Archivio | settembre 29, 2008

Alitalia, comincia la Fase 2. Mancano licenze e l’ok della Ue

“Archiviata” con la firma di Sdl e Avia la trattativa sindacale

L’operazione deve passare il vaglio del commissario europeo alla Concorrenza

Tra i requisiti: discontinuità, trasparenza, vendita asset a prezzo di mercato

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di CLAUDIA FUSANI

Alitalia, comincia la Fase 2 Mancano licenze e l'ok della Ue

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ROMA – Archiviata tra lacrime e sangue, soprattutto sul fronte della tenuta sindacale, la Fase 1, comincia adesso la Fase 2. Che se non sarà più complessa della prima di certo non sarà più semplice. Parliamo di Alitalia e del suo percorso per cui, novella Fenice, risorgerà dalle ceneri della vecchia Az per diventare la nuova, rigenerata e alleggerita dai debiti, Compagnia aerea italiana.

Se la Fase 1 ha dovuto fronteggiare veti e resistenze di ben nove sigle sindacali, la Fase 2 deve fare i conti con licenze di volo e aeronautica, passaggio di consegne, capitalizzazioni, la divisione dei debiti dagli asset, la parte cattiva da quella buona, per non parlare degli occhi puntati di Bruxelles che può decidere blitz sotto forma di penalità e veti. Il tutto in poco più di un mese visto che Corrado Passera, amministratore delegato di Banca Intesa advisor e azionista di Cai, ha parlato di piena operatività della Compagnia a partire dal primo novembre. Il commissario di Alitalia Fantozzi usa spesso questa immagine: “Sarà un po’ come fare il passaggio della cloche mentre l’aereo è in volo”. Ecco, un passaggio delicatissimo.

A cui si aggiunge la scelta del partner straniero considerato, durante le trattative con i sindacati, “fondamentale per far decollare la nuova compagnia”. Le offerte chiudono domani a mezzogiorno. Colannino dice, ora, che “non c’è fretta”, che quasi quasi la cordata Cai “può fare da sola una volta risolto l’ostacolo dei sindacati”. E comunque Air France e Lufthansa “adesso si stanno contendendo l’ingresso in Cai”. Sarebbero, par di capire, disposte a sborsare parecchio pur di mettere piede nel quarto mercato europeo.

L’esame di Bruxelles. Rischia di essere l’ostacolo più scivoloso. Il commissario alla Concorrenza, infatti, l’olandese Nellie Kroes, deve dare l’ok a tutta l’operazione. In particolare deve accertare e avere le prove della “assoluta discontinuità” tra le due compagnie. Bisogna cioè dimostrare che Cai non ha nulla a che vedere con Az, che si tratta di due società diverse e che il piano Fenice non è un tentativo travestito di cedere il ramo buono dell’azienda Az a un’altra società al netto dei debiti. Sul giudizio di Buxelles contano molto altre compagnie aeree a cui farebbero gola slot e quote mercato lasciate libere da Alitalia.

Ora, per come è concepito il piano Fenice e per le polemiche che hanno accompagnato tutta l’operazione, non sarà così semplice dimostrare la discontinuità da Az e Cai. I paletti sono chiari: discontinuità, trasparenza, vendita degli asset (parti buone, ndr) Alitalia a prezzi di mercato. Insomma la Commissione controllerà con attenzione ogni passaggio della messa in liquidazione, della vendita e dell’acquisto. E se dovesse dire no, per Colaninno e soci sarebbe un disastro: dovrebbero infatti farsi carico dei debiti di Az, dei 300 milioni del prestito ponte concesso dal governo e rinunciare agli sconti previsti per chi assume lavoratori in cassa integrazione, una cifra che dovrebbe aggirarsi tra i 150 e i 200 milioni di euro.

La licenza di operatore aereo. E’ il documento fondamentale per poter operare. Per essere una compagnia aerea. Cai ancora non ce l’ha poiché per averla è necessario dimostrare che si è veramente un “soggetto aeronautico”, che si posseggono mezzi, linee, rotte. Il modo più semplice e diretto per diventarlo prevede che Cai acquisti Volare o Alitalia express e le rispettive licenze aeronautiche, due compagnie possedute da Az ma che non sono Az. Nel frattempo, inoltre, Cai deve trasformarsi in spa (ora è una srl), una società per azioni con un capitale versato di circa un miliardo di euro e con le garanzie economiche necessarie per essere titolare della licenza di operatore aereo.

Intanto Alitalia deve continuare a volare. Perché non può perdere la licenza di volo che deve passare pari-pari a Cai. Per fare questo servono soldi e carburante e Fantozzi denuncia da un mese che le casse di Az consentono di pagare gli stipendi di settembre e il carburante ancora per qualche giorno. Per mantenere in volo Alitalia, quindi, serve liquidità. L’Enac di Vito Riggio controlla. Ci penserà Cai?

Il decollo della nuova Compagnia. “Il primo novembre” assicura Passera. Tra un mese, trenta giorni per rilevare le parti buone, i cosiddetti asset, di Alitalia e poi avviare la parte dei contratti di lavoro con i 12.500 nuovi dipendenti e quella dei servizi con le società esterne necessarie alla vita di una compagnia, dal catering ai bagagli con in mezzo tutta la gamma dei servizi di assistenza necessari.

E poi c’è la bad company. Cioè Alitalia. Mentre Cai decolla leggera, Az resta a terra con tutti i suoi debiti. Che sono tanti. Le ultime stime parlano di un miliardo e 200 milioni di debito finanziario, 300 milioni di debito ponte (va restituito allo Stato) e un miliardo e 500 milioni alla voce “debiti con i fornitori”. Circa tre miliardi di euro. A cui va aggiunto il costo sociale della cassa integrazione per oltre 3 mila dipendenti Alitalia per sette anni. E’ un altro miliardo, circa, da conteggiare a carico dello Stato. Certo, il commissario Fantozzi deve vendere le parti buone che gli restano in portafoglio. Ma in queste caso le stime più ottimistiche, per ora, parlano di un incasso di circa 800 milioni di euro.

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Da segnalare che l’advisor nominato dal governo per valutare il prezzo delle parti “buone” da vendere per lo più a Cai è la banca Leonardo i cui azionisti – da Benetton a Tronchetti Provera – sono anche soci della cordata Cai. E’ un po’ come se l’acquirente facesse da solo il prezzo della merce che deve acquistare. Difficile immaginare grandi affari per il venditore.

