (1967) e L’istituzione negata (1968), pubblicati entrambi da Einaudi come il libro fotografico Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin che Basaglia aveva curato con Franca Ongaro, sua moglie dal 1953 e collaboratrice nel gruppo di Gorizia. Con lei Basaglia scriverà gran parte dei lavori degli anni successivi e condividerà l’impegno nei movimenti degli anni ’70. Nel 1969 fu invitato come visiting professor al Community Mental Health Centre del Maimonides Hospital di New York, e da quella esperienza scrisse Lettera da New York. Il malato artificiale (Einaudi 1969) e La maggioranza deviante (Einaudi, 1971). Per un anno, nel 1970, diresse l’ospedale psichiatrico di Parma, ma l’esperienza si chiuse tra difficoltà burocratiche e dissidi politici, e alla fine dell’anno successivo andò a dirigere l’ospedale di Trieste, dove riuscì a chiudere il manicomio e dare vita a un nuovo sistema di servizi di salute mentale. Negli anni di Trieste scrisse molti saggi e una ricerca collettiva, Crimini di pace, cui partecipano tra gli altri Michel Foucault, Erving Goffman, Ronald Laing, Noam Chomsky e Robert Castel, che testimonia dell’ampiezza del suo impegno intellettuale. Il 13 maggio del 1978 il parlamento approvò la riforma psichiatrica, nota come “legge 180”.
Basaglia era a Berlino, in uno dei suoi numerosi viaggi, quando si sentì male la prima volta, dopo una conferenza nell’aula magna della Freie Universitaet. Erano i segni della malattia che lo avrebbe portato alla morte il 29 agosto nella sua casa di Venezia. I suoi Scritti sono stati raccolti da Franca Ongaro e pubblicati in due volumi da Einaudi nel 1981 e ’82.
Attualmente è in libreria una nuova antologia, L’utopia della realtà (Einaudi, 327 pagine, 22 euro) che contiene saggi dal 1964 al 1979 con un inedito in Italia, Condotte perturbate. Le funzioni delle relazioni sociali, scritto con Franca Ongaro su commissione di Jean Piaget che curava, per la Encyclopedie de la Pleiade, il volume Psychologie in cui il testo è uscito nel 1987. L’antologia include anche la bibliografia completa delle opere di Basaglia, una presentazione di Franca Ongaro e una introduzione di Maria Grazia Giannichedda, L’utopia della realtà. Franco Basaglia e l’impresa della sua vita. Negli ultimi anni sono stati riediti diversi testi di Basaglia: Che cos’è la psichiatria? (Baldini e Castoldi, Milano 1997), L’istituzione negata (Baldini e Castoldi, Milano 1998) Morire di classe (Edizioni Gruppo Abele, Torino 1998), e una nuova edizione di Conferenze brasiliane (Raffaello Cortina, Milano 2000) con quattro conferenze inedite.
Nel 2001 è stata pubblicata la monografia Franco Basaglia di Mario Colucci e Pierangelo Di Vittorio (Bruno Mondadori) e nel 2004 il saggio di Nico Pitrelli, L’uomo che restituì la parola ai matti. Franco Basaglia, la comunicazione e la fine dei manicomi (Editori Riuniti).

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fonte: http://www.grusol.it/informazioni/19-09-05.asp

Elettroshock – Manicomio-Memorie dal Santa Maria della Pieta

Giorgio Antonucci, i Manicomi

Austria: Votano i giovani, avanza l’estrema destra

george haider, austria

Joerg Haider ai seggi con la moglie
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Avanza la destra. Sei milioni di cittadini austriaci sono chiamati al voto per le elezioni politiche anticipate. Si volta pagina dopo la rottura della Grande coalizione – l’alleanza tra i socialdemocratici della Spoe e i conservatori della Oevp – al potere da soli 18 mesi. Il testa a testa per la cancelleria è tra il socialdemocratico Werner Feymann e il popolare Wilhelm Molterer.

Ma le prime proiezioni sui risultati delle urne, per ora, danno un solo trionfatore: l’estrema destra. Nonostante la Spoe resti primo partito con il 29,2 per cento dei voti (comunque sei punti in meno rispetto all’ultima tornata elettorale), a trionfare sono la Freiheitliche Partei (Fpoe), che ottiene il 18,3% e diventa il terzo partito del paese e la Bzoe guidata dal governatore della Carinzia, Joerg Haider, che ottiene l’11,5%. Alle ultime elezioni l’Fpoe aveva l’11 per cento, mentre il partito di Haider si era fermato a poco più del 4. Un triste dato, considerando anche che per la prima volta a questa elezione in Austria votano anche i giovani di 16 e 17 anni. Sono circa duecentomila e potrebbe essere stato proprio il loro apporto a delineare l’impennata dell’Fpoe, il partito guidato dello xenofobo Heinz Christian Strache, che ha già reclamato per sé la poltrona di cancelliere nel nuovo governo federale.

Restano secondo partito del Paese i conservatori popolari della Oesterreichische Volkspartei (Oevp): raccolgono il 24,9% dei voti, comunque molto meno del 34 per cento che avevano ottenuto nel 2006. I Verdi, infine, si fermano al 10 per cento. Tradotto in seggi, la Spoe ne ottiene 56 (dodici in meno dell’attuale Parlamento), la Oevp ne perde 17 e si ferma a 49, mentre la Fpoe conquista 14 seggi in più e tocca quota 35, la Bzoe disporrà di 23 (sedici in più), e i Verdi ne perdono solo uno, fermandosi a 20 seggi.

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Pubblicato il: 28.09.08
Modificato il: 28.09.08 alle ore 18.43

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79442

Tariffe, stangata in vista da mercoledì fino a 80 euro in più

L’Authority per l’energia dovrà decidere se parametrare le bollette al caro-petrolio dei mesi scorsi quando ha toccato i 150 dollari al barile

Tariffe, stangata in vista da mercoledì fino a 80 euro in più

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ROMA – Aumenti in vista da mercoledì prossimo per le bollette della luce e del gas. Dal primo ottobre – secondo le prime stime degli esperti – i rincari potrebbero arrivare fino al 6% per il metano e tra il 2,2% e il 3,7% per l’elettricità. La spesa annua delle famiglie potrebbe registrare una nuova stangata, fino ad oltre 80 euro. L’ultima parola spetta all’Authority per l’energia che entro il 30 settembre dovrà fornire l’aggiornamento per l’ultimo trimestre 2008.

