Archivio | ottobre 5, 2008

Vigili del Fuoco: 10 Ottobre 2008 – sciopero

Dichiarazione di sciopero dei lavoratori del Corpo Nazionale dei Vigili del fuoco ai sensi della L.146/90 e s.m.

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In data 4 settembre 2008, la scrivente RdB\CUB Vigili del Fuoco, ha chiesto l’attivazione del tavolo di conciliazione e raffreddamento dei conflitti per richiedere una negoziazione sulle procedure di mobilità del personale qualificato del Corpo Nazionale e relazioni sindacali, in virtù del fatto che allo stato attuale non esistono regole in materia.


Il Dipartimento dei Vigili del fuoco in data 16 settembre 2008, in forma del tutto inusuale, ovvero verbale, ha richiesto un incontro con la scrivente, per illustrare alcuni dati riguardanti il personale in attesa di mobilità. Dalla riunione è emerso, sempre verbalmente, quanto già risaputo e l’impossibilità di trovare un accordo scritto per dare certezze ai lavoratori Vigili del Fuoco da anni in attesa di rientro nelle sedi di residenza.


Considerato che:

1) non è possibile trovare un accordo con il Dipartimento dei Vigili del Fuoco;

2) il tavolo di raffreddamento non è stato attivato nei tempi previsti;

3) non è fattibile ottenere alcun verbale di impegni, da parte del Dipartimento, in materia di mobilità che si ripercuoterà su tutto il personale negli anni a venire;

4) il decreto brunetta discrimina i lavoratori del Corpo Nazionale;

5) ad oggi non è stato aperto il secondo biennio economico 2008/09, con risorse aggiuntive.

Si indice la prima giornata di sciopero per il giorno 10 ottobre 2008 dalle ore 10,00 alle ore 14,00 di tutto il personale operativo Vigili del Fuoco compreso quello aeroportuale – per il personale amministrativo le ultime due ore di fine turno, ai sensi della L 146/90 e s.m.

ROMA 18/9/2008

Antonio Jiritano

fonte: notizie@vigilidelfuoco.rdbcub.it

io l’ho trovato qui

L’etica e la famiglia Berlusconi

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Barbara Berlusconi, che siede nel CdA di Fininvest (scelta naturalmente per capacità ed esperienza), ha organizzato con la complicità della Università Bocconi di Milano un surreale dibattito sul seguente tema: “l’etica nei sistemi economici e nella condizione d’impresa”, dopo aver premesso che secondo lei Fininvest ha UNA STRUTTURA ETICA.
Non è dato sapere con quali argomenti la gagliarda fanciulla abbia sostenuto la sua tesi, ma essendo laureanda in filosofia, possiamo immaginare che abbia usato la nota ambiguità e fasullaggine della materia con la quale, si sa, si possono costruire tutte le tesi.
Posso immaginare che la convinzione che le imprese economiche sono capaci di etica derivi dall’aver osservato questo strano comportamento in modo diffuso nella società e nel mondo, e che soprattutto l’esempio paterno sia stato di grande conforto nel raggiungere questa sua convinzione.
Ciò che dà fastidio a noi rozzi e schematici materialisti, è che i padroni e i loro figli, oltre al potere e alla ricchezza, vogliono anche la rispettabilità, anche se le strade da loro percorse sono lastricate da imbrogli, omicidi sul lavoro, rifiuti tossici, distruzione dell’ambiente, collusione con la politica, comparaggio con le mafie, allergia a qualunque regole, utilizzo del lavoro nero.
Cercare l’etica nella categoria dei padroni risulta una impresa disperata, e a me pare blasfemo accostare l’etica alla classe dominante, perché una categoria in cui vi sono persone che per avidità affidano alla mafia i rifiuti tossici che producono sapendo che saranno sversati nei campi e nuoceranno gravemente alla salute degli abitanti, è una categoria di criminali e l’unica etica da usare è quella di denunciarli alla magistratura.

L’infanta della Fininvest con questa sortita ci confessa che avere un padre gaglioffo le pesa molto e parla di etica proprio perché la “rispettabilità” è un problema di famiglia, e dunque definire l’azienda del padre, etica, vuole dire dare un contributo per pretendere rispettabilità (la lingua batte dove il dente duole).
La bambina è tutta suo padre, nega l’evidenza, e filosofeggia per comunicare agli italiani e al mondo che i padroni sono buoni, anzi etici, e in questa sua non facile impresa è sostenuta dalla palpitante Veronica, che di etica se ne intende, avendo sposato Silvio per il suo rigore morale, disprezzando totalmente il suo conto in banca.
Il capitale crea i suoi cloni, di padre in figlia, diventa così eterno, dinastico, visto che le oligarchie economiche si sono prese anche il potere politico.

4 ottobre 2008

Paolo De Gregorio

fonte: padegre@libero.it

In difesa della filosofia (commento)

Caro compagno De Gregorio,
ho letto con piacere il suo articolo “L’etica e la famiglia Berlusconi” e ne condivido tutte le riflessioni, tranne una. Quando lei scrive, a proposito di Barbara Berlusconi: “Non è dato sapere con quali argomenti la gagliarda fanciulla abbia sostenuto la sua tesi, ma essendo laureanda in filosofia, possiamo immaginare che abbia usato la nota ambiguità e fasullaggine della materia con la quale, si sa, si possono costruire tutte le tesi. ”

L’evidenza che lo studio della filosofia è una grande scuola di riflessione etica e politica per molti compagni dovrebbe bastare a confutare la sua assurda affermazione. A ciò si aggiunge una semplice costatazione: la filosofia è uno strumento razionale di indagine della realtà che ha sempre dovuto combattere contro la mistificazione mitica o ideologica della realtà stessa. La filosofia è dunque il processo razionale che, se ben condotto, giunge alla contestazione e anche alla falsificazione di tesi ideologiche e parziali; è però in ogni caso da tener presente che lo sforzo per acquisire un metodo il più possibile valido di analisi e di comprensione della realtà è parte integrante della filosofia, la quale può così contribuire a sgretolare le incrostazioni ideologiche che spesso hanno caratterizzato la stessa riflessione politica della sinistra (oltre che degli intellettuali borghesi… ma ciò è estremamente ovvio).