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29 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/economia/alitalia-31/alitalia-fase-2/alitalia-fase-2.html

Napoli, scontri a corteo antirazzista: Immigrato aggredito, cronista picchiato

Tensione a Pianura, alla manifestazione organizzata dagli extracomunitari
Le donne del quartiere cercano di bloccarli, intervengono i carabinieri

{B}Corteo antirazzista, scontri a Pianura{/B}

I residenti stranieri del quartiere: “Abbiamo paura, vogliamo protezione”
Dura reazione del sindaco Iervolino: “Intolleranza indegna di una città civile”

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NAPOLI – Momenti di tensione nel quartiere napoletano di Pianura, dove questa mattina si è svolto un corteo antirazzista organizzato dagli immigrati. Alcuni abitanti del quartiere hanno cercato di impedire agli extracomunitari di rientrare nei loro alloggi: un giornalista è stato malmenato, uno dei manifestanti è stato spinto a terra da un gruppo di persone del posto, che ha provato ad aggredirlo. L’uomo è stato salvato da un carabiniere; uno degli aggressori è stato fermato.

L’immigrato finito a terra ha un regolare permesso di soggiorno, ottenuto per motivi di salute: “Kasmir è stato portato in ospedale da un’ambulanza – racconta il portavoce degli organizzatori della manifestazione, Aboubakar Soumahoro – quando lo hanno accerchiato stava andando a sottoporsi alla dialisi. Soffre di reni, e attende di poter fare un intervento di trapianto. E’ qui per questo”. Il giornalista picchiato si chiama Arnaldo Capezzuto, e lavora per il quotidiano Il Napoli.

Ancora una volta, a scaldare gli animi sono state soprattutto le donne di Pianura. Gridando “andatevene, andatevene”, un cordone umano di residenti ha organizzato un blocco stradale. Tentando di impedire agli immigrati di rientrare, in via dell’Avvenire, nel fabbricato da loro occupato, giudicato fatiscente e che avrebbe quindi dovuto essere sgomberato nei giorni scorsi. Spintoni e insulti nella calca, poi le forze dell’ordine sono riuscite ad aprire un varco e a far rientrare gli immigrati.

Uno di loro però è rimasto indietro: è su di lui che i contro-manifestanti hanno provato a infierire. “Vattene, vattene”, gli hanno gridato prima. L’uomo è stato poi accerchiato, buttato a terra, e salvato da un carabiniere. Sul posto anche un’ambulanza per una delle donne, che ha sostenuto di avere problemi di cuore.

“Ora abbiamo paura anche di andare a fare la spesa al supermercato – hanno commentato i partecipanti al corteo – non basta neanche il presidio delle forze dell’ordine in via dell’Avvenire: si devono identificare tutti i mandanti di questi episodi di violenza, perché hanno dei nomi e dei cognomi”.

Gli scontri di oggi sono stati duramente commentati dal sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino: “Pianura è diventato un problema perché abbiamo un clima di intolleranza che una città civile non dovrebbe avere”. L’Ordine dei giornalisti della Campania ha espresso solidarietà al collega aggredito.

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29 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/immigrati-napoli/tensione-pianura/tensione-pianura.html

{B}Corteo antirazzista, scontri a Pianura{/B}

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Lilli Gruber, i vescovi e La7. «Avvenire»: troppo disinvolta

Lei: macché crumira, non c’era nessuno sciopero

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Lilli Gruber (LaPresse)
Lilli Gruber (LaPresse)

ROMA — Pentiti, Lilli. O perlomeno attenta a quel che dici. Glielo chiede l’Avvenire che dopo la prima settimana di «Otto e mezzo» invita la titolata neo-conduttrice a documentarsi prima di parlare, massima offesa (o quasi) per una giornalista.
«Se la Gruber critica senza leggere» si intitolava ieri la rubrica delle lettere al direttore. Poco misericordiosa reprimenda domenicale di Dino Boffo che in poche righe smonta una delle «divinità del video», come la chiama lui. E forse già rimpiange la conduzione del pio «orco» Giuliano Ferrara. Il peccato commesso dalla «disinvolta » Rossa sarebbe questo: nella puntata dopo la sentenza della Cassazione sul doppio cognome, materno e paterno, la Gruber ha parlato di una certa contrarietà dei vescovi, prendendo spunto da un editoriale del quotidiano Cei a firma di Francesco Riccardi. «Non l’ha proprio letto perché non diceva così», gli rinfaccia Boffo che le concede «un certo appeal».

E già che c’è rinforza il carico: «Devo mettere nero su bianco qualche considerazione purtroppo sgradevole». Prima le rinfaccia «l’abbandono anzitempo del seggio europeo (“La rappresentanza politica non è un giocattolo”)», poi di non aver scioperato per i colleghi licenziati de La7 («Come può una giornalista di fama progressista »?) quindi ritorna sul tema caro. «Non c’è neppure una riga in quel nostro articolo che condanni l’ipotesi che al cognome paterno si aggiunga quello materno. Si contesta solo che ad innovare la legge sia la Cassazione e non il Parlamento ». Conclusione: Lilli, parli senza sapere.
Ma la Gruber gli rigira le accuse: «Devo dedurne che il direttore Boffo, di cui ho grande stima, non ha visto la trasmissione. Ho correttamente citato due loro editoriali. Contro le sentenze della Cassazione. Che poi Otto e mezzo entri nel merito, è lecito pure senza il permesso di Avvenire».

Il ritorno dell’ex primo mezzobusto del Tg1 che, per un contratto di 3 anni con La7 si è dimessa dalla Rai e da europarlamentare, è stato «bagnato» da lodi e tante critiche. «Me le aspettavo, sono stupefatta dal tono, alcuni mi hanno bocciata prima che andassi in onda». Una risposta cumulativa: «Non prendo lezioni di giornalismo da chi dimentica una regola base: sentire tutte le parti. Non mi ha cercato nessuno». Qualcuno (non solo Boffo) ha tradotto così il suo percorso: da Lilli la Rossa a Lilli la Crumira. Lei non la fa passare: «Non c’era sciopero, solo un’astensione audio-video, nessun’altra trasmissione è stata sospesa. La seconda puntata poi era preregistrata ». Non si tratta, dice, di disimpegno: «Esprimo solidarietà ai colleghi licenziati in altro modo: questa settimana farò una trasmissione dedicata alla crisi dell’editoria». Sul mandato politico interrotto anzitempo spiega: «Lascio dopo 4 anni e mezzo, la legislatura è ormai finita. Ho fatto ciò che dovevo. Preciso che così perdo i diritti alla pensione».
Sarà mica che Lilli risulta antipatica?

«Non so. Ma sono disposta a subire ancora critiche, purché con altri argomenti, per piacere». Sarà che ora come giornaliste vanno le Borromeo e le Granbassi? «Santoro, bravissimo a sceneggiare una lunga diretta, ha una trasmissione complessa, evidentemente ritiene che queste figure femminili siano essenziali». La carabiniera Margherita le piace: «È intelligente. Ma non lavori gratis, si faccia pagare, è giusto così».

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Giovanna Cavalli
29 settembre 2008

fonte: http://www.corriere.it/spettacoli/08_settembre_29/lilli_gruber_avvenire_06da40ee-8df6-11dd-9bec-00144f02aabc.shtml

Ecuador, via libera alla nuova Costituzione «socialista»

https://i0.wp.com/www.thewe.cc/thewei/&_/images8/venezuela/rafael_correa.jpeIl Presidente dell’Ecuador, Rafael Correa

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Svolta in Ecuador: nel referendum per approvare la nuova Costituzione hanno trionfato i sì. Alla consultazione hanno partecipato nove milioni di elettori di cui più del 65% ha espresso un parere favorevole per la nuova Carta fondamentale. Esce dunque sconfitto il fronte del no costituito dal partito conservatore e dalla Chiesa cattolica.

