Archivio | ottobre 2, 2008

Free Gaza: ferite di pace

Mi sono recato a sfilarmi i punti all’ospedale Al-Awda, è rimasto sulla pelle scarificata a vita, un ricamino niente male (todà Israel), come la dentatura di un vorace squale meccanico, che da sempre infesta queste acque predando le sue vittime assiediate, pescatori palestinesi.

Di quanto sangue innocente si è fatta pastura per la fauna ittica che popola le acque dinnanzi a Gaza?

Attendo impaziente che il mare plachi la sua ira, e ci permetta di tornare al largo a pescare, a rivendicare il diritto violato, diritto alla vita, quantomeno alla sopravvivenza per questa gente immersa nel suo legittimo spazio marittimo.

Ci sono variegate ragioni per cui usciamo a pescare coi palestinesi, alcuni visibilmente concrete e vitali, altre dai connotati simbolici, ma non meno essenziali.
Una giornata al largo con noi, a detta dei pescatori equivale ad una settimana di ordinario lavoro, quando senza internazionali a bordo non si arrischiano a spingersi più di qualche miglia dal porto, dove il pescabile è miserevole, perchè se lo fanno sono morti, feriti quando va bene.
(vale la pena ricordare che prima dell’assedio imposto da Israele, erano oltre 3.500 i pescatori professionisti lungo i 40 km costieri della Striscia a Gaza; di questi, oggi solo 700 continuano a impegnarsi in un settore che dava lavoro ad almeno 40.000 persone,  tra meccanici, pescivendoli e le migliaia di famiglie di pescatori locali, che oggi a stento sopravvivono)

Il giorno dopo una nostra battuta di pesca, il prezzo del pesce al mercato si vende a prezzo stracciato.
C’è più offerta, i prezzi calano, più bocche si sfamano.

I proprietari di diversi pescherecci, prima del nostro arrivo, erano seriamente intenzionati a vendere le barche, per via del prezzo del carburante elevato, e nessuna prospettiva di reddito futuro. Ora, oltre a effettivamente contribuire a maggiore redditi, ci hanno comunicato più volte quanto il nostro supporto abbia funto a iniezione benefica di speranza,  inoculata in una umanità che di speranza era in crisi di astinenza.

Oltre ai palpabili successi che le nostri azioni in mare ottengono, ve ne sono altri simbolici altrettanto edificanti come quelli pratici.

Con la Free Gaza e la Liberty abbiamo aperto il porto di Gaza, coi rudimentali pescherecci palestinesi cerchiamo ogni giorno di aprirne il mare, consapevoli che non è solo per i pescatori, ma per i palestinesi tutti, che ci attiviamo ostinatamente nel rivendicare il loro diritto ad una vita liberata dalla schiavitù della prigionia, l’assedio, il crimine contro l’umanità di cui si macchia Israele.

Se l’esercito israeliano, o il burattinaio che ne muove gli spinati fili in Israele, ritiene d’avermi messo fuori gioco dopo la ferita che mi hanno inferto, voglio dichiarare una cosa sola, poveri illusi.

Me, Darlene, Donna, Fiona, Jenni, George, Andrew,
dovrete ammazzarci tutti,
prendervi la responsabilità dinnazi al mondo ed ad un Dio, che nella Torah come nel Corano non giustifica in alcun modo l’omicidio di innocenti a sangue freddo.
Farci fuori tutti.

Mi piacerebbe riuscire ad interloquire coi soldati israeliani che ci attaccano ogni giorno, che ho scorto da così vicino da focalizzare il bianco nei loro freddi occhi, l’ultima volta quando mi hanno ferito; chiedere loro se davvero ritengono che sparare a dei civili disarmati, internazionali o palestinesi, mentre sopra vascelli palestinesi semplicemente pescano, in acque palestinesi, se tutto questo per loro significa davvero IDF, ovvero difendere lo stato d’Israele.

