Archivio | ottobre 6, 2008

La cucina del potere…

Grazie a Gianfalco, cui ho rubato la vignetta…

Approfondimenti e riflessioni: lefiabedisilvio ed ancora Gianfalco

La crisi vista dalla Cina: «Maledeti americani, ci hanno rovinato»

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Reportage del corrispondente Luca Vinciguerra

6 ottobre 2008

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SHANGHAI – “Maledetti americani”, impreca l’uomo del borsino. “Sì, maledetti americani, ci hanno proprio rovinato”, gli fa eco un altro a fianco a lui. Xu e Zhang fumano nervosamente davanti all’ingresso di una casa di brokeraggio, mentre sparano sentenze al veleno su Wall Street, la politica e l’alta finanza Usa.
I due uomini sulla cinquantina, alla stregua di decine di migliaia di investitori cinesi con il debole per l’azzardo di Borsa, non hanno dubbi: se oggi sono più poveri e inguaiati, è tutta colpa dei loro dirimpettai sulla sponda opposta del Pacifico. È da là che, negli ultimi dodici mesi, è iniziato a soffiare sempre più forte quel vento di sfiducia che ha finito per travolgere il listino di Shanghai, facendolo piombare dai massimi storici a livelli che nessuno, oltre la Grande Muraglia, avrebbe mai più pensato di rivedere. “Gli americani ci hanno rovinato”, ripete Zhang sfilando dai pantaloni le tasche vuote. “Un anno fa, avevo circa 180mila yuan sul mio conto azionario. Oggi, me ne restano a malapena 20mila”, aggiunge l’uomo del borsino con un amaro sorriso di sconforto.
La storia dirà se il crollo della Borsa Rossa, il listino che nel biennio 2006-2007 aveva messo a segno le migliori performance mondiali, è stata davvero tutta colpa degli americani. O se i cinesi non ci abbiano messo molto del loro. “È una questione che non mi riguarda”, dice un giovane impiegato di banca. “Chi ha investito i propri quattrini in Borsa sapeva benissimo che poteva perdere tutto. Era già successo, e neanche tanto tempo prima”.

Due diverse percezioni della crisi.
Il terremoto finanziario che sta sconvolgendo il capitalismo mondiale vede la Cina spaccata in due. Da un lato, c’è l’enorme parco buoi (una cinquantina di milioni di persone) che piange, si pente e maledice pensando ai quei 1.700 miliardi di dollari andati in fumo nel giro di un anno. Dall’altro, c’è la stragrande maggioranza dei cinesi, per la quale la crisi finanziaria globale è un affare lontano e remoto. Qualcosa che non li riguarda, ordinarie notizie di sventure altrui da ascoltare distrattamente al telegiornale della sera.
Ma per quanto tempo ancora la crisi dei mutui subprime sarà un mal di testa solo per i cinesi del borsino? Probabilmente, non per molto.
È vero, l’esposizione delle banche del Dragone verso la disastrata finanza Usa è molto contenuta, come hanno tenuto a sottolineare più volte in questi giorni le autorità monetarie di Pechino. Ed è altrettanto vero che, sebbene la Cina sia dopo il Giappone la maggiore finanziatrice del debito americano (il paese detiene 520 miliardi di dollari di Treasury Bond, mentre Tokio ne ha in portafoglio quasi 600), l’unica cosa che oggi potrebbe mettere in ginocchio il gigante asiatico è una dichiarazione di default degli Stati Uniti. Ma questo, nonostante Washington sia alle prese con la peggiore crisi degli ultimi 80 anni, allo stato dei fatti è ancora un rischio improbabile.