Grande soddisfazione da parte del presidente della Repubblica, Rafael Correa, il quale ha fortemente spinto per la nuova Costituzione che dovrebbe portare nel paese sudamericano il «socialismo del XXI secolo». Per Correa, economista diventato presidente nel 2007 si tratta di «una vittoria storica, l’Ecuador ha deciso di essere una nazione nuova e le vecchie strutture sono state sconfitte».

Il testo approvato dal referendum prevede una serie di riforme in campo economico: rigido controllo statalista sul settore energetico e sulla politica monetaria. Il controllo del settore petrolifero, minerario e delle telecomunicazioni passa in sostanza nelle mani dello Stato e questo allarma gli investitori stranieri. In questo modo l’Ecuador segue le scelte fatte già fatte in precedenza dalla Bolivia di Evo Morales e Venezuela di Hugo Chavez.

La nuova Costituzione non si limita comunque alle questioni economiche: vengono riconosciute le unioni civili gay e per la prima volta la natura diventa soggetto di diritto. Inoltre il nuovo testo attribuisce al Presidente la facoltà di sciogliere l’Assemblea nazionale, concede il diritto di voto ai militari, agli agenti di polizia e agli stranieri che vivono da oltre cinque anni in Ecuador. Infine viene previsto il diritto di voto facoltativo ai ragazzi di età compresa tra i 16 e i 18 anni.

Secondo coloro che non sono entusiasti del nuovo testo, le condizioni di vita reali della popolazione rimarranno inalterate: «L’Ecuador ha avuto una ventina di Costituzioni e questo non ha necessariamente significato grandi cambiamenti nella vita quotidiana», ha osservato, per esempio, Diego Perez, docente di Diritto costituzionale all’università San Francisco di Quito.

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Pubblicato il: 29.09.08
Modificato il: 29.09.08 alle ore 15.12

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79462

Le Borse a precipizio. Banche in crisi anche in Europa

Crisi bancarie e salvataggi in Inghilterra, Belgio, Francia e Germania fanno temere
per il sistema creditizio. Unicredit più volte sospeso, la franco-belga Dexia giù del 30%

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Le piazze del Vecchio Continente hanno chiuso con perdite
intorno al 5%. A Piazza Affari Mibtel -4,74, S&P/Mib -4,98

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di ANDREA GRECO

Le Borse a precipizio Banche in crisi anche in Europa

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MILANO – Panico e vendite di tutti su tutto. La seduta dei mercati azionari europei inizia male e finisce peggio, ancora una volta per la paura che la crisi nata dai mutui subprime contagi gli istituti di credito continentali. La chiusura a Piazza Affari è tra le peggiori di sempre, con l’indice Mibtel in calo del 4,74%, l’S&p/Mib a perdere il 4,98%. Altrove la musica non cambia, per cui le Borse europee tornano sui livelli del 2005 dopo aver perso 320 miliardi di euro sui principali valori.

A Milano il calo è dovuto specialmente ai ribassi dei titoli finanziari (Unicredit, più volte sospesa al ribasso, perde quasi il 10%) e quelli energetici, con Tenaris e Saipem vicine a una perdita a due cifre percentuali. Anche Seat e Impregilo, fortemente indebitate, sono tra le più colpite.

Oggi, forse per la prima volta in Europa, si è vissuto un clima “da Wall Street”, con ribassi a due cifre percentuali e paura per la solidità di istituti che finora non erano mai stati così apertamente attaccati dai venditori.

Malgrado il fresco nulla osta del piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari al Congresso degli Stati Uniti, l’avvio è stato cattivo per due ragioni. Da una parte la nazionalizzazione di Bradford & Bingley, società di mutui britannica che in parte è stata rilevata dal Banco Santander. Dall’altra per le indiscrezioni de Le Figaro che mettevano nel mirino Dexia, colosso franco belga secondo il quotidiano francese prossimo alla ricapitalizzazione. Le rassicurazioni del governo di Bruxelles sul fatto che non avrebbe lasciato da sola la banca in difficoltà suonavano come una conferma dello stato di pericolo di Dexia – che segue il sostegno pubblico alla rivale Fortis, parzialmente nazionalizzata proprio oggi – e davano il via al coro ribassista.

Dexia, malgrado le rassicurazioni, ha poi navigato in ribasso di circa il 30% per tutta la seduta, e convocato un cda nel tardo pomeriggio. Anche la tedesca Hypo Re, massacrata sul listino, ha dovuto chiedere un prestito urgente da 35 miliardi a un consorzio bancario garantito dal governo. Così i listini aprivano in calo tra il 2 e il 3%, condizionati da un settore bancario in discesa del 5% e da quello delle materie prime in brusca correzione, con perdite sui principali valori Rio Tinto e Bhp Billiton fino al 7%.

I segnali negativi della preapertura di Wall Street hanno fatto il resto, inducendo i listini a un ulteriore tuffo. Anche oltreoceano gli spunti sono sempre gli stessi: il sistema è messo a durissima prova dalle recrudescenze della crisi di liquidità e di credito.

In avvio della giornata a New York i due gruppi Morgan Stanley e Wachovia, che avevano tentato un “matrimonio tra zoppi” qualche giorno fa, sono finiti invece sotto l’ala protettrice di altre banche. La prima ha ricevuto dai giapponesi di Mitsubishi Ufj 9 miliardi di dollari in cambio del 21% del capitale; la seconda è passata al colosso a stelle e strisce Citigroup per 10 miliardi, mentre la sua quotazione quasi si azzerava.

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29 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/economia/borse-7/sett-29/sett-29.html?rss

L’Anm: «Alfano non vuole dialogo sulle riforme»

Angelino Alfano di Forza Italia, foto lapresse
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Difficile fare una riforma della giustizia minimamente condivisa se si dice che non si terrà in ogni caso in nessun conto le opinioni dei magistrati. È questo, in buona sostanza, il ragionamento – e l’accusa indirizzata al Guardasigilli Angelino Alfano – che viene dal vertice dell’Associazione nazionale magistrati.

Luca Palamara, presidente dell’Anm, interviene ad un convegno sulla giustizia organizzato dai radicali. E fa notare che «se lo spirito con cui si affronta la riforma della giustizia è quello delle parole usate dal ministro Alfano al congresso delle camere penali, allora diventa molto difficile trovare un momento di confronto».

Per Palamara «pur nella diversità delle posizioni, il dialogo sulla riforma della giustizia è fondamentale». E da parte dell’Anm, assicura, «non esistono tabù su nessun argomento, ma la serenità- ribadisce- è un requisito importante per affrontare il dialogo». Serenità che, per ora, non c’è: se i toni del governo sono quelli del ministro Angelino Alfano, sottolinea il presidente del “sindacato” dei magistrati, il confronto diventa «difficile».