Come pacifista non me lo auguro in nessun modo, ma davvero non mi sorprenderei affatto se un giorno, uno di questi giovanissimi pescatori palestinesi, a cui Israele nega la speranza di una vita degnamente vissuta, collezionati lutti su lutti, di padri, amici, fratelli, uccisi o feriti o seppelliti per anni in qualche inumana prigione israeliana,  dicevo non mi soprenderei se uno di questi decidesse di mollare le reti e imbracciare un kalashinikov.

Perché è questo che insegna Israele, con le sue navi da guerra, le incursioni, l’occupazione militare dei confini, ai giovani palestinesi di Gaza, imponendo l’assedio come punizione collettiva, negando diritti umani,  Israele si fa responsabile della messa a rischio di tutta la sua cittadinanza, da Ashkelon a Tel Aviv, insegnando l’odio alle sue vittime innocenti,  impartendo ai palestinesi quotidiane lezioni di puro odio incancrinito.

Continueremo ad andare per mare, per nulla intimoriti dalle avvisaglie di terrore che la marina israeliana ci spara contro, finché la politica, l’attivismo di alto bordo, quella che si ritiene la società civile impegnata, la smettano di voltare così vergognosamente le spalle a quella che Nelson Mandela definisce “la questione morale dei nostri tempi”.
Vogliamo dimostrare ai palestinesi che qui ci hanno adottati, che sussiste nel mondo ancora una minoranza di uomini e donne disposti a riscattare sulla propria pelle, ora cicatrizzata, tutta l’omertà e l’indifferenza di una maggioranza apatica dinnanzi a questa immane tregedia.

Io credo che siano tanti gli esseri umani ancora immuni al virus  dell’indifferenza e all’egotismo, ovunque sul pianeta, e per questo che vi chiamo all’appello, non lasciateci soli, non voltate le spalle dinnazi al vostro fratello succube di una profonda ingiustizia.

Venite a darci umano, o in qualche modo sosteneteci,
Da lontano siateci vicini.

Restate,
restiamo umani.

Vittorio Arrigoni
blog:  http://guerrillaradio.iobloggo.com/

websites della missione: http://www.freegaza.org/
e   www.palsolidarity.org

contatto: guerrillaingaza@gmail.com

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Se Free Gaza è in rosso, l’Ism è al verde, pure Vik ha le tasche bucate.
Se potere, anche poco, donate.
Come hanno fatto Cinzia, Luana e ancora Felicina, veri e propri angeli planati su questa terra.

Contattatemi e vi sarà spiegato dettagliatamente dove finiscono le vostre donazioni.

contatto: guerrillaingaza@gmail.com

Vostro,
volto ancora umano,
Vik.

Liberamente copiato dal blog di Vik. Passate parola e, se potete, aiutate… grazie.

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Chomsky: «per la prima volta dalla conquista l’America Latina prende il destino nelle proprie mani»

L’integrazione dei Paesi dell’America del Sud dal Venezuela, al Brasile, all’Ecuador, alla Bolivia, al Paraguay mina il controllo di Washington su tutto il continente

In una comunicazione fatta da Boston all’Università di El Salvador, che ha organizzato una giornata di dibattito sulle recenti elezioni in America Latina invitando studiosi di varie università Usa, Noam Chomsky, figura di rilievo nell’analisi e nella critica dei fatti internazionali, ha affermato: «I tempi stanno cambiando e nella maggior parte dell’America Latina si fanno grandi sforzi per superare i limiti strutturali al cambiamento. Per la prima volta, dopo la conquista degli europei, il Sud America sta cominciando a prendere il suo destino nelle proprie mani. I tentativi in questa direzione fatti nel passato sono stati schiacciati da forze straniere. Questi casi ci sono abbastanza familiari. Ci riferiamo ai numerosi colpi di stato nella regione fatti in passato e che portarono molti popoli a subire vere e proprie epoche di dittature militari, che causarono guerre civili sanguinose, con migliaia di morti e costanti violazioni dei diritti umani».