Rischio fuga di capitali: la stagione delle Ipo miliardarie è finita
Ciò premesso, la coda del ciclone partito da Wall Street nell’estate 2007, e poi via via cresciuto d’intensità sino ad assumere dimensioni devastanti, sembra destinata a colpire molto presto anche sul mondo della finanza cinese.
“L’eccesso di liquidità globale che negli Stati Uniti ha generato una montagna di sofferenze bancarie, di prodotti finanziari a rischio e di investimenti sbagliati alla fine è arrivata anche in Cina – spiega Manu Bhaskaran, economista di Centennial Group Singapore – Negli ultimi anni, infatti, le aspettative di rivalutazione dello yuan hanno catalizzato una parte consistente di questa liquidità nel paese, creando una bolla speculativa sia in Borsa che nel settore immobiliare. Ora è evidente che un ritiro massiccio di questi capitali potrebbe avere effetti destabilizzanti sul sistema finanziario cinese”.
Un sistema finanziario che, nell’ultimo biennio, sfruttando abilmente l’arma del renminbi forte e l’insaziabile appetito degli investitori internazionali per tutto quanto fosse marchiato made in China, ha cavalcato alla grande il momento propizio scaricando sui mercati internazionali una quantità di carta senza precedenti. Dalla primavera 2006 a oggi, Pechino ha lanciato quasi duecento Offerte Pubbliche di Vendita societarie per un controvalore complessivo di circa 100 miliardi di dollari. Ma ora, con questi chiari di luna, la grande stagione delle Ipo è finita.

La crisi finanziaria contagerà l’economia reale
Quel che è peggio, e che ancora sfugge ai cinesi della strada, è che il botto della finanza americana avrà ripercussioni negative anche sull’economia reale del Dragone. È solo una questione di tempo, assicurano gli esperti, sempre più indaffarati a rivedere al ribasso le stime di crescita del prodotto interno lordo cinese. “La congiuntura sta rallentando più rapidamente del previsto”, avverte Dong Tao, economista di Credit Suisse. I segnali della frenata sono molteplici: il calo delle vendite di auto, la contrazione dei consumi energetici, la gelata delle transazioni immobiliari, la flessione dei prezzi interni dell’acciaio.

Investitori cinesi preoccupati di fronte a un tabellone con i dati della Borsa di Shanghai (Afp)

Ma il pericolo maggiore viene dal principale motore dell’economia cinese, cioè dal commercio estero. “Finora le esportazioni hanno tenuto testa alla recessione mondiale, ma già tra qualche mese la crisi finanziaria americana e la rivalutazione dello yuan, soprattutto quella nei confronti dell’euro, si faranno sentire”, sostiene l’economista indipendente, Andy Xie.
Nonostante gli sforzi prodotti dal Governo negli ultimi anni, le esportazioni contribuiscono ancora per un terzo alla formazione del prodotto interno lordo del Dragone. L’attesa frenata del made in China, dunque, avrà certamente un impatto depressivo sull’intera economia. “Quando l’economia di un paese dipende in misura rilevante dal commercio estero, e non può contare su un mercato domestico sufficientemente dinamico per compensare il rallentamento dell’export, è normale che il rischio per la crescita economica sia maggiore che altrove”, osserva Stephen Roach, presidente di Morgan Stanley Asia.

Il vecchio modello di sviluppo export oriented deve cambiare
Al di là degli effetti negativi che il grande crollo di Wall Street produrrà nei mesi a venire sulla finanza cinese, la lezione principale per il Dragone è proprio questa: le sorti dell’economia di una superpotenza non possono essere legate a doppio filo al ciclo economico internazionale. “Questa crisi deve spingere la Cina a cambiare il proprio modello di sviluppo”, dicono ora in coro gli esperti, suggerendo a Pechino la ricetta per affrontare il nuovo corso: rivalutare lo yuan e varare riforme fiscali per stimolare i consumi interni.
La tanto biasimata invasione del made in China nel mondo volge dunque al termine? È prematuro per dirlo. Per ora, Pechino ne gode i benefici: 1.800 miliardi di dollari di riserve valutarie accumulate in meno di cinque anni. Ma, al tempo stesso, fa tutti gli scongiuri del caso. Quasi un terzo di quel tesoretto, infatti, è andato a finanziare il paese più indebitato del pianeta: non sia mai che ai “maledetti americani” salti in mente di combinare qualche altro brutto scherzo.

lucavin@attglobal.net

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fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2008/10/cina-crisi-finanziaria_2.shtml