Ma secondo le previsioni
di Nomisma energia per il gas sono attesi aumenti del 5,8% e per la luce del 2,2%. Per il Rie- Ricerche Energetiche Industriali, i rincari potrebbero invece arrivare al 6% per il metano e al 3,7% per l’elettricità.

L’Authority che ha l’ultima parola
sull’aggiornamento delle tariffe e la pronuncerà martedì dovrà tenere conto dell’andamento del prezzo del petrolio degli ultimi mesi. In teoria i nuovi parametri devono tenere conto dei prezzi del greggio negli ultimi 6 mesi (per l’elettricità) e 9 mesi (per il gas) quando si sono raggiunte fiammate di 150 dollari al barile. Ora il prezzo del petrolio, dopo essersi sgonfiato mostrando il forte aspetto speculativo che accompagnava i rialzi, è tornato a salire senza tuttavia toccare il picco di qualche mese fa.

Resta da vedere se l’Autorità terrà conto di quei rialzi ormai passati oppure se limerà gli aggiornamenti su parametri più calmierati. E’ evidente che una bolletta aggiornata sul greggio a 150 sarebbe un salasso ma sembra comunque difficile che si possano stabilire i nuovi prezzi sui ripiegamenti recenti.

La speranza dei consumatori è legata al margine di manovra dell’Autorità a fronte del calo del costo del barile nell’ultimo mese (anche se nell’ultima settimana è tornato a salire).

Il nuovo rincaro si andrebbe ad aggiungere a quelli già scattati – spinti sempre dal caro-petrolio degli ultimi mesi – nei trimestri precedenti.

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28 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/economia/tariffe-rincari-1/aumenti/aumenti.html?rss

Piemonte, melamina nel cibo per cani e gatti. Il procuratore Guariniello apre un’inchiesta

“Allarme veleno nel cibo per gli animali”

In alcuni prodotti tracce di melamina. E’ la stessa sostanza del latte cinese

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di ALBERTO GAINO, RAPHAEL ZANOTTI

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TORINO
La melammina nel latte che sta avvelenando
migliaia di neonati cinesi è arrivata anche in Italia. Non in prodotti alimentari consumati dall’uomo. L’Istituto zooprofilattico sperimentale del Piemonte ha riscontrato la presenza della resina nociva in alcune scatole di cibo per cani e gatti, i cosiddetti pet food. Su 145 campioni prelevati dagli scaffali dei negozi torinesi, due prodotti sono risultati positivi alle analisi ed è subito partita la segnalazione. Il procuratore vicario di Torino Raffaele Guariniello ha aperto un fascicolo d’inchiesta ipotizzando i reati di commercio di sostanze alimentari nocive e frode in commercio (la melammina viene aggiunta in alcune farine per aumentare fittiziamente il contenuto proteico degli alimenti). Non solo. Ha ordinato una serie di controlli a tappeto paralleli a quelli già predisposti dal ministero della Salute in tutta Italia (i Nas stanno effettuando sequestri in trenta località diverse). L’idea è quella di allargare il più possibile la campionatura sui cibi per animali coinvolgendo i laboratori dell’Arpa, dell’Istituto zooprofilattico e delle facoltà di chimica e veterinaria dell’università.

Se l’allarme per l’uomo è recente dopo lo scandalo del latte in polvere cinese, per gli animali è già scattato da due anni. Tutto ha avuto inizio negli Stati Uniti che, tra il settembre e il dicembre 2006, hanno importato dalla Cina partite di farina di mais e frumento contaminate. Le farine sono state utilizzate dai produttori americani per confezionare cibo per animali domestici. Nel giro di poco, però, negli Usa si è assistito a una strage: sono morti 1950 gatti e 2200 cani. Dai veterinari sono piovute 10.000 segnalazioni per insolite morti di animali domestici dovute a insufficienza renale. In pochi mesi sono arrivate 17.000 lettere di protesta da parte dei consumatori e la Fda (Food and Drug Administration americana) ha ritirato dal commercio intere partite di cibo per cani e gatti. Le analisi hanno confermato il problema: su 750 campioni di farina di mais, 330 risultavano contaminati. E su 85 campioni di proteine di riso, in 27 era presente la melammina.

La Fda americana ha lanciato un allarme contaminazione, ripreso il 2 maggio 2007 dalla Commissione Europea che ha chiesto controlli sulle materie prime agli Stati membri dell’Ue. In Italia le verifiche sono partite dal 23 luglio dell’anno scorso. Per ora non sembra che ci siano pericoli per l’uomo. In un dossier presentato a un recentissimo convegno dell’Istituto zooprofilattico del Piemonte (e acquisito dal procuratore vicario Guariniello) si legge: «Per quanto riguarda la valutazione di esposizione nell’uomo, la Fda ritiene che sia improbabile che l’uomo possa venire in contatto con livelli di contaminazione quali quelli rilevati nei mangimi per animali». La preoccupazione, però, è sulla catena alimentare lunga. Nel dossier emerge la tossicità della malamina non solo per cani e gatti, ma anche per gli ovini.

«Dosi giornaliere di 25 e 50 grammi
di melammina a capo – si legge – hanno determinato la morte di soggetti dopo 9 e 7 giorni di esposizione con lesioni renali e abosamali, cistite emorragica e infiammazione dell’intestino cieco. A dosi di 10 grammi, due pecore su tre sono morte entro 31 giorni, con cristalli renali ed edema polmonare». Ma come possono non farsi prendere dal panico proprietari di animali domestici e allevatori? «Rintracciabilità e tracciabilità dei prodotti sono imposti dalla normativa europea – spiega Gandolfo Barbarino, dirigente del servizio veterinario della Regione Piemonte – e tutto ciò che entra nella catena alimentare deve risultare. Ciò non toglie che per gli acquirenti dei cibi resti problematico orientarsi: negli Stati Uniti i prodotti contaminati risultavano made in Usa sulle confezioni, che non contenevano riferimenti ai fornitori cinesi». In Europa si punta su forti vincoli al sistema delle imprese: autocontrolli, tracciabilità, polizze assicurative per rifondere i danni alla salute provocati e contribuzioni per il potenziamento dei controlli pubblici che, se efficaci e tempestivi, rappresentano la miglior prevenzione.