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Chomsky aggiunge «ora vi sono inversioni importanti di questa storia vergognosa, come ad esempio la riunione dei leader del Sud America avutasi qualche giorno fa a Santiago del Cile, convocata da UNASUR (Unione delle Nazioni del Sud America) con un modello simile a quello dell’Unione Europea. Nell’incontro il presidente del Cile ha presentato una dichiarazione molto forte di appoggio al governo di Evo Morales, malvisto dagli Stati Uniti e sotto attacco da parte dei tradizionalisti e della elite europeizzata e bianca del paese che si oppongono alla democrazia boliviana e alla giustizia sociale».
Con questo atto, afferma Chomsky, «per la prima volta nella storia della regione, gli stessi paesi hanno deciso di risolvere i loro problemi senza la presenza degli Stati Uniti. In America Latina il principale cambiamento si fonda sul movimento per l’integrazione. In particolare le forme di integrazione sono: regionale, globale ed interna. Con queste tre forme di integrazione i popoli potranno avanzare verso la totale indipendenza come gli Stati Uniti. Il discorso vale anche per il Centro America».

1.10.08

fonte: laRinascita

Sei anche tu un intercettato?

DAL BLOG DI BEPPE GRILLO

1 Ottobre 2008

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Sei anche tu un intercettato?

intercettati-telecom.jpg

Inserisci il nome nel motore di ricerca (clicca qui)

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Telecom Italia ti ha intercettato? Da oggi puoi saperlo anche tu.
Il blog ti mette a disposizione un motore di ricerca.
Il possibile intercettato, con il semplice inserimento del suo nome e cognome, saprà se è presente nel documento della Procura della Repubblica di Milano di 371 pagine depositato il 14 luglio 2008. Un’informazione di garanzia nel procedimento penale nei confronti di 34 persone, tra cui Ghioni, Mancini e Tavaroli e di due aziende: Telecom Italia e Pirelli, ma non dei loro amministratori (?). L’intercettato saprà in quali pagine del documento della Procura è citato e potrà accedere al documento.

Gli spiati sono circa 5000, una media cittadina di provincia, e appartengono a tutti i ceti sociali. Banchieri, giornalisti, manager, calciatori. Nell’elenco compaiono anche ministeri e comandi dei Carabinieri.Gli intercettatori non guardavano in faccia a nessuno, se c’era da intercettare si intercettava. Ma non prendevano ordini, non avevano capi. Usavano Telecom come un taxi senza neppure pagare la corsa.
Tronchetti e Buora non sapevano, non potevano, non volevano. Però incassavano stipendi faraonici, bonus e stock option.
Il motore può servire a controllare se il vostro vicino di casa è stato intercettato, o vostra moglie, o vostro marito. Potete scoprire un mucchio di cose. Se qualcuno è stato intercettato e non lo sa, potete inviargli una mail con i suoi dati.

I miei legali mi dicono che chi è stato intercettato può fare causa a Telecom Italia. Un calcolo prudente del rimborso che gli intercettati potrebbero richiedere con una class action è di due miliardi di euro. Se fossi Franco Bernabè procederei di ufficio, prima di una possibile causa, con una lettera di scuse a nome dell’azienda a tutti gli intercettati e con un risarcimento.

Ps: inserite nei vostri blog il motore per la ricerca degli intercettati.

Ps: Leggete la lista di quelli che avete già trovato.

Inserisci nel tuo blog
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fonte: http://www.beppegrillo.it/2008/10/sei_anche_tu_un.html

Tre morti in un cantiere autostradale al Mugello. Operaio muore a Genova

impossibile raggiungere l'operaio nel pozzo

Genova: impossibile raggiungere l’operaio nel pozzo
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Quattro operai morti per incidenti sul lavoro. Nel Mugello, tre operai sono morti in un incidente avvenuto sull’autostrada A1,  in un cantiere, appaltato alla ditta Toto, per la realizzazione di un viadotto. Un cedimento strutturale della passerella su cui si trovavano i tre operai sarebbe la causa dell’incidente, avvenuto durante la costruzione del viadotto. In base a una prima ricostruzione, il cedimento avrebbe provocato l’inclinazione della piattaforma e la conseguente caduta dei tre operai. L’altezza sarebbe di circa 35 metri.