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Lo Stato salva il mercato (ma la colpa è comune)

di Carlo Bastasin

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«È la fine del mercato onnipotente», dice Nicolas Sarkozy. «Il mercato finanziario ha fallito», aggiunge l’ex presidente della Fed, Paul Volcker. «Il capitalismo rozzo è morto», conferma Henry Paulson. Paradossale: non ci si concede dubbi in questo vortice di incertezza.
Sembra essere cominciata una nuova epoca in cui il mercato è morto e lo Stato ne prende il posto. Quasi un secolo fa, in un decennio non tanto diverso dall’attuale, Robert Musil ammoniva: «Chi dice che una nuova era è cominciata, non ha capito l’era in cui stava vivendo». In una società in cui il mercato finanziario è stato il metro della razionalità sociale, la crisi del mercato rappresenta infatti anche una crisi della ragione.

Il riflesso della crisi si è risolto così in uno sguardo alle nostre spalle: se il mercato fallisce, è tornato il tempo dello Stato. L’antinomia tra Stato e mercato ha assorbito interamente la riflessione politica sulla crisi. Certo, con buon motivo: subito dopo il collasso di Bear Stearns negli Usa è stata allentata la politica monetaria e riscoperto l’attivismo fiscale keynesiano con un pacchetto di 150 miliardi di dollari consegnati a domicilio alle famiglie americane. Northern Rock, Ikb, Fannie e Freddie, Aig e B&b sono state nazionalizzate con procedure di poche ore. Il piano Paulson dispone di 850 miliardi di dollari per socializzare le perdite degli istituti finanziari. Tuttora la soluzione più sicura della crisi è il subentro dello Stato nel capitale delle banche. È anche l’esito più probabile se la crisi di fiducia continuerà a provocare problemi di solvibilità degli istituti di credito. Una risposta d’emergenza che, se diventasse un nuovo assetto stabile del capitalismo, realizzerebbe l’esito che Lenin prefigurava nella sua teoria dell’imperialismo: banche di Stato contro il potere dell’industria. Non sorprende che lo scontro tra sostenitori del mercato e dello Stato si sia ideologizzato.

Ma la nuova ortodossia sulle colpe del mercato e sui meriti dello Stato dovrebbe essere più realistica. Perfino la suggestiva formula evocata da Sarkozy e da Tremonti – «Il mercato quando possibile, lo Stato quando necessario» – era già nel programma socialista di Bad Godesberg del 1959, oggi Stato e mercato, politica e finanza, si reggono e influenzano reciprocamente. Se la crisi in corso sta insegnando qualcosa, è proprio che passata la burrasca bisognerà ricominciare a districare la finanza dalla politica e non a sovrapporle.
L’ipotesi di un nuovo dirigismo è poco plausibile. Nonostante vent’anni di politiche d’ispirazione liberista, nei Paesi dell’Ocse la quota di spesa pubblica è scesa solo dal 40,9% del Pil al 40,8 per cento. E, contrariamente a quanto si crede, i bilanci pubblici si caricano di impegni gravosi in materia di previdenza, salute e istruzione quanto più i Paesi diventano ricchi. Non ci sono margini di manovra agevoli per le politiche pubbliche a fronte di elettorati che chiedono comunque minore imposizione fiscale. Inoltre, la costosa sostituzione della proprietà privata con quella pubblica non dà garanzie: già oggi in Germania la maggior parte del sistema bancario è in mano pubblica e ciò non tiene i risparmiatori di quel Paese al riparo dalla crisi.

La terza via
La lezione della crisi sta proprio nella cattiva commistione tra politica e finanza: il mercato finanziario è stato drogato da liquidità a basso costo fornita dalla Banca centrale americana ed esaltato dal Greenspan put, la certezza che la Federal Reserve avrebbe immesso ulteriore liquidità a ogni accenno di debolezza del mercato. Il rapporto tra Governo, Fed e mercato è stato – nei due sensi – compromissorio. La Fed si era affrancata in parte dal finanziamento del Governo, ma è stata “catturata” dalla domanda di liquidità a basso costo da parte del sistema finanziario, che a sua volta ha permesso ai Governi di sostenere la crescita nonostante l’indebitamento pubblico e privato degli Stati Uniti: un gigantesco conflitto di interessi tra più soggetti che agiscono al di sopra della normale consapevolezza del cittadino.
Se quindi il dirigismo è inattuabile, anche la riscoperta keynesiana dell’ingerenza pubblica nella politica monetaria e in quella fiscale trascura i pericoli degli intrecci poco trasparenti tra poteri dei Governi e della finanza. In Europa, dove la Bce non è coinvolta in singole politiche nazionali, né ha compiti di orientamento degli istituti finanziari, l’intreccio è stato molto meno intricato, i Governi sono tenuti a tenere sotto controllo l’indebitamento, le famiglie hanno saldi attivi del risparmio, la finanza non determina i nomi dei ministri e dei banchieri centrali. Nonostante molti casi problematici, la crisi sarebbe stata gestibile senza il collasso della fiducia importato dagli Usa.