Cosa ha detto Alfano al dodicesimo congresso delle camere penali la scorsa settimana? Ha rassicurato gli avvocati penalisti che la riforma della giustizia si farà «perché il governo non intende fermarsi davanti ai veti dei magistrati». A cominciare dalla separazione delle carriere dei magistrati, e dalla riforma del Csm.

Con il plenum del Consiglio superiore della magistratura proprio questo martedì inizia ad esaminare le proposte di riforma del processo civile in discussione in Parlamento per riferirne al ministro Alfano.

Ne sono seguite una serie di interviste dello stesso ministro, su vari organi di stampa, volte a mitigare la durezza delle parole pronunciate davanti a un uditorio tanto compiacente sui proponimenti del governo di mettere i pubblici ministeri sotto il diretto controllo dell’esecutivo.

Ma altre indiscrezioni di stampa dicono che in effetti Niccolò Ghedini, avvocato e consigliere giuridico del premier Silvio Berlusconi sarebbe stato incaricato direttamente dal premier di lavorare in tandem con lo stesso Alfano per presentare la riforma costituzionale della giustizia in tempi strettissimi, addirittura entro ottobre.

Secondo quanto viene anticipato dallo stesso Ghedini il progetto prevederebbe interventi sulle intercettazioni, un ddl costituzionale per cambiare «dalle fondamenta» il pianeta giustizia, modifiche sulle carriere delle toghe, sul Csm, nei rapporti tra pm e polizia giudiziaria, sul sistema disciplinare per punire i giudici e sull’obbligatorietà dell’azione penale. Nessun intervento sarebbe previsto al momento sulla Corte Costituzionale. «Certo che se ci trovassimo di fronte a una declaratoria di incostituzionalità per una legge come il Lodo Alfano – aggiunge però Ghedini a questo proposito – che ha seguito in modo pedissequo proprio le indicazioni della Corte, ci troveremmo di fronte a una saldatura tra la Consulta e i magistrati».

E questo legame tra magistratura ordinaria e Corte costituzionale andrebbe troncato. È lo stesso premier a farlo capire sostenendo che il lodo Alfano «è necessario» in un «sistema giudiziario come il nostro». Perchè – detta il presidente nel Consiglio a Bruno Vespa nel nuovo libro “Viaggio in un’Italia diversa” che uscirà venerdì prossimo – nell’attuale sistema giudiziario «alcuni magistrati invece di limitarsi ad applicare la legge, attribuiscono a se stessi e al loro ruolo un preteso compito etico».

Nel nuovo libro-intervista Berlusconi attacca anche, direttamente, Nicoletta Gandus, presidente del Tribunale di Milano per la gestione del processo Mills che – lodo Alfano a parte – lo vedrebbe imputato. Di fronte ad «argomenti inoppugnabili qualunque giudice scrupoloso ed equanime avrebbe chiuso il processo. Non così la dottoressa Gandus», afferma Berlusconi. Le colpe della Gandus sarebbero per lui: aver negato «alla difesa tutti i testimoni a discarico ammettendo invece tutti quelli del pm». Due: aver accelerato i tempi del processo quando si era in piena campagna elettorale. Tre: l’aver accettato «inopinatamente» i nuovi termini di prescrizione. «Tutto ciò fece insospettire i nostri avvocati – dice Berlusconi – che alla fine vennero a sapere che  la Gandus era ed è un’attivissima militante della sinistra estrema e che come tale ebbe a partecipare a tutte le manifestazioni di contrasto nei confronti del mio governo».

«E questo – sottolinea Berlusconi –  è soltanto l’ultimo dei processi che mi sono stati cuciti addosso. In totale più di cento procedimenti, 900 magistrati che si sono occupati di me e del mio gruppo, 587 visite della polizia giudiziaria e della guardia di finanza, 2500 udienze in quattordici anni, più di 180 milioni di euro per le parcelle di avvocati e consulenti. Dei record davvero impressionanti, di assoluto livello non mondiale ma universale, dei record di tutto il sistema solare».

Nell’idea di giustizia di Berlusconi un giudice non deve essere soltanto imparziale. «Deve anche apparirlo». A lui, s’intende.

Del resto i legali del premier hanno già chiesto la ricusazione della giudice Gandus, senza attendere il Lodo Afano, sul quale per altro i giudici della Decima sezione del Tribunale di Milano – davanti ai quali è in corso il processo che vede imputati per corruzione in atti giudiziari Silvio Berlusconi e David Mills – scioglieranno la riserva sull’eccezione di costituzionalità presentata dal pm Fabio De Pasquale sabato prossimo.

La richiesta è quella di trasmettere gli atti alla Corte costituzionale e sospendere il processo per Berlusconi, ma non per l’avvocato Mills.

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Pubblicato il: 29.09.08
Modificato il: 29.09.08 alle ore 15.41

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79463

Vignetta anti-Brunetta: E’ polemica

QUESTA E’ SATIRA, UN PO FEROCE MAGARI MA SEMPRE DI SATIRA SI TRATTA. MA QUANDO UN BUONTEMPONE DI MINISTRO DELLA REPUBBLICA LEGHISTA MINACCIA I ‘FUCILI’ DA IMBRACCIARE CONTRO LO STATO (E RIPETUTAMENTE) ALLORA COS’E’, AVANSPETTACOLO ALLA ‘FACCE RIDE’? MAURO BIANI CI E’ ANDATO GIU’ PESANTE, E LO SA, CON L’INTENTO DI ‘PROVOCARE’ VOLUTAMENTE, A PARER MIO, QUESTA PICCOLA QUERELLE, PER DARE UNA SCOSSETTA AL SISTEMA. ATTIRANDOSI, MAGARI, ANCHE LE IRE DELLA MAGISTRATURA (MI STUPIREI DEL CONTRARIO). MA BERLUSCONI E SOCI DOVREBBERO VERGOGNARSI NON SOLO DI CIO’ CHE STANNO FACENDO CON LE LORO LEGGI MALATE AGLI ITALIANI TUTTI, MA PURE DI COVARE IN SENO BEN ALTRE VIPERE, CON VELENO VERO AL POSTO DELL’INCHIOSTRO.

mauro

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Gasparri (Pdl): «Non si scherzi sulle armi». Staino: «Buona fede, ma nessuna difficoltà a chiedere scusa»

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Il ministro Brunetta (Lapresse)
Il ministro Brunetta (Lapresse)

ROMA – «So’ venuto ar ministero a ringraziatte, Renà». Pistola in pugno, puntata contro il ministro Brunetta. È bufera dopo la vignetta pubblicata sull’inserto satirico dell’Unità: l’immagine ritrae un ragazzo armato che impugna il suo “vecchio ferro” (guarda), va al ministero e mette Brunetta nel mirino. Accanto – in un’altra immagine – la rubrica «Chi è morto oggi?», con la lapide del ministro. Immediate le reazioni della politica e poco dopo arrivano le scuse di Sergio Staino, direttore di Emme, e della direzione dell’Unità.

