La crisi vista dalla Cina: «Maledeti americani, ci hanno rovinato»

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Reportage del corrispondente Luca Vinciguerra

6 ottobre 2008

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SHANGHAI – “Maledetti americani”, impreca l’uomo del borsino. “Sì, maledetti americani, ci hanno proprio rovinato”, gli fa eco un altro a fianco a lui. Xu e Zhang fumano nervosamente davanti all’ingresso di una casa di brokeraggio, mentre sparano sentenze al veleno su Wall Street, la politica e l’alta finanza Usa.
I due uomini sulla cinquantina, alla stregua di decine di migliaia di investitori cinesi con il debole per l’azzardo di Borsa, non hanno dubbi: se oggi sono più poveri e inguaiati, è tutta colpa dei loro dirimpettai sulla sponda opposta del Pacifico. È da là che, negli ultimi dodici mesi, è iniziato a soffiare sempre più forte quel vento di sfiducia che ha finito per travolgere il listino di Shanghai, facendolo piombare dai massimi storici a livelli che nessuno, oltre la Grande Muraglia, avrebbe mai più pensato di rivedere. “Gli americani ci hanno rovinato”, ripete Zhang sfilando dai pantaloni le tasche vuote. “Un anno fa, avevo circa 180mila yuan sul mio conto azionario. Oggi, me ne restano a malapena 20mila”, aggiunge l’uomo del borsino con un amaro sorriso di sconforto.
La storia dirà se il crollo della Borsa Rossa, il listino che nel biennio 2006-2007 aveva messo a segno le migliori performance mondiali, è stata davvero tutta colpa degli americani. O se i cinesi non ci abbiano messo molto del loro. “È una questione che non mi riguarda”, dice un giovane impiegato di banca. “Chi ha investito i propri quattrini in Borsa sapeva benissimo che poteva perdere tutto. Era già successo, e neanche tanto tempo prima”.

Due diverse percezioni della crisi.
Il terremoto finanziario che sta sconvolgendo il capitalismo mondiale vede la Cina spaccata in due. Da un lato, c’è l’enorme parco buoi (una cinquantina di milioni di persone) che piange, si pente e maledice pensando ai quei 1.700 miliardi di dollari andati in fumo nel giro di un anno. Dall’altro, c’è la stragrande maggioranza dei cinesi, per la quale la crisi finanziaria globale è un affare lontano e remoto. Qualcosa che non li riguarda, ordinarie notizie di sventure altrui da ascoltare distrattamente al telegiornale della sera.
Ma per quanto tempo ancora la crisi dei mutui subprime sarà un mal di testa solo per i cinesi del borsino? Probabilmente, non per molto.
È vero, l’esposizione delle banche del Dragone verso la disastrata finanza Usa è molto contenuta, come hanno tenuto a sottolineare più volte in questi giorni le autorità monetarie di Pechino. Ed è altrettanto vero che, sebbene la Cina sia dopo il Giappone la maggiore finanziatrice del debito americano (il paese detiene 520 miliardi di dollari di Treasury Bond, mentre Tokio ne ha in portafoglio quasi 600), l’unica cosa che oggi potrebbe mettere in ginocchio il gigante asiatico è una dichiarazione di default degli Stati Uniti. Ma questo, nonostante Washington sia alle prese con la peggiore crisi degli ultimi 80 anni, allo stato dei fatti è ancora un rischio improbabile.

Rischio fuga di capitali: la stagione delle Ipo miliardarie è finita
Ciò premesso, la coda del ciclone partito da Wall Street nell’estate 2007, e poi via via cresciuto d’intensità sino ad assumere dimensioni devastanti, sembra destinata a colpire molto presto anche sul mondo della finanza cinese.
“L’eccesso di liquidità globale che negli Stati Uniti ha generato una montagna di sofferenze bancarie, di prodotti finanziari a rischio e di investimenti sbagliati alla fine è arrivata anche in Cina – spiega Manu Bhaskaran, economista di Centennial Group Singapore – Negli ultimi anni, infatti, le aspettative di rivalutazione dello yuan hanno catalizzato una parte consistente di questa liquidità nel paese, creando una bolla speculativa sia in Borsa che nel settore immobiliare. Ora è evidente che un ritiro massiccio di questi capitali potrebbe avere effetti destabilizzanti sul sistema finanziario cinese”.
Un sistema finanziario che, nell’ultimo biennio, sfruttando abilmente l’arma del renminbi forte e l’insaziabile appetito degli investitori internazionali per tutto quanto fosse marchiato made in China, ha cavalcato alla grande il momento propizio scaricando sui mercati internazionali una quantità di carta senza precedenti. Dalla primavera 2006 a oggi, Pechino ha lanciato quasi duecento Offerte Pubbliche di Vendita societarie per un controvalore complessivo di circa 100 miliardi di dollari. Ma ora, con questi chiari di luna, la grande stagione delle Ipo è finita.