Qual è dunque il nuovo compito dello Stato, se sono precluse sia la strada socialista sia quella keynesiana? Superata l’emergenza, in cui lo Stato opera nella sua qualità di agente d’ordine e ultimo garante, la sfida che aspetta la politica è addirittura di ripensare la propria visione dell’individuo. L’occhio di un economista sarebbe rivelatore in questo caso: i modelli con cui descriviamo la realtà e approntiamo le politiche si basano sul paradigma dell’individuo perfettamente razionale, che massimizza la propria utilità futura e che è pienamente informato (il paradigma dell’utilità dinamica necessario a disporre di micro-fondazioni coerenti).

L’individuo ingannato dal mercato
Per quanto siano state introdotte rigidità di ogni tipo, l’attuale struttura dei modelli di equilibrio generale usati dalle banche centrali trascura il fatto che ognuno di noi ha una comprensione molto parziale del mondo e tende a semplificare le proprie decisioni in base a informazioni soggette all’illusionismo degli intermediari politici o finanziari: crediamo alle bolle, alle promesse di miracoli e siamo ogni volta stupiti e atterriti dalle crisi. Gli errori del mercato che risultano da queste anfetamine collettive non sono esogeni ai nostri modelli di interpretazione, ma connaturati al mondo reale.

Si tratterebbe di semplificare la finanza o di complicare i controlli. Ma ci trattengono l’artificio dell’individuo onnisciente, difeso dal proprio arbitrio, e l’ipotesi di razionalità che tende a ridurre il mondo a una sola verità perfettamente compresa da un singolo cittadino rappresentativo di tutti gli altri. Più o meno la stessa unicità dell’individuo che il socialismo reale imponeva ai tempi della pianificazione.

Il lavoro della politica è riconoscere che la democrazia è più complessa e che il Governo ha a che fare con relazioni sociali tra individui diversi tra loro, che non conoscono bene il mondo, sono vulnerabili alle illusioni dei mercati e della politica, inconsapevoli dei conflitti che chi ha potere regola fuori dal controllo democratico.
Di fatto, si tratta di combattere i conflitti di interesse e la manipolazione della verità, cioè nientemeno che dare un nuovo fondamento etico alla vita pubblica.
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carlo.bastasin@ilsole24ore.com

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fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2008/10/stato-salva-mercato-colpa-comune%20_2.shtml

Islanda sull’orlo del precipizio, banche congelate in Borsa

https://i2.wp.com/www.cartoonstock.com/lowres/hsc1172l.jpgL’Islanda e l’UE

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La piccola e remota Islanda è sull’orlo del collasso: oggi in Borsa sono state sospese le contrattazioni delle sei maggiori istituzioni finanziarie – comprese quelle di Kaupthing, Landsbanki e Glitnir, le tre principali banche – mentre il governo di Reykjavik sta elaborando un piano per salvare il salvabile. Che, potere della crisi globale, potrebbe persino portare la repubblica dei ghiacci – 300 mila anime in tutto – ad entrare nell’Unione Europea. Opzione sino a poco tempo fa semplicemente impensabile.

La situazione, infatti, è seria davvero. L’Islanda – che nel corso degli anni Novanta aveva visto aumentare la sua ricchezza proprio grazie alla vitalità del settore bancario – rischia infatti il tracollo proprio a causa dell’eccessiva espansione dei suoi istituti di credito. La corona islandese – krona – ha intanto perso un quinto del suo valore contro il dollaro – nella passata settimana solamente – e il 10% nei confronti dell’euro. L’inflazione galoppa al 14% – il target della banca centrale per il 2008 era il 2,5% – e il governo è dovuto correre ai ripari comprando il 75% della Glitniril al prezzo di 600milioni di euro.