Dopo i controlli sui cibi, ora l’Istituto zooprofilattico piemontese sta approntando un altro tipo di analisi: un monitoraggio autoptico sui decessi di gatti e cani attraverso la rete dei veterinari. È importante capire quali conseguenze può avere l’eventuale contaminazione dei pet food.

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fonte: http://www.lastampa.it/lazampa/girata.asp?ID_blog=164&ID_articolo=715&ID_sezione=339&sezione=News

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PET FOOD – CIOTOLE PERICOLOSE

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Occhi, ossa, piume, becchi di uccello, sangue, intestini, tendini, mammelle, esofagi, legamenti, parti malate, putrefatte o cancerose degli animali macellati: ecco cosa si nasconde nei cosiddetti sottoprodotti presenti nei pet food.
Cavalli, elefanti, cani, gatti, volpi, opossum, cervi, serpenti: si può nascondere di tutto dietro la denominazione farina di carne. Negli stati Uniti, dove viene prodotta la maggior parte del pet food, non è vietato riciclare nei mangimi animali domestici cani e gatti eutanasizzati perché malati oppure soppressi nei rifugi per randagi.
Diossina, PBB (fanno parte della stessa famiglia del DDT e PCB), antibiotici e altri preparati farmacologici: sono i residui presenti nei pesci di mangimi come quelli elencati in tabella.
Farine di carne, sottoprodotti, ossa: tutti ingredienti comuni nei pet food.

Il termine farina indica che il prodotto invece di essere utilizzato fresco, viene riciclato. Il riciclaggio e l¹estrusione (il metodo utilizzato per ottenere le crocchette) non sempre uccidono gli ormoni utilizzati per far ingrassare il bestiame, né gli antibiotici o i barbiturici. La cottura a temperature elevate può alterare o distruggere il valore nutritivo del prodotto, mentre non elimina del tutto il pericolo di contaminazione da batteri e tossine. Alcuni produttori cuociono il cibo una volta inscatolato, direttamente dentro lattina.
Additivi, conservanti, aromatizzanti, antiossidanti, coloranti, apetizzanti: il cibo dei nostri amici pelosi è un insieme di composti chimici, alcuni dei quali molto nocivi.

Tra i conservanti sintetici si trova il BHA e BHT, gallato di propile, usato anche come antigelo per auto. Fra gli antiossidanti utilizzati è stata rintracciata una sostanza simile all¹agente Orange, un pesticida defoliante usato dagli Americani in Vietnam. I coloranti sintetici, oltre ad essere testati su altri animali, possono causare in dosi massicce seri problemi (es. aumento di colesterolo e diminuzione nel sangue di emoglobina e globuli rossi). Le aziende produttrici non hanno l’obbligo di indicare questi composti sull¹etichetta.
Grassi rancidi: sono i responsabili dell’odore pungente esalato da parecchio pet food umido e secco, oltre che di gravi allergie ed altre patologie. Questi grassi vengono conservati in soluzioni chimiche e spruzzati direttamente sul cibo per renderlo più appetibile.
Gusci di arachidi, farina di soia, granoturco: anche per le granaglie vengono per lo più utilizzati sottoprodotti privi di reale valore nutritivo. Negli ultimi 10 anni la quantità di cereali nei pet food è aumentata: spesso però sono usati come riempitivi e la loro digeribilità è molto bassa.

Effetti collaterali
Malattie del tratto urinario, intolleranze, allergie, disturbi comportamentali, cancro, vomito, diarrea: sono i possibili effetti del consumo di mangimi industriali. Le cause: presenza di ingredienti scadenti o cattivi, contaminazione con batteri, muffe, farmaci e tossine, scarso valore nutrizionale, abuso di additivi. Le diete ipercaloriche per cuccioli, provocando una crescita troppo rapida, possono causare nelle taglie grandi malattie delle ossa e delle articolazioni.

Evitate di comprare le marche della lista negativa e rivolgetevi a quelle della lista positiva (se trovati verranno aggiunti nuovi nomi). Ricordatevi che per gli snack valgono gli stessi discorsi fatti sopra. Privilegiate le linee biologiche, tenendo conto che è necessaria la certificazione di un ente riconosciuto. Sommergete le aziende di lettere di protesta e diffondete il più possibile questo articolo. Quando possibile cucinate per il vostro cane o gatto, tenendo presente che le sue esigenze sono diverse dalle nostre: da evitare i cibi conditi, bene di tanto in tanto riso, pasta, uova sode o alla coque, carote e zucchine bollite.

Marche da boicottare (Lista negativa)
• Nestlé:
Felix, Friskies, Gourmet, Purina, Affinity Petcare
• Colgate-palmolive:
Hill’s (science diet, canine maintenance)
• Mars:
Whaltam, Cesar, Pedigree, Chappi, Frolic, Sheba, Whiskas, Kitekat, Royal Canin
• Procter & Gamble:
Iams (Eukanuba, ecc.)
• Nutro
• Heinz

Mandate lettere, mail di protesta a:

Gruppo Nestlé
Nestlé Purina viale Giulio Richard 5 20143 Milano
consumatori.servizio@it.nestle.com

Gruppo Mars
Masterfoods Italy via Dante 40 27011 Belgioioso (PV)
Fax 0382 970493

Gruppo Procter & Gamble
Wonderfood spa (distributore) via XXVIII luglio 218 47893 Borgo Maggiore Repubblica di San Marino
Servizio Consumatori Iams casella postale 10750 Roma
info@wonderfood.comiams&you@iams.com

Gruppo Colgate-Palmolive
Hill’s Pet Nutrition srl via Giorgione 59/63 00147 Roma

Friskies Italia (gruppo Nestlé)
Via Gerra 3/5 46043 Castiglione delle Stiviere (MN)