La crisi finanziaria contagerà l’economia reale
Quel che è peggio, e che ancora sfugge ai cinesi della strada, è che il botto della finanza americana avrà ripercussioni negative anche sull’economia reale del Dragone. È solo una questione di tempo, assicurano gli esperti, sempre più indaffarati a rivedere al ribasso le stime di crescita del prodotto interno lordo cinese. “La congiuntura sta rallentando più rapidamente del previsto”, avverte Dong Tao, economista di Credit Suisse. I segnali della frenata sono molteplici: il calo delle vendite di auto, la contrazione dei consumi energetici, la gelata delle transazioni immobiliari, la flessione dei prezzi interni dell’acciaio.

Investitori cinesi preoccupati di fronte a un tabellone con i dati della Borsa di Shanghai (Afp)

Ma il pericolo maggiore viene dal principale motore dell’economia cinese, cioè dal commercio estero. “Finora le esportazioni hanno tenuto testa alla recessione mondiale, ma già tra qualche mese la crisi finanziaria americana e la rivalutazione dello yuan, soprattutto quella nei confronti dell’euro, si faranno sentire”, sostiene l’economista indipendente, Andy Xie.
Nonostante gli sforzi prodotti dal Governo negli ultimi anni, le esportazioni contribuiscono ancora per un terzo alla formazione del prodotto interno lordo del Dragone. L’attesa frenata del made in China, dunque, avrà certamente un impatto depressivo sull’intera economia. “Quando l’economia di un paese dipende in misura rilevante dal commercio estero, e non può contare su un mercato domestico sufficientemente dinamico per compensare il rallentamento dell’export, è normale che il rischio per la crescita economica sia maggiore che altrove”, osserva Stephen Roach, presidente di Morgan Stanley Asia.

Il vecchio modello di sviluppo export oriented deve cambiare
Al di là degli effetti negativi che il grande crollo di Wall Street produrrà nei mesi a venire sulla finanza cinese, la lezione principale per il Dragone è proprio questa: le sorti dell’economia di una superpotenza non possono essere legate a doppio filo al ciclo economico internazionale. “Questa crisi deve spingere la Cina a cambiare il proprio modello di sviluppo”, dicono ora in coro gli esperti, suggerendo a Pechino la ricetta per affrontare il nuovo corso: rivalutare lo yuan e varare riforme fiscali per stimolare i consumi interni.
La tanto biasimata invasione del made in China nel mondo volge dunque al termine? È prematuro per dirlo. Per ora, Pechino ne gode i benefici: 1.800 miliardi di dollari di riserve valutarie accumulate in meno di cinque anni. Ma, al tempo stesso, fa tutti gli scongiuri del caso. Quasi un terzo di quel tesoretto, infatti, è andato a finanziare il paese più indebitato del pianeta: non sia mai che ai “maledetti americani” salti in mente di combinare qualche altro brutto scherzo.

lucavin@attglobal.net

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fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2008/10/cina-crisi-finanziaria_2.shtml

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Lo Stato salva il mercato (ma la colpa è comune)

di Carlo Bastasin

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«È la fine del mercato onnipotente», dice Nicolas Sarkozy. «Il mercato finanziario ha fallito», aggiunge l’ex presidente della Fed, Paul Volcker. «Il capitalismo rozzo è morto», conferma Henry Paulson. Paradossale: non ci si concede dubbi in questo vortice di incertezza.
Sembra essere cominciata una nuova epoca in cui il mercato è morto e lo Stato ne prende il posto. Quasi un secolo fa, in un decennio non tanto diverso dall’attuale, Robert Musil ammoniva: «Chi dice che una nuova era è cominciata, non ha capito l’era in cui stava vivendo». In una società in cui il mercato finanziario è stato il metro della razionalità sociale, la crisi del mercato rappresenta infatti anche una crisi della ragione.

Il riflesso della crisi si è risolto così in uno sguardo alle nostre spalle: se il mercato fallisce, è tornato il tempo dello Stato. L’antinomia tra Stato e mercato ha assorbito interamente la riflessione politica sulla crisi. Certo, con buon motivo: subito dopo il collasso di Bear Stearns negli Usa è stata allentata la politica monetaria e riscoperto l’attivismo fiscale keynesiano con un pacchetto di 150 miliardi di dollari consegnati a domicilio alle famiglie americane. Northern Rock, Ikb, Fannie e Freddie, Aig e B&b sono state nazionalizzate con procedure di poche ore. Il piano Paulson dispone di 850 miliardi di dollari per socializzare le perdite degli istituti finanziari. Tuttora la soluzione più sicura della crisi è il subentro dello Stato nel capitale delle banche. È anche l’esito più probabile se la crisi di fiducia continuerà a provocare problemi di solvibilità degli istituti di credito. Una risposta d’emergenza che, se diventasse un nuovo assetto stabile del capitalismo, realizzerebbe l’esito che Lenin prefigurava nella sua teoria dell’imperialismo: banche di Stato contro il potere dell’industria. Non sorprende che lo scontro tra sostenitori del mercato e dello Stato si sia ideologizzato.