Il piano di salvataggio presentato dal primo ministro conservatore Geir Haarde prevede ora che le banche vendano parte dei loro asset internazionali riportando così in patria capitali freschi – e impedire un ulteriore deprezzamento della corona. «Le banche sono disposte a vendere i loro asset esteri e credo che questa sia una misura necessaria», ha detto Haarde dopo un fine settimana di colloqui serrati. Quindi ha garantito i risparmi dei cittadini islandesi per arginare l’ondata di panico che ha travolto la repubblica del nord. «Se ne occuperà la tesoreria», ha dichiarato Haarde.

Per evitare il peggio la banca centrale islandese – secondo quanto riportato dal quotidiano Morgunbladid – ha cercato, per ora senza successo, di far valere l’opzione di cambio-valuta con le sorelle maggiori scandinave: Norvegia, Danimarca, Svezia. E come in altre parti del mondo, il dito alla fine è stato puntato contro la scelleratezza degli operatori finanziari, considerati i veri responsabili della crisi. «L’avidità ha purtroppo controllato le loro azioni», ha detto il ministro dello Stato Sociale J¢hanna Sigurdard¢ttir. «Il sistema delle stock-option, e quindi gli stipendi da favola che hanno percepito, hanno fatto perdere loro il legame con la nazione. Dovranno imparare dai questi errori».

Il governo, per raddrizzare l’economia, ha quindi esercitato pressioni sulle sigle sindacali perchè riportino a casa i fondi pensione sino ad oggi investiti all’estero. Inoltre, l’esecutivo avrebbe chiesto il congelamento di ogni trattativa salariale. Il sindacato pare aver accettato. «Dobbiamo fare tutti la nostra parte perchè questa missione di salvataggio abbia successo», ha detto Arnar Sigmundsson, presidente della National Association of Pension Funds. La verità sembra però essere un’altra. Il sindacato avrebbe infatti chiesto come contro-partita l’impensabile: l’entrata nell’Europa Unita. Fumo negli occhi per il primo ministro Haarde, euro-scettico della prima ora.

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fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2008/10/Islanda-banche-collasso.shtml?uuid=53dc75d2-93ba-11dd-b691-b4862d432e11&DocRulesView=Libero

Vicenza ha deciso. Sì al 95,66%

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E’ stata una bella giornata; su Vicenza, dall’alba, splendeva il sole. Per le strade i furgoni carichi di gazebo e tavoli, mentre davanti alle scuole si radunavano i volontari che avrebbero prima montato e poi aperto i seggi. Davanti alle 32 urne organizzate dal comitato per la consultazione popolare – formatosi 3 giorni fa, dopo la sentenza del Consiglio di Stato – code per tutta la giornata: i vicentini avevano voglia di votare.

Poi, man mano che la sera scendeva, al Media Center di Piazza Castello si affollava la gente; prima a decine, poi a centinaia per seguire con i propri occhi lo spoglio delle schede. Hanno chiuso alle 21.00 i seggi, ma lo scrutinio è finito che era quasi mezzanotte; in una piazza piena di gente ha preso il microfono il notaio del comitato dei garanti che ha snocciolato i numeri: 24.094 votanti pari al 28,56% degli iscritti alle liste elettorali. Di questi, 23.050 sono voti favorevoli all’acquisizione, da parte del Comune di Vicenza, dell’area del Dal Molin: il 95,66% dei votanti, dunque, ha detto no alla nuova base militare statunitense.

Nella piazza scrosciano gli applausi; un referendum convocato dalla città, mercoledì sera in Piazza dei Signori, dopo che il Consiglio di Stato, con un colpo di mano, aveva annullato la consultazione ufficiale promossa dall’Amministrazione comunale. Quella sera, sospinto da 12 mila vicentini indignati, il Sindaco aveva annunciato che “se non ci permettono di votare nelle nostre scuole, voteremo davanti alle nostre scuole, sotto i nostri gazebo”. E così è stato: migliaia di vicentini hanno rivendicato, votando, il diritto della città del Palladio a decidere del proprio futuro e hanno difeso la democrazia che era stata sospesa dalla sentenza filogovernativa del Consiglio di Stato.