POLEMICA – Il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, parla di vignetta «pericolosamente ambigua». «La satira è sacrosanta – premette Gasparri – ma non si può non rilevare la pericolosa ambiguità della vignetta contro il ministro Brunetta. Non so se il direttore del quotidiano l’ha vista prima che fosse pubblicata. Sotto il titolo ‘Guerre giuste’, c’è l’immagine di una persona che, puntando una pistola, fa intendere che a Brunetta si potrebbe anche sparare». Il ministro dell’Innovazione, ricorda inoltre Gasparri, «ha più volte dimostrato grande sintonia con la satira istituendo addirittura un concorso per premiare la migliore vignetta a lui dedicata. E tutti dobbiamo accettare anche la più graffiante presa in giro. Io stesso ho più volte elogiato chi mi imita anche in maniera molto vistosa. Ma una pistola puntata, pur se in una vignetta, non è un bel gioco. In un paese in cui violenza e terrorismo hanno una drammatica storia e forse radici non completamente recise, si scherzi su tutto, ma non con le armi e le pistole puntate. Sono certo che il direttore dell’Unità, accortosi dell’errore, vorrà scusarsi con il ministro Brunetta».

IL PORTAVOCE – Brunetta, al momento, non commenta. Ma anche il suo portavoce, Vittorio Pezzuto, chiede le «immediate scuse» del quotidiano. «Prendiamo atto che questo è il nuovo corso politico dell’Unità» afferma al Velino. «Questa non è satira e ci auguriamo – prosegue Pezzuto – che sull’Unità di martedì si possano leggere non solo le scuse ma una chiara e completa dissociazione del contenuto di quella vignetta da parte del direttore Concita De Gregorio». Come ricorda lo stesso Pezzuto, Brunetta da 25 anni vive sotto scorta.

STAINO – Non passa molto tempo che arrivano le scuse di Sergio Staino, direttore di Emme, l’inserto dell’Unità su cui è apparsa la vignetta: «Voleva esprimere disagio ma anche vaneggiamento folle» spiega Staino. Ma se quell’immagine può essere interpretata diversamente, «giustifica le scuse da chiedere ai lettori e al ministro della Pubblica amministrazione e dell’innovazione, Renato Brunetta. «La vignetta di Biani – dice Staino – , nelle intenzioni dell’autore e nell’interpretazione che abbiamo dato come redazione, esprimeva solo il disagio, l’indignazione e il vaneggiamento folle e non certo condivisibile, che può provocare una strabordante polemica contro supposti fannulloni, in un paese come il nostro in cui invece sta crescendo la disoccupazione. In questo specifico caso – aggiunge Staino – il disagio profondo di una guardia giurata per la quale, il vecchio ‘ferro’, strumento del suo lavoro, sottolineava la sua attuale situazione di disoccupato». Questa, è la conclusione di Staino, «la buona fede nostra e del disegnatore, ma se, come può sempre accadere, la ciambella non è uscita con il buco e per una qualche ragione, legata al disegno o al testo, qualche lettore può interpretarla in modo da sembrare un invito all’uso delle armi, né io, né Biani, né l’intera redazione di Emme, abbiamo alcuna difficoltà a chiedere scusa a questi lettori, ministro Brunetta, ovviamente, compreso».

UNITÀ: «NESSUNA AMBIGUITÀ» – La direzione dell’Unità si è poi associata alle scuse di Staino ma sottolinea che si tratta di satira, priva perciò di intenti che possano generare il sospetto di ambiguità. «La direzione dell’Unità, nell’associarsi alle considerazioni di Sergio Staino ivi comprese le eventuali scuse nei confronti di chi si fosse sentito offeso – si legge in una nota – fa tuttavia notare che Emme è un settimanale satirico e che, dunque, l’evidenza del contesto non può ingenerare alcun sospetto di “ambiguità” sugli intenti della vignetta. Contesto, quello di Emme, che, per la storia e la qualità degli autori e dei collaboratori, è lontanissimo da suggestioni violente, come d’altra parte è confermato dai riconoscimenti che negli anni gli sono stati tributati. Qualche giorno fa, il prestigioso Premio Forte dei Marmi». La direzione dell’Unità «esprime sorpresa per le reazioni suscitate dalla vignetta negli stessi ambienti che hanno sempre giustificato e tollerato gli espliciti riferimenti all’uso delle armi fatti da un autorevole esponente della maggioranza di governo,Umberto Bossi, in contesti non satirici ma evidentemente politici. L’unica pistola vera che appare sul numero odierno dell’Unità – si sottolinea – è quella che tiene in pugno, nella foto di prima pagina, Malalai Kakar, la poliziotta di Kandahar assassinata dai talebani per il suo impegno contro l’intolleranza religiosa e il fanatismo».

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29 settembre 2008

fonte: http://www.corriere.it/politica/08_settembre_29/vignetta_unita_polemica_5ebbd548-8e0a-11dd-9bec-00144f02aabc.shtml

Atassia di Friedreich, nasce il registro dei pazienti

ROMA (29 settembre) – Riuscire a conoscere quante sono le persone in Italia che soffrono di atassia di Friedreich è l’intento della GoFar ( Friedreich’s Ataxia Research) che da anni supporta e incentiva la ricerca scientifica in ambito internazionale per la cura dell’Atassia di Friedreich e le collaborazioni con le case farmaceutiche. Per questo motivo è nato il registro dei pazienti che soffrono di questa malattia ereditaria, che provoca mancanza di coordinamento nei movimenti per la degenerazione del midollo spinale e del cervelletto.

Grazie a questo registro si vuole riuscire a conoscere il numero delle persone colpite da questa malattia nel nostro paese e velocizzare la possibilità di accesso agli sviluppi terapeutici individuati dalla comunità scientifica internazionale. Per iscriversi al Registro: http://www.fagofar.org/registro.html.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=31909&sez=HOME_SCIENZA

MEDIO ORIENTE: Nessuno vince nella guerra del silenzio obbligato / Vittorio Arrigoni: ‘La speranza è sbarcata a Gaza!’

https://i2.wp.com/warisboring.com/wp-content/uploads/2008/03/gaza.jpg

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di Mohammed Omer

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CITTA’ DI GAZA, 24 settembre 2008 (IPS) – Mancano tante cose a Gaza, lo si vede camminando per le strade e i negozi. Cibo e medicine non possono entrare a causa del blocco imposto da Israele; ma anche i giornali, che un tempo erano parte del paesaggio cittadino.

Alcuni giornalisti protestano contro la censura davanti all’ufficio Onu di Gaza

Foto: Mohammed Omer/IPS
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Al-Hayat-Al-Jadeeda e Al-Ayyam, due giornali fedeli a Fatah, non circolano più. E per una volta, la colpa non è della censura degli israeliani.