Mi permetta un’ultima riflessione: le ragioni per cui un comunista lotta per la costituzione di un mondo di liberi e di uguali sono, a mio parere, in ultima analisi di carattere etico e metafisico, giacché ogni altra fondazione dell’idea comunista mi pare contraddittoria. Non siamo più nel periodo del posthegelismo o del positivismo ottocenteschi: potremmo trovare il coraggio di riconoscere che esiste un modo di fare filosofia, anzi di fare metafisica, che si svincola dalle pregiudiziali ideologiche borghesi e che fonda, con il proprio processo analitico, la possibilità stessa di un superamento razionale delle condizioni dell’ideologismo borghese.

Ovviamente Barbara Berlusconi non è una filosofa di tale orientamento, per la semplice ragione che non è una filosofa, ma solo una donna di sistema che usa i procedimenti della falsa retorica anziché quelli dell’indagine razionale.

I miei migliori saluti.

Marco Gallarino

fonte: il pane e le rose

http://www.pane-rose.it/utilities/media.php?id=1212

Personalmente, condivido l’articolo… ma-anche il commento! 🙂


«Troppo nero per noi». Il caso di padre Joseph spacca la Norvegia

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Solidarietà ariana – Dagli Usa plauso degli eredi del Ku Klux Klan

Sospeso dal suo vescovo, difeso dagli altri

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DAL CORRISPONDENTE DEL CORRIERE

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BRUXELLES — Nell’anno di grazia 1349, alla fine dell’inverno, una nave brulicante di topi salpò dalla Gran Bretagna, puntando a Nord. E così, poche settimane dopo, sulle zampe dei topi la peste nera sbarcò a Bergen e in tutta la Norvegia. Anche a Oppdal, ricco borgo fra le montagne, che fu devastato dal contagio: da 2200 che erano, gli abitanti calarono a 300, e ancora la memoria si tramanda. Ma non è per questo che lassù, in quel centro sciistico che oggi ha 6.500 abitanti bipedi e 45.000 quadrupedi (cioè pecore: primato comunale della popolazione ovina in Norvegia) il color nero sembra fare ancora paura. E’ per il volto di Joseph Moiba, sacerdote africano, nato nella torrida Sierra Leone 37 anni fa e da 8 trapiantato fra le nevi, il primo prete nero nella storia della Norvegia, laurea in teologia, cittadinanza in regola, e probabilmente un gran magone nel cuore: più volte, ai funerali dei suoi parrocchiani, varie famiglie l’hanno scacciato, impedendogli di celebrare i riti. Sarebbero echeggiate frasi come «per gente come te non c’è posto in Norvegia», e sarebbe partito anche qualche calcio all’auto del prete. Che alla fine, è stato convocato dal suo vescovo: stretta di mano, soluzione «diplomatica», l’invito a non celebrare più funerali e a riposare per un pò.

Ma altri vescovi del paese si sono ribellati, accusando quel presule di razzismo, e il caso ha finito per coinvolgere tutta la Chiesa di Norvegia, cioè la chiesa protestante di Stato. «Abbiamo molta strada da fare — ha detto il capo dei vescovi — prima di poter dire che ci siamo sbarazzati di tutti i pregiudizi». Come sempre avviene in questi casi, l’episodio isolato può aprire finestre indesiderate sul passato. E anche qui, sottotraccia, forse serpeggiano memorie scomode: quelle legate ai collaborazionisti norvegesi che sostennero il governo di Vidkun Quisling, figlio di un pastore protestante e fondatore del partito nazista norvegese; fra i sogni che lo legavano al suo mentore, Adolf Hitler, c’era anche quello del «Nord ariano», razzialmente «puro», tanto che nel 1942 modificò la Costituzione con un paragrafo che proibiva la residenza in Norvegia agli ebrei. Pure lui, Quisling, trovò chi lo ascoltò: anche se la grande maggioranza dei norvegesi lo disprezzò e lo derise (come in fondo fece Hitler). E anche se la resistenza norvegese fu una delle più combattive in Europa.

Ma queste sono tutte storie passate, che non riguardano naturalmente padre Joseph. Lui, che viene da una famiglia cristiana da 3 generazioni e ha una laurea con il massimo dei voti corroborata dalla specializzazione presa ad Oslo, non ha fatto comizi, come pure qualcuno gli aveva suggerito: si è chiuso in casa, con il pretesto di un malore, e aspetta le decisioni dei vescovi. Ma intanto la storia ha camminato con le sue gambe ed è finita in politica, perché il Kristelig Folkeparti, il partito cristiano-popolare, ha preso le parti del sacerdote. E anche perché è sceso in campo un nome importante: Kjell Rokke, pescatore in Alaska da ragazzo e oggi settimo nella classifica dei norvegesi più ricchi (patrimonio stimato sui due miliardi di euro).

Poi, dai giornali locali, la storia è rimbalzata sulle onde di Internet oltre l’Atlantico, e là ha provocato un altro genere di reazione. Quelli di «Stormfront-Orgoglio Bianco», un movimento di Memphis nel Tennessee che sembra aver raccolto il testimone del Ku Klux Klan, dal loro fiammeggiante sito web hanno indicato i parrocchiani di Oppdal all’ammirazione del mondo: «Bravi, basta con il mantra del multiculturalismo diffuso dalla chiesa in Europa! Hanno detto a quel tipo “non c’è posto per gente come te in Norvegia”, e noi non potremmo essere più d’accordo». E ancora: «Woo, bel goal per la Norvegia». E l’invito a tutti gli europei: «Minate i vostri confini». Fra i firmatari degli appelli, «Walhalla» o «Fiero Prussiano». Ma ogni tanto, si affaccia fra loro anche qualche nome italico. Come uno che saluta «Heil, camerati!» e dice di abitare nell’«Unione Socialista Sovietica Giudaica Massonica Europea», testuale.