“Un risultato eccezionale – ha commentato, a caldo, Achille Variati – che dimostra la volontà della cittadinanza di esprimersi. Chi criticherà questa giornata di democrazia – ha concluso il Sindaco – organizzi un referendum autogestito e porti a votare 24.000 cittadini a favore della base militare”. Cinzia Bottene, del Presidio Permanente, ha sottolineato la natura decisionale di questo atto democratico: Vicenza ha deciso, ora gli statunitensi devono rispettare la città e ritirare il proprio progetto.

Tra i favorevoli alla base militare (i partiti del centrodestra) è calato un imbarazzato silenzio. Unica voce fuori dal coro è quella di Giancarlo Galan che fa la figura del baccalà, non accorgendosi che al voto hanno partecipato decine di migliaia di persone e non capendo che la consultazione era organizzata con tutte le garanzie necessarie per far sì che soltanto i residenti potessero votare; ma non c’è da stupirsi: il governatore veneto, pur di far prendere aria alla bocca, è pronto a dir di tutto e in questi giorni ha dato il meglio di sè insultando più volte la città del Palladio.

Due anni di atti di arroganza e imposizioni, dunque, non sono bastati a far piegare la testa ai vicentini che, con il voto di oggi, hanno dimostrato ancora una volta il radicamento di cui gode l’opposizione alla struttura militare statunitense. La democrazia, finalmente, si è espressa e ha deciso: No Dal Molin.

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fonte: http://www.nodalmolin.it/notizie/notizie_262.html

Sardegna, fallisce il referendum. Beffa per Berlusconi

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di Davide Madeddu

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Renato Soru Sardegna Tiscali Pd
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La spallata non è riuscita e lo schiaffo, più che a Soru, è stato dato a Berlusconi. Il referendum voluto dal centrodestra è affondato. E con il referendum è andata a fondo la proposta di abrogare la legge salvacoste, l’autorità d’ambito e la tariffa unica sull’acqua. Dei 516mila elettori necessari perché la consultazione popolare potesse essere valida se ne sono presentati in tutta l’isola duecentomila in meno. Il popolo delle urne, domenica sera alle 22, si è fermato a quota 20,4 per cento. Troppo poco perché la consultazione voluta da Mauro Pili, pupillo del cavaliere e sconfitto da Renato Soru nel 2004 per la corsa al governo della Regione, potesse andare in porto. La legge Salvacoste non si tocca, quindi, e non si toccano neppure la tariffa unica e l’autorità unica per la gestione della risorsa idrica.
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Immediate le reazioni degli esponenti del centrosinistra. Per Franscesca Barracciu, segretario regionale del Partito democratico, si tratta di una sconfitta del centrodestra. «Nonostante la massiccia campagna referendaria e le ingenti risorse investite, è un clamoroso buco nell’acqua per i promotori del referendum – fa sapere subito dopo il risultato del mancato quorum – i sardi confermano, a dispetto del centrodestra, grande maturità politica e un’autonomia di pensiero impenetrabile dalle sirene di Arcore». Sulla stessa lunghezza d’onda anche Federico Palomba, deputato e coordinatore regionale dell’Italia dei Valori che se la prende anche con Berlusconi e la sua decisione di sostenere il Sì per il referendum. «La becera intromissione del premier, con la pretesa che i sardi votassero Sì, e la strumentalità con le prossime elezioni regionali – ha fatto sapere – hanno convinto gli elettori sardi, attenti e sensibili, che prima di tutto bisognava dare una severa lezione a lui e con esso ai berlusconiani nostrani, a prescindere dai quesiti sui quali si potrà ancora intervenire. I sardi hanno così decretato la prima sconfitta post-elettorale di Berlusconi». Non fa sconti al popolo del centrodestra neppure Francesco Sanna, senatore del Pd: «I resti di quello che sulla carta era un coacervo di interessi (economici e politici) tra i più potenti che siano apparsi nella Sardegna democratica risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza – dice – .La somma di tre diversi quesiti non evita la sonorissima sconfitta del fronte dei referendum sponsorizzati dalla Pdl e – con grave scorrettezza istituzionale – da Berlusconi in diretta da Palazzo Chigi. Spiace che l’Udc, non abbia ritenuto di dover stigmatizzarne il comportamento, forse per l’eccessivo coinvolgimento di quella parte che si sente ancora prigioniera in una Casa della Libertà che non c’è più».
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La sconfitta del centrodestra nella tornata referendaria ha anche un altro volto. Quello della guerra interna che si consuma all’interno della Cdl. Con il mancato raggiungimento del quorum viene sancita, come dicono anche in maniera silenziosa alcuni esponenti del centrodestra, la sconfitta all’interno del polo di Mauro Pili. L’uomo che avrebbe voluto candidarsi contro il governatore uscente Soru per la conquista della regione. All’interno del centrodestra si apre adesso un nuovo scenario: quello per la scelta del candidato alla carica di governatore. Se una componente sostiene, infatti, che il candidato debba comunque essere Pili, un’altra spinge ormai perché a scendere in campo il sindaco di Cagliari, Emilio Floris, ex democristiano e, a quanto dicono i suoi avversari interni, poco gradito a Berlusconi. In corsa potrebbe esserci anche Settimo Nizzi, ex sindaco di Olbia e oggi parlamentare e molto vicino al Cavaliere. La corsa tra gli azzurri è cominciata e, la compattezza mostrata sino a poco tempo fa, comincia ora a scricchiolare.