Ma la nuova ortodossia sulle colpe del mercato e sui meriti dello Stato dovrebbe essere più realistica. Perfino la suggestiva formula evocata da Sarkozy e da Tremonti – «Il mercato quando possibile, lo Stato quando necessario» – era già nel programma socialista di Bad Godesberg del 1959, oggi Stato e mercato, politica e finanza, si reggono e influenzano reciprocamente. Se la crisi in corso sta insegnando qualcosa, è proprio che passata la burrasca bisognerà ricominciare a districare la finanza dalla politica e non a sovrapporle.
L’ipotesi di un nuovo dirigismo è poco plausibile. Nonostante vent’anni di politiche d’ispirazione liberista, nei Paesi dell’Ocse la quota di spesa pubblica è scesa solo dal 40,9% del Pil al 40,8 per cento. E, contrariamente a quanto si crede, i bilanci pubblici si caricano di impegni gravosi in materia di previdenza, salute e istruzione quanto più i Paesi diventano ricchi. Non ci sono margini di manovra agevoli per le politiche pubbliche a fronte di elettorati che chiedono comunque minore imposizione fiscale. Inoltre, la costosa sostituzione della proprietà privata con quella pubblica non dà garanzie: già oggi in Germania la maggior parte del sistema bancario è in mano pubblica e ciò non tiene i risparmiatori di quel Paese al riparo dalla crisi.

La terza via
La lezione della crisi sta proprio nella cattiva commistione tra politica e finanza: il mercato finanziario è stato drogato da liquidità a basso costo fornita dalla Banca centrale americana ed esaltato dal Greenspan put, la certezza che la Federal Reserve avrebbe immesso ulteriore liquidità a ogni accenno di debolezza del mercato. Il rapporto tra Governo, Fed e mercato è stato – nei due sensi – compromissorio. La Fed si era affrancata in parte dal finanziamento del Governo, ma è stata “catturata” dalla domanda di liquidità a basso costo da parte del sistema finanziario, che a sua volta ha permesso ai Governi di sostenere la crescita nonostante l’indebitamento pubblico e privato degli Stati Uniti: un gigantesco conflitto di interessi tra più soggetti che agiscono al di sopra della normale consapevolezza del cittadino.
Se quindi il dirigismo è inattuabile, anche la riscoperta keynesiana dell’ingerenza pubblica nella politica monetaria e in quella fiscale trascura i pericoli degli intrecci poco trasparenti tra poteri dei Governi e della finanza. In Europa, dove la Bce non è coinvolta in singole politiche nazionali, né ha compiti di orientamento degli istituti finanziari, l’intreccio è stato molto meno intricato, i Governi sono tenuti a tenere sotto controllo l’indebitamento, le famiglie hanno saldi attivi del risparmio, la finanza non determina i nomi dei ministri e dei banchieri centrali. Nonostante molti casi problematici, la crisi sarebbe stata gestibile senza il collasso della fiducia importato dagli Usa.

Qual è dunque il nuovo compito dello Stato, se sono precluse sia la strada socialista sia quella keynesiana? Superata l’emergenza, in cui lo Stato opera nella sua qualità di agente d’ordine e ultimo garante, la sfida che aspetta la politica è addirittura di ripensare la propria visione dell’individuo. L’occhio di un economista sarebbe rivelatore in questo caso: i modelli con cui descriviamo la realtà e approntiamo le politiche si basano sul paradigma dell’individuo perfettamente razionale, che massimizza la propria utilità futura e che è pienamente informato (il paradigma dell’utilità dinamica necessario a disporre di micro-fondazioni coerenti).

L’individuo ingannato dal mercato
Per quanto siano state introdotte rigidità di ogni tipo, l’attuale struttura dei modelli di equilibrio generale usati dalle banche centrali trascura il fatto che ognuno di noi ha una comprensione molto parziale del mondo e tende a semplificare le proprie decisioni in base a informazioni soggette all’illusionismo degli intermediari politici o finanziari: crediamo alle bolle, alle promesse di miracoli e siamo ogni volta stupiti e atterriti dalle crisi. Gli errori del mercato che risultano da queste anfetamine collettive non sono esogeni ai nostri modelli di interpretazione, ma connaturati al mondo reale.

Si tratterebbe di semplificare la finanza o di complicare i controlli. Ma ci trattengono l’artificio dell’individuo onnisciente, difeso dal proprio arbitrio, e l’ipotesi di razionalità che tende a ridurre il mondo a una sola verità perfettamente compresa da un singolo cittadino rappresentativo di tutti gli altri. Più o meno la stessa unicità dell’individuo che il socialismo reale imponeva ai tempi della pianificazione.

Il lavoro della politica è riconoscere che la democrazia è più complessa e che il Governo ha a che fare con relazioni sociali tra individui diversi tra loro, che non conoscono bene il mondo, sono vulnerabili alle illusioni dei mercati e della politica, inconsapevoli dei conflitti che chi ha potere regola fuori dal controllo democratico.
Di fatto, si tratta di combattere i conflitti di interesse e la manipolazione della verità, cioè nientemeno che dare un nuovo fondamento etico alla vita pubblica.
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carlo.bastasin@ilsole24ore.com

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fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2008/10/stato-salva-mercato-colpa-comune%20_2.shtml

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