A Genova, dopo molti tentativi sono finite le speranze di ritrovare in vita l’operaio caduto in un pozzo per l’estrazione del biogas nella discarica di rifiuti di Scarpino. La vittima, Nino Emiliano Cassola, di Genova, aveva 33 anni ed era figlio unico.

I vigili del fuoco del comando provinciale di Genova hanno spiegato che per le condizioni ambientali all’interno del pozzo, del diametro di un metro e profondo 18 metri, era assolutamente impensabile calare un soccorritore. Nel pozzo ci sono oltre 70 gradi, a causa della fermentazione dei rifiuti, c’e’ gas metano e c’e’ anche il rischio di crollo, in quanto si tratta di spazzatura sedimentata.

I vigili del fuoco non hanno dubbi che l’uomo sia morto per asfissia. Gia’ ad una profondita’ di due metri le sonde calate nel buco misuravano l’assenza di ossigeno ed alte concentrazioni di anidride carbonica ed altri gas venefici.

Un potente escavatore ha cominciato a scavare accanto al pozzo per l’estrazione del biogas in cui e’ caduto l’operaio della Asja Ambiente Italia. Si prevede che lo scavo procedera’ per tutta la notte alla luce di potenti riflettori.

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fonte: http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=86614

AGGRESSIONE RAZZISTA – Roma, giovane cinese malmenato da cinque minorenni italiani

E’ stato accerchiato e picchiato a sangue davanti al teatro di Tor Bella Monaca

Gli inquirenti: pestaggio razzista. Lo stesso gruppo avrebbe assalito un ragazzo di colore lunedì

Roma, giovane cinese malmenato da cinque minorenni italiani

Una veduta di Tor Bella Monaca, nella periferia romana

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ROMA – Un ragazzo cinese di 25 anni è finito al policlinico di Tor Vergata, a Roma, dopo essere stato accerchiato e picchiato a sangue da alcuni ragazzi, cinque minorenni italiani secondo un testimone, in viale Duilio Cambellotti davanti al teatro di Tor Bella Monaca. Il ragazzo ha il setto nasale rotto, un grave trauma cranico, una profonda ferita alla testa e alcuni tagli al volto, ma non sarebbe in pericolo di vita. Sul posto sono intervenuti i vigili urbani dell’VIII gruppo. Secondo gli inquirenti si tratta di una aggressione a sfondo razziale.

Il testimone ha riferito ai vigili che il ragazzo stava camminando per strada tranquillamente quando è stato circondato e malmenato con violenza. Dopo l’aggressione il gruppo, sempre secondo il testimone, è fuggito verso viale dell’Archeologia lasciando a terra la vittima che, in base alle prime informazioni, non parla italiano. Gli inquirenti sono convinti che i cinque aggressori conoscano bene la zona, e non escludono che siano tutti residenti a Tor Bella Monaca.

Per gli investigatori potrebbe trattarsi
dello stesso gruppo che lunedì sera, nella stessa zona, ha picchiato un ragazzo di colore che passeggiava in strada: sarebbero stati riconosciuti da alcuni testimoni.

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/roma-aggressione/roma-aggressione/roma-aggressione.html

Parma, parte la protesta antirazzista, la Uil si sfila

attrice televisiva somala-italiana Said Shukri, foto web

l’attrice Shukri: Italia razzista
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Alla vigilia dei presidi antirazzisti annunciati da Cgil e comitati in segno di solidarietà con il giovane ghanese Emmanuel Bonsu, che ha denunciato un pestaggio e insulti razzisti da parte di un gruppo di vigili urbani – la Uil provinciale si dissocia «da qualunque manifestazione», in attesa che le inchieste in corso facciano chiarezza sulle accuse, respinte dagli agenti.