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Pubblicato il: 06.10.08
Modificato il: 06.10.08 alle ore 15.11

fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=79664

Natura minacciata: un mammifero su quattro rischia l’estinzione

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Un mammifero su quattro nel mondo e’ a rischio estinzione. Questo il nuovo allarme che viene dalla Lista rossa della natura sotto minaccia resa nota a Barcellona in occasione del IV Congresso mondiale dell’Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn). La lista rossa dell’Iucn classifica le specie secondo il rischio di estinzione ed e’ considerata il punto di riferimento piu’ completo in materia.

In particolare, su 5.487 specie di mammiferi conosciute sulla Terra, 1.141 e’ sotto minaccia di estinzione, precisa l’Iucn in questo studio considerato il piu’ completo mai realizzato sui mammiferi. Ma la realta’ potrebbe essere molto peggiore visto che mancano informazioni su circa 836 mammiferi. In realta’ il numero di mammiferi minacciati di estinzione potrebbe raggiungere il 36%, stimano i 1.800 scienziati di piu’ di 130 paesi che hanno lavorato, sotto la guida Iucn, al censimento dei mammiferi pubblicato oggi sulla rivista Science.

Il numero totale delle specie che vive sul pianeta e’ sconosciuto. Le stime variano dai 10 ai 100 milioni. Il dato generalmente accettato e’ di 15 milioni. Di queste, meno di 2 milioni sono state descritte. La lista rossa 2008 dovrebbe ormai toccare oltre 45.000 specie. La copertura non e’ totale ma ogni anno aumenta. Dal convegno arriveranno utili informazioni per la strategia di protezione in vista del countdown 2010.

– IN EUROPA: nel 2007, secondo il rapporto della World Conservation Union (Iucn) un mammifero su sei in Europa e’ minacciato da estinzione. Le tendenze indicano che per oltre un quarto (27%) sono in declino e che per il 33% non si hanno informazioni;

– SCIMMIE: quasi la meta’ delle specie di primati e’ a rischio di estinzione: 300 delle 634 specie di scimmie rischia di scomparire a causa della distruzione dei loro habitat, della caccia o del commercio illegale degli esemplari;

– UCCELLI: salgono a 1.226, secondo la Lista Rossa 2008 Iucn, le specie di uccelli a rischio a livello mondiale: 190 sono “gravemente minacciate di estinzione”; – ORSI: Sei specie di orso su otto sono minacciate;

– SQUALI E RAZZE MEDITERRANEO: il 42% delle specie di questi animali nel Mare Nostrum risultano a rischio estinzione;