Dei due grandi territori palestinesi, Gaza è governata da Hamas, e la West Bank da Fatah. Gli scontri tra i due gruppi hanno messo a tacere ogni voce di entrambi gli schieramenti.

Lo scorso 28 luglio, le forze di polizia affiliate ad Hamas hanno vietato la distribuzione di tre quotidiani a Gaza; ma ad uno di questi, al-Quds, è stato permesso di tornare a circolare. Dal canto loro, le autorità della West Bank hanno messo al bando all’inizio di giugno Falsteen e Al-Risalah, due quotidiani affiliati ad Hamas.

“Abbiamo indicato alcune linee guida per un giornalismo più professionale, ma non hanno voluto fare accordi con noi”, ha spiegato all’IPS il portavoce di Hamas Taher Al-Nounno, riferendosi alle pubblicazioni di Fatah. “Quei quotidiani diffondevano bugie e istigavano al conflitto”.

Nimir Hamad, consigliere politico nella West Bank del presidente dell’autorità palestinese Mahmoud Abbas, ha affermato: “Al-Rasalah e Falasteen sono entrambi giornali propagandistici che fomentano lo scontro, pubblicando idee estremiste e fondamentaliste”.

I giornalisti e gli operatori che lavoravano per un canale televisivo di proprietà di Hamas nella West Bank sono stati arrestati, e lo stesso è accaduto con i giornalisti dei media solidali a Fatah. I due gruppi hanno chiuso le loro stazioni radio, e ad entrambe sono state confiscate le attrezzature mediatiche.

Secondo l’organizzazione internazionale Reporters Sans Frontières, almeno nove mezzi di informazione hanno smesso di operare a Gaza da luglio 2007, quando Hamas ha assunto il controllo di Gaza dopo la vittoria elettorale alle elezioni del gennaio 2006. Tre erano di proprietà dello Stato e sei privati. La Basic Law (Legge fondamentale) dell’Autorità palestinese (AP) afferma che tutti hanno il diritto alla libertà di pensiero e di espressione. Ma nel 1995, l’AP ha approvato un’altra legge che vieta ogni critica all’Autorità palestinese o al suo presidente. Una legge che oggi viene utilizzata negli attacchi contro i giornalisti e contro le sedi dei quotidiani.

La legge non si applica ai media stranieri. Ma Human Rights Watch (HRW) osserva che sempre più giornalisti rinunciano ad occuparsi della regione perché i rischi sono troppo alti.

E anche troppo spesso ormai, non c’è nessuno a registrare i tanti abusi che vengono commessi nel paese. “Negli ultimi 12 mesi, i palestinesi di entrambe le parti (West Bank e Gaza) hanno subito gravi abusi per mano delle loro stesse forze di sicurezza, oltre agli abusi continui da parte del potere d’occupazione, Israele”, ha dichiarato HRW.

Il rapporto di HRW dichiara che sin dalla presa di potere di Gaza lo scorso anno, Hamas ha torturato detenuti, effettuato arresti arbitrari di oppositori politici, e calpestato le libertà di espressione e di assemblea. E dice che Fatah ha fatto esattamente lo stesso.

La censura di Israele nei confronti della Terra Promessa risale a molto tempo fa: nel 1971, l’allora primo ministro israeliano Golda Meir cancellò il nome della Palestina da tutte le mappe prodotte in Israele. Le forze d’occupazione israeliane dichiararono illegale ogni simbolo palestinese, come bandiere e manifesti.

Durante la prima Intifada (1987-1992), il nome dato alla rivolta palestinese, e ancora nella seconda Intifada (cominciata nel settembre 2000), le autorità israeliane hanno imposto una rigida censura sulle pubblicazioni palestinesi, ordinando l’eliminazione di ogni informazione relativa alla “sicurezza”.

Le autorità israeliane hanno incarcerato i lavoratori dei media, maltrattandoli e negando loro le autorizzazioni stampa. RSF denuncia che i soldati israeliani hanno sparato contro almeno nove giornalisti palestinesi. Ma al di là di Israele e delle fazioni palestinesi, la censura sarebbe da attribuire anche ai campioni della libertà, come Unione europea e Stati Uniti, a detta di HRW, ed emergerebbe dai fondi e dalla protezione politica garantita alle forze di sicurezza, si osserva.

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fonte: http://ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1295

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Riceviamo e pubblichiamo.

Intervista esclusiva di BoccheScucite a Vittorio Arrigoniunico italiano della missione Free Gaza.

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LA SPERANZA E’ SBARCATA A GAZA!

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BoccheScucite: Nella pur limitata eco della nostra stampa, abbiamo letto dell’entusiasmo e del calore della gente di Gaza nell’accogliervi al momento dello sbarco. Ma cosa realmente vi hanno chiesto e ci chiedono di fare i palestinesi della Striscia?

Vittorio Arrigoni: I palestinesi con cui esco in alto mare a pescare, che incontro dinnanzi alla soglia di una moschea, quelli con cui scambio due chiacchiere al suk, quelli che mi invitano a cena al termine del digiuno per il Ramadan, quelli con cui mi cimento in infinite discussioni di geopolitica sorseggiando caffè più scuri della pece, o innaffiando i polmoni di pesanti zaffate di fumo dolciastro d’arghilè, tutti i palestinesi che incontro mi chiedono una sola cosa: Salam, cioè Pace.

Chiedono di poter vivere in pace e di poter godere degli stessi diritti umani di cui godono gli israeliani, e qualsiasi altro popolo del pianeta.

Di potersi spostare liberamente sulla loro terra, di pescare nel proprio mare, di studiare e lavorare, di metter su famiglia, e di poter essere in grado di sostenerla autonomamente, non come ora, dove in una economia collassata per via dell’occupazione, il tasso di disoccupazione raggiunge il 60%, e il 70% delle famiglie vive di aiuti umanitari.

Personalmente, i palestinesi che incontro ogni giorno mi chiedono  conto dell’indifferenza dell’occidente, vero e proprio cancro della nostra società edonistica. Mi chiedono conto di quelle spalle voltate su esseri umani come noi che muoiono di stenti, dinnanzi ad un check-point o a  mitragliate in mezzo al mare nell’intento di portare a casa il pesce quotidiano. Dell’indifferenza italiana di fronte al lento genocidio di un nostro vicino di casa, essendo la Palestina appena aldilà del editerraneo. I palestinesi oggi mi chiedono le stesse cose di quando ero in West Bank, di essere testimone della loro sofferenza e, una volta tornato in Italia, di raccontare l’inferno che ho condiviso con loro.

Proprio come quando a Tulkarem, l’indomani di una ennesima carneficina di civili ad opera dell’esercito israeliano, alcuni amici mi accompagnarono all’obitorio della città, per vedere i corpi maciullati dalla ferocia dei soldati il giorno prima. Mi mostravano i cadaveri freschi di giornata con l’esortazione a prendere nota per poi riferire, una volta tornato in Italia. E’ questa la richiesta di sempre, la missione che sto svolgendo anche in questo preciso istante.