La Uil – si legge in una nota della segreteria provinciale – «si dissocia da qualunque manifestazione che prende avvio dall’accaduto, perchè non intende condividere iniziative o creare valutazioni sull’onda di fatti che domani potrebbero essere ribaltati. Aspettiamo gli sviluppi dell’inchiesta – continua il sindacato – certi comunque che Parma non è la città che qualcuno ha voluto descrivere, è una comunità solidale e tollerante. I vigili di Parma hanno una tradizione di comunanza con la popolazione che non viene inficiata dalle  critiche di pochi verso il loro operato, spesso per casistiche personali o politiche. Quanto accaduto lunedì contrasta troppo con lo spirito umanitario del Corpo», conclude la Uil esprimendo la fiducia che «il tutto possa rientrare nella normalità legata alle dinamiche del controllo sulla sicurezza della città».

Mercoledì sera proprio la posizione equidistante dell’assessore comunale alla sicurezza Costantino Monteverdi dell’Udc è stata contestata dai manifestanti antirazzisti che si sono radunati davanti al teatro Regio dove andava in scena la prima  della Giovanna D’Arco di Gabriele Lavia ad inaugurare il Festival Verdi.

«Monteverdi dimettiti»: era l’invito scritto su uno striscione e retto da manifestanti all’ingresso del teatro. E anche “Stop al razzismo”.

Giovedì Cgil, Cisl, Ciac, Emergency, Unione degli Universitari, Arci di Parma organizzano a partire dalle ore 17.30, in Piazza Garibaldi, un presidio di sensibilizzazione e riflessione sui temi dell´integrazione e della solidarietà tra diversi. All´iniziativa, denominata «Parma città aperta?» però la Uil non parteciperà.

Sui siti web gira la convocazione di un altro presidio sabato prossimo alle 15.30 in piazza Garibaldi, con lo slogan: «Siamo tutti Emmanuel». Mentre i ragazzi dei centri sociali e dei sito “Parma antifascista” invitano a scrivere mail e fax di protesta agli indirizzi mail del sindaco (sindaco@comune. parma.it) e dell’assessore Monteverdi (monteverdi@comune. parma.it), e al comando dei vigili urbani.

Sabato c’è anche la manifestazione antirazzista a Roma organizzata da Unicobas, troskisti di Sr, Partito Umanista e Centro delle culture.

Giovedì 2 ottobre sull’episodio – il secondo che vede coinvolto il copro degli agenti municipali dopo quello della foto della prostituta picchiata e svenuta nella cella del comando dei vigili- si terrà un’assemblea, alle 19 presso la Casa Cantoniera di Via Mantova.

La Cgil di Parma e dell’Emilia Romagna invece hanno lanciato una campagna di sensibilizzazione antirazzista che partirà «da tutti i luoghi di lavoro, per far si che gli immigrati non subiscano discriminazioni ed abbiano pari dignità e pari diritti come tutti i cittadini italiani».

Il sindacato auspica che «l’autorità giudiziaria faccia luce al più presto sui fatti e individui le responsabilità dell’accaduto» a proposito della denuncia del ragazzo ghanese a Parma, nel ribadire «una ferma condanna verso questi comportamenti che, se confermati, sarebbero di una crudeltà inaudita e non degni della nostra comunità, da sempre aperta, solidale e accogliente». «Ci preoccupano le politiche xenofobe e razziste del Governo – prosegue la Cgil – che facendo leva sul sentimento di insicurezza dei cittadini, non fanno altro che alimentare paure e la sindrome da “immigrato nemico”».

Il Prc, con il segretario regionale Nando Mainardi, sottolinea che «si deve  aprire una seria discussione sul vero segno delle politiche securitarie».