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Luigi Offeddu
05 ottobre 2008

fonte: http://www.corriere.it/esteri/08_ottobre_05/padre_joseph_spacca_norvegia_63628e22-928b-11dd-9aca-00144f02aabc.shtml

Somala offesa, Maroni: chiederò i danni. E Gasparri: credo agli agenti, non a lei

Articolo21: «Frasi razziste da parte del presidente dei senatori del Pdl»

Il Viminale si costituirà parte civile nel processo contro la donna che ha denunciato maltrattamenti a Ciampino

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Amina Sheikh Said (Eidon)
Amina Sheikh Said (Eidon)

MILANO – Resta in primo piano la vicenda di Amina Sheikh Said, la 51enne italiana di origini somale, che ha denunciato di essere stata «umiliata, maltrattata e oltraggiata, tenuta nuda per ore all’aeroporto di Ciampino». In un’intervista al quotidiano La Padania, Roberto Maroni ha annunciato che il ministero dell’Interno di cui è a capo si costituirà parte civile contro la donna somala.

«CLAMOROSA MONTATURA» – «È una clamorosa montatura, fatta anche dalla stampa, che non c’entra nulla col razzismo e non c’entra nulla con la prevaricazione della Polizia. Anzi – ha spiegato Maroni – direi che è tutto il contrario. La Polizia, infatti – sottolinea il titolare del Viminale – ha applicato con rigore la legge. Per questo motivo è stata presentata un querela contro questa signora, alla quale io aggiungerò una richiesta di danni, costituendomi, come ministero, parte civile. Non si può permettere – continua Maroni – che si infanghi la Polizia accusandola di comportamenti razzisti. Ed è veramente incredibile che i giornali – ha sottolineato anche il ministro leghista – diano credito a queste affermazioni senza nemmeno riportare correttamente ciò che è stata l’azione della polizia».

GASPARRI – La decisione di Maroni è stata accolta con soddisfazione dal Sap, il sindacato autonomo di polizia. Nel frattempo la denuncia di Amina tiene banco nel dibattito politico. Il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, invita a fare attenzione alle campagne montate sulle menzogne, come quella sul razzismo. «Fa bene il Viminale a reagire alla somala che probabilmente mente attaccando la polizia. Tra la sua parola e quella degli agenti non ho dubbio a credere alla seconda. Così come a Castelvolturno prima di parlare di razzismo bisogna far luce tra le cosche di varia nazionalità, tutte da spazzare via, locali o immigrate». A Gasparri replica Giuseppe Giulietti, portavoce Articolo21, secondo il quale le frasi del presidente dei senatori del Pdl «hanno il germe del razzismo. Le parole della signora somala e degli agenti hanno lo stesso valore . Non sta a noi giudicare, ma ad una autorità terza come accade nello stato di diritto».

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05 ottobre 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_ottobre_05/somala_maroni_gasparri_3737cb34-92e3-11dd-9aca-00144f02aabc.shtml

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Amina Sheikh Said

Caso Amina Sheikh Said: lo Stato italiano ha deciso di annientarla

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Il gruppo EveryOne non riceve solo un numero consistente di denunce da parte di clandestini e Rom riguardanti trattamenti inumani e/o degradanti subiti da parte delle forze dell’ordine, ma ha assistito in prima persona, con i suoi membri, ad azioni violente, umilianti e intimidatorie da parte di agenti di pubblica sicurezza nei confronti di Rom ed extracomunitari.

Ecco perché non fatichiamo a credere alle parole di Amina Sheikh Said, la 51enne italiana di origini somale, che ha denunciato, con coraggio, dato il clima attuale che circonda le persone di colore, di essere stata “umiliata, maltrattata e oltraggiata, tenuta nuda per ore all’aeroporto di Ciampino”. Come prevedibile, le Istituzioni non prendono le distanze dagli agenti che sono sospettati da comportamenti intolleranti e violenti, in attesa che venga fata chiarezza sul caso, con indagini scrupolose e attenzione ai diritti di Amina, che si è esposta ai gravi pericoli insiti nel razzismo che imperversa in Italia.

Roberto Maroni ha già annunciato che il ministero dell’Interno si costituirà parte civile contro la donna somala, definendo le terribili violenze da lei subite come “una clamorosa montatura, fatta anche dalla stampa, che non c’entra nulla col razzismo e non c’entra nulla con la prevaricazione della Polizia. Anzi, non si può permettere che si infanghi la Polizia accusandola di comportamenti razzisti”. Niente di nuovo sotto le fosche nubi di ottobre: lo stato di razza italica mette il proprio potere non al servizio della democrazia e della giustizia, ma per schiacciare una donna, una donna debole, discriminata e già provata dagli eventi che l’hanno sconvolta per sempre.

Il Sindacato autonomo di polizia, commettendo un gravissimo errore, applaude Maroni, senza che sia stata ancora fatta luce sull’evento. Questa posizione di difesa a tutti i costi ci ricorda il caso del pestaggio effettuato da agenti della polfer contro il pastore evangelico Rom Stelian Covaciu. Nonostante i testimoni e il referto dell’ospedale, la questura di Milano ha definito a priori “una montatura” il caso. Successivamente, gli stessi agenti che avevano pestato la famiglia Covaciu facevano ritorno sul luogo della spedizione punitiva, cercando la vittima con i toni intimidatori di squadristi. Grazie a quella “montatura” oggi Stelian non è più la persona solare e ottimista di prima, ma un uomo distrutto, depresso, incapace di trovare pace. Ha lasciato Milano, per sfuggire i suoi persecutori, e non riesce a stabilirsi in nessun luogo, perché gli incubi – che hanno l’aspetto di agenti in divisa – lo seguono ovunque. Ha vissuto in Basilicata per qualche tempo, poi è tornato in Romania e al momento attuale si sono perse le tracce di lui e della sua famiglia.

Il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, attacca a propria volta la donna: “Fa bene il Viminale a reagire alla somala che probabilmente mente attaccando la polizia. Tra la sua parola e quella degli agenti non ho dubbio a credere alla seconda”. Gli risponde, con il giusto buon senso, Giuseppe Giulietti, portavoce Articolo21: “Queste dichiarazioni contengono il germe del razzismo. Le parole della signora somala e degli agenti hanno lo stesso valore. Non sta a noi giudicare, ma ad una autorità terza come accade nello stato di diritto”. R.M.