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LISTA POSITIVA (SCATOLETTE CRUELTY FREE)
Almo Nature
Yarrah www.yarrah.com
Coop mangimi di marchio prodotti dalla Arovit
Iper mangimi di marchio prodotti dalla Arovit
Miao Esselunga
Bau (vaschette per i cani più piccoli) Esselunga
Natural life pet food (Napoli, Salerno, Caserta, Riccione, Roma 081 8507330 optime@libero.it)
Burns (si ordinano on line barbara@antba.comwww.antba.com)
Rocky – snack (100% vegetali – si ordinano on line barbara@antba.comwww.antba.com)
CSJ (su ordinazione: Laura Piperno, 011 9876639 – 348 7801046)
Winner Dog e Winner Cat (Arovit, presso supermercati LD Market, solo umido)
Progeo Petfood Dog Club Elite; Dog Club Premium; Cat Elite, Hilary’s; Trails; Lampo; Gerald; Probiotic; Alì Fruit; Alì. (Progeo Petfood di Granarolo dell’Emilia – BO – www.progeopetfood.it)
Cranci, Perloro, Birba (cani), Keké (gatti), Winner Dog, Winner Cat (produzione Giuntini Conagit – www.conagit.it)
Pet’s Brigade (Mediterranean Food Company – 800 711270 –
info@petsbrigade.comwww.petsbrigade.com)
BIOMill (nei negozi specializzati o su richiesta alla ditta Disegna gruop: info@biomill.it)

LIBRI – Dentro la camorra

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Storie di persone comuni alle prese con l’emergenza quotidiana: il libro di Sergio Nazzaro

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2 gennaio 2008

di Enrico Natoli

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Sergio Nazzaro è una di quelle persone che potrebbe finalmente incrociare le braccia e dire “ecco, con questo libro io ho dato, questo è il mio contributo. Adesso lasciatemi in pace”. Eppure nel nostro paese sono sempre i soliti a doversi esporre. Persone che una società civile dovrebbe proteggere, accudire, tenere in massima considerazione. E invece finiscono a doversi guardare le spalle perché pubblicare un libro su cosa succede nel nostro paese può esporre a rischi fuori dall’ordinario. Assurdità di una società democratica nel ventunesimo secolo.

Non riesco ad esprimere una valutazione asettica del libro “Io, per fortuna c’ho la camorra”: Sergio è stato uno dei primi collaboratori di Cuntrastamu, ha sempre creduto nella validità del nostro progetto e ci sta accanto come noi vorremmo riuscire a stare accanto a lui: senza risparmiare critiche ma con la consapevolezza che ci si fidi gli uni degli altri perché stiamo andando nella stessa direzione. La direzione sarebbe quella di riuscire a vedere un giorno dei territori liberi.
Vedere delle persone che possano uscire per strada e non doversi preoccupare di finire sparate; delle bambine di quindici anni che possano avere quindici anni, e quindi studiare, avere le amiche del cuore, i primi amori. E non: avere quarant’anni nel corpo di una quindicenne e finire bruciate nella fabbrica abusiva di materassi che prende fuoco.
Dei sindacalisti che possano vedere riconosciute le denunce che hanno fatto esponendosi in prima persona, mentre oggi finiscono uccise e dimenticate, se non fosse per le poche persone come Sergio che vanno in cerca di storie da raccontare, di persone da tenere a mente e ricordare per sempre.

Il libro si inserisce nella fiorente produzione sulla camorra degli ultimi due anni. Mentre altri libri – quello di Saviano, tanto per non fare nomi – sono finiti col diventare casi editoriali più che libri di riferimento per chi voglia capire cosa succede, “Io, per fortuna c’ho la camorra” non dà l’impressione di voler diventare il best-seller del decennio e mi scusino sia lui che la casa editrice se l’impressione è sbagliata. Non ha – a partire dal titolo – l’impronta epica, probabilmente nessun commentatore più o meno autorevole scriverà di Nazzaro che “è nato uno scrittore”, come nel caso di Saviano. La differenza – il valore aggiunto e insostituibile dal mio modestissimo punto di vista – è che questo libro sa di terra: perché il punto di vista di chi scrive non è quello di uno studioso seduto al tavolo, ma quello di chi ha una profonda conoscenza del territorio. Qualcosa di tristemente e inesorabilmente concreto. Il pericolo di vivere in una terra dove “24 ore al giorno, 24 ore di camorra. Ogni ora, ogni giorno”. E dove piombano gli inviati dei grandi mezzi di comunicazione di massa e si permettono di usare nelle loro cronache la parola “emergenza”, perché non hanno il coraggio di guardare negli occhi quella che è una realtà quotidiana.

Quotidiana e quindi, per paradosso, “normale”. Altro che emergenza. Se così fosse per davvero, qualcuno si sarebbe mosso sul serio per aggiustare le cose. E sto per parlare dello Stato con la s maiuscola, delle istituzioni. Il solito vecchio discorso. Il libro di Sergio, su questo argomento, offre un inedito punto di vista che forse è quello che mi è rimasto più impresso. Non è assenza dello Stato quella che si vive dove comanda la camorra. E’ in qualche modo Stato: che funziona male, malissimo, che non riesce a soddisfare i bisogni primari dei cittadini, dal lavoro, alla salute, ai diritti elementari come l’istruzione e la sicurezza.
E’ il nodo della questione.

Sergio lo racconta scansionando i racconti nell’arco di ventiquattro ore. Così, mentre lo Stato viene rappresentato da politici che nascono in luoghi di camorra e non ne parlano mai, e i cronisti famosi passano qui tre giorni all’anno e parlano di emergenza, Nazzaro entra nei “pronto soccorso” dove arriva il boss già praticamente morto e al medico di turno viene intimato di mantenerlo in vita. Entra nella vita di persone anonime, normali, che hanno avuto in qualche modo a che fare con i clan della camorra perché in certi luoghi non c’é altra via. Entra nella vita di una donna che finisce ammazzata per una vincita al Bingo o di un ragazzo che trova un lavoro stagionale e finisce col fare un favore a un boss dando fuoco a uno stabilimento balneare. E fa di tutti noi – compresi quelli che come me abitano altri luoghi – dei corresponsabili.