Ed è quello che dice anche l’attrice di origine somala Said Shukri, ex Miss Somalia che vive e lavora in Italia. «La caccia al nero sembra diventato uno sport nazionale. In sedici anni che vivo in Italia, non mi è mai capitato di vedere tanta violenza contro i neri», dice l’attrice in riferimento ai casi di Abdul Guibre, il giovane ucciso a sprangate a Milano e di Emmanuel Bonsu a Parma. «Se c’è un problema di sicurezza – prosegue l’ex Miss divenuta un volto televisivo in Italia anche vestendo una divisa da carabiniere in alcune puntate dello sceneggiato “Don Matteo”- la sicurezza deve essere garantita anche per i neri. Ai politici che parlano di tolleranza zero chiedo: è diretta solo ai criminali o anche verso i neri? Sono anche loro cittadini o solo capri espiatori?».

Il presidente della regione Emilia-Romagna Vasco Errani sostiene che «la cultura della sicurezza, deve significare, prima di tutto, tutela e rispetto rigoroso dei diritti dei cittadini, a cominciare dai più deboli». e le istituzioni «devono vigilare contro la violenza, l’intolleranza e favorire la convivenza civile: sarebbe ulteriormente grave se a Parma si fosse usciti da questa via maestra».

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Pubblicato il: 02.10.08
Modificato il: 02.10.08 alle ore 15.03

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79546

«No Gelmini, no maestro unico». Sotto il ministero c’è la scuola

Maestre e genitori: peggio della Moratti

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di Massimo Franchi

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La protesta anti Gelmini dei bimbi delle scuole - foto Unità - 187*250 - 02-10-08
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Fiocchi gialli al collo e tanta rabbia contro un ministro che vuole imporre i tagli del maestro unico spacciandoli per un aumento dell’offerta formativa. Una staffetta fra bambini, maestri e genitori con gli studenti delle Siss. Il “No Gelmini day” riempie le gradinate sotto il ministero di viale Trastevere in un’atmosfera di allegra, ma ferma protesta.
Ci sono quattro generazioni unite dalla voglia di difendere la scuola italiana.

La più colorita e chiassosa è fatta dai bimbi delle scuole romane, novelli contestatori con le idee più che chiare. «Io a scuola mi diverto e ci voglio andare anche il pomeriggio – dice deciso Marco, biondino di 9 anni dalla faccia sveglia -. La Gelmini vuole farmi stare a casa il pomeriggio ma io mi rompo», chiude mostrando la sua maglietta “La mia scuola dice no” e cantando lo slogan: “Gelmini non bastano gli occhialini: vogliamo il tempo per imparare e lavorare”.

Le sue insegnanti sono ancora due. La maestra più esperta di italiano, come Graziella che insegna alle elementari (ora primarie) dal 1992 dopo quasi un decennio di precariato. «Questa riforma della Gelmini è molto peggio di quella della Moratti. Qui ci sono solo tagli e si cerca di giustificarli con questa follia del maestro unico che rovinerà la vita dei bambini e delle loro famiglie. La Moratti almeno aveva un’idea simil-pedagogica, assolutamente sbagliata, ma almeno era un’idea. La Gelmini non ha neanche quella, fa quello che gli dice Tremonti: risparmiare a tutto spiano, rovinando la scuola». I tagli li conoscono a memoria e li snocciolano come una litania: «8 miliardi con la chiusura di almeno 4 mila scuole».

Poi c’è la sua collega Giovanna, più giovane, che si occupa dell’ambito matematico scientifico. «Ho una classe a tempo pieno, ora lavoro 22 ore a settimana alternando mattina e pomeriggio più quattro ore di compresenza con la mia collega. Questo ci consente di portare avanti tante attività come le uscite didattiche, le gite, i corsi di recupero. Tutte cose che con il maestro unico non si potranno più fare». Ma il suo cruccio più grande è un altro. «Io non mi sento in grado di insegnare italiano, non ho la preparazione per farlo. Ho una specializzazione per la matematica, corsi su corsi pagati di tasca mia per insegnare questa materia. Se sarò costretta ad insegnare italiano non potrò fare altro che limitarmi ai dettati, e i primi a perderci sarebbero i miei alunni».