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Contatti:
Gruppo EveryOne

www.everyonegroup.com :: info@everyonegroup.com

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fonte: http://roma.indymedia.org/node/5035

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Perplessità su tempi e perquisizione
Lei insiste: pronta al confronto

Dall’ufficio Polaria la donna chiamò un’avvocatessa che rinunciò a presenziare

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ROMA
Adesso Amina Sheikh Said vuole un «confronto all’americana»
con le poliziotte in servizio all’aeroporto di Ciampino il 21 luglio scorso. Al magistrato che ha ricevuto la sua denuncia e indaga per perquisizione arbitraria e minacce, chiederà di acquisire il foglio delle presenze al varco di frontiera dello scalo romano. E di metterla faccia a faccia con quelle donne che, dice, «mi hanno umiliata e offesa», costretta a «subire insulti, minacce e ingiurie perché avevo rifiutato la visita vaginale e anale alla quale mi volevano sottoporre». Non arretra la signora somala che accusa gli agenti della Polaria di maltrattamenti durante un controllo. Ma sono molte le circostanze che anche lei dovrà chiarire al pubblico ministero. E la prima riguarda proprio la decisione di rendere pubblico il suo caso con un esposto oltre due mesi dopo i fatti. Anche perché — si scopre ora — mentre era negli uffici della Polaria contattò un’avvocatessa per sapere come si doveva comportare. La telefonata è annotata nei verbali di quel giorno e si dà atto che il legale rinuncia a presenziare. Il 21 luglio la donna è stata denunciata per resistenza a pubblico ufficiale. Perché ha atteso così tanto tempo prima di spiegare per quale motivo si era scagliata contro il personale della frontiera, i doganieri, i medici? «Volevamo scoprire come si evolveva l’indagine — spiega il suo attuale avvocato Luca Santini —, se la polizia ci avesse presentato delle scuse, potevamo chiudere la vicenda. E invece ora andiamo avanti, denunceremo per diffamazione chi ha detto che Amina era nota per essere una ovulatrice ». Ci sono due inchieste sul conto della straniera avviate dalla procura di Roma prima del-l’apertura di questo nuovo fascicolo. In entrambi i casi il reato ipotizzato è l’introduzione di sostanze stupefacenti sul territorio nazionale. Nel gennaio del 2007 e nel marzo del 2008 la Guardia di Finanza di Fiumicino l’ha segnalata per possesso di khat, una sostanza vietata in Italia perché equiparata all’anfetamina. È stato proprio questo, a luglio, a far scattare il controllo al posto di frontiera. Amina Sheikh Said proveniva da Londra, era con i quattro nipotini, arabi con passaporto britannico. Poiché si trattava di minori, la procedura prevede verifiche accurate per accertare che ci sia un rapporto di parentela.

E quando il terminale ha evidenziato i due «precedenti» si è deciso di avvisare i doganieri. Nella denuncia la signora ha parlato di «un andirivieni di persone mentre ero nella stanza per le perquisizioni». Adesso il suo avvocato spiega invece che «inizialmente c’erano due persone e soltanto dopo sono arrivate le altre, parecchio personale si è avvicendato». Ribadisce che «Amina era tesa, ma ubbidiente e condiscendente. Si è opposta alla perquisizione soltanto quando ha visto la poliziotta indossare i guanti di lattice ». Ben diversa è la versione della polizia, descritta nella relazione di servizio compilata il 21 luglio che oggi sarà consegnata al magistrato. «La perquisizione personale — è scritto — veniva effettuata da una funzionaria doganale e da un’agente della Polaria. In tale sede la donna mostrava immediatamente irrequietezza e contrarietà e andando in escandescenza si privava degli abiti che indossava, gettandoli addosso agli operatori e rimanendo solo con il reggiseno. Mentre il personale femminile cercava di riportarla alla calma, inveiva contro lo stesso con urla e minacce aggiungendo che sarebbe uscita dallo scalo senza indumenti». In quel momento sono arrivate altre due donne: il sostituto commissario e la dottoressa del pronto soccorso. Dal momento del fermo a quello del rilascio, avvenuto dopo le radiografie che avevano escluso la presenza di ovuli nel corpo, sono trascorse sei ore. Amina Sheikh Said è andata via consapevole di essere stata denunciata. «Io sono stato contattato il primo agosto — afferma l’avvocato Santini — e le ho consigliato di aspettare prima di presentare la denuncia. La signora è ripartita per Londra, ci sono state le ferie, poi il Ramadan. È trascorso del tempo, è vero, ma perché il ministro dell’Interno non ha atteso l’esito dell’inchiesta penale prima di annunciare la denuncia per calunnia? ».

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Fiorenza Sarzanini
06 ottobre 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_ottobre_06/sarzanini_perplessita_tempi_perquisizioni_0d5c4056-9379-11dd-8968-00144f02aabc.shtml

Tremonti-D’Alema, lite su Marx

ADESSO USCIRA’ FUORI CHE IL ‘CAPITALE’ L’HA SCRITTO BERLUSCONI..

http://philosophos73.files.wordpress.com/2008/03/kapital.jpg

L’ex ministro: «sia pure in bocca di Tremonti, Karl Marx resta sempre Karl Marx»

L’esponente del Pd: «Mi fa piacere che il ministro lo citi». La replica: «Voi lo avete letto senza capirlo e poi tradito»

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Massimo D'Alema e Giulio Tremonti (Imagoeconomica)
Massimo D’Alema e Giulio Tremonti (Imagoeconomica)

MILANO – «Non credo alle discussioni da salotto sulla fine del capitalismo. La causa di quello che stiamo vivendo è nella globalizzazione». Parola di Giulio Tremonti. Alla festa del Pdl a Milano il ministro dell’Economia ha ripercorso le tappe della crisi finanziaria mondiale («Tutte le crisi finiscono, anche questa crisi finirà»), ha affrontatao la questione Alitalia (compiancendosi del fatto che la crisi è stata risolata «senza un’ora di sciopero») ed è anche tornato sullle dichiarazioni di Massimo D’Alema secondo cui Tremonti ha ripreso da Marx la frase «Il denaro non produce magicamente il denaro». «Ho letto sui giornali – ha detto il ministro – che io avrei tratto questa frase da Marx. Intanto niente di male. Il problema – ha aggiunto il ministro dell’Economia – non è chi ha letto Marx, ma chi non lo ha capito e chi lo ha tradito senza neanche capire di averlo tradito».