Non perché ci rifiutiamo di andare a fare gli eroi. Sarebbe troppo. Ma perché diventiamo corresponsabili di quel crimine perpetrato su un territorio che è la presenza della camorra finché non decidiamo che è anche problema nostro.

Ecco, l’importanza di libri come questo risiedono nella chiamata al sentirsi parte in causa di una realtà che lascia sul terreno morti e feriti senza distinzione di sesso, razza o età; che crea ingiustizie sociali odiose e irrecuperabili, che avvelena l’ambiente e distrugge ogni velleità di lavoro onesto, che zittisce qualsiasi forma di opposizione e avvilisce ogni tentativo di riscatto.

E’ un libro, quello di Sergio Nazzaro, che dovrebbe trovar posto sul tavolo (non sullo scaffale di una libreria!) di ogni amministratore locale, di ogni giornalista, di ogni responsabile delle istituzioni. Come promemoria di uno scempio che esiste ogni giorno, tutti i giorni dell’anno. E come incitamento a non chiudere gli occhi. Mai più.

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fonte: http://www.cuntrastamu.org/sito07/articoli/nazzaro07_2.htm

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Sergio Nazzaro è nato a Uster, in Svizzera, nel 1973. Giornalista pubblicista ha scritto reportage sulla criminalità per le agenzie di stampa Clorofilla.it, Left Avvenimenti, Megachip, Nazione Indiana. Ha collaborato con Radio Kossuth (Ungheria), il quotidiano «MF DNS» (Praga), «Rumore» e «Next Exit». Ha pubblicato Un giorno in Messico,…e forse anche ottobre, Qualcosa di sconosciuto: la poesia di György Petri. Scrive per «Il Pizzino». Vive al Sud.

Sergio Nazzaro, Fazi Editore

«Sei uno di cui mi fido e ne abbiamo vista qualcuna insieme, soltanto chi rischia insieme sa cosa significa questo maledetto lavoro e questa maledetta terra».
Roberto Saviano

Ascolta un capitolo tratto da Io, per fortuna c’ho la camorra

ACCADEINSICILIA – Carlo Ruta: Parla il blogger oscurato

24 September 2008

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Carlo RUTA

Carlo RUTA

RAGUSA – Dopo la recente ed incredibile condanna per “stampa clandestina”, Carlo Ruta, il blogger dell’ormai “famoso” Accadeinsicilia (oscurato dalla magistratura nel 2004), torna alla ribalta con un’intervista concessa a www.cuntrastamu.org. I toni sono forti e spaziano dalla sua personale vicenda alle generali menomazioni per la democrazia che discendono dall’uso criminoso e temerario della querela per diffamazione. Ecco i principali passaggi.

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Ho creato “Accadeinsicilia”, nel 2001. Sin dall’inizio la mia idea è stata di congiungere le due prospettive: quella storiografica e quella dell’informazione. Ho deciso di portare l’investigazione sul terreno dei poteri forti. Mi sono occupato di alcune potenti banche, dall’Antonveneta del nord-est alla BAPR, dei nessi fra Danilo Coppola e i salotti della finanza nazionale, di tangenti miliardarie nell’est della Sicilia.

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I poteri forti dell’isola, quando si sono sentiti posti in discussione, hanno messo in opera una strategia di attacco che fino ad oggi non ha conosciuto soste. E in tale cornice nel dicembre 2004 è arrivato l’oscuramento di “accadeinsicilia”. Si è trattato di un atto gravissimo, fortemente lesivo di un diritto costituzionale. Ho provveduto quindi, dopo una breve interruzione, a ripristinare Il lavoro di documentazione e d’inchiesta on-line attraverso l’apertura di un altro blog, “Leinchieste” appunto, presso un server degli Stati Uniti.

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Quando mi sono occupato delle mafie militari, delle bande che imperversavano nel Gelese, nell’Ippari, nel Siracusano e in altre aree, ho ricevuto circa quindici querele, soprattutto da parte di amministratori pubblici, a vario titolo chiamati in causa. E da tutti i processi che ne sono scaturiti sono uscito vincente.

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Ma negli anni successivi, quando si sono mossi i potentati finanziari e alcuni ambiti istituzionali, le cose sono cambiate: a partire appunto dall’oscuramento di “Accadeinsicilia”. Sono stato investito, perlopiù su sollecitazione di un magistrato, da otto procedimenti giudiziari per diffamazione, fino a oggi in corso.

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Nel 2006 sono stato condannato da un giudice non togato a otto mesi di carcere solo per aver accolto nel blog la testimonianza di un cittadino su un affare di tangenti. Nel luglio 2008 sono stato condannato in appello, ancora per diffamazione, a un risarcimento inaudito, solo per aver espresso delle critiche, che il giudice di primo grado aveva riconosciuto come legittime, nei riguardi di tre magistrati catanesi, due dei quali fatti oggetto peraltro di diverse interrogazioni parlamentari.

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Rappresentativa della situazione è la condanna, che mi è stata inflitta nel maggio scorso per stampa clandestina, solo per aver curato Accadeinsicilia, un normalissimo blog appunto, che tuttavia è stato reputato dal giudice Patricia Di Marco né più né meno che un giornale quotidiano.

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Report

La querela per diffamazione, rappresenta oggi un esteso business. Per tradizione costituisce in ogni caso una importante arma che i potentati del paese, centrali e territoriali, possono usare, senza rischi e con guadagno facile, per impedire l’esercizio dell’informazione libera. La censura legale serve in effetti a intimidire il giornalista, detta norme di condotta all’intera categoria, lancia suggerimenti di cautela alle comunità di riferimento, all’opinione pubblica. Mi pare emblematico al riguardo il caso di Paolo Barnard: portato in tribunale da una multinazionale farmaceutica con pretese di risarcimento inaudite, isolato per tale motivo dal team di Report per cui lavorava, privato infine di ogni difesa legale da parte della RAI.

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Dovrebbero essere fissati dei limiti al risarcimento civile, per liberare il giornalista dalla minaccia di una condanna a vita, tale da condizionarne per intero l’iter professionale. Dovrebbe scomparire lo spauracchio delle pene carcerarie perché anacronistiche, incivili, a misura dei regimi autoritari. Dovrebbe essere impedito per legge il “primo colpo” della querela, attraverso la riformulazione dell’istituto della rettifica.