Di questa generazione fanno parte anche le mamme. Ce ne sono parecchie, ma non tante quanto ce ne vorrebbero essere. «Molte non sono potute venire perché lavorano – spiega Alessandra, un figlio in quarta elementare a Roma centro – . Io sono qua anche per loro. Ho la fortuna di avere i nonni e di posso “parcheggiare i figli” il pomeriggio, ma sono una privilegiata: quasi tutte le mamme dei compagni di mio figlio sono già disperate, rischiano di dover cambiare lavoro o magari di perderlo. E nessuna crede alla promessa che il tempo pieno rimarrà, i conti li sappiamo fare anche noi e sappiamo che i soldi non ci sono».

Chiara è un’altra mamma combattiva che dà una lettura tutta politica della scelta del governo. «A subire di più saranno le mamme del Sud. Saranno costrette a rimanere a casa a badare ai figli e ai nonni. Al nord questo problema ci sarà meno e difatti la Lega contesta già questa riforma. È una battaglia di solidarietà, solidarietà fra donne: insegnanti e mamme».

Dopo un’ora di canti, cori e palloncini a loro si uniscono gli studenti del IX (e ultimo) ciclo delle Siss, Scuola secondaria di insegnamento superiore, la quarta generazione coinvolta in questa battaglia. Sono circa 11 mila, fra i 20 e 30 anni, vengono da tutt’Italia (ne esiste una sede per ogni regione) e da mercoledì sono un po’ più sollevati. Hanno strappato un emendamento, presentato dal Pd, che prevede il loro ingresso nelle graduatorie delle classi di concorso. Non saranno più in coda, ma a loro verranno riconosciuti i punti dell’abilitazione (42) più quelli per i dottorati e gli anni di supplenza che quasi tutti hanno. Si tratta del cosiddetto “inserimento a pettine”, ognuno secondo il loro punteggio. Alessandro, venticinquenne campano, però non si fida: «Tante volte le promesse dei vari governi sono finite in aria fritta. Senza inserimento noi eravamo certi di aver buttato tanti soldi (le tasse d’iscrizione) e due anni della nostra vita. La Gelmini voleva riconvertirci nel settore turismo. Così almeno vediamo un po’ di luce».

Una luce non molto chiara, almeno per Danilo, romano 27enne del Comitato studenti IX ciclo Siss. «Sì, se passa l’emendamento abbiamo ottenuto di diventare qualcosa: diventare precari, il massimo a cui possiamo puntare è una supplenza annuale. Ma la cattedra continua ad essere un miraggio, soprattutto per alcune classi di concorso. La mia è la 37, storia e filosofia per i licei, è la più “piena” e anche con questo passo avanti siamo in fondo alla graduatoria e non vedremo mai la luce».

Si prendono la scena, ma cercano comunque di tenere insieme la lotta. «La vostra battaglia è la nostra battaglia – esordisce urlando al megafono un portavoce dell’Anief (Associazione nazionale insegnanti ed educatori in formazione – . La scuola della Gelmini è più povera, più classista e più ingiusta: lottiamo insieme contro il maestro unico».

Bambini e mamme si allontanano alla spicciolata, i Sissini rimangono al presidio. Dalle finestre del ministero i funzionari osservano. La Gelmini prima fa finta di niente. È ad un convegno all’università Luiss. E attacca: «Ci sono due Italie, una è per una scuola di qualità, per insegnanti che vogliono essere pagati meglio ed è quella della maggioranza degli italiani. Poi – ha continuato il ministro – ci sono piccole frange che hanno deciso di non guardare i problemi, e preferiscono protestare. Io li lascio fare».

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Pubblicato il: 02.10.08
Modificato il: 02.10.08 alle ore 15.18

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79545