«MARX È SEMPRE MARX»Nel corso del suo intervento al Convegno dei Giovani imprenditori, D’Alema, «duettando» a distanza con Tremonti, lo ha citato più volte. «Ho letto sui giornali che ha detto “il denaro non produce magicamente denaro”… è una citazione di Karl Marx», ha ricordato l’esponente del Pd con un sorriso. «Mi fa piacere – aggiunge – perché, sia pure in bocca di Tremonti, Karl Marx resta sempre Karl Marx».


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05 ottobre 2008

fonte: http://www.corriere.it/politica/08_ottobre_05/marx_lite_dd07416c-92f1-11dd-9aca-00144f02aabc.shtml

INCHIESTA – Gioventù bevuta

SU L’ESPRESSO IN EDICOLA QUESTA SETTIMANA
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di Riccardo Bocca
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Cominciano a bere a 11 anni, a 16 sono alcolizzati. Da Napoli a Vicenza, viaggio tra i ragazzi che si stordiscono di birra, vino, liquori. Una generazione che si ubriaca per trovare un’identità e sentirsi libera

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Foto di G. Micalizzi/CESURALAB per L’espresso

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Martina ha 15 anni, l’alito che sa di grappa e il naso sporco di sangue. Alle due di pomeriggio è seduta sul ciglio della strada nel centro di Milano, tra autobus che la sfiorano e passanti che la ignorano. Ha gli occhi socchiusi e l’aria assente. Poi si riaccende, vede che non è sola e racconta senza imbarazzi le sue giornate: “Tutte uguali”, dice: “La mattina passo dal supermercato e compero birra, grappa e pseudo soft drink. Poi arrivo a scuola e mi faccio dare i soldi dai compagni che bevono con me. Ci chiamano i bottiglioni, ma chi se ne frega. All’intervallo andiamo nei bagni e ci sfondiamo di alcol, dopodiché torniamo in classe e stiamo da dio. A volte ci assopiamo pure, mentre i professori fanno lezione e fingono di non vedere. O forse non si accorgono proprio, questo non l’ho ancora capito”.

Così ogni giorno, ogni settimana. Solo che oggi, 27 settembre, le lezioni sono finite male. Uscita dal liceo scientifico, Martina è andata in confusione ed è caduta con il motorino. Allora tutto è girato storto e “m’è venuta la paranoia”. Ma non c’è problema, dice: “Questo weekend lo passo in casa a studiare. Lunedì m’interroga la prof di latino e voglio uscirne bene”.

Leva il sangue dal viso con un fazzoletto rosa, si aggiusta in spalla lo zainetto e saluta: apparentemente normale. Sorridente. Contenitore perfetto per nascondere il suo problema. Quello che Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, definisce un’epidemia culturale tra i giovani. Il bere per il bere: a qualunque ora, senza limiti. Per la voglia di ubriacarsi, di fulminarsi e andare altrove: “In una dimensione irreale dove i ragazzini cercano un’identità”, dice Emanuele Scafato, direttore dell’Osservatorio nazionale alcol all’Istituto superiore di sanità: “Un buco nero nel quale troppi minori scivolano senza accorgersene”.

Peggio ancora va con gli adulti: “Nel senso che sottovalutano gli abusi alcolici dei figli”, dice Scafato. In questi giorni l’attenzione è centrata sulle tabelle antisbronza che discoteche e pub espongono dal 23 settembre (vedi box a pag. 45). L’obiettivo è limitare i danni del sabato sera, centinaia di ragazzi che puntualmente si schiantano in automobile. Ma il problema parte prima, molto prima della maggiore età.

“L’Italia”, dice Scafato, “ha un orribile record: si inizia a bere a 11 anni, contro la media europea di 13″ Il resto è spiegato nell’ultima indagine Istat. Dal 1998 al 2007 il consumo di alcol fuori pasto tra i 14 e i 17 anni è passato dal 12,6 al 20,5 per cento: con le ragazze salite dal 9,7 al 17,9 e i maschi dal 15,2 al 22,7. Il che è l’opposto dello stereotipo nazionale: quello dell’adolescente con il goccio di vino a tavola, sotto lo sguardo complice di mamma e papà. Ma è in linea con il 19,9 per cento dei ragazzi che tra gli 11 e i 15 anni bevono alcol almeno una volta l’anno (54,7 nella fascia tra i 16 e i 17). E con il 7 per cento che tra i 14 e i 17 anni ammette di bere alcolici almeno una volta la settimana.

Francesco alza le spalle, quando sente le statistiche. C’è anche la sua storia, in questi numeri, ma non gli importa. Da tre anni ha finito le scuole medie, fa il manovale nei cantieri fuori Roma e alle 11 del mattino gira per le impalcature con una bottiglia di birra in mano. “Bere è bello”, dice: “Cioè, ti stordisce. Però t’aiuta…“. Sei mesi fa, racconta, è andato in crisi: “L’idea di scaricare mattoni a vita m’ha mandato ai matti”. Allora ha provato a cambiare settore: fattorino, magazziniere, idraulico. Porte chiuse in faccia.

A 16 anni, con 500 euro al mese in nero, si è sentito finito. E ha iniziato a bere: prima in compagnia, tutte le sere “birra, vino, whisky, ma anche sambuca e amari”; poi sul lavoro, senza pensare ai rischi. Finché un giorno è caduto da un primo piano e si è spaccato un braccio. “Al pronto soccorso il dottore m’ha sgamato”, ricorda: “M’ha detto di andarci piano, con le bevute. E io ho risposto: esagero, invece. Meglio ammazzarsi di vino che ‘sto strazio.