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Antonio Fazio

I poteri forti di oggi, quelli che tirano in particolare le fila della finanza, non fanno la democrazia. Costituiscono bensì un punto di collasso della medesima. Compito essenziale del giornalista d’inchiesta, guardiano appunto delle libertà civili, è allora quello di alzare i sipari delle trame, di togliere la maschera ai poteri che vilipendono lo Stato di diritto, al centro come in periferia, ovunque. E’ utile sottolineare che i potentati finanziari sono forti proprio perché stanno al buio. Quando vengono illuminati diventano vulnerabili e talora, sotto il peso delle loro responsabilità rese pubbliche, si afflosciano. E’ stato il caso del governatore di Bankitalia Antonio Fazio, referente dei concertisti di Antonveneta. Rivelano una logica mirata le nuove normative sulle intercettazioni telefoniche. E con tutto questo va coordinandosi l’attacco, destinato probabilmente a fare testo oltre i confini italiani, alla libertà sul web.

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Come reagisco a tali atti repressivi? Continuando a studiare il passato e il presente, a documentare, a informare. Sento di dover intensificare il mio impegno sulla linea della libertà di espressione, perché la situazione nel paese, davvero preoccupante, ci sollecita tutti, operatori della comunicazione e cittadini, a una mobilitazione responsabile.

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fonte: http://www.altratrapani.it/index.php?option=com_content&task=view&id=894&Itemid=102

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mani

Comunicato stampa

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Emergenza web. L’informazione anglosassone interviene sulla sentenza di Modica, con un coro di critiche e proteste.

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Ci siamo. La condanna inflitta a Carlo Ruta dal giudice siciliano Patricia Di Marco fa discutere ben oltre i confini italiani. Dopo gli interventi dell´organizzazione European Digital Rights e di alcune  autorevoli fonti informative europee, a partire da Register del Regno Unito, la vicenda sta facendo infatti il giro del mondo.

Ne danno riscontro parecchie decine di blog e di siti, soprattutto anglosassoni, nei quali il caso viene rappresentato come sintomo e sintesi di gravi deficit giuridici e civili. Da tanti viene associato alla mafia e ai
potentati affaristici che allignano soprattutto nelle regioni del sud, oggetto peraltro delle inchieste di Ruta, e alle vocazioni illiberali dell´attuale ceto dirigente nazionale. Da tutti viene colto il significato regressivo della sentenza siciliana, ravvisando in essa un attacco gravissimo ai diritti di espressione e d´informazione, sanciti da tutte le costituzioni liberaldemocratiche.
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Per la redazione di Voci Libere
Giovanna Corradini

www.giornalismi.info/vocilibere

Si prega vivamente di diffondere e pubblicare.

Fra i numerosissimi siti esteri che in questi giorni si stanno occupando del caso, segnaliamo i seguenti:

www.theregister.co.uk/2008/09/26/italian_law_kills_blog/

http://obotheclown.blogspot.com/2008/09/who-needs-eu-to-make-blogging-
illegal.html

http://heresycorner.blogspot.com/2008/09/blogging-without-licence.
html

http://www.edri.org/edrigram/number6.18/stupid-law-italy

http://taxingtennessee.blogspot.com/

http://www.britishblogs.co.uk/similar-to/blogging-without-a-licence/

http://boardreader.com/tp/sicilian+mafia.html

http://shadowfirebird.tumblr.com/post/51861146/how-an-italian-judge-
made-the-internet-illegal-the

http://cjbulow.blogspot.com/

http://livepaola.wordpress.com/

http://www.metamorphosis.org.mk/content/view/1162/4/lang,en/

http://episteme.arstechnica.com/eve/forums/a/tpc/f/174096756/m/685002754931/inc/1

http://jesrad.wordpress.com/

“Tra i migliori dipendenti pubblici”. Ma niente assunzione per la precaria

Il caso di Valentina Benni, 40 enne dell’Istituto Formazione Lavoro
Un suo progetto selezionato tra i cento casi di buona amministrazione

Il governo ha bloccato la stabilizzazione di 50mila lavoratori a tempo determinato

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di MAURO MUNAFO’

"Tra i migliori dipendenti pubblici" Ma niente assunzione per la precariaLa Home page de “Premiamo i risultati”

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ROMA – “E’ il momento di riconoscere i meriti e di premiare i migliori”. Il proclama, rigorosamente in grassetto, domina la pagina “Non solo fannulloni” del sito del Ministero per la pubblica amministrazione, che da qualche settimana indice il concorso “Premiamo i risultati“, per mettere in evidenza gli esempi di buona gestione. Valentina Benni, dell’Istituto Formazione Lavoro, è responsabile di uno dei cento lavori selezionati e, come premio, si è vista togliere la tanto attesa stabilizzazione: precaria da dodici anni e, commenta amara, “chissà per quanti altri ancora”.

I precari.
Un emendamento approvato dal governo blocca l’assunzione di circa 50 mila lavoratori a tempo determinato della pubblica amministrazione. Secondo gli impegni presi dalle ultime due finanziarie la stabilizzazione sarebbe iniziata con il nuovo anno per tutti coloro che possedevano tre requisiti: aver lavorato per almeno tre anni, aver sostenuto una prova selettiva ed essere entrati in graduatoria.

Tra le tante persone che si sono viste bloccare l’agognata assunzione a pochi mesi dal traguardo, emerge il caso di Valentina Benni, quarantenne dell’Isfol, precaria da dodici anni e responsabile del progetto “A European community of Practice on Sound Planning and managment“, con l’obiettivo di migliorare la capacità di spesa dei finanziamenti internazionali: uno dei cento casi di buona amministrazione selezionati proprio dal ministero di Brunetta.

Il concorso. Dopo le sue campagne contro gli impiegati improduttivi, i cosiddetti “fannulloni”, il Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione ha infatti promosso un concorso volto a premiare i primi della classe. “Far emergere ed illuminare tali energie vitali, favorendone la valorizzazione e la messa in comune dei risultati raggiunti” gli intenti del concorso, come si può leggere sul sito di presentazione.