– BIODIVERSITA’ ITALIA ED EUROPA: l’Italia in Europa e’ priviligiata per ricchezza naturale. Per quanto riguarda la fauna, sono circa 57 mila le specie animali tutelate all’interno dei Parchi: 56.168 invertebrati, 1.254 vertebrati, 93 mammiferi, 473 uccelli, 58 rettili, 38 anfibi, 473 pesci ossei, 73 pesci cartilaginei; per la flora le specie vegetali sono circa 5.600 (il 50% delle specie europee e il 13% endemiche). Nonostante questo si stima una diminuzione su base locale del 40% del patrimonio delle piante mentre il 68% dei vertebrati risulta in pericolo. In Europa sono 571 le specie animali e vegetali sotto stretta minaccia di estinzione.

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fonte: http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=86735

Liberalizzazioni nel cassetto: Il governo butta 20 miliardi

«Accantonate per altre emergenze»

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bersani
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Sono rimaste nel cassetto, le liberalizzazioni dell’ex ministro Bersani. Il nuovo governo ha altro a cui pensare e ha lasciato morire la spinta contro i monopoli e le rigidità del mercato. E a pagare, sono i consumatori. Una ricerca realizzata da Cermes-Bocconi per conto di Federdistribuzione racconta un’Italia dove si continua a tagliare (la scuola, la sanità, il lavoro) e si lasciano nel cassetto soldi che potrebbero risolvere molte questioni. Venti miliardi di euro.

Insomma, se si facesse una nuova “lenzuolata”, il Pil italiano guadagnerebbe l’1,3 per cento. Gli effetti dei «ritardi strutturali» e delle «inefficienze» nel percorso delle liberalizzazioni – spiegano i ricercatori del Chermes-Bocconi – pesano complessivamente sul Paese per oltre 20 miliardi di euro, pari al 2,2% dei consumi annuali delle famiglie.

Secondo i calcoli dell’Osservatorio sulle Liberalizzazioni, questo il nome della ricerca, le voci «più significative» del mancato “guadagno” sono rappresentate dai settori del commercio e bancario-assicurativo. Le liberalizzazioni del settore delle vendite al dettaglio, infatti, porterebbero nelle casse dello Stato circa 8 miliardi di euro, quelle di banche e istituti finanziari e assicurativi altri 11 miliardi. Anche la distribuzione di carburanti e farmaci se fosse liberalizzata farebbe guadagnare 744 milioni nel primo caso e 67 milioni nel secondo. «Un’iniezione di maggiore apertura del mercato – concludono i ricercatori – avrebbe quindi impatti estremamente rilevanti».

«Credo che quanto emerso dal rapporto del Cermes – afferma Paolo Barberini, presidente di Federdistribuzione – debba far riflettere, soprattutto in considerazione dell’attuale situazione di stasi dei consumi e di crescita zero dell’intero sistema economico del Paese». L’Italia, aggiunge, «deve recuperare il gap che ha accumulato nei confronti delle realtà estere in termini di efficienza e produttività, mettendosi nelle condizioni di avere aziende moderne e in grado di ravvivare la concorrenza interna e sostenere quella internazionale. In questo processo – conclude Barberini – non c’è dubbio che mantenere settori molto rilevanti della nostra economia ancora protetti dai venti della concorrenza non può che rappresentare un danno per cittadini e imprese, e quindi per l’intera comunità».

Sempre secondo Barberini, «le liberalizzazioni sono state accantonate in nome di altre emergenze. Sono d’accordo sul fatto che si debbano risolvere questi problemi – sottolinea – ma non possiamo dimenticare le liberalizzazioni nel cassetto». Era stato lo stesso ministro ombra all’Economia Pierluigi Bersani, nell’indicare le proposte del Pd per uscire dall’incubo della recessione, a ricordare il capitolo liberalizzazioni. La terza lenzuolata, aveva spiegato, «porterebbe subito diversi miliardi nelle tasche dei consumatori, favorirebbe concorrenza e occupazione, darebbe stimolo alle attività economiche». Ma per il governo, le emergenze sono altre.

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Pubblicato il: 06.10.08
Modificato il: 06.10.08 alle ore 15.38

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79662