I medici usano altri termini, per fotografare le baby sbronze. Parlano di binge drinking, l’abitudine a “consumare eccessive quantità di alcol (per convenzione sei o più bicchieri) in un’unica occasione”. Ma la questione non cambia: “I ragazzi italiani, a prescindere dalla latitudine e dalle classi sociali, hanno conferito al bere un potente ruolo sociale”, dice lo psichiatra Michele Sforza, direttore del servizio Alcologia alla clinica Le Betulle di Appiano Gentile (Como): “Ubriacarsi, per loro, è un po’ come apparire in televisione: esalta l’esistenza, la giustifica e la proietta oltre gli ostacoli. Niente a che vedere con la trasgressione: al contrario, gli under 18 si ubriacano per conformismo. Per farsi forza. Non vogliono essere sfigati e bevono: come tutti quelli che li circondano”.
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Le conseguenze rimbalzano sui quotidiani. A Belluno, questa estate, una quattordicenne è stata ricoverata in coma etilico dopo un festino diurno. Sempre in Veneto, il ‘Gazzettino’ ha titolato: ‘Trecento adolescenti l’anno in coma etilico’. A Rimini, il pronto soccorso ha registrato in due mesi (giugno e luglio) 200 casi di forte alterazione alcolica, con il 40 per cento delle ragazze tra i 16 e i 22 anni. “I giovanissimi bevono sempre di più”, conferma Mario Cavazza, direttore del pronto soccorso al Sant’Orsola di Bologna, “ma inquadrare il fenomeno è difficile. Molti non vengono in ospedale perché informiamo le famiglie”.

“Piuttosto”, dice Maria Paola, 17 anni, istituto tecnico a Bari, “dormo da un’amica, deliro un po’ e passa tutto. Cioè: quasi sempre passa. A volte esagero e svengo, anche due o tre volte di fila. Perdo il controllo e parto con la testa. Finalmente non c’è mia madre che rompe, o mio padre che urla perché ha perso l’ennesimo lavoro. Ci sono soltanto io: libera da tutto e tutti”.

Di queste storie è affollata Internet. Basta entrare nella comunità di Facebook e digitare la parola ‘sbronza’. Così s’incontra il gruppo dei ‘Non siamo alcolisti anonimi ma ubriaconi famosi’, ragazzi ad alta gradazione con slogan tipo ‘I believe in alcol’ e ‘Datemi un cuba!!!!’. Oppure trovi il gruppo di ‘Quelli per cui l’alcol è il primo nemico… e davanti al nemico non scappano’, 2 mila 664 iscritti.

Scrive Marco: “Ecco… allora…
Io la più grande botta che mi sono preso è stato al compleanno di un amico. Mi sono sparato un litro e mezzo di sangria, due bottiglie di spumante e non so che altro. Il brutto è che la sangria si fa con il vino rosso e basta, mentre l’avevano fatta con rosso+bianco+frizzantino+spumante. Ho vomitato a letto mentre dormivo e ho svegliato tutti in casa. Quando alle quattro di notte i miei sono entrati in camera, ero incosciente. Stavo per affogare nel vomito. E ovviamente, il giorno dopo, amnesia totale…”.

Si potrebbe pensare: i ragazzi, minori e non, hanno sempre bevuto. Magari un po’ meno, magari senza l’attenzione dei giornali addosso. Ma non è così: “È cambiato tutto”, dice Riccardo Gatti, direttore del dipartimento delle Dipendenze all’Asl di Milano: “I minori bevono in quantità impressionante perché il sistema dei new media li induce a farlo. Chi produce alcolici agisce on line, crea consenso indotto, spara input suggestivi. E finisce l’opera con la pubblicità, abbinando l’alcol a immaginari vincenti. Così l’appello al ‘bere consapevole’ non ha senso. Anche perché i minori bevono già ‘consapevolmente’: vogliono stravolgersi e usano l’alcol come una droga”.

“Verissimo”, dice Eli, 14 anni, capelli a caschetto, All Star ai piedi e idee chiare in testa: “Sappiamo cosa facciamo e siamo meno ipocriti degli adulti. L’altro giorno, ad esempio, sono andata sul sito della Campari. Volevo vedere se c’era qualcosa di nuovo da bere. Di solito mi faccio calette di vodka e Red Bull, che aiuta a stare sveglia, ma avevo voglia di cambiare. Sullo schermo, però, è apparsa la scritta: ‘Se vuoi accedere alla sezione Brand devi essere maggiorenne’. Sotto c’erano due pulsanti: uno per i minori e l’altro per gli over 18. Ho premuto il secondo, ho inserito la data di nascita di mia madre e sono entrata alla grande. Non è assurdo?”.

In effetti sì. Ma non è l’unica stranezza, sul fronte dell’alcol. Un altro paradosso lo segnala il dottor Gatti: “Con la legge 125 del 2001 è stata creata la Consulta nazionale dell’alcol. E da chi è composta, oltre che da medici qualificati e addetti ai lavori? Da un rappresentante delle associazioni di produttori e venditori di alcol”. Incredibile, dicono i medici: “Come se nella consulta sulla droga ci fosse un trafficante colombiano…”. “D’altro canto”, ribatte il presidente di Assobirra Filippo Terzaghi, “sarebbe assurdo se all’interno della Consulta, dove si affrontano gli aspetti commerciali del bere, non ci fosse la nostra voce. Polemiche a parte, c’è un punto sul quale concordiamo tutti, studiosi, produttori e Organizzazione mondiale della sanità: i ragazzi con meno di 15 anni non devono assolutamente bere alcolici. Lo ribadiamo di continuo. Anche per una ragione pratica: non vogliamo pubblicità negativa”.
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Intanto, le notti italiane sono affollate di minorenni ubriachi. Dalla Puglia all’Emilia Romagna, dal Lazio al Veneto è una fila continua di bicchieri vuoti. Si decolla il pomeriggio con l’happy hour a base di cocktail o ready to drink (mix alcolici in bottiglietta) e si atterra a notte fonda con assortimenti vari. L’Istat specifica che le bevande più diffuse nella fascia 11-17 anni sono birra (18,6 per cento), aperitivi (15,2), vino (11,7), amari (6,2) e superalcolici (7,7). Un affare da milioni di euro che non conosce crisi.