Parole che oggi suonano come una beffa per Benni: “Si parla di meritocrazia e poi ecco i risultati” si sfoga. Una laurea in Scienze Politiche, un master di secondo livello e un’altra laurea conseguita negli Stati Uniti non sono bastati ad ottenere il posto fisso. Di più, il progetto di cui è stata responsabile l’ha portata a lavorare anche durante la gravidanza, conclusa cinque mesi fa. “Abbiamo collaborato con Belgio e Polonia, e il nostro lavoro ha avuto tanto successo che il progetto avrà un seguito”. Una continuazione che Benni, insieme ad altri circa 300 colleghi dell’Istituto Formazione Lavoro, dovrà seguire da precaria, come ha fatto finora. E alla beffa si aggiunge un’altra beffa: “Con la certezza di assunzione a breve – racconta – ci è stato anche sconsigliato di partecipare ad altri concorsi”.

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28 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/economia/pubblica-amministrazione-1/precari-isfol/precari-isfol.html?rss

SUCCESSO PER “PULIAMO IL MONDO”: In 700mila contro i rifiuti

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Carcasse di automobili e motorini, materassi abbandonati, elettrodomestici, cartelli stradali e molto altro. Ecco cosa hanno soprattutto trovato i 700mila volontari che hanno aderito a “Puliamo il mondo”, il “Clean Up The World” italiano, che Legambiente propone ormai da molti anni. Anche questa volta, chi ha “sacrificato” il proprio tempo libero per il bene del pianeta, ha ripulito oltre 4500 luoghi da sporcizie di ogni genere: si sono dati da fare su strade, piazze, parchi e spiagge lungo tutta la Penisola. La mobilitazione ha visto coinvolti per tre giorni 1800 comuni. Clean Up the World è la più grande campagna di volontariato ambientale del pianeta nata a Sidney, in Australia, nel 1989. “Oltre a recuperare molti luoghi al degrado, Puliamo il Mondo ha avuto il merito di promuovere una nuova attenzione sul territorio – commenta Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente, presente all’appuntamento romano nel parco dell’Acquedotto Alessandrino -.

Le adesioni sono cresciute di anno in anno fino a raggiungere numeri che testimoniano quanto i cittadini si sentano partecipi di questa battaglia per citta’ piu’ pulite e vivibili e quanto sia forte l’esigenza di restituire alla fruibilità di tutti le aree pubbliche degradate. La questione dei rifiuti – aggiunge Cogliati Dezza – e’ una delle maggiori emergenze ambientali in tutto il pianeta, un problema con cui deve fare seriamente i conti anche l’Italia, che nel complesso e’ ancora lontana da una gestione sostenibile”. Tutte le città italiane si sono mobilitate per un fine settimana dedicato non solo alla caccia ai rifiuti abbandonati, al recupero ambientale e alla sensibilizzazione dei cittadini nei confronti di una corretta gestione della spazzatura ma anche alla creazione di un rapporto di scambio tra cittadinanza e istituzioni.

A Roma, sono intervenuti insieme al presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza e al presidente onorario Ermete Realacci, anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno e l’ambasciatore d’Australia in Italia Amanda Vanstone, insieme alle rappresentanze diplomatiche di vari paesi che aderiscono al progetto internazionale Clean Up the World.In molti casi Puliamo il Mondo e’ stata l’occasione per denunciare degrado e abbandono e chiedere piu’ attenzione alle amministrazioni locali nel tutelare gli spazi pubblici, troppo spesso trasformati in vere e proprie discariche a cielo aperto. E’ il caso, ad esempio, dei laghetti della Falchera, alla periferia nord di Torino, dove i circoli Legambiente Metropolitano e Aquilone si sono dati da fare per ripulire una discarica abusiva. Oppure a Cruillas, a Palermo, dove volontari di tutte le eta’ si sono ritrovati in via Salerno per ripulire l’area alle spalle della scuola e lungo il canale Mortillaro e chiedere al comune di avviare i lavori previsti per la realizzazione di un parco.

Ma spesso la collaborazione diretta tra i circoli di Legambiente, le amministrazioni e le aziende che gestiscono i rifiuti e’ stata il motore dell’iniziativa. A Prato, ad esempio, e’ stata coinvolta la comunità cinese e un operatore A.S.M. (Ambiente Servizi Mobilita’) insieme a un interprete ha dato informazioni sul modo corretto di fare la raccolta differenziata. A Torino e’ andato in scena un Puliamo il Mondo multietnico, una giornata di pulizia e di festa nel quartiere San Salvario con il coinvolgimento delle comunità di stranieri e delle associazioni presenti sul territorio. In piazza dei Signori a Padova, invece, come da tradizione e’ stata riproposta la grande Festa del Recupero con musica, danza e spettacoli per bambini; presso uno stand i volontari hanno ricevuto in omaggio simpatici gadget in cambio dei rifiuti differenziati raccolti nelle vie del centro. Con Puliamo il Mondo quest’anno Legambiente ha voluto accendere i riflettori sul filo rosso che lega la questione della gestione dei rifiuti a quello, caldissimo, dei cambiamenti climatici.

Riciclare e riutilizzare significa, infatti, meno rifiuti inviati a discariche e inceneritori, riducendo anche le emissioni di CO2, il gas che più di ogni altro e’ responsabile dell’effetto serra. Per questo nell’ambito della campagna l’associazione ambientalista ha chiesto ai cittadini di prendere 8 piccoli impegni quotidiani per risparmiare all’atmosfera fino a 200 chili di CO2, differenziando e avviando al riciclo circa 200 chili di spazzatura, pari al 40% dei nostri rifiuti prodotti in un anno. Piccoli gesti, alla portata di tutti, come il riciclo di un giornale al giorno, della scatola di cartone della pasta, del barattolo della marmellata. Moltissime le segnalazioni che arrivano in corso d’opera da varie parti d’Italia sull’andamento delle operazioni di pulizia. Nella “Grotta Di Santo” di Martina Franca (TA) grazie agli speleologi di Puliamo il Buio che portano l’iniziativa fin sotto terra, e’ stato recuperato di tutto: rifiuti piccoli e ingombranti, carcasse di automobili, perfino un fucile.