BoccheScucite: Ci sembra di aver colto nelle reazioni del governo israeliano un riferimento alla supposta illegalità della vostra azione. Ma quali sono invece le forme più evidenti dell”illegalità’ israeliana diventata assedio e punizione collettiva di un intero popolo nella piccola Striscia di Gaza?

Vittorio: Ufficialmente, il governo israeliano è stato piuttosto controverso nei nostri confronti. dapprima ci hanno definito pirati, arrivando a dichiarare che sulla rotta per Gaza ci avrebbero fermato con ogni mezzo; poi, quando hanno visto che nonostante le minacce di morte e i sabotaggi non ci siamo fermati, hanno lasciato trapelare che visto che loro erano “brava gente” ci lasciavano passare tranquillamente. Ci mancherebbe altro! Abbiamo navigato su acque internazionali e poi in quelle che a tutti gli effetti sono riconosciute internazionalmente come acque palestinesi: Israele non ha lì alcuna giurisdizione.

Le forme più evidenti di illegalità israeliana e di punizione collettiva verso i palestinesi le viviamo pressoché ogni giorno quando ci uniamo ai pescatori di Gaza e andiamo al largo, quando navi da guerra israeliane vegono verso di noi sparandoci addosso (vedi il video: http://guerrillaradio.iobloggo.com/archive.php?eid=1735 ) .

Oltre a questo, ovunque nelle persone che incontro ci sono i segni tangibili delle sofferenze della vita a Gaza, la più grande prigione a cielo aperto che sia mai stata edificata.

Centinaia di malati con le carte in regola per essere ricoverati e curati fuori Gaza muoiono nella vana attesa di poter varcare i valichi coi quali Israele ha chiuso ermeticamente i confini. Numerosissimi sono i giovani che hanno vinto borse di studio all’estero, e da qui non possono muoversi, ma quello che più mi sconcerta è conoscere così tante famiglie spezzate dall’assedio imposto a Gaza: moglie e mariti che non si vedono da anni. Recentemente siamo stati a solidarizzare durante una manifestazione con le madri che hanno i loro figli al di là del filo spinato, senza alcuna possibilità di ricongiungimento.

Sulla via del ritorno verso Cipro, le nostre barche hanno ospitato alcune  vittime dell’assedio: una madre con quattro bambini che non rivedeva il marito da due anni -nonostante la cittadinanza cipriota di tutta la famiglia- e un padre col figlio costretto su una sedia a rotelle che necessita di cure immediate, perchè ha perso le gambe durante un bombardamento israeliano a Bet Hanun.

BoccheScucite: Anche se Free Gaza ha avuto dei risvolti umanitari nei confronti della fascia più debole della popolazione di Gaza, il vostro obiettivo è apparso chiaramente di alto valore politico: avete dimostrato che è possibile, anzi doveroso, rompere un assedio totale partendo dalla società civile… Cosa proponete ora alle realtà che in Italia si impegnano a sostenere la pace e la giustizia in Israele e Palestina?

Vittorio: Con il nostro sbarco a Gaza, abbiamo voluto dimostrare che la storia siamo noi. La storia non la fanno i governati codardi con le loro ignobili sudditanze ai governi militarmente più forti. La storia la fanno le persone semplici, gente comune, con famiglia a casa e un lavoro ordinario, che si impegnano per un ideale straordinario come la pace, per i diritti umani, per restare umani. La storia siamo stati noi, che mettendo a repentaglio le nostre vite, abbiamo concretizzato l’utopia, regalando un sogno, una speranza a centinaia di migliaia di persone. Che hanno pianto con noi, approdando al porto di Gaza, come i tre anziani palestinesi vittime della diaspora imbarcati sulle nostre navi, che non hanno mai potuto piangere sulle tombe dei familiari: hanno pianto, ma sono state lacrime di gioia.

Il nostro messaggio di pace è un invito alla mobilitazione di tutte le persone comuni, a non delegare la vita al burattinaio di turno, a prendersi in prima persona la responsabilità di una rivoluzione. Una rivoluzione interiore che promuove quell’amore e quell’empatia che di riflesso cambierà il mondo.

Alle realtà impegnate in Italia a sostenere la pace e la giustizia in Palestina e in Israele chiedo di continuare a perseverare, che 60 anni di occupazione criminale della Palestina non ci devono scoraggiare nemmeno un attimo, farci retrocedere di nemmeno un passo, verso una speranza di libertà per il popolo palestinese, che contemporaneamente equivarrebbe alla sicurezza per Israele.

Il popolo palestinese, lutto dopo lutto, imprigionato e collettivamente punito da una mano criminale, è ferito a morte da decenni ma non muore, non si è lasciato annichilire, resiste, ma necessita di tutta la nostra solidarietà per continuare a sperare, contro chi spara. Perchè il giorno in cui si smette di sperare, si muore.

La speranza che abbiamo restituito a migliaia di persone per un giorno riaprendo il porto di Gaza, ci impegnamo a restituirla ogni giorno in futuro, restituendo il mare palestinese ai suoi pescatori, o cercando di far pressioni ai confini affinchè l’illegale autorità israeliana permetta il passaggio di malati e feriti.

BoccheScucite: Dai Territori Occupati e da Israele le informazioni ci arrivano spesso blindate e censurate. Potresti riportare per i lettori di BoccheScucite un’affermazione, un gesto che in questi giorni hai raccolto da una persona a cui finalmente si è potuto “scucire la bocca”?

Vittorio: Vorrei scucire la bocca, qui a Gaza, ad un ebreo israeliano. A Jeff Halper, che era con me sulla barca Free Gaza  partita da Cipro, che ho visto commuoversi, quando migliaia di palestinesi lo hanno accolto come eroe, esattamente come tutti noi. In quegli istanti abbiamo dimostrato che la pace è possibile in medio oriente.

Perchè se un ebreo israeliano come Jeff Helper è accolto come un eroe, addirittura un liberatore, da decina di migliaia di persone festanti in estasi (da quelli che la politica e i media si impegnano a dipingere come terroristi), allora la pace non è un’utopia e, se lo è, abbiamo dimostrato che a volte le utopie si concretizzano. Jeff Halper ha raccontato di come i palestinesi di Gaza erano entusiasti nel parlargli in ebraico, da loro appreso quando diversi anni fa andavano a lavorare a Tel Aviv. Jeff mi ha detto più volte di sentirsi a casa, in famiglia, circondato da affetto e ospitalità straordinari.

Alcuni giorni dopo, in viaggio per tornare a casa sua a Tel Aviv, varcando il valico di Eretz, Jeff è stato arrestato dalla polizia israeliana, e presto sarà processato. Trattato da amico e fratello da quelli che apparentemente sarebbero i suoi “nemici”, e da nemico dai suoi stessi concittadini, gli “amici”. Perfetto teorema del perchè non c’è ancora prospettiva di pace fra Palestina e Israele. La sua bocca che qui ho scucito ora, in Israele e fuori dal medio oriente, è stata prontamente cucita dai media. Che non si sappia, che non si osi solo pensare, che un civile israeliano, disarmato, armato solo della sua simpatia e generosità, possa venire accolto con amore fraterno dai palestinesi imprigionati a Gaza.