Verificarlo è facile: basta infilarsi un mercoledì sera nella movida milanese di viale Montenero, davanti al Cafè Mom. Oppure seguire i quattordicenni sbronzi che, alle Colonne di San Lorenzo, fanno collette per comperare cocaina. O ancora, sbarcare un sabato qualunque nel centro di Vicenza, dove gli under 18 si trovano dopo cena a strabere. Ciondolano davanti all’Ovosodo, al Grottino o all’Osteria Cancelletto, con i bicchieri in mano e le espressioni stranite.“Non conoscono limiti”, dice Fabio Casarotto, titolare del Cancelletto. “Molti iniziano la serata bevendo gli spritz (Aperol, Campari, seltz, vino bianco) e continuano a oltranza con i chupiti: bicchierini di rum o tequila da ingurgitare in un colpo secco. Logico che fondono: bevono, tirano coca e non andrebbero mai a dormire”. Mirko, Leo e Stefania, per esempio, all’una di notte hanno finito il giro dei locali vicentini. Sono brilli, un po’ fumati, ma hanno ancora voglia di alcol. “Vai di beverone!”, ride Stefania (17 anni). Poi s’attacca a una bottiglia di plastica da un litro e mezzo piena di liquido verdastro. “Lo prepara lei”, dicono Mirko e Leo (entrambi 15 anni). “Non sappiamo neanche cos’è: ci stende e basta”.

Non temono di diventare alcolisti. Bevono soltanto nel fine settimana: “Per gioco, per dare il meglio in compagnia”, dicono. Eppure è questa, ricorda Scafato dell’Istituto superiore della sanità, la strada maestra verso la dipendenza: “Il problema è dialogare, con questi ragazzini. Renderli consapevoli dei rischi. E ragionare, intanto, con le strutture di analisi e prevenzione: dalla Consulta ai servizi territoriali, fino alle associazioni volontarie”.

In pratica, quello che avverrà il 20 e 21 ottobre a Roma nella prima Conferenza nazionale sull’alcol. Un appuntamento preceduto da grandi aspettative e qualche polemica. Ad esempio, c’è chi considera inadeguato il milione 32 mila 914 euro stanziato annualmente dal ministero della Salute per “le azioni di informazione e prevenzione” contro l’alcolismo; soprattutto se paragonato ai 4 milioni 986 mila euro spesi nel 2007 dal ministero della Salute per la lotta all’abbandono degli animali. “Ci vogliono mezzi, personale e fondi a tutto campo”, dice Germano Zanuzzo, responsabile del Sert (Servizio pubblico tossicodipendenze) di Treviso. “Fino agli anni Novanta i ragazzi non bevevano regolarmente: anzi, lo giudicavano un comportamento da vecchi. Ora ubriacarsi fa tendenza. Sintonizza i giovanissimi con la società degli adulti, i cui le sbronze premeditate sono l’altra faccia dell’efficentismo sfrenato”.

Anche da questo, parte l’appello un po’ retrò del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi (con delega a famiglia e droga): “Bisogna puntare sul ruolo della scuola, delle associazioni sportive e della chiesa”, dice. Propone di non concedere il patentino ai sedicenni che abusano di alcol o droghe. E vigila come può, estendendo a tutta Italia i controlli stradali. Ma deve confrontarsi, alla fine, con un Paese dove i divieti antisbronza sono pochi e poco rispettati: niente alcolici nei locali dopo le due di notte, massimo 0,5 grammi di alcol per litro nel sangue di chi guida. E niente mescita di alcolici ai minori di 16 anni. “In altre parole”, dice Roberta Agabio dell’Università di Cagliari, membro della Società italiana di alcologia, “i ragazzi non possono bere alcolici versati in bicchiere, ma possono acquistarli in bottiglie chiuse”. Grottesco, vista l’emergenza in atto. “Le storie con cui ci confrontiamo”, dice Agabio, “hanno per protagonisti undici-dodicenni che a 16 anni sono dipendenti. Giovani con evidenti difficoltà fisiche e psichiche: dalla gastrite alla depressione, fino alle esplosioni di aggressività”.

Un repertorio che Claudio, geometra genovese, conosce bene. Lui i 18 anni li ha passati, ma il suo disastro è cominciato in quinta elementare. “Mia madre”, racconta, “mi mandava a comperare il vino da un grossista vicino a casa. E quello, per cortesia, mi offriva un bicchiere di rosso. Da allora ho bevuto di tutto: birra, cocktail, superalcolici. Anche amari e vino: tanto vino. Sono arrivato a scolarmi due, tre bottiglie a sera. E a buttarci sopra, per compensare, la cocaina”. Un inferno che i genitori intuivano, ma non osavano affrontare: “‘Ti droghi?’, chiedeva ogni tanto mio padre. E io: ‘No, stai tranquillo, bevo solo qualche bicchiere’. Al che mi lasciava stare. Perché anche lui beveva, al bar”.

Oggi Claudio partecipa regolarmente
alle riunioni degli Alcolisti anonimi, l’organizzazione autofinanziata che dal 1972 aiuta in Italia le vittime del bicchiere. Si siede attorno a un tavolo con altri venti bevitori e parla del suo problema. Ad ascoltarlo c’è Francesca, segni freschi sul polso di un tentato suicidio. C’è Giorgio, aria benestante, che vuole “ricostruire i sogni infantili distrutti dall’alcol”. E c’è Mauro, ex campioncino di ciclismo, bruciato da vodka, rum e acidi. C’è, insomma, un’umanità in bilico che costruisce solidarietà tra bevute e ansie. Tutti si presentano allo stesso modo: con il nome di battesimo e l’aggettivo ‘alcolista’. E tutti ripetono lo stesso invito, rivolto non ai minorenni, ma ai loro genitori: “Smettetela con la storiella che il vino fa bene, che un bicchiere a tavola fa sangue. Aprite gli occhi e tutelate la salute dei vostri figli”.