A Porcia (PN) sono stati trovati diluenti, taniche, guaine, un armadio e una lavatrice. A Pereto (AQ) stivali di gomma e palloni bucati. A Quiliano (SV), sull’argine del fiume, i volontari hanno rimosso un passeggino, dei dvd, transenne e bancali di legno. A Castiglione D’Adda (LO) numerosi i rifiuti ingombranti recuperati, tra cui un divano. Un telefono, un box doccia e un parabrezza sono stati portati via da un parco giochi di Pontremoli. Ma questa e’ solo una piccola parte del bottino di Puliamo il Mondo 2008.Puliamo il Mondo e’ organizzata con il patrocinio del ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, la rappresentanza a Milano della Commissione Europea e Unep (Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite), in collaborazione con UPI (Unione Province Italiane), Federparchi, Uncem (Unione Nazionale Comuni, Comunità, Enti Montani), Anci (Associazione nazionale comuni italiani) e Fiseassoambiente. Sono sponsor: Snam Rete Gas, Unicredit, Federambiente e Ikea.

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(AGI) – Roma, 28 set. – (AGI)

fonte: http://www.agi.it/cronaca/notizie/200809281421-cro-rt11031-art.html

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REALACCI: PULIAMO IL MONDO…SENZA IL MINISTRO

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“Dispiace che per la prima volta dopo tanti anni che alla più importante giornata di volontariato ambientale che si svolge in Italia sia mancata la presenza proprio del Ministro dell’Ambiente. Non vorremmo dover richiedere l’intervento della trasmissione “Chi l’ha visto?” per sapere dove sia finto il Ministro Prestigiacomo.” Lo ha detto Ermete Realacci, presidente onorario di Legambiente presente a Roma alla quindicesima edizione di Puliamo il Mondo.

“La bellissima partecipazione – ha aggiunto – e’ un segnale positivo che si deve saper cogliere, soprattutto in momenti difficili come quello attuale. La voglia di tanti cittadini di partecipare attivamente e di dare il proprio contributo per migliorare l’ambiente e le città in cui vivono e’ una ricchezza del nostro paese. E’ anche da queste manifestazioni che si deve ripartire per dare speranza e fiducia nel futuro.
L’ambiente e’ un tema essenziale per il futuro di un paese e ha bisogno di un Governo e di politiche forti”.

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(AGI) – Roma, 28 set. – (AGI)

fonte: http://www.agi.it/news/notizie/200809281422-cro-rt11032-art.html

La Cgil: «Governo, svegliati» Prima di tutto le persone

Da Torino a Enna, 150 manifestazioni

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di Paola Zanca

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manifestazione cgil
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«Governo svegliati! Il Paese sta perdendo colpi e l’occupazione sta andando indietro. Governo svegliati perché una parte del Paese non ce la fa più». Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, prova a lanciare un disperato appello al governo. Il suo, quello a scendere in piazza contro le politiche economiche di Tremonti, l’hanno raccolto in decine di migliaia in tutta Italia. Centocinquanta manifestazioni, da Torino a Enna. Solo a Roma, secondo gli organizzatori, sono diecimila.

Piazza Farnese, in effetti, è stracolma. Sono pensionati, studenti, madri e padri, lavoratori di ogni categoria: tutti scesi in piazza perché non ne possono più di sentir parlare di tagli. Quelli alla scuola, sabato mattina, sono quelli che meno vanno giù. Perché non riguardano solo chi tra i banchi ci lavora e rischia il posto, ma riguarda tutte le famiglie, preoccupate non solo del livello di istruzione dei loro figli, e delle ricadute del maestro unico voluto dalla Gelmini, ma anche delle conseguenze che la riduzione dell’orario scolastico avrà sulle loro vite. Perché se non hai la certezza di avere un figlio a scuola, devi trovare alternative: rinunciare al lavoro, o trovare i soldi per pagare una baby sitter. Per questo, ha annunciato Epifani, «se le cose non cambiano andremo allo sciopero generale».

manifestazione cgil
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Si torna in piazza a pochi giorni dagli attacchi del governo alla Cgil, accusata di essere irresponsabile, di non lavorare per l’interesse collettivo. E ora che si è firmato, Epifani si aspetta «le scuse da parte di chi voleva fare senza la Cgil e ha accusato la Cgil di giocare allo sfascio: noi volevamo salvare l’Alitalia – ha spiegato il segretario – rispettando la dignità dei lavoratori, dicendo no a ultimatum e ricatti, facendo il nostro lavoro, niente di più niente di meno. C’erano 3mila precari di cui nessuno parlava, abbiamo ottenuto per loro una speranza. Questo è l’orgoglio nostro più grande, questo è l’orgoglio mio personale più grande».

Ma in piazza ci sono anche altri lavoratori, quelli delle mille Alitalia che ogni giorno sfiancano il Paese. Cooperative che chiudono, licenziamenti in tronco, contratti che scadono ogni tre mesi, gravidanze non gradite. Insomma, quelli che stanno vedendo morire i loro diritti. Per questo la Cgil è in piazza, dicono dal palco, per «riportare le persone alla luce». E in così tanti hanno avuto voglia di tornare a “farsi vedere”, come dice una mamma alla figlia che si lamenta perché ha sonno: «Ti ho fatto alzare perché devi capire che non tutto è scontato».

E sulla scuola Epifani annuncia: «Spero unitariamente, ma se anche non fosse unitariamente, se le cose non cambiano andremo allo sciopero generale di tutta la scuola».

Parlando della riforma messa a punto
dal ministro della Pubblica istruzione Gelmini, Epifani si è chiesto «con tutta umiltà, in quale testo di pedagogia antica o moderna sono sttati rintracciati i principi» alla base di cambiamenti annunciati per la scuola primaria. «Perchè -si è chiesto Epifani- dobbiamo distruggere la scuola italiana che funziona meglio, cioè quella primaria?». E, ancora, il leader dalla Cgil, si è chiesto come fa il ministro Gelmini «a dire che meno sta a scuola un bambino più impara».

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Pubblicato il: 27.09.08
Modificato il: 28.09.08 alle ore 15.08

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79404