BoccheScucite: Dopo lo sbarco, la pesca, la condivisione delle prime giornate a Gaza, cosa sta succedendo ora? (Anche perchè non ci pare che i nostri media abbiano tanti corrispondenti che ci raccontano cosa accade nell’inferno della Striscia…)

Vittorio: Innanzitutto vorrei segnalarvi il mio blog,  http://guerrillaradio.iobloggo.com e il sito della nostra organizzazione http://www.freegaza.org (attualmente sotto attacco hacker da parte di sionisti!!!). Laddove i media cuciono bocche, e farciscono i cervelli di precotta disinformazione, internet può rivelarsi una fonte mirabolante per veicolare la verità. Lo sanno bene i soldati israeliani, che, da qualche giorno alla vista delle nostre telecamere, tendono ad abbassare le armi (non sempre…). Abbiamo constatato quanto essi abbiano più timore delle nostre telecamere che dei loro fucili e mitragliatori super tecnologici. Si vergognano di mostrare al mondo i loro efferati crimini, e spesso abbassano le armi dinnanzi ad una telecamera. Forse  forse, addirittura, arrivano a provare un barlume di senso di colpa, nel momento in cui tutto il mondo ha dinnanzi agli occhi questo oltraggio all’umanità.

Continueremo quindi nella nostra missione: cercare di aprire i valichi per i malati, i più sofferenti, portare i pescatori in alto mare, laddove c’è ricchezza di pesce, ben consci dell’alto connotato simbolico di queste azioni. Restituire sovranità e quindi libertà al popolo palestinese, e contemporaneamente sbattere in faccia ai militari israeliani il dato di fatto che anche i palestinesi hanno dei diritti umani e che c’è chi è pronto a rischiare la propria vita per la loro difesa. Coi nostri video e reportage, inoltre, vogliamo dare la sveglia all’opinione pubblica su questa quotidiana catastrofe innaturale. Ci sono terribili catastrofi naturali a questo mondo, come terremoti e uragani, inevitabili, verso le cui  vittime l’umanità intera si è spesso dimostrata pronta a   solidarizzare, a darsi da fare. A Gaza è in corso una catastrofe umanitaria perpetrata da Israele ai danni di un popolo che vorrebbe ridotto alla più completa miseria, sottomissione. E io mi chiedo come si può restare ancora indifferenti. Gesù Cristo scelse i suoi discepoli fra i pescatori palestinesi: sebbene siano uomini rudi e poco avvezzi alle buone maniere, sono dotati di un animo stoico e infinitamente generoso, doti fondamentali per sopravvivere entro queste acque inquinate di sangue da duemila anni a questa parte. Non dimentichiamoli.

Il 22 di questo mese, inshallah, le nostre navi ripartiranno da Cipro, portando ancora una volta il loro carico di aiuti umanitari, ma soprattutto proveranno a portare ancora una volta la speranza,  a restituire la libertà, l’utopia concretizzata.

Per far questo, abbiamo bisogno di aiuto. Per le spese che abbiamo dovuto sostenere ci siamo indebitati tutti, e per restare a fare attivismo qui a Gaza e contemporaneamente far salpare le barche a Cipro servono fondi, di cui siamo a corto. Ogni minima donazione ci sarà utile, per continuare la nostra missione umanitaria, per restare umani.

Restiamo umani, Vittorio Arrigoni. blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com/

website della missione: http://www.freegaza.org/

MANDIAMO UNA MAIL DI SOLIDARIETA’:

contatto: guerrillaingaza@gmail.com

tel. +972 598 826 516

SOSTENIAMO LE PROSSIME SPEDIZIONI DI PACE: è possibile versare un contributo direttamente sul conto corrente intestato a:  Vittorio Arrigoni Banca Popolare Commercio & Industria 23892 Bulciago.

Coordinate Bancarie Nazionali:  IT55 S 05048 51000 000000006046

Coordinate Bancarie Internazionali: IT55 S050 4851 0000  0000 0006 046

BIC: POCIITM1012

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fonte: http://www.infopal.it/testidet.php?id=9308

S’impenna la disoccupazione: In un anno salita dal 5,7 al 6,7%

Trecentomila persone in più in cerca di lavoro nel secondo trimestre 2008

E’ il dato peggiore degli ultimi due anni, più penalizzate le donne (8,7% con un +1,3)

Si conferma l’enorme divario tra Settentrione (3,8%) e Mezzogiorno (11,8%)

S'impenna la disoccupazione in un anno salita dal 5,7 al 6,7%Una manifestazione per il lavoro

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ROMA – Nel secondo trimestre 2008 il numero delle persone in cerca di occupazione è nuovamente aumentato, portandosi a 1.704.000 (+291.000 unità pari al +20,6% rispetto al secondo trimestre 2007). Il tasso di disoccupazione è aumentato di un punto percentuale in un anno posizionandosi al 6,7%. Lo annuncia l’Istat. In confronto al primo trimestre 2008, al netto dei fattori stagionali, il tasso di disoccupazione è aumentato di due decimi di punto. Si tratta, precisa l’Istat, del più elevato tasso di disoccupazione degli ultimi due anni se si confrontano i dati destagionalizzati. L’aumento è dovuto alla crescita degli inattivi e degli ex-occupati.

Il tasso di disoccupazione, segnala ancora l’istituto di statistica, è aumentato su base annua di 0,8 punti percentuali per gli uomini e di 1,3 punti percentuali per le donne, portandosi rispettivamente al 5,4 e all’8,7%. La crescita, territorialmente diffusa è risultata relativamente meno sostenuta nel Nord (0,6 punti percentuali), dove ha riguardato più ampiamente la componente femminile. Nel Centro la crescita è stata più accentuata (1,6%) e ha coinvolto sia gli uomini sia soprattutto le donne; nel Mezzogiorno l’innalzamento del tasso di disoccupazione (1,3%) ha interessato in misura pressoché analoga entrambe le componenti di genere.

Il tasso di disoccupazione del Mezzogiorno (11,8%) è rimasto peraltro molto più elevato in confronto a quello del Nord (3,8%) e del Centro (6,4%). Anche il tasso di disoccupazione degli stranieri è cresciuto passando dal 7,6% del secondo trimestre 2007 all’8,8%. Per quanto riguarda il tasso di inattività della popolazione tra 15 e 64 anni si è attestato al 36,5%, un punto percentuale in meno rispetto a un anno prima, e in calo in tutte le ripartizioni soprattutto con riguardo alla componente femminile.

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29 settembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/economia/disoccupazione-istat/disoccupazione-istat/disoccupazione-istat.html?rss