Parole chiare. Mutuate, non a caso, dall’Organizzazione mondiale della sanità, la quale punta per il 2015 all’azzeramento dell’alcol tra gli under 15. “La sfida è pesante”, dice Aniello Baselice, presidente dell’Aicat (l’Associazione italiana dei club per alcolisti in trattamento, attiva in Italia con 2 mila 300 gruppi multifamiliari): “Dobbiamo aiutare i ragazzi a riconoscere di avere un problema con l’alcol. Soltanto a quel punto, è possibile il recupero umano e psicologico”.

Proprio come dovrebbe fare Patrizia, 16 anni, campana, da quattro anni persa nell’alcol. Lei sa che si sta distruggendo. Sa, anche, che bere prima dei 15 anni quadruplica il pericolo della dipendenza. Ma non si è mai frenata: “Dopo una partita della Salernitana”, ricorda, “ero talmente fusa che mi hanno ricoverata in ospedale. Sono fatta così, e la società non mi aiuta a cambiare“. L’altra sera, ad esempio, è andata all’inaugurazione di una discoteca. Non voleva ubriacarsi, “ma gli alcolici erano gratis mentre gli analcolici no. A notte fonda ero sbronza e furibonda assieme. Non si fa così, non si specula sulla nostra pelle”.

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Caos alcolico

Dal 23 settembre scorso i locali di pubblico intrattenimento devono esporre per volontà ministeriale le tabelle ‘antisbronza’. È un tentativo per ridurre gli incidenti stradali, ma il primo scontro è già in corso: tra gli esperti che hanno scritto le tabelle e il presidente di Assobirra Filippo Terzagni, secondo il quale ci sono “errori” e “incongruenze”. …

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Di padre in figlio

Non ci sono soltanto minorenni che abusano regolarmente dell’alcol. Ci sono anche ragazzini che in famiglia si ritrovano con i parenti alcolisti: “Una situazione drammatica, spesso segnata dalla violenza e molto più diffusa di quanto uno s’immagini”.

Chi parla è Katia, portavoce dei gruppi Alanon e Alateen, due filiazioni degli Alcolisti anonimi riservate ai parenti adulti degli alcolisti (Alanon) e a …

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2 ottobre 2008

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fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio//2043300

Contro mafia, cemento e discriminazione: Va in piazza il biologico consapevole

Biodomenica

Stand gastronomici e informativi in più di 50 città, per la Biodomenica 2008

Non solo cibo e rispetto dell’ambiente, ma anche le storie di scelte coraggiose

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di MARCO GRASSO

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I DOLCI alla mandorla prodotti dalla cooperativa L’Arcolaio hanno il sapore del riscatto, quello dei detenuti del carcere di Siracusa. Una storia tra tante, che dà un volto a un settore, quello biologico, fatto di donne e di uomini che spesso hanno portato avanti scelte coraggiose. Aziende che lottano contro la mafia, l’abusivismo o anche più semplicemente la diffidenza ai cambiamenti.

Oggi tutte queste realtà si ritroveranno per la Biodomenica, iniziativa promossa dall’Associazione italiana agricoltura biologica (Aiab), in collaborazione con Coldiretti e Legambiente, e la partnership di Repubblica.it. In 50 piazze d’Italia saranno presenti stand gastronomici, per degustare prodotti e informarsi.

Il reinserimento sociale. “Il biologico è stata una scelta etica, naturale”, racconta Giovanni Romano, presidente della cooperativa L’Arcolaio, nata nel 2003. Specialità: dolcetti alla mandorla. Da tre a sei detenuti prendono parte alle attività del laboratorio di panificazione e pasticceria, e presto altri cinque lavoreranno alla fattoria biologica. Ma non è così facile riavere indietro una vita normale. “Molti, una volta usciti, sperano di trovare un impiego con questo mestiere, ma non è facile, c’è ancora tanta diffidenza, soprattutto al sud”.

Cartoline da un’occupazione.
La storia di Agricoltura Nuova, cooperativa attiva nel sud di Roma, comincia 30 anni fa e solo con il tempo si avvicina al biologico. “Questa realtà nasce nel 1977, da un’occupazione di terre demaniali portata avanti da braccianti e disoccupati – dice Donato De Marco – La svolta è stata passare alla vendita diretta ai consumatori: così abbiamo aumentato gli utili e ridotto i prezzi. Dalla metà degli anni ’90 tutto ciò che produciamo è biologico: verdura, frutta, formaggio, miele, carni.

Lottare contro il cemento e la mafia. Queste terre, dove oggi lavorano 25 soci con regolare affitto, sono state strappate alla speculazione edilizia. “Erano già lottizzate – ricorda De Marco – Poi, grazie alla legge sugli usi civici, siamo riusciti a preservarle. Oggi siamo stati regolarizzati, il terreno è diventato area protetta ed è più facile difendersi”. Lotte aspre, simili a quelle delle cooperative che sorgono su terreni confiscati alla criminalità organizzata. Come la cooperativa Valle del Marro di Gioia Tauro, realizzata dall’associazione Libera di Don Ciotti, oggetto di continue intimidazioni da parte degli uomini della ‘Ndrangheta.

Un modello che funziona. Ma molto più spesso c’è un nemico più comune da sconfiggere: la mentalità. “Abbiamo dovuto vincere prima di tutto l’individualismo tipico contadino – racconta Antonella Del Quattro, della cooperativa Valli Unite, in provincia di Alessandria. “L’idea nasce da tre ragazzi del posto che a metà degli anni ’70 decidono di lavorare insieme la terra. La scelta del biologico è stata fatta partendo dall’alta incidenza di malattie, secondo alcuni dovute all’uso di certi di certi concimi chimici”. A poco, visto che l’esperienza funzionava, molti agricoltori della valle si sono uniti all’organizzazione. “Oggi non è più così strano lavorare in condivisione e produrre biologico, e siamo in ottimi rapporti anche con chi non ha aderito al nostro progetto”.

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/ambiente/biodomenica/bio-piazza/bio-piazza.html?rss

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